051 644 7838 [email protected]

DIFFAMAZIONE A MEZZO FACEBOOK

DIFFAMAZIONE A MEZZO FACEBOOK, DIRITTO PENALE,  AVVOCATO PENALISTA STUDIO LEGALE  DIRITTO PENALE BOLOGNA

Studio legale Bologna

AVVOCATO PENALISTA A  BOLOGNA IL REATO DI DIFFAMAZIONE A MEZZO FACEBOOK E LA SUA LESIVITA’

12345 foto collage 13

In tema di consumazione del reato di diffamazione tramite Internet si è posto in evidenza come esso debba intendersi consumata nei momento in cui il collegamento web sia attivato, e la dimostrazione del contrario deve essere data dall’interessato, tenuto conto dell’ordinario ricorso, nella pratica web, a comunicazioni aperte all’accesso di un numero indeterminato di persone o comunque destinate, per la loro stessa natura, a tal genere di immediata diffusione. (Rv. 234528; rv 239832). Nel caso di specie, la espressione offensiva è stata pubblicata su un “blog” ossia su un sito web che tiene traccia (log) degli interventi dei partecipanti e che può essere, si, personale, ma costantemente aggiornato on line e tale che tutti possono leggere in esso, oppure uno spazio sul web attorno al quale, comunque, si aggregano navigatori che condividono interessi comuni, con la conseguente diffusività dei contenuti del blog stesso.

 

 

Studio legale Bologna 

 

 

 FOTOFOTO46Sentenza – La Cassazione e la diffamazione a mezzo internet Suprema Corte di Cassazione Penale Quinta Sezione  Sentenza n. 32444 del 25 luglio 2013Sentenza – Diffamazione a mezzo internet

studio-legale-bologna5Fatto e diritto

Propone personalmente ricorso per cassazione B. A. avverso la sentenza della Corte d’appello di Genova in data 22 marzo 2012, con la quale è stata confermata quella di primo grado, di condanna in ordine al reato di diffamazione ex articolo 595 c.p., commesso il 28 marzo 2007. L’imputato è stato accusato di avere offeso la reputazione di P. I. scrivendo, su un sito Web, un comunicato nel quale si firmava con il nome di tale soggetto, tra l’altro attribuendosi implicitamente tendenze omosessuali.

Deduce l’impugnante la violazione dell’articolo 62 c.p.p., essendo costituita, la prova della riconducibilità del reato all’imputato, dalle dichiarazioni di tale C. il quale ha riferito di avere ricevuto confidenze, in tal senso, da parte del ricorrente durante il dibattimento. Il ricorrente aggiunge che non vi è prova della lettura del messaggio da parte di altri utenti del Web. In terzo luogo si contesta che vi sia contenuto diffamatorio nella inserzione sul sito Web, tenuto conto, in particolare, che il termine “gay” non ha valenza di per sé offensiva; 2) la nullità del processo dl primo grado, già eccepita anche in appello, per non essere stato “notificato al difensore dell’imputato il decreto di citazione diretta al giudizio”, nonostante la regolare nomina effettuata fin dal 9 dicembre 2008. Sostiene l’impugnante di avere in origine nominato due difensori di fiducia (avvocati B. e G.) i quali avevano successivamente rinunciato al mandato difensivo con una dichiarazione depositata presso la Procura della Repubblica.

All’imputato era stato nominato un difensore di ufficio ritenendosi poi, da parte dei giudici dell’appello, che le successive nomine di altri due difensori di fiducia (avvocati M. M. e C.) non potevano ritenersi valide in mancanza della revoca dei precedenti.

studio-legale-bologna4Ed invece, ritiene l’impugnante che la nomina dei nuovi difensori di fiducia doveva ritenersi valida a partire dal momento della formalizzazione della rinuncia da parte dei precedenti: come del resto si era implicitamente ritenuto con la scelta di notificare la citazione per l’appello proprio a tali avvocati.

FOTOFOTO3Ne conseguiva che la nomina del difensore di ufficio era del tutto illegittima. A sostegno di tale assunto l’impugnante fa notare che anche l’appello è stato sottoscritto da uno di tali legali (l’avvocato C.);

3) L’incompetenza territoriale del giudice che ha proceduto. Il ricorso è infondato e deve essere rigettato. Con il primo motivo si pone la questione della violazione dell’articolo 62 c.p.p., peraltro senza che risulti che la stessa fosse stata formulata nei motivi d’appello, nel rispetto dei dovere di specificazione delle circostanze di fatto e di diritto a sostegno della questione.

