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SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA , AFFIDAMENTO DEI FIGLI BOLOGNA , AFFIDO CONDIVISO BOLOGNA , CASSAZIONE-STUDIO LEGALE BOLOGNA

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Diritto di famiglia e dei minoriSeparazione

DIRITTO DI FAMIGLIA
Separazioni, Divorzi, Affidamento figli Minori, Assegni di Mantenimento, Modifica delle Condizioni di Separazione, Contratti di Convivenza, Consulenza per la gestione dei rapporti patrimoniali tra i coniugi, Inabilitazioni, Interdizioni, Successioni.

• Divorzio
• Modifica delle condizioni di separazione/divorzio
• Nullità/annullamento del matrimonio
• Affidamento e mantenimento di figli di genitori non coniugati
• Affidamento condiviso e esclusivo

• Casa familiare (assegnazione – divisione)
• Riconoscimento e disconoscimento della paternità
• Decadenza dalla potestà

• Procedimenti ex art. 709 ter cpc e 614 bis cpc
• Regime legale patrimoniale della famiglia (comunione)
• Regime convenzionale patrimoniale della famiglia (separazione dei beni, fondo patrimoniale, comunione convenzionale)
• 
• Accordi matrimoniali

AFFIDO FIGLI, SEPARAZIONE DEI CONIUGI, AVVOCATO SEPARAZIONE BOLOGNA

Studio legale BolognaAVV SERGIO ARMAROLI

L’’affidamento ad uno solo dei genitori può essere disposto solo quando il giudice ritenga, con provvedimento motivato, che l’affidamento all’altro sia contrario all’interesse del minore, risultando nei confronti del genitore escluso una sua condizione di manifesta carenza o di inidoneità educativa comunque tale da rendere quell’affidamento in concreto pregiudizievole per il minore: deve trattarsi quindi di una condizione specifica e negativa del genitore escluso: la sola conflittualità tra i genitori, condizione questa che riguarda entrambi, non può tradursi in giudizio di inidoneità di uno dei due e quindi non può certo fornire utili indicazioni sul genitore da scegliere … tra i due litiganti; ciò tanto più quando siano stati espressi pareri pressoché uguali sulla idoneità di ciascun genitore

- che l’affidamento esclusivo darà veste di legittimità a immancabili atti di prevaricazione del genitore affidatario legittimato all’esercizio esclusivo della potestà genitoria e, sicché finirà con l’accrescersi e potrà, questa volta sì, divenire irreversibile la conflittualità con gravissimo pregiudizio per il minore sul quale inevitabilmente ricadranno le conseguente

- che a lui non si rimprovera alcunché rispetto all’idoneità allo svolgimento delle funzioni genitoriali



 

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Consulenza 

È solo in questo modo, d’altronde, che può essere assicurata quell’effettiva compartecipazione alle scelte riguardanti la crescita e la formazione del figlio in cui si sostanzia la c.d. bigenitorialità, quale principio solennemente affermato a livello internazionale dalla Convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989 e ratificata con legge 27 maggio 1991, n. 176, che ha trovato attuazione in materia di separazione e divorzio attraverso la legge 8 febbraio 2006, n. 54, la quale ha modificato l’art. 155 cod. civ., introducendo l’istituto dell’affidamento condiviso. L’inapplicabilità della relativa disciplina alla fattispecie in esame, tuttora regolata da una sentenza emessa in data anteriore all’entrata in vigo-re della predetta legge, non esclude la possibilità di desumerne elementi utili ai fini dell’interpretazione della normativa previgente, in una prospettiva evolutiva che tenga conto dell’indubbia comunanza di aspetti riscontrabile tra l’affidamento congiunto e quello condiviso. Significativa, al riguardo, appare la nuova formulazione dell’art. 155 cit., la quale, nel ribadire la necessità che le decisioni di maggior interesse siano prese di comune accordo tra i genitori, inquadra tale esigenza in una disciplina improntata alla riaffermazione dei principio di pari responsabilità di questi ultimi nella cura, nell’educazione e nell’istruzione dei figli. Tale principio, valido anche per l’ipotesi in cui il giudice ritenga preferibile l’affidamento esclusivo, non può non ricevere un’applicazione particolarmente rigorosa nel caso di affidamento congiunto o condiviso, riducendosi altrimenti l’apporto di uno dei genitori ad una mera erogazione di denaro, svincolata da qualsiasi contributo di carattere decisionale, in contrasto con gli obiettivi di responsabilizzazione di entrambe le figure genitoriali avuti di mira dal legislatore attraverso la previsione di queste forme di affidamento.

