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Separazione delle coppie di fatto come fare affidamento figli Bologna avvocato Matrimonialista

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  1. Dovere di fedelta’ nelle coppie di fatto Fedeltà

Il maggiore dovere che non spetta alle coppie di fatto è il dovere di fedeltà: non esiste il diritto del convivente tradito a chiedere l’addebito

2 Dovere di Mantenimento nelle coppie di fatto

Anche per il diritto all’assegno di mantenimento successivo alla separazione che riguarda solo le coppie unite dal vincolo matrimoniale.

Cosa diversa per i figli delle coppie di fatto, infatti hanno gli stessi diritti dei figli nati nel matrimonio .

3 Eredità nelle coppie di fatto

Il convivente non è un erede legittimo e non gode di un diritto ereditario. Ecco perché è assolutamente necessario tra eredi fare testamento

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COPPIE DI FATTO UNIONI CIVILI, ACCORDI DI CONVIVENZA,  DIRITTI SULLA CASA DEL CONVIVENTE,

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emerge come lo stesso risulti prevalentemente improntato alla regolamentazione della inedita fattispecie delle “unioni civili tra persone dello stesso sesso”, rispetto alle quali il legislatore ha introdotto una sostanziale equiparazione al regime giuridico previsto per il matrimonio dalla legge 151/1975, salve le seguenti marginali differenze:

  1. alla struttura del matrimonio quale negozio giuridico trilatero (intercorrente tra gli sposi e l’ufficiale di stato civile) si contrappone la struttura dell’unione civile quale negozio bilaterale (in quanto in tal caso il ruolo dell’ufficiale di stato civile si esaurisce nella mera ricezione dell’atto);
  2. il mancato richiamo in ordine alle unioni civili delle norme codicistiche relative al rapporto tra genitori e figli;
  3. la mancata previsione per le unioni civili dell’obbligo di fedeltà tra le parti;
  4. la possibilità di scioglimento delle unioni civili solo mediante divorzio e non mediante separazione.
  1. A differenza delle coppie sposate, i conviventi hanno diritti limitati, l’uno nei confronti dell’altro, sia durante la convivenza, sia in caso di cessazione della convivenza e sia, infine, in caso di decesso di uno dei conviventi.
  2. La lacuna legislativa è stata parzialmente colmata con l’introduzione dellaLegge n. 76/2016 che ha regolato oltre che i rapporti personali e patrimoniali delle coppie unite civilmente, anche alcuni aspetti legati ai diritti successori in favore del convivente superstite.
  3. La nuova Legge, innanzitutto, in caso di decesso del convivente di fatto derivante da un fatto illecito, ha recepito l’orientamento consolidato della giurisprudenza di riconoscere al convivente superstite il risarcimento del danno – da intendersi sia il danno patrimoniale che il danno non patrimoniale – con gli stessi criteri individuati per il risarcimento del danno spettante al coniuge.

Gli accordi di convivenza, che trovano sempre maggiore riconoscimento e legittimazione nella giurisprudenza italiana, possono essere stipulati in forma di scrittura privata o per atto pubblico e fissano:

  1. le regole circa la ripartizione delle spese familiari;
  2. il regime legaledegli acquisti effettuati dai conviventi;
  3. diritti ereditaridei conviventi;
  4. l’assegno di mantenimentoin caso di cessazione della convivenza;
  5. le modalità di amministrazionedei beni comuni;
  6. i modi di utilizzo o l’assegnazione dell’abitazione familiarein caso di cessazione della convivenza.

 

SE MUORE CONVIVENTE QUALI DIRITTI SULLA CASA?

Nè appare configurabile una lesione del principio di pari trattamento di situazioni identiche nella omessa estensione anche al convivente more uxorio del diritto di abitazione e di uso previsto dall’art. 540 c.c., avendo ritenuto il Giudice delle leggi infondata la questione in considerazione del differente presupposto della successione mortis causa cui si ricollega l’applicazione di tale norma: “i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano, attribuiti al coniuge dall’art. 540 c.c., comma 2, sono oggetto di una vocazione a titolo particolare collegata alla vocazione (a titolo universale) a una quota di eredità, cioè presuppongono nel legatario la qualità di legittimario al quale la legge riserva una quota di eredità. Tale collegamento, per cui i detti diritti formano un’appendice della legittima in quota, si spiega sul riflesso che oggetto della tutela dell’art. 540, comma 2, non è il bisogno dell’alloggio (che da questa norma riceve protezione solo in via indiretta ed eventuale), ma sono altri interessi di natura non patrimoniale, riconoscibili solo in connessione con la qualità di erede del coniuge, quali la conservazione della memoria del coniuge scomparso, il mantenimento del tenore di vita, delle relazioni sociali e degli status symbols goduti durante il matrimonio, con conseguente inapplicabilità, tra l’altro, dell’art. 1022 cod. civ., che regola l’ampiezza del diritto di abitazione in rapporto al bisogno dell’abitatore”. (cfr. Corte costituzionale, sentenza 26.5.1989 n. 310).

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE 

SEZIONE TERZA CIVILE 

Sentenza 10 giugno 2016 – 27 aprile 2017, n. 10377

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMBROSIO Annamaria – Presidente –
Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –
Dott. OLIVIERI Stefano – rel. Consigliere –
Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –
Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 4787/2014 proposto da:

C.M.A., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA G. VENTICINQUE, 6 (TEL. 06.39720446), presso lo studio dell’avvocato LAURA POLIMENO, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato ELISABETTA MACRINA giusta procura speciale a margine del ricorso; – ricorrente –

contro

M.G.; – intimata –

Nonchè da:

M.G., personalmente e nella qualità di erede di T.L., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA NOMENTANA 257, presso lo studio dell’avvocato ANDREA CIANNAVEI, che la rappresenta e difende giusta procura speciale a margine del controricorso e ricorso incidentale; – ricorrente incidentale –

avverso la sentenza n. 6505/2013 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 02/12/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 10/06/2016 dal Consigliere Dott. STEFANO OLIVIERI;

udito l’Avvocato MACRINA;

udito l’Avvocato CIANNAVEI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. PATRONE Ignazio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Corte d’appello di Roma, confermando la decisione di prime cure, con sentenza 2.12.2013 n. 6505, ha rigettato l’appello proposto da C.M.A. che era stata condannata al rilascio dell’immobile detenuto “sine titulo” e di proprietà, in virtù di successione legittima, di M.G. e T.L., rispettivamente figlia e coniuge separato, di M.U., nonchè al risarcimento dei danni da liquidarsi in separato giudizio.

Il Giudice di appello riteneva che il prolungato rapporto di convivenza “more uxorio” tra la C. ed il M. non attribuisse alla prima alcun titolo idoneo a possedere o detenere l’immobile, nè il diritto di abitazione ex art. 540 c.c., comma 2, e art. 1022 c.c., riservato al coniuge (avendo la Corte costituzionale n. 310/1989 ritenuto la esclusione del convivente more uxorio compatibile con gli artt. 2 e 3); che l’accordo transattivo stipulato “inter partes” a verbale di udienza 13.8.2007, a definizione del giudizio per reintegrazione nel possesso promosso dalle proprietarie, concerneva esclusivamente il riconoscimento del compossesso di queste ultime e l’assunzione da parte della C. degli oneri economici di mantenimento dell’immobile, senza attribuire a quest’ultima alcun titolo legittimo di detenzione; che le domande riconvenzionali andavano entrambe rigettate in quanto il legittimo esercizio in giudizio dei diritti spettanti alle proprietarie escludeva una loro responsabilità da illecito per danni alla salute lamentati dalla C., mentre difettavano i presupposti per l’azione ex art. 2041 c.c., in quanto le cure prestate dalla C. al M. fino al decesso integravano adempimento di obblighi morali nascenti dal rapporto di convivenza, ed inoltre risultava che quest’ultimo avesse provveduto con proprie risorse finanziare alle proprie spese mediche e di assistenza.

