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avvocato incidenti pedoni e moto

avvocato incidenti pedoni e moto

L'avvocato Armaroli è avvocato civilista e fondatore dello studio legale Armaroli. L'avvocato Armaroli è avvocato esperto di diritto civile, in particolare: In materia di diritto di famiglia: separazione e divorzio scioglimento comunione impresa familiare ordini di protezione interdizione inabilitazione amministrazione di sostegno adozioni riconoscimento e disconoscimento paternità sospensione e revoca potestà genitoriale In materia di testamento e successioni: redazione testamenti successioni ed eredità azioni successorie e di riduzione rivendica beni ereditari nullità o inefficacia disposizioni testamentarie e donazioni divisionilogo In materia di diritto agrario: agrarie in materia di affitto di fondi rustici, miglioramenti e addizioni In materia di diritto immobiliare: preliminari di acquisto contratti di compravendita immobiliare contratti di appalto tutela proprietà vizi di costruzione controversie urbanistiche ed edilizie distanze e servitù, azioni possessorie investimenti immobiliari controversie condominiali In materia di locazioni:://studiolegale-bologna.it/news/richiesta-danni/faenza-lugo-ravenna-rimini-responsabilita-medica-avvocato/

L’avvocato Armaroli è avvocato civilista e fondatore dello studio legale Armaroli.
L’avvocato Armaroli è avvocato esperto di diritto civile, in particolare:
In materia di diritto di famiglia:
separazione e divorzio
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Avvocato per sinistri stradali con incidente mortale

Ti svelo cinque segreti:

Per ottenere un giusto risarcimento è importante che tu sappia quali siano i 5 passi fondamentali da seguire:

  1. rivolgersi ad un avvocato specializzato in risarcimento danni alla persona, infatti pensa che anche le agenzie che si occupano di risarcimento o le associazioni a tutela degli utenti vittime di gravi incidenti o di malasanità si rivolgono a un avvocato quando l’assicurazione o il responsabile non paga, perché solo l’avvocato puo’ patrocinare in tribunale.
  2. un avvocato specializzato in gravi incidenti mortali e malasanità opera una rigorosa disamina del caso, ricevendo in studio direttamente con il medico specialista nella materia d’interesse del cliente, a seconda che si tratti dell’ambito della ginecologia/ostetricia, neurochirurgia, oncologia, cardiologia, ecc. Solo dopo un’attenta analisi, ed esclusivamente se sarà dato parere positivo sulla responsabilità, si procederà con la quantificazione del danno ad opera del medico legale.
  3. attenzione assoluta e massima informativa al cliente, il quale parla solo con l’avvocato.
  4. analizzare attentamente il tuo danno con l’aiuto di specialisti.
  5. essere tempestivi, cioè intervenire subito con decisione per ottenere il giusto risarcimento danni

Casi reali che ho risolto

Ecco alcuni casi rappresentativi di incidenti stradali gravi risolti dallo studio avvocato Armaroli Sergio:

Tribunale  di Milano con grave incidente successo a Napoli

Si trattava di un incidente morale di un pensionato  e l’assicurazione dopo la prima udienza ha liquidato i parenti con ottocentomilaeuro!

Tribunale di Trieste (2010)

 Ragazzo con incidente stradale avvenuto in motorino con danno alla gamba liquidato con sentenza con euro 350.000.

Caso Ar  liquidato stragiudizialmente

Danno alla mano e trauma cranico liquidato in euro 100.000.

Attenzione!

Prima di intentare una causa è necessario da parte nostra accertare la reale responsabilità dell’incidente e valutarne i postumi.

Queste (che sono solo una parte) e molte altre sono le domande che bisogna porsi per accertare se c’è stata responsabilità.

Per raggiungere questo obiettivo è necessaria la consulenza congiunta di un avvocato specializzato in responsabilità medica (di un medico specialista se necessario) e di un medico legale.

Riceviamo i clienti direttamente con il medico specialista per la disamina del caso.

Le compagnie di assicurazione possono cercare un concorso di colpa se il trasportato non aveva le cinture di sicurezza.

In ogni caso il trasportato ha sempre diritto al risarcimento danni in caso di lesioni o decesso nell’incidente stradale

 Non esitare!

 

In caso di lesione dell’integrità fisica con esito letale, un danno biologico risarcibile in capo al danneggiato, trasmissibile agli eredi, è configurabile solo se la morte sia intervenuta dopo un apprezzabile lasso di tempo, sì da potersi concretamente configurare un’effettiva compromissione dell’integrità psicofisica del soggetto leso, non già quando la morte sia sopraggiunta immediatamente o comunque a breve distanza dall’evento, giacchè essa non costituisce la massima lesione possibile del diritto alla salute, ma lesione di un bene giuridico diverso, e cioè del bene della vita (confr. Cass. civ. 17 gennaio 2008, n. 870; Cass. civ. 28 agosto 2007, n. 18163; Corte cost. n. 372 del 1994);

 

 

 

I parimenti il danno cosiddetto catastrofale – e cioè la sofferenza patita dalla vittima durante l’agonia – è risarcibile e può essere fatto valere iure hereditatis unicamente allorchè essa sia stata in condizione di percepire il proprio stato, abbia cioè avuto l’angosciosa consapevolezza della fine imminente, mentre va esclusa quando all’evento lesivo sia conseguito immediatamente il coma e il danneggiato non sia rimasto lucido nella fase che precede il decesso (confr. Cass. civ. 28 novembre 2008, n. 28423; Cass. civ. 24 marzo 2011, n. 6754);

 

 

 

Non è risarcibile il danno tanatologico, da perdita del diritto alla vita, fatto valere iure successionis dagli eredi del de cuius, per l’impossibilità tecnica di configurare l’acquisizione di un diritto risarcitorio derivante dalla lesione di un bene intrinsecamente connesso alla persona del titolare, e da questo fruibile solo in natura: e invero, posto che finchè il soggetto è in vita, non vi è lesione del suo diritto alla vita, mentre, sopravvenuto il decesso, il morto, in quanto privo di capacità giuridica, non è in condizione di acquistare alcun diritto, il risarcimento finirebbe per assumere, in casi siffatti, un’anomala funzione punitiva, particolarmente percepibile laddove il risarcimento dovesse essere erogato a eredi diversi dai congiunti o, in mancanza di successibili, addirittura allo Stato (confr. Cass. civ. 24 marzo 2011, n. 6754; Cass. civ. 16 maggio 2003, n. 7632);

 

 

 

 

In caso di morte di un congiunto, la stessa nozione di risarcimento per equivalente – e cioè di un intervento a carico del danneggiante che serva a rimettere il patrimonio del soggetto leso nella situazione in cui si sarebbe trovato se non fosse intervenuto l’atto illecito – ha senso solo con riferimento alle conseguenze di carattere patrimoniale del fatto pregiudizievole, predominante essendo invece la funzione consolatoria dell’erogazione pecuniaria (non a caso tradizionalmente definita denaro del pianto), inattuabile, per forza di cose, nei confronti del defunto (confr. Cass. civ. 6754/2011 e 7632/2003 cit.).