L’infedeltà- così come il diniego di assistenza, o il venir meno della coabitazione- viola uno degli obblighi direttamente imposti dalla legge a carico dei coniugi (art. 143, secondo comma, cod. civ.): così da infirmare, alla radice, l’affectio familiae in guisa tale da giustificare, secondo una relazione ordinaria causale, la separazione. È quindi la premessa, secondo l’id quod plerunque accidit, dell’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, per causa non indipendente dalla volontà dei coniugi (art. 151, primo comma, cod. civ.).

Non per questo, tuttavia tale regolarità causale assurge a presunzione assoluta.

L’evento dissolutivo può rivelarsi già “prima facie“- e cioè, sulla base della stessa prospettazione della parte- non riconducibile, sotto il profilo eziologico, alla condotta antidoverosa di un coniuge: come ad esempio, nell’ipotesi di un isolato e remoto episodio d’infedeltà (ma anche di mancata assistenza, o allontanamento dalla casa coniugale), da ritenere presuntivamente superato, nel prosieguo, da un periodo di convivenza.

Va da sé, infatti, che occorre l’elemento della prossimità (“post hoc, ergo propter hoc“): la presunzione opera quando la richiesta di separazione personale segua, senza cesura temporale, all’accertata violazione del dovere coniugale.

Va osservato, al riguardo, che – sia in sede di separazione che di divorzio – gli artt. 155 quater c.c. (applicabile alla fattispecie concreta ratione temporis) e 6, co. 6, della L. n. 898 del 1970, come modificato dall’art. 11 della L. n. 74 del 1987, consentono al giudice di assegnare l’abitazione al coniuge non titolare di un diritto di godimento (reale o personale) sull’immobile, solo se a lui risultino affidati figli minori, ovvero con lui risultino conviventi figli maggiorenni non autosufficienti. Tale ‘ratio’ protettiva, che tutela l’interesse dei figli a permanere nell’ambiente domestico in cui sono cresciuti, non è configurabile, invece, in presenza di figli economicamente autosufficienti, sebbene ancora conviventi, verso i quali non sussiste, invero, proprio in ragione della loro acquisita autonomia ed indipendenza economica, esigenza alcuna di spedale protezione (cfr., ex plurimis, Cass. 5857/2002; 25010/2007; 21334/2013). Devesi – per il vero – considerare, in proposito, che l’assegnazione della casa familiare al coniuge affidatario risponde all’esigenza di tutela degli interessi dei figli, con particolare riferimento alla conservazione del loro ‘habitat’ domestico inteso come centro della vita e degli affetti dei medesimi, con la conseguenza che detta assegnazione non ha più ragion d’essere soltanto se, per vicende sopravvenute, la casa non sia più idonea a svolgere tale essenziale funzione. (Cass. 6706/2000).

Come per tutti i provvedimenti conseguenti alla pronuncia di separazione o di divorzio, dunque, anche per l’assegnazione della casa familiare vale il principio generale della modificabilità in ogni tempo per fatti sopravvenuti. E tuttavia, tale intrinseca provvisorietà dei provvedimenti in parola non incide sulla natura e sulla funzione della misura, posta ad esclusiva tutela della prole, con la conseguenza che anche in sede di revisione – come in qualsiasi altra sede nella quale, come nel presente giudizio, sia in discussione il permanere delle condizioni che avevano giustificato l’originaria assegnazione – resta imprescindibile il requisito dell’affidamento di figli minori o della convivenza con figli maggiorenni non autosufficienti.

