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Responsabilità aggravata per lite temeraria – Natura extracontrattuale – Prova dell’an e del quantum debeatur – Mancata prova – Effetti Corte d’Appello|Bologna|Sezione 2|Civile|Sentenza|30 maggio 2018| n. 1459

 

Per quanto riguarda la posizione del creditore procedente (…) s.r.l., citato nel giudizio di primo grado dalla ditta individuale appellante, la sentenza impugnata merita conferma nella parte in cui ne esclude qualsivoglia responsabilità per la sottrazione dei beni pignorati, dal momento che la società non ha mai assunto alcun obbligo di custodia rispetto ai beni, limitandosi ad introdurre istanza in base alla quale si è proceduto al pignoramento. Non si vede davvero come l’appellante possa affermare la responsabilità nei confronti di (…) s.r.l. per il solo legittimo esercizio del diritto a procedere ad esecuzione sui beni in forza di un titolo, costituito dal decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo emesso dal Tribunale di Mantova, che, al tempo della richiesta esecuzione, era certamente idoneo a sostenere l’azione esecutiva proposta. Sul punto, il motivo si appalesa inammissibile in quanto, in primo grado, nessuna allegazione in termini di colpa è stata mossa ad (…) S.r.l. dalla ditta individuale, mentre in appello vengono evidenziati profili che nulla hanno a che vedere con la sottrazione dei beni, ma attengono invece, come appena ricordato, alla critica dell’esercizio dell’azione esecutiva da parte del creditore procedente, del tutto legittima in quanto fondata sul titolo azionabile al momento dell’avvio dell’azione.

Per quanto riguarda la posizione di (…)., si osserva come l’appellante non abbia mosso alcuna censura alla sentenza impugnata nella parte in cui, facendo leva sulla documentazione prodotta agli atti dall’attore e dal convenuto in primo grado, afferma che la sparizione dei beni è avvenuta nel 1997, vale a dire prima del subentro di (…). al precedente ente custode, (…) S.r.l., che aveva cessato l’attività nel luglio 1999, e che al momento del subentro, i beni non erano stati rinvenuti. La ditta appellante, nonostante l’incontestato rilascio di una nuova concessione in favore di (…). per l’esercizio dell’attività di custodia dei beni, si è limitata invece ad asserire la continuità di fra i due enti, sulla base delle cariche assegnate a (…) nei predetti enti (pag.10 atto di appello), comprovate dalle visure della Camera di Commercio di (…) ed (…) depositate dall’appellante solo in appello (docc. 3 – 4). In proposito, va rilevata, sia pure incidentalmente, la posizione assunta dal custode dr. G.Go., direttore di (…) all’epoca del pignoramento dei beni e della loro sparizione, la cui condotta è stata peraltro ampiamente censurata da (…) S.r.l. nella comparsa di costituzione e difesa depositata per il giudizio di primo grado (pagg.4-5), ma che non è stata approfondita nel corso del giudizio di primo grado a motivo della tardività processuale della chiamata del terzo correttamente rilevata dal Tribunale di Bologna con ordinanza istruttoria del 16/3/2006.

