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CHIRURGIA ESTETICA BOLOGNA RAVENNA FORLI RISARCIMENTO DANNO SENTENZA TRIBUNALE FORLI

Ciò nonostante, non vi sono elementi per affermare che, qualora la paziente avesse ricevuto indicazioni maggiormente esaustive circa il percorso terapeutico, avrebbe rinunciato all’intervento estetico oppure avrebbe trascorso con minori sofferenze il periodo successivo tra il primo intervento ( 17.5.10 ) e l’esecuzione dell’intervento di mastectomia a seguito della comparsa di un carcinoma – quest’ultimo effettuato il 24.7.15 definitivamente risolutivo dell’aspetto estetico -.

Risulta, al contrario, che la stessa non avrebbe rifiutato la prestazione estetica richiesta, come evincibile dalla duplice circostanza che si è recata per la seconda volta dal Y dimostrandogli fiducia e che ha sostanzialmente tollerato il risultato estetico nel periodo intercorso tra il 2010 ed 2015.

3.2. La condotta chirurgica, invece, mostra errori nell’esecuzione riconducibili al danno subito dalla paziente: “l’osservazione delle foto eseguite dopo il I intervento induce a concludere con alta probabilità che le protesi avessero subito una rotazione su sé stesse per l’errata preparazione della tasca di alloggiamento troppo larga… ci troviamo di fronte ad un errore chirurgico non grave, ma sempre errore, quindi imperizia (non si può spacciare questo risultato chirurgico per complicanza… comunque il II intervento, che doveva rimediare al risultato non adeguato del I ha sortito un risultato non pari all’aspettativa perché le protesi hanno subito una rotazione ulteriore anche se, col tempo, il risultato estetico ha subito un miglioramento… gli interventi in oggetto non implicavano la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà “.

Ad un’operazione malriuscita si è accompagnata anche una negligenza e superficialità nella stesura dei documenti sanitari, non solo del diario operatorio del I e soprattutto del II intervento, ma anche delle cartelle cliniche, ove è stato omesso l’esame obiettivo delle regioni mammarie e l’esplicitazione delle ragioni che giustificavano il secondo ricovero: “riguardo al rispetto delle regole tecniche è difficile rispondere perché il diario operatorio soprattutto del II intervento è decisamente confuso e frammentario: vengono descritte varie manovre chirurgiche senza specificare i motivi e gli scopi”.

In proposito, sussiste integralmente tanto la colpa del medico, quanto il nesso causale tra condotta del chirurgo e danno a carico della paziente, senza che esso venga attenuato da una condotta post -operatoria non conforme da parte della X, così come paventato dalle convenute e dalle terze chiamate.

Da un lato, infatti, non sono emersi profili di concorso nella causazione del danno , dall’altro lato, l’incompletezza delle cartelle cliniche ha reso impossibile l’accertamento delle manovre chirurgiche eseguite dallo stesso medico, la cui condotta è comunque idonea a provocare il pregiudizio.

Sotto tale aspetto, occorre chiarire che la paziente non può essere pregiudicata a cagione di una condotta frettolosa ed approssimativa compiuta dal sanitario, dapprima per l’esecuzione inesatta dell’operazione in sé poi, per la seconda volta, per le difficoltà a sostenere in giudizio la domanda risarcito ria sotto il profilo probatorio , a seguito della superficialità nella re dazione dei documenti sanitari (cfr. Cass., sez. 3, sent. 21.11.17, n. 27561; sent. 31.3.16, n.6209).

La chiarezza del contenuto della cartella clinica, la possibilità di risalire alle attività eseguite, l’accuratezza e la completezza dei dati e delle informazioni, sono obblighi che, se violati, determinano la configurazione di un difetto di diligenza rispetto alla previsione generale di cui all’art. 1176, co. 2°, c.c. e, quindi, costituiscono un inesatto adempimento della corrispondente prestazione professionale.

3.3 Pertanto, sono responsabili, ai sensi degli artt. 1218 e 1176 il Y ed anche Beta, in forza del contratto pattuito tra detta struttura e la paziente e tra quest’ultima ed il medico chirurgo (v. contratti in atti) , in ogni caso, l’addebito nei confronti della società fallita si fonderebbe an che sull’art. 1228, c.c. (all.ti 1 – 6 in fasc. attore).

