MORTE DEL BAMBINO , DANNO DA PARTO, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO DANNI, MALASANITA’.avvocato studio legale bologna esperto danni malasanita’

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MORTE DEL BAMBINO , DANNO DA PARTO, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO DANNI, MALASANITA’

MORTE DEL BAMBINO ,   DANNO DA PARTO, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO DANNI, MALASANITA’.avvocato studio legale bologna esperto danni malasanita’

TROPPI NEONATI MUOIONO ANCORA NEL PARTO E LA COLPA DI CHI E’ ?

MORTE DEL NASCITURO,

DANNO DA PARTO,

COLPA MEDICA, RISARCIMENTO DANNI

 

MORTE DEL BAMBINO , DANNO DA PARTO, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO DANNI, MALASANITA' VOLTO QUADRO BELLO
MORTE DEL BAMBINO , DANNO DA PARTO, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO DANNI, MALASANITA’

 

 

IL FATTO

Con la impugnata la Corte di appello di Napoli ha confermato quella di primo grado che aveva dichiarato P.N. , nella qualità di medico ginecologo della partoriente R.M., responsabile del delitto di omicidio colposo (art. 589 c.p.) in danno della neonata L.E., deceduta il (omissis) per danni cerebrali conseguenti ad una asfissia intrapartum, verificatasi il (omissis).

Al sanitario è stato addebitato che pur in presenza di tracciati cardiotocografici significativi di concreto rischio per il benessere del feto, non operava un costante monitoraggio della accertata situazione di preallarme né predisponeva ed eseguiva un intervento di parto cesareo che, se operato, avrebbe evitato l’asfissia intrapartum ed il conseguente decesso della bambina.

La scelta terapeutica operata dal P. si sarebbe rivelata fatale atteso che procedendo al parto naturale la nascitura avrebbe sofferto una grave asfissia che le avrebbe cagionato una tetra paresi spastica e poi la morte.

La R. era stata ricoverata in ospedale nella serata del (omissis) . Secondo la lettura dei dati fornita dai giudici di merito, conforme a quella dei consulenti della parte civile, fondate su linee guida di un organismo scientifico di fama internazionale, già i tracciati cardiotocografici delle 22,30 (dal quale erano rilevabili contrazioni ogni dieci minuti di forte intensità ogni 100 secondi) e delle ore 5,35 rendevano evidente la necessità di sottoporre la partoriente ad un continuo controllo con cardiotocografia mentre il tracciato delle ore 7 doveva ritenersi chiaramente patologico, emergendo una riduzione di variabilità basale prolungata e la comparsa di decelerazioni tardive, che i consulenti della parte civile definivano “patterns cardiotocografici”, associati ad un rapido sviluppo di ipossia fetale con acidosi.

Tale situazione imponeva, in presenza del tracciato delle ore 7, e della circostanza che la gravidanza era a rischio, trattandosi di donna di 38 anni primipara, la immediata predisposizione del parto cesareo, considerato altresì che la dilatazione uterina era ferma a 4/5 cm. La nascita della bambina avveniva, invece, per parto naturale alle ore 7,55, del 7 agosto, con evidenti segni di asfissia intrapartum (indice di Apgar pari a 2, brachicardia, assenza di respiro spontaneo, ipotonia generalizzata ed una gravissima acidosi metabolica desumibile dalle tre somministrazioni di bicarbonato di sodio avvenute presso il reparto di terapia intensiva dell’ospedale di (…), ove la bambina era trasferita poco dopo la nascita e dal quale veniva dimessa due mesi più tardi con diagnosi di encefalopatia anossica ischemica; nel corso del ricovero presso l’ospedale (omissis) veniva ulteriormente rilevato un quadro di tetraparesi spastica, tra le paralisi cerebrali più frequentemente correlate ad una asfissia acuta intrapartum).



LA DECISIONE

MORTE DEL BAMBINO , DANNO DA PARTO, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO DANNI, MALASANITA' BELLA BOLOGNA 8
MORTE DEL BAMBINO , DANNO DA PARTO, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO DANNI, MALASANITA’

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rigettato.

A tal riguardo, giova premettere i limiti del controllo di legittimità quando ci si trova di fronte a una doppia sentenza di condanna e quando la doglianza (travisamento della prova, carenza di motivazione) è caratterizzato dalla diversa lettura delle relazioni peritali in atti.

Ebbene, in tema di ricorso per cassazione, quando ci si trova dinanzi ad una “doppia conforme” e cioè ad una doppia conforme decisione (di condanna), le sentenze di primo e secondo grado vanno apprezzate nel loro complesso, onde valutarne la conformità al diritto ed alla logica, sì da poterne considerare la tenuta in sede di legittimità.

Parimenti, va ricordato che, in tema di ricorso per cassazione, alla luce della rinnovata formulazione dell’articolo 606, comma 1, lettera e), c.p.p., come modificato dalla legge 20 febbraio 2006 n. 46, è ora sindacabile il vizio di “travisamento della prova”, che si ha quando nella motivazione si fa uso di un dato di conoscenza considerato determinante, ma non desumibile dagli atti del processo, o quando si omette la valutazione di un elemento di prova decisivo sullo specifico tema o punto in trattazione. Tale vizio può essere fatto valere, però, solo nell’ipotesi in cui l’impugnata decisione abbia riformato quella di primo grado, ma non nel caso in cui la sentenza di appello abbia confermato l’anteriore decisione (cosiddetta “doppia conforme”), posto in questo caso il limite posto dal principio devolutivo, che non può essere valicato, con coeva intangibilità della valutazione di merito del risultato probatorio, se non nell’ipotesi in cui il giudice di appello abbia individuato – per superare le censure mosse al provvedimento di primo grado – atti o fonti conoscitive mai prima presi in esame, ossia non esaminati dal primo giudice (Sezione 6, 10 maggio 2007, Contrada).

È quindi tenendo conto di queste premesse che vanno esaminati i motivi di ricorso, specie allorquando siano sviluppati sulla logicità degli argomenti spesi in motivazione a supporto della con divisibilità o no dei diversi apporti scienti scientifici di rilievo ai fini della ricostruzione del fatto e delle possibili responsabilità.

A tal riguardo, è indiscutibile che, in virtù del principio del libero convincimento del giudice e di insussistenza di una prova legale o di una graduazione delle prove, il giudice ha la possibilità di scegliere, fra le varie tesi prospettate da differenti periti di ufficio e consulenti di parte, quella che ritiene condivisibile, purché dia conto, con motivazione accurata ed approfondita delle ragioni del suo dissenso o della scelta operata e dimostri di essersi soffermato sulle tesi che ha ritenuto di disattendere e confuti in modo specifico le deduzioni contrarie delle parti, sicché, ove una simile valutazione sia stata effettuata in maniera congrua in sede di merito, è inibito al giudice di legittimità di procedere ad una differente valutazione, poiché si è in presenza di un accertamento in fatto come tale insindacabile dalla Corte di cassazione, se non entro i limiti del vizio motivazionale (Sezione 4, 20 aprile 2010, Bonsignore).

E in questa prospettiva è altrettanto indiscutibile che non possa essere questa Corte ad interloquire sulla maggiore o minore attendibilità scientifica degli apporti scientifici esaminati dal giudice.

la Corte di cassazione non è giudice del sapere scientifico, giacché non detiene proprie conoscenze privilegiate: essa, in vero, è solo chiamata a valutare la correttezza metodologica dell’approccio del giudice di merito al sapere tecnico-scientifico, che riguarda la preliminare, indispensabile verifica critica in ordine alla affidabilità delle informazioni che vengono utilizzate ai fini della spiegazione del fatto.

Ed allora, come anticipato, il giudice di legittimità è e rimane pur sempre giudice della correttezza della motivazione e, quindi, (solo) del modo con cui una determinata affermazione scientifica è veicolata a supporto della decisione.

Non spetta alla Corte esprimersi a favore dell’una o dell’altra tesi (la Corte, infatti, non ha la competenza o la qualificazione per stabilire se la legge scientifica utilizzata sia affidabile o no, mentre può e deve limitare il proprio vaglio alla spiegazione razionale fornita in proposito dal giudice: in termini, Sezione 4, 30 settembre 2008, parte civile Rizza ed altri in proc. Codega ed altri; Sezione 4, 17 settembre 2010, Cozzini ed altri). Ma spetta al giudice di merito fornire una spiegazione convincente che sia in grado di reggere – qui nell’ottica dell’al di là di ogni ragionevole dubbio ai fini della condanna – il vaglio della logicità e della persuasività. Vaglio che si risolve, per quanto evidenziato, in termini negativi.

E proprio facendo applicazione di questi principi che è immediatamente apprezzabile la non manifesta illogicità della sentenza, che ha proceduto ad un’attenta disamina comparativa tra i diversi apporti medico-legali (di cui non può qui esprimersi la condivisibilità o no: ovvero la preferenza dell’uno rispetto agli altri),aderendo ad una delle tesi scientifiche (qui, principalmente a quella prospettata dai consulenti della parte civile), senza eludere le tematiche specifiche che le altre tesi pur ponevano non arbitrariamente: in particolare, la questione della rilevanza fenomenica dei diversi tracciati tocografici e della rilevanza di questi e di ciascuna di essi ai fini e per gli effetti dell’indicazione di una sofferenza del feto e, quindi, della scelta inderogabile ed indilazionabile di eseguire il parto cesareo nonché la questione della sussistenza di un’acidosi metabolica, rilevante, in ipotesi, per sostenere la tesi dell’asfissia intra partum.

Rispetto a queste decisive questioni, i giudici hanno saputo fornire una congrua e motivata ragione della scelta ed hanno dimostrato di essersi soffermato sulla tesi che hanno creduto di non dover seguire.

Basta rilevare, con riferimento alla questione del mancato monitoraggio tocografico e della rilevanza degli esiti dei tracciati ai fini della prova della condizione di sofferenza del feto, che il giudice di appello ha approfondito i profili di colpa addebitabili al sanitario, evidenziando non soltanto le conclusioni dal consulente del pubblico ministero e di quelli della parte civile, che hanno definito patologico il tracciato delle ore 7- essendo state rilevate decelerazioni anomale del battito fetale- ma anche quelle dei periti di ufficio e degli stessi consulenti dell’imputato, i quali hanno definito, per gli stessi motivi, tale tracciato non rassicurante.

Non è, pertanto, manifestamente illogica la motivazione laddove i giudici di merito affermano che la condizione della paziente, già trentottenne alla prima gravidanza e con indotta stimolazione farmacologica del travaglio, avrebbe dovuto indurre il sanitario ad un monitoraggio continuo delle condizioni del feto onde valutare l’opportunità di un taglio cesareo, ancora possibile in quanto la donna presentava una dilatazione del collo uterino di appena cinque centimetri, così evitando al feto l’ulteriore stress correlato al parto naturale, avvenuto circa un’ora dopo.

Basta rilevare, ancora, con riferimento alla questione della sussistenza dell’acidosi metabolica, rilevante per sostenere la tesi dell’asfissia intrapartum, che i giudici di merito non hanno eluso una propria pertinente motivazione per disattendere la tesi fatta propria non solo dal consulente della difesa ma anche dai periti di ufficio, i quali avevano espresso il convincimento che fosse dubbia la presenza dell’acidosi metabolica e ciò avevano prospettato evidenziando la circostanza temporale che l’emogasanalisi era stata effettuata in tempi successivi.

Il giudice di appello ha recepito la tesi opposta ed richiamato anche la sentenza di primo grado, laddove il giudicante aveva evidenziato che, anche se non confermata dalle analisi, in quanto non eseguite nella prima ora di vita della neonata, detta acidosi metabolica era sicuramente deducibile dalla circostanza che alla bambina erano state somministrate tre dosi di bicarbonato di calcio, terapia utilizzata proprio in quei casi in cui il neonato presenti tale complicanza, certamente ricollegabile ad una ipossia da travaglio. In tal senso deponevano, del resto, come evidenziato nella sentenza, gli altri sintomi presenti nella bambina al momento della nascita: un indice di Apgar pari a 2, bradicardia, assenza di respiro spontaneo, ipotonia generalizzata, tutti elementi ulteriormente significativi della asfissia verificatasi al momento della nascita. Ed è anche di rilievo la considerazione svolta da entrambi i giudici di merito secondo la quale alcuna indagine strumentale eseguita nell’arco dei nove mesi aveva rivelato la presenza di malattie genetiche.

Alla luce di tali considerazioni non è, pertanto, elusivo il richiamo alla “posizione di garanzia” della vita della madre e della bambina rivestita dal sanitario- che aveva seguito la R. per tutta la gravidanza e si era impegnato con lei a seguirne il parto-, collegata dai giudici di merito alla positiva dimostrazione della colpa in cui lo stesso era incorso, omettendo di sottoporre la paziente ad un costante monitoraggio e di predisporre ed eseguire l’intervento di parto cesareo che, se eseguito, con elevato grado di credibilità razionale avrebbe evitato l’asfissia ed il conseguente decesso della bambina.

Anche l’ultimo motivo, con il quale si lamenta che i giudici di merito, nel valutare la presenza di un errore diagnostico, non avevano tenuto conto delle linee guida afferenti i criteri di scelta tra il parto naturale ed il taglio cesareo, dettate con la deliberazione della Regione Campania n. 118 del 2 febbraio 2005, è infondato.

Sul punto va, in via preliminare, osservato che, contrariamente a quanto sostenuto in ricorso, nel caso in esame il profilo di colpa accertato a carico del sanitario non è fondato su di un errore colpevole nella formulazione della diagnosi né sulla imperizia dimostrata dallo stesso. Come sopra evidenziato, la responsabilità dell’imputato è stata, invece, individuata nella violazione del dovere di diligenza che gli imponeva di svolgere la sua attività secondo il suo modello di agente e nel rispetto delle regole di prudenza, la cui violazione ha determinato le premesse dell’evento letale. Non può, pertanto, essere utilmente evocata l’applicazione delle linee guida che riguardano e contengono solo regole di perizia e non afferiscono ai profili di negligenza e di imprudenza.

Né, trattandosi di colpa per negligenza ed imprudenza, può trovare applicazione il novum normativo di cui all’art. 3 della legge n. 189 del 2012, che limita la responsabilità in caso di colpa lieve.

La citata disposizione obbliga, infatti, a distinguere fra colpa lieve e colpa grave, solo limitatamente ai casi nei quali si faccia questione di essersi attenuti a linee guida e solo limitatamente a questi casi viene forzata la nota chiusura della giurisprudenza che non distingue fra colpa lieve e grave nell’accertamento della colpa penale.

Tale norma non può, invece, involgere ipotesi di colpa per negligenza o imprudenza, perché, come sopra sottolineato, le linee guida contengono solo regole di perizia.

Va, comunque, precisato, in via generale, che le linee guida per avere rilevanza nell’accertamento della responsabilità del medico devono indicare standard diagnostico terapeutici conformi alla regole dettate dalla migliore scienza medica a garanzia della salute del paziente e (come detto) non devono essere ispirate ad esclusive logiche di economicità della gestione, sotto il profilo del contenimento delle spese, in contrasto con le esigenze di cura del paziente (va ovviamente precisato che anche le aziende sanitarie devono, a maggior ragione in un contesto di difficoltà economica, ispirare il proprio agire anche al contenimento dei costi ed al miglioramento dei conti, ma tali scelte non possono in alcun modo interferire con la cura del paziente: l’efficienza di bilancio può e deve essere perseguita sempre garantendo il miglior livello di cura, con la conseguenza del dovere del sanitario di disattendere indicazioni stringenti dal punto di vista economico che si risolvano in un pregiudizio per il paziente).

Solo nel caso di linee guida conformi alle regole della migliore scienza medica sarà poi possibile utilizzarle come parametro per l’accertamento dei profili di colpa ravvisabili nella condotta del medico ed attraverso le indicazioni dalle stesse fornite sarà possibile per il giudicante – anche, se necessario, attraverso l’ausilio di consulenze rivolte a verificare eventuali particolarità specifiche del caso concreto, che avrebbero potuto imporre o consigliare un percorso diagnostico-terapeutico alternativo – individuare eventuali condotte censurabili (v. sulla natura delle linee guida e sulla loro rilevanza nelle scelte terapeutiche del medico e nella valutazione del giudice, Sez. 4, 11 luglio 2012, n. 35922, Ingrassia).

Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali ed alla rifusione delle spese di questo giudizio in favore delle costituite parti civili, liquidate come in dispositivo.

 

 

A112MALASANITA' 

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE IV PENALE

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  1. Poiché sono state concesse le attenuanti generiche, il termine massimo di prescrizione, pari a sette anni e mezzo (v. 157, comma 1 e 161, comma 2, c.p.), sarebbe in astratto decorso il 6 luglio 2011. Bisogna però tener conto, al riguardo, dei periodi di sospensione della prescrizione.

 

 

  1. 
Nel corso del giudizio di primo grado, nel caso in esame, vi è stato il rinvio dal 5 luglio 2007 al 10 dicembre 2007 per sciopero avvocati (5 mesi e 5 giorni); nel corso del giudizio di secondo grado all’udienza del 18 gennaio 2011 è stata formulata dal difensore dell’imputato istanza di rinvio per motivi personali e l’udienza è stata rinviata al 18 marzo 2011 (2 mesi); vi è stato poi il rinvio dal 18 marzo 2011 al 25 ottobre 2011 per sciopero avvocati (per complessivi 7 mesi e 7 giorni) ed infine all’udienza del 25 ottobre 201 le stata formulata nuova istanza di rinvio da parte del difensore, così che l’udienza è stata rinviata alla data del 2 dicembre 2011 (1 mese e 7 giorni).

 

 

  1. Ne consegue che alla data della pronuncia di questa sentenza la prescrizione non si era ancora maturata, in quanto il periodi di sospensione della prescrizione (complessivamente 1 anno, 3 mesi e 19 giorni), va sommato al termine di legge (7 anni e mezzo), così la data di prescrizione è stata correttamente calcolata al 25 ottobre 2012, data in cui era intervenuta una ulteriore causa di sospensione della prescrizione giacché all’udienza del 23 ottobre, alla quale era stata inizialmente fissata l’udienza dinanzi a questa Corte, il difensore dell’imputato ha fatto pervenire istanza di adesione allo sciopero degli avvocati, con il conseguente rinvio alla data odierna, in assenza di opposizione delle altre parti.

 

  1. 
Ciò premesso, il ricorso, comune ad entrambe le parti, è infondato e va rigettato.

 

 

  1. 
A tal riguardo, giova premettere i limiti del controllo di legittimità quando ci si trova di fronte a una doppia sentenza di condanna e quando la doglianza (travisamento della prova, carenza di motivazione) è caratterizzato dalla diversa lettura delle relazioni peritali in atti.

 

 

  1. 
Ebbene, in tema di ricorso per cassazione, quando ci si trova dinanzi ad una “doppia conforme” e cioè ad una doppia conforme decisione (di condanna), le sentenze di primo e secondo grado vanno apprezzate nel loro complesso, onde valutarne la conformità al diritto ed alla logica, sì da poterne considerare la tenuta in sede di legittimità.

 

 

  1. Parimenti, va ricordato che, in tema di ricorso per cassazione, alla luce della rinnovata formulazione dell’articolo 606, comma 1, lettera e), c.p.p., come modificato dalla legge 20 febbraio 2006 n. 46, è ora sindacabile il vizio di “travisamento della prova”, che si ha quando nella motivazione si fa uso di un dato di conoscenza considerato determinante, ma non desumibile dagli atti del processo, o quando si omette la valutazione di un elemento di prova decisivo sullo specifico tema o punto in trattazione.

 

 

  1. Tale vizio può essere fatto valere, però, solo nell’ipotesi in cui l’impugnata decisione abbia riformato quella di primo grado, ma non nel caso in cui la sentenza di appello abbia confermato l’anteriore decisione (cosiddetta “doppia conforme”), posto in questo caso il limite posto dal principio devolutivo, che non può essere valicato, con coeva intangibilità della valutazione di merito del risultato probatorio, se non nell’ipotesi in cui il giudice di appello abbia individuato – per superare le censure mosse al provvedimento di primo grado – atti o fonti conoscitive mai prima presi in esame, ossia non esaminati dal primo giudice (Sezione 6, 10 maggio 2007, Contrada).

 

  1. 
È quindi tenendo conto di queste premesse che vanno esaminati i motivi di ricorso, specie allorquando siano sviluppati sulla logicità degli argomenti spesi in motivazione a supporto della con divisibilità o no dei diversi apporti scienti scientifici di rilievo ai fini della ricostruzione del fatto e delle possibili responsabilità.

 

 

  1. 
A tal riguardo, è indiscutibile che, in virtù del principio del libero convincimento del giudice e di insussistenza di una prova legale o di una graduazione delle prove, il giudice ha la possibilità di scegliere, fra le varie tesi prospettate da differenti periti di ufficio e consulenti di parte, quella che ritiene condivisibile, purché dia conto, con motivazione accurata ed approfondita delle ragioni del suo dissenso o della scelta operata e dimostri di essersi soffermato sulle tesi che ha ritenuto di disattendere e confuti in modo specifico le deduzioni contrarie delle parti, sicché, ove una simile valutazione sia stata effettuata in maniera congrua in sede di merito, è inibito al giudice di legittimità di procedere ad una differente valutazione, poiché si è in presenza di un accertamento in fatto come tale insindacabile dalla Corte di cassazione, se non entro i limiti del vizio motivazionale (Sezione 4, 20 aprile 2010, Bonsignore).

 

 

  1. E in questa prospettiva è altrettanto indiscutibile che non possa essere questa Corte ad interloquire sulla maggiore o minore attendibilità scientifica degli apporti scientifici esaminati dal giudice.

la Corte di cassazione non è giudice del sapere scientifico, giacché non detiene proprie conoscenze privilegiate: essa, in vero, è solo chiamata a valutare la correttezza metodologica dell’approccio del giudice di merito al sapere tecnico-scientifico, che riguarda la preliminare, indispensabile verifica critica in ordine alla affidabilità delle informazioni che vengono utilizzate ai fini della spiegazione del fatto.

 

  1. Ed allora, come anticipato, il giudice di legittimità è e rimane pur sempre giudice della correttezza della motivazione e, quindi, (solo) del modo con cui una determinata affermazione scientifica è veicolata a supporto della decisione.

 

 

  1. 
Non spetta alla Corte esprimersi a favore dell’una o dell’altra tesi (la Corte, infatti, non ha la competenza o la qualificazione per stabilire se la legge scientifica utilizzata sia affidabile o no, mentre può e deve limitare il proprio vaglio alla spiegazione razionale fornita in proposito dal giudice: in termini, Sezione 4, 30 settembre 2008, parte civile Rizza ed altri in proc. Codega ed altri; Sezione 4, 17 settembre 2010, Cozzini ed altri).

 

 

  1. Ma spetta al giudice di merito fornire una spiegazione convincente che sia in grado di reggere – qui nell’ottica dell’al di là di ogni ragionevole dubbio ai fini della condanna – il vaglio della logicità e della persuasività. Vaglio che si risolve, per quanto evidenziato, in termini negativi.

 

 

  1. E proprio facendo applicazione di questi principi che è immediatamente apprezzabile la non manifesta illogicità della sentenza, che ha proceduto ad un’attenta disamina comparativa tra i diversi apporti medico-legali (di cui non può qui esprimersi la condivisibilità o no: ovvero la preferenza dell’uno rispetto agli altri),aderendo ad una delle tesi scientifiche (qui, principalmente a quella prospettata dai consulenti della parte civile), senza eludere le tematiche specifiche che le altre tesi pur ponevano non arbitrariamente: in particolare, la questione della rilevanza fenomenica dei diversi tracciati tocografici e della rilevanza di questi e di ciascuna di essi ai fini e per gli effetti dell’indicazione di una sofferenza del feto e, quindi, della scelta inderogabile ed indilazionabile di eseguire il parto cesareo nonché la questione della sussistenza di un’acidosi metabolica, rilevante, in ipotesi, per sostenere la tesi dell’asfissia intra partum.

 

 

  1. Rispetto a queste decisive questioni, i giudici hanno saputo fornire una congrua e motivata ragione della scelta ed hanno dimostrato di essersi soffermato sulla tesi che hanno creduto di non dover seguire.

 

  1. Basta rilevare, con riferimento alla questione del mancato monitoraggio tocografico e della rilevanza degli esiti dei tracciati ai fini della prova della condizione di sofferenza del feto, che il giudice di appello ha approfondito i profili di colpa addebitabili al sanitario, evidenziando non soltanto le conclusioni dal consulente del pubblico ministero e di quelli della parte civile, che hanno definito patologico il tracciato delle ore 7- essendo state rilevate decelerazioni anomale del battito fetale- ma anche quelle dei periti di ufficio e degli stessi consulenti dell’imputato, i quali hanno definito, per gli stessi motivi, tale tracciato non rassicurante.

Non è, pertanto, manifestamente illogica la motivazione laddove i giudici di merito affermano che la condizione della paziente, già trentottenne alla prima gravidanza e con indotta stimolazione farmacologica del travaglio, avrebbe dovuto indurre il sanitario ad un monitoraggio continuo delle condizioni del feto onde valutare l’opportunità di un taglio cesareo, ancora possibile in quanto la donna presentava una dilatazione del collo uterino di appena cinque centimetri, così evitando al feto l’ulteriore stress correlato al parto naturale, avvenuto circa un’ora dopo.

 

 

  1. Basta rilevare, ancora, con riferimento alla questione della sussistenza dell’acidosi metabolica, rilevante per sostenere la tesi dell’asfissia intrapartum, che i giudici di merito non hanno eluso una propria pertinente motivazione per disattendere la tesi fatta propria non solo dal consulente della difesa ma anche dai periti di ufficio, i quali avevano espresso il convincimento che fosse dubbia la presenza dell’acidosi metabolica e ciò avevano prospettato evidenziando la circostanza temporale che l’emogasanalisi era stata effettuata in tempi successivi.

 

 

  1. Il giudice di appello ha recepito la tesi opposta ed richiamato anche la sentenza di primo grado, laddove il giudicante aveva evidenziato che, anche se non confermata dalle analisi, in quanto non eseguite nella prima ora di vita della neonata, detta acidosi metabolica era sicuramente deducibile dalla circostanza che alla bambina erano state somministrate tre dosi di bicarbonato di calcio, terapia utilizzata proprio in quei casi in cui il neonato presenti tale complicanza, certamente ricollegabile ad una ipossia da travaglio. In tal senso deponevano, del resto, come evidenziato nella sentenza, gli altri sintomi presenti nella bambina al momento della nascita: un indice di Apgar pari a 2, bradicardia, assenza di respiro spontaneo, ipotonia generalizzata, tutti elementi ulteriormente significativi della asfissia verificatasi al momento della nascita. Ed è anche di rilievo la considerazione svolta da entrambi i giudici di merito secondo la quale alcuna indagine strumentale eseguita nell’arco dei nove mesi aveva rivelato la presenza di malattie genetiche.

 

 

  1. 
Alla luce di tali considerazioni non è, pertanto, elusivo il richiamo alla “posizione di garanzia” della vita della madre e della bambina rivestita dal sanitario- che aveva seguito la R. per tutta la gravidanza e si era impegnato con lei a seguirne il parto-, collegata dai giudici di merito alla positiva dimostrazione della colpa in cui lo stesso era incorso, omettendo di sottoporre la paziente ad un costante monitoraggio e di predisporre ed eseguire l’intervento di parto cesareo che, se eseguito, con elevato grado di credibilità razionale avrebbe evitato l’asfissia ed il conseguente decesso della bambina.

 

  1. Anche l’ultimo motivo, con il quale si lamenta che i giudici di merito, nel valutare la presenza di un errore diagnostico, non avevano tenuto conto delle linee guida afferenti i criteri di scelta tra il parto naturale ed il taglio cesareo, dettate con la deliberazione della Regione Campania n. 118 del 2 febbraio 2005, è infondato.

 

 

  1. 
Sul punto va, in via preliminare, osservato che, contrariamente a quanto sostenuto in ricorso, nel caso in esame il profilo di colpa accertato a carico del sanitario non è fondato su di un errore colpevole nella formulazione della diagnosi né sulla imperizia dimostrata dallo stesso.

 

 

  1. Come sopra evidenziato, la responsabilità dell’imputato è stata, invece, individuata nella violazione del dovere di diligenza che gli imponeva di svolgere la sua attività secondo il suo modello di agente e nel rispetto delle regole di prudenza, la cui violazione ha determinato le premesse dell’evento letale.

 

 

  1. Non può, pertanto, essere utilmente evocata l’applicazione delle linee guida che riguardano e contengono solo regole di perizia e non afferiscono ai profili di negligenza e di imprudenza.
  2. 
Né, trattandosi di colpa per negligenza ed imprudenza, può trovare applicazione il novum normativo di cui all’art. 3 della legge n. 189 del 2012, che limita la responsabilità in caso di colpa lieve.

 

 

  1. La citata disposizione obbliga, infatti, a distinguere fra colpa lieve e colpa grave, solo limitatamente ai casi nei quali si faccia questione di essersi attenuti a linee guida e solo limitatamente a questi casi viene forzata la nota chiusura della giurisprudenza che non distingue fra colpa lieve e grave nell’accertamento della colpa penale.

 

  1. Tale norma non può, invece, involgere ipotesi di colpa per negligenza o imprudenza, perché, come sopra sottolineato, le linee guida contengono solo regole di perizia.

 

  1. Va, comunque, precisato, in via generale, che le linee guida per avere rilevanza nell’accertamento della responsabilità del medico devono indicare standard diagnostico terapeutici conformi alla regole dettate dalla migliore scienza medica a garanzia della salute del paziente e (come detto) non devono essere ispirate ad esclusive logiche di economicità della gestione, sotto il profilo del contenimento delle spese, in contrasto con le esigenze di cura del paziente (va ovviamente precisato che anche le aziende sanitarie devono, a maggior ragione in un contesto di difficoltà economica, ispirare il proprio agire anche al contenimento dei costi ed al miglioramento dei conti, ma tali scelte non possono in alcun modo interferire con la cura del paziente: l’efficienza di bilancio può e deve essere perseguita sempre garantendo il miglior livello di cura, con la conseguenza del dovere del sanitario di disattendere indicazioni stringenti dal punto di vista economico che si risolvano in un pregiudizio per il paziente).

 

 

  1. Solo nel caso di linee guida conformi alle regole della migliore scienza medica sarà poi possibile utilizzarle come parametro per l’accertamento dei profili di colpa ravvisabili nella condotta del medico ed attraverso le indicazioni dalle stesse fornite sarà possibile per il giudicante – anche, se necessario, attraverso l’ausilio di consulenze rivolte a verificare eventuali particolarità specifiche del caso concreto, che avrebbero potuto imporre o consigliare un percorso diagnostico-terapeutico alternativo – individuare eventuali condotte censurabili (v. sulla natura delle linee guida e sulla loro rilevanza nelle scelte terapeutiche del medico e nella valutazione del giudice, Sez. 4, 11 luglio 2012, n. 35922, Ingrassia).

Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali ed alla rifusione delle spese di questo giudizio in favore delle costituite parti civili, liquidate come in dispositivo.

Sentenza 24 gennaio – 11 marzo 2013, n. 11493

(Presidente Marzano – Relatore Piccialli)

Ritenuto in fatto

Con la impugnata la Corte di appello di Napoli ha confermato quella di primo grado che aveva dichiarato P.N. , nella qualità di medico ginecologo della partoriente R.M., responsabile del delitto di omicidio colposo (art. 589 c.p.) in danno della neonata L.E., deceduta il (omissis) per danni cerebrali conseguenti ad una asfissia intrapartum, verificatasi il (omissis).

Al sanitario è stato addebitato che pur in presenza di tracciati cardiotocografici significativi di concreto rischio per il benessere del feto, non operava un costante monitoraggio della accertata situazione di preallarme né predisponeva ed eseguiva un intervento di parto cesareo che, se operato, avrebbe evitato l’asfissia intrapartum ed il conseguente decesso della bambina.

La scelta terapeutica operata dal P. si sarebbe rivelata fatale atteso che procedendo al parto naturale la nascitura avrebbe sofferto una grave asfissia che le avrebbe cagionato una tetra paresi spastica e poi la morte.

La R. era stata ricoverata in ospedale nella serata del (omissis) . Secondo la lettura dei dati fornita dai giudici di merito, conforme a quella dei consulenti della parte civile, fondate su linee guida di un organismo scientifico di fama internazionale, già i tracciati cardiotocografici delle 22,30 (dal quale erano rilevabili contrazioni ogni dieci minuti di forte intensità ogni 100 secondi) e delle ore 5,35 rendevano evidente la necessità di sottoporre la partoriente ad un continuo controllo con cardiotocografia mentre il tracciato delle ore 7 doveva ritenersi chiaramente patologico, emergendo una riduzione di variabilità basale prolungata e la comparsa di decelerazioni tardive, che i consulenti della parte civile definivano “patterns cardiotocografici”, associati ad un rapido sviluppo di ipossia fetale con acidosi.

Tale situazione imponeva, in presenza del tracciato delle ore 7, e della circostanza che la gravidanza era a rischio, trattandosi di donna di 38 anni primipara, la immediata predisposizione del parto cesareo, considerato altresì che la dilatazione uterina era ferma a 4/5 cm. La nascita della bambina avveniva, invece, per parto naturale alle ore 7,55, del 7 agosto, con evidenti segni di asfissia intrapartum (indice di Apgar pari a 2, brachicardia, assenza di respiro spontaneo, ipotonia generalizzata ed una gravissima acidosi metabolica desumibile dalle tre somministrazioni di bicarbonato di sodio avvenute presso il reparto di terapia intensiva dell’ospedale di (…), ove la bambina era trasferita poco dopo la nascita e dal quale veniva dimessa due mesi più tardi con diagnosi di encefalopatia anossica ischemica; nel corso del ricovero presso l’ospedale (omissis) veniva ulteriormente rilevato un quadro di tetraparesi spastica, tra le paralisi cerebrali più frequentemente correlate ad una asfissia acuta intrapartum).

I giudici di appello, confermavano, pertanto la vantazione del primo giudice, aderente alle conclusioni del consulente della parte civile, secondo il quale dalle indagini strumentali alle quali era stata sottoposta la bambina era rimasto accertato che il danno cerebrale si era verificato nel corso del parto e non durante la gestazione (ciò era dimostrato, in particolare, dal fatto che le prime indagini non avevano evidenziato subito una lesività in fase evolutiva avanzata a carico della corteccia cerebrale).

La Corte di appello prendeva anche in considerazione, disattendendole, le parziali diverse conclusioni dei consulenti della difesa, secondo i quali non era possibile escludere altre cause del danno cerebrale riportato dalla bambina in quanto l’asfissia perinatale può ritenersi dimostrata solo ove concorrano quattro condizioni: una acidosi metabolica comprovata da prelievi di sangue, mancanti nel caso di specie; un inizio precoce di encefalopatia neonatale, non dimostrata strumentalmente; una paralisi cerebrale di tipo spastico o discenetico, mentre nel caso di specie in alcuni momenti alla spasticità si era alternata una ipotonia tale da indurre a ritenere che vi fosse tetra paresi flaccida e non spastica, compatibile con un’asfissia antepartum; esclusione di altre patologie, che potevano non essere state rilevate dall’amniocentesi. Sui tracciati cardiotocografici i medesimi consulenti osservavano che solo quello delle ore 7 poteva definirsi non patologico.

I periti di ufficio affermavano, invece, che non poteva ritenersi con certezza che l’asfissia fosse insorta durante il parto piuttosto che nelle ultime settimane di gravidanza.

Ciò premesso, quanto alla colpa, i giudici di appello affermavano che essa era da rinvenirsi nel fatto che il sanitario, pur avendo indotto il travaglio con prostaglandine, aveva affidato la partoriente ad una ostetrica e, sebbene richiamato più volte a causa dei fortissimi dolori avvertiti dalla R. appena un’ora dopo la somministrazione del farmaco, era ritornato in clinica solo verso le ore cinque, omettendo un costante monitoraggio della R. Anche dal tracciato delle ore 7 – definito poco rassicurante dai consulenti dello stesso imputato – erano rilevabili anomalie del battito fetale che avrebbero imposto di valutare l’opportunità di un parto cesareo invece di attendere il parto spontaneo, verificatosi circa un’ora dopo con conseguente asfissia perinatale della quale sussistevano secondo i giudici tutti i fattori rivelatori (l’acidosi metabolica grave, comprovata dalla circostanza che alla bambina vennero somministrate tre dosi di bicarbonato di calcio e la diagnosi finale di tetraparesi spastica, indicativa di una origine intrapartum della asfissia). Le indagini strumentali non avevano, invece, rivelato alcun elemento sul quale fondare la diagnosi di tetra paresi flaccida formulata dai consulenti della difesa. La stessa ingravescenza del danno cerebrale era dimostrativa secondo la sentenza che il danno cerebrale era insorto nel corso del parto né le indagini strumentali eseguite nell’arco dei nove mesi avevano rilevato la presenza di malattie genetiche. Il rilievo della condotta omissiva veniva dai giudici di merito ricollegato all’argomentazione del consulente della parte civile,non contrastata dagli altri medici, secondo la quale è sufficiente un tempo di dieci minuti intercorrente tra la comparsa dell’anomalia cardiotocografica e l’intervento ostetrico perché si produca, in presenza di ischemia e ipossia fetale, un danno neurologico irreversibile.

Avverso la predetta decisione propongono ricorso per cassazione l’imputato e la Clinica (…), nella qualità di responsabile civile, articolando sostanzialmente gli stessi motivi.

Con il primo motivo lamentano il vizio di motivazione, sotto il profilo del travisamento della prova, sul rilievo che entrambi i giudici di merito avevano omesso di valutare i rilievi formulati sia dai periti nominati dal giudice sia dai consulenti di parte sulla ipotesi scientifica prospettata dall’accusa.

Si sostiene che il primo dato probatorio oggetto di travisamento è quello afferente l’apprezzabilità di un asfissia intrapartum attraverso i tracciati cardiotocografici, dei quali era stata fornita una lettura conforme a quella dei consulenti della parte civile, discordante da quella dei periti e dei consulenti della difesa. Sul punto, premesso che il tracciato cardiotocografico non è strumento idoneo a rilevare un’asfissia intrapartum. si lamenta che la Corte di merito aveva omesso di valutare la tesi prospettata dal CTU, secondo la quale l’unico tracciato negativo “patologico” era quello delle ore 7 e dei consulenti della difesa che avevano definito “poco rassicurante” ma non “patologico” quello delle ore 7, concludendo che non vi era stata alcuna avvisaglia di sofferenza fetale (anche dalla rottura delle acque era fuoriuscito liquido di colore chiaro, dato evidente del benessere del nascituro).

Ulteriore elemento di contraddittorietà della motivazione viene rinvenuto con riferimento alla patologia causa della morte. La Corte di merito, aderendo alla ricostruzione del primo giudice, aveva apoditticamente concluso che la morte della neonata si era verificata a causa di un’asfissia post partum produttiva di una tetra paresi spastica individuando quali indicatori della asfissia elementi asseritamente equivoci.

Tra questi la triplice somministrazione di bicarbonato era privo di pregio in quanto rientrante nelle ordinarie pratiche di rianimazione che la neonata aveva dovuto subire. Inoltre i giudici di appello, aderendo alla impostazione del primo giudice, non avevano preso posizione sulla questione controversa tra i periti afferente l’apprezzamento della esistenza di un’acidosi metabolica.

Si sostiene inoltre che la Corte di merito non aveva fornito risposta al rilievo che aveva evidenziato come dall’esame anatomo-patologico del cervello era risultato un danno ipossico a carico di strutture profonde, incompatibile con un’asfissia in fase di travaglio. Sotto altro profilo si deduce che la valutazione operata dai giudici di merito non aveva tenuto conto dei rischi connessi all’effettuazione del taglio cesareo evidenziati da uno dei consulenti dell’imputato.

Tale ultimo profilo viene trattato anche con il secondo motivo con il quale si deduce la violazione di legge con riferimento agli artt. 40 e 43 c.p. giacché la Corte di appello avrebbe fondato la responsabilità penale del sanitario esclusivamente sulla posizione di garanzia rivestita dal medesimo senza tenere conto dei rilievi formulati nei motivi di appello sulla impraticabilità del parto cesareo nel caso di specie, omettendo ogni valutazione sulla possibilità da parte del medico di tenere la condotta doverosa omessa e mancando di procedere ad un giudizio contro fattuale.

Con il terzo motivo, richiamando una nota opinione della dottrina sulla natura normativa della colpa generica, si lamenta che i giudici di merito, nel valutare la presenza di un errore diagnostico, non avevano tenuto conto delle linee guida afferenti i criteri di scelta tra il parto naturale ed il taglio cesareo, dettate con la deliberazione della Regione Campania n. 118 del 2 febbraio 2005, in Bollettino Ufficiale n. 20 dell’11 aprile 2005, dimostrative del fatto che l’imputato non solo non fosse incorso in alcuna violazione del dovere di diligenza ma che il suo comportamento fosse assolutamente conforme a quelle direttive.

Considerato in diritto

In via preliminare va disattesa l’eccezione di prescrizione sollevata dal difensore nell’odierna udienza.

Invero va precisato che la morte della bambina, quale conseguenza del parto, si è verificata il (omissis) , per cui l’inizio del decorso della prescrizione è da identificare in quella data, pur essendo stata la condotta posta in essere in data (omissis) . Poiché sono state concesse le attenuanti generiche, il termine massimo di prescrizione, pari a sette anni e mezzo (v. artt. 157, comma 1 e 161, comma 2, c.p.), sarebbe in astratto decorso il 6 luglio 2011. Bisogna però tener conto, al riguardo, dei periodi di sospensione della prescrizione.

Nel corso del giudizio di primo grado, nel caso in esame, vi è stato il rinvio dal 5 luglio 2007 al 10 dicembre 2007 per sciopero avvocati (5 mesi e 5 giorni); nel corso del giudizio di secondo grado all’udienza del 18 gennaio 2011 è stata formulata dal difensore dell’imputato istanza di rinvio per motivi personali e l’udienza è stata rinviata al 18 marzo 2011 (2 mesi); vi è stato poi il rinvio dal 18 marzo 2011 al 25 ottobre 2011 per sciopero avvocati (per complessivi 7 mesi e 7 giorni) ed infine all’udienza del 25 ottobre 201 le stata formulata nuova istanza di rinvio da parte del difensore, così che l’udienza è stata rinviata alla data del 2 dicembre 2011 (1 mese e 7 giorni). Ne consegue che alla data della pronuncia di questa sentenza la prescrizione non si era ancora maturata, in quanto il periodi di sospensione della prescrizione (complessivamente 1 anno, 3 mesi e 19 giorni), va sommato al termine di legge (7 anni e mezzo), così la data di prescrizione è stata correttamente calcolata al 25 ottobre 2012, data in cui era intervenuta una ulteriore causa di sospensione della prescrizione giacché all’udienza del 23 ottobre, alla quale era stata inizialmente fissata l’udienza dinanzi a questa Corte, il difensore dell’imputato ha fatto pervenire istanza di adesione allo sciopero degli avvocati, con il conseguente rinvio alla data odierna, in assenza di opposizione delle altre parti.

Ciò premesso, il ricorso, comune ad entrambe le parti, è infondato e va rigettato.

A tal riguardo, giova premettere i limiti del controllo di legittimità quando ci si trova di fronte a una doppia sentenza di condanna e quando la doglianza (travisamento della prova, carenza di motivazione) è caratterizzato dalla diversa lettura delle relazioni peritali in atti.

Ebbene, in tema di ricorso per cassazione, quando ci si trova dinanzi ad una “doppia conforme” e cioè ad una doppia conforme decisione (di condanna), le sentenze di primo e secondo grado vanno apprezzate nel loro complesso, onde valutarne la conformità al diritto ed alla logica, sì da poterne considerare la tenuta in sede di legittimità.