La documentazione prodotta a sostegno della tesi della continuità fra i suddetti enti (visure camerali) è stata prodotta in giudizio tardivamente, vale a dire solo nel giudizio di appello, e non può quindi essere utilizzata a sostegno della tesi dell’appellante, peraltro comunque infondata a motivo dell’evidente discontinuità fra i due enti comprovata non solo dalla presenza di due concessioni distinte, rilasciate per l’avvio dell’attività, ma anche dal fatto che alla cessazione dell’attività da parte di (…), avvenuta nel luglio 1999, non è pacificamente seguito l’avvio, senza soluzione di continuità, dell’attività da parte di (…)., attiva solo dall’ottobre 1999, previa acquisizione di autonomo titolo concessorio. In definitiva, nessuna responsabilità per la perdita dei beni può essere rinvenuta in capo all’appellata (…) S.r.l., in quanto essa è avvenuta nel 1997, molto tempo prima del suo insediamento, prima quindi che i beni le venissero affidati, e nessuna prova è stata fornita circa la successione fra i due enti, ma, al contrario, essendosi formata nel giudizio di primo grado la prova contraria della piena discontinuità fra i predetti enti. (…). non risulta giudizialmente chiamata a rispondere della sparizione dei beni non solo per il fatto che non sia stata provata la traslazione nei suoi confronti dell’obbligo di custodia, ma anche perché, riguardo alla posizione del terzo chiamato (…), che la ditta appellante individua quale collegamento fra i due enti in grado di dimostrarne la continuità di azione (pag. 10 atto di appello), nessun motivo di appello è stato proposto nei confronti della parte della sentenza con la quale il Tribunale di Bologna ha deciso di non statuire alcunché sulle domande di accertamento della responsabilità per la sparizione dei beni proposte nei confronti di (…). Ciò a motivo del fatto, incontestato anche in appello, che non sono state assunte conclusioni nei confronti del (…) né nella comparsa di costituzione di (…) né nell’atto di chiamata di terzo, risultando pertanto inammissibili le conclusioni assunte in appello nei confronti di quest’ultimo.

Come si è già riferito in fatto, la domanda proposta da (…). nei confronti di (…) è stata rinunziata, previo accordo transattivo intercorso fra le parti durante il giudizio di appello, e depositato all’udienza del 4/10/2016, risultando pertanto improcedibile per sopravvenuta cessazione della materia del contendere.

Resta ancora da scrutinare la domanda di condanna al risarcimento del danno per lite temeraria proposta dalla da (…). nei confronti della ditta individuale in liquidazione (…) di (…), ai sensi dell’art. 96 c.p.c., riproposta con l’appello rubricato al numero di RG. 655/2012, per asserita condotta dell’appellante ditta individuale (…) connotata dagli estremi della mala fede o della colpa grave. La domanda appare infondata nell’an, non sussistendo gli estremi della mala fede o anche solo della colpa grave, nell’azione avviata dalla ditta individuale (…) di (…) per ottenere il risarcimento del danno derivante dalla mancata restituzione dei beni pignorati. La domanda è poi del tutto sprovvista di supporto anche solo indiziario del quantum richiesto, genericamente, lasciato integralmente alla liquidazione in via equitativa del giudice, e non può quindi trovare accoglimento, in forza dell’applicazione dell’art. 96 c.p.c., operata costantemente dalla giurisprudenza di legittimità, a mente della quale “In tema di responsabilità aggravata per lite temeraria, che ha natura extracontrattuale, la domanda di cui all’art. 96, primo comma, cod. proc. civ. richiede pur sempre la prova, incombente sulla parte istante, sia dell'”an” e sia del “quantum debeatur”, o comunque postula che, pur essendo la liquidazione effettuabile di ufficio, tali elementi siano in concreto desumibili dagli atti di causa” (Cass. Civ. Sez. Lav. n. 9080 del 15/4/2013). Più di recente, sempre in tema di responsabilità aggravata ex art.96 comma 1 c.p.c., la Suprema Corte ha confermato tale impostazione affermando che la “il risarcimento del danno da responsabilità aggravata non si sottrae principi generali in materia di onere della prova non concretando l’istituto una sanzione civile. La decisione è conforme ai principi di cui alla sentenza Sez. U, Ordinanza n. 7583 del 20/04/2004 che ha affermato che la domanda di risarcimento dei danni ex art. 96 c.p.c. non può trovare accoglimento tutte le volte in cui la parte istante non abbia assolto all’onere di allegare (almeno) gli elementi di fatto necessari alla liquidazione, pur equitativa, del danno lamentato” (Cass. Civ. Sez. III n.21798 del 27/10/2015).