Ugualmente Milanese Ass. risponde dei danni derivati alla paziente per l’insuccesso dell’intervento, a prescindere dal fatto che il medico non fosse un suo dipendente e che tale società avesse soltanto concesso in godimento macchinari e attrezzature .

Premesso, infatti, che l’individuazione del luogo di cura costituisce parte fondamentale del contenuto del contratto stipulato tra paziente e professionista, nel senso che ciascun medico opera esclusivamente presso determinate cliniche e che, a sua volta, ciascuna casa di cura accetta solo i pazienti curati da determinati medici : “se è vero che la natura pacificamente contrattuale del rapporto che si instaura tra paziente, da un lato, e casa di cura privata o ente ospedaliero, dall’altro (confr. Cass. civ., sez. un. 1° luglio 2002, n. 9556; Cass. n. 14 giugno 2007, n. 13953), comporta che la struttura risponde, ex art. 1218 cod. civ., non solo dell’inadempimento delle obbligazioni su di essa tout court incombenti , ma, ai sensi dell’art. 1228 cod. civ., anche dell’inadempimento della prestazione medico -professionale svolta dal sanitario, quale ausiliario necessario dell’organizzazione aziendale, e ciò pur in assenza di un rapporto di lavoro subordinato o parasubordinato con lo stesso; il medico, a sua volta, in virtù della medesima norma, quale debitore della prestazione chirurgica e/o terapeutica promessa, è responsabile dell’operato dei ter zi della cui attività si avvale” (Cass., sez. 3, sent. 26.6.12, n. 10616).

  1. Una volta affermata la responsabilità dei convenuti nei termini di cui sopra, è necessario procedere alla quantificazione del danno.

L’errore del medico ha comportato alla X un danno che si traduce in un’invalidità permanente nella misura del 6%, nonché in un periodo di inabilità temporanea assoluta di giorni 7, di inabilità temporanea al 75 % di giorni 8, al 50% di giorni 15 ed al 25% di giorni 15 .

Tale danno – da tempo riconosciuto dalla giurisprudenza di merito e di legittimità – è inteso come menomazione dell’integrità psico-fisica della persona in sé e per sé considerata, riconducibile di conseguenza a tutte le funzioni naturali afferenti al soggetto danneggiato ed aventi rilevanza non solo economica, ma anche biologica e relazionale. Al danno biologico va quindi riconosciuta portata tendenzialmente onnicomprensiva, poiché la valutazione medico -legale standard ha ad oggetto il danno biologico sia nel suo aspetto statico, quale danno fisiologico, sia nei suoi aspetti dinamico -relazionali medi, quale insieme di conseguenze negative prodotte, mediamente, dalla lesione nella vita quotidiana delle vittime. La valutazione medico -legale, dunque, considera il danno biologico sia sotto il profilo anatomo-funzionale, sia tenendo conto della compromissione della possibilità di espletare gli atti ordinari del vivere quotidiano nelle sue varie sfere.

L’art. 3, comma 3° , del d.l. 158/2012 conv. con modifiche nella legge 189/2012 prevede che: “Il danno biologico conseguente all’attività dell’esercente della professione sanitaria è risarcito sulla base delle tabelle di cui agli articoli 138 e 139 del decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209, eventualmente integrate con la procedura di cui al comma 1 del predetto articolo 138 e sulla base dei criteri di cui ai citati articoli, per tener conto delle fattispecie da esse non previste, afferenti all’attività di cui al presente articolo “.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Ordinario di Forlì

– Prima Sezione Civile –

nella persona del giudice dr. Emanuele Picci, ha pronunciato la seguente

S E N T E N Z A

nel procedimento civile iscritto al n. 624 del ruolo generale dell’anno 2014 ;

