SEPARAZIONE BOLOGNA TRIBUNALE BOLOGNA  TRIBUNALE REGGIO EMILIA DANNO AL CONIUGE PER   COMPORTAMENTO ALTRO CONIUGE CONTRARIO AI DOVERI CONIUGALI

SEPARAZIONE BOLOGNA TRIBUNALE BOLOGNA  TRIBUNALE REGGIO EMILIA DANNO AL CONIUGE PER   COMPORTAMENTO ALTRO CONIUGE CONTRARIO AI DOVERI CONIUGALI

SEPARAZIONE BOLOGNA TRIBUNALE BOLOGNA  TRIBUNALE REGGIO EMILIA DANNO AL CONIUGE PER   COMPORTAMENTO ALTRO CONIUGE CONTRARIO AI DOVERI CONIUGALI

 

 

 

Costituisce acquisizione ormai da tempo condivisa dalla giurisprudenza della S.C. che "Il rispetto della dignità e della personalità, nella sua interezza, di ogni componente del nucleo familiare assume il connotato di un diritto inviolabile, la cui lesione da parte di altro componente della famiglia costituisce il presupposto logico della responsabilità civile, non potendo da un lato ritenersi che diritti definiti inviolabili ricevano diversa tutela a seconda che i titolari si pongano o meno all'interno di un contesto familiare (e ciò considerato che la famiglia è luogo di incontro e di vita comune nel quale la personalità di ogni individuo si esprime, si sviluppa e si realizza attraverso l'instaurazione di reciproche relazioni di affetto e di solidarietà, non già sede di compressione e di mortificazione di diritti irrinunciabili); e dovendo dall'altro lato escludersi che la violazione dei doveri nascenti dal matrimonio - se ed in quanto posta in essere attraverso condotte che, per la loro intrinseca gravità, si pongano come fatti di aggressione ai diritti fondamentali della persona - riceva la propria sanzione, in nome di una presunta specificità, completezza ed autosufficienza del diritto di famiglia, esclusivamente nelle misure tipiche previste da tale branca del diritto (quali la separazione e il divorzio, l'addebito della separazione, la sospensione del diritto all'assistenza morale e materiale nel caso di allontanamento senza giusta causa dalla residenza familiare), dovendosi invece predicare una strutturale compatibilità degli istituti del diritto di famiglia con la tutela generale dei diritti costituzionalmente garantiti, con la conseguente, concorrente rilevanza di un dato comportamento sia ai fini della separazione o della cessazione del vincolo coniugale e delle pertinenti statuizioni di natura patrimoniale, sia (e sempre che ricorrano le sopra dette caratteristiche di gravità) quale fatto generatore di responsabilità aquiliana" (ex multis Cass. n. 9801/2005, n. 18853/2011). 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con atto di citazione ritualmente notificato X conveniva in giudizio Y per sentire accertare la violazione, da parte di quest’ultimo, degli obblighi assunti con il matrimonio ex art. 143 c.c., con conseguente condanna dello stesso al risarcimento dei danni nella misura di euro 260.000,00.

La parte attrice allegava la violazione, da parte del Y, dei doveri di fedeltà, assistenza materiale e morale, collaborazione e coabitazione, in ragione dei comportamenti analiticamente descritti nell’atto di citazione; assumeva, in particolare, di avere appreso, solamente nell’anno 2013, da un investigatore privato, che Y, dipendente di *** Banca, aveva cessato di lavorare per tale istituto di credito già nell’anno 2007 e, dunque, non nel 2010, come invece riferitole dallo stesso; da tale fonte aveva appreso, anche, che il Y aveva subito due condanne penali per atti osceni in luogo pubblico, la prima per fatti avvenuti nel luglio 1992 a Modena e la seconda per episodi verificatisi nel novembre 2002 a Parma. 

Alla stregua delle premesse X chiedeva la condanna di Y al risarcimento dei danni sofferti, avendo la violazione dei doveri matrimoniali compromesso "la salute e l’integrità psichica" della stessa. 

Y si costituiva, con comparsa di costituzione e risposta, contestando le avverse allegazioni difensive e, pertanto, chiedendo, in via principale, il rigetto delle domande attoree e, in via subordinata, la riduzione della pretesa. 