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE DI APPELLO DI BOLOGNA

SEZIONE SECONDA CIVILE

Riunita in camera di consiglio in persona di:

Dott.ssa Paola Montanari – PRESIDENTE

Dott. Giampiero Fiore – CONSIGLIERE

Avv. Donato Vigezzi – GIUDICE AUSILIARIO – relatore

Ha pronunciato la seguente

SENTENZA

Nella cause riunite iscritte al ruolo con n. 655/2012 R.G.A.C. e n. 813/2012 R.G.A.C., trattenute in decisione all’udienza del 4/10/2016 e promosse da:

(…) S.R.L. (P.IVA (…)), con sede in S. L. di S. (B.), via (…), in persona dell’amministratore unico in carica (…), rappresentata e difesa dagli avvocati Sa.Ca. e Fr.Gr., elettivamente domiciliata presso lo studio dell’avvocato Sa.Ca., in Bologna, via (…), come da procura rilasciata a margine dell’atto di appello

– appellante/appellata –

contro

(…), (CF. (…)) nata a M. (B.), il (…), titolare della ditta individuale (…) in liquidazione, con sede in M., via (…), rappresentata e difesa dall’avvocato Fr.Pi., del foro di Modena, ed elettivamente domiciliata ai fini del presente grado di giudizio presso lo studio dell’avvocato Ch.Ca., in Bologna, via (…), come da procura speciale rilasciata in calce alla copia notificata della sentenza appellata

– appellante ed appellata contumace –

(…) S.R.L. (P.IVA (…)), in persona del legale rappresentante pro – tempore, con sede in O. (M.), via (…).

– appellata contumace –

(…), (CF (…)), in proprio ed in qualità di amministratore pro-tempore di (…) s.r.l. (…) fino al 1999, e, successivamente, di (…) s.r.l. di (…), residente in F. (P.), via (…), rappresentato e difeso dagli avvocati Sa.On., An.Bo. e Ro.Gr., elettivamente domiciliato ai fini del presente giudizio presso lo studio dell’avv. Ro.Gr., a Bologna, via (…), come da delega a margine della comparsa di costituzione e risposta depositata per il giudizio di appello

– appellato –

in punto

Appello della sentenza n.143/2012, emessa dal Tribunale di Bologna, giudice dr. Ma.Ma., pubblicata mediante deposito in cancelleria il 18/01/2012, notificata in data 22/02/2012.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

In seguito a decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo venivano pignorati alla ditta individuale A. di (…) alcuni beni da parte della società I. S.r.l., che venivano successivamente affidati in custodia all'(…). I beni pignorati ed affidati al custode erano elencati nel verbale di pignoramento come di seguito riportati:

Kg. 170 di filiere di varie misure;

Kg. 60 di lime triangolari in cattive condizioni;

Kg. 2.200 di creatori di varie misure;

Kg. 1.600 di punte da trapano di varie misure.

La ditta individuale (…) di (…) proponeva opposizione al decreto ingiuntivo promosso dalla società (…) S.r.l. per Lire 420.901.125 (Euro 217.377,29) ed il Tribunale di Mantova, che lo aveva concesso, ne sospendeva l’esecutività e, successivamente, con sentenza n. 568/05 del 16.07.2005 la Corte d’Appello di Mantova revocava definitivamente il decreto ingiuntivo. In esito alla revoca del decreto ingiuntivo, la ditta individuale (…) richiedeva quindi ad (…) S.r.l. ed all'(…) la restituzione dei beni che le erano stati pignorati. I beni pignorati non venivano restituiti perché erano andati smarriti e, conseguentemente, con atto di citazione ritualmente notificato la Sig.ra (…), in proprio e quale liquidatrice della omonima ditta individuale (…), conveniva in giudizio avanti al Tribunale di Bologna (…) S.r.l. per ottenere la condanna, in solido con l'(…) S.r.l. ((…).), rispettivamente il primo quale creditore procedente in esecuzione ed il secondo quale custode dei cespiti, alla restituzione dei beni mobili pignorati in data 30/07/1997, o, in alternativa, al pagamento della somma di Euro.118.850,00, importo ritenuto dalla ditta individuale corrispondere al “valore effettivo della merce da restituire al netto dell'(…) attualizzata”.