promosso da

X ,

– attore –

contro

Y , 

 TRIBUNALE BOLOGNA AFFIDO FIGLI SEPARAZIONE IMOLA BAZZANO SAN PIETRO IN CASALE MALALBERGO

TRIBUNALE BOLOGNA AFFIDO FIGLI SEPARAZIONE IMOLA BAZZANO SAN PIETRO IN CASALE MALALBERGO

– convenuto –

contro

ALFA SRL , ora fallita,

– convenuto –

contro

BETA SRL 

– convenuto –

contro

MILANESE ASSICURAZIONI SPA , 

– terzo chiamato 

contro

AM Trust LIMITED 

– terzo chiamato 

Conclusioni 

Motivi della decisione

  1. Si omette l’esposizione dell’oggetto del processo, non più richiesta dalla formulazione dell’art. 132 , c.p.c. (introdotta dall’art. 45, co. 17°, l. n. 69/09 ed immediatamente applicabile ai giudizi di primo grado pendenti al 4.7.2009, data di entrata in vigore della legge stessa, in forza dell’ art. 58, co.2° ).

X , desiderando migliorare l’aspetto del proprio seno, si rivolse alla società Alfa che le indicò il dott. Y, il quale la visitò presso il poliambulatorio Beta di Forlì consigliandole un intervento di “mastopessi bilaterale e contestuale inserzione di protesi mammarie definitive “.

In data 17.5.10, firmò un modello di consenso informato e venne ricoverata in regime day hospital presso il poliambulatorio Beta Forlì, venne quindi operata dal dott. Y e poi dimessa alle ore 20:25 del medesimo giorno (I intervento).

Dopo circa 15 giorni, si accorse di perdita di materiale ematico dalle ferite chirurgiche della mammella sinistra e contattò i sanitari che la tranquillizzarono ; successivamente il 21.6.10, nel corso di un ulteriore controllo, il dott. Y le applicò un punto di sutura al seno sinistro e la paziente fece anche notare ai sanitari la presenza di mammelle asimmetriche e di capezzoli posti in alto rispetto al normale.

Nonostante la sutura, dopo un paio di settimane, la paziente si accorse nuovamente che usciva liquido dal seno sinistro e, una volta contattato il medesimo centro clinico, venne dapprima visitata il 17.9.10 e poi ricoverata in data 8.10.10 presso il medesimo poliambulatorio Beta in regime day hospital per la revisione chirurgica del primo intervento (II intervento).

  1. Ciò chiarito in punto di fatto, occorre, a questo punto, analizzare le questioni processuali.

Va rammentato che, con provvedimento reso all’udienza del 20.1.16, veniva dichiarata l’interruzione del processo ex art.43, co.3°, l.f., stante l’intervenuta dichiarazione di fallimento della società convenuta Alfa srl nei confronti della quale, non costituendosi a seguito della riassunzione, veniva emessa la declaratoria di contumacia.

2.1. Relativamente a tale aspetto, in astratto resterebbero ferme le domande proposte dalla parte che, in precedenza costituita, non rinnova il proprio atto di costituzione in seguito alla riassunzione del processo interrotto (cfr. Cass., sez. 3, sent. 30.9.08, n. 24331); in concreto però, risulta che, avendo l’attrice promosso il giudizio nelle forme del rito sommario di cognizione ex art. 702, bis, c.p.c. ed avendo il giudice conseguentemente assegnato ai convenuti 10 giorni prima per la loro costituzione ex art. 702 bis , co. 4°, c.p.c., la costituzione della convenuta ALFA effettuata direttamente all’udienza del 3.7.14 è da assumere come tempestiva, ad eccezione delle difese che, ampliando l’oggetto del giudizio ed essendo sottratte al potere di rilievo d’ufficio, comportano per le restanti parti la necessaria predisposizione di una conseguente attività difensiva.

Va, pertanto, condivisa l’eccezione formulata dalla difesa attorea nella prima memoria emendativa (p. 2, I mem. ex art. 183, co.6°, n. 1, c.p.c.), con la conseguenza che è inammissibile l’eccezione di incompetenza per territorio, peraltro, non esaminabile poiché articolata senza la contestazione di tutti i fori eventualmente concorrenti. La difesa di Alfa ha, infatti, affermato la qualifica soggettiva di consumatore attribuita alla paziente con conseguente applicabilità del cd. foro esclusivo della di lei residenza, ossia Ravenna oppure, stante l’art. 11 del contratto, la competenza del foro convenzionale indicato in Milano. In realtà, la formulazione dell’eccezione d’incompetenza territoriale, ai fini della sua stessa ammissibilità, avrebbe dovuto essere svolta contestando tutti i fori concorrenti, oltre i fori speciali ai sensi dell’art.20, c.p.c., anche quelli generali di cui all’art.18, c.p.c.