A ciò va aggiunto che il divieto dì testimonianza sulle dichiarazioni dell’imputato o dell’indagato, sancito dall’art. 62 cod. proc. pen. – essendo diretto ad assicurare l’inutilizzabilità di quanto dichiarato al di fuori degli atti garantiti dalla presenza del difensore, attraverso la testimonianza di chi tali dichiarazioni abbia ricevuto in qualsivoglia maniera – presuppone che le dichiarazioni stesse siano state rese “nel corso del procedimento” e non anteriormente o al di fuori del medesimo. Il divieto in quest’ultima ipotesi non può infatti operare, assumendo la testimonianza, nel suo contenuto specifico, valore di fatto storico percepito dal teste e, come tale, valutabile dal giudice alla stregua degli ordinari criteri applicabili a detto mezzo di prova (Sez. 1, Sentenza n. 7745 del 15/05/1996 Ud. (dep. 07/08/1996) Rv. 205524).

ConsulenzaE in tale prospettiva deve ritenersi che eventuali confidenze fatte dall’imputato ad un conoscente non rientrino nel divieto di testimonianza di cui all’articolo 62 c.p.p. neppure se effettuate, come sostenuto nel ricorso, durante il processo (in tal senso Rv. 208648; Rv. 228642). Il divieto di testimonianza previsto dall’art. 62 cod. proc. pen. opera, invero, solo in relazione alle dichiarazioni rese nel corso dei procedimento, intendendosi con tale espressione un collegamento funzionale tra le dichiarazioni ed un atto del procedimento e pertanto opera solo per quelle dichiarazioni rese all’autorità giudiziaria, alla polizia giudiziaria e al difensore nell’ambito dell’attività investigativa (vedasi sentenza Corte Costituzionale n. 237 del 1993) (Sez. 6, Sentenza n. 6085 del 09/12/2003 Ud. (dep. 16/02/2004) Rv. 227599).

La seconda questione posta nel primo motivo di ricorso è parimenti infondata. In tema di consumazione del reato di diffamazione tramite Internet si è posto in evidenza come esso debba intendersi consumata nei momento in cui il collegamento web sia attivato, e la dimostrazione del contrario deve essere data dall’interessato, tenuto conto dell’ordinario ricorso, nella pratica web, a comunicazioni aperte all’accesso di un numero indeterminato di persone o comunque destinate, per la loro stessa natura, a tal genere di immediata diffusione. (Rv. 234528; rv 239832). Nel caso di specie, la espressione offensiva è stata pubblicata su un “blog” ossia su un sito web che tiene traccia (log) degli interventi dei partecipanti e che può essere, si, personale, ma costantemente aggiornato on line e tale che tutti possono leggere in esso, oppure uno spazio sul web attorno al quale, comunque, si aggregano navigatori che condividono interessi comuni, con la conseguente diffusività dei contenuti del blog stesso.

La terza parte del primo motivo di ricorso è inammissibile per genericità.

Si sostiene, come un unico ed apodittico argomento, che la attribuzione, a taluno, della omosessualità non sia di per se lesiva della reputazione, senza dare conto delle circostanze di fatto che hanno caratterizzato la vicenda in esame e, in particolar modo, delle questioni poste dalla persona offesa e dell’interesse pubblico alla materia. Il secondo motivo è manifestamente infondato. Il giudice dell’appello ha ricostruito le vicende dei mandati difensivi nel senso che la nomina degli originari difensori di fiducia, avvocati B. e G aveva fatto si che il pubblico,di “ministero avesse disposto la notifica dell’avviso della citazione diretta agli stessi legali quando aveva emesso il relativo decreto, ossia il 22 settembre 2010. In quella circostanza, la nomina di altri due difensori di fiducia avvenuta sin dal 9 dicembre 2008 in riferimento alle persone degli avvocati C. e M. M., è stata correttamente ritenuta priva di effetto, in ragione del disposto dell’articolo 24 delle disposizioni di attuazione dei codice di rito, secondo cui la nomina di ulteriori difensori si considera senza effetto finche la parte non provvede alla revoca delle nomine precedenti che risultano in eccedenza.