Si costituivano ritualmente nel giudizio di primo grado (…) S.r.l. ed (…). a mezzo dei rispettivi procuratori sollevando eccezioni in rito e contestando il merito delle pretese attrici per le ragioni esposte nelle comparse in atti depositate. In particolare (…) S.r.l. chiedeva termine per l’evocazione in giudizio del Dr. Gi.Go., all’epoca custode nominato dall’Ufficiale Giudiziario, affinché il medesimo, nel caso di accoglimento delle domande introdotte da parte attrice, fosse condannato principalmente in proprio od in solido con (…). e comunque dichiarato tenuto a tenere manlevato il convenuto (…) S.r.l. dalle conseguenze pregiudizievoli discendenti dall’accoglimento delle domande avversarie.

(…)., a propria volta, chiedeva il differimento della prima udienza per la chiamata in giudizio di (…) in proprio e quale amministratore di (…) S.r.l. di P. e di (…) S.r.l. di (…) enti ai quali (…), era subentrata, nell’ottobre 1999, nella gestione del servizio di custodia, avanzando anche domanda riconvenzionale per lite temeraria nei confronti della ditta individuale (…).

A scioglimento della riserva resa all’udienza di prima comparizione parti il Tribunale di Bologna rigettava, in quanto tardiva la richiesta chiamata di terzo introdotta da (…) S.r.l., ed accoglieva l’istanza di chiamata del terzo (…).

Si costituiva così personalmente in giudizio (…) per contestare, in fatto e diritto, le pretese tutte introdotte nei suoi confronti, chiedendone la reiezione poiché inammissibili ed infondate per i motivi a F. affermava risultasse per tabulas che nei confronti delle parti così differenziate non fosse stata svolta domanda né conclusione alcuna, e, pertanto, la chiamata era assolutamente indeterminata in relazione al comma 3 dell’art. 163 c.p.c. oltreché privo dei requisiti previsti dal comma 2. La difesa del terzo chiamato osservava, nel merito, come il Dr. Go., all’epoca direttore dell'(…), fosse stato personalmente nominato custode dei beni pignorati.

Deduceva, conseguentemente, che risultasse per tabulas (doc.5 di parte convenuta (…) S.r.l.) che il predetto avesse rassegnato le proprie dimissioni da lavoratore dipendente dell'(…) S.r.l. nel mese di dicembre dell’anno 1997 sicché riteneva che il custode, quale titolare di un pubblico ufficio temporaneo, operasse ai sensi degli artt. 65, 66 e 67 c.p.c. esclusivamente per conto e sotto il controllo del Giudice che l’aveva nominato quale suo ausiliario ed assumesse una personale autonoma responsabilità ove dolosamente o colposamente fosse mancato al proprio principale dovere di custodire i beni affidatigli. Contestava in radice la propria responsabilità risultando incontestato che mai fosse subentrato nella funzione di custode dei beni pignorati e depositati presso l’ufficio dei quali era chiamato a rispondere esclusivamente il Go. stesso, eccependo conseguentemente la propria carenza di legittimazione passiva, in quanto la domanda nei suoi confronti risultava introdotta verso un soggetto non legittimato, neppure in via concorrente od alternativa.