Del pari non condivisibile è l’eccezione di nullità per indeterminatezza dell’oggetto formulata sempre dalla convenuta ALFA, essendo evidente che la X ha chiesto l’accertamento del danno subito a cagione di due interventi chirurgici, inoltre, avendo la detta società svolto le sue difese in modo puntuale, il raggiungimento dello scopo dell’atto ipoteticamente nullo, ne impedisce comunque una pronuncia di invalidità dello stesso .

2.2. Venendo all’eccezione di nullità della domanda trasversale formulata da AM TRUST nei confronti di Y, premessa la pretestuosità della contestazione relativa ad un errore di collazione dell’atto, giova evidenziare che quest’ultimo era già costituito in giudizio e comunque, a fronte di tale domanda, lo stesso ha poi svolto domanda di manleva, anche sotto tale profilo, nei confronti dell’assicurazione dimostrando così la piena consapevolezza dell’addebito rivoltogli (v. p. 2, costituzione del 7.5.15).

  1. Nell’esaminare il merito della controversia , vanno condivise le risultanze cui è pervenuto il c.t.u., dott. Carlo Maraldi, poiché coerenti intrinsecamente ed immuni da vizi logici e giuridici.

3.1. Limitatamente alla responsabilità medica connessa alla carenza di una preventiva informazione circa le ricadute pregiudizievoli non prevedibili, l’ausiliario ha verificato che il modulo è: “assolutamente generico, insignificante, privo di qualsiasi valore, non compare alcun riferimento all’intervento che stava per essere effettuato, manca qualsiasi indicazione e informazione specifiche e quando compaiono i quadratini relativi ad acconsento o non acconsento, no n è barrato nessuno dei 2 quadratini;

dalla cartella clinica del II ricovero non si ricavano quali siano state le motivazioni che abbiano indotto al 2° intervento ” (pp. 10 e 11).

Ciò nonostante, non vi sono elementi per affermare che, qualora la paziente avesse ricevuto indicazioni maggiormente esaustive circa il percorso terapeutico, avrebbe rinunciato all’intervento estetico oppure avrebbe trascorso con minori sofferenze il periodo successivo tra il primo intervento ( 17.5.10 ) e l’esecuzione dell’intervento di mastectomia a seguito della comparsa di un carcinoma – quest’ultimo effettuato il 24.7.15 definitivamente risolutivo dell’aspetto estetico -.

Risulta, al contrario, che la stessa non avrebbe rifiutato la prestazione estetica richiesta, come evincibile dalla duplice circostanza che si è recata per la seconda volta dal Y dimostrandogli fiducia e che ha sostanzialmente tollerato il risultato estetico nel periodo intercorso tra il 2010 ed 2015.

3.2. La condotta chirurgica, invece, mostra errori nell’esecuzione riconducibili al danno subito dalla paziente: “l’osservazione delle foto eseguite dopo il I intervento induce a concludere con alta probabilità che le protesi avessero subito una rotazione su sé stesse per l’errata preparazione della tasca di alloggiamento troppo larga… ci troviamo di fronte ad un errore chirurgico non grave, ma sempre errore, quindi imperizia (non si può spacciare questo risultato chirurgico per complicanza… comunque il II intervento, che doveva rimediare al risultato non adeguato del I ha sortito un risultato non pari all’aspettativa perché le protesi hanno subito una rotazione ulteriore anche se, col tempo, il risultato estetico ha subito un miglioramento… gli interventi in oggetto non implicavano la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà “.

Ad un’operazione malriuscita si è accompagnata anche una negligenza e superficialità nella stesura dei documenti sanitari, non solo del diario operatorio del I e soprattutto del II intervento, ma anche delle cartelle cliniche, ove è stato omesso l’esame obiettivo delle regioni mammarie e l’esplicitazione delle ragioni che giustificavano il secondo ricovero: “riguardo al rispetto delle regole tecniche è difficile rispondere perché il diario operatorio soprattutto del II intervento è decisamente confuso e frammentario: vengono descritte varie manovre chirurgiche senza specificare i motivi e gli scopi”.