 

  1. a) che in caso di lesione dell’integrità fisica con esito letale, un danno biologico risarcibile in capo al danneggiato, trasmissibile agli eredi, è configurabile solo se la morte sia intervenuta dopo un apprezzabile lasso di tempo, sì da potersi concretamente configurare un’effettiva compromissione dell’integrità psicofisica del soggetto leso, non già quando la morte sia sopraggiunta immediatamente o comunque a breve distanza dall’evento, giacchè essa non costituisce la massima lesione possibile del diritto alla salute, ma lesione di un bene giuridico diverso, e cioè del bene della vita (confr. Cass. civ. 17 gennaio 2008, n. 870; Cass. civ. 28 agosto 2007, n. 18163; Corte cost. n. 372 del 1994);

 

 

  1. b) che parimenti il danno cosiddetto catastrofale – e cioè la sofferenza patita dalla vittima durante l’agonia – è risarcibile e può essere fatto valere iure hereditatis unicamente allorchè essa sia stata in condizione di percepire il proprio stato, abbia cioè avuto l’angosciosa consapevolezza della fine imminente, mentre va esclusa quando all’evento lesivo sia conseguito immediatamente il coma e il danneggiato non sia rimasto lucido nella fase che precede il decesso (confr. Cass. civ. 28 novembre 2008, n. 28423; Cass. civ. 24 marzo 2011, n. 6754);

 

 

  1. c) che non è risarcibile il danno tanatologico, da perdita del diritto alla vita, fatto valere iure successionis dagli eredi del de cuius, per l’impossibilità tecnica di configurare l’acquisizione di un diritto risarcitorio derivante dalla lesione di un bene intrinsecamente connesso alla persona del titolare, e da questo fruibile solo in natura: e invero, posto che finchè il soggetto è in vita, non vi è lesione del suo diritto alla vita, mentre, sopravvenuto il decesso, il morto, in quanto privo di capacità giuridica, non è in condizione di acquistare alcun diritto, il risarcimento finirebbe per assumere, in casi siffatti, un’anomala funzione punitiva, particolarmente percepibile laddove il risarcimento dovesse essere erogato a eredi diversi dai congiunti o, in mancanza di successibili, addirittura allo Stato (confr. Cass. civ. 24 marzo 2011, n. 6754; Cass. civ. 16 maggio 2003, n. 7632);

 

 

 

A ben vedere, a monte di tali opzioni ermeneutiche, e soprattutto dell’ultima, vi è l’elementare considerazione che, in caso di morte di un congiunto, la stessa nozione di risarcimento per equivalente – e cioè di un intervento a carico del danneggiante che serva a rimettere il patrimonio del soggetto leso nella situazione in cui si sarebbe trovato se non fosse intervenuto l’atto illecito – ha senso solo con riferimento alle conseguenze di carattere patrimoniale del fatto pregiudizievole, predominante essendo invece la funzione consolatoria dell’erogazione pecuniaria (non a caso tradizionalmente definita denaro del pianto), inattuabile, per forza di cose, nei confronti del defunto (confr. Cass. civ. 6754/2011 e 7632/2003 cit.).

 

Lo studio dell’avvocato Sergio Armaroli tratta diritto di famiglia, come: Divorzi (Divorzio Giudiziale E Divorzio Congiunto), Riconoscimento Del Matrimonio O Divorzio Realizzato All’estero, Riconoscimento Della Separazione E Del Divorzio Estero In Italia, Affidamento Condiviso E Congiunto, Scioglimento Del Matrimonio E Cessazione Degli Effetti Civili, Convenzioni Matrimoniali, Disconoscimento Di Paternità, Filiazione, Mantenimento Del Coniuge, Mantenimento Dei Minori, Assegno Divorzile, Addebito Della Separazione, Risarcimento Dei Danni, Adozioni, Tutela Dei Minori, Matrimonio Misto, Accordi Di Convivenza, Diritto Penale Della Famiglia, Impresa Familiare, Violenze Intrafamiliari, Interdizione, Inabilitazione, Decadenza Potestà Genitori, Sospensione Potestà Genitori, Diritti Degli Ascendenti, Dichiarazione Giudiziale Di Paternità, Strumenti A Tutela Del Corretto Adempimento Delle Obbligazioni Alimentari, Consulenza Legale Relativa A Separazioni, Divorzi, Mediazione Familiare, Affidamento Dei Figli, Accordi Di Convivenza, Adozioni, Variazioni Alle Condizioni Di Separazione E Mediazione Familiare, Assistenza Legale – Assegno Di Mantenimento – Assegno Divorzile – Diritto Di Famiglia – Affidamento Condiviso – Separazione Giudiziale

 

Suprema Corte di Cassazione

Sezione III Civile

Sentenza 28 giugno 2011, n. 14259

 

 

 

Svolgimento del processo

I fatti di causa possono così ricostruirsi sulla base della sentenza impugnata.

Il (OMISSIS) Z.V., mentre alla guida della sua autovettura transitava sulla carreggiata sud dell’autostrada (OMISSIS), andò a collidere contro lo spigolo posteriore destro di un autotreno di proprietà della società Beauvier Rhon Alpes s.r.l., condotto da G.L., fermo in avaria sulla sua stessa corsia di marcia. Nell’urto la guidatrice riportò lesioni gravissime che ne determinarono rapidamente la morte.

I genitori della vittima Z.L. e F.L., la sorella Z.E. e la nonna D.L.A. convennero in giudizio innanzi al Tribunale di Torino il proprietario e il conducente dell’autotreno nonchè l’UCI -Ufficio Centrale Italiano – s.p.a. chiedendo di essere risarciti dei danni subiti.

Si costituì in giudizio la sola società assicuratrice che contestò l’avversa pretesa.

Con sentenza del 22 novembre 2002 il giudice adito, ritenuta la esclusiva responsabilità del G. nella causazione del sinistro, condannò i convenuti in solido al pagamento della somma di Euro 104.832,34 in favore di ciascuno dei genitori; di quella di Euro 32.217,40, in favore della sorella; e della somma di euro 23.079,19, in favore di D.L.A., oltre interessi legali da computasi sui predetti importi dalla data della sentenza al saldo.

Su gravame principale degli attori e incidentale di UCI la Corte d’appello di Torino, in data 22 ottobre 2008, ha condannato gli appellati in solido al pagamento delle ulteriori somme di Euro 10.406,80 e di Euro 22.756,80, in favore, rispettivamente, di Z.L. e di F.L., mentre ha rigettato l’appello incidentale. Avverso detta pronuncia propongono ricorso per cassazione Z.L., F.L. ed Z.E., formulando un unico motivo.

Resiste con controricorso UCI s.p.a. – Ufficio Centrale Italiano – che propone altresì ricorso incidentale affidato a un solo mezzo

Motivi della decisione

1 Va preliminarmente disposta, ai sensi dell’art. 335 cod. proc. civ., la riunione dei ricorsi proposti da Z.L., F.L. ed Z.E., nonchè da UCI s.p.a. avverso la stessa sentenza.

2 Ragioni di ordine logico impongono di partire dall’esame del ricorso incidentale.

Con esso si denunciano vizi motivazionali, ex art. 360 c.p.c., n. 5, in ordine alla affermazione della esclusiva responsabilità del G. nella causazione del sinistro.