Con sentenza n.143/2012 il Tribunale di Bologna rigettava la domanda proposta da (…) nei confronti di (…). e (…) S.r.l., con conseguente condanna alle spese, nonché la domanda riconvenzionale proposta da (…). nei confronti di (…), avente ad oggetto la richiesta di condanna al risarcimento del danno da responsabilità processuale aggravata, ed anche la domanda spiegata nei confronti del terzo chiamato, in quanto inammissibile, con conseguente condanna della chiamante a rifondere al signor (…) le spese del grado. Il Tribunale di Bologna riteneva infatti di non poter statuire alcunché nei confronti del terzo chiamato (…), in quanto né nella comparsa del convenuto (…)., né nell’atto di citazione per chiamata del terzo, vi erano conclusioni svolte nei confronti del (…).

Appello n. 655/12 R.G. promosso da (…).

Con atto di citazione in appello notificato in data 23 marzo 2012 (…). proponeva appello principale sia nei confronti di (…), con riguardo alla domanda riconvenzionale respinta, sia nei confronti di (…), per la statuizione di non luogo a provvedere sulla chiamata di terzo e quanto al capo relativo alla condanna al pagamento delle spese di lite parimenti assunte dal Tribunale di Bologna. Nel procedimento rimaneva contumace l’appellata ditta individuale (…) di (…) in liquidazione ed (…) S.r.l., rilevate dalla Corte all’udienza del 9/10/2012, mentre si costituiva ritualmente il signor (…), insistendo per il rigetto del gravame. All’udienza del 4 ottobre 2016, veniva dato concordemente atto dell’intervenuta cessazione della materia del contendere con riguardo all’appello principale proposto da (…). nei confronti di (…) a motivo dell’intervenuta transazione extragiudiziale che veniva depositata in udienza, con conseguente declaratoria dell’improcedibilità dell’appello per difetto di interesse e passaggio in giudicato del capo di sentenza reso fra le parti che avevano sottoscritto l’accordo transattivo.

Appello n. 813/2016 R.G. promosso da (…)

Con (autonomo) atto di appello notificato in data 5 aprile 2012 la signora (…) interponeva gravame avverso la sentenza del Tribunale di Bologna nei confronti di (…) S.r.l., (…). e (…) (in proprio e quale legale rappresentante di (…) S.r.l.), chiedendo la condanna solidale ciascuno per i titoli di responsabilità indicati. Si costituiva, ritualmente, (…). eccependo a vario titolo l’inammissibilità dell’appello, anche a causa della pendenza dell’impugnazione già rubricata al n. 655/2012 R.G., nonché l’inammissibilità delle domande ed eccezioni nuove ivi formulate e domandando in ogni caso rigetto dell’appello anche nel merito. Si costituiva, del pari, il signor (…) contestando integralmente le domande svolte sia da (…) che dal chiamante (…)..

All’udienza del 9/10/2012, in riferimento ad entrambe le cause d’appello di cui al numero di RG.655/2012 ed al numero di RG. 813/2012, la Corte dichiarava la contumacia di (…) S.r.l. La Corte, all’udienza del 9/10/2012 dichiarava la contumacia della ditta individuale (…), in relazione al solo giudizio di cui al RG. 655/2012, disponendo infine la riunione alla causa di cui al RG. 655/2012 della causa rubricata al numero di RG. 813/2012.

All’udienza del 4 ottobre 2016, il legale dell’appellante (…). dichiarava di “rinunciare alle domande svolte nei confronti del sig. (…) limitatamente al giudizio R.G. 655/2012 a spese di questo giudizio compensate con la stessa parte”. Il legale dell’appellato (…), nella medesima udienza del 4 ottobre 2016 dava “preventivamente atto dell’intervenuta cessazione della materia del contendere inter partes con riguardo all’appello promosso dall'(…) già rubricato al n.655/2012 ed avente ad oggetto il riparto delle spese di lite della sentenza di primo grado tra convenuto e terzo chiamato, come da scrittura privata che si allega”. Le cause riunite venivano quindi trattenute in decisione, con concessione dei termini di legge per il deposito di comparse conclusionali e repliche.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con atto di appello rubricato al RG.813/2012, la ditta individuale (…) di (…) in liquidazione volontaria, impugna la sentenza emessa dal Tribunale di Bologna n. 143/2012, richiedendone la riforma per i seguenti 3 motivi:

“1) Erroneità della impugnata sentenza laddove essa ha omesso di quantificare, stante la impossibilità della restituzione dei beni che alla stessa erano stati (illegittimamente) staggiti, il risarcimento in forma equivalente spettante alla (…)” (pag.5 atto di appello);

“2) Erroneità della impugnata sentenza laddove essa ha rigettato la domanda svolta da (…) nei confronti di (…) s.r.l.” (pag. 7 atto di appello);

“3) Erroneità della impugnata sentenza laddove essa, pur avendo disatteso le prove richieste dalla attrice (…) e trascurando le rilevanti prove presenti agli atti del giudizio, ha rigettato la domanda svolta da (…) nei confronti di (…) S.r.l.” (pag. 11 atto di appello).

L’appello è infondato e va integralmente respinto.

Vanno prima affrontati, in ordine logico, i motivi che riguardano l’an della domanda proposta dall’appellante ditta individuale in liquidazione, mentre il primo motivo, che ha per oggetto l’asserita omessa quantificazione della domanda risarcitoria per equivalente, conseguente all’impossibilità di restituzione dei beni pignorati risulta assorbito dal rigetto dei primi due motivi d’appello.

Esaminando il secondo e terzo motivo di appello, si osserva che l’appellante, anche nella comparsa conclusionale, afferma che la sentenza sia da riformare in quanto si fonda su tre erronei assunti articolati nel punto 3 della motivazione a pagg. 5, 6 e 7 della impugnata sentenza, richiamati e criticati anche nella comparsa conclusionale ivi riportati nel modo che segue:

“(…) S.r.l. non era custode e non è responsabile per il solo fatto di aver provocato il pignoramento in forza del quale sono stati staggiti ed asportati i beni di proprietà della (…) poi risultati dispersi;

(…), subentrato all'(…), non è responsabile perché vi sarebbe stata una “interruzione del servizi” tra (…) ed (…) tanto che, dando per provate circostanze per le quali non è stata fornita prova né costituita né costituenda all’epoca di subentro di (…) ad (…) i beni non erano stati più rinvenuti in loco”

(…), terzo chiamato in garanzia da (…), non è responsabile perché non è provato che esso abbia perpetrato l’obbligo custodiale in capo all'(…), che ad (…) è succeduto l’anno dopo il pignoramento sic!”.

Per quanto riguarda la posizione del creditore procedente (…) s.r.l., citato nel giudizio di primo grado dalla ditta individuale appellante, la sentenza impugnata merita conferma nella parte in cui ne esclude qualsivoglia responsabilità per la sottrazione dei beni pignorati, dal momento che la società non ha mai assunto alcun obbligo di custodia rispetto ai beni, limitandosi ad introdurre istanza in base alla quale si è proceduto al pignoramento. Non si vede davvero come l’appellante possa affermare la responsabilità nei confronti di (…) s.r.l. per il solo legittimo esercizio del diritto a procedere ad esecuzione sui beni in forza di un titolo, costituito dal decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo emesso dal Tribunale di Mantova, che, al tempo della richiesta esecuzione, era certamente idoneo a sostenere l’azione esecutiva proposta. Sul punto, il motivo si appalesa inammissibile in quanto, in primo grado, nessuna allegazione in termini di colpa è stata mossa ad (…) S.r.l. dalla ditta individuale, mentre in appello vengono evidenziati profili che nulla hanno a che vedere con la sottrazione dei beni, ma attengono invece, come appena ricordato, alla critica dell’esercizio dell’azione esecutiva da parte del creditore procedente, del tutto legittima in quanto fondata sul titolo azionabile al momento dell’avvio dell’azione.