In proposito, sussiste integralmente tanto la colpa del medico, quanto il nesso causale tra condotta del chirurgo e danno a carico della paziente, senza che esso venga attenuato da una condotta post -operatoria non conforme da parte della X, così come paventato dalle convenute e dalle terze chiamate.

Da un lato, infatti, non sono emersi profili di concorso nella causazione del danno , dall’altro lato, l’incompletezza delle cartelle cliniche ha reso impossibile l’accertamento delle manovre chirurgiche eseguite dallo stesso medico, la cui condotta è comunque idonea a provocare il pregiudizio.

Sotto tale aspetto, occorre chiarire che la paziente non può essere pregiudicata a cagione di una condotta frettolosa ed approssimativa compiuta dal sanitario, dapprima per l’esecuzione inesatta dell’operazione in sé poi, per la seconda volta, per le difficoltà a sostenere in giudizio la domanda risarcito ria sotto il profilo probatorio , a seguito della superficialità nella re dazione dei documenti sanitari (cfr. Cass., sez. 3, sent. 21.11.17, n. 27561; sent. 31.3.16, n.6209).

La chiarezza del contenuto della cartella clinica, la possibilità di risalire alle attività eseguite, l’accuratezza e la completezza dei dati e delle informazioni, sono obblighi che, se violati, determinano la configurazione di un difetto di diligenza rispetto alla previsione generale di cui all’art. 1176, co. 2°, c.c. e, quindi, costituiscono un inesatto adempimento della corrispondente prestazione professionale.

3.3 Pertanto, sono responsabili, ai sensi degli artt. 1218 e 1176 il Y ed anche Beta, in forza del contratto pattuito tra detta struttura e la paziente e tra quest’ultima ed il medico chirurgo (v. contratti in atti) , in ogni caso, l’addebito nei confronti della società fallita si fonderebbe an che sull’art. 1228, c.c. (all.ti 1 – 6 in fasc. attore).

Ugualmente Milanese Ass. risponde dei danni derivati alla paziente per l’insuccesso dell’intervento, a prescindere dal fatto che il medico non fosse un suo dipendente e che tale società avesse soltanto concesso in godimento macchinari e attrezzature .

Premesso, infatti, che l’individuazione del luogo di cura costituisce parte fondamentale del contenuto del contratto stipulato tra paziente e professionista, nel senso che ciascun medico opera esclusivamente presso determinate cliniche e che, a sua volta, ciascuna casa di cura accetta solo i pazienti curati da determinati medici : “se è vero che la natura pacificamente contrattuale del rapporto che si instaura tra paziente, da un lato, e casa di cura privata o ente ospedaliero, dall’altro (confr. Cass. civ., sez. un. 1° luglio 2002, n. 9556; Cass. n. 14 giugno 2007, n. 13953), comporta che la struttura risponde, ex art. 1218 cod. civ., non solo dell’inadempimento delle obbligazioni su di essa tout court incombenti , ma, ai sensi dell’art. 1228 cod. civ., anche dell’inadempimento della prestazione medico -professionale svolta dal sanitario, quale ausiliario necessario dell’organizzazione aziendale, e ciò pur in assenza di un rapporto di lavoro subordinato o parasubordinato con lo stesso; il medico, a sua volta, in virtù della medesima norma, quale debitore della prestazione chirurgica e/o terapeutica promessa, è responsabile dell’operato dei ter zi della cui attività si avvale” (Cass., sez. 3, sent. 26.6.12, n. 10616).

  1. Una volta affermata la responsabilità dei convenuti nei termini di cui sopra, è necessario procedere alla quantificazione del danno.

L’errore del medico ha comportato alla X un danno che si traduce in un’invalidità permanente nella misura del 6%, nonché in un periodo di inabilità temporanea assoluta di giorni 7, di inabilità temporanea al 75 % di giorni 8, al 50% di giorni 15 ed al 25% di giorni 15 .

