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DANNO BIOLOGICO

STUDIO LEGALE BOLOGNA dell’avvocato Sergio Armaroli , esperto a livello nazionale dei gravi incidenti della strada .

STUDIO LEGALE BOLOGNA:Cosa è il danno biologico ?

 

è il danno alla salute e all’integrità fisica e psichica riportato da una persona in conseguenza di un fatto illecito altrui (doloso o colposo che sia). Si pensi al danno derivante dalla perdita di mobilità di un arto. Si distingue dal danno patrimoniale e dal danno morale (coincidente con il dolore subito) e viene liquidato dai giudici secondo equità, caso per caso.

 

STUDIO LEGALE BOLOGNA cosa afferma la Suorema Corte circa il danno terminale?

 

Secondo la Suprema Corte (v. Cass. n. 23183/2014; Cass. n. 18163/2007 e Cass. n. 1877/2006) il danno terminale  sebbene temporaneo, è massimo nella sua entità ed intensità, tanto che la lesione alla salute è così elevata da non essere suscettibile di recupero ed è tale da sfociare nella morte. La stessa Corte ha evidenziato la necessità di tener conto di fattori di personalizzazione, escludendo pertanto che la liquidazione possa essere effettuata attraverso la meccanica applicazione di criteri contenuti in tabelle che, per quanto dettagliate, nella generalità dei casi sono  predisposte per la liquidazione del danno biologico o delle invalidità, temporanee o  permanenti, di soggetti che sopravvivono all’evento dannoso. Ribadisce, quindi, la Corte che il  danno terminale è comprensivo di un danno biologico da invalidità temporanea totale (sempre presente e che si protrae dalla data dell’evento lesivo fino a quella del decesso) cui può sommarsi una componente di sofferenza psichica (danno catastrofico) e che, mentre nel primo caso la liquidazione può ben essere effettuata sulla base delle tabelle relative all’invalidità temporanea, nel secondo caso risulta integrato un danno non patrimoniale di natura affatto peculiare che comporta la necessità di una liquidazione che si affidi ad un criterio equitativo puro – ancorché sempre puntualmente correlato alle circostanze del caso – che sappia tener conto della enormità del pregiudizio.

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è il danno alla salute e all’integrità fisica e psichica riportato da una persona in conseguenza di un fatto illecito altrui (doloso o colposo che sia). Si pensi al danno derivante dalla perdita di mobilità di un arto. Si distingue dal danno patrimoniale e dal danno morale (coincidente con il dolore subito) e viene liquidato dai giudici secondo equità, caso per caso.

Secondo la Suprema Corte (v. Cass. n. 23183/2014; Cass. n. 18163/2007 e Cass. n. 1877/2006) il danno terminale  sebbene temporaneo, è massimo nella sua entità ed intensità, tanto che la lesione alla salute è così elevata da non essere suscettibile di recupero ed è tale da sfociare nella morte. La stessa Corte ha evidenziato la necessità di tener conto di fattori di personalizzazione, escludendo pertanto che la liquidazione possa essere effettuata attraverso la meccanica applicazione di criteri contenuti in tabelle che, per quanto dettagliate, nella generalità dei casi sono  predisposte per la liquidazione del danno biologico o delle invalidità, temporanee o  permanenti, di soggetti che sopravvivono all’evento dannoso. Ribadisce, quindi, la Corte che il  danno terminale è comprensivo di un danno biologico da invalidità temporanea totale (sempre presente e che si protrae dalla data dell’evento lesivo fino a quella del decesso) cui può sommarsi una componente di sofferenza psichica (danno catastrofico) e che, mentre nel primo caso la liquidazione può ben essere effettuata sulla base delle tabelle relative all’invalidità temporanea, nel secondo caso risulta integrato un danno non patrimoniale di natura affatto peculiare che comporta la necessità di una liquidazione che si affidi ad un criterio equitativo puro – ancorché sempre puntualmente correlato alle circostanze del caso – che sappia tener conto della enormità del pregiudizio.

l danno non patrimoniale di cui parla, nella rubrica e nel testo, l’art. 2059 c.c., si identifica con il danno determinato dalla lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica.

Il suo risarcimento postula la verifica della sussistenza degli elementi nei quali si articola l’illecito civile extracontrattuale definito dall’art. 2043 c.c.