D’altra parte, l’applicazione della diversa regola secondo cui la rinuncia ai mandato difensivo ha effetto da quando la parte risulti assistita da un nuovo difensore (articolo 107 cpp), poteva comportare soltanto che, a far data dalla comunicazione della rinuncia all’autorità giudiziaria- e cioè dal 13 ottobre 2010 – potesse divenire valida ed efficace la nomina dei nuovi difensori di fiducia. In conclusione, il condivisibile assunto della Corte d’appello è quello secondo cui, all’atto della notifica del decreto di citazione ai difensori di fiducia, la nomina ancora valida era soltanto quella degli avvocati B. e G. i quali hanno perso tale qualità in favore dei nuovi legali di fiducia soltanto con la rinuncia al mandato e quindi successivamente alla disposizione della notifica della citazione per il giudizio di primo grado. Costituisce, infatti, un principio: fermo della giurisprudenza quello secondo cui gli avvisi e le comunicazioni devono essere dati al difensore che riveste tale qualità nel momento processuale nel quale vengono disposti ed eseguiti cfr. fra le molte, Rv. 169603; Rv. 180065). È da escludere, d’altra parte, cita la sentenza delle Sezioni unite numero 12164 del 2011, citata nel ricorso, possa portare argomenti nuovi re utili alla tesi dell’imputato ove si consideri che i principi in essa espressi riguardano la nomina del difensore in eccedenza per la proposizione dell’atto d’impugnazione, mentre, nella specie, il tema sollevato dall’impugnante riguarda una situazione verificatasi all’atto della instaurazione del giudizio di primo grado. Il terzo motivo è inammissibile, posto che le segnalazioni sulla incompetenza territoriale debbono essere poste come questioni preliminari del giudizio di primo grado (quando, come nella specie, manchi l’udienza preliminare) e non possono essere formulate per la prima volta in Cassazione.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento. Roma 14 marzo 201312345foto grande collage 1

diffamazione facebook aggravata, querela per diffamazione via face book, querela per diffamazione tramite face book, diffamazione aggravata tramite face book, diffamazione su facebook cosa fare, diffamazione bacheca face book, diffamazione facebook messaggi privati, diffamazione ingiuria face book, facebook diffamazione a mezzo stampa

 

FOTOFOTO43Codice PenaleArt. 595. 
Diffamazione.Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1.032.
Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a euro 2.065.
Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516.
Se l’offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza o ad una autorità costituita in collegio, le pene sono aumentate.

 

Per quanto concerne la problematica inerente la consumazione del reato in esame, da un lato la Cassazione ha presunto “la sussistenza del requisito della comunicazione con più persone qualora il messaggio diffamatorio sia inserito in un sito internet per sua natura destinato ad essere normalmente visitato in tempi assai ravvicinati da un numero indeterminato di soggetti” [23], dall’altro, però, sempre i Giudici di legittimità hanno richiesto, affinchè il reato possa stimarsi consumato, che i terzi percepiscano “l’espressione ingiuriosa e dunque, nel caso in cui frasi o immagini lesive siano state immesse sul web, nel momento in cui il collegamento viene attivato”

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE I PENALE

Sentenza 22 gennaio – 16 aprile 2014, n. 16712

(Presidente Siotto – Relatore Posta)

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 21.2.2012 il Tribunale militare di Roma condannava F.S., con le circostanze attenuanti generiche equivalenti alle aggravati contestate, alla pena di mesi tre di reclusione militare, con i doppi benefici, per il reato di diffamazione pluriaggravata perché, nella qualità di maresciallo capo della Guardia di finanza della compagnia di San Miniato, pubblicava sul social network «facebook» nei dati personali del proprio profilo la frase «…attualmente defenestrato a causa dell’arrivo di collega sommamente raccomandato e leccaculo…ma me ne fotto … per vendetta appena ho due minuti gli trombo la moglie», offendendo in tal modo la reputazione del maresciallo U.M., designato in sua sostituzione al comando della compagnia di San Miniato.

La Corte militare di appello in data 28.11.2012 riformando la predetta sentenza assolveva il S. per insussistenza del fatto. In specie, ha affermato che la identificazione della persona offesa risultava possibile soltanto da parte di una ristretta cerchia di soggetti rispetto alla generalità degli utenti del social network, non avendo l’imputato indicato il nome del suo successore, né la funzione di comando in cui era stato sostituito, né alcun riferimento cronologico; pertanto, manca la prova che il S. abbia intenzionalmente comunicato con più persone in grado di individuare in modo univoco il destinatario delle espressioni diffamatorie.

2. Avverso la sentenza di secondo grado ha proposto ricorso per cassazione il Procuratore generale presso la Corte militare di appello che, con un unico motivo, denuncia la violazione di legge ed il vizio della motivazione.

Rileva, in primo luogo, che l’offesa alla reputazione rilevante ai fini della diffamazione prescinde dalle conseguenze che possono derivare o siano in concreto derivate all’interessato. Ciò che rileva, quindi, è soltanto l’uso di frasi offensive – quale è nella specie anche l’espressione volgare riferita alla moglie dell’interessato – e la circostanza che, come affermato dalla giurisprudenza, la pubblicazione su internet di per sè ne abbia determinato la conoscenza da parte di più persone, a nulla rilevando se in concreto siano state lette.

La motivazione della sentenza impugnata, quindi, è illogica e contraddittoria rispetto a quanto affermato dalla stessa Corte di appello in ordine alla natura di mezzo di pubblicità del social network cui ha accesso con la sola registrazione una molteplicità di soggetti indeterminati e non può essere desunta la prova contraria dalle dichiarazioni dei testimoni della difesa.