Ne discende che, se è vero che la concessione del beneficio ha anche riflessi economici, particolarmente valorizzati dall’art. 6, co. 6, della legge sul divorzio, nondimeno l’assegnazione in questione non può essere disposta al fine di sopperire alle esigenze economiche del coniuge più debole, a garanzia delle quali è unicamente destinato l’assegno di divorzio (Cass. 13736/2003; 10994/2007; 18440/2013).

 Ebbene, non può revocarsi in dubbio che i principi di diritto suesposti debbano costituire le linee guida per risolvere anche il caso – ricorrente nella specie – in cui (a casa adibita a residenza coniugale sia stata alienata, dopo l’assegnazione all’altro coniuge (affidatario di figli minori o convivente con figli maggiorenni non auto-sufficienti), dal coniuge proprietario dell’immobile.

 Ed invero, ai sensi dell’art. 6, co. 6, della legge n. 898 del 1970 (nel testo sostituito dall’art. 11 della l. n. 74 del 1987), applicabile anche in tema di separazione personale, il provvedimento giudiziale di assegnazione della casa familiare al coniuge affidatario, avendo per definizione data certa, è opponibile, ancorché non trascritto, al terzo acquirente in data successiva per nove anni dalla data dell’assegnazione, ovvero – ma solo ove il titolo sia stato in precedenza trascritto – anche oltre i nove anni.

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affidamento figli in caso di separazione tra conviventi
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affidamento figli maggiorenni separazione separazione e affidamento figli maggiorenni
separazione consensuale affidamento figli maggiorenni
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affidamento figli dopo separazione affidamento dei figli dopo separazione

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE I CIVILE

Sentenza 23 febbraio – 29 marzo 2012, n. 5108

(Presidente Luccioli – Relatore Gianicola)

Svolgimento del processo

Il Tribunale di Roma, in modifica del regime di affidamento condiviso stabilito in sede di separazione personale; disponeva con decreto del 9.01.2009, anche in base all’esito della disposta CTU, l’affidamento in via esclusiva alla madre di G.R., figlia legittima di M.R. e S.S. (ricorrente), a quest’ultima attribuendo anche l’esercizio esclusivo della potestà genitoriale e regolando il diritto paterno di frequentazione della minore, revocava inoltre l’assegnazione alla R. della casa coniugale, in ragione del suo previsto trasferimento a Napoli, ove risiedeva la sua famiglia di origine, compensando le spese, processuali.

Con decreto del 17.09-13.10.2005, la Corte di appello di Roma respingeva il reclamo del R. e compensava le relative spese processuali.

La Corte territoriale osservava e riteneva:

- che noi potevano trovare accoglimento le doglianze mosse dal R. al provvedimento impugnato, in quanto il Tribunale lo aveva assunto dopo una approfondita istruttoria ed a seguito delle risultanze della disposta c.t.u.

- che in ordine all’affidamento condiviso, regime al momento applicato, il consulente aveva:

a) evidenziato che stava comportando una serie di pressioni e tensioni eccessive e controproducenti sulla minore, in quanto i genitori non parlandosi tra loro decidevano autonomamente le attività della figlia, costretta a fare due turni a scuola, due diverse attività sportive e “persino due diete alimentari”, tutto ciò vissuto molto male dalla minore, in quanto fonte di confusione e di alterazione della sua condizione psicologica

b) sottolineato, quindi, sostanzialmente la nocività, stante la mancanza di comunicazione tra i due genitori, del perdurare dell’affidamento condiviso

c) auspicato il ristabilimento di spazi di comunicazione attualmente inesistenti tra i genitori, al fine di evitare un “ipercoinvolgimento” della figlia nelle loro controversie, ingeneranti in lei turbamento, confusione ed alterazione dei suoi comportamenti

d) evidenziato la necessità e l’urgenza che le decisioni riguardanti la minore venissero prese da uno solo dei genitori, ossia la madre, perché pure con i riferiti suoi limiti, poteva svolgere meglio questa funzione, dal momento che G. voleva continuare a vivere con lei, che, a differenza del padre, era in grado di assicurarle un ambiente gradito ed accogliente. In precedenza il CTU aveva, infatti, riferito il disagio della figlia durante gli incontri con il padre, privo di abitazione e costretto all’ospitalità di parenti ed amici, preferendo invece la minore, dopo una giornata di scuola e l’espletamento di attività sportiva, ritornare nella propria gasa e non “andare ancora in giro”.