Tale danno – da tempo riconosciuto dalla giurisprudenza di merito e di legittimità – è inteso come menomazione dell’integrità psico-fisica della persona in sé e per sé considerata, riconducibile di conseguenza a tutte le funzioni naturali afferenti al soggetto danneggiato ed aventi rilevanza non solo economica, ma anche biologica e relazionale. Al danno biologico va quindi riconosciuta portata tendenzialmente onnicomprensiva, poiché la valutazione medico -legale standard ha ad oggetto il danno biologico sia nel suo aspetto statico, quale danno fisiologico, sia nei suoi aspetti dinamico -relazionali medi, quale insieme di conseguenze negative prodotte, mediamente, dalla lesione nella vita quotidiana delle vittime. La valutazione medico -legale, dunque, considera il danno biologico sia sotto il profilo anatomo-funzionale, sia tenendo conto della compromissione della possibilità di espletare gli atti ordinari del vivere quotidiano nelle sue varie sfere.

L’art. 3, comma 3° , del d.l. 158/2012 conv. con modifiche nella legge 189/2012 prevede che: “Il danno biologico conseguente all’attività dell’esercente della professione sanitaria è risarcito sulla base delle tabelle di cui agli articoli 138 e 139 del decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209, eventualmente integrate con la procedura di cui al comma 1 del predetto articolo 138 e sulla base dei criteri di cui ai citati articoli, per tener conto delle fattispecie da esse non previste, afferenti all’attività di cui al presente articolo “.

Il richiamo agli artt. 138 e 139 d.lgs. 209/2005 introduce un criterio normativo per la liquidazione del pregiudizio non patrimoniale, ma non incide sul concetto di danno alla salute. Si tratta pertanto di una disposizione che non ha riflessi sostanziali, non essendo finalizzata a definire il concetto di danno biologico, ma a introdurre solo uno strumento ulteriore a disposizione del giudice per la liquidazione concreta del danno alla salute.

Ai fini della concreta liquidazione del danno biologico, trattandosi di lesione di lieve entità, appare quindi necessario fare riferimento all’art. 139 d.lgs. 205/2005 ed alle tabelle approvate da ultimo aggiornate con d.m. 17.7.17, pubblicato su G.U., serie gen. n.196 del 23.8.17.

La valutazione della sofferenza deve poi essere presa in considerazione dal giudice in sede di liquidazione, attraverso un’adeguata personalizzazione del danno. Ciò può avvenire attraverso vari sistemi: aumentando il valore del punto -base previsto nelle tabelle per la liquidazione del biologico; aumentando l’importo liquidato a titolo di danno biologico; mediante una valutazione equitativa del tutto svincolata dal biologico.

Il riconoscimento del carattere onnicomprensivo del danno non patrimoniale alla persona, del resto, non può andare a scapito dell’integralità del risarcimento e, pertanto, occorre valutare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato dalla parte, individuando le ripercussioni effettivamente subite e provvedendo alla loro integrale riparazione. Anche se per effetto dell’entrata in vigore della legge 189/2012 sopra richiamata anche nella materia della responsabilità sanitaria occorre liquidare i danni di lieve entità secondo le previsioni dell’art. 139 d.lgs. 205/2005 e delle relative tabelle ministeriali, si deve comunque riconoscere il risarcimento del danno in modo completo, tenendo conto di tutti i pregiudizi effettivamente riportati in termini di sofferenza e disagio esistenziale (cfr. Cass., sez. 3° , 18.2.2010, n. 3906).

L’integrità della persona non può del resto essere valutata in termini solo fisici, ma comprende anche la sfera psichica, emotiva e relazionale, la cui sofferenza non è sempre obiettivamente misurabile. Parimenti il cd. danno biologico, quello morale e quello dinamico-relazionale non sono sempre conseguenza indefettibile della lesione dei diritti della persona, occorrendo valutare caso per caso, nel rispetto del principio dell’integralità del risarcimento, se il danno non patrimoniale presenti o meno tutti questi aspetti.

L’assenza del danno biologico, non esclude quindi la configurabilità del danno morale soggettivo e di quello dinamico relazionale (cfr. Cass., sez. III, 14.1.2014 , n. 531).

Analogamente è ben possibile che i pregiudizi cd. morali o alla vita di relazione siano più gravi rispetto alla compromissione dell’integrità fisica e che, conseguentemente, siano liquidati in misura maggiore.