Depositate le memorie ex art. 183, co. 6, c.p.c. da parte di entrambe le parti, ed assunte le prove orali ammesse, veniva disposta c.t.u. sulla persona dell’attrice. 

All’udienza del 7/2/2019, sulle conclusioni precisate come in epigrafe indicato, lo scrivente magistrato, designato giudice istruttore del procedimento a far data dal 1/6/2018, pronunciava sentenza ex art. 281 sexies c.p.c., dandone lettura. 

La domanda attorea è fondata e va accolta, per quanto di ragione. 

Costituisce acquisizione ormai da tempo condivisa dalla giurisprudenza della S.C. che "Il rispetto della dignità e della personalità, nella sua interezza, di ogni componente del nucleo familiare assume il connotato di un diritto inviolabile, la cui lesione da parte di altro componente della famiglia costituisce il presupposto logico della responsabilità civile, non potendo da un lato ritenersi che diritti definiti inviolabili ricevano diversa tutela a seconda che i titolari si pongano o meno all'interno di un contesto familiare (e ciò considerato che la famiglia è luogo di incontro e di vita comune nel quale la personalità di ogni individuo si esprime, si sviluppa e si realizza attraverso l'instaurazione di reciproche relazioni di affetto e di solidarietà, non già sede di compressione e di mortificazione di diritti irrinunciabili); e dovendo dall'altro lato escludersi che la violazione dei doveri nascenti dal matrimonio - se ed in quanto posta in essere attraverso condotte che, per la loro intrinseca gravità, si pongano come fatti di aggressione ai diritti fondamentali della persona - riceva la propria sanzione, in nome di una presunta specificità, completezza ed autosufficienza del diritto di famiglia, esclusivamente nelle misure tipiche previste da tale branca del diritto (quali la separazione e il divorzio, l'addebito della separazione, la sospensione del diritto all'assistenza morale e materiale nel caso di allontanamento senza giusta causa dalla residenza familiare), dovendosi invece predicare una strutturale compatibilità degli istituti del diritto di famiglia con la tutela generale dei diritti costituzionalmente garantiti, con la conseguente, concorrente rilevanza di un dato comportamento sia ai fini della separazione o della cessazione del vincolo coniugale e delle pertinenti statuizioni di natura patrimoniale, sia (e sempre che ricorrano le sopra dette caratteristiche di gravità) quale fatto generatore di responsabilità aquiliana" (ex multis Cass. n. 9801/2005, n. 18853/2011). 

3.1. 

Muovendo da tali premesse, e venendo alla fattispecie in esame, è ampiamente provata, all’esito dell’istruttoria, la tesi attorea circa l’esistenza di un danno ingiusto, in capo all’attrice, in conseguenza delle condotte tenute dal convenuto. 

Nello specifico, è pacificamente acquisito agli atti che la signora X è venuta a conoscenza del fatto che il marito non lavorasse più per *** Banca già dall’anno 2007 per averlo appresso, tre anni dopo, non dal Y, ma da un investigatore privato. E’ lo stesso convenuto ad allegare nella comparsa di costituzione che "Nel 2007 l’Agenzia presso cui lavorava […] subì una rapina per un importo cospicuo ed il dott. Y venne ritenuto responsabile di non essere riuscito ad impedirla. Nonostante la tutela sindacale e la difesa legale, il dott. Y, che lavorava in quella Banca da ben 22 anni, si vide costretto a dimettersi. 

Completamente disorientato, […], temendo le reazioni della sig.ra X, non ebbe il coraggio di raccontarle quanto accaduto. […]. 

Alla moglie si limitò a raccontare che vi era stata una rapina in banca che aveva provocato tensioni e problemi sul lavoro". 

Con sentenza n. 1187/2018 del 2/10/2018 il Tribunale di Reggio Emilia ha dichiarato la separazione dei coniugi, addebitandola al Y (doc. n. 10 dell’attrice). In particolare, il Tribunale ha osservato che la condotta di violazione dei doveri coniugali allegata dalla ricorrente relativa alla scoperta dei precedenti penali del marito, ha trovato puntuale conferma negli atti e nelle emergenze istruttorie "e in particolare:

-i precedenti penali per reati di atti osceni in luogo pubblico sono documentati e comunque non sono contestati"; 

-il teste Ponzi Franco, investigatore privato, ha confermato che la X era all’oscuro di tali fatti e di essere stato proprio lui a rivelarglieli nel 2013/14". 