L’art. 2059 c.c. non delinea una distinta fattispecie di illecito produttiva di danno non patrimoniale, ma consente la riparazione anche dei danni non patrimoniali, nei casi determinati dalla legge, nel presupposto della sussistenza di tutti gli elementi costitutivi della struttura dell’illecito civile, che si ricavano dall’art. 2043 c.c. (e da altre norme, quali quelle che prevedono ipotesi di responsabilità oggettiva), elementi che consistono nella condotta, nel nesso causale tra condotta ed evento di danno, connotato quest’ultimo dall’ingiustizia, determinata dalla lesione, non giustificata, di interessi meritevoli di tutela, e nel danno che ne consegue (danno-conseguenza, secondo opinione ormai consolidata: Corte cost. n. 372/1994; S.u. n. 576, 581, 582, 584/2008).

L’art. 2059 c.c. è norma di rinvio. Il rinvio è alle leggi che determinano i casi di risarcibilità del danno non patrimoniale. L’ambito della risarcibilità del danno non patrimoniale si ricava dall’individuazione delle norme che prevedono siffatta tutela.

Si tratta, in primo luogo, dell’art. 185 c.p., che prevede la risarcibilità del danno patrimoniale conseguente a reato (“Ogni reato, che abbia cagionato un danno patrimoniale o non patrimoniale, obbliga al risarcimento il colpevole e le persone che, a norma delle leggi civili, debbono rispondere per il fatto di lui”).

Altri casi di risarcimento anche dei danni non patrimoniali sono previsti da leggi ordinarie in relazione alla compromissione di valori personali (art. 2 1. n. 117/1998: danni derivanti dalla privazione della libertà personale cagionati dall’esercizio di funzioni giudiziarie; art 29, comma 9, 1. n. 675/1996: impiego di modalità illecite nella raccolta di dati personali; art. 44, comma 7, d.lgs. n. 286/1998: adozione di atti discriminatori per motivi razziali, etnici o religiosi; art. 2 1. n. 89/2001: mancato rispetto del termine ragionevole di durata del processo).

Al di fuori dei casi determinati dalla legge, in virtù del principio della tutela minima risarcitoria spettante ai diritti costituzionali inviolabili, la tutela è estesa ai casi di danno non patrimoniale prodotto dalla lesione di diritti inviolabili della persona riconosciuti dalla Costituzione.

Per effetto di tale estensione, va ricondotto nell’ambito dell’art. 2059 c.c., il danno da lesione del diritto inviolabile alla salute (art. 32 Cost.) denominato danno biologico, del quale è data, dagli artt. 138 e 139 d.lgs. n. 209/2005, specifica definizione normativa (sent. n. 15022/2005; n. 23918/2006). In precedenza, come è noto, la tutela del danno biologico era invece apprestata grazie al collegamento tra l’art. 2043 c.c. e l’art. 32 Cost. (come ritenuto da Corte cost. n. 184/1986), per sottrarla al limite posto dall’art. 2059 c.c., norma nella quale avrebbe ben potuto sin dall’origine trovare collocazione (come ritenuto dalla successiva sentenza della Corte n. 372/1994 per il danno biologico fisico o psichico sofferto dal congiunto della vittima primaria).

 

La Cassazione ha ripetutamente confermato che “nella liquidazione del danno biologico, l’adozione della regola equitativa ex art 1226 c.c. deve garantire sia una adeguata valutazione delle circostanze del caso concreto, sia l’uniformità di giudizio a fronte di casi analoghi, essendo intollerabile e non rispondente ad equità che danni identici possano essere liquidati in misura diversa sol perché esaminati da differenti Uffici Giudiziari. Garantisce tale uniformità di trattamento il riferimento al criterio di liquidazione predisposto dal Tribunale di Milano, essendo esso già ampiamente diffuso sul territorio nazionale – e al quale la S.C. in applicazione dell’art 3 Cost. riconosce la valenza di parametro di conformità della valutazione equitativa del danno biologico alle disposizioni di cui agli artt. 1226 e 2056 c.c. – salvo che non sussistano in concreto circostanze idonee a giustificarne l’abbandono

 

A fronte di un danno ingiunto deve essere garantito un giusto indennizzo,  attraverso valutazioni equitative idonee quindi a determinare una compensazione economica che l’ambiente sociale ritiene adeguata.

La valutazione equitativa deve essere condotta con prudente e ragionevole apprezzamento di tutte le circostanze del caso concreto, alla stregua della coscienza sociale e della gravità del fatto lesivo, dovendosi evitare quella che viene definita preventiva tariffazione della persona (v. Cass. 12/06/2015 n° 12211).