Erroneamente il giudice di merito avrebbe invero ritenuto l’incidente addebitabile al conducente dell’autotreno, sulla base delle dichiarazioni da questi rese in sede di interrogatorio, senza neppure chiarire quali fossero i fatti a sè sfavorevoli, e favorevoli alla controparte, dallo stesso ammessi.

Il decidente avrebbe in realtà fatto malgoverno del materiale probatorio acquisito, dimostrativo del fatto che la Z. viaggiava a velocità elevata e che proprio tale circostanza le aveva impedito di porre tempestivamente in essere la manovra necessaria a evitare l’impatto con l’autotreno, fermo per avaria sulla corsia di emergenza.

3 Le critiche non hanno pregio.

La Corte territoriale ha ritenuto l’incidente addebitale al G., in ragione dell’assoluta pericolosità della condotta di guida dallo stesso osservata. Secondo quanto affermato in sede di interrogatorio, infatti, il convenuto, constatata l’avaria dell’autotreno, anzichè attendere i soccorsi in un’area in cui non avrebbe creato intralcio per la circolazione, si era spostato sulla corsia di marcia e, al momento dell’impatto, neppure aveva ancora posizionato il triangolo, essendo intento a parlare a telefono. Ha anche escluso il decidente la sussistenza di elementi che potessero far ritenere la responsabilità concorrente della Z. nella causazione del sinistro, considerato che la vittima non aveva potuto spostarsi sulla corsia di sorpasso per essere questa occupata da un’altra autovettura.

4 Osserva il collegio che, contrariamente all’assunto del ricorrente, l’iter argomentativo attraverso il quale il giudice di merito ha motivato la scelta decisoria adottata è conforme ai principi giuridici che governano la materia della circolazione stradale, logicamente corretto ed esente da aporie o da contrasti disarticolanti tra emergenze fattuali e soluzione giuridica adottata.

La ricostruzione della fattispecie concreta, basata su una lettura del materiale istruttorie estremamente analitica e improntata a massime di esperienza ampiamente condivisibili, è del tutto plausibile, essendo semmai apodittica l’affermazione di una concorrente responsabilità della vittima nella causazione del sinistro.

L’assoluta congruità dell’apparato motivazionale rende insindacabile in sede di legittimità l’accolta versione delle modalità del sinistro e la valutazione della condotta dei singoli soggetti che vi furono coinvolti, in quanto giudizi di merito, sottratti al sindacato di guesta Corte (confr. Cass. civ. 23 febbraio 2006, n. 4009).

Il ricorso è conseguentemente respinto.

5 Passando all’esame dell’impugnazione principale, nell’unico motivo gli impugnanti lamentano violazione dell’art. 2059 cod. civ. e art. 2 Cost. ex art. 360 c.p.c., n. 3. Senza contestare che, in base alla ricostruzione delle modalità del sinistro accolta dal giudice di merito, la morte della loro congiunta fu praticamente immediata, sostengono i ricorrenti che, in base ai più recenti arresti delle sezioni unite del Supremo Consesso, il danno non patrimoniale patito dalla danneggiata sarebbe comunque ad essi dovuto, essendo ravvisabili, nella condotta del conducente dell’autotreno, gli estremi del reato di omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme sulla circolazione stradale. Deducono quindi che in sede di gravame proprio di tale pregiudizio, spettante alla loro dante causa e nella cui titolarità essi erano subentrati in qualità di successori, avevano chiesto l’attribuzione.

6 Anche tali critiche sono infondate.

L’affermazione del giudice di merito, secondo cui, considerata l’eziologia dell’incidente, non era stato provato il consolidarsi in capo alla Z. di un proprio danno morale, come tale trasmissibile agli eredi, di talchè nulla poteva essere riconosciuto agli attori iure hereditatis, è conforme alla consolidata giurisprudenza di legittimità, dalla quale il collegio non intende discostarsi.

Questa Certe ha invero a più riprese ribadito:

  1. a) che in caso di lesione dell’integrità fisica con esito letale, un danno biologico risarcibile in capo al danneggiato, trasmissibile agli eredi, è configurabile solo se la morte sia intervenuta dopo un apprezzabile lasso di tempo, sì da potersi concretamente configurare un’effettiva compromissione dell’integrità psicofisica del soggetto leso, non già quando la morte sia sopraggiunta immediatamente o comunque a breve distanza dall’evento, giacchè essa non costituisce la massima lesione possibile del diritto alla salute, ma lesione di un bene giuridico diverso, e cioè del bene della vita (confr. Cass. civ. 17 gennaio 2008, n. 870; Cass. civ. 28 agosto 2007, n. 18163; Corte cost. n. 372 del 1994);
  2. b) che parimenti il danno cosiddetto catastrofale – e cioè la sofferenza patita dalla vittima durante l’agonia – è risarcibile e può essere fatto valere iure hereditatis unicamente allorchè essa sia stata in condizione di percepire il proprio stato, abbia cioè avuto l’angosciosa consapevolezza della fine imminente, mentre va esclusa quando all’evento lesivo sia conseguito immediatamente il coma e il danneggiato non sia rimasto lucido nella fase che precede il decesso (confr. Cass. civ. 28 novembre 2008, n. 28423; Cass. civ. 24 marzo 2011, n. 6754);
  3. c) che non è risarcibile il danno tanatologico, da perdita del diritto alla vita, fatto valere iure successionis dagli eredi del de cuius, per l’impossibilità tecnica di configurare l’acquisizione di un diritto risarcitorio derivante dalla lesione di un bene intrinsecamente connesso alla persona del titolare, e da questo fruibile solo in natura: e invero, posto che finchè il soggetto è in vita, non vi è lesione del suo diritto alla vita, mentre, sopravvenuto il decesso, il morto, in quanto privo di capacità giuridica, non è in condizione di acquistare alcun diritto, il risarcimento finirebbe per assumere, in casi siffatti, un’anomala funzione punitiva, particolarmente percepibile laddove il risarcimento dovesse essere erogato a eredi diversi dai congiunti o, in mancanza di successibili, addirittura allo Stato (confr. Cass. civ. 24 marzo 2011, n. 6754; Cass. civ. 16 maggio 2003, n. 7632);

A ben vedere, a monte di tali opzioni ermeneutiche, e soprattutto dell’ultima, vi è l’elementare considerazione che, in caso di morte di un congiunto, la stessa nozione di risarcimento per equivalente – e cioè di un intervento a carico del danneggiante che serva a rimettere il patrimonio del soggetto leso nella situazione in cui si sarebbe trovato se non fosse intervenuto l’atto illecito – ha senso solo con riferimento alle conseguenze di carattere patrimoniale del fatto pregiudizievole, predominante essendo invece la funzione consolatoria dell’erogazione pecuniaria (non a caso tradizionalmente definita denaro del pianto), inattuabile, per forza di cose, nei confronti del defunto (confr. Cass. civ. 6754/2011 e 7632/2003 cit.).

Dirimente è in proposito la considerazione della irriducibile a somma disomogeneità tra bene inciso e mezzo attraverso il quale ne viene attuata la reintegrazione e, prima e ancor più, dell’impossibilità fisica di erogare la tutela in favore del soggetto che di quel bene era titolare.

