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L’art. 154 cod. civ. stabilisce che la riconciliazione determina l’abbandono della domanda di separazione personale

 

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L’art. 154 cod. civ. stabilisce che la riconciliazione determina l’abbandono della domanda di separazione personale. Il successivo art. 157 cod. civ. ne regola gli effetti successivamente alla sentenza con la quale è stata dichiarata la separazione personale. In nessuna delle due norme la riconciliazione può essere ricondotta ad un fatto impeditivo, qualificabile come eccezione in senso stretto, trattandosi della sopravvenienza di una nuova condizione da accertarsi C officiosamente dal giudice I ancorché sulla base delle deduzioni e allegazioni delle parti. Il regime giuridico è nettamente diverso nel giudizio di divorzio in quanto l’art. 3, comma quinto così come sostituito dall’art. A n. 74 del 1987, stabilisce espressamente che l’interruzione della separazione, in quanto fatto specificamente impeditivo ~1la realizzazione della condizione temporale stabilita nella medesima disposizione, deve essere eccepita dalla parte convenuta. Ne consegue, limitatamente a questa ipotesi, l’improponibilità per la prima volta in appello dell’eccezione (Cass. 23510 del 2010) . Nella specie, tuttavia, la parte che l’ha invocata non ha indotto alcuna allegazione o mezzo istruttorio al fine di fornirne la dimostrazione né in primo né in secondo grado. Al contrario, come bene evidenziato nella sentenza impugnata, è emerso che la proposizione della domanda riconvenzionale di addebito ed il comportamento processuale univocamente tenuto nel procedimento di primo grado abbiano fornito forti indizi contrari. Della opposta riconciliazione come rilevato dal giudice del merito, in conclusione, è mancata del tutto la prova.

 

Al riguardo deve osservarsi che l’accertamento delle condizioni di fatto idonee a determinare l’insussistenza della situazione descritta nell’art. 151, primo comma, cod. civ. costituisce un’indagine di merito sottratta al sindacato della Corte di Cassazione (Cass. 4748 del 1999). Peraltro, ai fini della riconciliazione non è sufficiente la mera coabitazione,ma è necessario il ripristino della comunione di vita e d’intenti materiale e spirituale che costituisce il nucleo del vincolo coniugale (Cass. 19497 del 2005). Nella specie, la Corte d’Appello ha evidenziato la sussistenza di comportamenti anche processuali nettamente ostativi a tale ripristino. Infine deve osservarsi che la dedotta coabitazione risulta meramente dichiarata senza alcuna specifica allegazione di fatti probanti e consequenziale deduzione di mezzi istruttori idonei a sostenerne la fondatezza.

 

 

Articolo 157 Codice Civile

Cessazione degli effetti della separazione

I coniugi possono di comune accordo far cessare gli effetti della sentenza di separazione, senza che sia necessario l’intervento del giudice, con una espressa dichiarazione o con un comportamento non equivoco che sia incompatibile con lo stato di separazione [154].

La separazione può essere pronunziata nuovamente soltanto in relazione a fatti e comportamenti intervenuti dopo la riconciliazione.

Articolo 154 Codice Civile

Riconciliazione

La riconciliazione tra i coniugi comporta l’abbandono della domanda di separazione personale già proposta [157]

 

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Suprema Corte di Cassazione I Sezione Civile

Sentenza 10 luglio – 17 settembre 2014, n. 19535

Presidente Luccioli – Relatore Acierno

Svolgimento del processo

Con la sentenza impugnata, la Corte d’Appello di Venezia, confermando la sentenza di primo grado dichiarava la separazione personale tra i coniugi G.C. e C.C..

Sul motivo d’appello del C. relativo all’intervenuta riconciliazione tra le parti attestata dalla mancata interruzione della coabitazione, la Corte affermava che in primo grado entrambe avevano richiesto reciprocamente l’addebito della separazione, con condotta del tutto incompatibile la dedotta riconciliazione. Inoltre, le circostanze indicate si erano verificate fin dal primo grado del giudizio Ima l’eccezione veniva prospettata per la prima volta soltanto in comparsa conclusionale.

In ordine alle statuizioni economiche veniva rilevato che le argomentazioni e produzioni della parte appellante non conducevano ad una modifica dei provvedimenti assunti in primo grado in quanto le capacità economico-patrimoniali devono essere tratte anche dai cespiti immobiliari e dalle potenzialità di guadagno, le quali risultavano senz’altro riscontrabili in un libero professionista dell’età dell’appellante. Avverso tale pronuncia ha proposto ricorso il C., affidato illustrato con memoria a tre motivi. Ha resistito con controricorso C.C.