La sentenza non notificata è stata impugnata per cassazione dalla C. con tre motivi inerenti violazione di norme di diritto e vizi di motivazione.

Resiste M.G. in proprio e n.q. di erede di T.L., con controricorso e ricorso incidentale affidato ad un unico motivo con il quale impugna il capo di sentenza relativo alle spese di lite.

La ricorrente ha depositato anche memoria illustrativa.

MOTIVI DELLA DECISIONE

  1. A) Esame del ricorso principale proposto da C.M.A.

Primo motivo: violazione di norme di diritto (artt. 1321, 1372, 1374, 1376, 1021, 1022, 1140 – 1142, 1144, 1146 e 1168 c.c.) e vizio di omesso esame di un fatto decisivo ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

La ricorrente impugna la sentenza d’appello nella parte in cui ha escluso che l’accordo transattivo costituisse in capo alla C. un legittimo titolo di detenzione, avendo erroneamente fatto riferimento la Corte territoriale al fine di interpretare la volontà delle parti espressa nell’accordo ad elementi estranei all’accordo (nella specie al verbale di udienza 13.8.2007 nel quale il legale della T. e della M. dava atto che l’accordo era volto a definire la controversia possessoria “impregiudicate le loro rispettive pretese di altra natura”).

Il motivo è inammissibile.

Quanto alla dedotta violazione delle norme di diritto, osserva il Collegio che il motivo non è dotato della specificità prescritta dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4: ed infatti il ricorrente nella formulazione del motivo è tenuto ad evidenziare puntualmente quale sia la statuizione impugnata, nonchè l’errore “in jure” contestato, secondo che si tratti di vizio di individuazione od interpretazione della norma applicata, ovvero di vizio di sussunzione della fattispecie concreta – correttamente rilevata – nella fattispecie normativa astratta, o ancora di vizio attinente alla errata applicazione della norma di diritto in relazione agli effetti giuridici che il Giudice ha inteso derivare dalla regula juris: tale onere di specificità non può ritenersi assolto con la mera indicazione in rubrica di una pluralità di norme di diritto la cui violazione viene denunciata ma non esplicata in argomenti giuridici a supporto. L’assunto difensivo per cui il Giudice di appello avrebbe violato la norma secondo cui l’accordo contrattuale ha forza di legge tra le parti, non sostenuto dalla indicazione degli elementi ricognitivi della volontà negoziale deponenti per la costituzione di un titolo detentivo dell’immobile a favore della C., si risolve in un mero postulato astratto, privo di contenuto esplicativo della dimostrazione critica conducente alla verifica della violazione della norma di diritto.

Il motivo è inoltre inammissibile:

– non rispondendo al requisito di completezza prescritto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6), in quanto dalla esposizione del motivo emerge che la intera critica viene rivolta all’apprezzamento da parte del Giudice di merito del contenuto dell’atto transattivo, ma la parte ricorrente ha omesso del tutto di trascrivere tale atto che sembrerebbe comporsi di 4 clausole (pag. 12 ricorso) delle quali ne vengono richiamate, peraltro in sintesi, soltanto 3 (pag. 11);

– per omessa individuazione del fatto storico, provato in giudizio, “decisivo” per pervenire ad una differente decisione della controversia, come esplicitamente richiesto dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nel testo introdotto dal D.L. n. 83 del 2012, conv. in L. n. 134 del 2012, applicabile “ratione temporis”;

– per errata individuazione del parametro normativo del sindacato di legittimità, laddove viene censurato – peraltro in difetto del requisito di autosufficienza – attraverso il vizio di motivazione ed il vizio di error juris, il ricorso ad elementi extratestuali (dichiarazioni delle parti rese a verbale di udienza 13.8.2007), da parte del Giudice di appello, per interpretare l’esatto significato della volontà espressa dalle parti nell’accordo transattivo (che sembra essere stato stipulato in atto separato), che avrebbe invece dovuto essere censurato: a) attraverso la denuncia della violazione dei criteri legali di ermeneutica negoziale con conseguente puntuale individuazione del criterio normativo non applicato o ritenuto inesattamente applicato ex art. 1362 c.c. e ss.; b) e non mediante la mera contrapposizione del risultato interpretativo auspicato dalla ricorrente (l’accordo transattivo doveva interpretarsi nel senso di ritenere incontestato, da parte delle proprietarie, il possesso o la detenzione dell’immobile da parte della C.), a quello diverso cui è pervenuto invece il Giudice di appello (il quale dopo aver rilevato che le parti avevano inteso definire il giudizio promosso dalle proprietarie per la reintegrazione nel possesso ritenuto leso dal cambio della serratura dell’immobile, ha ritenuto – con soluzione non manifestamente illogica – alla stregua della lettura delle clausole dell’accordo e delle dichiarazioni rese dalle parti a verbale di udienza, che la definizione conciliativa risoltasi con la consegna di copia delle chiavi alle proprietarie – avesse ad oggetto esclusivamente tale unico “petitum” del ricorso introduttivo), non avendo accesso alla verifica di legittimità la censura volta esclusivamente ad ottenere la revisione e sostituzione delle valutazioni di merito compiute dal Giudice di secondo grado (cfr. Corte Cass. Sez. 1, Sentenza n. 7972 del 30/03/2007; id. Sez. L, Sentenza n. 10203 del 18/04/2008).

Secondo motivo: omesso esame di fatto decisivo ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5; violazione e falsa applicazione degli artt. 2, 3, 29 e 30 Cost., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

La ricorrente sostiene che la evoluzione del sistema sociale e la preminenza assunta nell’ordinamento dalle formazioni sociali di cui all’art. 2 Cost., hanno portato la giurisprudenza costituzionale e della Corte di legittimità a qualificare come interesse meritevole di tutela l’affectio derivante dal rapporto di convivenza “more uxorio” ove caratterizzato da apprezzabile stabilità, riconoscendo al convivente non titolare di diritti reali o relativi sull’immobile destinato ad abitazione della coppia, la titolarità di una relazione con il bene qualificata come detenzione autonoma, tale da legittimare il godimento del bene anche dopo il decesso del convivente.

Il motivo è infondato.

Come statuito da questa Corte la convivenza “more uxorio”, quale formazione sociale che dà vita ad un autentico consorzio familiare, determina, sulla casa di abitazione ove si svolge e si attua il programma di vita in comune, un potere di fatto basato su di un interesse proprio del convivente ben diverso da quello derivante da ragioni di mera ospitalità, tale da assumere i connotati tipici di una detenzione qualificata, che ha titolo in un negozio giuridico di tipo familiare, con la conseguenza che l’estromissione violenta o clandestina dall’unità abitativa, compiuta da terzi e finanche dal convivente proprietario in danno del convivente non proprietario, legittima quest’ultimo alla tutela possessoria, consentendogli di esperire l’azione di spoglio (cfr. Corte Cass. Sez. 2, Sentenza n. 7214 del 21/03/2013; id. Sez. 2, Sentenza n. 7 del 02/01/2014).

Tale situazione giuridica non immuta, tuttavia, al regime legale della detenzione del bene, in quanto riconducibile ad un diritto personale di godimento che viene acquistato dal convivente in dipendenza del titolo giuridico individuato dall’ordinamento nella comunanza di vita attuata anche mediante la coabitazione, ossia attraverso la destinazione dell’immobile all’uso abitativo dei conviventi, sicchè, in tanto la detenzione qualificata del convivente non proprietario nè possessore, è esercitabile ed opponibile ai terzi, in quanto permanga il titolo da cui deriva e cioè in quanto perduri la convivenza “more uxorio” Ne segue che una volta venuto meno il titolo, per cessazione della convivenza, dovuta a libera scelta delle parti ovvero in conseguenza del decesso del convivente proprietario-possessore, si estingue anche il diritto avente ad oggetto la detenzione qualificata sull’immobile, sicchè la protrazione della relazione di fatto tra il bene ed il convivente (già detentore qualificato) superstite, potrà ritenersi legittima soltanto in base: a) alla eventuale istituzione del convivente superstite come coerede o legatario dell’immobile in virtù di disposizione testamentaria; b) alla costituzione di un nuovo e diverso titolo di detenzione da parte degli eredi del convivente proprietario.