Parimenti, va ricordato che, in tema di ricorso per cassazione, alla luce della rinnovata formulazione dell’articolo 606, comma 1, lettera e), c.p.p., come modificato dalla legge 20 febbraio 2006 n. 46, è ora sindacabile il vizio di “travisamento della prova”, che si ha quando nella motivazione si fa uso di un dato di conoscenza considerato determinante, ma non desumibile dagli atti del processo, o quando si omette la valutazione di un elemento di prova decisivo sullo specifico tema o punto in trattazione. Tale vizio può essere fatto valere, però, solo nell’ipotesi in cui l’impugnata decisione abbia riformato quella di primo grado, ma non nel caso in cui la sentenza di appello abbia confermato l’anteriore decisione (cosiddetta “doppia conforme”), posto in questo caso il limite posto dal principio devolutivo, che non può essere valicato, con coeva intangibilità della valutazione di merito del risultato probatorio, se non nell’ipotesi in cui il giudice di appello abbia individuato – per superare le censure mosse al provvedimento di primo grado – atti o fonti conoscitive mai prima presi in esame, ossia non esaminati dal primo giudice (Sezione 6, 10 maggio 2007, Contrada).

È quindi tenendo conto di queste premesse che vanno esaminati i motivi di ricorso, specie allorquando siano sviluppati sulla logicità degli argomenti spesi in motivazione a supporto della con divisibilità o no dei diversi apporti scienti scientifici di rilievo ai fini della ricostruzione del fatto e delle possibili responsabilità.

A tal riguardo, è indiscutibile che, in virtù del principio del libero convincimento del giudice e di insussistenza di una prova legale o di una graduazione delle prove, il giudice ha la possibilità di scegliere, fra le varie tesi prospettate da differenti periti di ufficio e consulenti di parte, quella che ritiene condivisibile, purché dia conto, con motivazione accurata ed approfondita delle ragioni del suo dissenso o della scelta operata e dimostri di essersi soffermato sulle tesi che ha ritenuto di disattendere e confuti in modo specifico le deduzioni contrarie delle parti, sicché, ove una simile valutazione sia stata effettuata in maniera congrua in sede di merito, è inibito al giudice di legittimità di procedere ad una differente valutazione, poiché si è in presenza di un accertamento in fatto come tale insindacabile dalla Corte di cassazione, se non entro i limiti del vizio motivazionale (Sezione 4, 20 aprile 2010, Bonsignore).

E in questa prospettiva è altrettanto indiscutibile che non possa essere questa Corte ad interloquire sulla maggiore o minore attendibilità scientifica degli apporti scientifici esaminati dal giudice.

la Corte di cassazione non è giudice del sapere scientifico, giacché non detiene proprie conoscenze privilegiate: essa, in vero, è solo chiamata a valutare la correttezza metodologica dell’approccio del giudice di merito al sapere tecnico-scientifico, che riguarda la preliminare, indispensabile verifica critica in ordine alla affidabilità delle informazioni che vengono utilizzate ai fini della spiegazione del fatto.

Ed allora, come anticipato, il giudice di legittimità è e rimane pur sempre giudice della correttezza della motivazione e, quindi, (solo) del modo con cui una determinata affermazione scientifica è veicolata a supporto della decisione.

Non spetta alla Corte esprimersi a favore dell’una o dell’altra tesi (la Corte, infatti, non ha la competenza o la qualificazione per stabilire se la legge scientifica utilizzata sia affidabile o no, mentre può e deve limitare il proprio vaglio alla spiegazione razionale fornita in proposito dal giudice: in termini, Sezione 4, 30 settembre 2008, parte civile Rizza ed altri in proc. Codega ed altri; Sezione 4, 17 settembre 2010, Cozzini ed altri). Ma spetta al giudice di merito fornire una spiegazione convincente che sia in grado di reggere – qui nell’ottica dell’al di là di ogni ragionevole dubbio ai fini della condanna – il vaglio della logicità e della persuasività. Vaglio che si risolve, per quanto evidenziato, in termini negativi.

E proprio facendo applicazione di questi principi che è immediatamente apprezzabile la non manifesta illogicità della sentenza, che ha proceduto ad un’attenta disamina comparativa tra i diversi apporti medico-legali (di cui non può qui esprimersi la condivisibilità o no: ovvero la preferenza dell’uno rispetto agli altri),aderendo ad una delle tesi scientifiche (qui, principalmente a quella prospettata dai consulenti della parte civile), senza eludere le tematiche specifiche che le altre tesi pur ponevano non arbitrariamente: in particolare, la questione della rilevanza fenomenica dei diversi tracciati tocografici e della rilevanza di questi e di ciascuna di essi ai fini e per gli effetti dell’indicazione di una sofferenza del feto e, quindi, della scelta inderogabile ed indilazionabile di eseguire il parto cesareo nonché la questione della sussistenza di un’acidosi metabolica, rilevante, in ipotesi, per sostenere la tesi dell’asfissia intra partum.

Rispetto a queste decisive questioni, i giudici hanno saputo fornire una congrua e motivata ragione della scelta ed hanno dimostrato di essersi soffermato sulla tesi che hanno creduto di non dover seguire.

Basta rilevare, con riferimento alla questione del mancato monitoraggio tocografico e della rilevanza degli esiti dei tracciati ai fini della prova della condizione di sofferenza del feto, che il giudice di appello ha approfondito i profili di colpa addebitabili al sanitario, evidenziando non soltanto le conclusioni dal consulente del pubblico ministero e di quelli della parte civile, che hanno definito patologico il tracciato delle ore 7- essendo state rilevate decelerazioni anomale del battito fetale- ma anche quelle dei periti di ufficio e degli stessi consulenti dell’imputato, i quali hanno definito, per gli stessi motivi, tale tracciato non rassicurante.

Non è, pertanto, manifestamente illogica la motivazione laddove i giudici di merito affermano che la condizione della paziente, già trentottenne alla prima gravidanza e con indotta stimolazione farmacologica del travaglio, avrebbe dovuto indurre il sanitario ad un monitoraggio continuo delle condizioni del feto onde valutare l’opportunità di un taglio cesareo, ancora possibile in quanto la donna presentava una dilatazione del collo uterino di appena cinque centimetri, così evitando al feto l’ulteriore stress correlato al parto naturale, avvenuto circa un’ora dopo.

Basta rilevare, ancora, con riferimento alla questione della sussistenza dell’acidosi metabolica, rilevante per sostenere la tesi dell’asfissia intrapartum, che i giudici di merito non hanno eluso una propria pertinente motivazione per disattendere la tesi fatta propria non solo dal consulente della difesa ma anche dai periti di ufficio, i quali avevano espresso il convincimento che fosse dubbia la presenza dell’acidosi metabolica e ciò avevano prospettato evidenziando la circostanza temporale che l’emogasanalisi era stata effettuata in tempi successivi.

Il giudice di appello ha recepito la tesi opposta ed richiamato anche la sentenza di primo grado, laddove il giudicante aveva evidenziato che, anche se non confermata dalle analisi, in quanto non eseguite nella prima ora di vita della neonata, detta acidosi metabolica era sicuramente deducibile dalla circostanza che alla bambina erano state somministrate tre dosi di bicarbonato di calcio, terapia utilizzata proprio in quei casi in cui il neonato presenti tale complicanza, certamente ricollegabile ad una ipossia da travaglio. In tal senso deponevano, del resto, come evidenziato nella sentenza, gli altri sintomi presenti nella bambina al momento della nascita: un indice di Apgar pari a 2, bradicardia, assenza di respiro spontaneo, ipotonia generalizzata, tutti elementi ulteriormente significativi della asfissia verificatasi al momento della nascita. Ed è anche di rilievo la considerazione svolta da entrambi i giudici di merito secondo la quale alcuna indagine strumentale eseguita nell’arco dei nove mesi aveva rivelato la presenza di malattie genetiche.

Alla luce di tali considerazioni non è, pertanto, elusivo il richiamo alla “posizione di garanzia” della vita della madre e della bambina rivestita dal sanitario- che aveva seguito la R. per tutta la gravidanza e si era impegnato con lei a seguirne il parto-, collegata dai giudici di merito alla positiva dimostrazione della colpa in cui lo stesso era incorso, omettendo di sottoporre la paziente ad un costante monitoraggio e di predisporre ed eseguire l’intervento di parto cesareo che, se eseguito, con elevato grado di credibilità razionale avrebbe evitato l’asfissia ed il conseguente decesso della bambina.

Anche l’ultimo motivo, con il quale si lamenta che i giudici di merito, nel valutare la presenza di un errore diagnostico, non avevano tenuto conto delle linee guida afferenti i criteri di scelta tra il parto naturale ed il taglio cesareo, dettate con la deliberazione della Regione Campania n. 118 del 2 febbraio 2005, è infondato.

Sul punto va, in via preliminare, osservato che, contrariamente a quanto sostenuto in ricorso, nel caso in esame il profilo di colpa accertato a carico del sanitario non è fondato su di un errore colpevole nella formulazione della diagnosi né sulla imperizia dimostrata dallo stesso. Come sopra evidenziato, la responsabilità dell’imputato è stata, invece, individuata nella violazione del dovere di diligenza che gli imponeva di svolgere la sua attività secondo il suo modello di agente e nel rispetto delle regole di prudenza, la cui violazione ha determinato le premesse dell’evento letale. Non può, pertanto, essere utilmente evocata l’applicazione delle linee guida che riguardano e contengono solo regole di perizia e non afferiscono ai profili di negligenza e di imprudenza.

Né, trattandosi di colpa per negligenza ed imprudenza, può trovare applicazione il novum normativo di cui all’art. 3 della legge n. 189 del 2012, che limita la responsabilità in caso di colpa lieve.

La citata disposizione obbliga, infatti, a distinguere fra colpa lieve e colpa grave, solo limitatamente ai casi nei quali si faccia questione di essersi attenuti a linee guida e solo limitatamente a questi casi viene forzata la nota chiusura della giurisprudenza che non distingue fra colpa lieve e grave nell’accertamento della colpa penale.

Tale norma non può, invece, involgere ipotesi di colpa per negligenza o imprudenza, perché, come sopra sottolineato, le linee guida contengono solo regole di perizia.

Va, comunque, precisato, in via generale, che le linee guida per avere rilevanza nell’accertamento della responsabilità del medico devono indicare standard diagnostico terapeutici conformi alla regole dettate dalla migliore scienza medica a garanzia della salute del paziente e (come detto) non devono essere ispirate ad esclusive logiche di economicità della gestione, sotto il profilo del contenimento delle spese, in contrasto con le esigenze di cura del paziente (va ovviamente precisato che anche le aziende sanitarie devono, a maggior ragione in un contesto di difficoltà economica, ispirare il proprio agire anche al contenimento dei costi ed al miglioramento dei conti, ma tali scelte non possono in alcun modo interferire con la cura del paziente: l’efficienza di bilancio può e deve essere perseguita sempre garantendo il miglior livello di cura, con la conseguenza del dovere del sanitario di disattendere indicazioni stringenti dal punto di vista economico che si risolvano in un pregiudizio per il paziente).

Solo nel caso di linee guida conformi alle regole della migliore scienza medica sarà poi possibile utilizzarle come parametro per l’accertamento dei profili di colpa ravvisabili nella condotta del medico ed attraverso le indicazioni dalle stesse fornite sarà possibile per il giudicante – anche, se necessario, attraverso l’ausilio di consulenze rivolte a verificare eventuali particolarità specifiche del caso concreto, che avrebbero potuto imporre o consigliare un percorso diagnostico-terapeutico alternativo – individuare eventuali condotte censurabili (v. sulla natura delle linee guida e sulla loro rilevanza nelle scelte terapeutiche del medico e nella valutazione del giudice, Sez. 4, 11 luglio 2012, n. 35922, Ingrassia).

Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali ed alla rifusione delle spese di questo giudizio in favore delle costituite parti civili, liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali nonché alla rifusione in favore delle costituite parti civili delle spese di questo giudizio, che, unitariamente e complessivamente liquida in Euro 3.000,00, oltre I.V.A. e C.P.A. nelle misure di legge.

 

A113MALASANITA'

 

Originally posted 2014-12-19 12:47:58.

malasanita’DANNO RESPONSABILITA’ MEDICA PER IMPRUDENZA E NEGLIGENZA MAI esclusa nemmeno da interventi di particolare difficoltà

RESPONSABILITA’ MEDICA

PER IMPRUDENZA E NEGLIGENZA MAI

esclusa nemmeno da interventi di

particolare difficoltà

 

FOTO VOLTO QUADRO BELLO 

La limitazione di responsabilità professionale del medico-chirurgo ai soli

casi di dolo o colpa grave, ai sensi dell’art. 2236 c.c., attiene esclusivamente alla perizia, per la soluzione di problemi tecnici di

particolare difficoltà, con esclusione dell’imprudenza e della negligenza.

 

GC1 

FATTO

 

D..M. convenne, davanti al tribunale di Bologna, l’Azienda Ospedaliera (omissis) ed i sanitari Ma.Do. , Fr..Mi. e P.S. chiedendone la

condanna al risarcimento dei danni dalla stessa subiti a causa di errata diagnosi.

Espose, a tal fine, di essere stata ricoverata presso la Clinica Chirurgica (omissis) in data (omissis) e sottoposta ad intervento di

colecistectomia effettuato dal Prof. Fr..Mi. in data (omissis).

Judge's gavel123foto dottore 3 grandeDurante l’intervento i chirurghi avevano osservato la presenza lesioni epatiche di aspetto neoplastico.

Sulla base dell’esame immediato su prelievo bioptico, effettuato presso l’Istituto di Anatomia Patologica della stesso ospedale, diretto

dal Prof. S..P. era diagnosticato un “adenocarcinoma scarsamente differenziato con aspetti a cellule ad anello con castone ed intensa

reazione desmoplastica”, diagnosi confermata dal P. in data (omissis); ragion per cui l’intervento non era portato a termine.

A seguito di tale diagnosi, con lettera di dimissioni del 24.8.1995 del Prof. Do..Ma. , direttore della I Clinica Chirurgica del policlinico

(omissis), la paziente era stata inviata al reparto di oncologia dell’Ospedale di ….

Qui era sottoposta a trattamento chemio-terapico protrattosi fino al (omissis) .

A seguito della mancata progressione della malattia e del persistere nella norma dei markers tumorali, gli oncologi dell’ospedale di …

chiedevano, il 7.2.1997, una revisione dello stesso preparato istologico esaminato nell’agosto del 1995, che conduceva, in data

20.2.1997, gli anatomopatologi dell’Istituto di Anatomia ed Istologia Patologica del Policlinico (omissis) a formulare la diversa e corretta

diagnosi di “emangioendotelioma epitelioideo”, diagnosi poi, confermata, nel successivo ottobre 1997, dallo stesso Direttore dell’Istituto

malasanita'DANNORESPONSABILITA’ MEDICA PER IMPRUDENZA E NEGLIGENZA MAI esclusa nemmeno da interventi di particolare difficoltà' MALATO
malasanita’DANNORESPONSABILITA’ MEDICA PER IMPRUDENZA E NEGLIGENZA MAI esclusa nemmeno da interventi di particolare difficoltà

Prof. P. .

All’esito dell’istruttoria svolta nel giudizio di primo grado, il tribunale, con sentenza del 30.6.2003, rigettò la domanda.

Ad eguale conclusione pervenne la Corte d’Appello che rigettò l’appello proposto dalla M. .

Quest’ultima ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi.

Resistono con controricorso il Ma. , il P. e l’Azienda Ospedaliera di Bologna – Policlinico (omissis) .

L’altro intimato non ha svolto attività difensiva.

Le parti costituite, ad eccezione del P. , hanno anche presentato memoria.

Motivi della decisione

Il ricorso è stato proposto per impugnare una sentenza pubblicata una volta entrato in vigore il D. Lgs. 15 febbraio 2006, n. 40, recante

modifiche al codice di procedura civile in materia di ricorso per cassazione; con l’applicazione, quindi, delle disposizioni dettate nello

stesso decreto al Capo I. Secondo l’art. 366-bis c.p.c. – introdotto dall’art. 6 del decreto i motivi di ricorso debbono essere formulati, a

pena di inammissibilità, nel modo lì descritto ed, in particolare, nei casi previsti dall’art. 360, n. 1), 2), 3) e 4, l’illustrazione di ciascun

motivo si deve concludere con la formulazione di un quesito di diritto, mentre, nel caso previsto dall’art. 360, primo comma, n. 5),

l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume

omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la

decisione.

Segnatamente, nel caso previsto dall’art. 360 n. 5 c.p.c., l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la

chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le

quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione; e la relativa censura deve contenere un

GRAF AVVOCATO PENALISTAimagemomento di sintesi (omologo del quesito di diritto), che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in

sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità (S.U. 1.10.2007 n. 20603; Cass. 18.7.2007 n. 16002). Il

quesito, al quale si chiede che la Corte di cassazione risponda con l’enunciazione di un corrispondente principio di diritto che risolva il

caso in esame, poi, deve essere formulato, sia per il vizio di motivazione, sia per la violazione di norme di diritto, in modo tale da

 

 

 

DECISIONE DELLA CORTE

 

  • Ed, a tal fine, afferma: “Trattandosi di errore scusabile in situazione che ai sensi dell’art. 2236 c.c. per la speciale difficoltà della
  • diagnosi, avrebbe limitato la responsabilità al caso della colpa grave, nulla può essere addebitato al prof. P. ; tantomeno può muoversi
  • rimprovero al chirurgo prof. Mi. che si comportò secondo i migliori canoni dettati dalla prudenza o dal rispetto verso la paziente subito
  • richiedendo l’analisi della biopsia nel corso dell’intervento e comportandosi come quel referto imponeva. Del tutto estraneo alla vicenda
  • è stato il prof. Ma. , cui non si poteva attribuire il dovere di ripetere quell’esame, senza un motivo valido per farlo, e che sarebbe stato
  • seriamente in colpa se non avesse riferito e consigliato al curante di far visitare la paziente a uno specialista oncologo”. Concludendo:
  • “Poco importano i rilievi sulla conseguente terapia, che comunque si giustificava come scelta di maggior prudenza. La scusabilità
  • dell’errore diagnostico impone il rigetto dell’appello”.
  • Orbene, anche tali conclusioni non possono essere condivise. La limitazione di responsabilità professionale del medico-chirurgo ai soli
  • casi di dolo o colpa grave, ai sensi dell’art. 2236 c.c., attiene esclusivamente alla perizia, per la soluzione di problemi tecnici di
  • particolare difficoltà, con esclusione dell’imprudenza e della negligenza.
  • Infatti, anche nei casi di speciale difficoltà, tale limitazione non sussiste con riferimento ai danni causati per negligenza o imprudenza,
  • dei quali il medico risponde in ogni caso (fra le varie Cass.1.3.2007 n. 4797; Cass. 19.4.2006 n. 9085; Cass. 29.7.2004 n. 14488;
  • Cass. 10.5.2000 n. 5945; Cass. 18.11.1997 n. 11440; Corte Cost. 22.11.1973, n. 166).
  1. Quanto all’onere della prova, in particolare, il paziente ha il solo onere di dedurre qualificate inadempienze, in tesi idonee a porsi comecausa o concausa del danno, restando poi a carico del debitore convenuto l’onere di dimostrare o che nessun rimprovero di scarsa
  2. diligenza o di imperizia possa essergli mosso, o che, pur essendovi stato un suo inesatto adempimento, questo non abbia avuto alcuna
  3. incidenza causale sulla produzione del danno (Cass. 9.10.2012 n. 17143; Cass. 21.7.2011 n. 15993; Cass. 8.10.2008 n. 24791).

 

 

 

  1. Inoltre, in relazione alla responsabilità del primario, vale ricordare Cass. 29.11.2010 n. 24144 che ha affermato che il primario
  2. ospedaliero, che, ai sensi dell’art. 7 del d.P.R. 27 marzo 1969, n. 128, ha la responsabilità dei malati della divisione (per i quali ha
  3. l’obbligo di definire i criteri diagnostici e terapeutici, che gli aiuti e gli assistenti devono seguire), deve avere puntuale conoscenza delle
  4. situazioni cliniche che riguardano tutti i degenti, a prescindere dalle modalità di acquisizione di tale conoscenza (con visita diretta o
  5. interpello degli altri operatori sanitari), ed è, perciò obbligato ad assumere informazioni precise sulle iniziative intraprese dagli altri
  6. medici cui il paziente sia stato affidato, indipendentemente dalla responsabilità degli stessi.

 

 

 

  1. E ciò, al fine di vigilare sulla esatta impostazione ed esecuzione delle terapie, di prevenire errori e di adottare tempestivamente i
  2. provvedimenti richiesti da eventuali emergenze.

LA SENTENZA PER ESTESO

 

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 23 gennaio – 12 marzo 2013, n. 6093

Presidente Segreto – Relatore Vivaldi

Svolgimento del processo

D..M. convenne, davanti al tribunale di Bologna, l’Azienda Ospedaliera (omissis) ed i sanitari Ma.Do. , Fr..Mi. e P.S. chiedendone la

condanna al risarcimento dei danni dalla stessa subiti a causa di errata diagnosi.

Espose, a tal fine, di essere stata ricoverata presso la Clinica Chirurgica (omissis) in data (omissis) e sottoposta ad intervento di

colecistectomia effettuato dal Prof. Fr..Mi. in data (omissis).

Durante l’intervento i chirurghi avevano osservato la presenza lesioni epatiche di aspetto neoplastico.

Sulla base dell’esame immediato su prelievo bioptico, effettuato presso l’Istituto di Anatomia Patologica della stesso ospedale, diretto

dal Prof. S..P. era diagnosticato un “adenocarcinoma scarsamente differenziato con aspetti a cellule ad anello con castone ed intensa

reazione desmoplastica”, diagnosi confermata dal P. in data (omissis); ragion per cui l’intervento non era portato a termine.

A seguito di tale diagnosi, con lettera di dimissioni del 24.8.1995 del Prof. Do..Ma. , direttore della I Clinica Chirurgica del policlinico

(omissis), la paziente era stata inviata al reparto di oncologia dell’Ospedale di ….

Qui era sottoposta a trattamento chemio-terapico protrattosi fino al (omissis) .

A seguito della mancata progressione della malattia e del persistere nella norma dei markers tumorali, gli oncologi dell’ospedale di …

chiedevano, il 7.2.1997, una revisione dello stesso preparato istologico esaminato nell’agosto del 1995, che conduceva, in data

20.2.1997, gli anatomopatologi dell’Istituto di Anatomia ed Istologia Patologica del Policlinico (omissis) a formulare la diversa e corretta

diagnosi di “emangioendotelioma epitelioideo”, diagnosi poi, confermata, nel successivo ottobre 1997, dallo stesso Direttore dell’Istituto

Prof. P. .

All’esito dell’istruttoria svolta nel giudizio di primo grado, il tribunale, con sentenza del 30.6.2003, rigettò la domanda.

Ad eguale conclusione pervenne la Corte d’Appello che rigettò l’appello proposto dalla M. .

Quest’ultima ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi.

Resistono con controricorso il Ma. , il P. e l’Azienda Ospedaliera di Bologna – Policlinico (omissis) .

L’altro intimato non ha svolto attività difensiva.

Le parti costituite, ad eccezione del P. , hanno anche presentato memoria.

Motivi della decisione

Il ricorso è stato proposto per impugnare una sentenza pubblicata una volta entrato in vigore il D. Lgs. 15 febbraio 2006, n. 40, recante

modifiche al codice di procedura civile in materia di ricorso per cassazione; con l’applicazione, quindi, delle disposizioni dettate nello

stesso decreto al Capo I. Secondo l’art. 366-bis c.p.c. – introdotto dall’art. 6 del decreto i motivi di ricorso debbono essere formulati, a

pena di inammissibilità, nel modo lì descritto ed, in particolare, nei casi previsti dall’art. 360, n. 1), 2), 3) e 4, l’illustrazione di ciascun

motivo si deve concludere con la formulazione di un quesito di diritto, mentre, nel caso previsto dall’art. 360, primo comma, n. 5),

l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume

omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la

decisione.

Segnatamente, nel caso previsto dall’art. 360 n. 5 c.p.c., l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la

chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le

quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione; e la relativa censura deve contenere un

momento di sintesi (omologo del quesito di diritto), che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in

sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità (S.U. 1.10.2007 n. 20603; Cass. 18.7.2007 n. 16002). Il

quesito, al quale si chiede che la Corte di cassazione risponda con l’enunciazione di un corrispondente principio di diritto che risolva il

caso in esame, poi, deve essere formulato, sia per il vizio di motivazione, sia per la violazione di norme di diritto, in modo tale da

collegare il vizio denunciato alla fattispecie concreta (v. S.U. 11.3.2008 n. 6420 che ha statuito l’inammissibilità – a norma dell’art. 366

bis c.p.c. – del motivo di ricorso per cassazione il cui quesito di diritto si risolva in un’enunciazione di carattere generale ed astratto,

priva di qualunque indicazione sul tipo della controversia e sulla sua riconducibilità alla fattispecie in esame, tale da non consentire

alcuna risposta utile a definire la causa nel senso voluto dal ricorrente, non potendosi desumere il quesito dal contenuto del motivo od

integrare il primo con il secondo, pena la sostanziale abrogazione del suddetto articolo).

La funzione propria del quesito di diritto – quindi – è quella di far comprendere alla Corte di legittimità, dalla lettura del solo quesito,

inteso come sintesi logico-giuridica della questione, l’errore di diritto asseritamente compiuto dal giudice di merito e quale sia, secondo

la prospettazione del ricorrente, la regola da applicare (da ultimo Cass.7.4.2009 n. 8463; v, anche S.U. ord. 27.3.2009 n. 7433).

Inoltre, l’art. 366 bis c.p.c., nel prescrivere le modalità di formulazione dei motivi del ricorso in cassazione, comporta – ai fini della

declaratoria di inammissibilità del ricorso stesso -, una diversa valutazione, da parte del giudice di legittimità, a seconda che si sia in

presenza dei motivi previsti dai numeri 1, 2, 3 e 4 dell’art. 360, primo comma, c.p.c., ovvero del motivo previsto dal numero 5 della

stessa disposizione.

Nel primo caso ciascuna censura – come già detto – deve, all’esito della sua illustrazione, tradursi in un quesito di diritto, la cui

enunciazione (e formalità espressiva) va funzionalizzata, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., all’enunciazione del principio di diritto, ovvero a

dieta giurisprudenziali su questioni di diritto di particolare importanza.

Nell’ipotesi, invece, in cui venga in rilievo il motivo di cui al n. 5 dell’art. 360 e. p.c.c. (il cui oggetto riguarda il solo iter argomentativo

della decisione impugnata), è richiesta una illustrazione che, pur libera da rigidità formali, si deve concretizzare in una esposizione

chiara e sintetica del fatto controverso (c.d. momento di sintesi) – in relazione al quale la motivazione si assume omessa o

contraddittoria – ovvero delle ragioni per le quali la dedotta insufficienza rende inidonea la motivazione a giustificare la decisione (v. da

ultimo Cass. 25.2.2009 n. 4556).

I quesiti posti rispettano i requisiti richiesti dalla norma dell’art. 366 bis c.p.c..

Con il primo motivo la ricorrente denuncia a) nullità della sentenza per lesione del contraddittorio e del correlato diritto di difesa (artt.

275 secondo comma, 352 e 101 c.p.c, artt. 3, 111 secondo comma e 24 secondo comma della Costituzione, in relazione all’art. 360 n.

4 c.p.c.); b) violazione in ogni caso degli artt. 275 terzo e quarto comma e 352 c.p.c. e dell’art. 24 secondo comma, nonché dell’art.

111 sesto comma della Costituzione, in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c..

Il motivo non è fondato.

In primo luogo, deve rilevarsi che è principio condiviso nella giurisprudenza della Corte di legittimità che l’omessa fissazione, nel

giudizio d’appello, dell’udienza di discussione orale, pur ritualmente richiesta dalla parte ai sensi dell’art. 352 c.p.c. non comporti

necessariamente la nullità della sentenza per violazione del diritto di difesa.

E ciò perché l’art. 360 n. 4, c.p.c., nel consentire la denuncia di vizi di attività del giudice che comportino la nullità della sentenza o del

procedimento, non tutela l’interesse all’astratta regolarità dell’attività giudiziaria, ma garantisce solo l’eliminazione del pregiudizio

subito dal diritto di difesa della parte in dipendenza del denunciato error in procedendo. Inoltre, avendo la discussione della causa, nel

giudizio d’appello, una funzione meramente illustrativa delle posizioni già assunte e delle tesi già svolte nei precedenti atti difensivi e,

non essendo sostitutiva delle difese scritte di cui all’art. 190 c.p.c., per configurare una lesione del diritto di difesa non basta affermare,

genericamente, che la mancata discussione ha impedito al ricorrente di esporre meglio la propria linea difensiva, ma è necessario

indicare quali siano gli specifici aspetti che la discussione avrebbe consentito di evidenziare o di approfondire, colmando lacune e

integrando gli argomenti ed i rilievi già contenuti nei precedenti atti difensivi (Cass. 5.12.2003 n. 18618).

L’applicabilità di questi principi, però, necessita di un elemento pregiudiziale, vale a dire che la richiesta di discussione orale sia rituale

ai sensi dell’art. 352, secondo comma c.p.c..

Prevede, infatti, tale norma che ” Se l’appello è proposto alla corte dr appello, ciascuna delle parti, nel precisare le conclusioni, può

chiedere che la causa sia discussa oralmente dinanzi al collegio. In tal caso, fermo restando il rispetto dei termini indicati nell’articolo

190 per il deposito delle difese scritte, la richiesta deve essere riproposta al presidente della corte alla scadenza del termine per il

deposito delle memorie di replica”.

Ebbene, nel caso in esame di una tale riproposizione, sulla quale il presidente provvede ai sensi del terzo comma dello stesso art. 352

c.p.c., non vi è traccia; né il ricorrente dimostra – e riproduce in ricorso – il tenore ed i tempi di tale richiesta, debitamente riproposta;

con la conseguente declaratoria di infondatezza del motivo.

Con il secondo motivo si denuncia nullità della C.T.U. espletata in primo grado con conseguente nullità derivata della sentenza della

Corte d’Appello che l’ha interamente recepita, ancora una volta per lesione del principio del contraddittorio e del diritto di difesa (“error

in procedendo” con violazione degli Artt. 61, 101, 122 e 123 c.p.c., 3 e 24 secondo comma della Costituzione, in relazione all’Art. 360

n. 4 c.p.c.).

Il motivo non è fondato sotto due concorrenti profili.

In ordine al primo, sarebbe addirittura inammissibile perché nuovo.

Non risulta, infatti, che la censura relativa alla supposta nullità della c.t.u., per le ragioni che si vanno più oltre ad indicare, sia stato

proposta nel giudizio di appello; né la ricorrente, al fine di evitare la declaratoria di novità, indica in quali atti processuali sarebbe stata

già proposta riproducendone il contenuto nel ricorso per cassazione.

Né il rilievo può essere superato da una tale indicazione contenuta nella memoria – nella specie depositata ex art. 378 c.p.c. – la cui

funzione è solo quella di illustrare e chiarire le ragioni giustificatrici dei motivi già debitamente enunciati nel ricorso, ma non di integrarli

con gli elementi mancanti (v. da ultimo Cass. 15.4.2011 n. 8749).

In ogni caso, anche a tralasciare un tale profilo, l’infondatezza del motivo scaturisce dall’insussistenza dei rilievi avanzati.

La nullità, infatti, è predicata per avere il c.t.u. “posto a fondamento della propria relazione pubblicazioni in lingua inglese senza la

traduzione in lingua italiana quanto meno dei passaggi richiamati e fatti propri” (così nel quesito posto al termine della illustrazione del

motivo).

Ma, il principio dell’obbligatorietà dell’uso della lingua italiana – previsto dall’art. 122 c.p.c. – si riferisce agli atti processuali in senso

proprio e non anche ai documenti prodotti dalle parti. Quindi, quando questi ultimi siano redatti in lingua straniera, il giudice, ai sensi

dell’art. 123 c.p.c., ha la facoltà, e non l’obbligo, di nominare un traduttore, per cui, il mancato esercizio di detta facoltà, specie quando

trattasi di un testo di facile comprensibilità, sia da parte dello stesso giudice che dei difensori, non può formare oggetto di censura in

sede di legittimità (da ultimo Cass. 16.6.2011 n. 13249; Cass. ord. 23.2.2011 n. 4416).

La consulenza tecnica d’ufficio, regolarmente redatta in lingua italiana – che nella specie la ricorrente ritiene fondata su pubblicazioni in

lingua inglese – è, pertanto, esente dai rilievi avanzati.

Con il terzo motivo si denuncia omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa fatti controversi e decisivi per il giudizio (art.

360 n. 5 c.p.c.); violazione degli artt. 2236, 1176, 1218, 1223, 1226, 2043 2056 e 2059 c.c. nonché degli artt. 2 e 32 della

Costituzione (art. 360 n. 3 c.p.c.).

Il motivo è fondato per le ragioni che seguono.

La Corte di merito, nel contestare le valutazioni della consulenza di parte – considerata “come illustrazione delle ragioni dell’appellante”

– mostra di ritenere non condivisibile il rilievo per il quale “anziché indirizzare la paziente al reparto oncologico dello stesso ospedale

essi [i medici] avrebbero dovuto rivalutare il caso e discuterlo collegialmente assieme agli oncologi”.

E ciò perché il direttore della clinica chirurgica consigliava al medico di base di sottoporre la M. – appena in condizioni di essere dimessa

– a visita oncologica specialistica; indicazione questa ritenuta “pienamente congrua e condivisibile anche se il primo referto anatomo –

patologico sulla biopsia avesse avuto un significato equivocabile”, non sembrando “condivisibile l’osservazione che già a quel momento

fosse evidente la diagnosi di emangioendotelioma epitelioideo anziché l’adenocarcinoma”. Aggiunge la Corte che “a quella più corretta

diagnosi si giunse un anno e mezzo dopo, ma certamente vi contribuirono le osservazioni sui risultati della chemioterapia praticata in

quel di …” affermando non essere decisiva “l’assenza di valori pericolosi dei due marcatori tumorali CA 19.9 e CEA.”. E conclude, in

ordine ai rilievi avanzati dal consulente di parte ed esaminati come ragioni di impugnazione: “Non sono le chiacchiere estemporanee di

pur dotta persona ad influenzare una decisione giudiziaria, sia pur per disporre il rinnovo della consulenza”.

Ebbene, sotto questo primo profilo, per un verso, è evidente la carenza motivazionale in cui è incorsa la Corte di merito in ordine ai

rilievi critici mossi dal consulente di parte – e riportati in ricorso – alla consulenza tecnica d’ufficio ai fini di un rinnovo della consulenza

in appello esaminati “quali ragioni di impugnazione”, limitandosi la Corte di merito – nell’aderire alla consulenza di ufficio – ad affermare

che “sia per la rarità di quelle neoplasie, sia per la possibilità di confondimento diagnostico, non era frutto di imperizia, imprudenza o

negligenza la diagnosi fatta dall’anatomo patologo prof. P. “. Trova, nella specie, applicazione il principio secondo il quale è affetta da

vizio di motivazione la sentenza che, a fronte di precise e circostanziate critiche mosse dal consulente tecnico di parte alle risultanze

della consulenza tecnica d’ufficio, non le abbia dovutamente prese in considerazione e si sia, invece, limitata a far proprie le conclusioni

della consulenza tecnica d’ufficio (Cass. 2.12.2011 n. 25862; Cass. 24.4.2008 n. 10688; Cass. 1.3.2007 n. 4797).

Dal rilievo che la consulenza tecnica di parte non è mai un mezzo di prova, ma solo un atto difensivo e che, dunque, il Giudice non è

tenuto a discuterne ex professo le conclusioni quando ritenga di aderire a quelle del consulente di ufficio (v. anche S.U. 9.3.1965, n.

375), non è, infatti, consentito trarre il corollario che egli possa anche totalmente prescindere dai rilievi precisi e circostanziati che il

consulente di parte abbia mosso agli argomenti ed alle conclusioni del consulente d’ufficio (Cass. 2.2.2011 n. 25862; Cass. 24.4.2008

n. 19688; Cass. 16.6.2001 n. 8165).

E ciò perché il potere del Giudice di merito, di apprezzare il fatto, non equivale ad affermare che egli possa farlo immotivatamente e

non lo esime, quindi, dalla spiegazione delle ragioni – fra le quali evidentemente non può considerarsi prevalente la maggiore fiducia

che egli eventualmente tenda ad attribuire al consulente d’ufficio quale proprio ausiliare – per le quali sia pervenuto ad una conclusione

anziché ad un’altra, incorrendo, altrimenti, nel vizio di motivazione su punto decisivo della controversia (Cass.13.1.2005, n. 582).

In tali casi, la possibilità per il Giudice di limitarsi a condividere le argomentazioni tecniche svolte dal proprio consulente, recependole,

deve considerarsi riferita al caso che le critiche mosse alla consulenza siano state già valutate dal consulente d’ufficio ed abbiano

trovato motivata e convincente smentita in un rigoroso ragionamento logico (fra le varie Cass. 2.5.2006 n. 10133).

Ciò che, nella specie, non è avvenuto. Non solo.

Ma la Corte omette anche di chiarire e motivare le ragioni per le quali non sarebbe “condivisibile l’osservazione che già a quel momento

fosse evidente la diagnosi di “emangioendotelioma epitelioideo” anziché l’adenocarcinoma”.

Né l’affermazione, sempre immotivata, del perché soltanto dopo un anno e mezzo si poté giungere “a quella più corretta diagnosi”, alla

quale contribuirono “certamente” “le osservazioni sui risultati della chemioterapia praticata in quel di …” è sostenuta dalla indicazione

delle ragioni di un tale convincimento.

Il carattere assertorio della sentenza impugnata non può essere condiviso in assenza di una congrua e convincente motivazione. Ed a

tale conclusione deve pervenirsi anche con riferimento al rilievo per il quale la Corte di merito ha ritenuto priva di decisività la

circostanza dell’assenza “di valori pericolosi dei due marcatori tumorali CA 19.9 e CEA”; rilievo, questo, meramente allegato; come tale

– in difetto di motivazione sulle ragioni per le quali la circostanza è stata considerata non decisiva – privo di consistenza.

Ed allora, già sotto questi primi profili, per le ragioni indicate, la sentenza impugnata non può considerarsi esente dalle critiche

motivazionali che le sono state mosse dall’odierna ricorrente.

Passando, quindi, all’esame delle potenziali colpe ascrivibili agli odierni intimati e del percorso logico argomentativo che ha condotto il

giudice del merito ad escludere ogni profilo di colpa -, la Corte di merito ritiene – sulla scorta delle conclusioni della c.t.u. – che “sia per

la rarità di quelle neoplasie, sia per la possibilità di confondimento diagnostico, non era frutto di imperizia, imprudenza o negligenza la

diagnosi fatta dall’anatomo patologo prof. P. “.

Ed, a tal fine, afferma: “Trattandosi di errore scusabile in situazione che ai sensi dell’art. 2236 c.c. per la speciale difficoltà della

diagnosi, avrebbe limitato la responsabilità al caso della colpa grave, nulla può essere addebitato al prof. P. ; tantomeno può muoversi

rimprovero al chirurgo prof. Mi. che si comportò secondo i migliori canoni dettati dalla prudenza o dal rispetto verso la paziente subito

richiedendo l’analisi della biopsia nel corso dell’intervento e comportandosi come quel referto imponeva. Del tutto estraneo alla vicenda

è stato il prof. Ma. , cui non si poteva attribuire il dovere di ripetere quell’esame, senza un motivo valido per farlo, e che sarebbe stato

seriamente in colpa se non avesse riferito e consigliato al curante di far visitare la paziente a uno specialista oncologo”. Concludendo:

“Poco importano i rilievi sulla conseguente terapia, che comunque si giustificava come scelta di maggior prudenza. La scusabilità

dell’errore diagnostico impone il rigetto dell’appello”.

Orbene, anche tali conclusioni non possono essere condivise. La limitazione di responsabilità professionale del medico-chirurgo ai soli

casi di dolo o colpa grave, ai sensi dell’art. 2236 c.c., attiene esclusivamente alla perizia, per la soluzione di problemi tecnici di

particolare difficoltà, con esclusione dell’imprudenza e della negligenza.

Infatti, anche nei casi di speciale difficoltà, tale limitazione non sussiste con riferimento ai danni causati per negligenza o imprudenza,

dei quali il medico risponde in ogni caso (fra le varie Cass.1.3.2007 n. 4797; Cass. 19.4.2006 n. 9085; Cass. 29.7.2004 n. 14488;

Cass. 10.5.2000 n. 5945; Cass. 18.11.1997 n. 11440; Corte Cost. 22.11.1973, n. 166).

Il giudice del merito, nel caso in esame, si è attestato sulla scusabilità dell’errore diagnostico per la speciale difficoltà della diagnosi –

rilievo questo relativo alla sola perizia, peraltro neppure debitamente motivato in relazione alle particolarità del caso concreto – per

escludere la responsabilità a vario titolo dei soggetti coinvolti, ma nulla ha detto con riferimento alle altre due ipotesi: negligenza o

imprudenza che, se ricorrenti, sono fonte di responsabilità contrattuale anche nei casi di speciale difficoltà.

Anche in questo caso, – unitamente alla non corretta applicazione dei principii in tema di responsabilità professionale medica ex art.

2236 c.c. che depongono per la sussistenza dell’ipotesi di violazione di legge – si tratta anche di evidente vizio motivazionale, che ha

condotto a scelte decisionali non condivisibili perché fondate soltanto su di un aspetto di tale responsabilità.

Ed a una tale conclusione si perviene, ancora una volta, anche con riferimento alla indicazione desunta dalla c.t.u. svolta nel giudizio di

primo grado, laddove la Corte di merito si è uniformata al giudizio tecnico – che aveva concluso che ” sia per la rarità di quelle

neoplasie, sia per la possibilità di confondimento diagnostico, non era frutto di imperizia, imprudenza o negligenza la diagnosi fatta

dall’anatomo patologo prof. P. ” -, senza procedere ad una autonoma valutazione delle condotte in relazione ai profili della imprudenza

e negligenza.

Da ultimo, non meno viziata appare l’affermazione alla quale perviene la sentenza – dopo avere concluso per la scusabilità dell’errore

diagnostico – “Poco importano i rilievi sulla conseguente terapia, che comunque si giustificava come scelta di maggior prudenza”.

Un tale assunto, ancora una volta, avrebbe potuto essere condivisibile soltanto se il giudice del merito avesse argomentato di quali

rilievi si fosse trattato, la loro irrilevanza e le ragioni sulle quali fondava una tale conclusione; invece apodittica.

Diversamente, anche i successivi aspetti fattuali della vicenda avrebbero potuto gettare una luce chiarificatrice sulle ipotizzate

responsabilità.

Questi gli snodi argomentativi che la Corte di merito ha in modo erroneo trattato e che l’hanno condotta ad una conclusione non in linea

con i principi enunciati.

Il caso in esame – per le sue peculiarità – richiede un più approfondito e puntuale esame da parte del giudice del merito, al fine di

cogliere le diverse problematiche che investono le condotte dei sanitari, i profili di eventuale responsabilità, il nesso di causalità e la

ricorrenza del potenziale danno risarcibile.

Alla luce dei principii esposti dovrà essere condotto l’esame da parte del giudice del rinvio.

Merita precisare alcuni corollari applicabili alla fattispecie in esame.

Sono principii ormai pacifici nella giurisprudenza della Corte di legittimità in tema di responsabilità medica i seguenti.

La responsabilità dell’ente ospedaliere è di natura contrattuale; e ciò perché l’accettazione del paziente in ospedale, ai fini del ricovero o

di una visita ambulatoriale, comporta la conclusione di un contratto (v. per es. Cass. 3.2.2012 n. 1620; Cass. 16.1.2009 n. 975; S.U.

11.1.2008 n. 577; Cass. 14.6.2007 n. 13953; Cass. 13.4.2007 n. 8826; Cass. 19.4.2006 n. 9085).