La circostanza sopra descritta è coperta dal giudicato. 

Sulla scorta di tali premesse, imponendo il matrimonio un obbligo di lealtà, di correttezza e di solidarietà, sostanziantesi anche in un obbligo di informazione di ogni circostanza inerente alle proprie condizioni e di ogni situazione idonea a compromettere la comunione materiale e spirituale connotante il matrimonio, è configurabile un danno ingiusto risarcibile allorché l'omessa informazione, in violazione dei detti obblighi, da parte di un coniuge, leda l’altro nel suo diritto di essere informato in relazione ad ogni situazione che possa compromettere l’affectio coniugalis. Alla luce di quanto esposto, le condotte tenute dal Y, nei termini dianzi descritti, per la loro intrinseca gravità, si pongono come fatti di aggressione al suddetto diritto, inerente la qualità di coniuge, all’interno di quel contesto familiare inteso come luogo di incontro e di vita comune, nonché di reciproco rispetto. 

E’ provato, all’esito della c.t.u., che dalla violazione degli anzidetti obblighi è derivato all’attrice un danno alla salute di tipo psichico. 

Mette conto rilevare anzitutto che le conclusioni cui è pervenuto il C.T.U., dott. Giuseppe Cupello, anche nella parte in cui ha replicato compiutamente alle contrarie deduzioni dei cc.tt.pp., meriano piena adesione in quanto caratterizzate da significativa accuratezza nella illustrazione dei passaggi del ragionamento utilizzato per la risposta al quesito. 

In particolare, il C.T.U., all’esito dei colloqui con la paziente e della valutazione psicodiagnostica e medico-legale su di essa effettuata, valutati i dati anamnestici, ha formulato diagnosi di "disturbo dell’adattamento con ansia e umore depresso misti, a decorso persistente (cronico), di entità clinica lieve-moderata", con riduzione dell’integrità psico-fisica permanente nella misura del 5,6-6,3%, in conseguenza dei su descritti eventi scatenanti. Segnatamente, il C.T.U. ha osservato che uno degli eventi critici "può individuarsi nella rivelazione improvvisa ed inattesa - siamo agli inizi del 2013- alla p. di qualcosa di relativo al proprio coniuge, per quanto all’epoca essi siano separati di fatto da circa due anni, qualcosa affatto banale, che risaliva comunque a diversi anni prima, in costanza di vita matrimoniale. La p. viene quindi a conoscenza di quanto accaduto ovvero di comportamenti esibizionistici (verosimilmente afferenti all’ambito dei "disturbi Parafilici") esitati, in alcune occasioni, in condanne penali a carico del coniuge. Oltre a ciò, di rilievo anche se con impatto emotivo decisamente minore, la p. viene a sapere che, per circa tre anni - sempre all’epoca del matrimonio "attivo" - l’ex coniuge non lavorava più nell’istituto bancario a lei noto, pur continuando ad uscire da casa agli stessi orari e a riferirle di svolgere lo stesso lavoro, laddove invece - la p. ne verrà a conoscenza in seguito – egli svolgeva tutt’altra (e poco chiara?) attività lavorativa. 

Ciò che qui rileva sono sia gli specifici contenuti di quanto appreso – l’esibizionismo e le condanne, il cambiamento di lavoro- sia, e forse ancor più?, la peculiare circostanza e modalità con cui la p. stessa né è venuta a conoscenza. In altri termini non è stato lo stesso protagonista di tali comportamenti -all’epoca coniuge della p.- ma un investigatore privato, da lei consultato, conoscente della coppia. 

Ne è da ciò conseguito il vissuto di essere stata tradita, ingannata, oggetto di menzogna, e non su un singolo specifico accadimento quanto piuttosto su una serie di fatti e situazioni, ripetute nel corso degli anni, alcune con risonanza mediatica e pertanto note alla cerchia di amici, conoscenti e colleghi della coppia. 