Motivi della decisione

 

Con il primo motivo di ricorso viene dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 151 cod. civ. per avere la Corte d’Appello escluso la riconciliazione tra le parti, sulla base della domanda riconvenzionale di addebito formulata dal C. in primo grado. La censura viene sollevata anche ai sensi dell’art. 360 n. 5 cod. proc. civ. In particolare il ricorrente rileva di aver abbandonato la domanda di addebito subito dopo l’instaurazione del procedimento di primo grado. Aggiunge che nella specie è mancata quella condizione di disaffezione al matrimonio e d’intollerabilità &1la sua prosecuzione da riscontrarsi almeno in uno dei due coniugi tale da rendere incompatibile con essa la convivenza, dal momento che la coabitazione non si è mai interrotta. Precisa di essersi sempre opposto alla separazione.

Nel secondo motivo viene dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 154 cod. civ. e dell’art. 112 cod. proc. civ., nonché degli artt. 190 e 345 cod. proc. civ. per avere la Corte d’Appello ritenuto tardiva l’eccezione di riconciliazione, in quanto collocabile temporalmente nel 2006 mentre il giudizio di primo grado era in corso. Il motivo viene formulato anche sotto il profilo del vizio di motivazione. Afferma al riguardo il ricorrente che nella specie non trova applicazione alcuna preclusione processuale, dovendosi escludere la separazione ogni qual volta la convivenza sia stata stabilmente ed effettivamente ripristinata. Nella specie, peraltro, di ripristino vero e proprio non si può parlare perché la coabitazione non si è mai interrotta. Vi sono stati come comportamenti rivolti a determinare la soluzione di continuità nella comunione di vita coniugale, soltanto il ricorso per separazione nonché il tentativo di estromettere il C. dal domicilio coniugale nel 2006, ma si è trattato di tentativi meramente formale. La situazione effettiva è del tutto divergente da quella formalizzata nelle due pronunce. Infine la riconciliazione non può integrare un’eccezione in senso stretto, ma deve ritenersi rilevabile d’ufficio, quanto meno nel giudizio di separazione.

Nel terzo motivo di ricorso viene dedotto il vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione sul punto controverso e decisivo per il giudizio consistente nel “profilo economico” della decisione, per avere la Corte d’Appello erroneamente valutato la capacità economico ­patrimoniale del ricorrente e la sua potenzialità di guadagno.

Il primo motivo di ricorso deve essere ritenuto inammissibile in ordine ad entrambe le censure esaminate, mirando a richiedere una non consentita rivalutazione dei fatti alternativa a quella effettuata dalla Corte d’Appello (S.U. 24148 del 2013) con motivazione adeguata ed esauriente,in quanto fondata sulla concreta selezione dei fatti rilevanti, ed in particolare sulla circostanza relativa alla formulazione della domanda riconvenzionale di addebito da parte del ricorrente. Al riguardo deve osservarsi che l’accertamento delle condizioni di fatto idonee a determinare l’insussistenza della situazione descritta nell’art. 151, primo comma, cod. civ. costituisce un’indagine di merito sottratta al sindacato della Corte di Cassazione (Cass. 4748 del 1999). Peraltro, ai fini della riconciliazione non è sufficiente la mera coabitazione,ma è necessario il ripristino della comunione di vita e d’intenti materiale e spirituale che costituisce il nucleo del vincolo coniugale (Cass. 19497 del 2005). Nella specie, la Corte d’Appello ha evidenziato la sussistenza di comportamenti anche processuali nettamente ostativi a tale ripristino. Infine deve osservarsi che la dedotta coabitazione risulta meramente dichiarata senza alcuna specifica allegazione di fatti probanti e consequenziale deduzione di mezzi istruttori idonei a sostenerne la fondatezza.

Il secondo motivo è infondato, ma la motivazione della Corte d’Appello deve essere corretta, ai sensi dell’art. 384¡ ultimo comma, cod. proc. civ. L’art. 154 cod. civ. stabilisce che la riconciliazione determina l’abbandono della domanda di separazione personale. Il successivo art. 157 cod. civ. ne regola gli effetti successivamente alla sentenza con la quale è stata dichiarata la separazione personale. In nessuna delle due norme la riconciliazione può essere ricondotta ad un fatto impeditivo, qualificabile come eccezione in senso stretto, trattandosi della sopravvenienza di una nuova condizione da accertarsi C officiosamente dal giudice I ancorché sulla base delle deduzioni e allegazioni delle parti. Il regime giuridico è nettamente diverso nel giudizio di divorzio in quanto l’art. 3, comma quinto così come sostituito dall’art. A n. 74 del 1987, stabilisce espressamente che l’interruzione della separazione, in quanto fatto specificamente impeditivo ~1la realizzazione della condizione temporale stabilita nella medesima disposizione, deve essere eccepita dalla parte convenuta. Ne consegue, limitatamente a questa ipotesi, l’improponibilità per la prima volta in appello dell’eccezione (Cass. 23510 del 2010) . Nella specie, tuttavia, la parte che l’ha invocata non ha indotto alcuna allegazione o mezzo istruttorio al fine di fornirne la dimostrazione né in primo né in secondo grado. Al contrario, come bene evidenziato nella sentenza impugnata, è emerso che la proposizione della domanda riconvenzionale di addebito ed il comportamento processuale univocamente tenuto nel procedimento di primo grado abbiano fornito forti indizi contrari. Della opposta riconciliazione come rilevato dal giudice del merito, in conclusione, è mancata del tutto la prova.