A sua volta, anche l’obbligazione del medico dipendente dall’ente ospedaliero nei confronti del paziente, ancorché non fondata sul

contratto, ma sul contatto sociale – cioè su altro fatto idoneo a produrre l’obbligazione ex art. 1173 c.c. -, ha contenuto contrattuale (v.

per es. Cass.7.10.2010 n. 20808; Cass. 19.4.2006 n. 9085; Cass. 28.5.2004 n. 10297).

Secondo questa condivisibile giurisprudenza, le obbligazioni possono sorgere da rapporti di fatto, in quei casi in cui taluni soggetti

entrano tra loro in contatto.

Benché questo contatto non riproduca le note ipotesi negoziali, pur tuttavia ad esso si ricollegano obblighi di comportamento di varia

natura, diretti a garantire che siano tutelati gli interessi che sono emersi o sono esposti a pericolo in occasione del contatto stesso.

In questi casi non può esservi (solo) responsabilità aquiliana, ma si rinviene una responsabilità a contenuto contrattuale, per non avere

il soggetto fatto ciò a cui era tenuto in forza di un precedente vincolo.

La situazione descritta si riscontra nei confronti dell’operatore di una professione c.d. protetta (cioè una professione per la quale è

richiesta una speciale abilitazione da parte dello Stato), particolarmente, quando la professione abbia ad oggetto beni

costituzionalmente garantiti, come avviene per la professione medica, che incide sul bene della salute, tutelato dall’art. 32 Cost..

Rispetto all’operatore professionale la coscienza sociale, prima ancora che l’ordinamento giuridico, non si limita a chiedere un non

tacere – e cioè il puro rispetto della sfera giuridica di colui che gli si rivolge fidando nella sua professionalità -, ma proprio quel tacere,

nel quale si manifesta la perizia che ne deve contrassegnare l’attività in ogni momento.

La responsabilità, sia del medico, sia dell’ente ospedaliero per inesatto adempimento della prestazione ha, dunque, contenuto

contrattuale ed è quella tipica del professionista.

Ne deriva che trovano applicazione il regime proprio di questo tipo di responsabilità quanto alla ripartizione dell’onere della prova, i

principi delle obbligazioni da contratto d’opera intellettuale professionale relativamente alla diligenza ed al grado della colpa, e la

prescrizione ordinaria.

Quanto all’onere della prova, in particolare, il paziente ha il solo onere di dedurre qualificate inadempienze, in tesi idonee a porsi come

causa o concausa del danno, restando poi a carico del debitore convenuto l’onere di dimostrare o che nessun rimprovero di scarsa

diligenza o di imperizia possa essergli mosso, o che, pur essendovi stato un suo inesatto adempimento, questo non abbia avuto alcuna

incidenza causale sulla produzione del danno (Cass. 9.10.2012 n. 17143; Cass. 21.7.2011 n. 15993; Cass. 8.10.2008 n. 24791).

Inoltre, in relazione alla responsabilità del primario, vale ricordare Cass. 29.11.2010 n. 24144 che ha affermato che il primario

ospedaliero, che, ai sensi dell’art. 7 del d.P.R. 27 marzo 1969, n. 128, ha la responsabilità dei malati della divisione (per i quali ha

l’obbligo di definire i criteri diagnostici e terapeutici, che gli aiuti e gli assistenti devono seguire), deve avere puntuale conoscenza delle

situazioni cliniche che riguardano tutti i degenti, a prescindere dalle modalità di acquisizione di tale conoscenza (con visita diretta o

interpello degli altri operatori sanitari), ed è, perciò obbligato ad assumere informazioni precise sulle iniziative intraprese dagli altri

medici cui il paziente sia stato affidato, indipendentemente dalla responsabilità degli stessi.

E ciò, al fine di vigilare sulla esatta impostazione ed esecuzione delle terapie, di prevenire errori e di adottare tempestivamente i

provvedimenti richiesti da eventuali emergenze.

Anche di questi principii dovrà tenere conto il giudice del rinvio nell’esaminare il caso concreto.

Conclusivamente, sono rigettati il primo e secondo motivo; è accolto il terzo. La sentenza impugnata è cassata in relazione, e la causa è

rinviata alla Corte d’Appello di Bologna in diversa composizione.

Le spese sono rimesse al giudice del rinvio.

P.Q.M.

La Corte rigetta il primo e secondo motivo. Accoglie il terzo. Cassa in relazione e rinvia, anche per le spese, alla Corte d’Appello di

Bologna in diversa composizione.

 

GROSSETO SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICO ,MEDICO CHE SBAGLIA, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO PER ERRORE MEDICO, RISARCIMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO, DANNO – SIENA SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICO ,MEDICO CHE SBAGLIA, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO PER ERRORE MEDICO, RISARCIMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO, DANNO – PRATO SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICO ,MEDICO CHE SBAGLIA, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO PER ERRORE MEDICO, RISARCIMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO, DANNO – LUCCA SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICO ,MEDICO CHE SBAGLIA, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO PER ERRORE MEDICO, RISARCIMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO, DANNO – AREZZO SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICO ,MEDICO CHE SBAGLIA, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO PER ERRORE MEDICO, RISARCIMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO, DANNO – LUGO SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICO ,MEDICO CHE SBAGLIA, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO PER ERRORE MEDICO, RISARICMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO, DANNO – VICENZA SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICO ,MEDICO CHE SBAGLIA, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO PER ERRORE MEDICO, RISARCiMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO, DANNO – BOLOGNA SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICO ,MEDICO CHE SBAGLIA, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO PER ERRORE MEDICO, RISARCIMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO, DANNO – responsabilità medica civile responsabilità medica contrattuale responsabilità medica risarcimento danni responsabilità medica citazione responsabilità medica penale responsabilità medica nesso di causalità responsabilità medica prescrizione responsabilità medica contrattuale o extracontrattuale GROSSETO SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICO ,MEDICO CHE SBAGLIA, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO PER ERRORE MEDICO, RISARCIMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO, DANNO – SIENA SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICO ,MEDICO CHE SBAGLIA, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO PER ERRORE MEDICO, RISARCIMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO, DANNO – PRATO SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICO ,MEDICO CHE SBAGLIA, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO PER ERRORE MEDICO, RISARCIMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO, DANNO – LUCCA SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICO ,MEDICO CHE SBAGLIA, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO PER ERRORE MEDICO, RISARCIMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO, DANNO – AREZZO SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICO ,MEDICO CHE SBAGLIA, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO PER ERRORE MEDICO, RISARCIMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO, DANNO – LUGO SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICO ,MEDICO CHE SBAGLIA, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO PER ERRORE MEDICO, RISARICMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO, DANNO – VICENZA SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICO ,MEDICO CHE SBAGLIA, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO PER ERRORE MEDICO, RISARCiMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO, DANNO – BOLOGNA SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICO ,MEDICO CHE SBAGLIA, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO PER ERRORE MEDICO, RISARCIMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO, DANNO – responsabilità medica civile responsabilità medica contrattuale responsabilità medica risarcimento danni responsabilità medica citazione responsabilità medica penale responsabilità medica nesso di causalità responsabilità medica prescrizione responsabilità medica contrattuale o extracontrattuale
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MEDICO ANESTESISTA RESPONSABILITA’ MEDICA, CONDANNA PENALEresponsabilità medica civile responsabilità medica contrattuale responsabilità medica risarcimento danni responsabilità medica citazione responsabilità medica penale responsabilità medica nesso di causalità responsabilità medica prescrizione responsabilità medica contrattuale o extracontrattuale

Armaroli Richiesta danni COLPA MEDICADANNO – AREZZO SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICODANNO – BOLOGNA SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICODANNO – LUCCA SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICODANNO – LUGO SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICODANNO – PRATO SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICODANNO – responsabilità medica civile responsabilità medica contrattuale responsabilità medica risarcimento danni responsabilità medica citazione responsabilità medica penale responsabilità medica ness,DANNO – SIENA SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICODANNO – VICENZA SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICOGROSSETO SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICOMEDICO CHE SBAGLIA,RISARCIMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO,RISARCIMENTO PER ERRORE MEDICORISARICMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO 52 minuti fa
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Originally posted 2014-12-13 18:36:00.

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MALASANITA’ E SE IL CHIRURGO SBAGLIA?

RESPONSABILITA’ MEDICA, MALASANITA’ ,COLPA DEL CHIRURGO PROVA

 FOTO VOLTO QUADRO BELLO

Spetta dunque (a fortiori ove trattisi come nella specie di intervento semplice o routinario) al medico o alla struttura provare che il risultato anomalo o anormale rispetto al convenuto esito dell’intervento o della cura, e quindi dello scostamento da una legge di regolarita’ causale fondata sull’esperienza, dipende da fatto a se’ non imputabile

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Corte di Cassazione, Sezione 3 civile, Sentenza 20 ottobre 2014, n. 22222



fatto

 



Con sentenza del 9/9/2010 la Corte d’Appello di Bologna respingeva il gravame interposto dalla sig. (OMISSIS) in relazione alla pronunzia Trib. Parma 4/3/2005 di rigetto della domanda proposta nei confronti del sig. (OMISSIS) e dell’Azienda Unita’ Sanitaria Locale di Parma di risarcimento dei danni subiti in conseguenza di intervento chirurgico di tiroidectomia, all’esito del quale aveva subito la lesione del nervo ricorrente destro.

Avverso la suindicata pronunzia della corte di merito la (OMISSIS) propone ora ricorso per cassazione affidato ad unico complesso motivo, illustrato da memoria.

Resiste con controricorso l’Azienda Unita’ Sanitaria Locale di Parma.

L’altro intimato non ha svolto attivita’ difensiva.



 

COSA DECIDE LA CASSAZIONE

).

Spetta dunque (a fortiori ove trattisi come nella specie di intervento semplice o routinario) al medico o alla struttura provare che il risultato anomalo o anormale rispetto al convenuto esito dell’intervento o della cura, e quindi dello scostamento da una legge di regolarita’ causale fondata sull’esperienza, dipende da fatto a se’ non imputabile, in quanto non ascrivibile alla condotta mantenuta in conformita’ alla diligenza dovuta, in relazione alle specifiche circostanze del caso concreto (v. Cass., 9/10/2012, n. 17143), bensi’ ad evento imprevedibile e non superabile con l’adeguata diligenza (cfr., Cass., 21/7/2011, n. 15993; Cass., 7/6/2011, n. 12274. E gia’ Cass., 24/5/2006, n. 12362; Cass., 11/11/2005, n. 22894).

In altri termini, dare la prova del fatto impeditivo (v. Cass., 28/5/2004, n. 10297; Cass., 21/6/2004, n. 11488), rimanendo in caso contrario soccombente, in applicazione della regola generale ex articoli 1218 e 2697 c.c., di ripartizione dell’onere probatorio fondata sul principio di c.d. vicinanza alla prova o di riferibilita’ (v. Cass., 9/11/2006, n. 23918; Cass., 21/6/2004, n. 11488; Cass., Sez. Un., 23/5/2001, n. 7027; Cass., Sez. Un., 30/10/2001, n. 13533; Cass., 13/9/2000, n. 12103), o ancor piu’ propriamente (come sottolineato anche in dottrina), sul criterio della maggiore possibilita’ per il debitore onerato di fornire la prova, in quanto rientrante nella sua sfera di dominio, in misura tanto piu’ marcata quanto piu’ l’esecuzione della prestazione consista nell’applicazione di regole tecniche sconosciute al creditore, essendo estranee alla comune esperienza, e viceversa proprie del bagaglio del debitore come nel caso specializzato nell’esecuzione di una professione protetta.

Orbene, diversamente da quanto prospettato dall’odierna ricorrente la corte di merito ha nell’impugnata sentenza posto siffatti principi a corretta premessa del proprio argomentare.

Peraltro, movendo dalla complessiva documentazione sanitaria segnalante il rapido progressivo accrescimento dell’adenoma, gia’ ravvisato in fase diagnostica strumentale ed ulteriormente riscontrato, rispetto alle indicazioni di pochi mesi prima , essa e’ poi pervenuta ad ascrivere la lesione nervosa de qua, pur in presenza di una ravvisata diligente esecuzione del trattamento chirurgico di specie , al verificarsi di una complicanza escludente la responsabilita’ del medico operante e conseguentemente della struttura, la quale risponde direttamente di tutte le ingerenze dannose che al dipendente o al terzo preposto, della cui opera comunque si e’ avvalso, sono state rese possibili dalla posizione conferitagli rispetto al creditore/danneggiato, e cioe’ dei danni che il medesimo ha potuto arrecare in ragione di quel particolare contatto cui e’ risultato esposto nei suoi confronti il creditore (la paziente

LA SENTENZA

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RUSSO Libertino Alberto – Presidente

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – rel. Consigliere

Dott. CARLUCCIO Giuseppa – Consigliere

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 9857/2011 proposto da:

(OMISSIS) (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS) giusta procura a margine del ricorso;

- ricorrente -

contro

AZIENDA UNITA’ SANITARIA LOCALE PARMA (OMISSIS), in persona del Direttore Generale pro tempore Dr. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende giusta procura a margine del controricorso;

- controricorrente -

e contro

(OMISSIS);

- intimato -

avverso la sentenza n. 955/2010 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA, depositata il 09/09/2010, R.G.N. 499/2006;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 17/06/2014 dal Consigliere Dott. LUIGI ALESSANDRO SCARANO;

udito l’Avvocato (OMISSIS) per delega;

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. RUSSO Rosario Giovanni, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 9/9/2010 la Corte d’Appello di Bologna respingeva il gravame interposto dalla sig. (OMISSIS) in relazione alla pronunzia Trib. Parma 4/3/2005 di rigetto della domanda proposta nei confronti del sig. (OMISSIS) e dell’Azienda Unita’ Sanitaria Locale di Parma di risarcimento dei danni subiti in conseguenza di intervento chirurgico di tiroidectomia, all’esito del quale aveva subito la lesione del nervo ricorrente destro.

Avverso la suindicata pronunzia della corte di merito la (OMISSIS) propone ora ricorso per cassazione affidato ad unico complesso motivo, illustrato da memoria.

Resiste con controricorso l’Azienda Unita’ Sanitaria Locale di Parma.

L’altro intimato non ha svolto attivita’ difensiva.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con unico motivo la ricorrente denunzia violazione e falsa applicazione degli articoli 1176, 1218, 2236 e 2697 c.c., articoli 115, 116 c.p.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3; nonche’ omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su punto decisivo della controversia, in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Si duole che, totalmente disattendendo le conclusioni del CTU e, quindi, le risultanze probatorie acquisite agli atti , la corte di merito non abbia minimamente valutato le risultanze probatorie in ordine alla prova, incombente sul medico, di avere, nella fattispecie, adottato la necessaria diligenza e rispettato tutte le regole e gli accorgimenti che nel loro insieme costituiscono la conoscenza della professione medica, nella effettuazione della prestazione resa .

Lamenta non essersi considerato che a comprovare la colpa professionale deponevano anche la specializzazione del Dott. (OMISSIS), medico chirurgo, primario del reparto di Chirurgia dell’ente ospedaliero de quo, la routinarieta’ dell’intervento, affermata dal CTU, e la conseguenza dell’atto operatorio (lesione del nervo laringeo), che poteva essere stata cagionata soltanto da errate manovre eseguite dal chirurgo .

Si duole che la corte di merito abbia escluso la semplicita’ dell’intervento de quo, in ragione del marcato aumento di volume della massa cistica e per la estrema ristrettezza del campo operatorio senza invero precisare se alla luce dell’istruttoria svolta e del parere tecnico acquisito la conseguenza e’ stata cagionata dalla tecnica chirurgica adoperata ovvero da imperizia o inabilita’ del chirurgo, stante le condizioni di buona salute della paziente, ovvero da causa inevitabile con la diligenza professionale del caso .

Lamenta che mentre la signora (OMISSIS) ha correttamente adempiuto a tale suo onere , il sanitario non ha fornito la prova liberatoria a suo carico ex articolo 1218 c.c., posto che – comunque – e’ emerso dalla CTU che l’intervento operatorio ha determinato una evoluzione peggiorativa dello stato patologico preesistente. Di tale evoluzione peggiorativa, dunque, devono rispondere i medici e la struttura sanitaria .

Si duole che, trattandosi di atto operatorio ampiamente studiato e ben codificato, e che il margine di rischio e’ dell’1%, spettava dunque al medico la prova di aver effettuato nel suo intervento le specifiche, corrette manovre necessarie alla rimozione della massa cistica .

Lamenta non essersi considerato che il nesso causale sussiste anche quando, attraverso un criterio necessariamente probabilistico, si possa ritenere che l’opera del medico, se correttamente e prontamente prestata, avrebbe potuto avere serie ed apprezzabili possibilita’ di evitare il danno .

Si duole che l’incompletezza nella specie della cartella clinica non vale ad escludere la sussistenza del nesso di causalita’, e che l’onere della prova liberatoria incombente sull’ (OMISSIS) non e’ stato dal medesimo assolto.

Il motivo e’ fondato e va accolto nei termini di seguito indicati.

E’ rimasto nel caso accertato che il (OMISSIS) la sig. (OMISSIS) fu sottoposta presso l’Ospedale (OMISSIS) ad un intervento chirurgico di tiroidectomia sub-totale eseguito dal Primario Dr. (OMISSIS), all’esito del quale la paziente riportava la paralisi della corda vocale destra.

Pur essendo stato l’intervento de quo indicato nella CTU disposta nel corso del giudizio di primo grado come di particolare semplicita’ esecutiva , i giudici di entrambi i gradi di merito hanno escluso che nella specie l’intervento si sia in realta’ rivelato tale.

La corte di merito ha in particolare affermato di condividere l’avviso del giudice di prime cure, qualificando il disatteso responso medico legale come apoditticamente articolato, mediante sillogismo meramente eretto sulla normale semplicita’ dell’intervento di tiroidectomia e sulla speciale competenza dell’esecutore in quanto primario , altresi’ ravvisando come per converso eloquentemente rappresentativi della difficolta’ della rimozione de qua i dati clinici acquisiti , indicativi della sussistenza di un considerevole volume della massa cistica a contenuto emorragico deponente per la corretta esclusione in concreto della natura routinaria dell’esecuzione , e per il positivo riscontro della correttezza dell’operato del chirurgo .

Orbene, siffatto assunto si rivela in parte erroneo, nonche’ deponente per una incongrua motivazione.

Va anzitutto osservato che, giusta principio consolidato nella giurisprudenza di legittimita’, in base alla regola di cui all’articolo 1218 c.c., il paziente-creditore ha il mero onere di provare il contratto e allegare il relativo inadempimento o inesatto adempimento, e cioe’ la difformita’ della prestazione ricevuta rispetto al modello normalmente realizzato da una condotta improntata alla dovuta diligenza, non essendo invece tenuto a provare la colpa del medico e/o della struttura sanitaria, e la relativa gravita (v. Cass., Sez. Un., 11/1/2008, n. 577; Cass., 13/4/2007, n. 8826; Cass., 24/5/2006, n. 12362; Cass., 21/6/2004, n. 11488. Da ultimo v. Cass., 11/11/2011, n. 23564; Cass., 9/10/2012, n. 17143).

Si e’ al riguardo da questa Corte ulteriormente precisato che la distinzione tra prestazione di facile esecuzione e prestazione implicante la soluzione di problemi tecnici di speciale difficolta’ non puo’ valere come criterio di distribuzione dell’onere della prova, bensi’ solamente ai fini della valutazione del grado di diligenza e del corrispondente grado di colpa riferibile al sanitario.

All’articolo 2236 c.c., non va pertanto assegnata rilevanza alcuna ai fini della ripartizione dell’onere probatorio, incombendo in ogni caso al medico dare la prova della particolare difficolta’ della prestazione, giacche’ la norma in questione implica solamente una valutazione della colpa del professionista in relazione alle circostanze del caso concreto (v. Cass., 13/4/2007, n. 8826; Cass., 28/5/2004, n. 10297; Cass., 21/6/2004, n. 11488).

Appare in effetti incoerente ed incongruo richiedere al professionista la prova idonea a vincere la presunzione di colpa a suo carico quando trattasi di intervento di facile esecuzione o routinario, e addossare viceversa al paziente l’onere di provare l’inadempimento quando l’intervento e’ di particolare o speciale difficolta’ (in tal senso v. invece Cass., 4/2/1998, n. 1127; Cass., 11/4/1995, n. 4152), e cioe’ proprio nel caso in cui l’intervento implichi la soluzione di problemi tecnici di speciale difficolta’, richiedendo notevole abilita’ e implicando la soluzione di problemi tecnici nuovi o di speciale complessita’, con largo margine di rischio in presenza di ipotesi non ancora adeguatamente studiate o sperimentate, ovvero oggetto di sistemi diagnostici, terapeutici e di tecnica chirurgica diversi ed incompatibili tra loro (v. Cass., 28/5/2004, n. 10297; Cass., 10/5/2000, n. 5945; Cass., 19/5/1999, n. 4852; Cass., 16/11/1988, n. 6220; Cass., 18/6/1975, n. 2439). Cio’ in quanto verrebbe altrimenti ad ingiustificatamente gravarsi il paziente, in contrasto invero con il principio di generale favor per il creditore-danneggiato cui l’ordinamento e’ informato (cfr. Cass., 20/2/2006, n. 3651).

In tali circostanze, e’ infatti indubitabilmente il medico specialista a conoscere le regole dell’arte e la situazione specifica – anche in considerazione delle condizioni del paziente – del caso concreto, avendo pertanto la possibilita’ di assolvere all’onere di provare l’osservanza delle prime e di motivare in ordine alle scelte operate in ipotesi in cui maggiore e’ la discrezionalita’ rispetto a procedure standardizzate.

E’ allora da superarsi, sotto il profilo della ripartizione degli oneri probatori, ogni distinzione tra interventi facili e difficili , in quanto l’allocazione del rischio non puo’ essere rimessa alla maggiore o minore difficolta’ della prestazione, l’articolo 2236 c.c., dovendo essere inteso come contemplante una regola di mera valutazione della condotta diligente del debitore (v. Cass., 13/4/2007, n. 8826; Cass., 28/5/2004, n. 10297; Cass., 21/6/2004, n. 11488).

Va quindi conseguentemente affermato che in ogni caso di insuccesso incombe al medico dare la prova della particolare difficolta’ della prestazione (v. Cass., Sez. Un., 11/1/2008, n. 577; Cass., 13/4/2007, n. 8826; Cass., 28/5/2004, n. 10297; Cass., 21/6/2004, n. 11488).

Spetta dunque (a fortiori ove trattisi come nella specie di intervento semplice o routinario) al medico o alla struttura provare che il risultato anomalo o anormale rispetto al convenuto esito dell’intervento o della cura, e quindi dello scostamento da una legge di regolarita’ causale fondata sull’esperienza, dipende da fatto a se’ non imputabile, in quanto non ascrivibile alla condotta mantenuta in conformita’ alla diligenza dovuta, in relazione alle specifiche circostanze del caso concreto (v. Cass., 9/10/2012, n. 17143), bensi’ ad evento imprevedibile e non superabile con l’adeguata diligenza (cfr., Cass., 21/7/2011, n. 15993; Cass., 7/6/2011, n. 12274. E gia’ Cass., 24/5/2006, n. 12362; Cass., 11/11/2005, n. 22894).

In altri termini, dare la prova del fatto impeditivo (v. Cass., 28/5/2004, n. 10297; Cass., 21/6/2004, n. 11488), rimanendo in caso contrario soccombente, in applicazione della regola generale ex articoli 1218 e 2697 c.c., di ripartizione dell’onere probatorio fondata sul principio di c.d. vicinanza alla prova o di riferibilita’ (v. Cass., 9/11/2006, n. 23918; Cass., 21/6/2004, n. 11488; Cass., Sez. Un., 23/5/2001, n. 7027; Cass., Sez. Un., 30/10/2001, n. 13533; Cass., 13/9/2000, n. 12103), o ancor piu’ propriamente (come sottolineato anche in dottrina), sul criterio della maggiore possibilita’ per il debitore onerato di fornire la prova, in quanto rientrante nella sua sfera di dominio, in misura tanto piu’ marcata quanto piu’ l’esecuzione della prestazione consista nell’applicazione di regole tecniche sconosciute al creditore, essendo estranee alla comune esperienza, e viceversa proprie del bagaglio del debitore come nel caso specializzato nell’esecuzione di una professione protetta.

Orbene, diversamente da quanto prospettato dall’odierna ricorrente la corte di merito ha nell’impugnata sentenza posto siffatti principi a corretta premessa del proprio argomentare.

Peraltro, movendo dalla complessiva documentazione sanitaria segnalante il rapido progressivo accrescimento dell’adenoma, gia’ ravvisato in fase diagnostica strumentale ed ulteriormente riscontrato, rispetto alle indicazioni di pochi mesi prima , essa e’ poi pervenuta ad ascrivere la lesione nervosa de qua, pur in presenza di una ravvisata diligente esecuzione del trattamento chirurgico di specie , al verificarsi di una complicanza escludente la responsabilita’ del medico operante e conseguentemente della struttura, la quale risponde direttamente di tutte le ingerenze dannose che al dipendente o al terzo preposto, della cui opera comunque si e’ avvalso, sono state rese possibili dalla posizione conferitagli rispetto al creditore/danneggiato, e cioe’ dei danni che il medesimo ha potuto arrecare in ragione di quel particolare contatto cui e’ risultato esposto nei suoi confronti il creditore (la paziente (OMISSIS)), essendo direttamente responsabile allorquando l’evento dannoso risulti da ascriversi alla condotta colposa o dolosa posta in essere – quand’anche a sua insaputa (cfr. Cass., 17/5/2001, n. 6756) – dal medico (nel caso, l’ (OMISSIS)), della cui attivita’ essa si e’ comunque avvalsa per l’adempimento della propria obbligazione contrattuale.

Orbene, la corte di merito e’ giunta a tale conclusione violando non gia’, come pure adombrato dall’odierna ricorrente, la regola di ripartizione degli oneri probatori ex articolo 2697 c.c., in materia bensi’ i principi in tema di diligenza nell’esecuzione della prestazione professionale medica e di valutazione delle prove, a sostegno dell’emesso dictum altresi’ ponendo un’incongrua motivazione.

Deve al riguardo sottolinearsi che ai fini della configurabilita’ della responsabilita’ contrattuale (cosi’ come del resto in ambito extracontrattuale: cfr. Cass., 27/8/2014, n. 18304), la colpa in realta’ si sostanzia – oltre che nell’inosservanza di leggi, regolamenti, regole e discipline – nell’obiettiva violazione degli aspetti della diligenza, della prudenza e della perizia.

Ormai da tempo superata, se non addirittura tramontata, la concezione etica della responsabilita’ civile (informata sulla concezione psicologica della colpa, propria invero del diritto penale), nell’adempimento delle obbligazioni (oltre che nei comuni rapporti della vita di relazione) la diligenza assume in particolare imprescindibile e decisivo rilievo, quale criterio di determinazione del modello di condotta, designando la condotta obiettivamente dovuta per l’adempimento della prestazione e lo sforzo cui il soggetto e’ tenuto per la salvaguardia dell’interesse altrui, la cui violazione ridonda in termini di responsabilita’ civile e obbliga al risarcimento dei danni derivanti dall’evento causalmente ascrivibile alla condotta negligente, e pertanto illecita.

La diligenza va a tal fine peraltro correlata alla qualita’ del soggetto, e valutata secondo criteri di normalita’ da apprezzarsi in relazione alle condizioni del medesimo, avuto in particolare riguardo alla relativa qualificazione.

Lo specifico settore di competenza in cui rientra l’attivita’ esercitata richiede infatti la specifica conoscenza ed applicazione delle cognizioni tecniche che sono tipiche dell’attivita’ necessaria per l’esecuzione dell’attivita’ professionale espletata.

Questa Corte ha gia’ avuto piu’ volte modo di porre in rilievo, in accordo con quanto osservato anche in dottrina, che il debitore e’ di regola tenuto ad una normale perizia, commisurata al modello del buon professionista (secondo cioe’ una misura obiettiva che prescinde dalle concrete capacita’ del soggetto, sicche’ deve escludersi che ove privo delle necessarie cognizioni tecniche il debitore rimanga esentato dall’adempiere l’obbligazione con la perizia adeguata alla natura dell’attivita’ esercitata); mentre una diversa misura di perizia e’ dovuta in relazione alla qualifica professionale del debitore (per il riferimento alla necessita’ di adeguare la valutazione alla stregua del dovere di diligenza particolarmente qualificato, inerente lo svolgimento dell’attivita’ del professionista, v. Cass., 23/4/2004, n. 19133; Cass., 4/3/2004, n. 4400), in relazione ai diversi gradi di specializzazione propri dello specifico settore professionale.

Atteso che la diligenza deve valutarsi avuto riguardo alla natura dell’attivita’ esercitata (articolo 1176 c.c., comma 2), al professionista (e a fortiori allo specialista) e’ dunque richiesta una diligenza particolarmente qualificata dalla perizia e dall’impiego di strumenti tecnici adeguati al tipo di attivita’ da espletare (cfr. Cass., 31/5/2006, n. 12995) e allo standard professionale della sua categoria, tale standard valendo a determinare, in conformita’ alla regola generale, il contenuto della perizia dovuta e la corrispondente misura dello sforzo diligente adeguato per conseguirlo, nonche’ del relativo grado di responsabilita’, giacche’ chi assume un’obbligazione nella qualita’ di specialista, o una obbligazione che presuppone una tale qualita’, e’ tenuto alla perizia che e’ normale della categoria (v. Cass., 13/4/2007, n. 8826).

In altri termini, l’impegno dal professionista (e a fortiori dallo specialista) dovuto, se si profila superiore a quello del comune debitore, va considerato viceversa corrispondente alla diligenza normale in relazione alla specifica attivita’ professionale esercitata, giacche’ il medesimo deve impiegare la perizia ed i mezzi tecnici adeguati allo standard professionale della sua categoria, tale standard valendo a determinare, in conformita’ alla regola generale, il contenuto della perizia dovuta e la corrispondente misura dello sforzo diligente adeguato per conseguirlo, nonche’ del relativo grado di responsabilita’ (cfr. Cass., 9/10/2012, n. 17143).

Lo sforzo tecnico implica anche l’uso degli strumenti materiali normalmente adeguati, ossia degli strumenti comunemente impiegati nel tipo di attivita’ professionale in cui rientra la prestazione dovuta (v. Cass., 13/4/2007, n. 8826).

Il normale esito della prestazione dipende allora da una pluralita’ di fattori, quali il tipo di patologia, le condizioni generali del paziente, l’attuale stato della tecnica e delle conoscenze scientifiche (stato dell’arte), l’organizzazione dei mezzi adeguati per il raggiungimento degli obiettivi in condizioni di normalita’, ecc..

La normalita’ risponde quindi ad un giudizio relazionale di valore, in ragione delle circostanze del caso.

A tale stregua, il professionista deve, da un canto, valutare con prudenza e scrupolo i limiti della propria adeguatezza professionale, ricorrendo anche all’ausilio di un consulto (se la situazione non e’ cosi’ urgente da sconsigliarlo); e, da altro canto, adottare tutte le misure volte ad ovviare alle carenze strutturali ed organizzative incidenti sugli accertamenti diagnostici e sui risultati dell’intervento, e laddove cio’ non sia possibile, deve informare il paziente, financo consigliandogli, se manca l’urgenza di intervenire, il ricovero in altra idonea struttura (v. Cass., 13/4/2007, n. 8826; Cass., 5/7/2004, n. 12273. V. anche Cass., 21/7/2003, n. 11316; Cass., 16/5/2000, n. 6318).

Orbene, nel censurare la particolare semplicita’ esecutiva dell’intervento de quo dal giudice di prime cure ravvisata in base ad una valutazione della consulente ufficiale , la corte di merito e’ pervenuta ad escludere nella specie la responsabilita’ del medico operante Dr. (OMISSIS), formalmente (e del tutto inutilmente) argomentando dalla inconfigurabilita’ nella specie della relativa natura routinaria ma in realta’ sostanzialmente ritenendo (invero erroneamente ) dal medesimo fornita la prova liberatoria.

La corte di merito ha al riguardo considerato non corretta la valutazione operata dal C.T.U. della complessiva documentazione sanitaria segnalante il rapido progressivo accrescimento dell’adenoma, gia’ ravvisato in fase diagnostica strumentale ed ulteriormente riscontrato, rispetto alle indicazioni di pochi mesi prima, dal chirurgo in sede operatoria proprio nel citato diario clinico .

Ha per altro verso ritenuto la presenza del considerevole volume della massa cistica a contenuto emorragico come idonea ad escludere nel caso la natura routinaria dell’intervento de quo e deponente viceversa per l’insorgenza nel caso di una complicanza idonea ad escludere la possibilita’ di considerarsi come colposa la condotta dal medico specialista nella specie mantenuta, con conseguente esclusione della relativa responsabilita’ per la paralisi della corda vocale destra in conseguenza del medesimo sofferta dalla paziente odierna ricorrente.

A tale stregua, nell’omettere di considerare che trattandosi di consulenza percipiente la CTU esperita in 1 grado costituisce nel caso fonte oggettiva di prova (cfr., da ultimo, Cass., 26/2/2013, n. 4792), con motivazione altresi’ apodittica e meramente apparente e pertanto incongrua la corte di merito si e’ dalle risultanze della detta consulenza invero discostata limitandosi ad apoditticamente qualificare come corretto l’operato del chirurgo , trascurando di valutare (come lamentato dall’odierna ricorrente) la prestazione del medico in relazione, trattandosi di Primario ospedaliero, alla normale diligenza dovuta in ragione della qualita’ di specialista del medesimo.

In altri termini, atteso che la diligenza esigibile nell’adempimento della prestazione professionale ex articolo 1176 c.c., comma 2, varia col variare del grado di specializzazione di cui sia in possesso il medico, oltre che del grado di efficienza della struttura in cui si trova ad operare (sicche’ dal medico di alta specializzazione ed inserito in una struttura di eccellenza e’ esigibile una diligenza piu’ elevata di quella esigibile, dinanzi al medesimo caso clinico, da parte del medico con minore specializzazione od inserito in una struttura meno avanzata: v. Cass., 9/10/2012, n. 17143; Cass., Sez. Un., 11/1/2008, n. 577; Cass., 13/4/2007, n. 8826), la corte di merito non ha valutato, la condotta mantenuta dall’ (OMISSIS) nell’effettuazione dell’intervento di tiroidectomia in argomento secondo il criterio di normalita’ ex articolo 1176 c.c., comma 2, correlativo alla condotta cui e’ tenuto il medico specialista (a fortiori se tra i migliori del settore), (v. Cass., 13/4/2007, n. 8826; Cass., 20/7/2005, n. 15255; Cass., 8/2/2005, n. 2538; Cass., 22/10/2003, n. 15789; Cass., 28/11/2001, n. 15124; Cass., 21/6/1983, n. 4245).

Nel confondere – come detto – tra natura routinaria della prestazione e fatto impeditivo dell’adempimento, la prova di quest’ultimo non valendo invero a far mutare la natura della prestazione dovuta ma esclusivamente ad escludere nello specifico caso concreto la responsabilita’ del medico, la corte di merito non ha invero spiegato come mai l’adenoma che ha nella specie colpito la (OMISSIS) abbia potuto costituire, per un Primario operante presso adeguata struttura e in assenza di riscontrate deficienze organizzative o tecniche una complicanza non prevedibile e non prevenibile, a fortiori in considerazione della circostanza che tale adenoma era stato gia’ individuato in fase diagnostica strumentale ed ulteriormente riscontrato, rispetto alle indicazioni di pochi mesi prima .

Ne’ il giudice del gravame di merito ha dato congrua motivazione dell’iter logico-giuridico seguito per addivenire nel censurare il parere espresso dal C.T.U. (cfr. Cass., 3/1/2011, n. 72; Cass., 21/8/2003, n. 12304; Cass., 4/1/2002, n. 71) a considerare il rigonfiamento in argomento (di cui non risulta dato invero nemmeno adeguatamente atto nella cartella clinica) come idoneo ad escludere la responsabilita’ del medico operante, tanto piu’ che (come emergente nei passi della CTU riportati nel ricorso) il medesimo (alla stregua di quanto emergente dal diario clinico del giorno dell’intervento) aveva invero gia’ isolato entrambi i lobi , con riconoscimento dei nervi laringei e delle paratiroidi .

Dell’impugnata sentenza s’impone pertanto la cassazione, con rinvio alla Corte d’Appello di Bologna, che in diversa composizione procedera’ a nuovo esame, facendo dei disattesi principi applicazione.

Il giudice di rinvio provvedera’ anche in ordine alle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso. Cassa l’impugnata sentenza e rinvia, anche per le spese del giudizio di cassazione, alla Corte d’Appello di Bologna, in diversa composizione.

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Originally posted 2014-12-13 17:55:40.

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 AFOTOGRAFICA1

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Un primo colloquio con il cliente che ci espone il suo caso fornendo la prima documentazione da esaminare.


 

2)Cosa deve fare i cliente in quel colloquio?

 

Fornire tutti i dati e particolari del fato per il quale imputa la responsabilità al medico o alla equipe medica o alla struttura sanitaria

 

3)Cosa mi verrà detto come cliente?

 

Se puo ‘ valere la pena seguire il caso

 

Verrà  fissata una visita medica presso uno dei medici legali fiduciari dello studio, per un più approfondito esame della documentazione e per l’accertamento della colpa del sanitario, con riferimento ai parametri scientifici dell’arte medica.


 

A questo punto, valutate le possibilità di riuscita, considerati i vantaggi economici che si intendono conseguire ed i rischi ed i costi dell’azione da esperire, viene conferito l’incarico all’avvocato.


 RAMI MEDIC NEI QUALI E’ FREQUENTE L’ERRORE MEDICO 

· Aderenze post-operatorie.
· Clips mal posizionate.
· Emboli, tromboembolie per mancata terapia anticoagulante.
· Errata esecuzione di interventi chirurgici.
· Errato approccio terapeutico alla patologia con esecuzioni di interventi non necessari alla risoluzione del problema.
· Garze e ferri chirurgici dimenticati in corpo dopo gli interventi.
· Infezioni post-operatorie.
· Lesioni di nervi, vasi, organi adiacenti, durante interventi chirurgici.
· Mancata diagnosi di patologie.
· Mancata informazione o mancata acquisizione del consenso informato.
· Mancata risoluzione del problema per il quale è stato programmato l’intervento.
· Rottura di denti o protesi durante l’intubazione.
· Scarsa assistenza nel post-operatorio.
· Suture (abnormi, tolte troppo precocemente).


ravenna_lugo-faenza-come-ottenere-il-risarcimento-per-le-vittime-di-malasanitaChirurgia estetica


· Aumento labbra: Eccesso di volume, errore di proiezione, asimmetria.
· Blefaroplastica: asimmetria, correzione eccessiva o insufficiente o cicatrici troppo evidenti.
· Lifting: cicatrici grossolane, eccessiva o insufficiente tensione cutanea e presenza di asimmetrie.
· Liposcultura: avvallamenti, asimmetrie, caduta di tessuti (per l’eccessivo svuotamento) e buchi.
· Rinoplastica: piccolo avvallamento, irregolarità nella superficie o piccola asimmetria.
· Risultato difforme da quello prospettato.
· Trapianto capelli: attaccatura innaturale, trapianto cd. “a ciuffi di bambola”, con reimpianto dei capelli a ciuffetti anziché singolarmente.


Ginecologia e ostetricia


· Danni alla madre durante il parto.
· Diagnosi errate per malattie ginecologiche.
· Distocia della spalla.
· Errate terapie per la cura della infertilità.
· Erronea diagnosi prenatale.
· Fratture della clavicola.
· Ipossia del bambino al momento del parto.
· Lesioni del plesso brachiale.
· Mancata effettuazione di manovre rianimatorie sul bambino.
· Mancata diagnosi di malformazioni fetali durante l’esecuzione di ecografie in epoca prenatale in tempo utile per effettuare l’interruzione di gravidanza.
· Mancata diagnosi di tumori dell’apparato genitale femminile.
· Omessa Diagnosi di malformazione del feto, con conseguente nascita indesiderata.
· Perdita del feto per amniocentesi o villocentesi.
· Prescrizione di terapie senza adeguati controlli.
· Ritardo nell’esecuzione di parto cesareo.
· Ritardo nell’espletamento del parto con morte del neonato.
· Uso di ventosa e di forcipe e relative lesioni.

Oculistica


· Infezioni durante l’esecuzione di interventi.
· Errata esecuzione di interventi di cataratta e di correzione laser della miopia.
· Errata esecuzione di iniezioni intravitreali.
· Omessa prescrizione di controlli in fase post-operatoria.

 

 

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responsabilità medica contrattuale o extracontrattuale

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SEI VITTIMA DI MALASANITA’ O LO E’ UN TUO PARENTE ?o lo è stata una persona a te cara, di un caso di malasanità.

Se vuoi ottenre un giusto risarcimento TU  devi sapere quali siano i 3 passi fondamentali da seguire.

1)Primo: rivolgersi ad un avvocato specializzato in responsabilità medica.

Tante agenzie vogliono trattare casi di malasanità ma poi per andare in giudizio devono rivolgersi per forza ad un avvocato

2)Secondo: un avvocato specializzato in malasanità opera una rigorosa disamina del caso, ricevendo in studio direttamente con il medico specialista nella materia d’interesse del cliente, a seconda che si tratti dell’ambito della ginecologiaostetricia, ortopedia, neurochirurgia, oncologia, cardiologia,oculistica  ecc.

3)Terzo: se vuoi giusti risultati  la professionalità è d’obbligo come d’obbligo è sottoporre preventivamente il caso a medici esperti che valutino la situazione e questo atteggiamento nei confronti di una materia così delicata fa si che si abbiano maggiori successi nell’ottenimento del risarcimento e si eviti, allo stesso tempo, che vengano intentate azioni prive di fondamento o comunque di risibile apprezzamento economico.

La responsabilità medica e il danno da malasanità sono cose serie e vanno valutate con approfondimento ed attenzione

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responsabilità medica civile

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responsabilità medica penale

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responsabilità medica prescrizione

responsabilità medica contrattuale o extracontrattuale

 

La prima cosa da sapere è che per richiedere un risarcimento per danni da errore medico ci sono 10 anni di prescrizione dall’ultimo certificato. La seconda è che in caso di riconoscimento della responsabilità da parte dell’operatore sanitario si ha diritto al rimborso di tutte le spese sostenute conseguenti al danno. 