[…] tutto ciò è venuto ad incidere su una persona, la p., la cui struttura personologica, in assenza di disturbi conclamati, è pur segnata da tratti di vulnerabilità di tipo ossessivo-compulsivo [..] ed anche evitanti [..] e dipendenti [..]. 

Dunque, in sintesi: "quei" precisi eventi, appresi in "quel" peculiare modo e circostanza, su "quello" specifico assetto personologico= sviluppo di Disturbo dell’Adattamento". 

Quanto al nesso causale, il C.T.U. ha puntualizzato che la condizione psicopatologica riscontrata "è in stretta correlazione temporale e causale con l’evento sopra descritto [..], in pieno rispetto della criteriologia cronologica medico legale" precisando, altresì, che il disturbo psichico si è manifestato "in persona esente da pregressi disturbi psichiatrici conclamati, almeno per quanto è dato di poter ricostruire" e che "Non sono inoltre emersi altri possibili fattori (con)causali cui ricondurre il quadro psicopatologico evidenziato né si sono evidenziati elementi suggestivi della produzione di sintomi fittizi". Gli anzidetti eventi scatenanti – ha osservato, ancora, il C.T.U. – hanno comportato "una sorta di "frattura" nella vicenda esistenziale della persona, venendo ad incidere sulla sfera relazionale ed affettiva; né è conseguita una constatabile compromissione del modo di essere, personale e sociale, del soggetto, un’alterazione in termini negativi della qualità della vita e della serenità personale, consistente nel dover agire altrimenti e non poter fare più come prima", elementi che il C.T.U. ha valutato ai fini della quantificazione del danno. 

Passando ora alla liquidazione del danno, è principio di diritto ormai consolidato quello secondo il quale il risarcimento del danno alla persona deve essere integrale, essendo compito del giudice accertare l'effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nomen iuris attribuitogli. Pertanto, in tema di liquidazione del danno per la lesione del diritto alla salute, nei diversi aspetti o voci in cui tale unitaria categoria si compendia, l'applicazione dei criteri di valutazione equitativa, rimessa alla prudente discrezionalità del giudice, deve consentirne la maggiore approssimazione possibile all'integrale risarcimento, anche attraverso la cd. personalizzazione del danno (v. Cass. s.u. n. 26972/2008). 

Orbene, sulla scorta delle tabelle in uso presso il Tribunale di Milano, aggiornate all’anno 2018 (che per costante giurisprudenza costituiscono idoneo criterio di liquidazione del danno), considerato che all’epoca della verificazione del danno (2013) l’attrice aveva un’età di 50 anni, il danno non patrimoniale (nell’accezione di cui sopra) va liquidato in complessivi euro 9.206,00 in moneta attuale, avuto riguardo alla percentuale di invalidità stimata dal C.T.U. nella misura del 5,6% -6,3%. Su tale somma vanno calcolati gli interessi compensativi nella misura dell’interesse legale, dalla data dell’illecito alla data di deposito della sentenza, sulla somma devalutata e di anno in anno rivalutata, oltre agli interessi legali sulla somma liquidata in moneta attuale dalla data di deposito della sentenza al saldo. 

Nessuna personalizzazione va effettuata: 

  1. a) il valore monetario medio applicato corrisponde al caso di incidenza della lesione in termini "standardizzabili" in quanto frequentemente ricorrenti, sia quanto agli aspetti relazionali, che a quelli di sofferenza soggettiva;
  2. b) il C.T.U. ha già ricompreso, nella quantificazione dei postumi incidenti sull’integrità psico-fisica nei vari risvolti di cui si compone, ogni compromissione derivata dall’evento. Valga al riguardo considerare che, come già osservato, il C.T.U. ha quantificato il danno, tenendo conto dell’incidenza del disturbo psichico "sulla sfera relazionale ed affettiva"della sig.ra X, sul suo"modo di essere, personale e sociale" e sulla "qualità della vita e della serenità personale" della stessa.