Per la sua liquidazione si prevede la conferma del criterio della giurisprudenza di merito comportante un’ uniformità pecuniaria di base ( lo stesso tipo di pregiudizio non può essere valutato diversamente da soggetto a soggetto ) integrata da parametri elastici per adeguare la riparazione all’ effettiva incidenza dell’ accertata menomazione sulle attività della vita quotidiana . Distinguendosi il danno alla salute , come lesione dell’ integrità psico-fisica del soggetto , tanto da quello morale , inteso come turbamento psicologico momentaneo e transeunte , quanto da quello strettamente patrimoniale , viene consigliata cautela nella determinazione del ristoro onde evitare duplicazioni risarcitone e sperequazioni . Le linee guida in tema di risarcimento del danno fisiologico tracciate dalla Corte costituzionale in maniera alquanto esaustiva tardano a trovare accoglimento unanime nella giurisprudenza di merito

 

 

  • l’articolo 2059 c.c.pone un principio di tassatività e tipicità delle ipotesi di danno risarcibile (dice infatti la norma che il danno non patrimoniale è risarcibile solo nei casi previsti dalla legge);
  • proprio per questo non può formare oggetto di tutela una generica figura di danno esistenziale, a meno che non si tratti di singole figure previste dalla legge; in pratica con questa affermazione la Corte sembra quasi propendere per una risposta negativa all’ammissibilità della figura;

il danno esistenziale coincide con il danno estetico e il danno alla vita di relazione, e non può essere ammesso a meno di non creare duplicazioni risarcitorie. In pratica questa sentenza sembra smentire sia quanto detto nella trilogia del 2003, sia nella precedente sentenza 13546/2006.

 

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SCHIANTO MOTO Con il primo motivo

la ricorrente principale denuncia vizio di motivazione con riferimento alla liquidazione

del danno biologico comprensivo di quello esistenziale

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Cassazione Civile, sez. III, sentenza 11/01/2007 n° 394

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giurisprudenza

Anche recentemente questa Corte ha ribadito (Cass. n. 11039 del 2006) che unica possibile forma di liquidazione – per ogni danno che sia privo, come il danno biologico e il danno morale, delle caratteristiche della patrimonialità – è quella equitativa, sicchè la ragione del ricorso a tale criterio è insita nella natura stessa di tale danno e nella funzione del risarcimento realizzato mediante la dazione di una somma di denaro, che non è reintegratrice di una diminuzione patrimoniale, ma compensativa di un pregiudizio non economico, con la conseguenza che non si può fare carico al giudice di non aver indicato le ragioni per le quali il danno non può essere provato nel suo preciso ammontare – costituente, in linea generale, la condizione per il ricorso alla valutazione equitativa (art. 1226 cod. civ.) – giacchè intanto una precisa quantificazione pecuniaria è possibile, in quanto esistano dei parametri normativi fissi di commutazione, in difetto dei quali il danno non patrimoniale non può mai essere provato nel suo preciso ammontare, fermo restando, tuttavia, il dovere del giudice di dar conto delle circostanze di fatto da lui considerate nel compimento della valutazione equitativa e del percorso logico che lo ha condotto a quel determinato risultato.

In particolare, la liquidazione del danno biologico può essere effettuata dal giudice, con ricorso al metodo equitativo, anche attraverso l’applicazione di criteri predeterminati e standardizzati, quali le cosiddette “tabelle” (elaborate da alcuni uffici giudiziari), ancorchè non rientrino nelle nozioni di fatto di comune esperienza, nè risultano recepite in norme di diritto, come tali appartenenti alla scienza ufficiale del giudice. La liquidazione equitativa del danno morale, poi, può essere legittimamente effettuata dal giudice sulla base delle stesse “tabelle” utilizzate per la liquidazione del danno biologico, portando, in questo caso, alla quantificazione del danno morale – in misura pari ad una frazione di quanto dovuto dal danneggiante a titolo di danno biologico – purchè il risultato, in tal modo raggiunto, venga poi “personalizzato”, tenendo conto della particolarità del caso concreto e della reale entità del danno, con la conseguenza che non può giungersi a liquidazioni puramente simboliche o irrisorie.