Quanto alla univoca individuazione della persona oggetto delle frasi diffamatorie, il ricorrente afferma che così come era avvenuto per il brigadiere L. qualsiasi altra persona, anche non appartenente alla guardia di finanza ma solitamente in contatto con l’imputato o col m.llo U., avrebbe potuto individuarla. Rilevante sotto tale profilo deve ritenersi l’avverbio usato «attualmente», che indiscutibilmente si riferisce al presente, con il quale, quindi, il S. aveva fatto riferimento ad un evento avvenuto in epoca prossima alla comunicazione sul social network e che contraddice quanto affermato dalla Corte di appello in ordine alla mancanza di indicazioni cronologiche. Ulteriore elemento di identificazione è la qualificazione di «collega» evidentemente di pari grado, stante l’avvenuta «defenestrazione» per sua causa, ed «ammogliato». Evidenzia, quindi, il ricorrente che l’affermazione che la identificazione certa dell’offeso fosse limitata ad un gruppo ristretto di persone costituito da quelle in possesso delle notizie ulteriori, è irrilevante e superflua, atteso che tutte le notizie inserite nel social network non posso che riferirsi ad una cerchia limitata di utenti di tale mezzo.

Considerato in diritto

Il ricorso del Procuratore generale è fondato nei termini di seguito indicati.

La Corte di appello, invero, ha dato atto che l’imputato non si è limitato ad attribuire al suo successore le qualifiche obiettivamente negative di «raccomandato» e «leccaculo», ma ha collegato tali caratteristiche alla successione del predetto militare nella funzione di comando in precedenza ricoperta dall’imputato. Ha, quindi, ritenuto che il S. ha in modo implicito, ma univoco, affermato che il successore nella sua funzione di comando era subentrato soltanto per dette qualità negative ponendole, quindi, in collegamento funzionale con un fatto concreto e, quindi, determinato.

I giudici di secondo grado hanno, altresì, affermato la sussistenza dell’aggravante dell’utilizzo del mezzo di pubblicità, tenuto conto che la pubblicazione della frase indicata nell’imputazione sul profilo del social network facebook rende la stessa accessibile ad una moltitudine indeterminata di soggetti con la sola registrazione al social network ed anche per le notizie riservate agli «amici» ad una cerchia ampia di soggetti. Peraltro, nella specie, la frase era ampiamente accessibile essendo indicata nel cd. «profilo».

Così che il discorso giustificativo con il quale la Corte di appello ha sostenuto che la individuazione univoca del militare tacciato di essere «raccomandato e leccaculo» fosse possibile soltanto da parte di una ristretta cerchia di soggetti rispetto alla generalità degli utenti del social network ed, in particolare, soltanto dai militari appartenenti alla compagnia della Guardia di finanza di San Miniato, appare contraddittorio con le suddette affermazioni. Del resto, affermare che l’imputato non ha indicato il nome del suo successore, né la funzione di comando in cui era stato sostituito, né alcun riferimento cronologico non sembra tenere conto adeguatamente dell’avverbio «attualmente», che all’evidenza si riferisce al presente, usato nella frase, né della qualificazione di «collega» collegata al termine «defenestrazione».

D’altro canto, ribadito che ai fini della integrazione del reato di diffamazione è sufficiente che il soggetto la cui reputazione è lesa sia individuabile da parte di un numero limitato di persone indipendentemente dalla indicazione nominativa (Sez. 5, n. 7410 del 20/12/2010, rv. 249601), i giudici di secondo grado non hanno adeguatamente indicato le ragioni logico-giuridiche per quali il limitato il numero delle persone in grado di identificare il soggetto passivo della frase a contenuto diffamatorio determini l’esclusione della prova della volontà del S. di comunicare con più persone in grado di individuare il soggetto interessato.

Ed invero, il reato di diffamazione non richiede il dolo specifico, essendo sufficiente ai fini della sussistenza dell’elemento soggettivo della fattispecie la consapevolezza di pronunciare una frase lesiva dell’altrui reputazione e la volontà che la frase venga a conoscenza di più persone, anche soltanto due. Ed ai fini di detta valutazione non può non tenersi conto dell’utilizzazione del social network – come, del resto la stessa Corte di appello ha evidenziato – a nulla rilevando che non si tratti di strumento finalizzato a contatti istituzionali tra appartenenti alla Guardia di finanza, né la circostanza che in concreto la frase sia stata letta soltanto da una persona.

Conseguentemente, la sentenza deve essere annullata con rinvio ad altra sezione della Corte militare di appello che dovrà rivalutare la sussistenza dell’elemento oggettivo e soggettivo della fattispecie contestata al S. alla luce dei suddetti criteri.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte militare di appello.
Così deciso, il 22 gennaio 2014.