CHIAMA L’AVVOCATO SERGIO ARMAROLI AVRAI IL TUO RISARCIMENTO!!! ASTI SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICO ,MEDICO CHE SBAGLIA, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO PER ERRORE MEDICO, RISARCIMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO, DANNO – VERCELLI SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICO ,MEDICO CHE SBAGLIA, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO PER ERRORE MEDICO, RISARCIMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO, DANNO – ALESSANDRIA SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICO ,MEDICO CHE SBAGLIA, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO PER ERRORE MEDICO, RISARCIMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO, DANNO – CUNEO SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICO ,MEDICO CHE SBAGLIA, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO PER ERRORE MEDICO, RISARCIMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO, DANNO – ASTI SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICO ,MEDICO CHE SBAGLIA, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO PER ERRORE MEDICO, RISARCIMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO, DANNO – NOVARA SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICO ,MEDICO CHE SBAGLIA, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO PER ERRORE MEDICO, RISARCIMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO, DANNO – TREVISO SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICO ,MEDICO CHE SBAGLIA, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO PER ERRORE MEDICO, RISARICMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO, DANNO – VICENZA SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICO ,MEDICO CHE SBAGLIA, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO PER ERRORE MEDICO, RISARCiMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO, DANNO – BOLOGNA SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICO ,MEDICO CHE SBAGLIA, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO PER ERRORE MEDICO, RISARCIMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO, DANNO – SEI VITTIMA DI MALASANITA’ O LO E’ UN TUO PARENTE ?o lo è stata una persona a te cara, di un caso di malasanità. Se vuoi ottenre un giusto risarcimento TU devi sapere quali siano i 3 passi fondamentali da seguire. 1)Primo: rivolgersi ad un avvocato esperto in responsabilità medica. Tante agenzie vogliono trattare casi di malasanità ma poi per andare in giudizio devono rivolgersi per forza ad un avvocato 2)Secondo: un avvocato esperto in malasanità opera una rigorosa disamina del caso, ricevendo in studio direttamente con il medico specialista nella materia d’interesse del cliente, a seconda che si tratti dell’ambito della ginecologiaostetricia, ortopedia, neurochirurgia, oncologia, cardiologia,oculistica ecc. 3)Terzo: se vuoi giusti risultati la professionalità è d’obbligo come d’obbligo è sottoporre preventivamente il caso a medici esperti che valutino la situazione e questo atteggiamento nei confronti di una materia così delicata fa si che si abbiano maggiori successi nell’ottenimento del risarcimento e si eviti, allo stesso tempo, che vengano intentate azioni prive di fondamento o comunque di risibile apprezzamento economico. La responsabilità medica e il danno da malasanità sono cose serie e vanno valutate con approfondimento ed attenzione ASTI SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICO ,MEDICO CHE SBAGLIA, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO PER ERRORE MEDICO, RISARCIMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO, DANNO – VERCELLI SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICO ,MEDICO CHE SBAGLIA, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO PER ERRORE MEDICO, RISARCIMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO, DANNO – ALESSANDRIA SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICO ,MEDICO CHE SBAGLIA, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO PER ERRORE MEDICO, RISARCIMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO, DANNO –

 

COME OTTENERE IL RISARCIMENTO PER LE VITTIME DI MALASANITALUGO SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICO ,MEDICO CHE SBAGLIA, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO PER ERRORE MEDICO, RISARCIMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO, DANNO – VERCELLI SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICO ,MEDICO CHE SBAGLIA, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO PER ERRORE MEDICO, RISARCIMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO, DANNO – ALESSANDRIA SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICO ,MEDICO CHE SBAGLIA, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO PER ERRORE MEDICO, RISARCIMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO, DANNO – CUNEO SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICO ,MEDICO CHE SBAGLIA, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO PER ERRORE MEDICO, RISARCIMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO, DANNO – FAENZA SEI VITTIMA DI MALASANITA’ ?RISARCIMENTO DA DANNO MEDICO ,MEDICO CHE SBAGLIA, COLPA MEDICA, RISARCIMENTO PER ERRORE MEDICO, RISARCIMENTO PER DANNO PRONTO SOCCORSO, DANNO –

  • Il quesito risulta formulato con sufficiente chiarezza, in relazione alle questioni che la Corte di cassazione ritiene meritevoli di esame e che nella specie attengono alla sussistenza o meno di congrua e logica motivazione in ordine alla valutazione delle risultanze di causa. Esso prospetta la mancanza di specifica motivazione circa l’irrilevanza delle manifestazioni di negligenza indiscutibilmente accertate a carico del medico, per avere egli omesso di compiere, in occasione della prima visita, gli accertamenti che avrebbero potuto consentire la verifica dello stato del paziente, e per non avere trattenuto lo I. in Ospedale sotto osservazione nelle ore immediatamente successive al primo malore.
  • Le censure, inoltre, sono tutte incentrate sull’inadeguatezza, insufficienza ed illogicità della motivazione in relazione agli accertamenti ed alle risultanze probatorie acquisite al giudizio, e sono quindi ammissibili ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 (nel testo applicabile alla fattispecie).
  • 7.- Nel merito il motivo è fondato nei termini che seguono. La sentenza impugnata è pervenuta al giudizio di assoluzione dei convenuti disattendendo i principi più volte enunciati da questa Corte in tema di responsabilità contrattuale medicosanitaria, in base ai quali il nesso causale fra il comportamento del medico e l’evento dannoso va ritenuto esistente in ogni caso in cui il medico sia incorso nell’inadempimento degli obblighi a suo carico ed il danno verificatosi costituisca conseguenza probabile, pur se non certa, di quegli inadempimenti.

 

  • In particolare, chi agisca in risarcimento dei danni è tenuto a dimostrare: a) l’esistenza del contratto (o del contatto sociale) che ha dato origine al rapporto di spedalità e di cura; b) l’insorgenza o l’aggravamento della patologia a seguito dell’intervento del sanitario; c) l’inadempimento di quest’ultimo ad obblighi di comportamento o agli elementari principi di diligenza, prudenza e perizia propri della disciplina, che siano astrattamente idonei a provocare il danno lamentato.

 

  • Grava invece su chi sia convenuto quale responsabile dimostrare o che non vi è stato alcun inadempimento, oppure che esso, pur esistendo, non è stato eziologicamente rilevante (Cass. civ. S.U. 11 gennaio 2008 n. 577).

 

  • Nell’imputazione per omissione colposa, il giudizio causale assume come termine iniziale la condotta omissiva del comportamento dovuto (Cass. n. 20328 del 2006; Cass. n. 21894 del 2004; Cass. n. 6516 del 2004; Cass. 22/10/2003, n. 15789). Ove sia ravvisabile una tale condotta, il rischio dell’incertezza circa l’effettiva derivazione del danno da quel comportamento grava a carico dell’inadempiente; non a carico del danneggiato. Nella specie la sentenza impugnata, dopo avere premesso che “…la diagnosi…… formulata dal medico di guardia in occasione del primo ricovero in ospedale del paziente, era compatibile con la sintomatologia accusata da quest’ultimo (dolore toracico) nonchè con il tracciato di ECG, che non mostrava segni elettrografici riferibili ad infarto del miocardio acuto”, ha soggiunto – sempre attenendosi agli accertamenti peritali – che “La gestione del paziente al momento del primo ricovero presso l’Ospedale di Noto la notte dell’8 giugno 1992 non poneva problemi tecnici di particolare difficoltà, ma problemi di diagnosi differenziale delicati e complessi, atteso che lo I. riferiva di essere cardiopatico, sicchè il medico di guardia avrebbe dovuto richiedere un dosaggio degli enzimi cardiaci che, in caso di infarti molto piccoli (che sfuggono all’esame ecografico) possono risultare positivi e quindi avrebbe dovuto dimettere il paziente dopo avere acquisito il risultato degli esami”.

 

  • Così accertata l’omissione da parte del medico degli accertamenti diagnostici suggeriti dalla comune esperienza per approfondire l’esame della concreta patologia da cui sia affetto il paziente cardiopatico, la Corte soggiunge che “…la condotta del sanitario non appare censurabile sotto il profilo della negligenza e dell’imperizia nè può avere avuto alcuna incidenza eziologica nella produzione del probabile evento morte, causato verosimilmente da aritmia cardiaca che è imprevedibile e spesso non preceduta da sintomi, con la conseguenza che lo I. non avrebbe potuto avere buone possibilità di sopravvivenza qualora fosse stato ricoverato nell’astanteria dell’ospedale, atteso che allo stato attuale delle conoscenze scientifiche non esistono indicatori di rischio certi che possano far prevenire siffatta morte…”. Tale motivazione è in parte contraddittoria, in parte apodittica e inidonea a giustificare la decisione. E’ contraddittoria nella parte in cui dal premesso accertamento di una negligente omissione delle indagini diagnostiche alle quali ordinariamente si ricorre a fronte del sospetto di cardiopatie e di “delicati e complessi problemi di diagnosi differenziale”, deduce un giudizio di incensurabilità della condotta del sanitario, non assistito da alcuna ulteriore considerazione.

 

  • E’ apodittica nella parte in cui afferma la non incidenza eziologica della negligenza-imperizia di cui sopra sull’evento morte e dichiara che lo I. non avrebbe avuto possibilità di sopravvivenza neppure se fosse stato trattenuto presso l’ospedale: deduzione non assistita da alcuna attendibile dimostrazione e che è da ritenere arbitraria, soprattutto ove si consideri che meramente presuntivo e probabilistico è anche il precedente giudizio della Corte di appello secondo cui la morte sarebbe stata provocata da aritmia cardiaca anzichè da infarto del miocardio: circostanza su cui si sono manifestate nel corso del giudizio notevoli disparità di opinioni fra i consulenti tecnici.

 

  • Risulta dal ricorso che tutte le relazioni peritali sono state concordi nel rilevare la negligenza del dott. D. nell’avere dimesso il paziente senza previo dosaggio degli enzimi cardiaci; che il CTU nominato in appello, dott. G., ha altresì rilevato che “…il comportamento del dott. D. è stato imprudente e superficiale; dopo la risoluzione della patologia dolorosa che aveva spinto il sig. ludica a recarsi in piena notte al P.S., il paziente doveva in tutti i casi rimanere in osservazione per la sintomatologia presentata in urgenza, il paziente poteva essere dimesso solo contro il parere dei sanitari, avvertendo i parenti di possibili rischi per la vita che poi si sono concretizzati…” (Ricorso, pag. 39 ss.).
  • Tale opinione manifesta la convinzione che il successivo malore che ha condotto alla morte abbia costituito conseguenza e sviluppo del primo; contrasta con le diverse conclusioni raggiunte dall’altro CTU nominato in appello, prof. S., ed è invece conforme al parere espresso dal CTU nominato in primo grado.
  • La motivazione della Corte di appello non ha dato alcun conto delle ragioni per cui ha ritenuto di dover seguire l’uno dei pareri (fra l’altro minoritario) anzichè l’altro; nè ha sufficientemente motivato il suo convincimento circa l’insussistenza del nesso causale fra il comportamento del dott. D. e la morte dello I., nonostante i predetti inadempimenti: dopo avere premesso – sempre sulla base dei difformi accertamenti peritali in appello – che la fibrillazione ventricolare che ha causato la morte potrebbe essere derivata sia da cardiopatia ischemica, patologia da cui era affetto il paziente; sia da aritmie aventi diversa origine, in relazione alle quali le misure di prevenzione omesse dal medico sarebbero state irrilevanti (pag. 20 ss. della sentenza impugnata), non ha compiuto alcun accertamento circa il grado di probabilità che la morte sia ricollegabile alla cardiopatia; nè ha accertato se l’evento letale avrebbe potuto essere evitato, a fronte di maggior precauzione nel prestare le cure necessarie in occasione del primo ricovero e, soprattutto, trattenendo il paziente in osservazione, a seguito del primo malore, sì da poter tempestivamente intervenire in occasione del secondo episodio.
  • La Corte di appello non si è uniformata ai principi più volte affermati da questa Corte per cui, una volta accertati gli inadempimenti del medico ed accertato che l’evento verificatosi rientra fra i probabili effetti di quegli inadempimenti, il nesso causale fra la condotta omissiva e l’evento dannoso deve ritenersi esistente in tutti i casi in cui possa affermarsi, in base alle circostanze del caso concreto, che la condotta alternativa corretta avrebbe impedito il verificarsi dell’evento sulla base di un ragionevole criterio probabilistico (Cass. civ. S.U. 11 gennaio 2008 n. 576; Cass. civ. S.U. 11 gennaio 2008 n. 581 e n. 582 ed altre); il suddetto “standard” di “certezza probabilistica deve applicarsi anche quando vi sia un problema di scelta di una delle ipotesi, tra loro incompatibili o contraddittorie, sul fatto, con la conseguenza di dover porre a base della decisione civile la soluzione derivante dal criterio di probabilità prevalente, sulla base degli elementi di prova complessivamente disponibili (Cass. civ. Sez. 3, 5 maggio 2009 n. 10285).
  • Si ricorda ancora che l’onere della prova che l’opera del medico, se correttamente e prontamente prestata, avrebbe avuto serie ed apprezzabili possibilità di evitare il danno, grava sul danneggiato.
  • Ma ha per oggetto la ragionevole probabilità, non la certezza, della sussistenza del collegamento causale (Cass. civ. Sez. 3, 11 maggio 2009 n. 10743); che “probabilità ragionevole” non significa necessariamente probabilità di accadimento superiori al 50% dei casi, ma probabilità da individuarsi sulla base di un’analisi logico- deduttiva del singolo caso (Cass. civ. 11 maggio 2009 n. 10741): il che, in astratto e a priori, verrebbe fatto per l’appunto di ritenere, nel caso di un paziente cardiopatico ricoverato al Pronto soccorso per dolori retrosternali, che deceda per fibrillazione ventricolare poche ore dopo essere stato dimesso con diagnosi tranquillizzante, senza essere stato sottoposto a tutti gli accertamenti diagnostici d’uso.
  • 8.- La sentenza impugnata non è quindi assistita da adeguata motivazione e deve essere per questa parte annullata, con rinvio della causa alla Corte di appello di Catania, in diversa composizione, affinchè riesamini la controversia e la decida uniformandosi ai principi sopra enunciati e con completa e coerente motivazione.
  • 7.- La Corte di rinvio deciderà anche sulle spese del presente giudizio.
  • SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
  • SEZIONE III CIVILE
  • Sentenza 13 aprile 2015, n. 7354
  • REPUBBLICA ITALIANA
  • IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
  • LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
  • SEZIONE TERZA CIVILE
  • Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
  • Dott. RUSSO Libertino Alberto – Presidente –
  • Dott. SPIRITO Angelo – Consigliere –
  • Dott. LANZILLO Raffaella – rel. Consigliere –
  • Dott. D’AMICO Paolo – Consigliere –
  • Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –
  • ha pronunciato la seguente:
  • sentenza
  • sul ricorso 11689-2008 proposto da:
  • G.G., I.G., I.S., elettivamente domiciliati in ROMA, VIALE BRUNO BUOZZI 99, presso lo studio dell’avvocato CARMINE PUNZI, rappresentati e difesi dall’avvocato FIACCAVENTO MARIO giusta procura a margine del ricorso;
  • – ricorrenti –
  • contro
  • ZURICH INSURANCE COMPANY S.A. (già ZURIGO SPA), in persona del legale rappresentante pro tempore, considerata domiciliata ex lege in ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato TRIGILIO GIANCARLO giusta procura in calce al controricorso;
  • AZD SANITARIA LOCALE ASL/(OMISSIS) SIRACUSA, in persona del suo legale rappresentante pro-tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA UGO DE CAROLIS 87, presso lo studio dell’avvocato IELO ANTONIO, rappresentata e difesa dall’avvocato FERDINANDO MAURELLI giusta procura a margine del controricorso;
  • D.C., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA EMANUELE FILIBERTO 257, presso lo studio dell’avvocato TURCO MARIA LAURA, rappresentato e difeso dall’avvocato PASQUALINO RACIOPPO giusta procura a margine del controricorso;
  • GENERALI ASSIC SPA, in persona dei legali rappresentanti Avv. T.G. e Dott. S.R., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ETTORE ROLLI 24, presso lo studio dell’avvocato ARTURO SFORZA, rappresentata e difesa dall’avvocato GIUSEPPE SPAGNOLO giusta procura a margine del controricorso;
  • – controricorrenti –
  • e contro
  • UNIPOL SPA, LIGURIA ASSIC SPA, RAS SPA, DANUBIO SPA, CATTOLICA ASSIC SCARL;
  • – intimati –
  • avverso la sentenza n. 928/2007 della CORTE D’APPELLO di CATANIA, depositata il 25/09/2007 R.G.N. 928/1999;
  • udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 14/01/2015 dal Consigliere Dott. RAFFAELLA LANZILLO;
  • udito l’Avvocato MARIO FIACCAVENTO;
  • udito l’Avvocato GABRIELE SPAGNOLO per delega;
  • udito l’Avvocato GIANCARLO TRIGILIO;
  • udito l’Avvocato PASQUALINO RACIOPPO;
  • udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FRESA Mario che ha concluso per l’accoglimento del 3 motivo del ricorso.
  • Svolgimento del processo
  • Con atto di citazione notificato il 7 settembre 1992 G. G., in proprio e quale esercente la potestà parentale sui figli minori, I.G. e S., ha convenuto davanti al Tribunale di Siracusa la USL n. (OMISSIS) di Noto e il dott. D. C., chiedendone la condanna in via solidale al risarcimento dei danni per la morte del marito, I.G., deceduto nella notte dell'(OMISSIS) per collasso cardiocircolatorio, poche ore dopo che il dott. D. medico di guardia al Pronto soccorso dell’Ospedale di Noto – lo aveva visitato a seguito di un malore e dimesso con diagnosi tranquillizzante.
  • I convenuti hanno resistito alla domanda.
  • La USL ha chiesto ed ottenuto di chiamare in causa la s.p.a. RAS e le società coassicuratrici indicate in polizza (Unipol, Assicurazioni Generali, Assitalia, SAI, Reale Mutua Assicurazioni, Danubio, Liguria, Soc. Cattolica di assicurazioni).
  • Il dott. D. ha chiamato a sua volta in garanzia la s.p.a.
  • Zurigo Assicurazioni.
  • Si sono costituite, resistendo alle domande, le s.p.a. Zurigo, RAS, Unipol, Generali, Danubio e Liguria e la coop. a r.l. Cattolica.
  • Nel corso del giudizio è stata disposta ed esperita CTU e, sopraggiunta l’estinzione della USL n. (OMISSIS), con ordinanza resa all’udienza del 24 gennaio 1996 il giudice ha disposto la chiamata in causa della AUSL n. (OMISSIS) di Siracusa, ad essa subentrata.
  • Questa si è costituita, resistendo anch’essa alle domande attrici.
  • Con sentenza n. 359/1998 il Tribunale ha condannato il dott. D. e la AUSL n. (OMISSIS), in via fra loro solidale, a pagare agli attori in risarcimento dei danni la somma complessiva di L. 772.000.000, oltre interessi legali, e ha condannato le compagnie assicuratrici a rivalere i rispettivi assicurati.
  • Il Tribunale si è attenuto alle conclusioni del CTU nominato in primo grado, il quale ha attribuito la causa della morte ad arresto circolatorio da fibrillazione ventricolare, presumibilmente provocata da infarto acuto del miocardio, pur non potendosi escludere altre cause. Ha ritenuto imprudente il comportamento del medico, per non avere disposto il ricovero del paziente in osservazione, dopo la prima visita, ritenendo che l’adozione di tempestivi provvedimenti terapeutici al primo insorgere del malessere avrebbero potuto evitare il decesso.
  • Con atto notificato il 27 ottobre 1999 il dott. D. ha proposto appello, a cui hanno resistito gli appellati, ad eccezione della Ausl n. (OMISSIS), rimasta contumace.
  • La s.p.a. Zurigo Assicurazioni ha proposto appello incidentale adesivo all’appello principale G.G. e gli altri eredi I. hanno anch’essi proposto appello incidentale, di cui è stata disposta la notifica alla Ausl, contumace, ed hanno successivamente rinunciato all’impugnazione.
  • La Ausl si è costituita, proponendo appello incidentale, con atto 30 marzo 2001, successivo all’udienza di precisazione delle conclusioni, ma anteriore all’udienza collegiale, ed ha eccepito il proprio difetto di legittimazione passiva, sul rilievo che non essa, ma la Regione Sicilia, è subentrata nei debiti della USL di Noto, tramite l’apposita gestione liquidatoria.
  • Nel corso del giudizio si sono costituiti in proprio I. G. e S., divenuti maggiorenni.
  • Tutti i danneggiati hanno eccepito l’inammissibilità dell’appello incidentale della Ausl, perchè tardivo, ed il passaggio in giudicato della sentenza di primo grado.
  • Con ordinanza collegiale 5 ottobre 2001 la Corte di appello di Catania ha rimesso la causa in istruttoria per dare corso ad una nuova CTU, affidata a due periti, per la valutazione del comportamento del medico e per l’accertamento delle cause della morte. Alla relazione di CTU hanno fatto seguito supplementi di perizia.
  • Con sentenza 23 febbraio – 25 settembre 2007 n. 928, notificata il 20 febbraio 2008, la Corte di appello di Catania, in riforma della sentenza di primo grado, ha dichiarato il difetto di legittimazione passiva della Ausl.
  • Ha respinto tutte le domande proposte dagli eredi I. contro la ASL e contro il medico, nonchè le domande di rivalsa proposte da questi ultimi nei confronti delle compagnie assicuratrici, ritenendo che le relazioni peritali depositate in appello portino ad escludere il nesso causale fra il comportamento del dott. D. e la morte del paziente.
  • G.G., I.G. e S. propongono tre motivi di ricorso per cassazione.
  • Resistono con separati controricorsi il dott. D., la AUSL n. (OMISSIS) di Siracusa, le Assicurazioni Generali e la Zurigo Assicurazioni.
  • Hanno depositato memoria i G., la Ausl, la Zurich e il dott. D.
  • All’udienza di discussione del 20 maggio 2014, con ordinanza depositata il 16 luglio 2014 la causa è stata rinviata a nuovo ruolo per mancanza di prova dell’avvenuta notifica dell’avviso di udienza al difensore della s.p.a. Generali Assicurazioni. Fissata nuova udienza di discussione, la Zurich ha depositato una seconda memoria.
  • Motivi della decisione
  • 1.- Deve essere preliminarmente esaminata l’eccezione di inesistenza della notificazione del ricorso al dott. D., sollevata da quest’ultimo per il fatto che l’atto non gli è stato notificato presso gli avv.ti Fausto D’Agata e Pasqualino Racioppo, dai quali era rappresentato e difeso nel giudizio di appello, bensì presso l’avv. Giuseppe Nastasi, con studio in Catania, via Papale n. 56, indicato nella procura alle liti quale mero domiciliatario per il medesimo giudizio.
  • 1.1.- L’eccezione è manifestamente infondata.
  • A norma dell’art. 330 c.p.c., comma 1, la notificazione dell’impugnazione può essere effettuata sia presso il procuratore costituito, sia nella residenza dichiarata, sia nel domicilio eletto dalla parte per il giudizio.
  • In ogni caso, anche ammesso che la notifica fosse irregolare, il ricorso sarebbe ammissibile poichè il destinatario della notificazione ha ritualmente presentato le sue difese, rispondendo con controricorso all’avversaria impugnazione, così dimostrando che l’atto ha raggiunto lo scopo a cui era diretto (cfr. da ultimo Cass. civ. Sez. 3, 29 maggio 2013 n. 13451, con riferimento ad un caso in cui la notificazione era effettivamente irregolare, perchè effettuata presso il domicilio eletto dall’intimato per il giudizio di primo grado, anzichè presso il domiciliatario nominato per il giudizio di appello).
  • 2.- Con il primo motivo i ricorrenti denunciano violazione dell’art. 2908 cod. civ. e artt. 325, 327, 334, 331 e 332 cod. proc. civ., in relazione agli artt. 102 ss. e 343 cod. proc. civ., omessa pronuncia e motivazione insufficiente e contraddittoria, nel capo in cui la sentenza impugnata ha respinto l’eccezione di inammissibilità dell’appello incidentale tardivo proposto dalla ASL n. (OMISSIS) di Siracusa. Assumono che l’impugnazione – essendosi limitata a prestare adesione al ricorso principale – non è stata motivata da quest’ultimo, bensì da altre ragioni, immediatamente desumibili dalla sentenza impugnata; che pertanto essa avrebbe dovuto essere proposta nei termini stabiliti per l’appello principale.
  • Soggiungono che l’obbligazione della ASL è autonoma e indipendente rispetto a quella del medico, trattandosi di responsabilità solidale, e che pertanto la mancata impugnazione dell’uno dei due creditori non può essere sopperita dall’impugnazione tempestiva dell’altro, non essendovi litisconsorzio necessario fra i due: che quindi la sentenza è passata in giudicato nei confronti dell’appellante incidentale tardiva.
  • Rilevano infine che il dott. D. e la Ausl sono bensì chiamati a rispondere entrambi a titolo contrattuale, ma che la loro responsabilità si fonda su diverse ragioni giuridiche, cioè sugli obblighi di comportamento derivanti da “contatto sociale”, quanto al medico; sul contratto di spedalità stipulato con il paziente, quanto alla AUSL. Donde ulteriore ragione di autonomia fra le rispettive posizioni.
  • 3.- Il motivo è privo di fondamento sotto ogni profilo.
  • 3.1.- Va premesso che nella specie la AUSL, rimasta contumace nel giudizio di appello, si è tardivamente costituita, proponendo appello incidentale, dopo l’udienza di precisazione delle conclusioni ed in sede di rimessione della causa al Collegio; sicchè l’appello sarebbe in linea di principio inammissibile ai sensi dell’art. 293 cod. civ., norma applicabile anche in appello (Cass. civ. 7 febbraio 2001 n. 1720).
  • La preclusione di cui sopra tuttavia non opera quando – dopo l’assegnazione a sentenza – il Collegio rimetta la causa in istruttoria (Cass. civ. Sez. 3, 27 luglio 2002 n. 11136; Idem, 11 dicembre 2012 n. 22618), com’ è avvenuto nel caso in esame, a seguito dell’ammissione di nuova CTU. 3.2.- Il ricorso incidentale è poi ammissibile, anche se tardivo e meramente adesivo all’appello principale. I ricorrenti richiamano il principio giurisprudenziale per cui l’appellato che, costituendosi, chieda l’accoglimento del gravame per le medesime ragioni fatte valere dell’appellante, formula una impugnazione distinta ed autonoma, per soggetti e per titolo, rispetto a quella proposta in via principale, mostrando che il suo interesse a proporla sorge non dall’impugnazione principale, ma dalla stessa sentenza impugnata; che quindi l’atto di appello avrebbe dovuto essere notificato nel termine stabilito per le impugnazioni principali, restando inapplicabile l’art. 334 cod. proc. civ. (Cass. civ. S.U. 9 agosto 1996 n. 7339, a cui hanno fatto seguito Cass. civ. 25 gennaio 2008 n. 1610; Cass. civ. 7 settembre 2009 n. 19286, ed altre).
  • Tale orientamento – pur se sporadicamente confermato anche di recente (cfr. Cass. civ. Sez. 3, 21 gennaio 2014 n. 1120) – è stato disatteso dalla più recente giurisprudenza di questa Corte a Sezioni unite, la quale ha disposto che l’impugnazione incidentale tardiva è da ritenere sempre ammissibile, a tutela della reale utilità della parte, qualora l’impugnazione principale metta in discussione l’assetto di interessi derivante dalla sentenza alla quale l’impugnante incidentale aveva originariamente prestato acquiescenza;
  • che essa è conseguentemente ammissibile, sia quando rivesta la forma della controimpugnazione rivolta contro il ricorrente principale, sia quando rivesta le forme della impugnazione adesiva a quella presentata da quest’ultimo, pur se sia fondata sugli stessi motivi e pur se si tratti di cause scindibili, ogniqualvolta si possa affermare che l’interesse ad impugnare è sorto dall’impugnazione principale, nel senso che tale impugnazione, se accolta, comporterebbe una sostanziale modifica dell’assetto delle situazioni giuridiche originariamente accettate dal coobbligato solidale (Cass. civ. Sez. U. 27 novembre 2007 n. 24627; Cass. civ. S.U. 4 agosto 2010 n. 18049; Cass. civ. Sez. 3, 30 aprile 2009 n. 10125; Cass. civ. Sez. Lav. 29 marzo 2012 n. 5086).
  • Dalla casistica giurisprudenziale si desume che la suddetta, rilevante modifica dell’assetto di interessi derivante dalla sentenza ed inizialmente accettato è stata ravvisata nei casi in cui l’impugnante incidentale tardivo sia un coobbligato solidale dell’impugnante principale ed intenda usufruire degli effetti che deriverebbero anche in suo favore dall’eventuale riforma della sentenza impugnata (Cass. S.U. n. 24627/2007, cit.).
  • L’impugnazione incidentale adesiva e tardiva è stata invece ritenuta inammissibile perchè priva di reale utilità per la parte, in un caso in cui il gravame principale era stato proposto dalla compagnia assicuratrice di altro coobbligato, al fine di escludere l’operatività della garanzia prestata in favore di quest’ultimo, mentre l’impugnazione incidentale era diretta contro il capo contenente la condanna dei condebitori solidali (Cass. civ. S.U. 7 agosto 2013 n. 18752). Ne consegue che il principio oggi ritenuto applicabile dalle Sezioni Unite, e che questa Corte condivide, è nel senso che l’impugnazione incidentale tardiva è da ritenere ammissibile, pur se meramente adesiva all’impugnazione principale, qualora rivesta concretamente utilità per l’impugnante, riguardando un capo della sentenza la cui riforma verrebbe a coinvolgere anche la posizione di quest’ultimo, come deve dirsi del caso in esame.
  • 3.3.- Va poi condivisa la decisione della Corte di appello nella parte in cui ha ritenuto che nella specie l’appello tardivo sarebbe comunque ammissibile, trattandosi di cause inscindibili, in virtù del rapporto di dipendenza fra il comportamento del medico e la responsabilità della ASL, essendo stati entrambi i soggetti convenuti nel medesimo processo.
  • Vero è che il medico e la Usi di Noto rispondono sulla base di titoli diversi: l’uno in forza del contatto sociale e l’altra in virtù del rapporto di spedalità (cfr. diffusamente, Cass. civ. Sez. 3, 13 aprile 2007 n. 8826; Idem, 14 giugno 2007 n. 13953 ed altre).
  • Ma il criterio decisivo non. attiene tanto a questo aspetto, quanto alla coincidenza degli accertamenti in fatto sottostanti alle rispettive responsabilità, per il fatto che la ASL è qui chiamata a rispondere non per fatto proprio, bensì solo per le inadempienze del medico di cui si è avvalsa. Non si tratta, cioè, di una mera obbligazione solidale orizzontale (o semplice), ma di un obbligazione in cui la solidarietà ha struttura verticale; nel senso che uno dei convenuti in giudizio è chiamato a rispondere del comportamento altrui, e che il fatto determinante la responsabilità dell’uno è quello posto in essere dal comportamento dall’altro.
  • In questi casi viene a crearsi fra i condebitori solidali convenuti nello stesso processo un rapporto di pregiudizialità-dipendenza tra le rispettive posizioni, tale da determinare l’inscindibilità della causa ed un caso di litisconsorzio necessario processuale (Cass. civ. Sez. 3, 18 gennaio 2012 n. 676 e 8 febbraio 2012 n. 1771).
  • 4.- Con il secondo motivo i ricorrenti denunciano violazione degli artt. 331, 334, 325 e 327 cod. proc. civ., motivazione insufficiente e contraddittoria, nel capo in cui la Corte di appello li ha ritenuti non legittimati ad eccepire l’inammissibilità dell’appello incidentale proposto dalla s.p.a. Zurigo, assicuratrice del dott. D.
  • 4.1.- Il motivo non è fondato.
  • Va condivisa la motivazione della sentenza impugnata per cui la compagnia di assicurazioni è stata chiamata in giudizio dal dott. D., con essa assicurato, tramite azione di garanzia cd. impropria, che concerne esclusivamente i rapporti fra l’assicurato e l’assicuratore, cioè rapporti nei quali il danneggiato non ha titolo per interferire.
  • I ricorrenti assumono che il titolo deriva loro dal fatto che la sentenza di primo grado aveva condannato anche la Zurigo a rifondere ad essi attori le spese processuali, in solido con i convenuti. Ma ciò configura in loro favore un interesse di mero fatto, per avere il giudice di primo grado erroneamente omesso di tenere distinto il rapporto di garanzia intercorrente esclusivamente fra il dott. D. ed il suo assicuratore – dal rapporto azionato dagli attori nei confronti del medico.
  • Solo il medico poteva essere direttamente condannato al risarcimento dei danni ed al rimborso delle spese in favore dei danneggiati: fermo restando il suo diritto di rivalersi nei confronti dell’assicuratore.
  • 5.- Con il terzo motivo i ricorrenti denunciano violazione degli artt. 1176, 1218, 1223, 2236 e 2697 cod. civ., in relazione agli artt. 41 e 42 cod. pen., nonchè motivazione insufficiente e contraddittoria ed omissione di pronuncia, nel capo in cui la Corte di appello ha escluso ogni responsabilità a carico del dott. D.
  • Premettono che il loro congiunto è stato una prima volta ricoverato al Pronto Soccorso dell’Ospedale di Noto alle ore 3,30 della notte dell’8 giugno 1992, poichè accusava forti dolori al petto, ed ha reso nota in quella sede la sua qualità di cardiopatico, in quanto aveva sofferto nel 1981 di insufficienza coronarica acuta; che il dott. D., medico di guardia, dopo qualche controllo ed un elettrocardiogramma – esame spesso insufficiente a rivelare alcunchè – lo ha dimesso con diagnosi di “algia retrosternale in cardiopatico: aerogastrica con aerofagite”, quasi che avesse avuto un mero mal di stomaco, mentre è prassi comune trattenere in osservazione per un certo tempo il paziente che denunci di essere cardiopatico, ed assoggettarlo ad esame del sangue per accertare il dosaggio degli enzimi cardiaci, prima di dimetterlo con diagnosi tranquillizzante;
  • che lo I., a distanza di un’ora, si è nuovamente sentito male ed è stato riaccompagnato al Pronto Soccorso, ove gli è stata diagnosticata insufficienza cardiorespiratoria acuta e shock cardiogeno. Dimesso su richiesta dei familiari e trasportato a casa, è deceduto poco tempo dopo, con diagnosi di “cardiosclerosi, infarto del miocardio, collasso cardiocircolatorio”.
  • Rilevano che la Corte di appello ha ritenuto errata la predetta diagnosi ed ha escluso la responsabilità del medico, ritenendo maggiormente attendibile il parere dei CTU nominati in appello, secondo i quali la morte è stata provocata da “fibrillazione ventricolare con l’aspetto ecografico di torsione di punta”: evento che può essere provocato da molteplici cause anche non derivanti da cardiopatie. La Corte – sempre sulla base degli accertamenti peritali – ha dato atto del fatto che il dott. D. ha tenuto un comportamento negligente in occasione del primo ricovero, ma ha ritenuto impossibile accertare in concreto da quale causa sia derivata la morte, non essendo stata effettuata autopsia, ed ha ritenuto più probabile che la fibrillazione sia stata provocata da aritmia, anzichè da “crisi ischemica acuta del miocardio”, avendo il paziente assunto per molti anni medicinali che possono provocare aritmia.
  • Ne ha dedotto l’irrilevanza delle inadempienze del dott. D., considerato che l’aritmia cardiaca è evento imprevedibile, spesso non preceduto da sintomi, sicchè lo I. non avrebbe avuto buone possibilità di sopravvivenza neppure se fosse stato ricoverato in osservazione dopo il primo malore.
  • I ricorrenti obiettano in primo luogo che i due CTU nominati in appello non hanno assunto conclusioni concordi fra di loro, quanto alla causa della morte, tanto che – interpellati dal giudice per chiarimenti dopo il deposito della relazione comune – hanno presentato due distinte relazioni, una sola delle quali ha ritenuto più probabile che il decesso sia ascrivibile a “morte cardiaca improvvisa aritmica”, anzichè a crisi ischemica acuta del miocardio, come ritenuto dal CTU di primo grado.
  • Fanno rilevare che la Corte di merito non ha indicato le ragioni per cui ha ritenuto preferibile un’opinione all’altra e che tutti i CTU, di primo e di secondo grado, di ufficio e di parte, hanno dichiarato che il dott. D. ha tenuto un comportamento imprudente in occasione del primo ricovero, in quanto avrebbe dovuto trattenere il paziente in osservazione e sottoporlo ad analisi del sangue; che in tema di responsabilità civile il nesso di causalità va individuato non sulla base della certezza che l’evento sia frutto del comportamento imprudente o inadempiente, ma in tutti i casi in cui sussista un elevato grado di probabilità che una tale connessione sussista, restando a carico del danneggiante l’onere di dimostrare che l’evento dannoso è imputabile ad una causa diversa.
  • Richiamano i principi di legge in tema di responsabilità professionale, per cui rileva anche la colpa lieve, qualora la prestazione non richieda la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà, e rilevano che tale è il caso di specie, poichè tutti i consulenti hanno dichiarato che gli interventi di cura adeguati alla situazione in cui si trovava lo I. all’atto del primo ricovero rientrano nell’ordinaria competenza di un cardiologo.
  • Insistono pertanto sull’insufficienza ed illogicità della motivazione che ha escluso la responsabilità del dott. D.
  • 6.- Debbono essere preliminarmente disattese le eccezioni di inammissibilità del motivo, sollevate dall’assicuratrice Zurich con la memoria da ultimo depositata, per avere i ricorrenti formulato un solo quesito in relazione a diverse censure, e per avere riproposto in questa sede questioni attinenti a valutazioni di merito ed all’accertamento dei fatti.
  • 6.1.- Le eccezioni non sono fondate.
  • Il quesito risulta formulato con sufficiente chiarezza, in relazione alle questioni che la Corte di cassazione ritiene meritevoli di esame e che nella specie attengono alla sussistenza o meno di congrua e logica motivazione in ordine alla valutazione delle risultanze di causa. Esso prospetta la mancanza di specifica motivazione circa l’irrilevanza delle manifestazioni di negligenza indiscutibilmente accertate a carico del medico, per avere egli omesso di compiere, in occasione della prima visita, gli accertamenti che avrebbero potuto consentire la verifica dello stato del paziente, e per non avere trattenuto lo I. in Ospedale sotto osservazione nelle ore immediatamente successive al primo malore.
  • Le censure, inoltre, sono tutte incentrate sull’inadeguatezza, insufficienza ed illogicità della motivazione in relazione agli accertamenti ed alle risultanze probatorie acquisite al giudizio, e sono quindi ammissibili ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 (nel testo applicabile alla fattispecie).
  • 7.- Nel merito il motivo è fondato nei termini che seguono. La sentenza impugnata è pervenuta al giudizio di assoluzione dei convenuti disattendendo i principi più volte enunciati da questa Corte in tema di responsabilità contrattuale medicosanitaria, in base ai quali il nesso causale fra il comportamento del medico e l’evento dannoso va ritenuto esistente in ogni caso in cui il medico sia incorso nell’inadempimento degli obblighi a suo carico ed il danno verificatosi costituisca conseguenza probabile, pur se non certa, di quegli inadempimenti.
  • In particolare, chi agisca in risarcimento dei danni è tenuto a dimostrare: a) l’esistenza del contratto (o del contatto sociale) che ha dato origine al rapporto di spedalità e di cura; b) l’insorgenza o l’aggravamento della patologia a seguito dell’intervento del sanitario; c) l’inadempimento di quest’ultimo ad obblighi di comportamento o agli elementari principi di diligenza, prudenza e perizia propri della disciplina, che siano astrattamente idonei a provocare il danno lamentato.
  • Grava invece su chi sia convenuto quale responsabile dimostrare o che non vi è stato alcun inadempimento, oppure che esso, pur esistendo, non è stato eziologicamente rilevante (Cass. civ. S.U. 11 gennaio 2008 n. 577).
  • Nell’imputazione per omissione colposa, il giudizio causale assume come termine iniziale la condotta omissiva del comportamento dovuto (Cass. n. 20328 del 2006; Cass. n. 21894 del 2004; Cass. n. 6516 del 2004; Cass. 22/10/2003, n. 15789). Ove sia ravvisabile una tale condotta, il rischio dell’incertezza circa l’effettiva derivazione del danno da quel comportamento grava a carico dell’inadempiente; non a carico del danneggiato. Nella specie la sentenza impugnata, dopo avere premesso che “…la diagnosi…… formulata dal medico di guardia in occasione del primo ricovero in ospedale del paziente, era compatibile con la sintomatologia accusata da quest’ultimo (dolore toracico) nonchè con il tracciato di ECG, che non mostrava segni elettrografici riferibili ad infarto del miocardio acuto”, ha soggiunto – sempre attenendosi agli accertamenti peritali – che “La gestione del paziente al momento del primo ricovero presso l’Ospedale di Noto la notte dell’8 giugno 1992 non poneva problemi tecnici di particolare difficoltà, ma problemi di diagnosi differenziale delicati e complessi, atteso che lo I. riferiva di essere cardiopatico, sicchè il medico di guardia avrebbe dovuto richiedere un dosaggio degli enzimi cardiaci che, in caso di infarti molto piccoli (che sfuggono all’esame ecografico) possono risultare positivi e quindi avrebbe dovuto dimettere il paziente dopo avere acquisito il risultato degli esami”.
  • Così accertata l’omissione da parte del medico degli accertamenti diagnostici suggeriti dalla comune esperienza per approfondire l’esame della concreta patologia da cui sia affetto il paziente cardiopatico, la Corte soggiunge che “…la condotta del sanitario non appare censurabile sotto il profilo della negligenza e dell’imperizia nè può avere avuto alcuna incidenza eziologica nella produzione del probabile evento morte, causato verosimilmente da aritmia cardiaca che è imprevedibile e spesso non preceduta da sintomi, con la conseguenza che lo I. non avrebbe potuto avere buone possibilità di sopravvivenza qualora fosse stato ricoverato nell’astanteria dell’ospedale, atteso che allo stato attuale delle conoscenze scientifiche non esistono indicatori di rischio certi che possano far prevenire siffatta morte…”. Tale motivazione è in parte contraddittoria, in parte apodittica e inidonea a giustificare la decisione. E’ contraddittoria nella parte in cui dal premesso accertamento di una negligente omissione delle indagini diagnostiche alle quali ordinariamente si ricorre a fronte del sospetto di cardiopatie e di “delicati e complessi problemi di diagnosi differenziale”, deduce un giudizio di incensurabilità della condotta del sanitario, non assistito da alcuna ulteriore considerazione.
  • E’ apodittica nella parte in cui afferma la non incidenza eziologica della negligenza-imperizia di cui sopra sull’evento morte e dichiara che lo I. non avrebbe avuto possibilità di sopravvivenza neppure se fosse stato trattenuto presso l’ospedale: deduzione non assistita da alcuna attendibile dimostrazione e che è da ritenere arbitraria, soprattutto ove si consideri che meramente presuntivo e probabilistico è anche il precedente giudizio della Corte di appello secondo cui la morte sarebbe stata provocata da aritmia cardiaca anzichè da infarto del miocardio: circostanza su cui si sono manifestate nel corso del giudizio notevoli disparità di opinioni fra i consulenti tecnici.
  • Risulta dal ricorso che tutte le relazioni peritali sono state concordi nel rilevare la negligenza del dott. D. nell’avere dimesso il paziente senza previo dosaggio degli enzimi cardiaci; che il CTU nominato in appello, dott. G., ha altresì rilevato che “…il comportamento del dott. D. è stato imprudente e superficiale; dopo la risoluzione della patologia dolorosa che aveva spinto il sig. ludica a recarsi in piena notte al P.S., il paziente doveva in tutti i casi rimanere in osservazione per la sintomatologia presentata in urgenza, il paziente poteva essere dimesso solo contro il parere dei sanitari, avvertendo i parenti di possibili rischi per la vita che poi si sono concretizzati…” (Ricorso, pag. 39 ss.).
  • Tale opinione manifesta la convinzione che il successivo malore che ha condotto alla morte abbia costituito conseguenza e sviluppo del primo; contrasta con le diverse conclusioni raggiunte dall’altro CTU nominato in appello, prof. S., ed è invece conforme al parere espresso dal CTU nominato in primo grado.
  • La motivazione della Corte di appello non ha dato alcun conto delle ragioni per cui ha ritenuto di dover seguire l’uno dei pareri (fra l’altro minoritario) anzichè l’altro; nè ha sufficientemente motivato il suo convincimento circa l’insussistenza del nesso causale fra il comportamento del dott. D. e la morte dello I., nonostante i predetti inadempimenti: dopo avere premesso – sempre sulla base dei difformi accertamenti peritali in appello – che la fibrillazione ventricolare che ha causato la morte potrebbe essere derivata sia da cardiopatia ischemica, patologia da cui era affetto il paziente; sia da aritmie aventi diversa origine, in relazione alle quali le misure di prevenzione omesse dal medico sarebbero state irrilevanti (pag. 20 ss. della sentenza impugnata), non ha compiuto alcun accertamento circa il grado di probabilità che la morte sia ricollegabile alla cardiopatia; nè ha accertato se l’evento letale avrebbe potuto essere evitato, a fronte di maggior precauzione nel prestare le cure necessarie in occasione del primo ricovero e, soprattutto, trattenendo il paziente in osservazione, a seguito del primo malore, sì da poter tempestivamente intervenire in occasione del secondo episodio.
  • La Corte di appello non si è uniformata ai principi più volte affermati da questa Corte per cui, una volta accertati gli inadempimenti del medico ed accertato che l’evento verificatosi rientra fra i probabili effetti di quegli inadempimenti, il nesso causale fra la condotta omissiva e l’evento dannoso deve ritenersi esistente in tutti i casi in cui possa affermarsi, in base alle circostanze del caso concreto, che la condotta alternativa corretta avrebbe impedito il verificarsi dell’evento sulla base di un ragionevole criterio probabilistico (Cass. civ. S.U. 11 gennaio 2008 n. 576; Cass. civ. S.U. 11 gennaio 2008 n. 581 e n. 582 ed altre); il suddetto “standard” di “certezza probabilistica deve applicarsi anche quando vi sia un problema di scelta di una delle ipotesi, tra loro incompatibili o contraddittorie, sul fatto, con la conseguenza di dover porre a base della decisione civile la soluzione derivante dal criterio di probabilità prevalente, sulla base degli elementi di prova complessivamente disponibili (Cass. civ. Sez. 3, 5 maggio 2009 n. 10285).
  • Si ricorda ancora che l’onere della prova che l’opera del medico, se correttamente e prontamente prestata, avrebbe avuto serie ed apprezzabili possibilità di evitare il danno, grava sul danneggiato.
  • Ma ha per oggetto la ragionevole probabilità, non la certezza, della sussistenza del collegamento causale (Cass. civ. Sez. 3, 11 maggio 2009 n. 10743); che “probabilità ragionevole” non significa necessariamente probabilità di accadimento superiori al 50% dei casi, ma probabilità da individuarsi sulla base di un’analisi logico- deduttiva del singolo caso (Cass. civ. 11 maggio 2009 n. 10741): il che, in astratto e a priori, verrebbe fatto per l’appunto di ritenere, nel caso di un paziente cardiopatico ricoverato al Pronto soccorso per dolori retrosternali, che deceda per fibrillazione ventricolare poche ore dopo essere stato dimesso con diagnosi tranquillizzante, senza essere stato sottoposto a tutti gli accertamenti diagnostici d’uso.
  • 8.- La sentenza impugnata non è quindi assistita da adeguata motivazione e deve essere per questa parte annullata, con rinvio della causa alla Corte di appello di Catania, in diversa composizione, affinchè riesamini la controversia e la decida uniformandosi ai principi sopra enunciati e con completa e coerente motivazione.
  • 7.- La Corte di rinvio deciderà anche sulle spese del presente giudizio.
  • P.Q.M.