Il terzo motivo deve ritenersi inammissibile perché rivolto come il primo ad un riesame dei fatti già apprezzati incensurabilmente dal giudice di merito, non essendo riscontrabile l’individuazione di uno specifico e puntuale profilo della motivazione oggetto di censurai ma soltanto la generica contestazione della valutazione del “profilo economico”.

In conclusione, il ricorso deve essere rigettato e la parte ricorrente, in applicazione del principio della soccombenza, condannata al pagamento delle spese di lite del presente procedimento.

P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente procedimento in favore della parte controricorrente i che liquida in E 4000 per compensi, E 200 per esborsi oltre alle spese forfettarie ed accessori di legge.

In caso di diffusione omettere le generalità.

Così deciso nella camera di consiglio del 10 luglio 2014

 

La separazione consensuale con figli: ciò che c’è da sapere

 

Separarsi, anche in via consensuale, parte da una constatazione di base: si tratta di un passo doloroso per entrambe le parti. Ma se ci sono figli di mezzo, allora, è il loro interesse che deve venire prima di tutto. Ai bambini, infatti, occorre pensare quando si decide di compiere un passo del genere e per farlo nel modo migliore, ancora prima di qualsiasi atto legale, è opportuno attenersi a qualche principio umano: evitare di litigare davanti a loro e rassicurarli sull’amore di entrambi i genitori che non viene (e non verrà) a mancare. Anzi, il legame affettivo potrà solo diventare più forte. Detto questo, c’è poi un iter legale che va affrontato in una separazione consensuale.

 

Quando la separazione diventa effettiva

 

Un momento importante è quello fissato dal presidente del tribunale per sondare la strada della conciliazione. Se questa strada risulta non percorribile, allora si procede arrivando alla cosiddetta omologazione del tribunale che si pronuncia in base alla relazione del presidente: è solo a quel punto che la separazione acquista efficacia, non basta infatti il solo accordo dei coniugi, e in essa sono contenute le condizioni della separazione stessa. Condizioni che, riguardando i coniugi e i figli, in seguito possono essere modificabili, se si modifica la situazione.

 

Gli accordi su questioni rilevanti

 

Le mosse per arrivare all’omologazione partono, in caso di separazione consensuale, dall’accordo tra i coniugi su questioni rilevanti, come l’affidamento e il mantenimento dei figli. Se i punti dell’accordo vengono tuttavia ritenuti dal tribunale in contrasto con l’interesse dei bambini, i genitori vengono riconvocati per indicare loro quali sono le modifiche opportune. Se queste non vengono accolte (o se comunque l’accordo non raggiunge uno stato valutato come idoneo), il magistrato può rifiutare l’omologazione.

 

Modifiche delle condizioni per la separazione

 

Per le modifiche, deve essere sempre il tribunale a intervenire. Lo fa una volta sentite le parti in causa e, nel caso si renda necessario, può acquisire mezzi istruttori (ad esempio, testimonianze, consulenze psicologiche e documenti che attestino cambiamenti nel tenore di vita di una delle persone della famiglia che si è sciolta). Inoltre, nel caso poi in cui il tribunale non possa pronunciarsi nell’immediato, si può ricorrere a provvedimenti provvisori su temi come l’affidamento, l’assegnazione della casa o il mantenimento dei figli o dell’ex coniuge.