In ossequio ai principi di diritto richiamati, occorre procedere alla traduzione in termini monetari del danno alla persona subito da X diverso dalla lesione all’integrità fisica. Al riguardo occorre considerare, in un’ottica di equa e integrale riparazione del danno subito, che l’errore dei medici ha costretto X a subire diverse settimane di sofferenza fisica, un intervento chirurgico riparatore (peraltro , solo in parte risolutivo) ed il relativo periodo di inabilità temporanea e, soprattutto, a sopportare il disagio psicologico derivante dall’incertezza circa il risultato estetico. Si deve , dunque , ritenere che nella fattispecie vi sia effettivamente stata una concreta sofferenza soggettiva che va equitativamente liquidata in EUR 5.000,00, all’attualità.

Il danno non patrimoniale è dunque liquidato nel complessivo importo di EUR 26.637,10 .

Costituendo l’obbligazione da risarcimento del danno un debito di valore, la stessa è sottratta al principio nominalistico proprio delle obbligazioni pecuniarie. Nella liquidazione del danno la giurisprudenza prevalente riconosce anche il danno da ritardo nella prestazione e tale importo è liquidato in via sostanzialmente equitativa attraverso il riconoscimento al danneggiato di una ulteriore voce che correntemente è definita come “interessi compensativi” (altri li definiscono “moratori”, ma ai fini della presente valutazione le differenze terminologiche sono indifferenti). Tali interessi sono calcolati dalla data del momento generativo della obbligazione risarcitoria sino al momento della liquidazione. Gli interessi vanno liquidati al tasso nella misura legale che, in base alla normativa vigente, è variato in relazione alle dinamiche dei tassi correnti sul mercato, sia un parametro di riferimento adeguato per determinare il danno da ritardo della prestazione risarcitoria. Tali interessi vanno calcolati non sulle somme integralmente rivalutate (il che condurrebbe ad una duplicazione delle voci risarcitorie, come affermato nella nota sentenza Sezioni Unite del 17.2.1995, n. 1712), ma sulla somma via via rivalutata con periodicità annuale (Cass. 20.6.1990, n. 6209, soluzione accolta, in genere, con riferimento alle esigenze di semplificazione dei calcoli). In tal caso il calcolo della rivalutazione è fatto anno per anno alla data convenzionale del 31 dicembre ed in quella data sono computati gli interessi che, poi, sono improduttivi di ulteriori interessi e non sono capitalizzati in alcun modo.

Ai fini della determinazione dell’ammontare complessivo del risarcimento, la somma riconosciuta a titolo di danno non patrimoniale (determinata all’attualità) va devalutata alla data del fatto. L’importo di EUR 26.637,10 riconosciuto ad X diviene, per effetto della citata devalutazione, EUR 24.550,32. Su tale importo vanno applicati la rivalutazione monetaria e gli interessi legali sulla somma via via rivalutata fino alla data della presente sentenza, ottenendosi la somma totale di EUR 28.878,30 .

  1. Esaminando le domande svolte in garanzia dai convenuti Y e Milanese Ass., occorre precisare che : a) le due domande di manleva svolte dal Y, quanto alla prima nei confronti di Milanese Ass., va escluso che l’obbligazione di restituzione del compenso percepito sia coperta dall’assicurazione professionale, sicché detta compagnia risponde nei limiti del danno sofferto dalla paziente, ossia per EUR 17.447,30; quanto alla seconda rivolta dal medico verso AmTrust, la relativa polizza non copre la responsabilità professionale di un sanitario non dipendente della struttura Milanese Ass., né può sostenersi, come suggerito dalla difesa del convenuto Y, che i l contratto di assicurazione sia un contratto a favore di terzi, non solo perché non vi è alcuna menzione in contratto, la cui formulazione depone esattamente in senso contrario, ma anche perché, per effetto della riferita ed inesistente pattuizione, la titolarità del diritto ad essere manlevato spetterebbe al terzo (Y) escludendo automaticamente l’assicurato (Milanese Ass.) venendo a sovvertire la stessa causa del contratto originario ; b) relativamente alla porzione di responsabilità gravante su Milanese Ass. garantita da AmTrust, in forza dell’assicurazione della responsabilità civile verso terzi e prestatori d’opera n°ITPMM1000479 , si conferma l’operatività della stessa poiché l’intervento, nonostante sia stato eseguito materialmente da un chirurgo non dipendente del centro, risulta comunque effettuato in regime di equipe con il coinvolgimento di medici impiegati all’interno della struttura sanitaria (anestesisti, medici incaricati della dimissione, ect.), come desumibile dalle apposizioni di timbri riferibili al centro e di sottoscrizioni da parte del direttore sanitario e degli altri medici coinvolti (all. 11 in fasc. attore e ss.).
  2. Alla luce delle considerazioni espresse, vanno condannati a pagare la somma di EUR 28.878,30 , per i rispettivi titoli ma secondo i limiti seguenti : a) Y per EUR 11.431,00, avendo in parte accolto la domanda in garanzia per EUR 17.447,30 , quest’ultimo importo da porre a carico di Milanese Ass.; b) ALFA srl ed AmTrust per l’intera somma di EUR 28 .878 ,30. Per entrambe le posizioni vanno poi aggiunti gli interessi legali dalla data di pubblicazione della presente sentenza fino al saldo.
  3. Venendo al contegno tenuto da Y, Milanese Ass. ed AmTrust circa la proposta conciliativa ex art. 185 bis, c.p.c. , già formulata con ordinanza del 24.11.16 se, da un lato, non può sostenersi che sussista a carico delle parti l’obbligo di accogliere la stessa, dall’altro, occorre che le parti medesime diano conto delle proprie posizioni rispetto al contenuto della proposta e dell’impegno dalle stesse profuso per tentare di addivenire alla conciliazione.