 

  • La Corte di cassazione accoglie il terzo motivo di ricorso e rigetta gli altri motivi.

 

  • Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa alla Corte di appello di Catania, in diversa composizione, che deciderà anche sulle spese del giudizio di cassazione.
  • Così deciso in Roma, il 14 gennaio 2015.
  • Depositato in Cancelleria il 13 aprile 2015

Questa Certe ha invero a più riprese ribadito:

 

 

 

  1. a) che in caso di lesione dell’integrità fisica con esito letale, un danno biologico risarcibile in capo al danneggiato, trasmissibile agli eredi, è configurabile solo se la morte sia intervenuta dopo un apprezzabile lasso di tempo, sì da potersi concretamente configurare un’effettiva compromissione dell’integrità psicofisica del soggetto leso, non già quando la morte sia sopraggiunta immediatamente o comunque a breve distanza dall’evento, giacchè essa non costituisce la massima lesione possibile del diritto alla salute, ma lesione di un bene giuridico diverso, e cioè del bene della vita (confr. Cass. civ. 17 gennaio 2008, n. 870; Cass. civ. 28 agosto 2007, n. 18163; Corte cost. n. 372 del 1994);

 

 

 

  1. b) che parimenti il danno cosiddetto catastrofale – e cioè la sofferenza patita dalla vittima durante l’agonia – è risarcibile e può essere fatto valere iure hereditatis unicamente allorchè essa sia stata in condizione di percepire il proprio stato, abbia cioè avuto l’angosciosa consapevolezza della fine imminente, mentre va esclusa quando all’evento lesivo sia conseguito immediatamente il coma e il danneggiato non sia rimasto lucido nella fase che precede il decesso (confr. Cass. civ. 28 novembre 2008, n. 28423; Cass. civ. 24 marzo 2011, n. 6754);

 

 

 

  1. c) che non è risarcibile il danno tanatologico, da perdita del diritto alla vita, fatto valere iure successionis dagli eredi del de cuius, per l’impossibilità tecnica di configurare l’acquisizione di un diritto risarcitorio derivante dalla lesione di un bene intrinsecamente connesso alla persona del titolare, e da questo fruibile solo in natura: e invero, posto che finchè il soggetto è in vita, non vi è lesione del suo diritto alla vita, mentre, sopravvenuto il decesso, il morto, in quanto privo di capacità giuridica, non è in condizione di acquistare alcun diritto, il risarcimento finirebbe per assumere, in casi siffatti, un’anomala funzione punitiva, particolarmente percepibile laddove il risarcimento dovesse essere erogato a eredi diversi dai congiunti o, in mancanza di successibili, addirittura allo Stato (confr. Cass. civ. 24 marzo 2011, n. 6754; Cass. civ. 16 maggio 2003, n. 7632);

 

 

 

A ben vedere, a monte di tali opzioni ermeneutiche, e soprattutto dell’ultima, vi è l’elementare considerazione che, in caso di morte di un congiunto, la stessa nozione di risarcimento per equivalente – e cioè di un intervento a carico del danneggiante che serva a rimettere il patrimonio del soggetto leso nella situazione in cui si sarebbe trovato se non fosse intervenuto l’atto illecito – ha senso solo con riferimento alle conseguenze di carattere patrimoniale del fatto pregiudizievole, predominante essendo invece la funzione consolatoria dell’erogazione pecuniaria (non a caso tradizionalmente definita denaro del pianto), inattuabile, per forza di cose, nei confronti del defunto (confr. Cass. civ. 6754/2011 e 7632/2003 cit.).

 

 

Suprema Corte di Cassazione

Sezione III Civile

Sentenza 28 giugno 2011, n. 14259

 

 

Svolgimento del processo

I fatti di causa possono così ricostruirsi sulla base della sentenza impugnata.

Il (OMISSIS) Z.V., mentre alla guida della sua autovettura transitava sulla carreggiata sud dell’autostrada (OMISSIS), andò a collidere contro lo spigolo posteriore destro di un autotreno di proprietà della società Beauvier Rhon Alpes s.r.l., condotto da G.L., fermo in avaria sulla sua stessa corsia di marcia. Nell’urto la guidatrice riportò lesioni gravissime che ne determinarono rapidamente la morte.

I genitori della vittima Z.L. e F.L., la sorella Z.E. e la nonna D.L.A. convennero in giudizio innanzi al Tribunale di Torino il proprietario e il conducente dell’autotreno nonchè l’UCI -Ufficio Centrale Italiano – s.p.a. chiedendo di essere risarciti dei danni subiti.

Si costituì in giudizio la sola società assicuratrice che contestò l’avversa pretesa.

Con sentenza del 22 novembre 2002 il giudice adito, ritenuta la esclusiva responsabilità del G. nella causazione del sinistro, condannò i convenuti in solido al pagamento della somma di Euro 104.832,34 in favore di ciascuno dei genitori; di quella di Euro 32.217,40, in favore della sorella; e della somma di euro 23.079,19, in favore di D.L.A., oltre interessi legali da computasi sui predetti importi dalla data della sentenza al saldo.

Su gravame principale degli attori e incidentale di UCI la Corte d’appello di Torino, in data 22 ottobre 2008, ha condannato gli appellati in solido al pagamento delle ulteriori somme di Euro 10.406,80 e di Euro 22.756,80, in favore, rispettivamente, di Z.L. e di F.L., mentre ha rigettato l’appello incidentale. Avverso detta pronuncia propongono ricorso per cassazione Z.L., F.L. ed Z.E., formulando un unico motivo.

Resiste con controricorso UCI s.p.a. – Ufficio Centrale Italiano – che propone altresì ricorso incidentale affidato a un solo mezzo

Motivi della decisione

1 Va preliminarmente disposta, ai sensi dell’art. 335 cod. proc. civ., la riunione dei ricorsi proposti da Z.L., F.L. ed Z.E., nonchè da UCI s.p.a. avverso la stessa sentenza.

2 Ragioni di ordine logico impongono di partire dall’esame del ricorso incidentale.

Con esso si denunciano vizi motivazionali, ex art. 360 c.p.c., n. 5, in ordine alla affermazione della esclusiva responsabilità del G. nella causazione del sinistro.

Erroneamente il giudice di merito avrebbe invero ritenuto l’incidente addebitabile al conducente dell’autotreno, sulla base delle dichiarazioni da questi rese in sede di interrogatorio, senza neppure chiarire quali fossero i fatti a sè sfavorevoli, e favorevoli alla controparte, dallo stesso ammessi.

Il decidente avrebbe in realtà fatto malgoverno del materiale probatorio acquisito, dimostrativo del fatto che la Z. viaggiava a velocità elevata e che proprio tale circostanza le aveva impedito di porre tempestivamente in essere la manovra necessaria a evitare l’impatto con l’autotreno, fermo per avaria sulla corsia di emergenza.

3 Le critiche non hanno pregio.

La Corte territoriale ha ritenuto l’incidente addebitale al G., in ragione dell’assoluta pericolosità della condotta di guida dallo stesso osservata. Secondo quanto affermato in sede di interrogatorio, infatti, il convenuto, constatata l’avaria dell’autotreno, anzichè attendere i soccorsi in un’area in cui non avrebbe creato intralcio per la circolazione, si era spostato sulla corsia di marcia e, al momento dell’impatto, neppure aveva ancora posizionato il triangolo, essendo intento a parlare a telefono. Ha anche escluso il decidente la sussistenza di elementi che potessero far ritenere la responsabilità concorrente della Z. nella causazione del sinistro, considerato che la vittima non aveva potuto spostarsi sulla corsia di sorpasso per essere questa occupata da un’altra autovettura.

4 Osserva il collegio che, contrariamente all’assunto del ricorrente, l’iter argomentativo attraverso il quale il giudice di merito ha motivato la scelta decisoria adottata è conforme ai principi giuridici che governano la materia della circolazione stradale, logicamente corretto ed esente da aporie o da contrasti disarticolanti tra emergenze fattuali e soluzione giuridica adottata.

La ricostruzione della fattispecie concreta, basata su una lettura del materiale istruttorie estremamente analitica e improntata a massime di esperienza ampiamente condivisibili, è del tutto plausibile, essendo semmai apodittica l’affermazione di una concorrente responsabilità della vittima nella causazione del sinistro.

L’assoluta congruità dell’apparato motivazionale rende insindacabile in sede di legittimità l’accolta versione delle modalità del sinistro e la valutazione della condotta dei singoli soggetti che vi furono coinvolti, in quanto giudizi di merito, sottratti al sindacato di guesta Corte (confr. Cass. civ. 23 febbraio 2006, n. 4009).

Il ricorso è conseguentemente respinto.

5 Passando all’esame dell’impugnazione principale, nell’unico motivo gli impugnanti lamentano violazione dell’art. 2059 cod. civ. e art. 2 Cost. ex art. 360 c.p.c., n. 3. Senza contestare che, in base alla ricostruzione delle modalità del sinistro accolta dal giudice di merito, la morte della loro congiunta fu praticamente immediata, sostengono i ricorrenti che, in base ai più recenti arresti delle sezioni unite del Supremo Consesso, il danno non patrimoniale patito dalla danneggiata sarebbe comunque ad essi dovuto, essendo ravvisabili, nella condotta del conducente dell’autotreno, gli estremi del reato di omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme sulla circolazione stradale. Deducono quindi che in sede di gravame proprio di tale pregiudizio, spettante alla loro dante causa e nella cui titolarità essi erano subentrati in qualità di successori, avevano chiesto l’attribuzione.

6 Anche tali critiche sono infondate.

L’affermazione del giudice di merito, secondo cui, considerata l’eziologia dell’incidente, non era stato provato il consolidarsi in capo alla Z. di un proprio danno morale, come tale trasmissibile agli eredi, di talchè nulla poteva essere riconosciuto agli attori iure hereditatis, è conforme alla consolidata giurisprudenza di legittimità, dalla quale il collegio non intende discostarsi.

Questa Certe ha invero a più riprese ribadito:

  1. a) che in caso di lesione dell’integrità fisica con esito letale, un danno biologico risarcibile in capo al danneggiato, trasmissibile agli eredi, è configurabile solo se la morte sia intervenuta dopo un apprezzabile lasso di tempo, sì da potersi concretamente configurare un’effettiva compromissione dell’integrità psicofisica del soggetto leso, non già quando la morte sia sopraggiunta immediatamente o comunque a breve distanza dall’evento, giacchè essa non costituisce la massima lesione possibile del diritto alla salute, ma lesione di un bene giuridico diverso, e cioè del bene della vita (confr. Cass. civ. 17 gennaio 2008, n. 870; Cass. civ. 28 agosto 2007, n. 18163; Corte cost. n. 372 del 1994);
  2. b) che parimenti il danno cosiddetto catastrofale – e cioè la sofferenza patita dalla vittima durante l’agonia – è risarcibile e può essere fatto valere iure hereditatis unicamente allorchè essa sia stata in condizione di percepire il proprio stato, abbia cioè avuto l’angosciosa consapevolezza della fine imminente, mentre va esclusa quando all’evento lesivo sia conseguito immediatamente il coma e il danneggiato non sia rimasto lucido nella fase che precede il decesso (confr. Cass. civ. 28 novembre 2008, n. 28423; Cass. civ. 24 marzo 2011, n. 6754);
  3. c) che non è risarcibile il danno tanatologico, da perdita del diritto alla vita, fatto valere iure successionis dagli eredi del de cuius, per l’impossibilità tecnica di configurare l’acquisizione di un diritto risarcitorio derivante dalla lesione di un bene intrinsecamente connesso alla persona del titolare, e da questo fruibile solo in natura: e invero, posto che finchè il soggetto è in vita, non vi è lesione del suo diritto alla vita, mentre, sopravvenuto il decesso, il morto, in quanto privo di capacità giuridica, non è in condizione di acquistare alcun diritto, il risarcimento finirebbe per assumere, in casi siffatti, un’anomala funzione punitiva, particolarmente percepibile laddove il risarcimento dovesse essere erogato a eredi diversi dai congiunti o, in mancanza di successibili, addirittura allo Stato (confr. Cass. civ. 24 marzo 2011, n. 6754; Cass. civ. 16 maggio 2003, n. 7632);

A ben vedere, a monte di tali opzioni ermeneutiche, e soprattutto dell’ultima, vi è l’elementare considerazione che, in caso di morte di un congiunto, la stessa nozione di risarcimento per equivalente – e cioè di un intervento a carico del danneggiante che serva a rimettere il patrimonio del soggetto leso nella situazione in cui si sarebbe trovato se non fosse intervenuto l’atto illecito – ha senso solo con riferimento alle conseguenze di carattere patrimoniale del fatto pregiudizievole, predominante essendo invece la funzione consolatoria dell’erogazione pecuniaria (non a caso tradizionalmente definita denaro del pianto), inattuabile, per forza di cose, nei confronti del defunto (confr. Cass. civ. 6754/2011 e 7632/2003 cit.).

Dirimente è in proposito la considerazione della irriducibile a somma disomogeneità tra bene inciso e mezzo attraverso il quale ne viene attuata la reintegrazione e, prima e ancor più, dell’impossibilità fisica di erogare la tutela in favore del soggetto che di quel bene era titolare.

8 In definitiva entrambi i ricorsi devono essere rigettati. L’esito complessivo del giudizio consiglia compensarne integralmente le spese tra le parti.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi e li rigetta entrambi. Compensa integralmente tra le parti le spese del giudizio.

  1. Nel nostro caso il Tribunale accordo’ alla vittima il danno biologico ed il pregiudizio definito “morale”, evidentemente ritenendo sussistenti i presupposti di fatto dell’uno e dell’altro.
  1. Ora, e’ certamente vero che il danno definito comunemente “morale”, quando sia causato da una lesione della salute, non e’ che una personalizzazione del risarcimento del danno biologico, necessaria per tenere conto di eventuali peculiarita’ del caso concreto.
  1. Tuttavia l’accertamento della sussistenza di circostanze peculiari che giustificano un aumento de quantum del danno biologico, rispetto alla sua misura standard (la si chiami “personalizzazione”, “danno morale”, o come si voglia) si fonda su accertamenti di fatto ben diversi da quelli sui quali si fonda la liquidazione del danno biologico, che esige la sola stima dell’invalidita’ permanente e l’accertamento di quella temporanea. Ne consegue che la (OMISSIS), non avendo mai contestato che sussistessero i presupposti di fatto per la suddetta liquidazione del danno morate, ha lasciato passare in giudicato la statuizione di esistenza di essi, ed ovviamente quella relativa al loro ammontare.

Suprema Corte di Cassazione

sezione III

sentenza 14 ottobre 2015, n. 20619

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETTI Giovanni B. – Presidente

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere

Dott. RUBINO Lina – Consigliere

Dott. BARRECA Giuseppina Luciana – Consigliere

Dott. ROSSETTI Marco – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 16969/2012 proposto da:

(OMISSIS) SPA, in persona del legale rappresentante, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio deLL’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS) giusta procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), (OMISSIS);

– intintati –

avverso la sentenza n. 116/2012 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA, depositata il 16/01/2012, R.G.N. 935/2005;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 22/06/2015 dal Consigliere Dott. MARCO ROSSETTI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FINOCCHI GHERSI Renato, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

  1. Il (OMISSIS) (OMISSIS) rimase vittima d’un sinistro stradale.

Per ottenere il risarcimento dei danni da esso derivati, nel (OMISSIS) (OMISSIS) convenne (OMISSIS) e (OMISSIS) s.p.a. (che in seguito mutera’ ragione sociale in (OMISSIS) s.p.a.; d’ora innanzi, per brevita’, “la (OMISSIS)”) dinanzi al Tribunale di Belluno.

  1. Nel corso del giudizio la vittima mori’ per cause diverse dalle lesioni, e la causa venne coltivata dai suoi eredi.

Il Tribunale di Belluno, dopo undici anni di giudizio, con sentenza 10.1.2005 n. 1 accolse integralmente la domanda e liquido’ il danno in conformita’.

  1. La sentenza venne appellata dalla (OMISSIS).

La Corte d’appello di Venezia con sentenza 16.1.2012 n. 116 accolse il gravame della (OMISSIS), e liquido’ il danno biologico patito dalla vittima tenendo conto della durata della vita effettivamente vissuta tra le lesioni e la morte.

  1. La sentenza d’appello e’ stata impugnata per cassazione dalla (OMISSIS), sulla base di otto motivi.

Nessuno degli intimati si e’ difeso.

MOTIVI DELLA DECISIONE

  1. Il primo ed il secondo motivo di ricorso.

1.1. Il primo ed il secondo motivo di ricorso possono essere esaminati congiuntamente.

Con essi la ricorrente sostiene che la sentenza impugnata sarebbe viziata sia da una nullita’ processuale, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 4; sia da un vizio di motivazione, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 5. Espone, al riguardo, che la Corte d’appello ha errato la’ dove ha liquidato il danno biologico tenendo conto della durata della vita effettivamente vissuta dalla vittima, ma non ha fatto altrettanto nel liquidare il “danno morale”.

1.2. Il motivo e’ manifestamente inammissibile.

Si rileva dalla sentenza impugnata che la (OMISSIS), neil’impugnare la decisione di primo grado, si dolse della quantificazione “del danno biologico” (cosi’ la sentenza d’appello, p. 6); e chiese una nuova liquidazione “del danno biologico da invalidita’ permanente” (ibidem, p. 9), che tenesse conto della vita effettivamente vissuta dalla vittima, e non di quella media. Dunque la questione dei criteri di liquidazione del danno c.d. “morale” non formo’ per nulla oggetto del giudizio di appello, ed e’ quindi inammissibile in questa sede.

1.3. La ricorrente sostiene che essa, impugnando la liquidazione del danno biologico da invalidita’ permanente, aveva inteso fare “evidente riferimento con l’intera liquidazione, del danno non patrimoniale da invalidita’ permanente”, e quindi anche al danno c.d. “morale”, che il Tribunale aveva liquidato in una percentuale del danno biologico.

Questa deduzione non giova all’ammissibilita’ del ricorso.

La circostanza che due danni abbiano la medesima natura (e il danno biologico e quello morale l’hanno) non comporta affatto, sul piano processuale, che chiesto o contestato il risarcimento dell’uno, cio’ valga per cio’ solo a chiedere o contestare il risarcimento dell’altro.

Quel che rileva, ai fini dell’effetto espansivo d’una eventuale impugnazione, e’ la medesimezza dei presupposti di fatto delle due liquidazioni.

Cosi’, ad esempio, anche il danno consistito nel costo di riparazione d’un immobile e quello da perdita dei relativi canoni di locazione hanno la medesima natura (scilicet, patrimoniale): ma nessuno ammetterebbe che, impugnata la liquidazione del primo, si possa rimettere in discussione anche la liquidazione del secondo.

Nel nostro caso il Tribunale accordo’ alla vittima il danno biologico ed il pregiudizio definito “morale”, evidentemente ritenendo sussistenti i presupposti di fatto dell’uno e dell’altro.

Ora, e’ certamente vero che il danno definito comunemente “morale”, quando sia causato da una lesione della salute, non e’ che una personalizzazione del risarcimento del danno biologico, necessaria per tenere conto di eventuali peculiarita’ del caso concreto.

Tuttavia l’accertamento della sussistenza di circostanze peculiari che giustificano un aumento de quantum del danno biologico, rispetto alla sua misura standard (la si chiami “personalizzazione”, “danno morale”, o come si voglia) si fonda su accertamenti di fatto ben diversi da quelli sui quali si fonda la liquidazione del danno biologico, che esige la sola stima dell’invalidita’ permanente e l’accertamento di quella temporanea. Ne consegue che la (OMISSIS), non avendo mai contestato che sussistessero i presupposti di fatto per la suddetta liquidazione del danno morate, ha lasciato passare in giudicato la statuizione di esistenza di essi, ed ovviamente quella relativa al loro ammontare.

  1. Il terzo ed i quarto motivo di ricorso.

2.1. Il terzo ed il quarto motivo di ricorso possono essere esaminati congiuntamente.

Con essi la ricorrente sostiene che la sentenza impugnata sarebbe viziata sia da una nullita’ processuale, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 4; sia da un vizio di motivazione, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 5. Espone, al riguardo, che la Corte d’appello da un lato avrebbe erroneamente confermato l’attribuzione al proprio assicurato (OMISSIS) della responsabilita’ esclusiva del sinistro, sebbene mancasse una prova in tal senso; e dall’altro non aveva provveduto sul relativo motivo d’appello.

2.2. Ad onta della loro intitolazione formale, ambedue i motivi pretendono nella sostanza da questa Corte una nuova e diversa valutazione delle prove, rispetto a quella compiuta dal giudice di merito.

Essi sono pertanto inammissibili.

Giova ricordare alla ricorrente che il vizio di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione sussiste solo quando nel ragionamento del giudice di merito sia riscontrabile il mancato o insufficiente esame di punti decisivi della controversia, ovvero un insanabile contrasto tra le argomentazioni adottate, tale da non consentire l’identificazione del procedimento logico giuridico posto a base della decisione.

E’ altresi’ noto che il giudice di merito al fine di adempiere all’obbligo della motivazione non e’ tenuto a valutare singolarmente tutte le risultanze processuali e a confutare tutte le argomentazioni prospettate dalle parti, ma e’ invece sufficiente che, dopo avere vagliato le une e le altre nel loro complesso, indichi gli elementi sui quali intende fondare il proprio convincimento, dovendosi ritenere disattesi, per implicito, tutti gli altri rilievi e circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata.

E’, infine, noto che la Corte di Cassazione non ha il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione del giudice del merito.

Da questi principi pacifici discende che non puo’ chiedersi al giudice di legittimita’ una valutazione delle prove ulteriore e diversa rispetto a quella adottata dal giudice di merito. Il sindacato della Corte e’ limitato a valutare se la motivazione adottata dal giudice di merito sia esistente, coerente e consequenziale: accertati tali requisiti, nulla rileva che le prove raccolte si sarebbero potute teoricamente valutare in altro modo. Nel caso di specie la Corte d’appello ha spiegato perche’ (OMISSIS) dovesse ritenersi responsabile esclusivo del sinistro, ovvero l’avere invaso l’opposta corsia di marcia (p. 8-9), ed ha indicato le fonti del proprio convincimento. Una motivazione dunque esiste e non e’ illogica; stabilire poi se sia corretta nel merito e’ questione non proponibile in questa sede.

  1. Il quinto ed il sesto motivo di ricorso.

3.1. Il quinto ed il sesto motivo di ricorso possono essere esaminati congiuntamente.

Con essi la ricorrente sostiene che la sentenza impugnata sarebbe affetta sia da una violazione di legge, ai sensi all’articolo 360 c.p.c., n. 3 (si assumono violati gli articoli); sia da un vizio di motivazione, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 5.

Espone, al riguardo, che la sentenza d’appello sarebbe contraddittoria: la Corte d’appello infatti avrebbe dichiarato in motivazione di voler condannare gli appellati ( (OMISSIS) e (OMISSIS)) alla rifusione delle spese, ma poi nel dispositivo ha condannato a (OMISSIS) e (OMISSIS).

3.2. Il motivo e’ manifestamente infondato.

Puo’ parlarsi di contraddizione tra motivazione e dispositivo solo quando il contrasto tra l’una e l’altra sia totalmente insanabile, e renda imperscrutabile la volizione dell’organo giudicante.

Non e’ questo il nostro caso.

(OMISSIS) e (OMISSIS) (eredi della vittima (OMISSIS)) hanno chiesto la condanna della (OMISSIS) ed hanno vinto la causa.

Nulla rileva che in appello il quantum del risarcimento sia stato ridotto.

L’esito complessivo della lite vede la (OMISSIS) debitrice e quindi soccombente.

A cio’ ha fatto chiaramente riferimento la Corte d’appello in motivazione, la’ dove ha stabilito che:

(a) la soccombenza delle spese andava valutata in base “all’esito complessivo della lite” (p. 11);

(b) il quantum delle spese andava determinato in base “all’ammontare di danno effettivamente riconosciuto”, ovvero quello liquidato in appello.

Il senso della statuizione e’ chiaro: la (OMISSIS) paga le spese perche’ perde la lite, ma le spese vanno ovviamente determinate in base al nuovo ammontare del risarcimento determinato in appello.

Dunque non v’e’ alcun contrasto tra dispositivo e motivazione, ed il riferimento agli “appellati” contenuto nel secondo rigo della pag. 11 della sentenza impugnata – alla luce del tenore complessivo della decisione – va qualificato come un irrilevante lapsus calami, agevolmente superabile in virtu’ della lettura complessiva della sentenza.

  1. Il settimo e l’ottavo motivo di ricorso.

4.1. Anche questi due ultimi motivi possono essere esaminati congiuntamente.

Con essi la ricorrente sostiene che la sentenza impugnata sarebbe viziata sia da una nullita’ processuale, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 4; sia da un vizio di motivazione, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 5.

Espone, al riguardo, che la Corte d’appello non si sarebbe pronunciata sulla domanda di restituzione degli importi pagati dalla (OMISSIS) in esecuzione della sentenza di primo grado.

4.2. Il motivo e’ manifestamente inammissibile.

Per domandare la restituzione d’una somma e’ necessario che essa sia stata pagata.

Il ricorrente, in violazione del principio di autosufficienza di cui all’articolo 366 c.p.c., n. 6, nel proprio ricorso non deduce affatto ne’ quanto ha versato, ne’ quando, ne’ in quale atto di causa abbia dimostrato l’avvenuto pagamento.

Dinanzi a tale carenza assertiva non e’ dunque possibile stabilire se la Corte d’appello, omettendo di pronunciarsi formalmente sulla richiesta di restituzione, l’abbia correttamente rigettata per implicito, ovvero abbia erroneamente trascurato di provvedere su essa. Il che, ovviamente, rende il motivo inammissibile.

Va da se’ che resta il diritto alla restituzione dell’indebito potra’ essere fatto valere in altro giudizio, se non prescritto.

  1. Le spese.

Non e’ luogo a provvedere sulle spese, attesa la indefensio degli intimati.

P.Q.M.

LA CORTE DI CASSAZIONE

visto l’articolo 380 c.p.c.:

-) rigetta il ricorso.

 

Originally posted 2014-12-01 18:46:23.

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Con riferimento all’accertamento del rapporto di causalità, va, poi, osservato che la giurisprudenza di legittimità ha affermato che nel reato colposo omissivo improprio il rapporto di causalità tra omissione ed evento non può ritenersi sussistente sulla base del solo coefficiente di probabilità statistica, ma deve essere verificato alla stregua di un giudizio di alta probabilità logica, sicchè esso è configurabile solo se si accerti che, ipotizzandosi come avvenuta l’azione che sarebbe stata doverosa ed esclusa l’interferenza di decorsi causali alternativi, l’evento, con elevato grado di credibilità razionale, non avrebbe avuto luogo ovvero avrebbe avuto luogo in epoca significativamente posteriore o con minore intensità lesiva (cfr. Sez. U, n.30328 del 10/07/2002, Franzese, Rv. 222138).

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‘ stato affermato che deve considerarsi utopistico un modello di indagine causale, fondato solo su strumenti di tipo deterministico e nomologico-deduttivo, affidato esclusivamente alla forza esplicativa di leggi universali. Ciò in quanto, nell’ambito dei ragionamenti esplicativi, si formulano giudizi sulla base di generalizzazioni causali, congiunte con l’analisi di contingenze fattuali. In tale prospettiva, si è chiarito che il coefficiente probabilistico della generalizzazione scientifica non è solitamente molto importante; e che è invece importante che la generalizzazione esprima effettivamente una dimostrata, certa relazione causale tra una categoria di condizioni ed una categoria di eventi Nella verifica dell’imputazione causale dell’evento, cioè, occorre dare corso ad un giudizio predittivo, sia pure riferito al passato: il giudice si interroga su ciò che sarebbe accaduto se l’agente avesse posto in essere la condotta che gli veniva richiesta. Con particolare riferimento alla casualità omissiva – che pure viene in rilievo nel caso di specie – si osserva poi che la giurisprudenza di legittimità ha enunciato il carattere condizionalistico della causalità omissiva, indicando il seguente itinerario probatorio: il giudizio di certezza del ruolo salvifico della condotta omessa presenta i connotati del paradigma indiziario e si fonda anche sull’analisi della caratterizzazione del fatto storico, da effettuarsi ex post sulla base di tutte le emergenze disponibili, e culmina nel giudizio di elevata “probabilità logica” (Sez. U, n. 30328 del 10.7.2002, cit.).

Si è precisato, inoltre, che le incertezze alimentate dalle generalizzazioni probabilistiche possono essere in qualche caso superate nel crogiuolo del giudizio focalizzato sulle particolarità del caso concreto quando l’apprezzamento conclusivo può essere espresso in termini di elevata probabilità logica (Sez. 4, n. 43786 del 17/09/2010, dep. 13/12/2010, Cozzini, Rv. 248943).

Ai fini dell’imputazione causale dell’evento, pertanto, il giudice di merito deve sviluppare un ragionamento esplicativo che si confronti adeguatamente con le particolarità della fattispecie concreta, chiarendo che cosa sarebbe accaduto se fosse stato posto in essere il comportamento richiesto all’imputato dall’ordinamento (cfr. Sez. U, n. 38343 del 24.04.2014, dep. 18.09.2014, Rv. 261103).

Nel reato colposo omissivo improprio, quindi, il rapporto di causalità tra omissione ed evento non può ritenersi sussistente sulla base del solo coefficiente di probabilità statistica, ma deve essere verificato alla stregua di un giudizio di elevata probabilità logica, che, a sua volta, deve essere fondato, oltre che su un ragionamento deduttivo basato sulle generalizzazioni scientifiche, anche su un giudizio di tipo induttivo circa il ruolo salvifico della condotta omessa, elaborato sull’analisi della caratterizzazione del fatto storico e focalizzato sulle particolarità del caso concreto (Sez. 4, n. 49707 del 04/11/2014, Rv. 263284; Sez. 4, n. 26491 del 11/05/2016, Rv. 267734).

2.3. Nella specie, la Corte territoriale, ha osservato che l’erronea classificazione delle condizioni del paziente in codice verde era frutto della condotta omissiva – imperita e negligente – tenuta dall’infermiera R., che trascurava del tutto di apprezzare le condizioni del paziente, sia all’arrivo in pronto soccorso sia successivamente nella doverosa rivalutazione che si imponeva, in ragione della sintomatologia lamentata rapportata all’età.

Nel ritenere comprovato il nesso causale, poi, non ha dato valore esclusivo al dato statistico, che esprimeva percentuali di sopravvivenza del paziente in caso di tempestivo intervento rilevanti e sicuramente non trascurabili, ma ha valorizzato anche tutte le peculiarità del caso concreto; in particolare ha rilevato che: il paziente si trovava già in pronto soccorso e, quindi, l’intervento specialistico cardiologico era garantito con assoluta tempestività; l’ospedale era attrezzato con metodiche di emodinamica all’avanguardia, sicchè sarebbero state immediatamente eseguibili le indagini invasive, quali la coronarografia, e non invasive, quali l’ecocardiografia, nonchè l’intervento di angioplastica; l’esame della documentazione medica e delle risultanze delle consulenze in atti dava prova che l’intervento cardiologico praticato al paziente, una volta conclamata l’urgenza, era stato rapidissimo e corretto.