e) evidenziato ancora che il rapporto della figlia con il padre risentiva dei comportamenti di questo di scarsa flessibilità e di ostilità nei confronti della madre, al pari degli incontri con i nonni paterni, e che conflittuali si presentavano altresì i rapporti con le cuginette dal lato paterno

f) evidenziato inoltre che la minore aveva un rapporto più disteso con la madre, con cui si sentiva bene, serena ed accolta, che si trovava bene anche con il compagno della stessa e che non aveva nessun tipo di problema o difficoltà a trasferirsi a Napoli dai nonni materni, dalla zia e dai cugini

g) escluso nell’attuale situazione la possibilità di continuare il regime di affidamento condiviso, perché nocivo alla minore e possibile fonte di future patologie per la stessa, in quanto generante ansia, confusione e tensione

h) sottolineato la necessità di un cammino di mediazione familiare, nonché di un percorso terapeutico per la minore, per favorirne uno sviluppo armonico e completo della personalità

i) evidenziato la necessità di scelte urgerti da parte del giudice per evitare ulteriori danni alla minore, scelte da adottarsi nelle more del ristabilimento del dialogo genitoriale.

- che quindi, doveva condividersi quanto aveva statuito il Tribunale sia in ordine all’affidamento esclusivo della minore alla madre, sia in ordine all’esclusivo esercizio da parte della stessa della potestà genitoriale, perché allo stato costituivano l’unica strada percorribile nell’interesse della minore

- che andavano confermati gli assetti economici, stante l’esiguità del contributo al mantenimento della minore G., stabilito tra le parti a carico del padre (€ 150,00 mensili, oltre il 50% delle spese straordinarie, mediche, sportive, parascolastiche previamente concordate e documentate).

Avverso questo decreto il R. ha proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi e notificato il 26.11.2010 alla S., che ha resistito con controricorso notificato il 7.1.2011. Entrambe le parti hanno depositato memoria.

Consulenza Legale Studio Legale BolognaMotivi della decisione

Preliminarmente va ritenuta l’irricevibilità degli atti che la S. ha allegato alla memoria, estranei all’ambito di quelli di cui è consentito il deposito in questa sede (art. 372 c.p.c.); a tale rilievo consegue anche l’assorbimento dell’eccezione svolta dalla medesima parte, d’inammissibilità del ricorso per rinuncia implicita del R. A sostegno del ricorso il R. denunzia:

1. “Violazione e falsa applicazione dell’art. 155 c.c., commi 1, 2, 3 (come sostituito dall’art. 1 comma 1 della L. 8 febbraio 2006 n. 54)”.

Sostiene:

- che sono stati del tutto disattesi i principi interpretativi del nuovo art. 155 c.c.

- che l’affidamento ad uno solo dei genitori può essere disposto solo quando il giudice ritenga, con provvedimento motivato, che l’affidamento all’altro sia contrario all’interesse del minore, risultando nei confronti del genitore escluso una sua condizione di manifesta carenza o di inidoneità educativa comunque tale da rendere quell’affidamento in concreto pregiudizievole per il minore: deve trattarsi quindi di una condizione specifica e negativa del genitore escluso: la sola conflittualità tra i genitori, condizione questa che riguarda entrambi, non può tradursi in giudizio di inidoneità di uno dei due e quindi non può certo fornire utili indicazioni sul genitore da scegliere … tra i due litiganti; ciò tanto più quando siano stati espressi pareri pressoché uguali sulla idoneità di ciascun genitore

- che l’affidamento esclusivo darà veste di legittimità a immancabili atti di prevaricazione del genitore affidatario legittimato all’esercizio esclusivo della potestà genitoria e, sicché finirà con l’accrescersi e potrà, questa volta sì, divenire irreversibile la conflittualità con gravissimo pregiudizio per il minore sul quale inevitabilmente ricadranno le conseguente

- che a lui non si rimprovera alcunché rispetto all’idoneità allo svolgimento delle funzioni genitoriali

2. “Violazione dell’art. 155 sexies, c. 2”.