La rilevanza sociale e giuridica che riveste la convivenza di fatto, non incide infatti, salvo espressa disposizione di legge (come nel caso della L. 27 luglio 1978, n. 392, art. 6, comma 3, secondo la interpretazione additiva della Corte costituzionale sentenza in data 7.4.1988 n. 404) sul legittimo esercizio dei diritti spettanti ai terzi sul bene immobile, non trovando applicazione, ratione temporis, alla fattispecie la norma della L. 20 maggio 2016, n. 76, art. 1, comma 42, che conferisce al convivente superstite un diritto di abitazione temporaneo (non oltre i cinque anni) modulato diversamente in relazione alla durata della convivenza ed alla presenza di figli minori o disabili, ma riverbera piuttosto sul piano del canone di buona fede e di correttezza “dettato a protezione dei soggetti più esposti e delle situazioni di affidamento” che impone al soggetto che legittimamente intende rientrare, in base al suo diritto, nella esclusiva disponibilità del bene, di concedere all’ex convivente un termine congruo per la ricerca di una nuova sistemazione abitativa (Corte Cass. n. n. 7214/2013, cit., in motivazione, punto 2.5).

Nè appare configurabile una lesione del principio di pari trattamento di situazioni identiche nella omessa estensione anche al convivente more uxorio del diritto di abitazione e di uso previsto dall’art. 540 c.c., avendo ritenuto il Giudice delle leggi infondata la questione in considerazione del differente presupposto della successione mortis causa cui si ricollega l’applicazione di tale norma: “i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano, attribuiti al coniuge dall’art. 540 c.c., comma 2, sono oggetto di una vocazione a titolo particolare collegata alla vocazione (a titolo universale) a una quota di eredità, cioè presuppongono nel legatario la qualità di legittimario al quale la legge riserva una quota di eredità. Tale collegamento, per cui i detti diritti formano un’appendice della legittima in quota, si spiega sul riflesso che oggetto della tutela dell’art. 540, comma 2, non è il bisogno dell’alloggio (che da questa norma riceve protezione solo in via indiretta ed eventuale), ma sono altri interessi di natura non patrimoniale, riconoscibili solo in connessione con la qualità di erede del coniuge, quali la conservazione della memoria del coniuge scomparso, il mantenimento del tenore di vita, delle relazioni sociali e degli status symbols goduti durante il matrimonio, con conseguente inapplicabilità, tra l’altro, dell’art. 1022 cod. civ., che regola l’ampiezza del diritto di abitazione in rapporto al bisogno dell’abitatore”. (cfr. Corte costituzionale, sentenza 26.5.1989 n. 310).

Terzo motivo: violazione dell’art. 2242 c.c. e ss., artt. 2697, 2729 e 2041 c.c., nullità della sentenza e dell’intero giudizio.

Sostiene la ricorrente di aver depositato in giudizio “dettagliati conteggi” della retribuzione spettante ad una “badante”, e che il valore patrimoniale di tali prestazioni, effettuate begli ultimi due anni dalla C. a favore del convivente poi deceduto, aveva determinato un arricchimento della figlia del M..

Il motivo è infondato.

La Corte d’appello ha escluso i presupposti dell’art. 2041 c.c., in quanto:

– la assistenza e la cura prestate dalla C. al convivente fino al decesso dovevano ricomprendersi tra gli obblighi morali derivanti dal rapporto “more uxorio”, come tali non riconducibili a causa di scambio connotata da nessi di corrispettività e commutatività tra le reciproche prestazioni;

– il “de cuius” era percettore di pensione ed aveva sostenuto con le proprie risorse economiche tutte le spese di assistenza e cura.

L’assunto difensivo secondo cui non sussiste gratuità nelle prestazioni rese tra conviventi in ambito “more uxorio”, oltre a confliggere con la ricostruzione della convivenza di fatto come formazione sociale volta costituire una comunità familiare, nella quale l’apporto collaborativo economico e morale di ciascun convivente va riguardato non come adempimento di una serie di prestazioni autonomamente valutabili, ma come spontaneo contributo di ciascun convivente al perseguimento del benessere materiale e spirituale della comunità, si pone in evidente contrasto con la tesi in precedenza affermata dalla stessa ricorrente secondo cui la rilevanza giuridica della convivenza more uxorio doveva rinvenirsi nella “affectio” della coppia – non quindi nello scambio di reciproche attribuzioni patrimoniali tra i conviventi -, sicchè avuto riguardo alla lunga durata della convivenza (quarantasette anni: come emerge dalla comparsa di risposta C. in primo grado, trascritta a pag. 40 del controricorso) appare del tutto implausibile una sorta di interversione della affectio in un rapporto di lavoro subordinato, come pretenderebbe la ricorrente.
Le sentenze della Corte richiamate dalla ricorrente, non avvalorano affatto la tesi sostenuta, atteso che escludono la configurabilità di un rapporto di lavoro a prestazioni corrispettive nel rapporto more uxorio, salvo il caso – che non ricorre nella fattispecie e che comunque non viene allegato nè dimostrato dalla C. – che al rapporto sentimentale, affettivo e sessuale non si accompagni anche una compartecipazione dei conviventi alle scelte inerenti la disponibilità e l’impiego delle risorse economiche.

Inoltre anche seguendo la tesi della ricorrente difetterebbe nella specie il nesso di corrispondenza tra impoverimento – della C., per la mancata remunerazione delle prestazioni di assistenza – e l’arricchimento – dell’erede – richiesto dall’art. 2041 c.c., atteso che della prestazione resa si è avvantaggiato direttamente ed esclusivamente il convivente deceduto e non la figlia.

Il ricorso principale deve, pertanto, essere rigettato.

  1. B) Esame del ricorso incidentale proposto da M.G. in proprio e n.q. di erede di T.L.

Con l’unico motivo del ricorso incidentale (violazione dell’art. 91 c.p.c., dell’art. 2233 c.c., e del D.M. n. 140 del 2012), la sentenza di appello viene censurata in punto di liquidazione delle spese del grado determinate dalla Corte territoriale, a carico dell’appellante soccombente, in complessivi Euro 2.700,00 oltre accessori di legge, in misura inferiore al minimo tabellare di Euro 6.540,00 previsto per i compensi nelle cause ricomprese nello scaglione di valore tra Euro 100.001,00 ed Euro 500.000,00 nel quale doveva essere ricondotta la domanda riconvenzionale ex art. 2041 c.c., proposta dalla C. che aveva richiesto un indennizzo pari ad Euro 400.000,00 (cfr. sentenza di appello, in motivazione, pag. 3 e 4).

Il motivo è fondato.

La Corte territoriale ha definito il giudizio con sentenza pubblicata il 2 dicembre 2013 n. 6505, pertanto le prestazioni professionali del difensore debbono essere liquidate in base ai criteri tariffari previsti dal D.M. 20 luglio 2012, n. 140, con riferimento allo scaglione indicato dalla parte ricorrente (dovendo determinarsi il valore della causa alla stregua dell’art. 10 c.p.c., cui rinvia il D.M. n. 140 del 2012, art. 5), trattandosi di causa di valore non inferiore ad Euro 400.000,00 pari all’importo risarcitorio ed indennitario richiesto in domanda come emerge dalla stessa sentenza di appello.

Ne segue che tenendo conto che gli importi minimi tariffari calcolati per il giudizio di appello (con riferimento alla base di computo determinata nel valore medio tabellare previsto per il giudizio avanti il Tribunale aumentato del 20%) il compenso liquidabile al difensore della resistente non poteva essere inferiore a: fase studio Euro 1.950,00; fase introduttiva Euro 990; fase istruttoria Euro 1.170,00; fase decisoria Euro 2.430,00.