Il paziente avrebbe potuto essere salvato con elevata probabilità prossima alla certezza solo nel tempo in cui egli si trovò presso il pronto soccorso ortopedico, allorché la ipovolemia era compensata e lo shock emorragico era contenuto. In quel frangente si verificarono tuttavia disguidi, disorganizzazione ed equivoci non imputabili all’unico sanitario presente nel pronto soccorso ortopedico, tra l’altro impegnato nella cura di un grave caso di emorragia che aveva colpito un paziente operato in quel giorno
Si rammenta in proposito che sarebbe stato necessario eseguire ecografia addominale non praticabile nel pronto soccorso per l’assenza della relativa apparecchiatura, che si sarebbe dovuto reperire ed infondere sangue, che si sarebbe dovuta allestire la sala operatoria e si sarebbero dovuti pure reperire in orario notturno i chirurghi per l’esecuzione dell’intervento di splenectomia. La pronunzia analizza in dettaglio i tempi per le diverse operazioni e perviene alla conclusione che pur a seguito di visita tempestiva l’evento letale con elevata probabilità non si sarebbe potuto evitare. Ciò perché non si disponeva della strumentazione diagnostica, perché occorreva reperire il sangue del gruppo zero ed occorreva altresì porre gli adempimenti preparatori all’atto chirurgico. In conclusione, all’esito della prova controfattuale è assai dubbio che una condotta terapeutica appropriata avrebbe salvato la vita del paziente.
L’argomentazione viene completata considerando che il drammatico evento è stato frutto di una serie di concause. L’errore dei volontari dell’ambulanza che trasportarono il paziente al pronto soccorso ortopedico e non a quello generale, la negata percezione di dolori addominali da parte del ferito, l’assenza di un apparecchio per l’ecografia, l’irrazionale separazione dei diversi pronto soccorso, la mancanza di linee guida uffici efficienti per il trasferimento del paziente, la mancata valutazione da parte dell’infermiera della reale situazione del paziente.
Di qui la pronunzia assolutoria perché il fatto non sussiste alla stregua dell’assenza di prova in ordine all’indicato nesso causale.
Pure tale apprezzamento non può che essere confermato. Questa Corte, anche a sezioni unite (S.U. Franzese, 2002; S U. Espenhanh, 2014) ha chiarito che anche nell’ambito della causalità omissiva vale la regola di giudizio della ragionevole, umana certezza; e che tuttavia tale apprezzamento va compiuto tenendo conto da un lato delle informazioni di carattere generalizzante afferenti al coefficiente probabilistico che assiste il carattere salvifico delle misure doverose appropriate, e dall’altro delle contingenze del caso concreto. Nella fattispecie in esame tale apprezzamento è stato correttamente compiuto. Non solo si è mostrato che le probabilità di successo della terapia appropriata sono correlate alla tempestività dell’intervento terapeutico; ma si è correttamente aggiunto che nel caso in esame l’ora notturna e le conclamate deficienze organizzative della struttura sanitaria rendevano sostanzialmente impossibile un intervento tempestivo. L’argomentazione non è astratta ma scende correttamente a puntualmente analizzare le scansioni temporali. Dunque, l’apprezzamento è immune da vizi logici o giuridici.
Rispetto a tali concludenti valutazioni appare priva di rilievo l’invocata riapertura dell’istruttoria per l’acquisizione di documenti di cui non si spiega neppure la teorica rilevanza. È dunque da ritenersi che la complessiva argomentazione espressa dalla pronunzia d’appello rechi un implicito quanto evidente giudizio d’irrilevanza delle prove richieste.
Il ricorso deve essere conseguentemente rigettato
slide3Suprema Corte di Cassazione
sezione IV
sentenza 10 novembre 2014, n. 46336
AINFOMMMMMMotivi della decisione
La giurisprudenza di legittimità, anche a Sezioni Unite (Sez. U, n. 38343 del 24/04/2014, Espenhahn, Rv. 261103; Sez. U, n. 30328 del 10/07/2002, Franzese, Rv. 222138 Espenhanh, 2014) ha ripetutamente chiarito che anche nell’ambito della causalità omissiva vale la regola di giudizio della ragionevole, umana certezza; e che tale apprezzamento va compiuto tenendo conto: da un lato, delle informazioni di carattere generalizzante afferenti al coefficiente probabilistico, che assiste il carattere salvifico delle misure doverose appropriate; e, dall’altro, delle contingenze del caso concreto; e, dunque, adegua al caso concreto le informazioni statistiche generalizzanti. Ed ha aggiunto altresì che la regola di giudizio, compendiata nella formula “al di là di ogni ragionevole dubbio” – propria del processo penale – impone di pronunciare condanna a condizione che il dato probatorio acquisito lasci fuori soltanto eventualità che, pur astrattamente formulabili e prospettabili come possibili in rerum natura, siano remote, nel senso che l’effettiva realizzazione di dette eventualità, nella fattispecie concreta, risulti priva del benchè minimo riscontro nelle emergenze processuali. Occorre in questa sede ribadire che la valutazione controfattuale, demandata al giudice di merito, deve avvenire rispetto al “singolo comportamento storico”, alla “singola situazione storica” e alla “singola conseguenza storica” (Sez. 4, n. 30469 del 13/06/2014, Jann, Rv. 262239). 7 I termini di fatto ai quali deve riferirsi il giudice penale, nel verificare la sussistenza di elementi indicativi della riferibilità causale dell’evento alla condotta attiva od omissiva posta in essere dall’agente, sono necessariamente quelli riportati nel capo di imputazione: è il capo di imputazione, infatti, che delinea e delimita la specifica sequenza fenomenologica, nell’ambito della quale si assume che la condotta attesa abbia determinato la verificazione dell’evento dannoso, come realizzatosi. In tema di responsabilità medica, ai fini dell’accertamento del nesso di causalità è necessario individuare tutti gli elementi concernenti la causa dell’evento, in quanto solo la conoscenza, sotto ogni profilo fattuale e scientifico, del momento iniziale e della successiva evoluzione della patologia consente l’analisi della condotta omissiva colposa addebitata al sanitario per effettuare il giudizio controfattuale e verificare se, ipotizzandosi come realizzata la condotta dovuta, l’evento lesivo sarebbe stato evitato al di là di ogni ragionevole dubbio (Sez. 4, n. 43459 del 04/10/2012, Albiero, Rv. 255008).
Nei reati omissivi impropri, la valutazione concernente la riferibilità causale dell’evento lesivo alla condotta omissiva che si attendeva dal soggetto agente, deve avvenire rispetto alla sequenza fenomenologica descritta nel capo d’imputazione, di talchè, nelle ipotesi di omicidio o lesioni colpose in campo medico, il ragionamento controfattuale deve essere svolto dal giudice di merito in riferimento alla specifica attività (diagnostica, terapeutica, di vigilanza e salvaguardia dei parametri vitali del paziente o altro) che era specificamente richiesta al sanitario e che si assume idonea, se realizzata, a scongiurare l’evento lesivo, come in concreto verificatosi, con alto grado di credibilità razionale (Sez. 4, n. 30469 del 2014 cit.). Nella fattispecie in esame tale apprezzamento non è stato correttamente compiuto. La Corte avrebbe dovuto farsi carico di considerare tutte le particolarità del caso concreto, indubbiamente complesso, in quanto nella consulenza tecnica del pubblico ministero, le cui risultanze sono state recepite e condivise dai giudici di merito, erano ipotizzate plurime dinamiche consequenziali: la mancanza di un reparto specialistico di cardiochirurgia presso l’ospedale (OMISSIS); la possibilità di allertare un centro specializzato a seguito del rilievo dell’emopericardio (versamento di sangue nel pericardio) dovuto alla ferita; la disponibilità di un’ambulanza e il tempo del tragitto (calcolato dal consulente in un’ora e mezza); la possibilità di organizzare ad horas un’equipe operatoria per intervenire in tempi brevi; le probabilità non elevate di riuscita dell’eventuale intervento. Sotto tale ultimo profilo non possono che essere richiamate le considerazioni medico-legali riportate a pag. 22 dell’elaborato – allegato ai fini dell’autosufficienza del ricorso – del consulente del pubblico ministero prof. A.G.: “(…) Allora ben si comprendono le problematiche connesse ad un intervento corretto e tempestivo, finalizzato a scongiurare l’evento letale; pertanto le probabilità di successo del suddetto intervento devono essere considerate piuttosto scarse con probabilità di sopravvivenza non elevate. Pertanto sotto il profilo squisitamente medico legale appare poco 8 sostenuta la dimostrazione di una connessione causale, sia anche sotto il profilo del concorso delle cause, tra il suddetto errore medico e la morte del soggetto (…)”.
Lo stesso consulente, in sede di deposizione testimoniale all’udienza dibattimentale del 21/01/2016, esprimeva ulteriori perplessità sulla percentuale di riuscita dell’eventuale intervento: “(…) mi rimane solo un dubbio che lo devo esplicitare, cioè a dire cosa sarebbe successo a quel cuore, se l’intervento chirurgico fatto quando si sarebbe dovuto fare una volta aperto, si fosse tolta quella situazione di tamponamento cardiaco, e quindi quello non lo posso dire, non sono in condizioni di dirlo, diciamo quest’aria di dubbio che secondo me abbatte diciamo la percentuale di riuscita di salvezza del soggetto a seguito dell’intervento. Questa è una cosa che lo voglio dire, poi oltre questo non sono più in condizione di dire, perchè poi diventa tutta un’opinione personale che lo non voglio assolutamente esplicitare (…)” (pag. 17 del verbale stenotipico allegato al ricorso). D’altra parte, la Corte territoriale, nel compiere il necessario giudizio controfattuale, avrebbe dovuto indicare le ragioni tecnico-scientifiche, per le quali aveva ritenuto di elevare la percentuale di riuscita dell’intervento indicata dal consulente. L’apparato argomentativo della sentenza impugnata non supera lo scrutinio demandato a questa Corte laddove fa proprie le conclusioni del consulente del pubblico ministero, previa una disamina soltanto sommaria dei rilievi formulati dal consulente tecnico della difesa, in punto di incidenza causale della ritenuta condotta omissiva rispetto all’evento morte, senza congruamente indicare le ragioni per le quali detti rilievi sono stati disattesi. Al riguardo, i giudici di appello non hanno fatto buon governo della giurisprudenza costante di questa Corte, secondo la quale il giudice – in virtù del principio del libero convincimento e di insussistenza di una prova legale o di una graduazione delle prove – ha indubbiamente la possibilità di scegliere fra varie tesi, prospettate da differenti periti, di ufficio e consulenti di parte, quella che ritiene condivisibile, purchè dia conto con motivazione accurata ed approfondita delle ragioni del suo dissenso o della scelta operata e dimostri di essersi soffermato sulle tesi che ha ritenuto di disattendere e confuti in modo specifico le deduzioni contrarie delle parti (Sez. 3, n. 13997 del 25/10/2017, dep. 2018, P., Rv. 273159; Sez. 4, n. 8527 del 13/02/2015, Sartori, Rv. 263435)
1. Riformando la sentenza di condanna emessa dal Tribunale di Livorno, la Corte d’appello di Firenze ha assolto gli imputati in epigrafe dal reato di omicidio colposo: il P. perché il fatto non costituisce reato e il C. perché il fatto non sussiste.
Il P. quale medico di turno del pronto soccorso ortopedico dell’ospedale di (…) ed il C. quale medico di turno del pronto soccorso generale del medesimo nosocomio, sono stati accusati di aver colposamente cagionato la morte del paziente B.F.
, trasportato presso la struttura sanitaria a seguito di incidente stradale occorsogli alla guida della propria motocicletta, avendo tardivamente diagnosticato una imponente frattura alla milza così inibendo le tempestive, necessarie e risolutive attività terapeutiche.
In particolare al P. è stato contestato, a seguito di episodio di vomito del paziente accompagnato da dolori addominali, di essersi limitato a richiedere una valutazione chirurgica per il subito trauma addominale e di aver inviato il paziente al pronto soccorso generale invece che al reparto di chirurgia; e di aver inoltre omesso di segnalare l’urgenza del caso. Al C. è stato addebitato di aver tardivamente visitato il paziente, solo a seguito di pressioni dei familiari e di un ispettore di polizia.
2. Ricorre per cassazione la parte civile deducendo diverse questioni.
2.1
Con il primo motivo si lamenta che la Corte d’appello ha completamente omesso di prendere in considerazione la richiesta di rinnovazione parziale dell’istruttoria dibattimentale per acquisire sentenza del Tribunale di Livorno relativa ad una coimputata, nonché delle dichiarazioni rese da alcuni testi in quel processo, al fine di chiarire la controversa esecuzione di radiografia della pelvi, dell’anca e del bacino.
Al riguardo vi è totale mancanza di motivazione.
2.2 Con il secondo motivo si censura la pronunzia di merito per ciò che attiene alla ritenuta assenza di colpa del dottor P. . Si considera che l’anamnesi circostanziale e la ricognizione critica del quadro lesivo imponevano di orientarsi verso l’ipotesi di una possibile lesione interna. L’avvio al pronto soccorso generale, dunque, fu tardivo e comunque non appropriato, imponendosi l’invio diretto al reparto di chirurgia. Pure tardivo e non appropriato fu il contatto con il pronto soccorso generale.
2.3 Il terzo motivo concerne l’imputato C. . Si è trascurato che la condizione del paziente avrebbe richiesto la immediata infusione di liquidi ancor prima di qualsiasi diagnosi. La ricostruzione dei tempi per l’esecuzione di intervento chirurgico è inoltre priva di ancoraggio alla situazione concreta.
La valutazione del giudice di merito ripercorre il soggettivo ed opinabile punto di vista del perito senza considerare in modo appropriato la possibilità di accelerare l’esecuzione dell’atto chirurgico anche a seguito di una tempestiva diagnosi.
3. Il ricorso è infondato.
La sentenza d’appello espone che il P. visitò il paziente, constatò e fronteggiò una frattura alla scapola. Nel prosieguo, a seguito di un conato di vomito ed avendo il paziente riferito (dopo insistenti domande del terapeuta), anche un dolore addominale, il sanitario sospettò un trauma interno; e decise di avviare il giovane al pronto soccorso generale, stilando apposito referto, dopo aver vanamente cercato un contatto telefonico, richiedendo una valutazione chirurgica in “riferito trauma addominale”. A tale scopo chiamava un’ambulanza, attesa la distanza esistente tra i due pronto soccorso. L’autolettiga non era tuttavia disponibile ed il B. venne infine trasferito in barella.
Il paziente fu ricevuto nel pronto soccorso generale dal dottor C. , unico sanitario presente. Costui non ricevendo segnalazioni di criticità in atto, proseguiva nelle visite ordinarie. Lo stesso paziente veniva contrassegnato dall’infermiera addetta al triage con codice verde cioè non urgente, nonostante avesse perso feci e manifestasse segni di sofferenza nonché difficoltà respiratorie, come riferito dal padre che lo assisteva. Il C. visitò il paziente solo dopo un’ora quando questi versava già in una condizione disperata, tanto che dopo cinque minuti sopraggiunse shock emorragico cui seguì esito letale nonostante le manovre rianimatorie.
L’indagine autoptica rivelò che la morte era stata determinata da shock emorragico seguito a lesione della milza. Tale patologia avrebbe potuto essere fronteggiata solo con terapie di contenimento della perdita ematica seguite da intervento chirurgico di splenectomia. Purtroppo, invece, il paziente fu sottoposto a visita medica solo un’ora dopo l’arrivo nel pronto soccorso generale quando le sue condizioni erano ormai irreversibilmente segnate.
La pronunzia dà conto che in appello è stata eseguita indagine peritale e che sul caso si sono espressi diversi esperti di parte. Le relative valutazioni vengono analiticamente esposte e la motivazione culmina nella ponderazione delle posizioni dei due ricorrenti.
Si considera che la patologia alla milza avrebbe potuto essere diagnosticata tempestivamente attraverso l’esame ecografico. La condotta terapeutica del P. viene ritenuta immune da censure. Egli curò correttamente il paziente in ordine alle lesioni di sua competenza, non disponeva di elementi per propendere verso una decisa diagnosi di emorragia addominale; ed avviò tempestivamente il paziente al pronto soccorso generale, secondo i protocolli interni dell’ospedale. Il paziente avrebbe potuto essere salvato con elevata probabilità prossima alla certezza solo nel tempo in cui egli si trovò presso il pronto soccorso ortopedico, allorché la ipovolemia era compensata e lo shock emorragico era contenuto. In quel frangente si verificarono tuttavia disguidi, disorganizzazione ed equivoci non imputabili all’unico sanitario presente nel pronto soccorso ortopedico, tra l’altro impegnato nella cura di un grave caso di emorragia che aveva colpito un paziente operato in quel giorno. Il sospetto di trauma ad organi interni sopravvenne solo al termine del trattamento ortopedico ed in quel momento il ricorrente ritenne opportuno avviare il giovane al pronto soccorso generale per un approfondimento di chirurgico per sospetto trauma addominale. L’invio all’altro pronto soccorso in autoambulanza, stante la distanza dei siti rispettò il protocollo interno della direzione sanitaria e non implica una scelta censurabile. Il ritardo nel trasferimento fu determinato non già dalla decisione del medico ma dalla indisponibilità in quel momento di una autolettiga. Attesa l’assenza di colpa è stata adottata pronunzia assolutoria perché il fatto non costituisce reato.
Tale apprezzamento appare immune da censure. Il comportamento del sanitario non rivela apprezzabili elementi di colpa. Egli era addetto all’emergenza ortopedica e dette immediatamente luogo agli interventi occorrenti. La possibilità di una patologia in organi interni si rivelò solo in prosieguo e solo dopo molte insistenze del terapeuta. Questi, peraltro, non disponeva di un ecografo che gli consentisse una preliminare valutazione del paziente. Tale mancanza costituisce evenienza che, come del resto ritenuto dal giudice di merito, mostra una drammatica, radicale carenza organizzativa cui va ascritto un ruolo davvero significativo nella successione degli accadimenti che condussero alla morte del paziente. Dunque, la richiesta di valutazione da parte dell’urgenza generalista appare corretta. Pure corretto il tentativo di instaurare contatto telefonico col medico di turno nell’altro pronto soccorso. I ritardi nel trasferimento non gli sono certo imputabili, ma costituiscono conferma delle sorprendenti carenze organizzative cui si è già fatto cenno. Dunque, la sentenza assolutoria non è censurabile.
4. Diversa la posizione del C. . Egli era l’unico sanitario presente nel pronto soccorso ed era impegnato nella visita di un paziente con urgenza media. Tuttavia l’infermiera del triage lo avvisò dell’arrivo di un ferito da incidente stradale per il quale vi era espressa richiesta medica scritta di approfondimento per sospetto trauma addominale. Il C. telefonò al collega P. ma ciò avvenne più per protestare sulla pretesa irregolarità formale del trasferimento al pronto soccorso generale invece che al reparto di chirurgia e non già per approfondire la criticità del caso trasmessogli.
In tale situazione il terapeuta avrebbe dovuto personalmente valutare la gravità del paziente a seguito della segnalazione che, se fondata, rappresentava un rischio della massima urgenza. Verosimilmente una immediata visita avrebbe messo in moto un immediato meccanismo di verifica strumentale volto all’accertamento del trauma addominale, considerata la importante sintomatologia manifestata dal B. . Tutto ciò non fu fatto; e ciò implica comportamento negligente idoneo ad integrare l’elemento soggettivo della colpa.
Difetta tuttavia la prova della connessione causale fra tale condotta omissiva e l’evento di danno, che deve essere dimostrata con apprezzamento dotato elevata probabilità logica. Tale valutazione non è stata correttamente espressa dal primo giudice. Le documentate e condivise valutazioni del perito sulla tempistica della diagnosi, della trasfusione e dell’intervento chirurgico rispetto alla rapidità di evoluzione della patologia rendono del tutto incerta la riconducibilità causale della morte del giovane paziente alla ritardata visite. L’insuccesso di eventuali terapie risulta ancor più accreditato in considerazione della cattiva organizzazione del nosocomio. Si rammenta in proposito che sarebbe stato necessario eseguire ecografia addominale non praticabile nel pronto soccorso per l’assenza della relativa apparecchiatura, che si sarebbe dovuto reperire ed infondere sangue, che si sarebbe dovuta allestire la sala operatoria e si sarebbero dovuti pure reperire in orario notturno i chirurghi per l’esecuzione dell’intervento di splenectomia. La pronunzia analizza in dettaglio i tempi per le diverse operazioni e perviene alla conclusione che pur a seguito di visita tempestiva l’evento letale con elevata probabilità non si sarebbe potuto evitare. Ciò perché non si disponeva della strumentazione diagnostica, perché occorreva reperire il sangue del gruppo zero ed occorreva altresì porre gli adempimenti preparatori all’atto chirurgico. In conclusione, all’esito della prova controfattuale è assai dubbio che una condotta terapeutica appropriata avrebbe salvato la vita del paziente.
L’argomentazione viene completata considerando che il drammatico evento è stato frutto di una serie di concause. L’errore dei volontari dell’ambulanza che trasportarono il paziente al pronto soccorso ortopedico e non a quello generale, la negata percezione di dolori addominali da parte del ferito, l’assenza di un apparecchio per l’ecografia, l’irrazionale separazione dei diversi pronto soccorso, la mancanza di linee guida uffici efficienti per il trasferimento del paziente, la mancata valutazione da parte dell’infermiera della reale situazione del paziente. Di qui la pronunzia assolutoria perché il fatto non sussiste alla stregua dell’assenza di prova in ordine all’indicato nesso causale.
Pure tale apprezzamento non può che essere confermato. Questa Corte, anche a sezioni unite (S.U. Franzese, 2002; S U. Espenhanh, 2014) ha chiarito che anche nell’ambito della causalità omissiva vale la regola di giudizio della ragionevole, umana certezza; e che tuttavia tale apprezzamento va compiuto tenendo conto da un lato delle informazioni di carattere generalizzante afferenti al coefficiente probabilistico che assiste il carattere salvifico delle misure doverose appropriate, e dall’altro delle contingenze del caso concreto. Nella fattispecie in esame tale apprezzamento è stato correttamente compiuto. Non solo si è mostrato che le probabilità di successo della terapia appropriata sono correlate alla tempestività dell’intervento terapeutico; ma si è correttamente aggiunto che nel caso in esame l’ora notturna e le conclamate deficienze organizzative della struttura sanitaria rendevano sostanzialmente impossibile un intervento tempestivo. L’argomentazione non è astratta ma scende correttamente a puntualmente analizzare le scansioni temporali. Dunque, l’apprezzamento è immune da vizi logici o giuridici.
Rispetto a tali concludenti valutazioni appare priva di rilievo l’invocata riapertura dell’istruttoria per l’acquisizione di documenti di cui non si spiega neppure la teorica rilevanza. È dunque da ritenersi che la complessiva argomentazione espressa dalla pronunzia d’appello rechi un implicito quanto evidente giudizio d’irrilevanza delle prove richieste.
Il ricorso deve essere conseguentemente rigettato. Segue per legge la condanna al pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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MALASANITA’ RESPONSABILITA’ PRONTO 
In tema di risarcimento del danno per decesso da responsabilità sanitaria
La Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 11 luglio 2014, n. 15909.
 In tema di risarcimento del danno per decesso da responsabilità sanitaria, i genitori di un minore deceduto in conseguenza di un fatto illecito sono potenzialmente titolari di un diritto al risarcimento del danno derivante dalla lesione di un’aspettativa alla produzione di un reddito futuro.
  1. La sentenza impugnata, infatti, con una motivazione bene argomentata e, in un certo senso, anticipatrice di quelli che sarebbero stati i successivi sviluppi della giurisprudenza di questa Corte, ha affermato che non è escluso che si debba risarcire un danno ulteriore rispetto a quello morale e a quello biologico, ma ha chiarito che ciò implica la determinazione di un danno che superi la normale sofferenza derivante da un evento come quello di cui si discute nell’odierno giudizio. Ha osservato la Corte d’appello che non è sufficiente “l’affermazione che il decesso di un congiunto abbia determinato uno sconvolgimento nella vita familiare, che costituisce normale conseguenza dolorosa e concreta di simile evento luttuoso”; è invece necessario “che dall’evento sia sorto un pregiudizio diverso e per c.d. maggiore rispetto alla normalità e soprattutto che dello stesso non ci si limiti a darne generica qualificazione, ma se indichi la natura e se ne dia la prova”; prova che, nella specie, non era stata data.
 
 
 
  1. È singolare osservare come questa motivazione, benché precedente, si ponga in linea non solo con la nota sentenza delle Sezioni Unite 11 novembre 2008, n. 26972, ma anche con i successivi e più recenti sviluppi della giurisprudenza di questa Corte sull’argomento (v. le sentenze 20 novembre 2012, n. 20292, 22 agosto 2013, n. 19402, e 23 gennaio 2014, n. 1361). Nelle pronunce in ultimo richiamate – alle quali la sentenza odierna intende dare continuità – si è ribadito che il danno biologico, il danno morale ed il danno alla vita di relazione rispondono a prospettive diverse di valutazione del medesimo evento lesivo, che può causare, nella vittima e nei suoi familiari, un danno medicalmente accertato, un dolore (interiore e un’alterazione della vita quotidiana, sicché il giudice di merito deve valutare tutti gli aspetti della fattispecie dannosa, evitando duplicazioni, ma anche “vuoti” risarcitori e, in particolare, per il danno da lesione del rapporto parentale, deve accertare, con onere della prova a carico dei familiari della persona deceduta, se, a seguito del fatto lesivo, si sia determinato nei superstiti uno sconvolgimento delle normali abitudini tale da imporre scelte di vita radicalmente diverse.
 
 
 
  1. La sentenza impugnata ha fatto buon governo di questi principi, precisando, come si è detto, che era mancata la prova di simile sconvolgimento della vita familiare. Ed anche il ricorso, in definitiva, pone critiche che, su questo punto, non superano la soglia di una generica contestazione.
  2. MALASANITA’ RESPONSABILITA’ PRONTO SOCCORSO
Suprema Corte di Cassazione
sezione III
sentenza 11 luglio 2014, n. 15909
Svolgimento del processo
  1. S.I. convenne in giudizio, davanti al Tribunale di Treviso, l’Azienda USL n. X del Veneto per sentirla condannare al risarcimento dei danni conseguenti alla morte del proprio figlio M.M. , di poco meno di tre anni di età, conseguente a colpa del personale sanitario dell’ospedale di (omissis).
Osservò che in data (omissis) ella aveva ricoverato il bambino presso il pronto soccorso del predetto ospedale, in quanto presentava febbre alta, difficoltà respiratorie e voce rauca. Dal pronto soccorso il piccolo era stato trasferito nel reparto pediatria, nel quale era di turno la Dott.ssa P.C. , con diagnosi di sospetta epiglottide; nonostante la somministrazione di terapia per aerosol con adrenalina e ossigenoterapia, le condizioni del bambino erano peggiorate, al punto che, verso le ore 22 di quello stesso giorno, egli aveva perso i sensi ed era andato in arresto cardiocircolatorio. Erano stati solo a questo punto chiamati l’anestesista e l’otorino; ma nonostante l’anestesista avesse compiuto la manovra di intubazione tracheale con conseguente ventilazione meccanica, ciò non aveva evitato l’ischemia cerebrale conseguente alla prolungata carenza di ossigeno. Il bambino, trasferito presso il reparto di pediatria dell’Università di (…) in stato di coma, era poi morto cinque giorni dopo, in data (omissis).
La USL si costituì, chiedendo di poter chiamare in causa la società assicuratrice RAS e la Dott.ssa P. , per essere garantita in caso di soccombenza. La RAS si costituì, facendo presente che il contratto di assicurazione vedeva coinvolte anche la s.p.a. Fondiaria e la s.p.a. Assitalia, mentre la Dott.ssa P. , oltre ad eccepire l’inammissibilità della domanda, eccepì anche il difetto di giurisdizione dell’A.G.O. in ordine alla domanda di manleva avanzata nei suoi confronti dalla USL.
Si costituirono, quindi, anche le società Fondiaria e Assitalia, mentre intervennero in giudizio M.G. e M.V.F. – rispettivamente padre e sorella del piccolo – i quali estesero la domanda risarcitoria anche nei confronti della Dott.ssa P. .
Nel corso del giudizio, le compagnie di assicurazione versarono ai familiari danneggiati la somma complessiva di L. 450 milioni, ritenendola satisfattiva.
Il Tribunale dichiarò il difetto di giurisdizione dell’A.G.O. in ordine alla domanda di manleva della USL nei confronti della Dott.ssa P. ; accertò la responsabilità di quest’ultima nella determinazione dell’evento letale e condannò, quindi, la USL al risarcimento dei danni nella misura di Euro 87.000 per ciascuno dei genitori e di Euro 13.000 in favore della sorella; e, dando atto che era stata già versata la somma di Euro 103.291,38 in favore di ciascuno dei genitori e di Euro 25.822 in favore della sorella, dichiarò che tali importi erano totalmente satisfattivi.
  1. La sentenza è stata appellata in via principale dai familiari della vittima e in via incidentale dalla USL n. X e dalla Dott.ssa P. .
La Corte d’appello di Venezia, con sentenza del 2 agosto 2007, in parziale riforma di quella di primo grado, ha accolto, per quanto di ragione, l’appello principale e l’appello incidentale della Dott.ssa P. , così decidendo: ha dichiarato inammissibile l’intervento di M.G. e M.V.F. nei confronti della Dott.ssa P. ;
ha condannato la USL all’ulteriore risarcimento, in favore della sola S.I. , nella misura di Euro 24.545,02, con rivalutazione e interessi;
– ha condannato le società di assicurazione, ciascuna nella propria percentuale, a tenere indenne la USL di quanto eventualmente a suo carico;
– ha regolato le spese di entrambi i gradi di giudizio.
2.1. La Corte territoriale, per quanto ancora di interesse in questa sede, ha innanzitutto respinto gli appelli incidentali della USL e della Dott.ssa P. in punto di sussistenza della responsabilità e, ricostruendo tutti i passaggi della dolorosa vicenda, ha evidenziato le negligenze della dottoressa, dalle quali erano derivate tutte le ulteriori tragiche conseguenze. In tal modo è stato ribadito il giudizio del Tribunale in ordine alla responsabilità del sanitario convenuto e, di conseguenza, della USL di appartenenza.
2.2. Quanto all’appello principale dei familiari, la Corte veneziana ha respinto la domanda volta al riconoscimento dell’esistenza di un danno da lucro cessante. La giovanissima età del bambino, l’assenza di una qualsiasi possibilità di conoscere le sue inclinazioni lavorative ed il suo carattere rendeva – secondo la Corte – impossibile affermare, anche in via presuntiva, che egli, una volta cresciuto, avrebbe contribuito alla vita familiare, sicché non risultava possibile determinare l’effettiva sussistenza di un pregiudizio di carattere patrimoniale.
Doveva, viceversa, essere riconosciuto, in favore del piccolo e perciò degli,eredi, il danno morale conseguente alla sofferenza patita dal bambino nelle ultime ore della sua vita cosciente. La Corte ha rilevato, su questo punto, che, pur essendo esatto che egli non poteva avere più accusato dolore e sofferenza una volta caduto in coma, il piccolo era rimasto cosciente per almeno due ore nelle quali, anche non potendo comprendere l’approssimarsi della sua fine, certamente aveva patito “una sorta di annegamento durato di fatto non già qualche minuto ma una vera e propria eternità”. Per questo titolo, quindi, andava riconosciuta la somma complessiva di Euro 9.000, da ripartire in parti uguali tra i due genitori e la sorella.
In ordine al c.d. danno esistenziale, la Corte territoriale, dopo aver ricordato gli sviluppi della giurisprudenza sull’argomento, ha evidenziato che esso può essere risarcito anche in aggiunta al danno biologico ed al danno morale; ma ha chiarito che ciò può avvenire solo in presenza di un “pregiudizio diverso e per così dire maggiore rispetto alla normalità”, precisando che tale danno deve essere, comunque, provato dal danneggiato, in quanto danno-conseguenza. E poiché tale prova, nella specie, non era stata data, la sentenza ha respinto l’ulteriore richiesta risarcitoria proposta a tale titolo.
Quanto al danno morale, la Corte veneziana ha riconosciuto la congruità della somma di Euro 87.000 liquidata in favore di M.G. e di Euro 13.000 in favore della sorella M.V. , siccome tali cifre corrispondevano quasi al limite massimo consigliato dalle “note tabelle del Triveneto”.
In relazione alla madre, però, la Corte ha ritenuto di dover innalzare l’entità del risarcimento; assumendo in Euro 100.000 per ciascun genitore il limite massimo tabellare, la Corte ha posto in evidenza la particolare tragicità del calvario del figlio per come era stato vissuto dalla madre. L’intensità del dolore, la sofferenza, la disperazione della madre dovevano essere valutate con maggiore ampiezza, riconoscendo in favore della stessa la più elevata somma di Euro 130.000, assolutamente equa benché superiore ai limiti massimi tabellari.
  1. Contro la sentenza della Corte d’appello di Venezia propongono ricorso S.I. , M.G. e M.V.F. , con unico atto affidato a cinque motivi.
Resistono, con un unico controricorso, la s.p.a. Allianz, già RAS, e la s.p.a. Assicurazioni generali.
Con separato controricorso resiste anche la Azienda USL n. X della Regione Veneto.
I ricorrenti S.I. , M.G. e M.V.F. , nonché la s.p.a. Allianz e la s.p.a. Assicurazioni generali hanno presentato memorie.
Motivi della decisione
Occorre preliminarmente ricordare che i ricorrenti, in memoria, hanno sollevato una serie di eccezioni sulla regolarità delle procure e dei poteri di rappresentanza delle due società di assicurazione.
A fronte di tali eccezioni, il difensore delle controricorrenti in questa sede ha depositato documentazione dalla quale risulta che le eccezioni stesse sono prive di fondamento. Dalla documentazione, infatti, risulta che la s.p.a. Allianz è successore della s.p.a. RAS che era parte del giudizio di appello; e che la s.p.a. Assicurazioni generali è conferitaria del ramo di responsabilità dell’INA Assitalia, che pure era parte nel giudizio di appello. Così come risulta che gli avv. m. e F. sono stati nominati procuratori speciali, per atto notarile, da parte degli amministratori delegati della s.p.a. Assicurazioni generali, con facoltà di nomina e revoca di difensori nei giudizi; e che il Dott. C.A. è dotato di procura della Allianz s.p.a. che gli consente di nominare difensori in relazione alla Gestione sinistri, davanti a tutte le Autorità giudiziarie.
Ne consegue l’infondatezza di tutte le eccezioni preliminari attinenti alla regolarità della presenza in giudizio delle due società di assicurazione controricorrenti.
Si può quindi procedere all’esame del ricorso.
  1. Con il primo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360, primo comma, n. 3) e n. 5), cod. proc. civ., violazione degli artt. 230-bis, 1223, 1226, 2056, 2727 e 2729 cod. civ., oltre a motivazione contraddittoria su un punto decisivo della controversia.
Rilevano i ricorrenti che la sentenza sarebbe errata nella parte in cui non ha riconosciuto il loro diritto a percepire un risarcimento del danno patrimoniale in relazione alla futura contribuzione del piccolo M. alla gestione della vita familiare. Dichiarano, in proposito, di avere allegato già nei gradi di merito la documentazione atta a dimostrare che la madre era nullatenente e che il padre gestiva un’attività di ristorazione per la quale era del tutto ragionevole prevedere, anche sulla base della prova presuntiva, che il figlio, una volta divenuto maggiorenne, avrebbe dato la sua collaborazione. Sicché era certa la diminuzione patrimoniale e la necessità di un congruo risarcimento.
1.1. Il motivo non è fondato.
La giurisprudenza di questa Corte ha in più occasioni affermato che i genitori di un minore che sia morto in conseguenza di un fatto illecito sono potenzialmente titolari di un diritto al risarcimento del danno che deriva dalla lesione di un’aspettativa alla produzione di un reddito futuro; ciò in quanto può ritenersi, ragionando in astratto, che il minore, una volta divenuto maggiorenne, avrebbe in qualche misura contribuito ai redditi della famiglia.
Trattandosi, però, di un diritto non automatico, si è detto che i genitori, per dare prova della frustrazione di quell’aspettativa, hanno l’onere di allegare e dimostrare che il figlio deceduto avrebbe verosimilmente contribuito ai bisogni della famiglia. A tal fine la previsione va operata sulla base di criteri ragionevolmente probabilistici, non già in via astrattamente ipotetica, ma alla luce delle circostanze del caso concreto, conferendo rilievo alla condizione economica dei genitori sopravvissuti, alla età loro e del defunto, alla prevedibile entità del reddito di costui, dovendosi escludere che sia sufficiente la sola circostanza che il figlio deceduto avrebbe goduto di un reddito proprio (sentenze 3 maggio 2004, n. 8333, 28 agosto 2007, n. 18177, 27 aprile 2010, n. 10074, 11 maggio 2012, n. 7272); la relativa prova può essere data anche tramite presunzioni (sentenza 14 febbraio 2007, n. 3260).
Nel caso specifico la Corte d’appello, con una valutazione di merito correttamente argomentata e priva di vizi logici, ha ritenuto che, in considerazione della giovanissima età della vittima (tre anni), non fosse possibile compiere alcuna valutazione presuntiva che non corresse il rischio di essere arbitraria. Ha motivato tale decisione, ricordando che non era possibile prevedere né quali sarebbero state le inclinazioni del figlio, né la sua disponibilità ad aiutare i genitori, né, tantomeno, quale sarebbe stata la situazione di questi ultimi una volta che il figlio fosse divenuto adulto. Si tratta – come facilmente si coglie – di una valutazione squisitamente di merito sulla quale questa Corte non ha motivo di intervenire, trattandosi, appunto, di decisione argomentata correttamente.
È vero che i genitori hanno sempre dichiarato di svolgere un’attività di ristorazione (pizzeria), sostenendo che ciò poteva da solo essere sufficiente a dimostrare che il piccolo, una volta divenuto adulto, avrebbe aiutato tale attività, collaborando al menage domestico. Ma ciò non può essere sufficiente, perché la valutazione prognostica che si chiede al giudice rischierebbe davvero di diventare, in una simile ipotesi, piuttosto una profezia che non una ragionevole previsione; né si può dire che il figlio di un ristoratore sarà, per ciò stesso, ristoratore anch’egli.
  1. Con il secondo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360, primo comma, n. 3), n. 4) e n. 5), cod. proc. civ., violazione degli artt. 1223, 2056 e 2059 cod. civ., oltre a motivazione contraddittoria su più punti i decisivi e motivazione assente.
Osservano i ricorrenti che la sentenza conterrebbe due errori in ordine all’entità del risarcimento del danno relativo alla sofferenza patita dalla piccola vittima nei giorni precedenti la morte. La censura si appunta da un lato sull’omesso riconoscimento di un qualsiasi risarcimento per il periodo in cui il bambino è stato in coma, negando quindi la conseguente sofferenza; e, per il periodo antecedente il coma, il ricorso censura l’esiguità del risarcimento di Euro 9.000, stabilita senza alcuna adeguata motivazione e senza tenere conto dell’esigenza di un giusto riconoscimento anche sulla base delle tabelle prescelte, tanto più importante in quanto relativa ad una fine terribile (morte per soffocamento).
2.1. Il motivo non è fondato.
La censura, come si è visto, si articola in due diversi profili: da un lato concerne l’omessa liquidazione di una qualsiasi somma per il periodo nel quale il bambino fu in coma; dall’altro, contesta l’esiguità della somma liquidata dalla Corte d’appello per il periodo che precedette il coma.
Quanto al primo profilo, la sentenza non merita alcuna censura, avendo deciso la questione in armonia alla giurisprudenza di questa Corte secondo cui il c.d. danno catastrofale, che è diverso dal danno tanatologico, può essere risarcito a condizione che la vittima, compatibilmente con la situazione del momento, abbia avuto la lucida consapevolezza della fine (v. sentenze 24 marzo 2011, n. 6754, e 21 marzo 2013, n. 7126). Tale consapevolezza – che non è affatto esclusa per la tenera età della vittima, come la stessa Corte d’appello ha riconosciuto, riformando in parte la sentenza di primo grado – è comunque da escludere a partire dal momento in cui la vittima è entrata in coma, perché il sicuro stato di incoscienza esclude l’esistenza di una sofferenza giuridicamente rilevante, sicché correttamente la Corte veneziana ha escluso ogni risarcimento in relazione a quella fase.
Più delicata è, all’evidenza, l’altra questione, relativa alla concreta determinazione del quantum in relazione al periodo precedente il coma. La Corte di merito, riformando sul punto la sentenza del Tribunale, ha riconosciuto a questo titolo la somma di Euro 9.000; la difesa dei ricorrenti ha particolarmente insistito sull’esiguità di tale somma alla luce della terribile sofferenza patita dal piccolo, così come è stata descritta dalla Corte d’appello, ed ha richiamato la sentenza delle Sezioni Unite 11 novembre 2008, n. 26973, nella quale una liquidazione di danno disposta ad analogo titolo è stata ritenuta “palesemente inadeguata”.
Rileva questa Corte, però, che la sentenza impugnata resiste alle censure che le vengono mosse. Ed invero, è evidente che una valutazione di questo genere – che riguarda la liquidazione di un danno morale – è per sua stessa natura rimessa alla prudente valutazione del giudice di merito; ciò non significa che questi diventi padrone assoluto ed arbitrario di simile decisione, ma soltanto che la Corte di legittimità è ammessa a sindacarla in caso di evidente inadeguatezza. Ora, il confronto con la fattispecie di cui alla citata sentenza delle Sezioni Unite non è calzante; in f quella occasione, infatti, fu ritenuta incongrua una liquidazione di Euro 5.000 per la morte di un ragazzo di diciassette anni che era rimasto per circa undici ore in attesa consapevole della fine, tanto lucido da rispondere addirittura alle domande. Diverso è il caso in esame, in cui un bambino di quasi tre anni rimase per circa due ore in progressiva carenza di aria.
Questa Corte è perfettamente consapevole del fatto che non è possibile compiere una sorta di graduazione del dolore secondo una scala misurabile con criteri oggettivi; ed inorridisce alla sola idea che un dolore così tragico quale quello della perdita di un figlio possa essere al centro di una discussione economica, poiché è evidente l’incommensurabile distanza che esiste tra la sofferenza ed il risarcimento. E tuttavia i giudici sono chiamati anche a questo difficile compito, che impone loro di assumere una decisione, liquidando una somma di denaro; e, nella specie, non si ritiene che la sentenza impugnata meriti di essere cassata sotto questo profilo.
  1. Con il terzo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360, primo comma, n. 5), cod. proc. civ., motivazione contraddittoria su più punti decisivi e mancata adeguata considerazione delle cause della morte e dell’entità del dolore dei superstiti.
Le doglianze prospettate sono sostanzialmente due.
Da un lato si osserva che la sentenza non avrebbe tenuto conto del fatto che la morte del bambino poteva, nel caso in esame, essere evitata, sicché la sofferenza e la rabbia dei familiari per questa fine avrebbe meritato un accresciuto risarcimento, non potendo accettarsi la motivazione della Corte d’appello secondo la quale il decesso per malasanità non comporta per questo una sofferenza maggiore. Da un altro lato, poi, si censura la liquidazione del danno morale, osservando che anche il padre avrebbe avuto diritto allo stesso (accresciuto) risarcimento riconosciuto alla madre, avendo anch’egli costantemente partecipato alla sofferenza del figlio, e lamentando il carattere “irrisorio” del danno liquidato in favore della sorella.
3.1. Il motivo non è fondato.
La prima parte della censura è evidentemente da respingere. Pur con tutta la comprensibile difficoltà di accettare che la morte di un bambino di tre anni avvenga, all’interno di una struttura ospedaliera, per evidenti e provate negligenze dei sanitari della medesima, questa Corte non può avallare la pretesa dei ricorrenti secondo cui, in sostanza, la morte per malasanità meriterebbe un risarcimento maggiore. La morte è la morte, comunque la si debba affrontare; e la morte di un figlio, per di più così piccolo, si connota per l’evidente tragicità; ma non per questo può sostenersi che vada riconosciuto eo ipso un danno maggiore.
3.2. Quanto alla seconda parte della censura, non sussiste alcun vizio di motivazione nella sentenza in esame. Essa, anzi, ha fornito un’ampia e dettagliata motivazione delle ragioni per le quali ha ritenuto di liquidare alla mamma del piccolo M. una somma più alta di quella riconosciuta dalle tabelle applicate, senza che si potesse ammettere analogo risarcimento anche per il padre; ed ha dato conto anche delle ragioni per cui ha considerato corretta la liquidazione in favore della sorella, siccome rientrante nelle medie tabellari. Ha osservato la Corte d’appello che la madre “seguì costantemente la situazione e fu presente nelle poche ore in cui il bambino andò aggravandosi respirando sempre più a fatica”, sicché “il calvario del figlio divenne, con crescente progressione, ancor più doloroso per la madre”. Non si tratta, quindi, di affermare – come qualcuno potrebbe obiettare – che la madre soffre di più del padre; ma si tratta di riconoscere che il giudice di merito, con una valutazione tipicamente di sua competenza, ha ritenuto di liquidare una somma maggiore alla sola madre, dando conto con adeguata motivazione di siffatta decisione. E tale differenziazione è stata utilizzata dalla Corte d’appello, tra l’altro, per consentire di incrementare il risarcimento oltre i limiti delle tabelle assunte a parametro.
  1. Con il quarto motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360, primo comma, n. 3) e n. 5), cod. proc. civ., violazione degli artt. 1223, 2056 e 2059 cod. civ. e degli artt. 2, 29 e 30 della Costituzione, per lesione del diritto al vincolo dell’unità familiare, nonché ulteriore violazione degli artt. 2727 e 2729 cod. civ., degli artt. 115 e 116 cod. proc. civ., oltre a motivazione contraddittoria su più punti decisivi della controversia.
Il ricorso – trascrivendo ampie parti del motivo di appello che aveva interessato lo stesso profilo – lamenta che l’impugnata sentenza non abbia riconosciuto alcunché a titolo di lesione del c.d. danno esistenziale. Si rammenta, al riguardo, che la lesione del danno non patrimoniale derivante dalla perdita del rapporto parentale ha sicura copertura costituzionale, sicché non riconoscere un ulteriore risarcimento, in aggiunta a quello liquidato per il danno morale, rappresenterebbe una lesione di tutte le disposizioni sopra richiamate. L’allegazione dell’esistenza di tale vincolo, unito ai criteri presuntivi ed alle massime di comune esperienza, avrebbe dovuto indurre alla liquidazione anche di detta voce di danno.
4.1. Il motivo non è fondato.
4.2. La sentenza impugnata, infatti, con una motivazione bene argomentata e, in un certo senso, anticipatrice di quelli che sarebbero stati i successivi sviluppi della giurisprudenza di questa Corte, ha affermato che non è escluso che si debba risarcire un danno ulteriore rispetto a quello morale e a quello biologico, ma ha chiarito che ciò implica la determinazione di un danno che superi la normale sofferenza derivante da un evento come quello di cui si discute nell’odierno giudizio. Ha osservato la Corte d’appello che non è sufficiente “l’affermazione che il decesso di un congiunto abbia determinato uno sconvolgimento nella vita familiare, che costituisce normale conseguenza dolorosa e concreta di simile evento luttuoso”; è invece necessario “che dall’evento sia sorto un pregiudizio diverso e per c.d. maggiore rispetto alla normalità e soprattutto che dello stesso non ci si limiti a darne generica qualificazione, ma se indichi la natura e se ne dia la prova”; prova che, nella specie, non era stata data.
4.3. È singolare osservare come questa motivazione, benché precedente, si ponga in linea non solo con la nota sentenza delle Sezioni Unite 11 novembre 2008, n. 26972, ma anche con i successivi e più recenti sviluppi della giurisprudenza di questa Corte sull’argomento (v. le sentenze 20 novembre 2012, n. 20292, 22 agosto 2013, n. 19402, e 23 gennaio 2014, n. 1361). Nelle pronunce in ultimo richiamate – alle quali la sentenza odierna intende dare continuità – si è ribadito che il danno biologico, il danno morale ed il danno alla vita di relazione rispondono a prospettive diverse di valutazione del medesimo evento lesivo, che può causare, nella vittima e nei suoi familiari, un danno medicalmente accertato, un dolore (interiore e un’alterazione della vita quotidiana, sicché il giudice di merito deve valutare tutti gli aspetti della fattispecie dannosa, evitando duplicazioni, ma anche “vuoti” risarcitori e, in particolare, per il danno da lesione del rapporto parentale, deve accertare, con onere della prova a carico dei familiari della persona deceduta, se, a seguito del fatto lesivo, si sia determinato nei superstiti uno sconvolgimento delle normali abitudini tale da imporre scelte di vita radicalmente diverse.
La sentenza impugnata ha fatto buon governo di questi principi, precisando, come si è detto, che era mancata la prova di simile sconvolgimento della vita familiare. Ed anche il ricorso, in definitiva, pone critiche che, su questo punto, non superano la soglia di una generica contestazione.
Nessuna delle prospettate violazioni di legge, dunque, è ravvisabile nella sentenza in esame in ordine al danno da rottura delle relazioni familiari.
  1. Con il quinto motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360, primo comma, n. 5), cod. proc. civ., insufficiente motivazione sul punto decisivo della controversia costituito dalla individuazione della tabella per la liquidazione dei danni morali.
Rilevano i ricorrenti che la liquidazione del danno morale sulla base delle tabelle in uso nel Triveneto, senza fornire alcuna motivazione circa le tabelle adottate dal Tribunale di Milano e dal Tribunale di Roma, rappresenta un vizio di motivazione, non essendo tollerabile che “la stessa morte a Milano venga pagata 200.000 Euro ed a Venezia 100.000”. Ciò avrebbe dovuto imporre alla Corte di dare conto con maggiore ampiezza delle tabelle prescelte, compiendo anche i dovuti confronti con le altre tabelle sopra indicate, alle quali viene ormai riconosciuta una valenza generale.
5.1. Il motivo non è fondato.
Si rileva, innanzitutto, che la censura è posta in termini alquanto generici – non è tollerabile, si dice, che “la stessa morte a Milano venga pagata 200.000 Euro ed a Venezia 100.000” – poiché non specifica in modo adeguato quale sia la vera differenza di valore tra le tabelle e non indica, neppure in via approssimativa, quale sarebbe stata la liquidazione congrua secondo le tabelle in uso presso il Tribunale di Milano. Il che è tanto più significativo ove si pensi che la Corte d’appello ha liquidato in favore della ricorrente S.I. una somma volutamente maggiore rispetto ai massimi previsti dalle tabelle del Triveneto che i giudici veneziani hanno dichiarato di applicare.

MALASANITA’ RESPONSABILITA’ PRONTO SOCCORSO

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Ma non è tutto. Secondo la nota sentenza 7 giugno 2011, n. 12408, di questa Corte, peraltro pronunciata in epoca successiva rispetto alla sentenza oggi in esame, il criterio di liquidazione predisposto dal Tribunale di Milano, essendo già ampiamente diffuso sul territorio nazionale, garantisce quell’uniformità di trattamento che è un indubbio obiettivo di uguaglianza sostanziale alla quale si deve mirare in sede di liquidazione del danno alla persona. In quella pronuncia, peraltro, si è anche riconosciuto che l’applicazione di diverse tabelle, ancorché comportante liquidazione di entità inferiore a quella che sarebbe risultata sulla base dell’applicazione delle tabelle di Milano, può essere fatta valere, in sede di legittimità, come vizio di violazione di legge, solo in quanto la questione sia stata già posta nel giudizio di merito.
L’odierno ricorso, oltre a proporre sul punto una censura di vizio di motivazione, neppure prospetta che la questione circa l’applicazione delle tabelle sia stata avanzata davanti al giudice di merito e dal medesimo disattesa. Ne consegue, quindi, che la censura non può trovare spazio per la prima volta in sede di legittimità.
  1. Il ricorso, pertanto, è rigettato.
In considerazione, peraltro, della tragicità dell’evento e della complessità e delicatezza delle questioni giuridiche trattate, la Corte stima equo disporre l’integrale compensazione delle spese del giudizio di cassazione tra tutte le parti.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e compensa integralmente le spese del giudizio di cassazione tra tutte le parti.MALASANITA’ RESPONSABILITA’ PRONTO SOCCORSO
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Tendenzialmente, si ha colpa lieve quando il medico, nell’intervenire ovvero nel rendere la propria prestazione, non si sia attenuto alle comuni regole della scienza e della pratica. QUALE NESSO CAUSALE TRA CONDOTTA E DANNO Per poter affermare la responsabilità del medico è necessario accertare che, qualora il medico avesse tenuto il comportamento alternativo corretto, il paziente non avrebbe subito pregiudizi (avrebbe cioè evitato la morte ovvero il danno alla salute). Tale accertamento, avendo ad oggetto fatti che non si sono verificati o che non possono più verificarsi, deve fondarsi non su un giudizio di certezza assoluta, ma di ragionevole probabilità. QUALI DANNI RISARCIBILI ? Sono risarcibili tanto i danni patrimoniali quanto i danni non patrimoniali, quali danno morale, biologico ed esistenziale. errore del medico di base errore diagnosi medico di base errore medico cosa fare errore medico competenza territoriale errore medico chi paga errore medico codice penale errore medico colpa errore medico causa amputazione avampiede errore medico cassazione errore medico chi citare errore medico cervello errore certificato medico telematico errore medico definizione errore medico denuncia errore medico danno morale errore medico dentista errore medico danni risarcibili errore medico diagnosi errore del medico errore dei medici errore del medico di base errore medico perdita di chance errore medico e consenso informato errore medico estetico esposto errore medico ecografia errore medico errore medico cosa fare errore medico giurisprudenza errore guardia medica errore medico intervento chirurgico errore medico imperizia errore del medico.it errore medico in inglese errore medico e consenso informato indennizzo errore medico errore medico legittimazione passiva l’errore medico libro errore medico errore medico ospedaliero errore medico prescrizione errore medico penale errore medico ppt errore medico perdita di chance errore medico parto errore professionale medico risarcimento errore medico prescrizione errore medico legittimazione passiva errore medico chi paga errore medico codice penale errore medico querela errore medico risarcimento danni errore medico risarcimento errore medico reato errore medico a chi rivolgersi risarcimento errore medico prescrizione rimborso errore medico risarcimento errore medico dentista errore medico senza danno errore medico sentenze errore medico statistiche sentenze per errore medico incidente stradale errore medico sentenze su errore medico errore certificato medico telematico errore medico competenza territoriale errore di un medico 1 rivolgersi ad un avvocato esperto in responsabilità medica. Devi sapere che anche le agenzie che si occupano di risarcimento o le associazioni a tutela degli utenti colpiti da casi di malasanità si devono rivolgere necessariamente agli avvocati per la tutela dei diritti dei loro associati. 2 un avvocato esperto in malasanità deve analizzare il caso ricevendo in studio direttamente con il medico specialista nella materia d’interesse del cliente. 