 

Il rispetto dei diritti dei figli

 

I bambini hanno diritto a un rapporto equilibrato e continuativo con i genitori. Inoltre, tra i loro diritti, rientrano le cure, l’educazione, l’istruzione e l’assistenza morale. A questi si aggiungono i rapporti con i nonni e con i parenti sia del padre che della madre e per soddisfare ciascuno di questi diritti, il giudice adotta provvedimenti che li garantiscano. Come primo passo, si verifica la possibilità che i bambini siano affidati a entrambi i genitori. Se questo non è possibile, allora il giudice indica quale sarà il genitore affidatario determinando quando e come l’altro potrà essere vedere i figli. Inoltre stabilisce anche come e quanto madre e padre devono contribuire dal punto di vista economico. Se infine nessuno dei genitori viene ritenuto idoneo, allora il giudice si può avvalere dell’affidamento familiare e una copia del provvedimento deve essere trasmessa dal pubblico ministero al giudice tutelare.

 

I minori: chi prende le decisioni

 

Si chiama responsabilità genitoriale e viene esercitata da entrambi i genitori. Le decisioni, dunque, devono essere prese di comune accordo tenendo presente specifiche condizioni dei figli, come le loro capacità, le loro inclinazioni naturali e le loro aspirazioni. Se questo accordo non c’è, ecco allora che interviene il giudice il quale, per le questioni di ordinaria amministrazione (quelle che riguardano la quotidianità), può disporre anche che i genitori agiscano separatamente. Se poi un genitore non si attenesse alle condizioni stabilite, il giudice può decidere di modificare le modalità di affidamento.

 

Il mantenimento dei bambini

 

Se ne deve occupare ciascun genitore in modo proporzionale al proprio reddito. Se viene definito un assegno periodico (adeguato nel tempo in base agli indici Istat, a meno di parametri differenti indicati dalle parti o dal giudice), il suo importo tiene conto delle esigenze del bambino, del suo tenore di vita quando i genitori ancora convivevano, della durata del periodo che trascorre con ciascuno, delle risorse dei genitori e della portata dei compiti che si assumono sia la madre che il padre. Ovviamente, per procedere, occorre che siano disponibili informazioni economiche sui coniugi e se queste non risultano abbastanza chiare e documentate, allora può essere disposto un accertamento da parte della polizia tributaria su redditi e beni anche intestati a terzi.

 

La casa familiare, la residenza e il domicilio

 

La casa familiare viene assegnata anche in questo caso in base all’interesse dei figli e l’assegnatario può vedersela revocare nel caso non vi abiti o non vi abiti stabilmente. Lo stesso accade se decide di convivere more uxorio o se si sposa di nuovo. Il provvedimento di assegnazione (o anche quello di revoca) può essere trascrivibile e ci si può opporre. Inoltre, entrambi i genitori sono obbligati a comunicarsi cambi di residenza o di domicilio e per farlo devono rispettare il termine perentorio di trenta giorni. Se ciò non accade, occorre risarcire l’eventuale danno derivato dalle difficoltà di rintracciare il genitore che non ha rispettato quest’obbligo.

 

I rapporti patrimoniali tra i coniugi

 

Infine anche il coniuge che non gode di un adeguato reddito proprio e a cui non è addebitabile la separazione ha diritto a ricevere un importo per il proprio mantenimento, oltre a quanto già definito per gli alimenti ai figli. Quell’importo viene indicato in base alla condizione e al reddito dell’altro coniuge e se il giudice ha motivo di temere che questi non rispetti l’obbligo, può imporgli di fornire adeguate garanzie reali o personali. Inoltre, se l’inadempienza diventa realtà, l’avente diritto chiede al giudice di disporre il sequestro di una parte dei beni dell’ex coniuge e di ordinare a terzi tenuti a versamenti periodici al trasgressore dell’obbligo (ad esempio, datori di lavori) di destinare una parte di quei versamenti agli aventi diritto.

 

 

 

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  1. LA SEPARAZIONE CONSENSUALE
  2. La separazione dei coniugi può essere consensuale o giudiziale. Ai sensi dell’articolo 150 del codice civile come modificato dall’articolo 32 della Legge del 19.05.1975 n. 151 la separazione tra i coniugi può essere consensuale o giudiziale.

 

  1. La separazione consensuale si basa sull’accordo dei coniugi.
  2. Optare per una separazione consensuale è indubbiamente la strada più veloce ed economica per porre fine al proprio rapporto matrimoniale.
  3. Si tratta di un accordo tra i coniugi che viene manifestato in un apposito atto (ricorso) davanti al Tribunale competente.
  4. L’accordo di separazione consensuale dei coniugi viene consacrato in un ricorso (chiamato ricorso per separazione consensuale), all’interno del quale debbono essere indicate le condizioni alle quali i coniugi intendono separarsi. Ci riferiamo in particolare all’accordo sull’assegnazione della casa coniugale, sull’affidamento dei figli, sul mantenimento e sulle modalità di frequentazione degli stessi, sulla somma periodica da corrispondere eventualmente al coniuge più debole.
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La pronuncia di addebito postula in ogni caso:

1) la violazione, da parte di uno dei coniugi, di uno dei fondamentali e più rilevanti obblighi o doveri nascenti dal matrimonio;

2) l’accertamento che il comportamento contrario ai doveri coniugali abbia causato l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza (cosiddetto “accertamento del nesso eziologico”) e si sia determinato nel perdurare della convivenza. Quindi, in genere non si può addebitare la separazione sulla base di comportamenti successivi alla cessazione della convivenza. Tuttavia, possono essere considerati rilevanti i fatti eventualmente accaduti dopo il provvedimento del presidente del Tribunale che autorizza i coniugi a vivere separatamente, nello specifico caso in cui posseggano autonomo e concreto rilievo causale in ordine alla produzione dell’effetto dell’improseguibilità della convivenza e dell’addebito (Cass. Civ. Sent. 6621 del 14.7.1994).

3) La riferibilità dell’atto contrario ai bona matrimonii al comportamento volontario e cosciente di uno dei due coniugi, ovvero a persona capace di intendere e di volere. Ne consegue la non addebitabilità della separazione al coniuge che abbia posto in essere comportamenti contrari ai doveri coniugali a causa di uno stato di malattia mentale.

 

 

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Corte di Cassazione, sentenza n. 13983 del 19 giugno 2014 della Cassazione

Uno degli aspetti più frequenti nella condizione di disagio intrafamiliare  che può sfociare nella separazione (anche se allo stesso tempo può costituirne un freno inibitore) è quello relativo al così detto mobbing familiare o coniugale.

Il Mobbing coniugale consiste in attacchi e accuse, svolte in modalità sistematiche nei confronti del partner, cercando di colpirlo nelle sue parti più deboli e di umiliarlo. Per riconoscerlo dovranno essere presenti tentativi di sminuire il suo ruolo nell’ambito familiare, emarginazioni, continue provocazioni e prevaricazioni anche senza motivo, pressioni affinchè il coniuge lasci il letto coniugale, o il tetto coniugale, o la gestione economica nelle mani del mobber.

 

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Per mobbing si intende comunemente una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell’ambiente di lavoro, che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili (illeciti o anche leciti se considerati singolarmente) che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità (v., tra le altre, Cass., sez. lav., n. 3785/2009; anche n. 18093/2013). La nozione di mobbing è particolarmente utile per fotografare quelle situazioni patologiche che possono sorgere in presenza di un dislivello tra gli antagonisti, dove la vittima si trova in posizione di costante inferiorità rispetto ad un’altra o ad altre persone, e ciò spiega perché è con riferimento ai rapporti di lavoro che quella nozione è stata elaborata ed ha avuto applicazione.

In ambito familiare, invece, vige il principio di uguaglianza morale e giuridica tra i coniugi (art. 3 Cost.); l’unità familiare (art. 29 Cost.), che in passato aveva consentito di giustificare l’autorità del marito, è oggi affidata all’accordo dei coniugi che, come notato da acuta dottrina, condiziona la costituzione e conservazione del rapporto matrimoniale. La ricorrente sollecita l’applicazione della nozione di mobbing anche ai rapporti familiari tra coniugi, valorizzandone la natura di comportamento contrario ai doveri che derivano del matrimonio e idoneo a rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza (art. 151 c.c.), nei casi in cui un coniuge assuma atteggiamenti persecutori nei confronti dell’altro al fine di costringerlo ad abbandonare il tetto coniugale o ad accettare separazioni consensuali a condizioni inadeguate. Si ipotizza, in sostanza, che il comportamento del coniuge mobber integri di per sé una violazione degli obblighi di assistenza morale e materiale e di collaborazione previsti dall’art. 143 c.c., ma questa conclusione non è condivisibile.

La nozione di mobbing in materia familiare è utile in campo sociologico, ma in ambito giuridico assume un rilievo meramente descrittivo, in quanto non scalfisce il principio che l’addebito della separazione richiede pur sempre la rigorosa prova sia del compimento da parte del coniuge di specifici atti consapevolmente contrari ai doveri del matrimonio – quelli tipici previsti dall’art. 143 c.c. e quelli posti a tutela della personalità individuale di ciascun coniuge in quanto singolo e membro della formazione sociale familiare ex artt. 2 e 29 Cost. – sia del nesso di causalità tra gli stessi atti e il determinarsi dell’intollerabilità della convivenza o del grave pregiudizio per i figli (v., tra le tante, Cass. n. 25843/2013, n. 2059/2012, n. 14840/2006). Questa impostazione, la quale esclude ogni facilitazione probatoria per il coniuge richiedente l’addebito, neppure scalfisce (ed è anzi coerente con) il principio secondo cui il rispetto della dignità e della personalità dei coniugi assurge a diritto inviolabile la cui violazione può rilevare come fatto generatore di responsabilità aquiliana (v. Cass. n. 5652/2012, n. 9801/2005) anche in mancanza di una pronuncia di addebito della separazione (v. Cass. n. 18853/2011).