L’importo liquidato dal Giudice di appello per complessivi Euro 2.700,00 viola pertanto il principio della inderogabilità dei minimi tariffari, a norma della L. 13 giugno 1942, n. 794, art. 24: la sentenza impugnata va, dunque, cassata in parte qua, in accoglimento del ricorso incidentale, e la Corte, non occorrendo procedere ad accertamenti in fatto, può decidere nel merito ex art. 384 c.p.c., comma 2, riconoscendo al difensore il complessivo importo di Euro 6.450,00 a titolo di compensi, conforme al minimo tariffario, in tale limite soltanto essendo sindacabile avanti questa Corte l’errore in cui è incorso il Giudice di merito (cfr. Corte Cass. Sez. 1, Sentenza n. 20289 del 09/10/2015).

In conclusione il ricorso principale deve essere rigettato; il ricorso incidentale deve essere accolto, la sentenza impugnata va cassata in relazione al motivo accolto e decidendo la causa nel merito la parte resistente deve essere condannata alla rifusione delle spese relative al grado di appello, come sopra liquidate, nonchè alle spese relative al giudizio di legittimità liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

rigetta il ricorso principale; accoglie il ricorso incidentale; cassa la sentenza in relazione al motivo accolto del ricorso incidentale e decidendo nel merito condanna C.M.A. al pagamento delle spese del giudizio di grado di appello in favore di M.G. in proprio e n.q. di erede liquidate nell’importo di Euro 6.450,00 a titolo compensi oltre accessori di legge.

Condanna la ricorrente al pagamento in favore de la controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 6.000,00 (seimila) per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 10 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 27 aprile 2017.

 

avvocati separazione divorzio bologna

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Nel nostro ordinamento  non esistono leggi che disciplinano la separazione della coppia di fatto. Il vuoto normativo penalizza fortemente i conviventi perché, se il rapporto non funziona, questi non hanno la possibilità di tutelare i propri diritti al pari della coppia sposata che chiede la separazione.

La “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze” si occupa di unioni civili e convivenze di fatto.

Quale le differenze ?

  • per unioni civili si intendono specifiche formazioni sociali costituite da persone maggiorenni dello stesso sesso;

Le convivenze di fatto, invece, si riferiscono a tutte le coppie formate da due persone maggiorenni (sia etero che omosessuali) non legate da vincoli giuridici ma da un legame affettivo e che possono regolare i propri rapporti patrimoniali attraverso un “contratto di convivenza”.

ATTENZIONE

 

Molti ex conviventi non regolano l’affido dei figli perché «tanto andremo sempre d’accordo».

SBAGLIATO !!!

Se andate d’accordo, tanto meglio: approfittate di questo clima di concordia per presentare un ricorso congiunto per la normazione dell’affido dei vostri figli.

Diritto del convivente

. La Legge Cirinnà ha, introdotto la possibilità per il convivente in stato di bisogno e non in grado di provvedere al proprio mantenimento, di chiedere all’altro convivente gli alimenti, in misura proporzionale alla durata della convivenza.

Diritto dei figli

coppia-in-lite

L’articolo 261 del Codice Civile, stabilisce che i figli naturali (nati al di fuori del matrimonio), se riconosciuti, hanno gli stessi diritti dei figli legittimi. I genitori hanno il dovere e l’obbligo di mantenerli, educarli e occuparsi di loro. In caso la convivenza finisse, i figli hanno il diritto a mantenere un rapporto equilibrato con ciascuno dei genitori, e il diritto a ricevere cure, istruzione e educazione da entrambi. In caso di disaccordo tra i conviventi bisogna rivolgersi al Tribunale dei minori e rimettersi alla valutazione del giudice.

 

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affidamento figli coppie di fatto tribunale ordinario

ricorso affidamento figli genitori non sposati

affidamento figli naturali genitori non conviventi

separazione coppie di fatto senza figli

diritti di un padre non sposato

modifica condizioni affidamento figli naturali

Anche in caso di separazione personale dei genitori il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.

Valuta prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori oppure stabilisce a quale di essi i figli sono affidati, determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore, fissando altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all’istruzione e all’educazione dei figli. Prende atto, se non contrari all’interesse dei figli, degli accordi intervenuti tra i genitori. Adotta ogni altro provvedimento relativo alla prole.

Il nuovo articolo 38 chiarisce che nei procedimenti di affidamento e mantenimento si applicano gli articoli 737 e seguenti del Codice di procedura civile, vale a dire il rito della camera di consiglio che, «sentito il pubblico ministero», si concluderà con un decreto; infine, sancisce l’estensione delle garanzie per le obbligazioni economiche, già presenti per i figli del matrimonio a favore di tutti i figli a prescindere dalla formalizzazione del legame tra i loro genitori.

La Cassazione, intervenuta a seguito di regolamento necessario di competenza, con ordinanza n. 8362 del 3 aprile 2007, ha specificato che l’art. 4 comma 2 della l. 54/2006, estendendo l’ambito applicativo della disciplina ex artt. 155 e ss. c.c., non ha inciso sui presupposti processuali tra i quali la competenza. La novella del 2006, invece, ha esclusivamente “il significato di estendere, all’evidente fine di assicurare alla filiazione naturale forme di tutela identiche a quelle riconosciute alla filiazione legittimai nuovi principi e criteri sulla potestà genitoriale e sull’ affidamento anche ai figli di genitori non coniugati”. La l.54 non ha inteso creare un modello processuale unitario ma ha, comunque, preservato l’assetto preesistente: il giudice ordinario è chiamato a disciplinare la crisi della coppia, unita in matrimonio, con la separazione e, nella stessa sede, regolare i rapporti genitori-figli; il giudice specializzato è chiamato a tutelare il figlio nel caso di interruzione della convivenza more uxorio quando si presenti una specifica necessità, anche decidendo sulle domande di natura economica, se contestuali.

Il Decreto Legislativo 28 dicembre 2013 n. 154 ha portato a termine il percorso di modifica delle disposizioni in materia di filiazione, già avviato con la L. 219/2012, eliminando ogni discriminazione rimasta nel nostro ordinamento tra i figli nati nell’ambito del matrimonio e quelli nati fuori da esso e così garantendo la completa eguaglianza giuridica degli stessi.

In sostanza, siamo arrivati all’affermazione dell’unicità dello stato di figlio e, di conseguenza, alla cancellazione dei riferimenti presenti nelle norme ai figli “legittimi”, ai figli “naturali” o “adottivi”, ora definiti semplicemente “figli”.

Al di là dell’aspetto meramente terminologico, è nell’ambito più concreto che emerge l’importanza della riforma.

 

 

COMPETENZA

 

Il contenzioso inerente le controversie riguardanti l’affidamento e il mantenimento dei minori tra genitori non uniti da matrimonio viene gestito direttamente ed interamente dal Tribunale ordinario, innanzi al quale ciascuno genitore ha l’opportunità di ricorrere.

La riforma ha spostato la competenza dal Tribunale dei Minorenni a quello ordinario, ma non ha modificato il rito processuale applicabile che resta quello camerale su diritti soggettivi, ex art. 737 cod. proc. civ. . Il rito camerale non prevede sulla carta una fase preliminare di conciliazione; ciononostante essa acquista con la riforma  una maggiore pregnanza: viene, infatti, amplificato il ruolo del giudice-mediatore, quale soggetto che prova a costruire il nuovo statuto della famiglia disgregata, con la complicità dei genitori, responsabilizzati nell’interesse primario dei figli.