8 In definitiva entrambi i ricorsi devono essere rigettati. L’esito complessivo del giudizio consiglia compensarne integralmente le spese tra le parti.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi e li rigetta entrambi. Compensa integralmente tra le parti le spese del giudizio.

 

La decisione è conforme ai principi espressi da questa Suprema Corte secondo i quali ai fini della liquidazione del danno patrimoniale futuro derivante dalla perdita degli alimenti che il figlio avrebbe potuto erogare in favore dei genitori o del genitore superstite, questi devono provare che, sulla base delle circostanze attuali, secondo criteri non ipotetici, ma ragionevolmente probabilistici, essi avrebbero avuto bisogno di tale prestazione alimentare; allo stesso modo, va provato il verosimile contributo del figlio ai bisogni della famiglia, ove dedotto per il futuro (cfr. Cass. n. 4791/07 e n. 8546/08).

 

 

la valutazione delle risultanze delle prove ed il giudizio sull’attendibilità dei testi, come la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice di merito il quale è libero di attingere il proprio convincimento da quelle prove che ritenga più attendibili, senza essere tenuto ad un’esplicita confutazione degli altri elementi probatori non accolti, anche se allegati dalle parti (cass. 07/01/2009, n. 42).

 

, in tema di responsabilità da sinistri derivanti dalla circolazione stradale, l’apprezzamento del giudice del merito in ordine alla ricostruzione delle modalità di un incidente e al comportamento delle persone alla guida dei veicoli in esso coinvolti si concreta in un giudizio di mero fatto che resta insindacabile in sede di legittimità, quando sia adeguatamente motivato e immune da vizi logici e da errori giuridici (Cass. 2/03/2004, n.4186; Cass. 25/02/2004, n.3803; Cass.30/01/2004, n.1758; Cass. 05/04/2003, n.5375).

 

 

 

Suprema Corte di Cassazione

sezione III

sentenza 16 gennaio 2014, n. 759

Svolgimento del processo

C.G. e D.S. , anche quali genitori esercenti la potestà sui figli minori Carmelo e Adriano, hanno citato innanzi al Tribunale di Siracusa P.G. e la Fondiaria Assicurazioni, per ottenere il risarcimento dei danni per la morte del proprio figlio, C.P. , a causa di un incidente stradale avvenuto mentre egli percorreva la strada denominata “24 metri”, diretto verso la via (omissis) , a bordo di un ciclomotore incidente causato dal tamponamento da parte dell’auto condotta dal proprietario P.G. ed assicurata per la r.c.a. con la Fondiaria, che procedeva a velocità elevata e tamponava anche la Ford tg. (omissis), condotta da A.S. ; che il giovane C.P. riportava una frattura cranica, a seguito della quale decedeva dopo dieci giorni di coma.

I convenuti contestavano la ricostruzione del sinistro posta a base della domanda, sostenendo che era stato il minore C. , provenendo da una traversa, a tagliare la strada al P. senza che questi potesse fare nulla per evitare lo scontro, per cui chiedevano che fosse quanto meno riconosciuto il concorso di colpa della vittima.

Il Tribunale di Siracusa accoglieva la domanda riconoscendo la responsabilità esclusiva di P.G. e condannava in solido i convenuti al pagamento in favore di C.G. e di D.S. della somma di L. 260.000.000 per ciascuno di essi, e in favore dei minori C.C. e C.A. della somma di L. 110.000.000 per ognuno di essi; oltre gli interessi legali e le spese del giudizio. Avverso la sentenza del Tribunale di Siracusa ha proposto appello la Fondiaria Ass.ni.

La Corte di appello di Catania, con sentenza del 6-3-2007, ha parzialmente accolto l’appello ritenendo non superata la presunzione di pari responsabilità nell’incidente ex art. 2054 c.c., mancando elementi per ricostruire le modalità del sinistro; ha rigettato sia la domanda di quello che ha definito danno morale iure hereditatis che la domanda volta ad ottenere il danno patrimoniale.

Propongono ricorso C.G. e D.S. anche per i figli minori con cinque motivi. Resiste la Fondiaria Sai Assicurazioni s.p.a..

Motivi della decisione

  1. Con il primo e secondo motivo di ricorso si denunzia vizio di omessa motivazione su un fatto decisivo individuato nella condotta del soggetto attivo del fatto e nella condotta della vittima.

Assumono i ricorrenti che i giudici di secondo grado, nell’affermare il concorso di colpa di entrambi i conducenti dei veicoli coinvolti, hanno omesso di rilevare circostanze fattuali che avrebbero portato ad una decisione diversa.

Assumono che dall’escussione dei testi c. e R. , passeggeri dell’auto investitrice, risultava che il P. procedeva a velocità elevata in una strada priva di illuminazione ed in prossimità di un crocevia e che proprio per la velocità elevata aveva tamponato il motociclo con a bordo il C. .

D’altra parte era risultato che il motociclo precedeva l’autovettura con le luci accese e che in quel tratto di strada non vi erano traverse laterali.

  1. I due motivi si esaminano congiuntamente per la stretta connessione e sono inammissibili.

La Corte di appello ha rilevato che dal rapporto dei carabinieri non si evinceva né il punto della carreggiata in cui era avvenuto lo scontro, né se il ciclomotore si fosse da poco immesso sulla via “24 metri” provenendo dalla via XXXXXX senza rispettare il segnale di stop, che secondo quanto risulta dalla certificazione del Comune di Avola era esistente al momento dell’incidente.

Gli stessi militari nel rapporto non hanno fatto alcuna ipotesi ricostruttiva del sinistro, limitandosi a trasmettere gli elementi raccolti.

Inoltre, i testi escussi hanno rilasciato deposizioni lacunose (“…non mi sono accorto da quale direzione provenisse il ciclomotore…”; “il fatto che il motorino fosse davanti e una mia supposizione perche ero seduto dietro ed, ho sentito l’urto solamente…”) ed imprecise, non avendo riferito nulla in ordine al momento della collisione (e negando che vi fossero nelle vicinanze delle traverse, mentre a pacifico che vi era l’incrocio con la via XXXXXX).

Pertanto, secondo la Corte di merito, non vi sono elementi per ricostruire in concreto il sinistro e quindi deve applicarsi la presunzione di pari responsabilità dei due conducenti ai sensi dell’art. 2054 comma 2 cod. civ..

  1. In relazione alla censura di vizio di motivazione si osserva che,come costantemente affermato da questa Corte, in tema di responsabilità da sinistri derivanti dalla circolazione stradale, l’apprezzamento del giudice del merito in ordine alla ricostruzione delle modalità di un incidente e al comportamento delle persone alla guida dei veicoli in esso coinvolti si concreta in un giudizio di mero fatto che resta insindacabile in sede di legittimità, quando sia adeguatamente motivato e immune da vizi logici e da errori giuridici (Cass. 2/03/2004, n.4186; Cass. 25/02/2004, n.3803; Cass.30/01/2004, n.1758; Cass. 05/04/2003, n.5375).
  2. Inoltre la valutazione delle risultanze delle prove ed il giudizio sull’attendibilità dei testi, come la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice di merito il quale è libero di attingere il proprio convincimento da quelle prove che ritenga più attendibili, senza essere tenuto ad un’esplicita confutazione degli altri elementi probatori non accolti, anche se allegati dalle parti (cass. 07/01/2009, n. 42).