Il secondo motivo del ricorso principale, in tema di affidamento del figlio, è inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse, avendo egli raggiunto la maggiore età nell’anno 2013.

Venendo al ricorso incidentale del F., il primo motivo (per violazione e falsa applicazione dell’art. 116 c.p.c. e insufficiente motivazione) riguarda il mancato addebito della separazione alla moglie, in quanto considerata responsabile di una continua e reiterata condotta aggressiva verso il marito consistita in numerose iniziative assunte in varie sedi processuali (quali la proposizione del gravame avverso la sentenza del tribunale, di un ricorso urgente nel giudizio di appello e del ricorso per cassazione in esame, nonché per avere proposto una querela nei suoi confronti, rifiutato una proposta transattiva e introdotto altra causa civile per il rimborso delle spese di ristrutturazione dell’abitazione coniugale). Il motivo è infondato in quanto basato su comportamenti del coniuge in parte diversi da quelli fatti valere nel giudizio di merito (dove il F. aveva dedotto il carattere intollerante della moglie, la sua ostilità verso la famiglia di origine del marito, l’insofferenza verso la casa coniugale) e in parte successivi alla proposizione della domanda di separazione e, quindi, intrinsecamente privi di ogni influenza ai fini della intollerabilità della convivenza e, conseguentemente, della pronuncia di addebito (v. Cass. n. 8512/2006, n. 3098/1995).

Il secondo motivo dell’incidentale, che deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 155 bis c.c. e 91 e 96 c.p.c., è inammissibile, avendo la corte di appello fatto uso del potere discrezionale di compensazione delle spese processuali, in considerazione della soccombenza reciproca, che è incensurabile in Cassazione (v. Cass., sez. un., n. 14989/2005).

 

TESTO DELLE SENTENZA

Suprema Corte di Cassazione I Sezione Civile

Sentenza 29 aprile – 19 giugno 2014, n. 13983

Presidente Luccioli – Relatore Lamorgese

Svolgimento del processo

Il Tribunale di Torino, giudicando nella causa di separazione personale tra i coniugi G.M. e G.F., rigettò le reciproche domande di addebito, dispose l’affidamento condiviso del figlio minore con collocazione abitativa presso la madre, disciplinando le modalità dei rapporti con il padre, e pose a carico del F. un contributo al mantenimento del figlio e della moglie.

La Corte di appello di Torino, con sentenza 1 giugno 2012, ha rigettato l’appello principale della M. e quello incidentale del F. Per quanto ancora interessa in questa sede, con riguardo alle domande di addebito, la corte ha condiviso la valutazione del tribunale che aveva ritenuti che i fatti da lei addebitati al marito (tra cui comportamenti assimilabili a mobbing familiare, atteggiamenti prepotenti e sprezzanti, villane espressioni indirizzate alla moglie, ecc.) non fossero causa ma effetto di un progressivo deterioramento del rapporto coniugale già in atto e che ciò giustificasse la decisione di non ammettere le istanze probatorie della M. in quanto attinenti a fatti temporalmente prossimi alla richiesta di separazione o generici e irrilevanti; analoga condivisione è stata espressa dalla corte con riguardo al rigetto della domanda di addebito proposta dal marito in relazione a fatti che non dimostravano la violazione dei doveri nascenti dal matrimonio e non rilevanti come causa della crisi matrimoniale. La corte ha inoltre ritenuto che non vi fossero ragioni di opportunità per modificare il regime di affidamento condiviso del figlio, che era in vigore dal 2006 con risultati positivi, anche tenuto conto del fatto che egli era prossimo alla maggiore età e che entrambi i genitori erano adeguati a tal fine.

Avverso questa sentenza la M. propone ricorso per cassazione sulla base di due motivi, cui resiste il F. che propone ricorso incidentale affidato a due motivi. Entrambe le parti hanno presentato memorie.

Motivi della decisione

Preliminarmente va dichiarata inammissibile la corposa produzione documentale allegata alla memoria del F. ex art. 378 c.p.c., non avente ad oggetto né la nullità della sentenza impugnata né l’ammissibilità del controricorso (art. 372 c.p.c.).