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SEPARAZIONE MARITO MOGLIE CONIUGI BOLOGNA E APPROPRIAZIONE INDEBITA MOBILI "per procurare a se un ingiusto profitto, si appropriava dei mobili facenti parte dell'arredo del salone e della camera da letto della casa coniugale"

SEPARAZIONE MARITO MOGLIE CONIUGI BOLOGNA E APPROPRIAZIONE INDEBITA MOBILI “per procurare a se un ingiusto profitto, si appropriava dei mobili facenti parte dell’arredo del salone e della camera da letto della casa coniugale”

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Deve richiamarsi, in primo luogo, l’interpretazione resa dalla Corte di Strasburgo (cfr., ex multis, sentenza 24 giugno 2010, Prima Sezione, caso Schalk e Kopft contro Austria) in merito all’art. 8 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, il quale tutela il diritto alla vita familiare, in base alla quale deve ritenersi che la nozione di famiglia cui fa riferimento tale disposizione non è limitata alle relazioni basate sul matrimonio, e può comprendere altri legami familiari di fatto, se le parti convivono fuori dal vincolo di coniugio.

A tale indirizzo corrisponde un orientamento inteso a valorizzare il riconoscimento, ai sensi dell’art. 2 Cost., delle formazioni sociali e delle conseguenti intrinseche manifestazioni solidaristiche (così già Corte cost. n. 237 del 1986), nelle quali va ricondotta ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico” (Corte cost., n. 138 del 2010; cfr. anche Corte cost. n. 404 del 1988, con cui il convivente more uxorio fu inserito tra i successibili nella locazione, in caso di morte del conduttore). In tale nozione si è ricondotta la stabile convivenza tra due persone, anche dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri (cfr. la citata Corte cost., n. 138 del 2010, Cass., 15 marzo 2012, n. 4184).

3.5 – Nella stessa legislazione nazionale, ancorché in maniera disorganica, e ferma restando la ovvia diversità dei rapporti personali e patrimoniali nascenti dalla convivenza di fatto rispetto a quelli originati dal matrimonio, sono emersi segnali sempre più significativi, in specifici settori, della rilevanza della famiglia di fatto.

Sotto tale profilo, e senza pretesa di completezza, vale bene richiamare la recente legge 10 dicembre 2012, n. 219, con cui è stata abolita ogni residua discriminazione tra figli “legittimi” e “naturali”; la legge 8 febbraio 2006, n. 54, che, introducendo il c.d. affidamento condiviso, ha esteso la relativa disciplina ai procedimenti relativi ai figli di genitori non coniugati; la 1. 19 febbraio 2004, n. 40, che all’art. 5 prevede l’accesso alle tecniche di fecondazione assistita da parte delle coppie di fatto; la l. 9 gennaio 2004, n. 6, che, in relazione ai criteri, di cui all’art. 408 c.c., per la scelta dell’amministratore di sostegno, prevede anche che la stessa cada sulla persona stabilmente convivente con il beneficiario, nonché, all’art. 5, prevedere, in relazione all’art. 417 c.c., che l’interdizione e l’inabilitazione siano promosse dalla persona stabilmente convivente; la l. 4 aprile 2001, n. 154, che ha introdotto nel codice civile gli artt. 342-bis e 342-ter, estendendo al convivente il regime di protezione contro gli abusi familiari; la l. 28 marzo 2001, n. 149, art. 7, che, sostituendo l’art. 6, comma 4, della l. 4 maggio 1983, n. 184, ha previsto che il requisito della stabilità della coppia di adottanti risulti soddisfatto anche quando costoro abbiano convissuto in modo stabile e continuativo prima del matrimonio per un periodo di tre anni.

Anche nella giurisprudenza di questa Corte si rinvengono significative pronunce in cui la convivenza more uxorio assume il rilievo di formazione sociale dalla quale scaturiscono doveri di natura sociale e morale di ciascun convivente nei confronti dell’altro, da cui discendono, sotto vari aspetti, conseguenze di natura giuridica.

Mette conto di richiamare, nel solco di un più ampio riconoscimento delle posizioni soggettive sotto il profilo risarcitorio (Cass., 22 luglio 1999, n. 500; Cass., 31 maggio 2003, n. 8827 e 8828; Cass., 11 novembre 2008, n. 26972 e ss.), l’affermazione della responsabilità aquiliana sia nei rapporti interni alla convivenza (Cass., 15 maggio 2005, n. 9801), sia nelle lesioni arrecate da terzi al rapporto nascente da un’unione stabile e duratura (Cass., 21 marzo 2013, n. 7128; Cass., 16 settembre 2008, n. 23725). In altre pronunce si è attribuita rilevanza alla convivenza intrapresa dal coniuge separato o divorziato ai fini dell’assegno di mantenimento o di quello di divorzio (Sez. 1, 10 novembre 2006, n. 24056; Sez. 1, 10 agosto 2007, n. 17643; Sez. 1, 11 agosto 2011, n. 17195; Sez. 1, 12 marzo 2012, n. 3923); di recente, ancora, muovendo dal rapporto di detenzione qualificata dell’unita abitativa, che ha titolo in un negozio giuridico di tipo familiare, si è affermato che l’estromissione violenta o clandestina dall’unità abitativa, compiuta dal convivente proprietario in danno del convivente non proprietario, legittima quest’ultimo alla tutela possessoria, consentendogli di esperire l’azione di spoglio (Cass., 21 marzo 2013, n. 7214).

I doveri morali e sociali che trovano la loro fonte nella formazione sociale costituita dalla convivenza more uxorio refluiscono, secondo un orientamento di questa Corte ormai consolidato, sui rapporti di natura patrimoniale, nel senso di escludere il diritto del convivente di ripetere le eventuali attribuzioni patrimoniali effettuate nel corso o in relazione alla convivenza (Cass., 15 gennaio 1969, n. 60; Cass., 20 gennaio 1989, n. 285; Cass., 13 marzo 2003, n. 3713; Cass., 15 maggio 2009, n. 11330).

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SEZIONE I

SENTENZA 22 gennaio 2014, n. 1277

Svolgimento del processo

1 – Con atto di citazione del 16 settembre 2002 il sig. V.B. conveniva in giudizio davanti al Tribunale di Torino la sig.ra E.A. , assumendo di aver intrattenuto una relazione con la stessa, la quale lo aveva seguito in Cina, dove egli era stato distaccato per ragioni di lavoro e dove avevano instaurato una convivenza more uxorio, durata cinque anni, nel corso della quale era anche nato un figlio. Alla fine di tale periodo le parti, con due distinte scritture del 19 gennaio 1998, avevano regolato i loro rapporti di natura patrimoniale, con assunzione di obblighi da parte del V. tanto nei confronti della ex convivente, quanto in relazione al mantenimento del figlio, che rimaneva affidato alla madre. Tali accordi nulla prevedevano in merito alla destinazione di somme che, in più riprese, l’attore aveva versato su un conto corrente dell’E. , per un ammontare complessivo di lire 120.950.000, allo scopo – secondo quanto dallo stesso prospettato – di realizzarne una gestione maggiormente redditizia.

Chiedeva pertanto il V. che la convenuta fosse condannata a rendere il conto in relazione a tale mandato e a corrispondere la somma risultante; in via subordinata la condanna alla restituzione veniva avanzata a titolo di gestione di affari, ovvero di arricchimento senza giusta causa.

1.1 – L’E. , costituitasi, contestava la fondatezza della domanda, in quanto l’erogazione della somma pretesa in restituzione non sarebbe stata effettuata in virtù di un mandato ad amministrare i risparmi del convivente, bensì in adempimento di obbligazione naturale sorta nell’ambito della convivenza more uxorio e relativa, in particolare, alla creazione di una disponibilità finanziaria in proprio favore, anche per compensare la perdita del reddito derivante dall’attività di dirigente di un’importante società, pari, all’epoca, a circa undici milioni di lire mensili, cui aveva rinunciato per seguire in Cina il V. .

1.2 – In via riconvenzionale la convenuta, lamentando il mancato adempimento da parte dell’ex convivente delle obbligazioni assunte in data 19 gennaio 1998, ne chiedeva la condanna al pagamento delle somme dovute a tale titolo.