5.Nella specie nel ragionamento del giudice di merito, quale risulta dalla sentenza, non è riscontrabile il mancato o deficiente esame di punti decisivi della controversia e la valutazione effettuata,sotto il profilo logico-formale e della correttezza giuridica, è immune dal dedotto vizio motivazionale, mentre i ricorrenti richiedono a questa Corte una inammissibile rivalutazione delle prove e dei fatti di causa per giungere ad una decisione corrispondente con la tesi da essi prospettata.

6.Con il terzo motivo si denunzia vizio di motivazione e violazione di norme di diritto in ordine al rilievo probatorio dato alla sentenza di patteggiamento.

La Corte di merito ha ritenuto che la sentenza penale di patteggiamento, che avrebbe potuto costituire un valido indizio probatorio, non contiene elementi utili per stabilire la condotta di guida dei conducenti dei due veicoli coinvolti ed individuare le circostanze nelle quali e avvenuto lo scontro.

7.Non sussiste la denunciata violazione di norme di diritto, tenuto conto che nessuna efficacia pregiudicante poteva spiegare in sede civile la sentenza penale pronunziata su “patteggiamento”, essendo siffatto automatismo escluso dalla disposizione contenuta nell’art. 445 c.p.p., comma 1 bis, e potendo soltanto le risultanze del procedimento penale formare oggetto di libera valutazione da parte del giudice civile, ai fini degli accertamenti di competenza (Sez. 2, Sentenza n. 26250 del 06/12/2011).

  1. Il giudice (del merito si è conformato a questi principi ed ha proceduto all’autonomo accertamento dei fatti, valutando correttamente, unitamente ad altre risultanze, anche la sentenza penale di applicazione della pena su richiesta delle parti, che ha ritenuto non utilizzabile in quanto non conteneva elementi utili alla ricostruzione delle modalità del fatto ed alla condotta di guida di entrambi i conducenti.

9.Con il quarto motivo si denunzia violazione di diritto in ordine al mancato riconoscimento del danno morale iure hereditatis ex art. 2059 c.c..

I ricorrenti assumono che la decisione della Corte di merito, con distorta applicazione della norma, è giunta a negare il risarcimento per il pretium doloris sofferto dal congiunto proprio quando la gravità della lesione infetta presentava una incisività talmente grave da annientare la sensibilità della persona offesa.

  1. Il motivo è infondato.

La Corte di merito ha affermato che, sul rilievo che il giovane C. è rimasto in stato di incoscienza dal momento dello scontro fino alla morte, non è configurabile in capo allo stesso un danno morale consistente in una sofferenza transeunte determinata dal trauma. Infatti, come riconosciuto dallo stesso Tribunale, nei dodici giorni intercorsi tra l’incidente e la morte, il giovane non ha mai ripreso conoscenza ed è passato dal quarto al settimo grado di coma, senza conseguire alcun miglioramento sia pure temporaneo, tanto che allo stesso non è stato liquidato il danno biologico.

  1. La Corte di appello si è attenuta alla giurisprudenza di legittimità in materia di cosiddetto danno catastrofale, che rientra nell’unitaria categoria di danno non patrimoniale,secondo i principi espressi dalla sentenza sez. Unite N. 26972 del 2008, e che si sostanzia nel risarcimento della sofferenza patita dalla vittima nel periodo breve che precede la morte in cui essa ha la possibilità di rendersi conto della gravità del proprio stato e dell’approssimarsi della morte.

12.Tale danno è diverso sia da quello cosiddetto “tanatologia”, ovvero connesso alla perdita della vita come massima espressione del bene salute, sia da quello rivendicabile “iure hereditatis” dai congiunti della vittima dell’illecito, poi rivelatosi mortale, per avere il medesimo sofferto, per un considerevole lasso di tempo, una lesione della propria integrità psico-fisica costituente un autonomo danno “biologico”, accettabile con valutazione medico legale, tenendo sempre presente che tali denominazione servono solo per identificare vari aspetti dell’unitario danno non patrimoniale.

  1. Il danno catastrofale, definito dalla Corte di appello danno morale spettante iure hereditatis, può essere trasmesso agli eredi a condizione che sia entrato nel patrimonio del defunto, vale a dire che egli abbia patito quella sofferenza determinata dall’accorgersi della vicina fine della vita.
  2. Infatti la giurisprudenza di questa Corte ha affermato che in caso di morte che segua le lesioni dopo breve tempo, la sofferenza patita dalla vittima durante l’agonia è autonomamente risarcibile non come danno biologico, ma come danno morale “iure hereditatis”, a condizione però che la vittima sia stata in condizione di percepire il proprio stato, mentre va esclusa anche la risarcibilità del danno morale quando all’evento lesivo sia conseguito immediatamente lo stato di coma e la vittima non sia rimasta lucida nella fase che precede il decesso (Sez. 3, Sentenza n. 28423 del 28/11/2008).
  3. Nella specie la Corte di appello ha ritenuto, con accertamento di fatto non più rivalutabile in questa sede, che il giovane C. è stato costantemente in coma per il breve periodo di sopravvivenza e che, di conseguenza, non ha potuto patire quella sofferenza derivante dalla coscienza della prossima morte di cui oggi gli eredi chiedono il risarcimento.
  4. Con il quinto motivo si denunzia violazione dell’art. 1223 c.c. in relazione al mancato riconoscimento del danno patrimoniale futuro per la perdita del congiunto.
  5. Il motivo è infondato.

La Corte di appello ha affermato che, a prescindere dal rilievo che la giovane vittima era disoccupata e non vi sono indicazioni circa la sua futura attività lavorativa, non vi sono elementi da cui presumere che una parte del reddito sarebbe stata devoluta da C.P. ai genitori ed ai fratelli.

Peraltro, normalmente, salvo casi particolari legati all’indigenza dei genitori od a patologie invalidanti dei fratelli, ogni soggetto destina il suo reddito alle esigenze personali e del nucleo familiare che è andato a costituire.

Al riguardo le argomentazioni del Tribunale (“giovanissima età della vittima, consistenza del nucleo familiare, occasioni di una operosa cittadina ricca di risorse, aspettative dei genitori e dei fratelli, entrambi più giovani”) non sono pertinenti perche riguardano le probabilità che la vittima trovasse un lavoro ma non la destinazione del reddito al nucleo familiare di origine.

  1. La decisione è conforme ai principi espressi da questa Suprema Corte secondo i quali ai fini della liquidazione del danno patrimoniale futuro derivante dalla perdita degli alimenti che il figlio avrebbe potuto erogare in favore dei genitori o del genitore superstite, questi devono provare che, sulla base delle circostanze attuali, secondo criteri non ipotetici, ma ragionevolmente probabilistici, essi avrebbero avuto bisogno di tale prestazione alimentare; allo stesso modo, va provato il verosimile contributo del figlio ai bisogni della famiglia, ove dedotto per il futuro (cfr. Cass. n. 4791/07 e n. 8546/08).

In considerazione delle contrastanti decisioni di merito assunte durante il lungo iter processuale, si compensano le spese del grado.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese del giudizio.