Venendo ad esaminare il ricorso principale, nel primo motivo la M. deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 115, 116, 151, comma 2, e 277 c.c., nonché insufficiente motivazione, per avere la corte del merito rigettato il motivo di appello con cui essa aveva dedotto l’erronea valutazione da parte del primo giudice delle condotte di mobbing poste in essere dal F. e consistite in provocazioni, offese e umiliazioni di vario genere e con diverse modalità al fine di indurla a lasciare la casa coniugale. Il tribunale aveva ritenuto che quelle condotte erano successive al sorgere della crisi coniugale, come dimostrato da un fax dell’avv. B. dell’8 gennaio 2006 da cui emergeva che le parti già allora erano assistite da difensori a causa di una crisi che sarebbe sfociata nel ricorso per separazione presentato il 1° dicembre 2006. Tale valutazione non sarebbe condivisibile perché inficiata da un errore materiale sulla data del fax, inviato ai difensori del F. un anno dopo (l’8 gennaio 2007), con la conseguenza che le condotte di mobbing precedevano i contatti tra i difensori di quasi un anno e, quindi, doveva ritenersi che erano state causa della crisi coniugale. Inoltre, si imputa alla corte del merito di avere, da un lato, svalutato la rilevanza di fatti accaduti sin dal 2002 e, dall’altro, attribuito improprio valore alle dichiarazioni rese dagli stessi coniugi all’udienza presidenziale.

Il motivo è infondato.

Una violazione dell’art. 115 c.p.c. è configurabile solo ove il giudice ometta di valutare le risultanze istruttorie indicate dalla parte come decisive o ponga a base della decisione circostanze non ritualmente acquisite al giudizio; inoltre, non sussiste violazione dell’art. 116 C.P.C. laddove, nell’esercizio del suo prudente apprezzamento delle risultanze istruttorie, il giudice indichi con motivazione logica ed esauriente (o lasci intendere implicitamente quali siano) le ragioni della ritenuta decisività di alcune risultanze istruttorie a preferenza di altre; né integra una violazione dell’art. 2697 c.c. (richiamato nel corpo del motivo) la erronea valutazione delle risultanze istruttorie che è censurabile soltanto per vizio della motivazione (v. Cass. n. 4330/2013, n. 12968/2012).

La corte torinese, con motivazione congrua ed immune da vizi logici, ha ritenuto che i comportamenti di mobbing addebitati al marito allo scopo di indurla ad abbandonare la casa coniugale non potevano dirsi causa ima conseguenza di una crisi coniugale già in atto, in quanto riferibili ad un periodo (primi mesi del 2006) in cui le parti erano già avviate sulla strada della separazione (formalizzata dal F. nel dicembre dello stesso anno), e ciò contrariamente a quanto sostenuto dalla ricorrente che ha erroneamente addebitato alla sentenza impugnata di avere ritenuto che la crisi coniugale fosse “perdurante da anni e anni anteriormente al 2006″. La corte ha anche condiviso la non ammissione di alcune istanze probatorie della M. in quanto “da un lato generiche quanto a collocazione temporale dei fatti addebitati e dall’altro irrilevanti”, statuizione questa non espressamente censurata in questa sede mediante un apposito mezzo che avrebbe dovuto essere supportato dall’indicazione dell’atto con cui quelle istanze erano state formulate, dalla trascrizione del testo delle stesse e da un’argomentata dimostrazione della loro decisività (la quale può comunque escludersi sia con riguardo al presunto errore lamentato dalla ricorrente circa la datazione del fax, sia con riguardo alle circostanze riferite in ricorso, datate al 2002 e alla fine del 2005, che dimostrano soltanto opinioni divergenti o contrasti di natura economica sulla ristrutturazione della casa coniugale). Del resto, com’è noto, l’individuazione delle fonti del proprio convincimento, la valutazione delle prove e anche la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice del merito, il quale, nel porre a fondamento della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi e circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata (v., tra le tante, Cass. n. 17097/2010, n. 12362/2006).

La ricorrente ha censurato per incongruità e contraddittorietà l’affermazione della corte che ha ritenuto che fosse improprio il riferimento all’istituto del mobbing in ambito familiare e che nel nostro ordinamento per provocare l’allontanamento del coniuge indesiderato non sarebbe necessaria l’adozione di un comportamento di tal genere, essendo sufficiente chiedere la separazione personale, come aveva fatto il F. senza attendere i risultati del suo ipotizzato piano persecutorio. Sono necessarie alcune precisazioni.