1.3 – Con sentenza depositata il 2 febbraio 2005 il Tribunale adito, dichiarata inammissibile la domanda riconvenzionale dell’E. , accoglieva la pretesa del V. ritenendola fondata – previa esclusione della ricorrenza di un mandato ad amministrare, ovvero di una negotiorum gestio – sotto il profilo dell’arricchimento senza causa.

Veniva in particolare rilevato che le erogazioni effettuate dall’attore durante la convivenza non potevano trovare giustificazione come adempimenti di obblighi morali e sociali, poiché gli stessi (considerata la posizione dei conviventi, tenuto conto delle rispettive condizioni economiche, su un piano di parità, reciprocità e collaborazione), risultavano assolti dal V. per aver provveduto a vitto, alloggio e mantenimento durante la convivenza, e, dopo di essa, attraverso le obbligazioni assunte con la scrittura del gennaio 1998.

Il giudizio di inammissibilità della domanda riconvenzionale veniva formulato, da un lato, in base al fatto che tale pretesa era stata già azionata in separato giudizio e, dall’altro, in relazione alla sua genericità ed alla carenza di valido titolo, essendo fondata sull’adempimento di doveri morali e sociali.

1.4 – Avverso tale decisione proponeva appello l’E. , rappresentando che l’obbligazione naturale sulla quale si fondava la propria eccezione era rappresentata dalla deteriore condizione, sotto il profilo economico, derivante dalla propria rinuncia alla carriera, in presenza di una situazione debitoria nota al V. , il quale, per sopperirvi, aveva destinato una minima parte delle proprie entrate, pari a circa il dieci per cento, a procurare alla convivente, nell’ambito dei rapporti di solidarietà instauratisi con la convivenza more uxorio, non solo vitto e alloggio, ma anche una disponibilità finanziaria per far fronte alle proprie esigenze.

Si deduceva, quanto al rigetto della domanda riconvenzionale, che il Tribunale aveva equivocato fra le due scritture sottoscritte nel gennaio 1998, in quanto nel separato giudizio sarebbe stata fatta valere soltanto quella inerente agli obblighi relativi al mantenimento della prole. Inoltre, derivando tale obbligazione da un impegno di natura negoziale, doveva escludersi che essa fosse riconduci-bile nell’ipotesi prevista dall’art. 2034 c.c..

1.5 – La Corte di appello di Torino, con la sentenza indicata in epigrafe, rigettava il gravame nella parte inerente all’adempimento di obbligazione naturale, confermando, al riguardo, il giudizio espresso dal Tribunale. Veniva rilevato, con riferimento alle somme di cui si chiedeva la restituzione, che non si poteva trattare di una sorta di indennizzo per la rinuncia alla carriera, non risultando che tale scelta fosse stata in qualche maniera suggerita o richiesta dal V. e non fosse, al contrario, il frutto di una libera valutazione dell’E. . Non si poteva ritenere, inoltre – non essendo stati effettuati versamenti periodici, ma essendosi versate delle somme di danaro in maniera sporadica – che potesse trattarsi di un’integrazione di quanto versato per il mantenimento dell’appellante durante la convivenza in Cina.

La censura inerente al rigetto della domanda riconvenzionale veniva giudicata inammissibile, sotto il profilo della carenza di specificità.

1.6 – Per la cassazione di tale decisione l’E. propone ricorso, affidato a cinque motivi, cui il V. resiste con controricorso. Le parti hanno depositato memorie ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Motivi della decisione

2 – Con il primo motivo si denuncia violazione degli artt. 2034 e 770 c.c., in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3, c.p.c, sostenendosi che la corte territoriale, nell’ambito di una interpretazione riduttiva dei doveri morali e sociali ravvisabili nelle relazioni “more uxorio”, avrebbe erroneamente escluso che i versamenti di somme da parte del V. , pari a circa un decimo dei propri emolumenti, in favore della propria convivente, la quale per seguirlo in Cina aveva rinunciato a un’attività ben remunerata, potessero costituire adempimento di detti obblighi. Viene formulato il seguente quesito di diritto: “Dica la Corte se, in caso di convivenza more uxorio, la parte che risulti disporre di un reddito elevato adempia a un dovere morale e sociale ai sensi dell’art. 2034 del codice civile quando provvede alle esigenze del convivente che risulti privo di reddito proprio (avendo rinunciato a un posto di lavoro in funzione della convivenza), anche attraverso l’erogazione di somme di denaro che risultino costituire una modesta porzione (nel caso di specie circa il dieci per cento) dei propri guadagni e del reddito cui ha rinunciato il convivente più debole sul piano patrimoniale”.

2.1 – Con il secondo mezzo, deducendo, con puntuale formulazione del prescritto momento di sintesi, vizio di omessa o insufficiente motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 5, c.p.c, la ricorrente si duole della carenza di adeguate argomentazioni circa l’esclusione della dedotta sussistenza di un dovere ricavabile dalla morale sociale nella situazione illustrata nella precedente censura.

2.2 – Con il terzo motivo l’E. , indicando chiaramente il fatto controverso, denuncia vizio di motivazione in relazione alla esclusione dei requisiti di proporzionalità ed adeguatezza dell’obbligazione naturale, rappresentando che la stessa non poteva ritenersi logicamente adempiuta soltanto con l’assunzione, al momento della cessazione della convivenza, di obblighi (dei quali contraddittoriamente la stessa Corte avrebbe altrove escluso la natura vincolante) relativi al pagamento del prezzo della casa e di debiti contratti dalla ricorrente (laddove la natura non satisfattiva di obblighi morali dei precedenti versamenti, dai quali sarebbero quindi sorti dei crediti, avrebbe condotto a una mera compensazione). Né le consistenze patrimoniali della ricorrente – per altro acquisite in epoca anteriore all’instaurazione della convivenza – avrebbero dovuto essere valutate ai fini dell’insussistenza della dedotta obbligazione naturale.

3- I suesposti motivi, che possono essere esaminati congiuntamente in relazione alla loro intima connessione, sono meritevoli di accoglimento.

3.1 – Vale bene preliminarmente rilevare l’infondatezza dell’eccezione sollevata dal controricorrente relativamente alla formazione del giudicato interno tanto in ordine alle insussistenza degli obblighi morali scaturenti dalla convivenza, per non essere stata censurata l’affermazione, contenuta nella decisione di primo grado, circa la necessità di valutare gli obblighi morali nascenti da convivenza “more uxorio” su un piano di parità e reciprocità, quanto in relazione al rilievo della corte territoriale dell’assenza, al riguardo, di specifici motivi di impugnazione.

Invero costituisce capo autonomo della sentenza -come tale suscettibile di formare oggetto di giudicato interno – solo quello che risolva una questione controversa tra le parti, caratterizzata da una propria individualità e una propria autonomia, sì da integrare, in astratto, gli estremi di un “decisum” affatto indipendente, ma non anche quello relativo ad affermazioni che costituiscano mera premessa logica della statuizione in concreto adottata (Cass., 30 ottobre 2007, n. 22863; Cass., 6 agosto 2002, n. 11790). In altri termini, il giudicato non si forma su una mera affermazione contenuta nella sentenza, che non sia stata specificamente censurata, bensì su un punto della decisione che potrebbe formare, in astratto, l’oggetto di separato giudizio, e che non sia inscindibilmente collegato, come nella specie, alla pronuncia indicata nel dispositivo, di tal che l’impugnazione della stessa è sufficiente a escludere qualsiasi forma di acquiescenza (cfr. anche la recente Cass., 8 gennaio 2013, n. 247, nonché Cass., 20 agosto 2003, n. 12267).