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Ribadita, dunque, la legittimità del ricorso alla liquidazione equitativa tabellare, osserva la Corte che la sentenza impugnata ha tenuto conto della peculiarità della fattispecie e che, per contro, la ricorrente non ha addotto argomentazioni specifiche per dimostrare eventuali errori e omissioni, nè ha spiegato quali altri elementi sarebbe stato necessario valorizzare, dal momento che la Corte territoriale ha considerato l’entità delle lesioni conseguenza diretta del trauma, l’effetto accelerativo spiegato sulla malattia che si era già manifestata, la non incompatibilità di essa con l’attività lavorativa espletata, la natura delle lesioni, la durata della malattia, l’entità dei postumi.

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III CIVILE

Sentenza 11 gennaio 2007, n. 394 

Svolgimento del processo

Con sentenza in data 18 ottobre – 19 dicembre 2001 il Tribunale di Roma condannava G.E. e la Bavaria Assicurazioni S.p.A. (ora Milano Assicurazioni S.p.A.) a pagare in solido ad N. E. la somma di L. 162.387.700, a titolo di risarcimento danni da incidente stradale.

Con sentenza in data 8 marzo – 20 aprile 2004 la Corte di Appello di Roma rigettava le contrapposte impugnazioni.

La Corte territoriale osservava per quanto interessa: l’accertamento del C.T.U. in ordine alla entità delle lesioni conseguenti al sinistro appare corretto e il danno morale è stato liquidato adeguatamente; l’abbandono dell’attività lavorativa e il trasferimento in Toscana non sono ricollegabili alle lesioni patite nel sinistro.

Avverso la suddetta sentenza la N. ha proposto ricorso per Cassazione affidato a due motivi, ulteriormente illustrati con successiva memoria.

La Milano Assicurazioni ha proposto ricorso incidentale articolato in tre censure.

Motivi della decisione

I due ricorsi vanno riuniti ai sensi dell’art. 335 c.p.c..

Con il primo motivo la ricorrente principale denuncia vizio di motivazione con riferimento alla liquidazione del danno biologico comprensivo di quello esistenziale, assumendo che non è stata valutata l’incidenza dell’evento lesivo sull’accelerazione della sclerosi, che prima del sinistro si trovava ancora allo stadio latente.

Inoltre lamenta che sono state applicate pedissequamente le tabelle del Tribunale di Roma senza alcun riferimento alle peculiarità del caso concreto.

Il motivo si articola, dunque, in due censure la prima delle quali risulta infondata poichè la Corte territoriale ha esplicitamente preso in esame il tema della accelerazione dei tempi della malattia raccordandosi a quanto ritenuto in proposito dal C.T.U. (dal testo della sentenza risulta che, proprio in considerazione della predetta accelerazione, la valutazione del danno è stata elevata dal 18% al 28%).

Come si evince dalle argomentazioni poste a sostegno della censura, in realtà la N. contesta soprattutto le valutazioni espresse dal C.T.U., ma tale doglianza non può trovare ingresso in questa sede poichè si verte in tema di apprezzamento di merito che la sentenza impugnata, riferendosi ovviamente alla consulenza tecnica, ha motivato in termini sufficienti e razionali, tra l’altro sottolineando che dalle indagini del C.T.D. è emerso che la sclerosi multipla si era già manifestata in epoca antecedente al trauma di almeno un anno.

Parimente infondata è la seconda censura, poichè essa pecca di assoluta genericità.

Anche recentemente questa Corte ha ribadito (Cass. n. 11039 del 2006) che unica possibile forma di liquidazione – per ogni danno che sia privo, come il danno biologico e il danno morale, delle caratteristiche della patrimonialità – è quella equitativa, sicchè la ragione del ricorso a tale criterio è insita nella natura stessa di tale danno e nella funzione del risarcimento realizzato mediante la dazione di una somma di denaro, che non è reintegratrice di una diminuzione patrimoniale, ma compensativa di un pregiudizio non economico, con la conseguenza che non si può fare carico al giudice di non aver indicato le ragioni per le quali il danno non può essere provato nel suo preciso ammontare – costituente, in linea generale, la condizione per il ricorso alla valutazione equitativa (art. 1226 cod. civ.) – giacchè intanto una precisa quantificazione pecuniaria è possibile, in quanto esistano dei parametri normativi fissi di commutazione, in difetto dei quali il danno non patrimoniale non può mai essere provato nel suo preciso ammontare, fermo restando, tuttavia, il dovere del giudice di dar conto delle circostanze di fatto da lui considerate nel compimento della valutazione equitativa e del percorso logico che lo ha condotto a quel determinato risultato.