 

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Si colloca sulla stessa linea la sent. n. 513/97. Sulla richiesta di ristoro di tutti i danni subiti in conseguenza della morte del congiunto dante causa, il Tribunale si è così espresso: ” quanto alla domanda di risarcimento del danno biologico sofferto da P.B. – nel periodo di tempo intercorso tra l’incidente e la morte – a causa delle lesioni subite – il collegio condivide l’orientamento della giurisprudenza di merito e di legittimità che riconosce la trasmissibilità agli eredi del danno biologico […]. Il riconoscimento del diritto al risarcimento del danno biologico iure hereditario presuppone peraltro necessariamente che tra l’incidente e la morte intervenga un apprezzabile lasso di tempo, che nel caso di specie il collegio ritiene non ravvisabile, essendosi la morte del giovane verificata a distanza di due giorni dal fatto, e non ritenendosi quindi configurabile un autonomo danno alla salute ulteriore e distinto rispetto all’evento morte“. 

Tale sentenza però, pur esimendosi dal darvi risposta, si pone la domanda “se la quantificazione del danno debba essere operata in base alle consuete tabelle fondate sulla probabile durata della vita futura, oppure se debba prevalere il dato storico dell’effettiva durata di essa, cui commisurare l’entità del danno“.

Conformi alle decisioni appena esaminate anche le sentenze n. 1074/97 (“Escluse quindi altre connotazioni risarcitorie, ivi compresa quella sul c.d. danno biologico da morte non ravvisandosi l’ipotesi della trasmissibilità agli eredi come configurata dalla recente giurisprudenza della S.C., tenuto conto della repentinità del decesso intervenuto poche ore dopo il sinistro e non già dopo un apprezzabile lasso di tempo […]“), n. 263/98 (“In ordine al risarcimento dei danni pretesi iure hereditatis, giova osservare che, nell’ipotesi di morte pressoché immediata – come nella fattispecie – gli eredi non acquistano alcun diritto al risarcimento del danno biologico sofferto dal proprio dante causa: sia perché la morte determina l’assoluta incapacità, da parte del defunto, a disporre di ogni diritto, sia perché la liquidazione del danno biologico – essendo correlata al pregiudizio alla salute – ha per presupposto che sussista comunque una salute residua, cioè che il danneggiato permanga in vita“) e n. 1116/98 (che riprende parola per parola la motivazione della precedente sentenza e qui appena riprodotta).

Di contrario avviso, invece, sono due sentenze, la n. 729/97 e la n. 759/97, pronunciate dallo stesso collegio giudicante, che si sono poste decisamente in controtendenza rispetto ai precedenti del medesimo Tribunale. La prima ha deciso una causa promossa dai congiunti di un minore che, mentre rincasava a bordo della sua bicicletta, era stato travolto da tergo da un’autovettura che procedeva ad elevata velocità, riportando lesioni mortali. Nelle proprie conclusioni gli attori avevano precisato la richiesta del risarcimento del danno biologico da morte ma, su tale punto, i giudici hanno affermato lapidariamente e senza alcun’altra motivazione che “[…] il Collegio non aderisce a quell’indirizzo giurisprudenziale secondo il quale la morte del soggetto rende concreto un danno biologico trasmissibile agli eredi“. Detto questo, i giudici hanno provveduto a liquidare unicamente i danni morali e patrimoniali domandati “iure proprio” dagli attori, null’altro disponendo.

 

 

  1. La liquidazione del danno morale iure proprio sofferto per il decesso di un familiare causato del fatto illecito altrui (nella specie per sinistro stradale) sfugge necessariamente ad una previa valutazione analitica e resta affidata ad apprezzamenti discrezionali ed equitativi del giudice di merito, come tali non sindacabili in sede di legittimità, perché, nonostante l’inquadramento del diritto all’integrità psicofisica della persona nell’ambito esclusivo del combinato disposto degli artt. 2059 c.c. e 32 Cost. (nonché delle altre norme costituzionali poste a presidio della detta integrità personale), rimangono validi tutti i principi generali elaborati in tema di quantificazione del danno morale, oltre che di quello biologico (Cass., 30 ottobre 2009, n. 23053).
  1. La decisione in oggetto è dunque suscettibile di censura solo sotto il profilo di eventuali vizi di motivazione, ove i criteri adottati per la liquidazione appaiano intrinsecamente illogici o gravemente contrastanti con le leggi o la prassi giurisprudenziale e non siano illustrati i principi o le peculiarità del caso concreto che abbiano indotto a giustificare lo scostamento.
  1. L’impugnata sentenza ha ritenuto che la liquidazione del danno morale effettuata dal Tribunale non è adeguata, avendo liquidato 1/3 e un 1/4 della somma che sarebbe spettata a R.S. per una invalidità del 100%, invece di adoperare le apposite tabelle che prevedono un limite minimo ed uno massimo per la liquidazione del danno per la morte di un congiunto.
  1. Pertanto, entro i ristretti limiti in cui l’ordinamento giuridico può fare fronte a vicende dolorose e tragiche come quella in esame, si deve ritenere che la decisione impugnata non si sia discostata dai criteri in base ai quali il risarcimento dei danni morali può essere quantificato ed ha a ciò provveduto con valutazione equitativa adeguatamente motivata e non suscettibile di riesame in questa sede.
  1. E comunque le doglianze del ricorrente, relative alla quantificazione del danno morale, non trovano riscontro nella congruità del percorso fondativo del convincimento reso per altro in conformità agli approdi nomofilattici di cui a Cass., 11 novembre 2008, n. 26972.
  1. Con il secondo motivo del primo ricorso i ricorrenti denunciano: “art. 360 n. 3 c.p.c. Violazione e falsa applicazione degli artt. 1226, 2043, 2056, 2059, artt. 2, 29, 30 e 32 costituzione. Art. 360 n. 5 c.p.c.: per insufficiente e contraddittoria motivazione (in riferimento al danno esistenziale)”.
  1. Sostengono i ricorrenti che il danno esistenziale è stato da loro provato come dimostra la decisione del Tribunale di Firenze, mentre la Corte d’appello, con una insufficiente motivazione, ha escluso il suddetto danno.
  2. Il motivo è infondato.
  1. Non è ammissibile nel nostro ordinamento l’autonoma categoria del ‘danno esistenziale’, inteso quale pregiudizio alle attività non remunerative della persona, atteso che: ove in essa si ricomprendano i pregiudizi scaturenti dalla lesione di interessi della persona di rango costituzionale, ovvero derivanti da fatti-reato, essi sono già risarcibili ai sensi dell’art. 2059 c.c., interpretato in modo conforme a Costituzione, con la conseguenza che la liquidazione di una ulteriore posta di danno comporterebbe una duplicazione risarcitoria; ove nel ‘danno esistenziale’ si intendesse includere pregiudizi non lesivi di diritti inviolabili della persona, tale categoria sarebbe del tutto illegittima, posto che simili pregiudizi sono irrisarcibili, in virtù del divieto di cui all’art. 2059 c.c. (Cass., 11 novembre 2008, n. 26972).
  • Nella fattispecie in esame il danno esistenziale non poteva essere liquidato come voce autonoma, essendo stato già liquidato agli attori il risarcimento del danno non patrimoniale, comprensivo sia della sofferenza soggettiva che del danno costituito dalla lesione del rapporto parentale e dal conseguente sconvolgimento dell’esistenza.
 