Si duole che la Corte abbia illegittimamente escluso l’affido condiviso e disposto l’affido esclusivo della figlia alla S., senza avvalersi della possibilità di rinviare la decisione per tentare una mediazione, come previsto dall’art. 155 sexies, comma secondo, c.c., e ciò nonostante il consenso da lui formalmente dato ed il fatto che il CTU, proprio in relazione alle condizioni psichiche di G., pregiudicate dalla mancanza di comunicazione tra i genitori, avesse testualmente affermato la fondamentalità di un percorso di mediazione familiare.

Il primo motivo del ricorso non è fondato.

In tema di separazione personale, la regola prioritaria dell’affidamento condiviso dei figli ad entrambi i genitori, prevista dall’art. 155 cod. civ., è, ai sensi dell’art. 155 bis, primo comma, cod. civ., derogabile solo ove la sua applicazione risulti contraria all’interesse del minore, interesse che costituisce esclusivo criterio di valutazione in rapporto alle diverse e specifiche connotazioni dei singoli casi dedotti in sede giudiziaria.

La mera conflittualità esistente tra i coniugi, che spesso connota i procedimenti separatizi, non preclude il ricorso a tale regine preferenziale solo se si mantenga nei limiti di un tollerabile disagio per la prole; assume, invece, connotati ostativi alla relativa applicazione ove si esprima in forme atte ad alterare e a porre in serio pericolo l’equilibrio e lo sviluppo psicofisico dei figli e, dunque, tali da pregiudicare il loro superiore interesse.

Nella specie i giudici d’appello, nel procedimento di modifica delle condizioni della separazione personale delle parti, hanno argomentatamente sostituito il regime di affidamento condiviso della figlia delle parti con quello di affidamento esclusivo della minore alla madre, attenendosi al dettato normativo, ineccepibilmente inteso alla luce delle regole e dei principi in precedenza evidenziati. Hanno in particolare rilevato che dall’espletata istruttoria, e segnatamente dall’esito della CTU, era emerso che l’affidamento condiviso si era dimostrato nocivo alla minore e possibile fonte di future patologie per la stessa, in quanto generante ansia, confusione e tensione, e, dunque, irreprensibilmente concluso per la sussistenza di condizioni pregiudizievoli al suo interesse, atte a legittimare l’avversata decisione, chiarendo anche le ragioni, rimaste incontestate, per l’affidamento della figlia alla madre.

Del pari privo di pregio si rileva il secondo motivo di ricorso, inerente al mancato esercizio da parte dei giudici di merito, del potere, previsto dall’art. 155 sexies, secondo comma, cod. civ., di rinviare la decisione per consentire ai coniugi di tentare una mediazione finalizzata al raggiungimento di un accordo. La questione involta dalla censura noi risulta prospettata e dibattuto nelle fasi di merito, sicché ne è precluso il primo esame in questa sede; in ogni caso la citata norma attribuisce al giudice un potere discrezionale esercitabile per ragioni di opportunità, ragioni la cui ricorrenza risulta nella specie evidentemente esclusa dalla rilevata urgenza di provvedere per evitare anche che, nelle more del ristabilimento del dialogo genitoriale, la minore potesse subire ulteriori danni.

Conclusivamente il ricorso deve essere respinto, con condanna del soccombente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

F4La Corte rigetta il ricorso e condanna il R. a rimborsare alla S. le spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi € 2.700,00, di cui € 2.500,00 per onorari, oltre alle spese generali ed agli accessori come per legge.
Ai sensi dell’art. 52, comma 5, del D.Lgs. n. 196 del 2003, in caso di diffusione della presente sentenza si devono omettere le generalità e gli altri dati identificativi delle parti.