Non sembra, pertanto, che possa seriamente negarsi che l’E. , impugnando la pronuncia contenente il rigetto della propria eccezione fondata sull’art. 2034 c.c., abbia così contestato anche l’affermazione, del resto, dotata di mera valenza argomentativa, relativa alla necessità di un rapporto paritario fra conviventi. Valenza argomentativa, per il vero, dotata di scarsa efficacia, in quanto solo una lettura distorta del fondamento dell’eccezione – basata sulla mutua assistenza fra conviventi, indipendentemente dal genere conduce a ravvisarvi l’evocazione del “dovere unilaterale dell’uomo verso la donna” (cfr., ad esempio, Cass., 26 gennaio 1980, n. 651, in tema di adempimento di obbligazione naturale ravvisata nella dazione di danaro da una donna a un uomo in occasione della cessazione della loro relazione sentimentale).

3.2 – Tanto premesso, non può omettersi di considerare come le unioni di fatto, nelle quali alla presenza di significative analogie con la famiglia formatasi nell’ambito di un legame matrimoniale si associa l’assenza di una completa e specifica regolamentazione giuridica, cui solo l’elaborazione giurisprudenziale e dottrinale ovvero una legislazione frammentaria talora sopperiscono, costituiscano il terreno fecondo sul quale possono germogliare e svilupparsi quei doveri dettati dalla morale sociale, dalla cui inosservanza discende un giudizio di riprovazione ed al cui spontaneo adempimento consegue l’effetto della “soluti retentio”, così come previsto dall’art. 2034 c.c..

3.3 – Deve richiamarsi, in primo luogo, l’interpretazione resa dalla Corte di Strasburgo (cfr., ex multis, sentenza 24 giugno 2010, Prima Sezione, caso Schalk e Kopft contro Austria) in merito all’art. 8 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, il quale tutela il diritto alla vita familiare, in base alla quale deve ritenersi che la nozione di famiglia cui fa riferimento tale disposizione non è limitata alle relazioni basate sul matrimonio, e può comprendere altri legami familiari di fatto, se le parti convivono fuori dal vincolo di coniugio.

3.4 – A tale indirizzo corrisponde un orientamento inteso a valorizzare il riconoscimento, ai sensi dell’art. 2 Cost., delle formazioni sociali e delle conseguenti intrinseche manifestazioni solidaristiche (così già Corte cost. n. 237 del 1986), nelle quali va ricondotta ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico” (Corte cost., n. 138 del 2010; cfr. anche Corte cost. n. 404 del 1988, con cui il convivente more uxorio fu inserito tra i successibili nella locazione, in caso di morte del conduttore). In tale nozione si è ricondotta la stabile convivenza tra due persone, anche dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri (cfr. la citata Corte cost., n. 138 del 2010, Cass., 15 marzo 2012, n. 4184).

3.5 – Nella stessa legislazione nazionale, ancorché in maniera disorganica, e ferma restando la ovvia diversità dei rapporti personali e patrimoniali nascenti dalla convivenza di fatto rispetto a quelli originati dal matrimonio, sono emersi segnali sempre più significativi, in specifici settori, della rilevanza della famiglia di fatto.

Sotto tale profilo, e senza pretesa di completezza, vale bene richiamare la recente legge 10 dicembre 2012, n. 219, con cui è stata abolita ogni residua discriminazione tra figli “legittimi” e “naturali”; la legge 8 febbraio 2006, n. 54, che, introducendo il c.d. affidamento condiviso, ha esteso la relativa disciplina ai procedimenti relativi ai figli di genitori non coniugati; la 1. 19 febbraio 2004, n. 40, che all’art. 5 prevede l’accesso alle tecniche di fecondazione assistita da parte delle coppie di fatto; la l. 9 gennaio 2004, n. 6, che, in relazione ai criteri, di cui all’art. 408 c.c., per la scelta dell’amministratore di sostegno, prevede anche che la stessa cada sulla persona stabilmente convivente con il beneficiario, nonché, all’art. 5, prevedere, in relazione all’art. 417 c.c., che l’interdizione e l’inabilitazione siano promosse dalla persona stabilmente convivente; la l. 4 aprile 2001, n. 154, che ha introdotto nel codice civile gli artt. 342-bis e 342-ter, estendendo al convivente il regime di protezione contro gli abusi familiari; la l. 28 marzo 2001, n. 149, art. 7, che, sostituendo l’art. 6, comma 4, della l. 4 maggio 1983, n. 184, ha previsto che il requisito della stabilità della coppia di adottanti risulti soddisfatto anche quando costoro abbiano convissuto in modo stabile e continuativo prima del matrimonio per un periodo di tre anni.

3.6 – Anche nella giurisprudenza di questa Corte si rinvengono significative pronunce in cui la convivenza more uxorio assume il rilievo di formazione sociale dalla quale scaturiscono doveri di natura sociale e morale di ciascun convivente nei confronti dell’altro, da cui discendono, sotto vari aspetti, conseguenze di natura giuridica.

Mette conto di richiamare, nel solco di un più ampio riconoscimento delle posizioni soggettive sotto il profilo risarcitorio (Cass., 22 luglio 1999, n. 500; Cass., 31 maggio 2003, n. 8827 e 8828; Cass., 11 novembre 2008, n. 26972 e ss.), l’affermazione della responsabilità aquiliana sia nei rapporti interni alla convivenza (Cass., 15 maggio 2005, n. 9801), sia nelle lesioni arrecate da terzi al rapporto nascente da un’unione stabile e duratura (Cass., 21 marzo 2013, n. 7128; Cass., 16 settembre 2008, n. 23725). In altre pronunce si è attribuita rilevanza alla convivenza intrapresa dal coniuge separato o divorziato ai fini dell’assegno di mantenimento o di quello di divorzio (Sez. 1, 10 novembre 2006, n. 24056; Sez. 1, 10 agosto 2007, n. 17643; Sez. 1, 11 agosto 2011, n. 17195; Sez. 1, 12 marzo 2012, n. 3923); di recente, ancora, muovendo dal rapporto di detenzione qualificata dell’unita abitativa, che ha titolo in un negozio giuridico di tipo familiare, si è affermato che l’estromissione violenta o clandestina dall’unità abitativa, compiuta dal convivente proprietario in danno del convivente non proprietario, legittima quest’ultimo alla tutela possessoria, consentendogli di esperire l’azione di spoglio (Cass., 21 marzo 2013, n. 7214).

4- I doveri morali e sociali che trovano la loro fonte nella formazione sociale costituita dalla convivenza more uxorio refluiscono, secondo un orientamento di questa Corte ormai consolidato, sui rapporti di natura patrimoniale, nel senso di escludere il diritto del convivente di ripetere le eventuali attribuzioni patrimoniali effettuate nel corso o in relazione alla convivenza (Cass., 15 gennaio 1969, n. 60; Cass., 20 gennaio 1989, n. 285; Cass., 13 marzo 2003, n. 3713; Cass., 15 maggio 2009, n. 11330).

A tale indirizzo, che il Collegio condivide ed al quale intende, anzi, dare continuità, non si è conformata la Corte di appello, la quale ha escluso la ricorrenza degli effetti previsti dall’art. 2034 c.c. sulla base di una serie di rilievi incongrui, fornendo argomentazioni non adeguate e talora contraddittorie.