 
SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
SEZIONE III
SENTENZA 13 gennaio 2016, n. 336
Ritenuto in fatto
Con atto di citazione notificato il 12 febbraio 2001 V.A.M. in R. , R.E. e R.C. convennero in giudizio B.G. , D.A. e le compagnie assicuratrici Axa Assicurazioni spa e Sai Assicurazione (ora Fondiaria – Sai) dinanzi al Tribunale di Firenze per accertare le responsabilità concorrenti di B.G. e D.A. nella causazione dell’incidente stradale verificatosi nel comune di (OMISSIS) nel quale perse la vita R.S. ; per condannare gli stessi e le rispettive compagnie assicuratrici in solido al risarcimento di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali subiti da essi attori.
Il Tribunale di Firenze, sezione distaccata di Pontassieve, accolse la domanda di risarcimento del danno formulata dagli attori e, accertata l’esclusiva responsabilità di B.G. nella produzione del sinistro, condannò lo stesso e la Axa Assicurazioni, in solido, al risarcimento dei danni.
Avverso la relativa sentenza proposero appello congiunto B.G. e la Axa Assicurazioni chiedendo di accertare la concorrente responsabilità del convenuto D.A. e l’eccessiva liquidazione del danno morale, nonché la liquidazione del danno esistenziale non richiesta dagli attori.
Resistettero R.C. , R.E. ed V.A.M. che contestarono le censure mosse dall’appellante nei confronti della sentenza impugnata e proposero appello incidentale.
La Corte d’appello ha rigettato l’appello incidentale e, in parziale accoglimento di quello principale, ha riliquidato il danno subito dagli attori nelle seguenti somme, in luogo di quelle determinate dal primo giudice: per R.C. la somma complessiva di Euro 198.710,61 dei quali Euro 190.000,00 per il danno non patrimoniale; Euro 4.276,15 per il danno biologico; Euro 4.434,46 per le spese funerarie, oltre accessori; per V.A.M. Euro 190.000,00 e per R.E. Euro 80.000,00, oltre accessori.
Avverso la suddetta sentenza propongono ricorso per cassazione V.A.M. , in proprio e in qualità di erede di R.C. ed R.E. , in proprio e nella qualità di erede di R.C. , che presentano memoria.
Con separato ricorso V.A.M. , in proprio e nella qualità di erede di R.C. ed R.E. in proprio e nella qualità di erede di R.C. , impugnano l’ordinanza con la quale la Corte d’appello ha corretto la sentenza impugnata, laddove nel dispositivo era stato omesso l’ordine di restituzione delle somme anticipate in eccesso dalla compagnia.
Resiste con separati controricorsi Axa Assicurazioni.
Gli altri intimati non svolgono attività difensiva
Motivi della decisione
Con il primo motivo del primo ricorso i ricorrenti denunciano “art. 360 n. 3 c.p.c.: violazione e falsa applicazione degli artt. 1226, 2043, 2056, 2059, artt. 3 e 32 della costituzione. Violazione delle tabelle per il calcolo del danno alla persona del Tribunale di Firenze. Art. 360 n. 5 c.p.c.: per insufficiente e contraddittoria motivazione (in riferimento al danno morale)”.
Sostengono i ricorrenti che la Corte d’appello, con la sentenza impugnata, da una parte non ha sufficientemente motivato la non adeguatezza del criterio applicato dal giudice di primo grado e dall’altra ha semplicemente affermato, senza alcuna spiegazione, l’opposto di quanto dichiarato dal Tribunale e cioè che il criterio utilizzato nel distretto era quello della liquidazione del danno da morte di un congiunto e non quello utilizzato dal Tribunale.
Da qui la richiesta dei ricorrenti di cassazione della sentenza della Corte d’appello, sia perché quest’ultima viola i criteri equitativi e di parità del trattamento, sia perché la motivazione adottata per discostarsi dal Tribunale di Firenze è del tutto insufficiente.
Il motivo è infondato.
La liquidazione del danno morale iure proprio sofferto per il decesso di un familiare causato del fatto illecito altrui (nella specie per sinistro stradale) sfugge necessariamente ad una previa valutazione analitica e resta affidata ad apprezzamenti discrezionali ed equitativi del giudice di merito, come tali non sindacabili in sede di legittimità, perché, nonostante l’inquadramento del diritto all’integrità psicofisica della persona nell’ambito esclusivo del combinato disposto degli artt. 2059 c.c. e 32 Cost. (nonché delle altre norme costituzionali poste a presidio della detta integrità personale), rimangono validi tutti i principi generali elaborati in tema di quantificazione del danno morale, oltre che di quello biologico (Cass., 30 ottobre 2009, n. 23053).
La decisione in oggetto è dunque suscettibile di censura solo sotto il profilo di eventuali vizi di motivazione, ove i criteri adottati per la liquidazione appaiano intrinsecamente illogici o gravemente contrastanti con le leggi o la prassi giurisprudenziale e non siano illustrati i principi o le peculiarità del caso concreto che abbiano indotto a giustificare lo scostamento.
L’impugnata sentenza ha ritenuto che la liquidazione del danno morale effettuata dal Tribunale non è adeguata, avendo liquidato 1/3 e un 1/4 della somma che sarebbe spettata a R.S. per una invalidità del 100%, invece di adoperare le apposite tabelle che prevedono un limite minimo ed uno massimo per la liquidazione del danno per la morte di un congiunto. Pertanto, entro i ristretti limiti in cui l’ordinamento giuridico può fare fronte a vicende dolorose e tragiche come quella in esame, si deve ritenere che la decisione impugnata non si sia discostata dai criteri in base ai quali il risarcimento dei danni morali può essere quantificato ed ha a ciò provveduto con valutazione equitativa adeguatamente motivata e non suscettibile di riesame in questa sede.
E comunque le doglianze del ricorrente, relative alla quantificazione del danno morale, non trovano riscontro nella congruità del percorso fondativo del convincimento reso per altro in conformità agli approdi nomofilattici di cui a Cass., 11 novembre 2008, n. 26972.
Con il secondo motivo del primo ricorso i ricorrenti denunciano: “art. 360 n. 3 c.p.c. Violazione e falsa applicazione degli artt. 1226, 2043, 2056, 2059, artt. 2, 29, 30 e 32 costituzione. Art. 360 n. 5 c.p.c.: per insufficiente e contraddittoria motivazione (in riferimento al danno esistenziale)”.
Sostengono i ricorrenti che il danno esistenziale è stato da loro provato come dimostra la decisione del Tribunale di Firenze, mentre la Corte d’appello, con una insufficiente motivazione, ha escluso il suddetto danno.
Il motivo è infondato.
Non è ammissibile nel nostro ordinamento l’autonoma categoria del ‘danno esistenziale’, inteso quale pregiudizio alle attività non remunerative della persona, atteso che: ove in essa si ricomprendano i pregiudizi scaturenti dalla lesione di interessi della persona di rango costituzionale, ovvero derivanti da fatti-reato, essi sono già risarcibili ai sensi dell’art. 2059 c.c., interpretato in modo conforme a Costituzione, con la conseguenza che la liquidazione di una ulteriore posta di danno comporterebbe una duplicazione risarcitoria; ove nel ‘danno esistenziale’ si intendesse includere pregiudizi non lesivi di diritti inviolabili della persona, tale categoria sarebbe del tutto illegittima, posto che simili pregiudizi sono irrisarcibili, in virtù del divieto di cui all’art. 2059 c.c. (Cass., 11 novembre 2008, n. 26972).