Originally posted 2014-11-30 18:37:00.

Bologna, mio marito mi ha lasciato per un’altra quali diritti? Capita assai di frequente che un coniuge lasci l’altro coniuge per una terza persona.

Bologna, mio marito mi ha lasciato per un’altra quali diritti?

Separazione consensuale: La separazione è consensuale quando sono i coniugi a ad accordarsi, per iscritto, su ogni questione relativa alla sospensione del loro vincolo matrimoniale (questioni patrimoniali, mantenimento coniuge debole, diritti di visita e mantenimento della prole, assegnazione della casa coniugale).

Separazione giudiziale: Quando non vi è accordo tra i coniugi sulle questioni relative alla sospensione del loro vincolo matrimoniale, può essere richiesta, anche da uno solo dei coniugi la separazione giudiziale. In tale ipotesi, è il giudice che disciplina e regolamenta ogni aspetto inerente la gestione dei rapporti patrimoniali e personali tra coniugi (anche con riferimento ai figli) e che, in presenza di determinati presupposti, pronuncia l’addebito.

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  • 5 errori che commetti quando  affrontiamo la separazione

  • NON SI VALUTA BENE LA SITUAZIONE

  • NON SI VALUTA A SUFFICENZ ALA POSSIBILITA’ DI UNA SEPARAZIONE CONSENSUALE

  • NON SI CHIEDE NEL MDO GIUSTO

  • SI VUOLE TUTTO E SUBITO

  • SI SMETTE DI PENSARE ALLA FAMIGLIA

 

Capita assai di frequente che un coniuge lasci l’altro coniuge per una terza persona.

Esaminiamo il caso:

  • Il coniuge tradito ha diritto di chieder e l’addebito della separazione
  • Chiedere l’addebito della separazione vuol dire pero’ procedere con una separazione giudiziale
  • Non esiste la separazione consensuale con addebito
  • Se il coniuge ti lascia per un’altra persona hai comunque diritto a assegno di mantenimento se i redditi lo consentono
  • Se hai i figli minori puoi chiedere assegno anche per loro, come se hai figli maggiorenni mano autosufficenti

Ma il tradimento è sempre causa di addebito della separazione?

ai fini della pronuncia di addebito, non è sufficiente la sola violazione dei doveri previsti a carico dei coniugi dall’art. 143 c.c., ma occorre verificare se tale violazione abbia assunto efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale ovvero se essa sia intervenuta quando era già maturata una situazione di intollerabilità della convivenza” (Cass. sez. I, 27.01.2014 N. 1596).

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Se il  suo comportamento sia intervenuto quando era già maturata una situazione di intollerabilità della convivenza, dovuta anche ad episodi di violenza posti in essere dal marito e documentati da certificati medici.

Secondo la Suprema Corte l’addebito ha come presupposto: “è rappresentato dal nesso causale che deve intercorrere tra la violazione dei doveri coniugali e la crisi dell’unione familiare” che va accertato verificando se la relazione extraconiugale sia stata causa dell’intollerabilità della convivenza, oppure, pur rappresentando una violazione particolarmente grave, sia intervenuta “in un menage già compromesso, ovvero, perché, nonostante tutto, la coppia ne abbia superato le conseguenze recuperando un rapporto armonico”.

 

Bologna ,mio marito mi ha lasciato per un’altra quali diritti?

Occorre quindi valutare  come era il rapporto, perché se oramai era deteriorato il tradimento puo’ non essere sufficiente per l’addebito.

 

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BUDRIO SAN PIETRO IN CASALE PIANORO MINERBIO  PORRETTA separazione divorzio

BUDRIO SAN PIETRO IN CASALE PIANORO MINERBIO  PORRETTA separazione divorzio e affidamento figli minorenni

CHIAMA PRENDI UN APPUNTAMENTO PARLIAMO DEL TUO CASO NON ESSERE FRETTOLOSO

DICEVANO GLI ANZIANI “LA GATTA CON LA FRETTA FA I GATTINI CIECHI” LA SEPARAZIONE E0′ UN PASSO GRAVOSO PARLIAMONE PER FARE LE GIUSTE MOSSE

  • La Legge sull’Affidamento Condiviso (legge 8 febbraio 2006, n. 54) operando un ribaltamento assoluto, a centottanta gradi, ha ritrascritto totalmente la normativa dell’affidamento dei figli.
  • Per i figli minorenni, l’ordinamento giuridico prevede l’istituto dell’affido condiviso dei minori, a decorrere dalla Legge 54/2006, fino a giungere alla recentissima Legge 28 dicembre 2013 n. 154, entrata in vigore il 7 febbraio 2014, che stabilisce quale principio fondamentale, l’affidamento condiviso del minori ad entrambi i genitori, con pari responsabilità genitoriale.
  • CHIAMA SOLO DI PERSONA POSSIAMO DISCUTERE  LA TUA POSIZIONE IN MODO APPROFONDITO LA TUA POSIZIONE E’ UNA COSA MOLTO SERIA E DELICATA

051 6447838   051 6447838  051 6447838  051 6447838

  1. Mentre la passata disciplina era incentrata sui diritti dei genitori (dove al termine della procedura di separazione o di divorzio vi era un genitore vincente a cui venivano affidati i figli minori e un genitore perdente, a cui restava un ruolo marginale nella crescita del figlio minore), l’attuale normativa ruota intorno al diritto del figlio minore di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, e così di ricevere cura, educazione e istruzione da parte di entrambi
  2. Salvo casi eccezionali, viene ormai considerato di prioritaria importanza, da parte del nostro legislatore, il rapporto con entrambi i genitori. Lo si nota dalle modifiche che la recente disciplina ha apportato al codice civile. Il giudice deve adesso valutare prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori (art. 155 c.c.).
  3. Anche in caso di acuta conflittualità tra i genitori non può escludersi a priori l’applicazione del nuovo istituto dell’affidamento condiviso.
  4. Un avvocato in diritto di famiglia deve comunicare al proprio Cliente che l’attuale normativa rende prioritaria la scelta verso la condivisione dell’affidamento tra entrambi i genitori
  5. .
    La nuova legge del 2006 sulla bigenitorialita’ oltre al recepire il principio giuridico di alta civiltà del “diritto alla bigenitorialità” (Regolamento CE n.2210/2003), enfatizzando la parificazione delle responsabilità genitoriali, contrappone alla cultura del conflitto quella della mediazione, e realizza il diritto-dovere costituzionale (art. 30 Cost. – art. 147 c.c.) di mantenere, istruire ed educare i figli.
  6. il Giudice valuta prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati ad entrambi i genitori, e solo residualmente, ad uno solo di essi (affidamento esclusivo); questa ultima scelta rimane relegata alla sola tassativa ipotesi che l’affidamento condiviso sia contrario all’interesse del minore (art. 155-bis 1°comma C.C.).
  7. separazioni e divorzi avvocato esperto
    separazioni e divorzi avvocato esperto
PENSI CHE SEPARASI SIA FACILE COME SPOSARSI ? NON CREDO PROPRIO
CREDI  FORSE CHE SEPARARSI SIA UNA COSA FACILE? NEANCHE PER IDEA !!
SEPARARSI E AVERE ATTENZIONE PER I FIGLI, AVVOCATO A BOLOGNA STUDIO LEGALE ESPERTO DIVISIONE CONIUGI SEPARAZIONE E DIVORZIO MARITO  E MOGLIE, CON ATTENZIONE ALLA SOLUZIONE DELLE PROBLEMATICHE LEGATE AI FIGLI MINORI.
Magari hai davvero bisogno di divorziare, capire come gestire i figli e andare avanti con la tua vita.  Un divorzio non è mai facile, ma se sei davvero insoddisfatta della vita che hai con tuo marito, so tratta di uno stress che vale la pena affrontare per voltare pagina. Anche se non è escluso che le cause della tua infelicità possano essere altre. L’amore spesso non dura per sempre, nella “vita” di una coppia i sentimenti possono cambiare, nonostante questo il rapporto in genere rimane forte, solido, i motivi possono essere mille, non stò ad elencarli.
BUDRIO SAN PIETRO IN CASALE PIANORO MINERBIO  PORRETTA separazione divorzio e affidamento figli minorenni
Amore, passione, desiderio, complicità: tutte caratteristiche che entrambi i sessi ricercano per vivere una relazione che sia l’esatto compimento di ciò che ogni essere umano ha la necessità di avere. Ma è sempre bene tenere presente che una storia sana è caratterizzata dalla reciprocità
A volte, le persone con cui stiamo possono farci sentire ancora peggio. Ma è anche vero, per quanto sia dura da accettare, che nessuno al di fuori di noi stessi è responsabile di come ci sentiamo dentro di noi. A volte finiamo in un tunnel da cui non riusciamo ad uscire e non sappiamo il perché, sembra davvero non esserci alcuna ragione. E quando cerchiamo di capire quali sono le cause del nostro disagio, finiamo spesso per dare la colpa alla persona che ci è più vicina, anche se la amiamo, e anche non ne ha nessuna colpa. A volte la vita è dura, e molto.

Diritto di famiglia

Da oltre 20 anni seguo le vicende patologiche legate alla famiglia ed al suo patrimonio: diritti e doveri dei coniugi, separazioni, divorzi, divisioni patrimoniali, decisioni che riguardano i figli e gli incapaci. L’affidamento dei figli è spesso motivo di dissidi familiari e contrapposizioni: è necessario tenerlo presente quando si approccia questa materia; ho cercato, nelle mie numerose esperienze, di lavorare in sinergia con psicologi e neuropsichiatri infantili che potessero supportarmi in una materia così delicata al fine di proporre e raggiungere la migliore soluzione. Nella mia carriera professionale mi sono occupato  di diritto di famiglia. Mi sono confrontato con separazioni consensuali, negoziazioni assistite, unioni civili, affidamento di minori nati da convivenze more uxorio e separazioni giudiziali. Queste ultime spesso hanno avuto dei risvolti penali in seguito a sottrazioni di minori, maltrattamenti in famiglia e/o omessa corresponsione degli alimenti.

Assistendo i miei clienti anche nella fase successiva alla separazione e/o divorzio ho maturato esperienza in ambito del recupero credito e delle esecuzioni (pignoramenti mobiliari, immobiliari e presso terzi).

Ho seguito divorzi di ogni tipo, a partire dalle coppie con figli che non riescono più a convivere, fino ad arrivare ai casi più complessi di tradimento e di violenza familiare. La fine del rapporto coniugale comporta punti critici che mi trovo spesso ad affrontare, quali ad esempio l’affidamento dei figli e le questioni patrimoniali. Fornisco sia assistenza per il divorzio congiunto che giudiziale, qualora non si riuscisse ad ottenere un accordo condiviso.

coniugi-che-litigano-separazione
FAMIGLIA AVVOCATO ESPERTO

Offro assistenza qualificata nella gestione di tutte le vicende connesse alla crisi familiare, dalla regolamentazione – congiunta o contenziosa – dei rapporti patrimoniali tra le parti, all’individuazione e pianificazione del miglior regime di affidamento e collocamento dei figli, a tutela del principio di bigenitorialità e del superiore interesse dei minori.

Mi occupo da tantissimi anni di separazioni, divorzi, convivenze more uxorio, unioni civili, filiazione

Separazione

Ho seguito moltissime separazioni – consensuali e giudiziali – di coppie con figli e senza, sempre cercando di trovare una composizione delle diverse istanze, utilizzando strumenti alternativi alla causa, lasciata come eventualità nell’impossibilità di trovare un accordo soddisfacente. Cerco di ascoltare e guidare nel percorso giudiziario le persone che a me si rivolgono con attenzione al vissuto di ciascuno.

 
  • Ricorda che il divorzio è una decisione importante dal punto di vista mentale, emotivo ed economico. Devi essere disposta a spezzare un forte legame emotivo con il tuo partner, quindi la tua decisione deve essere chiara e razionale.
  • Chiediti: “Cosa cerco chiedendo il divorzio?”. Qualsiasi risposta che non sia semplicemente “la fine del matrimonio” indica che non sei pronta a divorziare. Il divorzio non aiuta a farsi giustizia o a far cambiare il cuore delle persone. Non può far altro che mettere termine al matrimonio e alla relazione con tuo marito.
    • “Non essere gelosa se vedi il tuo ex con un’altra… la mamma ci ha insegnato che devi dare i giocattoli usati ai meno fortunati.”
    • MARILYN MONROE


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    • “Trova qualcuno che ti faccia dimenticare il tuo passato, la tristezza. Trova qualcuno che ti cambi la vita, che la renda migliore, che sostituisca e riempia il vuoto di chi se n’è andato. Trova qualcuno per cui valga la pena sorridere.”
    • MARILYN MONROE



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    • “Dicono che il denaro non faccia la felicità, ma se devo piangere preferisco farlo sul sedile posteriore di una Rolls Royce piuttosto che su quello di una carrozza del metrò.”
    • MARILYN MONROE



    • “Io voglio invecchiare senza lifting facciali. Io voglio avere il coraggio di essereleale al viso che mi sono creata.”
    • MARILYN MONROE
Ricorda che minacciare continuamente il divorzio può farti perdere credibilità ai tuoi stessi occhi e a quelli del tuo partner.
Quindi, se vuoi davvero divorziare dovrai dirlo a tuo marito in modo chiaro e appropriato. Perché, parliamoci chiaro: non si esce mai indenni da un divorzio. 
Ci sono ferite che rimangono lì, impresse tra le pieghe della nostra anima.
 
SEPARARSI NON E’ FACILE MA IO TI ASCOLTERO’ E TI INDICHERO ‘LA GIUSTA VIA 
EVITARE I LITIGI E TROVARE LA SOLUZIONE SI PUO?[wpforms id=”14234″ title=”true” description=”true”]

– Addebito – Violazione dell’obbligo di fedeltà – Necessità della prova della crisi coniugale conseguente – Sussiste (Cc, articoli 143, 151 e 154)

La violazione degli obblighi matrimoniali non rileva ai fini dell’addebito se non abbia dato causa all’intollerabilità della convivenza. Pertanto, la dichiarazione di addebito nella separazione, anche in ordine alla violazione dell’obbligo di fedeltà, richiede la prova che l’irreversibile crisi coniugale sia ricollegabile al comportamento consapevole e volontario del coniuge, e che sussista un preciso nesso di causalità tra tale comportamento e l’intollerabilità della convivenza: il mancato raggiungimento della prova che tale comportamento sia causa efficiente dell’intollerabilità esclude dunque la pronuncia di addebito.

di attribuirla quale elemento dell’assegno di mantenimento – Esclusione (Cc, articoli 143, 155 e 156)

In assenza di figli, minorenni o maggiorenni non autosufficienti conviventi con i coniugi, il giudice non potrà adottare con la sentenza di separazione un provvedimento di assegnazione della casa familiare, sia in comproprietà fra i coniugi, sia che appartenga in via esclusiva a uno solo di essi, non autorizzandolo neppure l’art. 156 del Cc, che non prevede tale assegnazione in sostituzione o quale componente dell’assegno di mantenimento. In mancanza di una normativa speciale in tema di separazione, la casa familiare in comproprietà è soggetta, infatti, alle norme sulla comunione, al cui regime dovrà farsi riferimento per l’uso e la divisione.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 22 luglio 2007 n. 16398 – Pres. Morelli; Rel. Felicetti; Pm (conf.) Ciccolo; Ric. Bertaina; Controric. Scagnetto

– Assegnazione della casa familiare – Presupposti – Convivenza del coniuge con figlio maggiorenne – Necessità che sia la stessa casa dove viveva la famiglia quando era unita – Sussiste (Cc, articolo 155)

Al fine dell’assegnazione a uno dei coniugi separati o divorziati della casa familiare, nella quale questi abiti con un figlio maggiorenne, occorre che si tratti della stessa abitazione in cui si svolgeva la vita della famiglia allorchè essa era unita e, inoltre, che il figlio convivente versi, senza colpa, in condizione di non autosufficienza economica. In particolare, l’assegnazione della casa familiare, prevista dall’articolo 155, comma 4, del Cc, rispondendo all’esigenza di conservare l’habitat domestico, inteso come il centro degli affetti, degli interessi e delle consuetudini in cui si esprime e si articola la vita familiare, è consentita unicamente con riguardo a quell’immobile che abbia costituito il centro di aggregazione della famiglia durante la convivenza, con esclusione di ogni altro immobile di cui i coniugi avessero la disponibilità.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza del 4 luglio 2011 n. 14553 – Pres. Luccioli; Rel. Didone; Pm (diff.) Lettieri; Ric. Iannì; Int. Surace

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 11 agosto 2011 n. 17193 – Pres. Luccioli; Rel. Dogliotti; Pm (diff.) Russo

In tema di separazione personale dei coniugi, l’abbandono della casa familiare, che di per sé costituisce violazione di un obbligo matrimoniale e, conseguentemente, causa di addebito della separazione, in quanto porta all’impossibilità della convivenza, non concreta tale violazione se si provi, e l’onere incombe a chi ha posto in essere l’abbandono, che esso è stato determinato dal comportamento dell’altro coniuge, ovvero quando il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata, e in conseguenza di tale fatto.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 3 agosto 2007 n. 17056 – Pres. Luccioli; Rel. Bonomo; Pm (conf.) Schiavon; Ric. Marzocchi; Controric Marchi

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– Allontanamento unilaterale dalla residenza familiare – Violazione degli obblighi matrimoniali – Sussiste – Limiti (Cc articoli 143, 144,146 e 151)

L’allontanamento dalla residenza familiare che, ove attuato unilateralmente dal coniuge, cioè senza il consenso dell’altro coniuge, confermato dal rifiuto di tornarvi, costituisce violazione di un obbligo matrimoniale ed è causa di per sé sufficiente di addebito della separazione, in quanto porta all’impossibilità della convivenza; ciò a meno che non risulti o che esso è stato determinato dal comportamento dell’altro coniuge, nel qual caso l’onere probatorio incombe a chi ha posto in essere l’abbandono, ovvero che il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si era già verificata e in conseguenza di tale fatto.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 18 giugno 2008 n. 16575 – Pres. Luccioli; Rel. Giancola; Pm (conf.) Caliendo

– Assegnazione della casa familiare – Assenza di figli – Possibilità del giudice

– Assegno di mantenimento – Figlio maggiorenne convivente con il coniuge separato – Spettanza – Fino al conseguimento dello status di autosufficienza economica – Sussiste (Cc, articolo 155)

Il fondamento del diritto del coniuge separato a percepire l’assegno di cui all’articolo 155 del Cc, risiede, oltre che nell’elemento oggettivo della convivenza con il figlio maggiorenne (che lascia presumere il perdurare dell’onere del mantenimento), nel dovere di assicurare un’istruzione e una formazione professionale rapportate alle capacità della prole (oltreché alle condizioni economiche e sociali dei genitori), onde consentire alla stessa di acquisire una propria indipendenza economica. Tale dovere cessa all’atto del conseguimento, da parte del figlio, di uno status di autosufficienza economica consistente nella percezione di un reddito corrispondente alla professionalità acquisita, quale che sia, in relazione alle normali e concrete condizioni di mercato, restando attribuita al giudice di merito ogni valutazione in ordine all’eventuale esiguità del reddito percepito, al fine di escludere la cessazione dell’obbligo di mantenimento da parte del genitore non affidatario.

Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 21 gennaio 2011 n. 1476 – Pres. Luccioli; Rel. Mercolino; Pm (conf.) Russo

BUDRIO SAN PIETRO IN CASALE PIANORO MINERBIO  PORRETTA separazione divorzio e affidamento figli minorenni SEPARARSI E AVERE ATTENZIONE PER I FIGLI, AVVOCATO A BOLOGNA STUDIO LEGALE ESPERTO DIVISIONE CONIUGI SEPARAZIONE E DIVORZIO MARITO  E MOGLIE, CON ATTENZIONE ALLA SOLUZIONE DELLE PROBLEMATICHE LEGATE AI FIGLI MINORI.
BUDRIO SAN PIETRO IN CASALE PIANORO MINERBIO  PORRETTA separazione divorzio e affidamento figli minorenni SEPARARSI E AVERE ATTENZIONE PER I FIGLI, AVVOCATO A BOLOGNA STUDIO LEGALE ESPERTO DIVISIONE CONIUGI SEPARAZIONE E DIVORZIO MARITO  E MOGLIE, CON ATTENZIONE ALLA SOLUZIONE DELLE PROBLEMATICHE LEGATE AI FIGLI MINORI.

separazione divorzio
1)PENSARE ANCHE ALLE ESIGENZE DELL’ALTRO
  • 2) PENSARE MOLTO AI FIGLI E NON LITIGARE DAVANTI A LORO
  • 3)CONSIDERARE I COSTI DI DUE CASE, DOPPIE BOLLETTE ECC ECC
  • 5 errori che commetti quando  affrontiamo la separazione
 
  • NON SI VALUTA BENE LA SITUAZIONE
 
  • NON SI VALUTA A SUFFICIENZA LA POSSIBILITA’ DI UNA SEPARAZIONE CONSENSUALE  BUDRIO SAN PIETRO IN CASALE PIANORO MINERBIO  PORRETTA separazione divorzio
 
  • NON SI CHIEDE NEL MODO GIUSTO
 
  • SI VUOLE TUTTO E SUBITO
 
  • SI SMETTE DI PENSARE ALLA FAMIGLIA
SEPARAZIONI AVVOCATO IN BOLOGNA
 avvocato separazioni in Bologna Spieghera’ in modo chiaro ai propri assistiti la differenza tra separazione di tipo giudiziale e separazione consensuale, oltre che tra divorzio congiunto e divorzio contenzioso, e consiglieranno la strada più opportuna da percorrere.
Oggi la separazione può essere dichiarata per cause oggettive, indipendentemente dalla colpa di uno dei due coniugi.
  • Negli ultimi anni la normativa in materia di separazione e divorzio è cambiata nell’ottica della semplificazione delle procedure e della possibilità di rendere più marginale il coinvolgimento del Tribunale, ma questo è stato possibile solo riconoscendo un ruolo più attivo e consapevole sia ai coniugi che ai professionisti che li assistono.
  • Essere soli nel momento in cui si deve affrontare la rottura e la riorganizzzione della propria vita non è semplice, ed è giusto pretendere di intervenire attivamente nelle scelte e nelle decisioni che riguardano il proprio futuro.
  • Considerata la delicatezza della materia l’Avvocato avvocato separazioni in Bologna Sergio Armaroli all’inizio dell’assistenza legale procede sempre con una trattativa con la controparte e con un tentativo di conciliazione per raggiungere un accordo al fine di evitare una causa.
  • All’occorrenza  avvocato separazioni in Bologna Sergio Armaroli è disponibile a fissare un incontro tra le parti in conflitto presso il proprio studio legale con lo scopo di trovare un dialogo ed una soluzione al problema famigliare.
  • In mancanza di conciliazione avvocato separazioni in Bologna Sergio Armaroli è pronto ad assistere il cliente che per tutelare i propri diritti intende intraprendere una causa nelle sedi giudiziarie.
  • Per questo, la legge 162/14 ( di conversione del decreto legge 132/2014) ha previsto l’istituto della Negoziazione assistita per le procedure di separazione, divorzi o di modifica delle condizioni di separazione e divorzio già in precedenza concordate.
  • Avvocato divorzio breve
Nel 2015 è stato introdotto nell’ordinamento italiano il cosiddetto divorzio breve, una riforma della procedura di divorzio che ha reso più snella e veloce la separazione giuridica dei coniugi. La nuova legge ha introdotto diverse novità su:
tempistica
comunione dei beni
situazione dei figli
  1. Le novita’ del divorzio breve avvocato separazioni in Bologna Sergio Armaroli
  2. Fino al 2015, per ottenere la cessazione dei diritti civili del matrimonio poteva essere richiesto solamente dopo tre anni di separazione personale dei due coniugi: con il divorzio breve il termine è sceso a dodici mesi per la separazione giudiziale e addirittura sei mesi in caso di separazione consensuale. La tempistica non varia a seconda della presenza o meno di figli.
  3. Importante novita’ novità riguarda la comunione dei beni che, con il divorzio breve, viene meno quando il giudice autorizza i coniugi a vivere separati; prima decadeva solo con il passaggio in giudicato della sentenza di separazione.
  4. Il divorzio rappresenta invece un passo ulteriore, alla cui proposizione si addiviene solo una volta pronunciata la separazione, decorsi tre anni dall’udienza presidenziale (ossia la prima udienza utile del procedimento di separazione in cui viene tentata la conciliazione dei coniugi dal Presidente del Tribunale o dal Presidente della relativa Sezione).
  5. Il nostro Studio Legale è pronto ad assistervi in questa delicata materia, mediante un aiuto prima di tutto umano, con l’attenzione vigile all’aspetto psicologico ed umano dell’assistito, nonché mettendo a disposizione dell’assistito tutta la professionalità 
 
Il fenomeno delle separazioni e dei divorzi è in progressivo aumento e, nella maggior parte dei casi, coloro che ci rimettono maggiormente sono i figli.
In un contesto legislativo e giurisprudenziale in continua evoluzione, quale è quello del diritto di famiglia, lo Studio dell’Avvocato separazioni in Bologna  offre la necessaria assistenza e consulenza ai coniugi ai fini di addivenire ad una separazione ed a un divorzio che garantiscano al meglio il soddisfacimento dei propri diritti.
Con la separazione vengono regolati i rapporti di carattere personale e patrimoniale che coinvolgono i coniugi. Punti focali sono quelli che concernono il regime di affidamento dei figli e l’entità dell’assegno di mantenimento ma sarà inoltre necessario definire anche ulteriori questioni patrimoniali quali l’assegnazione della casa coniugale e l’eventuale divisione dei beni in comune.
BUDRIO SAN PIETRO IN CASALE PIANORO MINERBIO  PORRETTA separazione divorzio e affidamento figli minorenni
PENSI CHE SEPARASI SIA FACILE COME SPOSARSI ? NON CREDO PROPRIO
Una crisi coniugale, una separazione o un divorzio sono sempre molto dolorosi da affrontare. Una situazione spesso aggravata (se possibile) dal non sapere cosa ci aspetta o cosa attenderci dal giudizio di separazione, per non parlare di pretese o minacce (spesso ingiustificate) che l’altro coniuge fa per intimorire. Affermazioni come “non ti concedo la separazione” oppure “ti tolgo i figli” sono un corredo frequente alle rotture matrimoniali. Queste minacce sono del tutto prive di ogni fondamento: armi spuntate che però possono generare una comprensibile sofferenza. Per questo è utile chiarire alcuni punti sulla separazione e sul divorzio
La figura del matrimonialista riguarda un avvocato completo che sia in grado di affrontare le diverse emergenze del complesso mondo della famiglia e dei minori.
La figura dell’avvocato matrimonialista non si realizza tramite una specializzazione formale ma è frutto di una certa esperienza che prevale nel ramo del diritto di famiglia e matrimoniale. Per questo motivo è bene che l’avvocato abbia avuto un percorso professionale e formativo rilevante.
avvocato separazioni in Bologna La mia attività presta la massima attenzione ad ogni questione di carattere patrimoniale/personale relativa a:
  • La separazione e il divorzio possono essere consensuali o giudiziali, a seconda che i coniugi trovino o meno un accordo sulle condizioni, aventi ad oggetto, in particolare, l’affidamento dei figli ed il loro mantenimento, l’assegnazione della casa familiare e l’eventuale diritto al mantenimento del coniuge economicamente più debole.
  • Le controversie di diritto di famiglia costituiscono materia particolarmente delicata, poiché strettamente connesse agli aspetti più importanti della vita di ciascun individuo e, pertanto, devono essere trattate da professionisti altamente specializzati.
  • Cosa si deve fare per separarsi?
  • Prima di parlare della separazione legale, che è la vera e propria separazione, ritengo doveroso ricordare che, nella prassi, si assiste spesso anche alla cosìddetta “separazione di fatto”, ovvero il materiale allontamento tra i coniugi, senza però che intervenga alcun provvedimento ufficiale da parte del Tribunale.
    E’ bene ricordare però che la separazione di fatto non ha alcun effetto giuridico, ed i due coniugi saranno in tutto e per tutto ritenuti coniugati in bonis.
    Per separarsi legalmente, bisogna farsi assistere da un avvocato.
    In genere, ci si può rivolgere assieme ad uno stesso avvocato, chiedendogli di essere assistiti congiuntamente, oppure, ci si può rivolgere separatamente ciascuno ad un proprio avvocato di fiducia, al quale conferire mandato per essere assistiti nella separazione. In questo secondo caso, sarano i due avvocati a mettersi in contatto e a farsi porta voce delle richieste ciascuno del proprio cliente, al fine di discutere e concordare le condizioni di separazione.
  • abitazione familiare avvocato separazioni in Bologna ;
  • contratto di locazione avvocato separazioni in Bologna;
  • contratto di mutuo ipotecario avvocato separazioni in Bologna;
  • prestiti (ivi comprese fideiussioni concesse in favore dell’altro coniuge) avvocato separazioni in Bologna;
  • acquisti compiuti durante la convivenza avvocato separazioni in Bologna;
  • assegno di mantenimento avvocato separazioni in Bologna;
  • elargizioni effettuate da uno dei conviventi a favore dell’altro avvocato separazioni in Bologna;
  • rapporto di lavoro nell’impresa familiare avvocato separazioni in Bologna;
  • avvocato separazioni in Bologna tutela ed affidamento dei figli:
  • con chi vive il minore
  • quanto tempo il minore trascorrerà con ciascun genitore;
  • quali accordi dovranno essere presi per occasioni speciali, per es. compleanni e festività;
  • mantenimento del minore
  • trasferimento   del minore
SEPARAZIONI BOLOGNA, DIVORZI BOLOGNA,AFFIDO FIGLI MINORI MANTNEIMENTO MOGLIE E FIGLI
Competenze specifiche in diritto di famiglia
  1. avvocato separazioni in Bologna Sergio Armaroli si dedica con particolare competenza è quello del diritto di famiglia, ove viene offerta assistenza legale in materia di:
  2. raggiungimento di accordi di separazione o divorzio (cd. separazione o divorzio consensuale)
  3. separazione o divorzio giudiziale avvocato separazioni in Bologna Sergio Armaroli
  4. assegnazione della casa familiare avvocato separazioni in Bologna Sergio Armaroli
  5. affidamento dei figli minori avvocato separazioni in Bologna Sergio Armaroli
  6. modifica delle condizioni di separazione/divorzio avvocato separazioni in Bologna Sergio Armaroli
  7. scelta tra regime di comunione o separazione legale dei beni tra i coniugi avvocato separazioni in Bologna Sergio Armaroli
  8. stipula di contratti di convivenza e tutela dei diritti della coppia in assenza di matrimonio
  9. Mantenimento figli: niente condizionale per chi non versa tutto
  10. Senza integrale versamento dell’assegno di mantenimento niente condizionale se non si deduce che ci si trova nella assoluta impossibilità di adempiere.
 
MANCATO VERSAMENTO ALIMENTI-BUDRIO SAN PIETRO IN CASALE PIANORO MINERBIO  PORRETTA separazione divorzio
Il Giudice non è tenuto a verificare se il mancato versamento dell’assegno di mantenimento dipende da impossibilità assoluta di corrispondere le somme dovute: questa circostanza infatti va dedotta dall’imputato che deve altresì fornire adeguata prova al riguardo.
La Cassazione affronta il delicato tema del reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare, previsto e punito dall’art. 570 c.p. risolvendo la questione relativa alla sussistenza, in capo al Giudice, di un obbligo di verifica sulle condizioni economiche del reo e sulla possibilità di adempiere all’obbligo di mantenimento quando la sospensione condizionale della pena è subordinata al pagamento integrale di ogni somma dovuta.
 
  • Quando si seglie la separazione marito moglie è un momento importante nella vita di una persona.
  • Divorzi
  • Separazioni
  • Accordi di Convivenza
  • Adozioni
  • Modifiche di condizioni di Separazione
  • Modifiche di condizioni di Divorzio
Il Cliente è il centro di ogni processo decisionale per il quale vengono individuate le soluzioni su misura più idonee alla risoluzione della vertenza.

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Comunque sia vissuta:  o come una liberazione, come un dramma o come un semplice accordo tra adulti consenzienti, rappresenta una delicata fase della coppia in cui i sentimenti di rabbia e rancore potrebbero prendere il sopravvento a far perdere lucidità.
Molte coppie chiedono consulenza ad un Avvocato Divorzista – Matrimonialista, per porre fine al proprio matrimonio.
Altre coppie si rivolgono ad un Avvocato Divorzista Matrimonialista per consultarsi e avere conoscenza dei propri diritti ed i diritti che derivano dal matrimonio o nei casi di ipotetiche e future cessazioni dei rapporti matrimoniali.
Nel diritto di famiglia, degli adempimenti delle pratiche di divorzio e separazione consensuale e giudiziale lo studio deòò’avvocato matrimonialista Bologna avvocato Sergio Armaroli presta un servizio di tutela legale .
L’avvocato Sergio Armaroli vanta una consolidata esperienza nell’ambito del Diritto di Famiglia, ovvero in quel settore del Diritto Privato che disciplina i rapporti familiari trattando questioni attinenti ai rapporti tra i coniugi e la prole.
Nel Diritto di famiglia rientrano non solo il matrimonio o la successione, ma anche tutte le questioni attinenti ai rapporti di coniugio, di filiazione, di adozione e ancora di parentela e affinità, come anche l’adozione di figli la responsabilità genitoriale, l’affido dei minori o il riconoscimento di paternità.
BUDRIO SAN PIETRO IN CASALE PIANORO MINERBIO  PORRETTA separazione divorzio e affidamento figli minorenni
L’intervento di una figura altamente esperta come quella dell’ avvocato divorzista è utilissima per ricevere la migliore assistenza e la giusta tutela, lasciando da parte i coinvolgimenti emotivi e guadagnando una visione chiara dei passi da seguire per sciogliere il legame con il partner in modo rapido e il più possibile indolore.
La differenza tra divorzio e separazione spiegata da un avvocato matrimonialista di Bologna
La differenza tra divorzio e separazione spiegata da un avvocato matrimonialista di Bologna
Un caso di separazione non legale e di fatto è quello del coniuge che si reca a vivere stabilmente in altra dimora, in presenza o meno di un partner diverso. Il reato non sussiste se il coniuge si allontana con preavviso all’altro della propria intenzione di separarsi non necessariamente motivata (anche se non ancora formalizzata da un’istanza al giudice), oppure in presenza di giusta causa. Sono esempi di giusta causa, purché precedenti l’ abbandono, la violenza fisica o verbale nelle mura domestiche, il tradimento del coniuge convivente, il trasferimento della sede di lavoro in luogo lontano dalla dimora abituale, l’insoddisfazione sessuale, ma anche una più generica incompatibilità caratteriale / incomunicabilità o litigiosità dei coniugi che rendono impossibile il proseguimento della convivenza. GLI ARTICOLI DELLA COSTITUZIONE SULLA FAMIGLIA : Articolo 29 “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sulla eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare”. Articolo 30 “È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio. Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti. La legge assicura ai figli nati fuori dal matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima.
La legge detta le norme e i limiti per la ricerca della paternità”. Articolo 31 “La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo”.   AVERE UNA SEPARAZIONE E’ DI PER SE’  DOLOROSO, MA ANCORA DI PIU’ SPESSO LO E’ PER I FIGLI RIVOLGENDOSI ALLO STUDIO LEGALE BOLOGNA DELL’AVVOCATO SERGIO ARMAROLI SI POTRANNO AVERE CONSIGLI PER UNA SEPARAZIONE O DIVORZIO IL MENO TRAUMATICO POSSIBILE, CON ATTENZIONE AL COLLOCAMENTO FIGLI, E A RISILVERE LE PROBLEMATICHE CHE A A VOLTE SEMBRANO INSORMONTABILI TRA I CONIUGI !1 COME FARE ? CHIAMATE L’AVVOCATO SERGIO ARMAROLI CON PUNTUALITA’ LO STESSO VI FISSERA’ UN APPUNTAMENTO  E IN QUELLA SEDE VALUTEREMO LA VOSTRA SEPARAZIONE
avvocato matrimonialista separazione bologna Sergio Armaroli Avvocato Matrimonialista a Bologna – Studio Sergio Armaroli • Come scegliere un avvocato matrimonialista – Studio Legale Avvocato Matrimonialista Archives – Studio Legale Avv Sergio Armaroli Avvocato matrimonialista – Bologna – Separazione … Avvocati che si occupano di Avvocati matrimonialisti a Bologna … Studio Legale Avvocato BOLOGNA Matrimonialista Separazioni e … m affidamento figli minorenni in caso di separazione separazione giudiziale figli maggiorenni affidamento figli separazione affidamento figli al padre separazione consensuale figli minorenni affidamento figli coppie non sposate fasi della separazione giudiziale separazione affidamento figli piccoli
BUDRIO SAN PIETRO IN CASALE PIANORO MINERBIO  PORRETTA separazione divorzio e affidamento figli minorenni
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Ti occorre un avvocato divorzista di Pianoro? – i coniugi richiederanno di divorziare e si può anche avere assistenza legale di un solo avvocato per entrambi i coniugi cerca avvocato divorzista pianoro – La separazione è il primo passo per concludere il proprio matrimonio e la separazione Pianoro Avvocati esperti in Separazione e Divorzio nella città di Pianoro … Avvocati esperti in Separazione e Divorzio nella città di Pianoro. Avvocati nella città di Pianoro. Separazioni Pianoro ricorsi per separazioni, divorzi, modifiche alle condizioni di separazione, problemi Divorzio: Avvocato Matrimonialista Divorzista – studio legale Bologna studiolegale-bologna.it/…/avvocato-matrimonialista-bologna-per-avvocati-divorzisti-a… Ti serve un avvocato matrimonialista divorzista per una separazione o divorzio? …… Reno Avvocati– studi separazione-consensuale a Pianoro Avvocati – studi … BOLOGNA SEPARAZIONE AVVOCATO PER SEPARAZIONE … BOLOGNA SEPARAZIONE AVVOCATO BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO DIVORZIO BOLOGNA: … avvocati elenco avvocati di bologna SEPARAZIONE BOLOGNA COSTI AVVOCATO PER SEPARAZIONE. … Avvocati Rastignano Di Pianoro. BOLOGNA SEPARAZIONE CONIUGI AVVOCATO PER .
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 mancato pagamento alimenti precetto reato mancato pagamento alimenti mancato pagamento alimenti figli maggiorenni mancato pagamento alimenti moglie mancato pagamento alimenti figli minorenni querela mancato pagamento alimenti denuncia mancato pagamento alimenti mancato pagamento alimenti penale L’affidamento dei figli in caso di separazione viene disciplinato dalle norme introdotte con la Legge n. 54 dell’8 febbraio 2006 e, a decorrere dal 7 febbraio 2014, dal D.lgs n. 154 del 28 dicembre 2013. va inserito quiNella separazione dei coniugi il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi, e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale. contenuto va inserito qui[/box]
Fino al 2005, l’affidamento esclusivo dei figli minori alla madre è stata la situazione ampiamente prevalente. C’era una previsione di “calendari di visita” riservati ai padri, che si trovavano però estromessi dalla vita quotidiana dei piccoli nonché dalle decisioni che li riguardavano, dal momento che la potestà genitoriale spettava in modo esclusivo al genitore affidatario.
Entrambi le figure genitoriali rappresentano, risorse indispensabili e determinanti per la crescita sana ed equilibrata dei minori. Ostacolare gli incontri tra genitore e figlio, o rendere gli stessi difficoltosi, può produrre effetti deleteri sulla prole tali da compromettere l’equilibrio psico-fisico e la formazione della personalità della stessa.
Ma nella maggior parte delle separazioni giudizia­rie il conflitto tra i coniugi a seguito della disgregazio­ne del rapporto di coppia tende a trasferirsi sul posses­so del figlio, trofeo da conquistare nella guerra coniu­gale e strumento da usare per la vendetta verso il com­pagno/ compagna che ha tradito l’alleanza siglata con il matrimonio o con la decisione di affrontare insieme la vita.
Non si dimentichi, infatti, che, a parte le rare ipotesi in cui tra i genitori separati si sia instaurato un rapporto di reciproco rispetto e comprensione, nella maggioranza dei casi, la conflittualità, le pretese economiche ed eventuali risentimenti non agevolano certo il raggiungimento di un punto di incontro, soprattutto qualora sopraggiunga la necessità di modificare gli accordi in precedenza presi.
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La lotta per vedersi affidate le «spoglie del figlio» diviene così funzionale a far emergere – sulla base dello stereotipo culturale che il cattivo coniuge è anche un cattivo genitore – una responsabilità morale nel falli­mento di coppia, nonché all’esigenza di non essere perdenti su tutti i fronti e di poter ricostruire con il fi­glio, o i figli, un rapporto che abbia valore compensativo di quello perduto.
Inoltre, la vittoria attraverso l’affidamento è fun­zionale anche a realizzare una vendetta e a irrogare una punizione nei confronti del partner, su cui si tende a far ricadere in via esclusiva la colpa del fallimento, rassicurandosi e autoassolvendosi.
Il nostro ordinamento, con la riforma del 2006, predilige quale forma di affidamento quello condiviso, che prevede, in caso di cessazione della convivenza dei coniugi, l’attribuzione stabile ad entrambi i genitori dell’esercizio della potestà in regime di comune accordo. Presupposto per tale forma di affidamento è naturalmente l’assenza di conflittualità insanabili tra i genitori, ovvero il permanere di un’armonica consonanza tra gli stessi.
La regola è l’affido condiviso
In contesti di separazione o divorzio i figli hanno diritto a mantenere rapporti validi e significativi con entrambe le famiglie a cui appartengono i genitori.
Questo comporta che il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto regolare, permanente ed equilibrato con ambedue i genitori, conservando rapporti altrettanto rivelanti con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale, applicandosi il cosiddetto diritto alla bigenitorialità.
– figli legittimi: sono i figli nati in costanza di matrimonio
– figli naturali: sono quelli nati da genitori non sposati, quindi i figli dei conviventi ed i figli nati da relazioni che prescindono dalla convivenza tra i genitori. In caso di matrimonio dei genitori successivo alla nascita, il figlio diviene legittimo.
– figli riconosciuti: sono i figli naturali per i quali i genitori hanno posto in essere un atto formale di riconoscimento, ovvero la dichiarazione di essere genitore del bambino. Tale riconoscimento si fa nell’atto di nascita, ma può essere fatto anche prima, quando è già avvenuto il concepimento, innanzi ad un ufficiale dello stato civile o al giudice tutelare, oppure dopo la nascita in un atto pubblico o in un testamento. Possono riconoscere i figli naturali anche le persone sposate (quindi si possono riconoscere i figli nati da una relazione extraconiugale oppure da una persona che si è separata dal coniuge solo di fatto) ed il riconoscimento è un atto che deve essere compiuto anche dalla madre e non solo dal padre (quindi la madre può non riconoscere il figlio).
Se un genitore non ha riconosciuto un figlio, il figlio stesso di ricognizione di paternità/maternità per ottenere la dichiarazione giudiziale di paternità o maternità.
Affidamento condiviso escluso anche a fronte del totale disinteresse mostrato da uno dei genitori per i figli minori; nel caso di specie (Trib. Bologna 17/4/2008) è stato disposto l’affido esclusivo alla madre della figlia quindicenne, essendo emerso nel giudizio che il padre non la vedeva da oltre due anni, disinteressandosi completamente di lei, non versando il contributo per il mantenimento e tenendo condotte elusive e di ostacolo alle iniziative della madre.
CONTRATTO OBBLIGAZIONI PECUNIARIE –Cassazione civile SS.UU. 13658/2010sul “motivo principale di opposizione” (da accogliere “nei limiti che seguono”): “l’assegno inviato alla creditrice prima della notifica del precetto aveva ad oggetto un importo corrispondente alle somme capitali e ai relativi interessi come dovute all’epoca del pagamento”; “secondo la più recente giurisprudenza di legittimità (Cass. Civ. n. 27158 del 19 dicembre 2006), nelle obbligazioni aventi ad oggetto somme di denaro, il pagamento effettuato mediante corresponsione di un assegno costituisce, secondo gli usi negoziali, idoneo modo di estinguere la obbligazione, senza che occorra un preventivo accordo tra le parti”.
La legge dice che i bambini, nonostante la separazione dei genitori, hanno “il DIRITTO di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale”.
Allora, i genitori, che hanno “l’obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli” (art. 147 codice civile), quando si separano, hanno il DOVERE, nonostante la separazione, DI COLLABORARE nella cura, educazione ed istruzione dei figli, secondo le regole convenute o date dal giudice della separazione, e queste regole devono essere osservate.
Il principio fondamentale introdotto dalla legge 54/2006 è che, anche in caso di divorzio o di separazione dei genitori, il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.
Il principio vale per tutti i casi di cessazione di convivenza dei genitori comprese le coppie di fatto.
Prima della Legge 54/2006 era previsto il solo affido esclusivo che limitava l’esercizio della potestà genitoriale ad un genitore (detto genitore non-affidatario) ed era un’eccezione l’affido congiunto, cioè entrambi i genitori esercitavano la potestà.
Con l’entrata in vigore della nuova legge, si sancisce il principio di bigenitorialità ovvero il diritto dei figli a continuare a vivere in modo alternato con ciascun genitore, mantenendo rapporti equilibrati con entrambi i genitori anche dopo la cessazione della loro convivenza. Entrambi i genitori continuano infatti a mantenere l’esercizio diretto della potestà genitoriale che possono esercitare in modo congiunto o disgiunto.
La questione è stata riesaminata totalmente riprendendo le novità in tema di filiazione introdotte dalla legge del 10/12/2012 n. 219 e completate quindi con il D.Lgs. n. 154 del Dicembre 2013.
Secondo tale indirizzo normativo, l’ascolto del minore costituisce la condicio sine qua non della stessa validità del procedimento.
Dunque non si tratterebbe più di una facoltà, bensì di un dovere.
La giurisprudenza di merito si è anche spinta a configurare un potere officioso di irrogazione delle sanzioni previste dall’art. 709-ter del codice di rito in forza di un’interpretazione letterale della norma. Si discute se il provvedimento possa essere emesso dal G.I., oppure sia di esclusiva pertinenza collegiale che pronuncia con sentenza. Quest’ultima ipotesi è suffragata da una obbiettiva ragione pratica: l’unico provvedimento dotato di efficacia esecutiva è la sentenza, non essendolo quelli interlocutori a firma del solo istruttore; quindi, avrebbe natura meramente precettiva una disposizione assunta dal G.I.
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DICEVANO GLI ANZIANI “LA GATTA CON LA FRETTA FA I GATTINI CIECHI” LA SEPARAZIONE E0′ UN PASSO GRAVOSO PARLIAMONE PER FARE LE GIUSTE MOSSE

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Presidente –

Dott. BISOGNI Giacinto – rel. Consigliere –

Dott. VALITUTTI Antonio – Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

L.E., elettivamente domiciliata in Roma, via Giulio Aristide Sartorio 60, presso lo studio dell’avv. Marco Camarda, che la rappresenta e difende nel presente giudizio, giusta procura speciale in calce al ricorso, unitamente all’avv. Valerio Borghesiani e dichiara di voler ricevere le comunicazioni relative al processo agli indirizzi p.e.c. marcocamarda(at)ordineavvocatiroma.org e valerio.borghesiani(at)ordineavvocatibo.pec;

– ricorrente –

nei confronti di:

M.V.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 3332/2016 della Corte di appello di Milano, emessa il 29 giugno 2016 e depositata il 25 agosto 2016, n. 2107/2015 R.G.;

sentita la relazione in camera di consiglio del relatore cons. Dott. Giacinto Bisogni;

letta la requisitoria del P.G., in data 11 luglio 2018, con la quale il sostituto procuratore generale, cons. Dott. SORRENTINO Federico ha chiesto l’accoglimento per quanto di ragione del ricorso.