4.1 – Nella sentenza impugnata si osserva in primo luogo che non risulta che le dimissioni dell’E. siano state in qualche modo suggerite o determinate dal V. , anziché costituire il frutto di un’autonoma scelta della prima, che avrebbe inteso “anteporre l’amore alla carriera”, di talché eventuali pregiudizi di natura economica non sarebbero imputabili, neppure sul piano etico, all’uomo. Si attribuisce in tal modo alla nozione di obbligazione naturale fra conviventi una valenza marcatamente indennitaria che, soprattutto quando le dazioni siano avvenute, come nella specie, non alla fine del rapporto, ma nel corso di esso, non le appartiene, in quanto l’assistenza materiale fra conviventi, nel rispetto – come si dirà – dei principi di proporzionalità e adeguatezza – può affermarsi indipendentemente dalle ragioni che abbiano indotto l’uno o l’altro in una situazione di precarietà sul piano economico. Eventuali contribuzioni di un convivente all’altro vanno intese, invero, come adempimenti che la coscienza sociale ritiene doverosi nell’ambito di un consolidato rapporto affettivo che non può non implicare, pur senza la cogenza giuridica di cui all’art. 143, comma 2, c.c., forme di collaborazione, e, per quanto qui maggiormente interessa, di assistenza morale e materiale. La sentenza impugnata finisce per confondere la spontaneità dell’esecuzione dei doveri morali e sociali prevista dall’art. 2034 c.c. con l’iniziativa inerente al determinarsi della situazione nella quale detti doveri – dei quali pertanto costituisce soltanto una premessa – trovano la loro scaturigine: allo stesso modo dovrebbe paradossalmente escludersi la soluti retentio del pagamento del debito di gioco, previsto dall’art. 1933, secondo comma, c.c. come ipotesi tipica di obbligazione naturale, nel caso in cui la scelta di partecipare al gioco sia stata assunta in piena autonomia dal perdente che abbia poi onorato il proprio debito.

4.2 – Per quanto attiene alla qualificazione delle dazioni che costituiscono l’oggetto della controversia, deve in questa sede ribadirsi che non può prescindersi, nell’esaminare la ricorrenza o meno di un adempimento effettuato in virtù di doveri sociali e morali, dall’ambiente socio economico cui appartengono le parti, nonché da un esame della concreta situazione in cui i pretesi adempimenti risultano effettuati.

Sotto tale profilo, mentre il riferimento, al fine di escludere la contribuzione ad esigenze personali della E. , alla percezione di “vitto e alloggio” costituisce un argomento poco felice e mortificante che non necessita di ulteriori commenti, deve rilevarsi, da un lato, che non risultano adeguatamente considerate le condizioni sociali ed economiche della parti e, dall’altro, che il rilievo attribuito agli accordi di natura economica stipulati al momento della cessazione della convivenza assume, come correttamente denunciato dalla ricorrente, aspetti incongrui dal punto di vista logico, se non addirittura contraddittori.

4.3 – Quanto alla prima questione, non risulta contestato che l’E. , per seguire in Cina il V. , aveva rinunciato alla propria carriera, comportante, fra l’altro, la percezione di un reddito molto elevato: sotto tale profilo non rileva che le somme in questione, che nella stessa decisione impugnata vengono rapportate, in media, a versamenti mensili di lire 1.650.000, non siano state corrisposte in Cina con tale cadenza, ma accreditate in Italia su un conto corrente bancario della convivente. La giustificazione causale delle dazioni, che la stessa corte territoriale sembra individuare nella necessità di soddisfare “debiti personali precedentemente contratti dalla sig.ra E. “, lungi dal richiedere – come pure sostenuto nella sentenza impugnata – un negozio giuridico di accollo, ben può essere ricondotta in quell’assistenza morale e materiale fra conviventi sopra menzionata (laddove il dovere di prestare aiuto alla persona convivente affinché adempia alle proprie obbligazioni dovrebbe assumere, sempre nell’ambito dei doveri morali e sociali, un carattere ben più cogente rispetto alla mera contribuzione economica per l’acquisto di beni di consumo pur adeguati a un alto tenore di vita). Il discrimine fra l’adempimento dei doveri sociali e morali, quale può individuarsi in qualsiasi contributo fra conviventi, destinato al “menage” quotidiano ovvero espressione, come nella specie, della solidarietà fra persone unite da un legame intenso e duraturo, e l’atto di liberalità va individuato, oltre che nella spontaneità, soprattutto nel rapporto di proporzionalità fra i mezzi di cui l’adempiente dispone e l’interesse da soddisfare. Tale requisito, unanimemente riconosciuto dalla dottrina in relazione alle cc.dd. obbligazioni naturali in generale, è stato ribadito da questa Corte proprio con riferimento all’adempimento di doveri morali e sociali nella convivenza more uxorio (cfr. la citata Cass. n. 3713 del 2003). Tale indagine, ove si prescinda da un irrilevante riferimento alle per altro non cospicue consistenze patrimoniali della donna, non è stata effettuata da parte della corte territoriale – ed a tanto dovrà pertanto provvedersi in sede di rinvio – pur a fronte della deduzione dell’E. circa la relativa esiguità, in rapporto alle capacità patrimoniali e reddituali del V. , delle contribuzioni in esame.

4.4 – Il riferimento, poi, alle obbligazioni derivanti dalla scrittura in data 19 gennaio 1998 assume aspetti del tutto contraddittori, sia perché il negozio con cui si provvede a regolare gli aspetti inerenti ai rapporti conseguenti alla cessazione della convivenza prescinde, di regola, dalle precedenti dazioni intervenute nel corso della convivenza stessa (in caso contrario, la ritenuta ricorrenza di un obbligo di restituzione avrebbe comportato, anziché l’assunzione di obblighi futuri, il ricorso a meccanismi di compensazione), sia perché un’obbligazione assunta in funzione di adempimento di doveri morali e sociali è intrinsecamente priva di coercibilità.

5 – Con il quarto motivo si deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione alla statuizione di inammissibilità del gravame relativo alla domanda riconvenzionale già proposta dalla stessa E. , per litispendenza, per non aver la corte territoriale considerato che nell’atto di appello erano ben specificate le diverse previsioni contenute nelle due scritture sottoscritte in data 19 gennaio 1998, con la precisazione che quella già azionata aveva ad oggetto un regolamento negoziale ben diverso da quello posto a base della domanda svolta, in via riconvenzionale, nel giudizio davanti al Tribunale di Torino.

5.1 – La questione di cui al motivo precedente viene riproposta, con l’ultima censura, sotto il profilo dell’omessa ed insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 5 c.p.c..

5.2 – I motivi sopra indicati, da esaminarsi congiuntamente in virtù della loro connessione, sono inammissibili.

Essi, infatti, attribuendo alla corte territoriale l’omesso esame della questione inerente alla sussistenza o meno della litispendenza affermata dal primo giudice, non colgono in alcun modo la complessità della ratio decidendi della decisione impugnata, che ha rilevato, per altro con ampia ed esauriente motivazione, l’inammissibilità del motivo di gravame relativo alla domanda riconvenzionale, per carenza di specificità ai sensi dell’art. 342 c.p.c., per non aver espressamente censurato il punto inerente alla proposizione o meno della domanda in altro giudizio, affrontando – come, del resto, è avvenuto in questa sede – la questione dell’esistenza o meno di due titoli giuridici, anziché quella, “di ordine processuale, se la medesima domanda fosse stata o non già proposta in altro giudizio”.

Alla declaratoria di inammissibilità dei motivi in esame (il secondo, poi, propone un vizio motivazionale in merito a una violazione di natura processuale, la cui ricorrenza va accertata indipendentemente dalle ragioni indicate dal giudice del merito) non è ostativo il principio, di recente ribadito (Cass., Sez. un., 22 maggio 2012, n. 8077; Cass.,22 gennaio 2006, n. 24856), secondo cui in relazione alla denuncia di errores in procedendo la corte di cassazione è giudice del fatto (inteso in senso processuale) ed ha il potere – dovere di accertarlo procedendo all’esame diretto degli atti, in quanto l’esercizio di tale potere – dovere presuppone che la censura sia stata proposta dal ricorrente in conformità alle regole fissate al riguardo dal codice di rito.

6 – In conclusione, previa declaratoria di inammissibilità dei restanti motivi, vanno accolti i primi tre, con rinvio alla Corte di appello di Torino, che, in diversa composizione, applicherà i principi sopra richiamati, senza incorrere negli evidenziati vizi motivazionali, provvedendo, altresì, in merito al regolamento delle spese processuali relative al presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo, il secondo ed il terzo motivo, dichiara inammissibili il quarto e il quinto. Cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia, anche per le spese, alla Corte di appello di Torino, in diversa composizione.

Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti menzionati in sentenza.

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