Per quanto riguarda la posizione di (…)., si osserva come l’appellante non abbia mosso alcuna censura alla sentenza impugnata nella parte in cui, facendo leva sulla documentazione prodotta agli atti dall’attore e dal convenuto in primo grado, afferma che la sparizione dei beni è avvenuta nel 1997, vale a dire prima del subentro di (…). al precedente ente custode, (…) S.r.l., che aveva cessato l’attività nel luglio 1999, e che al momento del subentro, i beni non erano stati rinvenuti. La ditta appellante, nonostante l’incontestato rilascio di una nuova concessione in favore di (…). per l’esercizio dell’attività di custodia dei beni, si è limitata invece ad asserire la continuità di fra i due enti, sulla base delle cariche assegnate a (…) nei predetti enti (pag.10 atto di appello), comprovate dalle visure della Camera di Commercio di (…) ed (…) depositate dall’appellante solo in appello (docc. 3 – 4). In proposito, va rilevata, sia pure incidentalmente, la posizione assunta dal custode dr. G.Go., direttore di (…) all’epoca del pignoramento dei beni e della loro sparizione, la cui condotta è stata peraltro ampiamente censurata da (…) S.r.l. nella comparsa di costituzione e difesa depositata per il giudizio di primo grado (pagg.4-5), ma che non è stata approfondita nel corso del giudizio di primo grado a motivo della tardività processuale della chiamata del terzo correttamente rilevata dal Tribunale di Bologna con ordinanza istruttoria del 16/3/2006.

La documentazione prodotta a sostegno della tesi della continuità fra i suddetti enti (visure camerali) è stata prodotta in giudizio tardivamente, vale a dire solo nel giudizio di appello, e non può quindi essere utilizzata a sostegno della tesi dell’appellante, peraltro comunque infondata a motivo dell’evidente discontinuità fra i due enti comprovata non solo dalla presenza di due concessioni distinte, rilasciate per l’avvio dell’attività, ma anche dal fatto che alla cessazione dell’attività da parte di (…), avvenuta nel luglio 1999, non è pacificamente seguito l’avvio, senza soluzione di continuità, dell’attività da parte di (…)., attiva solo dall’ottobre 1999, previa acquisizione di autonomo titolo concessorio. In definitiva, nessuna responsabilità per la perdita dei beni può essere rinvenuta in capo all’appellata (…) S.r.l., in quanto essa è avvenuta nel 1997, molto tempo prima del suo insediamento, prima quindi che i beni le venissero affidati, e nessuna prova è stata fornita circa la successione fra i due enti, ma, al contrario, essendosi formata nel giudizio di primo grado la prova contraria della piena discontinuità fra i predetti enti. (…). non risulta giudizialmente chiamata a rispondere della sparizione dei beni non solo per il fatto che non sia stata provata la traslazione nei suoi confronti dell’obbligo di custodia, ma anche perché, riguardo alla posizione del terzo chiamato (…), che la ditta appellante individua quale collegamento fra i due enti in grado di dimostrarne la continuità di azione (pag. 10 atto di appello), nessun motivo di appello è stato proposto nei confronti della parte della sentenza con la quale il Tribunale di Bologna ha deciso di non statuire alcunché sulle domande di accertamento della responsabilità per la sparizione dei beni proposte nei confronti di (…). Ciò a motivo del fatto, incontestato anche in appello, che non sono state assunte conclusioni nei confronti del (…) né nella comparsa di costituzione di (…) né nell’atto di chiamata di terzo, risultando pertanto inammissibili le conclusioni assunte in appello nei confronti di quest’ultimo.

Come si è già riferito in fatto, la domanda proposta da (…). nei confronti di (…) è stata rinunziata, previo accordo transattivo intercorso fra le parti durante il giudizio di appello, e depositato all’udienza del 4/10/2016, risultando pertanto improcedibile per sopravvenuta cessazione della materia del contendere.