Svolgimento del processo

Che:

1. Con sentenza n. 2028/2014 il Tribunale di Como ha pronunciato la separazione personale dei coniugi L.E. e M.V., affidato il figlio minore G. (nato il (OMISSIS)) congiuntamente ai due genitori, con le precisazioni di cui in motivazione circa la sua educazione religiosa, ha fissato la sua residenza presso la madre e disciplinato il diritto di visita del padre cui ha imposto un assegno mensile di 600 Euro a titolo di contributo al mantenimento del figlio, oltre al 50% delle spese di istruzione, cura ed educazione. Ha compensato interamente le spese processuali.

2. Ha rilevato il Tribunale che il sig. M. ha espresso decisamente il proprio dissenso a che il bambino (che è stato battezzato nella Chiesa Cattolica) riceva dalla madre l’istruzione religiosa propria della dottrina geovista e partecipi con lei alle relative cerimonie presso la Sala del Regno frequentata dalla L. preferendo che egli esperisca fino alla Cresima il percorso di educazione religiosa e introduzione ai sacramenti della Chiesa Cattolica, sì da poter conoscere i fondamenti di detta fede e poter effettuare, da adulto, una scelta consapevole. Ha ritenuto quindi il Tribunale che stante il contrasto fra i genitori spetta al giudicante la decisione ex art. 337 ter c.c. e ha pertanto affermato che, “pur astenendosi da ogni intento di discriminazione per ragioni religiose deve ritenersi che la scelta paterna sia maggiormente rispondente all’interesse del piccolo, consentendogli più agevolmente la integrazione nel tessuto sociale e culturale del contesto di appartenenza, il quale, benchè notoriamente secolarizzato, resta pur sempre di matrice cattolica (basti pensare al patrimonio artistico italiano ispirato alla dimensione religiosa cattolica, alla aggregazione giovanile suscitata a livello parrocchiale con iniziative per bambini e adolescenti legate al catechismo, oratorio, grest, ecc.); pur con il dovuto rispetto per le credenze della L. non può sottacersi la natura settaria della comunità religiosa cui ella aderisce, chiusa in sè stessa e ostile al confronto con qualsivoglia altro interlocutore, essendo legata a una interpretazione formalistica e parziaria di taluni testi vetero-testamentari, che non ha ispirato (almeno in Italia) alcun prodotto letterario o artistico avente dignità culturale.

Ovviamente il padre, coerentemente con la sua dichiarata intenzione anche con sacrificio personale dovrà accompagnare il bambino nel percorso di educazione religiosa da lui prescelto, favorendone l’inserimento nella comunità parrocchiale di appartenenza e la frequenza alla pratica religiosa via via richiestagli anche in giornate e orari diversi dal protocollo di visita, se necessario; mentre correlativamente la madre dovrà responsabilmente astenersi, onde non destabilizzare il bambino, dall’impartirgli ulteriori insegnamenti della dottrina geovista e dal condurlo alle relative cerimonie”.

3. Ha proposto appello la sig.ra L.E. censurando unicamente le prescrizioni in ordine all’educazione religiosa del figlio di cui ha chiesto la sospensione e la revoca. Ha affermato l’appellante che l’ordine impartitole contrasta con i principi della Costituzione italiana e con quello della laicità dello Stato e, in mancanza di individuazione dell’effettivo, concreto e grave pregiudizio che dall’insegnamento della dottrina da lei professata deriverebbe al minore, anche con le norme del diritto comunitario e internazionale. Secondo l’appellante la sentenza è del tutto carente con riguardo alla motivazione del provvedimento inibitorio, non individuando alcun pregiudizio che il minore subirebbe per effetto degli insegnamenti religiosi materni; essa inoltre si pone in contrasto con il principio di bi-genitorialità e con il diritto della madre di trasmettere i propri valori così da consentire al figlio, una volta raggiunta la necessaria maturità, di effettuare una scelta consapevole in merito al credo religioso. Infine la sentenza è nulla in quanto affetta dal vizio di ultrapetizione perchè basata sulla necessità di dirimere un conflitto fra i genitori, in realtà insussistente.

4. Il sig. M.V. si è costituito contestando la fondatezza dell’appello e ne ha chiesto il rigetto. Ha rilevato che il conflitto era insorto dopo la cessazione della convivenza fra i genitori e in seguito alla adesione della L. alla confessione dei testimoni di Geova. M.G. aveva ricevuto esclusivamente una educazione religiosa cattolica ed era stato di comune accordo battezzato secondo il rito cattolico. Ha giustificato la propria opposizione alla trasmissione degli insegnamenti della dottrina geovista e alla frequentazione delle cerimonie religiose presso la Sala del Tempio ribadendo il proprio convincimento in ordine all’inopportunità di esporre il bambino a insegnamenti contrastanti e confusivi.

5. La Corte di appello di Milano, con sentenza n. 3332/2016 ha respinto l’impugnazione della sig.ra L. e ha compensato interamente le spese processuali anche per il giudizio di appello. La Corte di appello ha escluso la dedotta nullità per vizio di ultrapetizione essendo emerso chiaramente un conflitto genitoriale nel corso del giudizio. Ha ritenuto accertato che G. sia stato battezzato secondo il rito cattolico e che la scelta comune dei genitori, sino all’adesione, successiva alla fine della convivenza, della L. alla dottrina geovista, sia stata quella di inserire il figlio nella comunità della Chiesa Cattolica. Ha ritenuto la Corte territoriale che sia rispondente all’interesse del minore mantenere tale iniziale libera e comune scelta dei genitori consentendo a G. di completare la formazione religiosa cattolica sino al sacramento della Cresima (e cioè sino ai 12-13 anni), senza ricevere altri insegnamenti contrastanti con quelli della religione cattolica e senza frequentare contemporaneamente le adunanze della Sala del Regno.

6. Ricorre per cassazione L.E. affidandosi a tre motivi di impugnazione illustrati da memoria difensiva.

7. Con il primo motivo di ricorso si deduce violazione del preminente interesse del minore ad una relazione significativa con entrambi i genitori e a ricevere la loro eredità culturale e religiosa, in assenza di danni per il minore e dei presupposti legali per proibire alla mamma di G. di coinvolgerlo nelle sue attività religiose di Testimone di Geova.

8. Con il secondo motivo di ricorso si deduce violazione della libertà religiosa, del principio di non discriminazione e di laicità; violazione degli artt. 37891019 e 101 Cost., degli artt. 8914 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3.

9. Con il terzo motivo di ricorso si deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti e cioè che la sig.ra L. è sempre stata Cristiana Testimone di Geova sin da prima il matrimonio e ha trasmesso i suoi valori religiosi al figlio sin dalla nascita.

10. Non svolge difese M.V..

11. Con requisitoria scritta, depositata in data 11 luglio 2018, il Pubblico Ministero ha chiesto l’accoglimento per quanto di ragione del ricorso sulla base delle seguenti motivazioni che qui si riportano: “in materia di famiglia fondata sul matrimonio, vige il principio costituzionale secondo cui “il matrimonio è ordinato sulla eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare” (ex art. 29 Cost., comma 2). Prima ancora, è tra gli stessi diritti inviolabili dell’uomo che si annovera il diritto di libertà religiosa, garantito dalla Costituzione sia come singolo sia nelle formazioni sociali (art. 2 Cost.), in ciò includendosi la famiglia, quale primo nucleo di naturale aggregazione sociale dell’uomo (ad es. C. Cost. n. 138/2010). Tale diritto involabile trova anche una sua duplice declinazione da un lato nell’affermazione del principio di eguaglianza, là dove espressamente garantito (dall’art. 3 Cost.) anche sotto il profilo religioso, stante la pari dignità davanti alla legge di tutte le confessioni religiose (art. 8 Cost., comma 1), dall’altro nella specifica affermazione della libertà religiosa (“tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto”, cfr. art. 19 Cost.). Tale diritto di libertà del singolo cui corrisponde un diritto-dovere di ciascun genitore di istruire ed educare i figli (art. 30 Cost., comma 1) può incontrare un limite proprio nel pari diritto dell’altro genitore che abbia un credo religioso diverso, e, quindi, in un possibile contrasto tra i genitori stessi sul punto, limite che, là dove sfoci in un insanabile stallo, appare superabile alla luce delle specifiche disposizioni di legge, adottate sulla base della previsione costituzionale secondo cui si prevede che “nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti” (cfr. art. 30 Cost., comma 2) e, comunque, in modo da assicurare adeguata protezione dell’interesse del minore (cfr. art. 31 Cost., comma 2). Ed è in forza di tali generali disposizioni costituzionali che è prevista dall’art. 316 c.c. e, in caso di separazione, dall’art. 337 ter c.c., la soluzione, affidata al giudice, del contrasto insorto tra i genitori su questioni di particolare importanza (qual è quella appunto relativa all’educazione religiosa del figlio minore), soluzione che, per legge, va adottata “con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale” dei figli ad una crescita sana ed equilibrata (cfr. art. 337-ter c.c.), “sicchè il perseguimento di tale obiettivo può comportare anche l’adozione di provvedimenti” limitativi di pratiche o incontri propri di una determinata confessione religiosa, come tali “contenitivi o restrittivi di diritti individuali di libertà dei genitori, ove la loro esteriorizzazione determini conseguenze pregiudizievoli per il figlio che vi presenzi, compromettendone la salute psico-fisica o lo sviluppo” (Cass. n. 12954/2018). Detti principi di eguaglianza e di libertà di religione sono garantiti anche, come invocato dalla ricorrente, dalla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (artt. 14, 8 e 9), principi di libertà che, secondo la stessa CEDU, possono essere limitati dalla legge da misure “necessarie, in una società democratica, per la sicurezza pubblica, la protezione dell’ordine, della salute o della morale pubblica o la protezione dei diritti e delle liberà altrui” (si veda la sentenza della Corte EDU, del 12 febbraio 2013, Vojnity v. Hungary, secondo cui, in materia di contrasto tra genitori sull’educazione religiosa da impartire a figli minori, si è ritenuto non accettabile un “differente trattamento, senza un’obiettiva e ragionevole giustificazione” ovvero basato “sulla sola differenza di religione”). Orbene, la Corte di appello di Milano (pure superando la motivazione del giudice di primo grado, che era fondata anche su un’inaccettabile valutazione di disvalore della religione dei Testimoni di Geova, è incorsa ugualmente in una falsa applicazione dei richiamati principi di eguaglianza e di libertà religiosa, dando rilievo preminente alla originaria scelta di entrambi i genitori di battezzare il proprio figlio. Invero la libertà di religione, quale diritto inviolabile dell’uomo, implica anche la piena libertà di mutare le proprie credenze, senza che pregresse determinazioni o convinzioni possano costituire un pregiudizio o un limite all’esercizio di tale libertà. Ciò è del resto esplicitato dall’art. 9, primo paragrafo, della CEDU allorchè si stabilisce che “ogni persona ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; questo diritto importa la libertà di cambiare religione o pensiero (…)”. La valutazione dunque della Corte di appello di ancorare la propria decisione ad una scelta pregressa (anche) della madre (quella cioè di acconsentire al battesimo), senza considerare l’attualità delle determinazioni religiose della stessa, non sembra rispettosa dei richiamati principi di libertà. Inoltre la Corte di appello è incorsa in una seconda falsa applicazione di legge (segnatamente dell’art. 315 bis c.c., comma 3, ed anche dell’art. 336-bis e del combinato disposto di cui agli 337-ter e 337-octies c.c.) allorquando ha ritenuto, nella valutazione dell’interesse del minore, di adottare il provvedimento inibitorio di cui trattasi (e cioè di inibire alla madre di “impartire al figlio (prendendo ella stessa l’iniziativa) insegnamenti contrastanti con quelli della religione cattolicà) sulla base di mere affermazioni, non riscontrate da adeguati elementi: la Corte di appello motiva infatti la decisione “al fine di non creare confusione nel minore, proponendogli contemporaneamente insegnamenti differenti, con il rischio di disorientarlo, e al contempo di non “appesantirlo” eccessivamente sotto il profilo della formazione religiosa, con la contemporanea frequenza sia del catechismo, sia delle riunioni dei Testimoni di Geova”. Anche in disparte il fatto che la asserita “confusione” o il “rischio di disorientamento” o di “appesantimento” non individuano, in sè, una scelta di campo tra le due professioni religiose, se non in forza di un “pregiudizio” nei confronti della religione geovista rispetto a quella cattolica, la ricorrente fondatamente sottolinea con il primo motivo che “non vi è nessuna prova che le pratiche religiose della L. siano pregiudizievoli” e con il secondo motivo che “i giudici di merito non hanno ritenuto necessario nè disporre l’audizione del minore nè richiedere l’ausilio di una consulenza tecnica d’ufficio che era stata addirittura richiesta dal M.”. In effetti, il procedimento in questione è stato instaurato in primo grado in data 5/10/2011 e quindi anteriormente al 1/1/2013 data di entrata in vigore della legge. n. 219 del 2012, abrogativa dell’art. 155-sexies c.c.. Dalla predetta nuova disciplina normativa l’ascolto del minore è previsto dall’art. 315-bis c.c., comma 3, e, dopo l’entrata in vigore (7 febbraio 2014) del D.Lgs. n. 154 del 2013, anche dall’art. 336-bis e dagli 337-ter e 337-octies c.c.. Peraltro l’obbligatorietà dell’audizione del minore anche nel regime giuridico previgente era stata sancita dal fermo orientamento della Corte (tra le più recenti Cass. 11687 del 2013, ribadito da Cass. n. 6129/2015). In particolare è stato affermato (cfr. Cass. 19202 del 2014, richiamata da cit. Cass. n. 6129/2015) che l’audizione è “una caratteristica strutturale del procedimento, diretta ad accertare le circostanze rilevanti al fine di determinare quale sia l’interesse del minore ed a raccoglierne opinioni e bisogni in merito alla vicenda in cui è coinvolto”. L’iniziale qualificazione giuridica dell’ascolto come un elemento necessario dell’istruzione probatoria nei procedimenti riguardanti i minori è stata ritenuta del tutto riduttiva al fine di comprendere la natura e la funzione dell’adempimento. L’ascolto costituisce una modalità, tra le più rilevanti, di riconoscimento del diritto fondamentale del minore ad essere informato ed esprimere la propria opinione e le proprie opzioni nei procedimenti che lo riguardano, costituendo tale peculiare forma di partecipazione del minore alle decisioni che lo investono uno degli strumenti di maggiore incisività al fine del conseguimento dell’interesse del medesimo, tanto che anche nella vigenza dell’art. 155 sexies c.c., l’audizione doveva essere disposta in caso di minore dodicenne ovvero anche se di età inferiore ove ritenuto capace di discernimento (Cass. S.U. 22238 del 2009; 5547 del 2013, 11687 del 2013). L’importanza dell’obbligo di ascolto del minore infradodicenne capace di discernimento – direttamente da parte del giudice ovvero, su mandato di questi, di un consulente o del personale dei servizi sociali -, è tale che, secondo Cass. n. 19327 del 2015 (proprio in tema di separazione personale), esso “costituisce adempimento previsto a pena di nullità ove si assumano provvedimenti che lo riguardino, salvo che il giudice non ritenga, con specifica e circostanziata motivazione, l’esame manifestamente superfluo o in contrasto con l’interesse del minore” (cfr. da ultimo anche Cass. n. 12957/2018). Orbene, al tempo del giudizio di appello conclusosi nel 2016 il minore aveva già compiuto sette anni, ma la Corte di appello (a ciò obbligata, Cass. n. 15365/2015) non ha proceduto ad alcuna audizione, nè direttamente, nè attraverso esperti, non dando alcuna contezza di tale mancanza. In effetti, nei più recenti precedenti della Corte di cassazione, che hanno affrontato analoghe questioni di contrasto nell’educazione religiosa di figli minori tra genitori di differente credo religioso (cattolico e geovista), i giudici di merito avevano sempre proceduto a c.t.u. sul minore (anche di anni 4/5, Cass. n. 9546/2012, nonchè Cass. n. 12954/2018) ovvero acquisendo una relazione da parte dei servizi sociali del Comune (Cass. n. 24683/2013). In carenza di tali elementi il ricorso appare fondato anche sotto i menzionati profili.

Motivi della decisione

Che:

12. I tre motivi di ricorso devono essere esaminati congiuntamente per la loro evidente connessione.

13. La Corte ritiene la requisitoria del Procuratore Generale pienamente condivisibile e coerente alla giurisprudenza di legittimità (cfr. Cass. civ., sezione I, n. 12594 del 24 maggio 2018, n. 9546 del 12 giugno 2012n. 24683 del 4 novembre 2013) secondo, cui in tema di affidamento dei figli, il criterio fondamentale cui deve attenersi il giudice nel fissare le relative modalità, in caso di conflitto genitoriale, è quello del superiore interesse del minore, stante il suo diritto preminente ad una crescita sana ed equilibrata, sicchè il perseguimento di tale obiettivo può comportare anche l’adozione di provvedimenti, relativi all’educazione religiosa, contenitivi o restrittivi dei diritti individuali di libertà dei genitori, ove la loro esplicazione determinerebbe conseguenze pregiudizievoli per il figlio, compromettendone la salute psico-fisica o lo sviluppo.

14. Tuttavia la possibilità di adottare simili provvedimenti restrittivi, in presenza di una situazione di conflitto fra i due genitori che intendano entrambi trasmettere la propria educazione religiosa e non siano in grado di rendere compatibile il diverso apporto educativo derivante dall’adesione a un diverso credo religioso, non può essere disposta dal giudice sulla base di una astratta valutazione delle religioni cui aderiscono i genitori e che esprima un giudizio di valore precluso all’autorità giudiziaria dal rilievo costituzionale e convenzionale Europeo del principio di libertà religiosa. Nè tale possibilità può basarsi sulla considerazione della adesione successiva di uno dei due genitori a una religione diversa rispetto a quella che precedentemente era seguita e praticata da entrambi e che, originariamente, è stata trasmessa al figlio o ai figli come religione comune della famiglia perchè tale criterio astratto lederebbe il mantenimento di un rapporto equilibrato e paritario con entrambi i genitori rimanendo insensibile alle scelte di vita in divenire dei genitori. Ne deriva che la possibilità da parte del giudice di adottare provvedimenti contenitivi o restrittivi dei diritti individuali di libertà dei genitori in tema di libertà religiosa e di esercizio del ruolo educativo è strettamente connessa e può dipendere esclusivamente dall’accertamento in concreto di conseguenze pregiudizievoli per il figlio che ne compromettano la salute psico-fisica e lo sviluppo e tale accertamento non può che basarsi sull’osservazione e sull’ascolto del minore in quanto solo attraverso di esse tale accertamento può essere compiuto.

15. Il ricorso va pertanto accolto affinchè la Corte di appello rivaluti la controversia alla luce dei principi di diritto sopra enunciati.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di appello di Milano che, in diversa composizione, deciderà anche sulle spese del giudizio di cassazione. Dispone omettersi qualsiasi riferimento alle generalità e agli altri elementi identificativi delle parti nella pubblicazione della presente sentenza.

Conclusione

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 14 settembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 30 agosto 2019

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DIVORZIO BOLOGNA ADDIO TENORE DI VITA? COSA SUCCEDE SCIOLTO IL MATRIMONIO ?

 

DIVORZIO BOLOGNA ADDIO TENORE DI VITA?

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COSA SUCCEDE SCIOLTO IL MATRIMONIO ?

Una volta sciolto il matrimonio civile o cessati gli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio religioso – sulla base dell’accertamento giudiziale, passato in giudicato, che “la comunione spirituale e materiale tra i coniugi non può essere mantenuta o ricostituita per l’esistenza di una delle cause previste dall’art. 3” (cfr. artt. 1 e 2, mai modificati, nonchè la L. n. 898 del 1970, art. 4, commi 12 e 16) -, il rapporto matrimoniale si estingue definitivamente sul piano sia dello status personale dei coniugi, i quali devono perciò considerarsi da allora in poi “persone singole”, sia dei loro rapporti economico-patrimoniali ( art. 191 c.c., comma 1) e, in particolare, del reciproco dovere di assistenza morale e materiale ( art. 143 c.c. , comma 2), fermo ovviamente, in presenza di figli, l’esercizio della responsabilità genitoriale, con i relativi doveri e diritti, da parte di entrambi gli ex coniugi (cfr. art. 317 c.c. , comma 2, e da artt. 337-bis a 337-octies c.c.).

ratio della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6,

 

La complessiva ratio della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, (diritto condizionato all’assegno di divorzio e – riconosciuto tale diritto determinazione e prestazione dell’assegno) ha fondamento costituzionale nel dovere inderogabile di “solidarietà economica” (art. 2, in relazione all’art. 23, Cost. ), il cui adempimento è richiesto ad entrambi gli ex coniugi, quali “persone singole”, a tutela della “persona” economicamente più debole (cosiddetta “solidarietà post-coniugale”): sta precisamente in questo duplice fondamento costituzionale sia la qualificazione della natura dell’assegno di divorzio come esclusivamente “assistenziale” in favore dell’ex coniuge economicamente più debole ( art. 2 Cost. ) – natura che in questa sede va ribadita -, sia la giustificazione della doverosità della sua “prestazione” ( art. 23 Cost.).

Sicchè, se il diritto all’assegno di divorzio è riconosciuto alla “persona” dell’ex coniuge nella fase dell’an debeatur, l’assegno è “determinato” esclusivamente nella successiva fase del quantum debeatur, non già “in ragione” del rapporto matrimoniale ormai definitivamente estinto, bensì “in considerazione” di esso nel corso di tale seconda fase (cfr. l’incipit del comma 6 dell’art. 5 cit.: “(….) il tribunale, tenuto conto (….)”), avendo lo stesso rapporto, ancorchè estinto pure nella sua dimensione economico-patrimoniale, caratterizzato, anche sul piano giuridico, un periodo più o meno lungo della vita in comune (“la comunione spirituale e materiale”) degli ex coniugi.

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POSSIBILITA’ DEL CONIUGE DI PROCURARSI I MEZZI ECONOMICI

 

Tanto premesso, decisiva è, pertanto – ai fini del riconoscimento, o no, del diritto all’assegno di divorzio all’ex coniuge richiedente -, l’interpretazione del sintagma normativo “mezzi adeguati” e della disposizione “impossibilità di procurarsi mezzi adeguati per ragioni oggettive” nonchè, in particolare e soprattutto, l’individuazione dell’indispensabile “parametro di riferimento”, al quale rapportare l'”adeguatezza-inadeguatezza” dei “mezzi” del richiedente l’assegno e, inoltre, la “possibilità-impossibilità” dello stesso di procurarseli.

Bologna, la corsa al divorzio con l’assegno scontato

Ora in molti si chiedono come fare a togliere l’assegno divorzile alla moglie ?

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Assegno divorzile, Bologna: Corte d’Appello e Tribunale in linea con la Cassazione. No al tenore di vita si all’indipendenza economica

Con la sentenza n. 1682/17 pubblicata il 13/07/2017, la Corte di Appello di Bologna, in riforma della sentenza di primo grado, revoca l’assegno divorzile all’ ex moglie, richiamando il principio dell’autosufficienza economica e quindi adeguandosi alla nota sentenza della Corte di Cassazione n. 11504/2017.

Ed è in questa occasione che i giudici di Bologna – e qui sta la novità – applicano forse per la prima volta la nuovissima disposizione della Cassazione Civile, la sentenza 15481 del giugno scorso. Il nuovo criterio prevede che si verifichi se chi richiede l’assegno divorzile abbia i requisiti

Per comprendere le innovazioni recentemente intervenute in tema di presupposti e limiti del riconoscimento dell’ assegno divorzile è necessario fare un …. b) Tribunale di Bologna – Sez.

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L’assegno post divorzio: alcune valutazioni dopo la recente sentenza …

L’ASSEGNO DIVORZILE: DETERMINAZIONE E QUANTIFICAZIONE …

 

 

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AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA DEVO DIVORZIARE BOLOGNA

 

DEVO DIVORZIARE ,MI OCCORRE UN AVVOCATO

ESPERTO MATRIMONIALISTA AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA DEVO DIVORZIARE BOLOGNA  

DIVORZIARE o separarsi non è facile!!

Cerchi un avvocato civilista per separazione o divorzio a Imola?

Cerchi un avvocato civilista per impugnare testamento o per divisione ereditaria a Imola?

 

Devi affrontate una causa civile a  Imola?

Per Imola è competente il Tribunale di Bologna , e l’avvocato Sergio Armaroli difende separazioni e divorzi, cause ereditarie e disconoscimento paternita’ a Imola e Bologna

Avvocato separazioni e divorzi, cause ereditarie e disconoscimento paternita’ Imola , Sergio Armaroli riceve presso il suo studio di bologna in via Solferino 30

 

Avvocato separazioni e divorzi, cause ereditarie e disconoscimento paternita’ Imola Bologna difende e assiste  chi vuole affrontar ela separazione o il divorzio e chi intende  impuganr eun testamento a Imola o Bologna

Leggiamo o sentiamo di tizio  o caio che si sono separati ,ma in realtà cosa vuol dire’ cosa bisogna affrontare?

Te lo dico io, un mare di problematiche, ecco perché è bene rivolgersi a un avvocato esperto.

E non scherzo, pensa alle problematiche dei figli, all’assegno alla casa coniugale ai conti correnti!!.

Perché contattare un avvocato

COS’E’ IL DIVORZIO?

Se la separazione non conclude il rapporto matrimoniale , ma ne attenua solo gli effetti, il divorzio produce lo scioglimento del matrimonio o la cessazione degli effetti civili (se è stato celebrato con rito religioso riconosciuto dallo Stato).

Occorre  passare dalla separazione per ottenere il divorzio: il termine per poter domandare quest’ultimo è, infatti il decorso di un triennio dalla avvenuta comparizione dei coniugi innanzi il Presidente del Tribunale nella procedura di separazione (art. 3. L. 898/1970)

Rivolgendosi allo Studio legale dell’Avvocato Sergio Armaroli o a un altro avvocato, si può approfittare di una procedura decisamente breve: spetta all’avvocato stesso, poi, trasmettere l’accordo di negoziazione assistita al Comune presso il quale il matrimonio era stato iscritto o trascritto. Si tratta di un’esecuzione che richiede poco tempo, e che per altro si fa apprezzare per i costi contenuti che presuppone, di certo più bassi rispetto alle spese che sarebbe necessario sostenere nel caso in cui si optasse per una procedura in tribunale. Con poche centinaia di euro per coniuge ce la si cava: vale la pena di pensarci.

Anche se il divorzio è consensuale,per la negoziazione assistita non  si può pensare di scegliere un avvocato solo! In verità questa regola appare un po’ in contrasto con il desiderio di rendere le procedure più semplici e più rapide, soprattutto se si pensa al fatto che per le richieste di separazione o di divorzio consensuali che vengono proposte in tribunale non è da escludere la possibilità che lo stesso legale presti la propria assistenza a tutti e due i coniugi. D’altro canto, è pur vero che, non essendo coinvolto il controllo di un giudice, la presenza di due legali fa sì che venga osservata – almeno in linea teorica – la tutela degli interessi di entrambe le parti. Nell’accordo è indispensabile dichiarare che gli avvocati hanno informato i coniugi della possibilità di ricorrere alla mediazione familiare, hanno provato a conciliare le parti e hanno messo in evidenza l’importanza per i figli minorenni di passare del tempo coi genitori.

 L’avvocato Sergio Armaroli si occupa ì di diritto di famiglia, separazione, divorzio, affidamento dei figli ed altre controversie afferenti la sfera familiare. Elevata competenza ed esperienza pluriennale si accompagnano ad una particolare attenzione alla persona ed al rispetto della privacy. Avvocati per separazioni e divorzi bologna, separazione bologna Studio Legale a Bologna, Avvocato Matrimonialista per separazione e divorzio – Bologna. Avvocato per separazione a Bologna – Separazione … Avvocato Sergio Armaroli è la soluzione veloce per trovare l’Avvocato che segua la tua pratica di separazione a Bologna e Provincia. Avvocato matrimonialista divorzio bologna Offriamo assistenza e consulenza mirata all’individuazione delle soluzioni migliori per la risoluzione dei conflitti, ricercando la strategia più idonea a risolvere i … Tutto; Affidamento dei figli; alienazione genitoriale; Amministrazione di sostegno; assegno di divorzio; assegno di separazione; casa famigliare; Comunione dei Beni va inserito qui[/box] Cosa succede se ci sono i figli

Il divorzio o la separazione consensuali in presenza di figli seguono le stesse regole delle procedure previste per le coppie senza figli: ciò vuol dire che anche in questo caso è prevista la possibilità di fare riferimento alla negoziazione assistita da un avvocato, sia che ci siano dei figli minorenni, sia che ci siano dei figli maggiorenni ma incapaci o non autosufficienti dal punto di vista economico. La sola differenza di cui è bene tenere conto è che in tale circostanza è necessario trasmettere l’accordo a cui si perviene al Procuratore della Repubblica del tribunale competente, entro dieci giorni, al fine di ottenere la relativa autorizzazione. Il Procuratore, a sua volta, in questa fase è tenuto ad accertare che l’accordo raggiunto permetta di tutelare e favorire l’interesse della prole; dopodiché, in caso di esito positivo, l’accordo viene inviato dal Procuratore al Presidente del tribunale entro cinque giorni, e a quel punto non devono passare più di trenta giorni prima che venga stabilita un’udienza per la comparizione delle parti.

Nel caso in cui la coppia che vuole separarsi o divorziare in maniera consensuale abbia figli maggiorenni non incapaci o portatori di handicap, occorre che l’accordo venga trasmesso al Procuratore della Repubblica, il quale si limita a dare il nulla osta.

Cosa si deve fare per separarsi?

Prima di parlare della separazione legale, che è la vera e propria separazione, ritengo doveroso ricordare che, nella prassi, si assiste spesso anche alla cosìddetta “separazione di fatto”, ovvero il materiale allontamento tra i coniugi, senza però che intervenga alcun provvedimento ufficiale da parte del Tribunale.
E’ bene ricordare però che la separazione di fatto non ha alcun effetto giuridico, ed i due coniugi saranno in tutto e per tutto ritenuti coniugati in bonis.
Per separarsi legalmente, bisogna farsi assistere da un avvocato.
In genere, ci si può rivolgere assieme ad uno stesso avvocato, chiedendogli di essere assistiti congiuntamente, oppure, ci si può rivolgere separatamente ciascuno ad un proprio avvocato di fiducia, al quale conferire mandato per essere assistiti nella separazione. In questo secondo caso, sarano i due avvocati a mettersi in contatto e a farsi porta voce delle richieste ciascuno del proprio cliente, al fine di discutere e concordare le condizioni di separazione.AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA DEVO DIVORZIARE BOLOGNA

SEPARAZIONI AVVOCATO IN BOLOGNA

 avvocato separazioni in Bologna Spieghera’ in modo chiaro ai propri assistiti la differenza tra separazione di tipo giudiziale e separazione consensuale, oltre che tra divorzio congiunto e divorzio contenzioso, e consiglieranno la strada più opportuna da percorrere.

Oggi la separazione può essere dichiarata per cause oggettive, indipendentemente dalla colpa di uno dei due coniugi.

La separazione e il divorzio possono essere consensuali o giudiziali, a seconda che i coniugi trovino o meno un accordo sulle condizioni, aventi ad oggetto, in particolare, l’affidamento dei figli ed il loro mantenimento, l’assegnazione della casa familiare e l’eventuale diritto al mantenimento del coniuge economicamente più debole.

AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA DEVO DIVORZIARE BOLOGNA
AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA DEVO DIVORZIARE BOLOGNA

Le controversie di diritto di famiglia costituiscono materia particolarmente delicata, poiché strettamente connesse agli aspetti più importanti della vita di ciascun individuo e, pertanto, devono essere trattate da professionisti altamente specializzati.

Cosa si deve fare per separarsi?

Prima di parlare della separazione legale, che è la vera e propria separazione, ritengo doveroso ricordare che, nella prassi, si assiste spesso anche alla cosìddetta “separazione di fatto”, ovvero il materiale allontamento tra i coniugi, senza però che intervenga alcun provvedimento ufficiale da parte del Tribunale.
E’ bene ricordare però che la separazione di fatto non ha alcun effetto giuridico, ed i due coniugi saranno in tutto e per tutto ritenuti coniugati in bonis.
Per separarsi legalmente, bisogna farsi assistere da un avvocato.
In genere, ci si può rivolgere assieme ad uno stesso avvocato, chiedendogli di essere assistiti congiuntamente, oppure, ci si può rivolgere separatamente ciascuno ad un proprio avvocato di fiducia, al quale conferire mandato per essere assistiti nella separazione. In questo secondo caso, sarano i due avvocati a mettersi in contatto e a farsi porta voce delle richieste ciascuno del proprio cliente, al fine di discutere e concordare le condizioni di separazione.

Il fenomeno delle separazioni e dei divorzi è in progressivo aumento e, nella maggior parte dei casi, coloro che ci rimettono maggiormente sono i figli.

In un contesto legislativo e giurisprudenziale in continua evoluzione, quale è quello del diritto di famiglia, lo Studio dell’Avvocato separazioni in Bologna  offre la necessaria assistenza e consulenza ai coniugi ai fini di addivenire ad una separazione ed a un divorzio che garantiscano al meglio il soddisfacimento dei propri diritti.

Con la separazione vengono regolati i rapporti di carattere personale e patrimoniale che coinvolgono i coniugi. Punti focali sono quelli che concernono il regime di affidamento dei figli e l’entità dell’assegno di mantenimento ma sarà inoltre necessario definire anche ulteriori questioni patrimoniali quali l’assegnazione della casa coniugale e l’eventuale divisione dei beni in comune.

Una crisi coniugale, una separazione o un divorzio sono sempre molto dolorosi da affrontare. Una situazione spesso aggravata (se possibile) dal non sapere cosa ci aspetta o cosa attenderci dal giudizio di separazione, per non parlare di pretese o minacce (spesso ingiustificate) che l’altro coniuge fa per intimorire. Affermazioni come “non ti concedo la separazione” oppure “ti tolgo i figli” sono un corredo frequente alle rotture matrimoniali. Queste minacce sono del tutto prive di ogni fondamento: armi spuntate che però possono generare una comprensibile sofferenza. Per questo è utile chiarire alcuni punti sulla separazione e sul divorzio

avvocato separazioni in Bologna La mia attività presta la massima attenzione ad ogni questione di carattere patrimoniale/personale relativa a:

abitazione familiare avvocato separazioni in Bologna ;

contratto di locazione avvocato separazioni in Bologna;

contratto di mutuo ipotecario avvocato separazioni in Bologna;

prestiti (ivi comprese fideiussioni concesse in favore dell’altro coniuge) avvocato separazioni in Bologna;

acquisti compiuti durante la convivenza avvocato separazioni in Bologna;

assegno di mantenimento avvocato separazioni in Bologna;

elargizioni effettuate da uno dei conviventi a favore dell’altro avvocato separazioni in Bologna;

rapporto di lavoro nell’impresa familiare avvocato separazioni in Bologna;

avvocato separazioni in Bologna tutela ed affidamento dei figli:

con chi vive il minore

quanto tempo il minore trascorrerà con ciascun genitore;

quali accordi dovranno essere presi per occasioni speciali, per es. compleanni e festività;

mantenimento del minore

trasferimento   del minore

Competenze specifiche in diritto di famiglia

avvocato separazioni in Bologna Sergio Armaroli si dedica con particolare competenza è quello del diritto di famiglia, ove viene offerta assistenza legale in materia di:

raggiungimento di accordi di separazione o divorzio (cd. separazione o divorzio consensuale)

separazione o divorzio giudiziale avvocato separazioni in Bologna Sergio Armaroli

assegnazione della casa familiare avvocato separazioni in Bologna Sergio Armaroli

affidamento dei figli minori avvocato separazioni in Bologna Sergio Armaroli

modifica delle condizioni di separazione/divorzio avvocato separazioni in Bologna Sergio Armaroli

scelta tra regime di comunione o separazione legale dei beni tra i coniugi avvocato separazioni in Bologna Sergio Armaroli

stipula di contratti di convivenza e tutela dei diritti della coppia in assenza di matrimonio

Mantenimento figli: niente condizionale per chi non versa tutto

Senza integrale versamento dell’assegno di mantenimento niente condizionale se non si deduce che ci si trova nella assoluta impossibilità di adempiere.

MANCATO VERSAMENTO ALIMENTI

Il Giudice non è tenuto a verificare se il mancato versamento dell’assegno di mantenimento dipende da impossibilità assoluta di corrispondere le somme dovute: questa circostanza infatti va dedotta dall’imputato che deve altresì fornire adeguata prova al riguardo.

La Cassazione affronta il delicato tema del reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare, previsto e punito dall’art. 570 c.p. risolvendo la questione relativa alla sussistenza, in capo al Giudice, di un obbligo di verifica sulle condizioni economiche del reo e sulla possibilità di adempiere all’obbligo di mantenimento quando la sospensione condizionale della pena è subordinata al pagamento integrale di ogni somma dovuta.

PRECISA LA SUPREMA CORTE:  è consapevole dell’esistenza di un contrasto di giurisprudenza in ordine al dovere del giudice di accertare quali siano le condizioni economiche dell’imputato prima di ordinare la sospensione condizionale della pena subordinata al risarcimento del danno. Invero, accanto a chi nega ogni dovere del giudice in proposito, poichè il tema può essere oggetto di approfondimento in sede di esecuzione (cfr., tra le tante, Sez. 2, n. 26221 del 11/06/2015, Dammico, Rv. 264013), vi è chi, invece, afferma la necessità di una valutazione, sia pure sommaria, sul punto (così, tra le tante, Sez. 5, n. 21557 del 02/02/2015, Solazzo, Rv. 263675), e chi, ancora, in posizione intermedia, ritiene la necessità di compiere un motivato apprezzamento delle condizioni economiche dell’imputato se dagli atti, eventualmente acquisiti proprio su iniziativa della difesa di quest’ultimo, emergono elementi tali da far dubitare della capacità del soggetto di soddisfare l’obbligo economico impostogli (in questo senso, Sez. 5, n. 14205 del 29/01/2015, R, Rv. 263185).

Il Collegio ritiene di aderire a quest’ultima soluzione, posto che il giudice non può sottrarsi alla valutazione degli elementi a sua disposizione.

In questa prospettiva, è sicuramente rilevante l’intervenuta dichiarazione di fallimento, poichè, a far data dalla stessa, tutta l’amministrazione del patrimonio del fallito è rimessa alle decisioni degli organi della procedura fallimentare, e restano estranei alla procedura solo i beni strettamente personali (cfr., in particolare, quanto stabilito dal R.D. 16 marzo 1942, n. 267, artt. 42, 44 e 46). Nè rileva che la dichiarazione di fallimento è, come nel caso di specie, successiva alla sentenza di primo grado, perchè l’obbligo di pagamento della somma liquidata a titolo di provvisionale, quale condizione per fruire del beneficio della sospensione condizionale, deve essere adempiuto dopo il passaggio in giudicato della sentenza, attesa l’assenza di diversa specificazione sul punto (cfr., in questo senso, tra le tante, Sez. 1, n. 24642 del 27/05/2015, Hosu, Rv. 263974).

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