In particolare, la liquidazione del danno biologico può essere effettuata dal giudice, con ricorso al metodo equitativo, anche attraverso l’applicazione di criteri predeterminati e standardizzati, quali le cosiddette “tabelle” (elaborate da alcuni uffici giudiziari), ancorchè non rientrino nelle nozioni di fatto di comune esperienza, nè risultano recepite in norme di diritto, come tali appartenenti alla scienza ufficiale del giudice. La liquidazione equitativa del danno morale, poi, può essere legittimamente effettuata dal giudice sulla base delle stesse “tabelle” utilizzate per la liquidazione del danno biologico, portando, in questo caso, alla quantificazione del danno morale – in misura pari ad una frazione di quanto dovuto dal danneggiante a titolo di danno biologico – purchè il risultato, in tal modo raggiunto, venga poi “personalizzato”, tenendo conto della particolarità del caso concreto e della reale entità del danno, con la conseguenza che non può giungersi a liquidazioni puramente simboliche o irrisorie.

Ribadita, dunque, la legittimità del ricorso alla liquidazione equitativa tabellare, osserva la Corte che la sentenza impugnata ha tenuto conto della peculiarità della fattispecie e che, per contro, la ricorrente non ha addotto argomentazioni specifiche per dimostrare eventuali errori e omissioni, nè ha spiegato quali altri elementi sarebbe stato necessario valorizzare, dal momento che la Corte territoriale ha considerato l’entità delle lesioni conseguenza diretta del trauma, l’effetto accelerativo spiegato sulla malattia che si era già manifestata, la non incompatibilità di essa con l’attività lavorativa espletata, la natura delle lesioni, la durata della malattia, l’entità dei postumi.

Con il secondo motivo la ricorrente lamenta vizio di motivazione anche con riferimento al danno da inabilità lavorativa generica e specifica e al danno morale.

Detto motivo, anche con riferimento al quale valgono le osservazioni precedenti, si raccorda alla prima delle censure contenute nel motivo precedente e risulta, al pari di essa, infondata, poichè la Corte territoriale ha, sia pure sinteticamente, motivato in ordine ad entrambe le questioni.

La ricorrente contesta ancora una volta le indicazioni del C.T.D. e le conseguenti valutazioni del giudice di appello, svolgendo considerazioni che implicano necessariamente apprezzamenti di fatto non consentiti in questa sede, considerato che la motivazione della sentenza impugnata non presenta, in proposito, omissioni rilevanti, nè fratture logiche evidenti.

Pertanto il ricorso principale va rigettato.

Con il primo motivo del ricorso incidentale la Milano Assicurazioni denuncia vizio di motivazione con riferimento alla liquidazione del danno sotto il profilo che la Corte di Appello non avrebbe tenuto conto dei precedenti eventi morbosi e traumatici evidenziati anche dal C.T.U..

La censura è manifestamente infondata in quanto la sentenza impugnata ha fatto proprie le valutazioni del C.T.U. che, proprio per quanto riferito dalla stessa ricorrente incidentale, aveva considerato gli eventi pregressi.

In realtà anche la Milano, come già la N., contesta gli accertamenti e le valutazioni del C.T.U., quindi anche la sua doglianza è infondata per le medesime ragioni illustrate superiormente.

Con il secondo motivo la Milano lamenta violazione di legge e vizio di motivazione in tema di condanna alle spese dei due gradi di giudizio.

Il Tribunale prima e la Corte di Appello dopo hanno applicato il principio della soccombenza sostanziale, restando nei limiti del potere discrezionale che la normativa attribuisce nella materia al giudice.

D’altra parte la censura è espressa in termini assolutamente generici, tali da determinarne l’inammissibilità.

Con il terzo motivo la Milano chiede la restituzione delle somme erogate nel caso di accoglimento del ricorso incidentale.

Trattasi di motivo che presuppone l’accoglimento dei primi due e che, pertanto, resta travolto dalla infondatezza di essi.

Anche il ricorso incidentale va, dunque, rigettato.

Si ritiene sussistano giusti motivi per compensare interamente le spese del giudizio di Cassazione.

P.Q.M.

Riunisce i ricorsi e li rigetta. Spese compensate.

Così deciso in Roma, il 4 dicembre 2006.

Depositato in Cancelleria il 11 gennaio 2007.

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