D’altronde, il fatto stesso che il codice di rito preveda la possibilità che il Giudice formuli la proposta implica che non è consentito alle parti non prenderla in alcuna considerazione.

Le parti hanno, infatti, l’obbligo di prendere in esame con attenzione e diligenza la proposta del Giudice, e di fare quanto in loro potere per aprire ed intraprendere su di essa un dialogo, una discussione fruttuosa, e, in caso di non raggiunto accordo, di fare emergere a verbale dell’udienza di verifica, in modo leale, la rispettiva posizione al riguardo non potendo insistere genericamente sulle medesime posizioni originarie (cfr. Trib. Roma , sez. XIII, 29.5.14, n.14521).

Ne consegue che il diniego non motivato, al pari dell’irragionevole ed ingiustificato rifiuto della proposta conciliativa di matrice giudiziale – soprattutto quando l’esito del giudizio ha confermato la bontà della proposta (considerando che la formulazione di essa presuppone a monte l’analisi delle singole posizioni) -, può condurre a ritenere sussistente una responsabilità aggravata a carico della parte soccombente escludendo ogni possibilità futura di ristoro del danno da irragionevole durata.

Pertanto, la carente esplicitazione da parte di Y, Milanese Ass. e d AmTrust delle ragioni alla base dei loro rispettivi rifiuti giustifica l’ulteriore condanna , in solido, al pagamento ex art.96, co.3° c.p.c. in favore dell’attrice, dell’importo di EUR 2.000,00.

  1. Le spese seguono la soccombenza e, conseguentemente, vanno regolate nel modo seguente: a) l’attrice ha diritto alla ripetizione nei confronti di tutte le restanti parti; b) nei rapporti tra Y ed Assicuratrice Milanese, le stesse vanno compensate stante la reciproca soccombenza; c) tra Milanese ed AmTrust, stante l’integrale accoglimento della domanda in garanzia, la compagnia è tenuta a rifondere per intero le spese verso l’assicurato; mentre con riguardo alla domanda trasversale svolta da Y verso AmTrust, sarà il primo a ripetere esborsi e compensi in ragione del rigetto della relativa richiesta di manleva.

La liquidazione delle spese è compiuta sulla base dei parametri previsti dal D.M. 10.3.2014, n. 55 in base, ai sensi dell’art. 5 del d.m. cit., della somma concretamente attribuita alla parte vincitrice , sia pe r la fase a cognizione piena, sia per il cautelare in corso di causa. Tra le anticipazioni possono essere riconosciute le spese documentate dall’attrice pari ad EUR 3.587,60 precisando che l e spese relative alla ctu medico -legale – già liquidate in corso di causa – sono definitivamente attribuite solidalmente tra convenuti e terzi chiamati avendo essi dato causa all’espletamento della stessa .

Forlì 16/05/2018

(omissis)

Pubblicazione il 16/05/2018