Nella fattispecie in esame il danno esistenziale non poteva essere liquidato come voce autonoma, essendo stato già liquidato agli attori il risarcimento del danno non patrimoniale, comprensivo sia della sofferenza soggettiva che del danno costituito dalla lesione del rapporto parentale e dal conseguente sconvolgimento dell’esistenza.
Con il terzo motivo si sostiene “art. 360 n. 3 c.p.c.: violazione e falsa applicazione ed interpretazione degli artt. 91 e 92 c.p.c.”.
Ritengono i ricorrenti che la Corte d’appello ha respinto il loro ricorso incidentale su aspetti marginali, mentre ha riconfermato la responsabilità del B. nella causazione del sinistro dichiarando infondato il primo motivo d’appello e accogliendo in parte il secondo e terzo motivo in punto di quantum. Ad avviso dei ricorrenti del tutto ingiustificata e priva di motivazione è la compensazione delle spese del giudizio di secondo grado.
Il motivo è infondato.
Premesso infatti che nella fattispecie si applica l’art. 92 nell’originaria formulazione, non viola tale norma, né quella di cui all’art. 91 c.p.c., la disposta compensazione delle spese effettuata dal giudice in appello, con riferimento al ridotto accoglimento della domanda.
La nozione di soccombenza reciproca, che consente la compensazione parziale o totale tra le parti delle spese processuali (art. 92, secondo comma, c.p.c.), sottende – anche in relazione al principio di causalità – una pluralità di domande contrapposte, accolte o rigettate e che si siano trovate in cumulo nel medesimo processo fra le stesse parti, ovvero anche l’accoglimento parziale dell’unica domanda proposta, allorché essa sia stata articolata in più capi e ne siano stati accolti uno o alcuni e rigettati gli altri, ovvero quando la parzialità dell’accoglimento sia meramente quantitativa e riguardi una domanda articolata in un unico capo (Cass., 21 ottobre 2009, n. 22381).
In tema di regolamento delle spese processuali, il sindacato della corte di cassazione è limitato ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le spese non possono essere poste a carico della parte vittoriosa. Pertanto, esula da tale sindacato e rientra nel potere discrezionale del giudice di merito la valutazione dell’opportunità di compensare a norma dell’originaria formulazione dell’art. 92 c.p.c (applicabile nella fattispecie ratione temporis) in tutto o in parte le spese di lite, e ciò sia nell’ipotesi di soccombenza reciproca, sia nell’ipotesi di concorso con altri giusti motivi (Cass., 14 novembre 2002, n. 16012; Cass., 1 ottobre 2002, n. 14095; Cass., 11 novembre 1996, n. 9840).
Nel caso in esame il giudice d’appello non ha emesso alcuna condanna alle spese nei confronti degli attuali ricorrenti, avendo respinto il loro appello incidentale ed accolto parzialmente l’appello principale.
Pertanto esula dal sindacato di questa Corte e rientra nel potere discrezionale del giudice di merito la valutazione dell’opportunità di compensare in tutto od in parte le spese di lite.
Con il quarto motivo si denuncia “in via ipotetica, qualora le controparti, in sede di eventuale ricorso incidentale chiedessero in punto di an debeatur che venga cassata la sentenza della Corte d’appello e quindi affermato un concorso causale nella produzione dell’incidente stradale de quo a carico del sig. D.A. e quindi una responsabilità solidale e diretta della Fondiaria – Sai s.p.a. e codesta Corte affermasse un contributo eziologico anche di D.A. e quindi una responsabilità solidale e diretta della Fondiaria – Sai s.p.a. nel sinistro ove ha perso la vita il giovane R.S. , fermo restante ogni riserva in punto di eventuali eccezioni di inammissibilità improcedibilità dell’eventuale ricorso incidentale, si chiede fin d’ora che il maggior danno eventualmente riconosciuto venga posto a carico solidale di B.G. e Axa Assicurazioni da una parte e D.A. e Fondiaria – Sai dall’altra e che nessun rimborso venga ordinato ai ricorrenti provvedendo quindi le compagnie a ripartirsi le percentuali di responsabilità sul presupposto della solidarietà del debito risarcitorio”.
Il motivo deve ritenersi assorbito in assenza di ricorso incidentale da parte dell’Axa Assicurazioni.
Con il secondo ricorso, articolato in sei motivi, i ricorrenti rispettivamente denunciano: 1) “violazione dell’art. 288 c.p.c. (art. 360 n. 3)”; 2) “omesso esame dell’eccezione formulata dalla difesa circa l’esistenza o meno della domanda restitutoria (art. 360 n. 5)”; 3) “violazione dei principi in materia di onere della prova”; 4) “violazione del giudicato – art. 324 c.p.c. (art. 360 n. 3); 5) “violazione del diritto di difesa delle sig.re R. ”; 6) “violazione degli artt. 288 e 170 c.p.c. (art. 360 n. 3)”.
Con l’istanza di correzione i ricorrenti avevano contestato che l’Axa non aveva depositato né l’atto di citazione in appello, né il verbale di precisazione delle conclusioni con il quale era stata formulata la domanda di restituzione delle somme percepite in eccesso. Ritengono pertanto i ricorrenti che l’impugnata sentenza non si è limitata ad emendare un errore materiale ma è andata ben oltre, violando la procedura prevista dall’art. 288 c.p.c..
I motivi sono inammissibili.
Il provvedimento di correzione di errore materiale, avendo natura ordinatoria, non è suscettibile di ricorso per cassazione ex art. 111 Cost. neppure per violazione del contraddittorio, in quanto non realizza una statuizione sostitutiva di quella corretta e non ha, quindi, rispetto ad essa, alcuna autonoma rilevanza, ripetendo invece da essa medesima la sua validità, così da non esprimere un suo proprio contenuto precettivo rispetto al regolamento degli interessi in contestazione: dall’art. 288, quarto comma, c.p.c. è, infatti, espressamente prevista l’impugnabilità delle parti corrette, che costituisce rimedio diretto esclusivamente al controllo della legittimità della disposta correzione (Cass., 17 maggio 2010, n. 12034).
In conclusione, la Corte rigetta il primo ricorso, depositato il 6 dicembre 2012; dichiara inammissibile il secondo ricorso, depositato il 24 marzo 2014 e condanna parte ricorrente alle spese del giudizio di cassazione che liquida come in dispositivo, tenendo conto della difesa svolta dalla compagnia per rispondere ai ricorsi di controparte.
P.Q.M.
La Corte rigetta il primo ricorso, dichiara inammissibile il secondo e condanna parte ricorrente alle spese del giudizio di cassazione che liquida in Euro 10.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali ed accessori di legge.

 

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