Per mobbing si intende comunemente una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell’ambiente di lavoro, che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili (illeciti o anche leciti se considerati singolarmente) che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità (v., tra le altre, Cass., sez. lav., n. 3785/2009; anche n. 18093/2013). La nozione di mobbing è particolarmente utile per fotografare quelle situazioni patologiche che possono sorgere in presenza di un dislivello tra gli antagonisti, dove la vittima si trova in posizione di costante inferiorità rispetto ad un’altra o ad altre persone, e ciò spiega perché è con riferimento ai rapporti di lavoro che quella nozione è stata elaborata ed ha avuto applicazione.

In ambito familiare, invece, vige il principio di uguaglianza morale e giuridica tra i coniugi (art. 3 Cost.); l’unità familiare (art. 29 Cost.), che in passato aveva consentito di giustificare l’autorità del marito, è oggi affidata all’accordo dei coniugi che, come notato da acuta dottrina, condiziona la costituzione e conservazione del rapporto matrimoniale. La ricorrente sollecita l’applicazione della nozione di mobbing anche ai rapporti familiari tra coniugi, valorizzandone la natura di comportamento contrario ai doveri che derivano del matrimonio e idoneo a rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza (art. 151 c.c.), nei casi in cui un coniuge assuma atteggiamenti persecutori nei confronti dell’altro al fine di costringerlo ad abbandonare il tetto coniugale o ad accettare separazioni consensuali a condizioni inadeguate. Si ipotizza, in sostanza, che il comportamento del coniuge mobber integri di per sé una violazione degli obblighi di assistenza morale e materiale e di collaborazione previsti dall’art. 143 c.c., ma questa conclusione non è condivisibile.

La nozione di mobbing in materia familiare è utile in campo sociologico, ma in ambito giuridico assume un rilievo meramente descrittivo, in quanto non scalfisce il principio che l’addebito della separazione richiede pur sempre la rigorosa prova sia del compimento da parte del coniuge di specifici atti consapevolmente contrari ai doveri del matrimonio – quelli tipici previsti dall’art. 143 c.c. e quelli posti a tutela della personalità individuale di ciascun coniuge in quanto singolo e membro della formazione sociale familiare ex artt. 2 e 29 Cost. – sia del nesso di causalità tra gli stessi atti e il determinarsi dell’intollerabilità della convivenza o del grave pregiudizio per i figli (v., tra le tante, Cass. n. 25843/2013, n. 2059/2012, n. 14840/2006). Questa impostazione, la quale esclude ogni facilitazione probatoria per il coniuge richiedente l’addebito, neppure scalfisce (ed è anzi coerente con) il principio secondo cui il rispetto della dignità e della personalità dei coniugi assurge a diritto inviolabile la cui violazione può rilevare come fatto generatore di responsabilità aquiliana (v. Cass. n. 5652/2012, n. 9801/2005) anche in mancanza di una pronuncia di addebito della separazione (v. Cass. n. 18853/2011).

Il secondo motivo del ricorso principale, in tema di affidamento del figlio, è inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse, avendo egli raggiunto la maggiore età nell’anno 2013.

Venendo al ricorso incidentale del F., il primo motivo (per violazione e falsa applicazione dell’art. 116 c.p.c. e insufficiente motivazione) riguarda il mancato addebito della separazione alla moglie, in quanto considerata responsabile di una continua e reiterata condotta aggressiva verso il marito consistita in numerose iniziative assunte in varie sedi processuali (quali la proposizione del gravame avverso la sentenza del tribunale, di un ricorso urgente nel giudizio di appello e del ricorso per cassazione in esame, nonché per avere proposto una querela nei suoi confronti, rifiutato una proposta transattiva e introdotto altra causa civile per il rimborso delle spese di ristrutturazione dell’abitazione coniugale). Il motivo è infondato in quanto basato su comportamenti del coniuge in parte diversi da quelli fatti valere nel giudizio di merito (dove il F. aveva dedotto il carattere intollerante della moglie, la sua ostilità verso la famiglia di origine del marito, l’insofferenza verso la casa coniugale) e in parte successivi alla proposizione della domanda di separazione e, quindi, intrinsecamente privi di ogni influenza ai fini della intollerabilità della convivenza e, conseguentemente, della pronuncia di addebito (v. Cass. n. 8512/2006, n. 3098/1995).

Il secondo motivo dell’incidentale, che deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 155 bis c.c. e 91 e 96 c.p.c., è inammissibile, avendo la corte di appello fatto uso del potere discrezionale di compensazione delle spese processuali, in considerazione della soccombenza reciproca, che è incensurabile in Cassazione (v. Cass., sez. un., n. 14989/2005).

In conclusione, entrambi i ricorsi sono rigettati. Sussistono giusti motivi di compensazione delle spese del giudizio di legittimità, vista la reciproca soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta i ricorsi; compensa le spese del giudizio. In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere le generalità e gli altri dati identificativi.