Resta ancora da scrutinare la domanda di condanna al risarcimento del danno per lite temeraria proposta dalla da (…). nei confronti della ditta individuale in liquidazione (…) di (…), ai sensi dell’art. 96 c.p.c., riproposta con l’appello rubricato al numero di RG. 655/2012, per asserita condotta dell’appellante ditta individuale (…) connotata dagli estremi della mala fede o della colpa grave. La domanda appare infondata nell’an, non sussistendo gli estremi della mala fede o anche solo della colpa grave, nell’azione avviata dalla ditta individuale (…) di (…) per ottenere il risarcimento del danno derivante dalla mancata restituzione dei beni pignorati. La domanda è poi del tutto sprovvista di supporto anche solo indiziario del quantum richiesto, genericamente, lasciato integralmente alla liquidazione in via equitativa del giudice, e non può quindi trovare accoglimento, in forza dell’applicazione dell’art. 96 c.p.c., operata costantemente dalla giurisprudenza di legittimità, a mente della quale “In tema di responsabilità aggravata per lite temeraria, che ha natura extracontrattuale, la domanda di cui all’art. 96, primo comma, cod. proc. civ. richiede pur sempre la prova, incombente sulla parte istante, sia dell'”an” e sia del “quantum debeatur”, o comunque postula che, pur essendo la liquidazione effettuabile di ufficio, tali elementi siano in concreto desumibili dagli atti di causa” (Cass. Civ. Sez. Lav. n. 9080 del 15/4/2013). Più di recente, sempre in tema di responsabilità aggravata ex art.96 comma 1 c.p.c., la Suprema Corte ha confermato tale impostazione affermando che la “il risarcimento del danno da responsabilità aggravata non si sottrae principi generali in materia di onere della prova non concretando l’istituto una sanzione civile. La decisione è conforme ai principi di cui alla sentenza Sez. U, Ordinanza n. 7583 del 20/04/2004 che ha affermato che la domanda di risarcimento dei danni ex art. 96 c.p.c. non può trovare accoglimento tutte le volte in cui la parte istante non abbia assolto all’onere di allegare (almeno) gli elementi di fatto necessari alla liquidazione, pur equitativa, del danno lamentato” (Cass. Civ. Sez. III n.21798 del 27/10/2015).

La domanda riconvenzionale per lite temeraria va quindi respinta.

Per quanto riguarda infine la regolazione delle spese del grado, va condannata la sola ditta individuale A. di (…), in liquidazione, a rifondere le spese del grado in favore dell’appellato (…), quantificate secondo i criteri di cui al D.M. n. 55 del 2014, in ragione dei minimi tariffari applicati in base al valore delle due cause riunite, oltre oneri come per legge e rimborso spese generali (15%), tenuto conto dell’accordo transattivo sottoscritto fra (…). e (…) nel corso del giudizio di appello, in base al quale le parti hanno deciso di compensare integralmente fra loro le spese di lite dell’appello.

Le spese di lite vanno compensate fra le appellanti delle due cause riunite, in ragione della reciproca soccombenza.

P.Q.M.

la Corte di appello di Bologna, definitivamente pronunciando sulla cause riunite di cui ai numeri di RG.655/2012 ed RG.813/2012, proposte per l’impugnazione della sentenza n.143/2012, emessa dal Tribunale di Bologna:

1) rigetta l’appello proposto dalla ditta individuale in liquidazione (…) di (…);

2) rigetta l’appello proposto da (…).

3) dichiara cessata la materia del contendere sull’appello proposto da (…). nei confronti di (…)

4) condanna la ditta individuale in liquidazione (…) di (…) a rifondere la spese del grado in favore di (…), pari ad Euro 4.700,00 oltre IVA e CPA come per legge, e rimborso spese generali (15%).

5) compensa le spese di lite fra la ditta individuale in liquidazione A. di (…) ed (…)..

Così deciso in Bologna il 24 aprile 2018.

Depositata in Cancelleria il 30 maggio 2018.