Come compiutamene statuito dalla Suprema Corte nella sentenza n. 10912/2018, alla quale appare opportuno richiamarsi in toto, data la chiarezza argomentativa, "Il grado di invalidità permanente indicato da un "barème" medico legale esprime in misura percentuale la sintesi di tutte le conseguenze ordinarie che una determinata menomazione si presume riverberi sullo svolgimento delle attività comuni ad ogni persona; in particolare, le conseguenze possono distinguersi in due gruppi: quelle necessariamente comuni a tutte le persone che dovessero patire quel particolare grado di invalidità e quelle peculiari del caso concreto che abbiano reso il pregiudizio patito dalla vittima diverso e maggiore rispetto ai casi consimili. Tanto le prime quanto le seconde costituiscono forme di manifestazione del danno non patrimoniale aventi identica natura che vanno tutte considerate in ossequio al principio dell'integralità del risarcimento, senza, tuttavia, incorrere in duplicazioni computando lo stesso aspetto due o più volte sulla base di diverse, meramente formali, denominazioni. Soltanto in presenza di circostanze specifiche ed eccezionali allegate dal danneggiato, che rendano il danno più grave rispetto alle conseguenze ordinariamente derivanti dai pregiudizi dello stesso grado sofferti da persone della stessa età, è consentito al giudice, con motivazione analitica e non stereotipata, incrementare le somme dovute a titolo risarcitorio in sede di personalizzazione della liquidazione". 

 

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di REGGIO EMILIA

SECONDA SEZIONE CIVILE

Il Tribunale ordinario di Reggio Emilia, in persona del giudice unico dott.ssa Stefania Calò, ha pronunciato la seguente 

SENTENZA

nella causa civile n. 37/2015 r.g. 

promossa da:

X , rappresentata e difesa, per delega in atti, dall’avvocato Brunella Bertani presso il cui studio in Reggio Emilia, viale Regina Elena, n. 13/2, è elettivamente domiciliata; 

ATTRICE 

contro

Y , rappresentato e difeso, per delega in atti, dall’avvocato Cristina Cataliotti presso il cui studio in Reggio Emilia, via P. Borsellino, n. 2, è elettivamente domiciliato; 

CONVENUTO 

CONCLUSIONI

per parte attrice: all’udienza del 7/2/2019 come da note conclusive; 

per parte convenuta: all’udienza del 7/2/2019 come da comparsa di costituzione e risposta. 

FATTO E DIRITTO

Si premette che la parte dello svolgimento del processo viene omessa, alla luce del nuovo testo dell'art. 132, comma 2, numero 4, c.p.c. nel quale non è più indicata, fra i contenuti della sentenza, la "esposizione dello svolgimento del processo". 

Inoltre, in virtù dell'art. 132 c.p.c. la sentenza deve contenere la concisa esposizione delle ragioni in fatto e diritto della decisione, espressione che legittima il Giudice a definire la controversia concentrandosi, per evidenti esigenze di economia processuale, sui soli profili ritenuti direttamente rilevanti ai fini della decisione, in ossequio al principio per cui al fine di adempiere all'obbligo della motivazione, il giudice del merito non è tenuto a valutare singolarmente tutte le risultanze processuali ed a confutare tutte le argomentazioni prospettate dalle parti, essendo invece sufficiente che egli, dopo aver vagliato le une e le altre nel loro complesso, indichi gli elementi sui quali intende fondare il proprio convincimento, dovendosi ritenere disattesi, per implicito, tutti gli altri argomenti, tesi, rilievi e circostanze che, sebbene non menzionati specificamente e non espressamente esaminati, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata (Cass. 15 aprile 2011, nr. 8767; Cass. 20 novembre 2009, nr. 24542). 

Con atto di citazione ritualmente notificato X conveniva in giudizio Y per sentire accertare la violazione, da parte di quest’ultimo, degli obblighi assunti con il matrimonio ex art. 143 c.c., con conseguente condanna dello stesso al risarcimento dei danni nella misura di euro 260.000,00.

La parte attrice allegava la violazione, da parte del Y, dei doveri di fedeltà, assistenza materiale e morale, collaborazione e coabitazione, in ragione dei comportamenti analiticamente descritti nell’atto di citazione; assumeva, in particolare, di avere appreso, solamente nell’anno 2013, da un investigatore privato, che Y, dipendente di *** Banca, aveva cessato di lavorare per tale istituto di credito già nell’anno 2007 e, dunque, non nel 2010, come invece riferitole dallo stesso; da tale fonte aveva appreso, anche, che il Y aveva subito due condanne penali per atti osceni in luogo pubblico, la prima per fatti avvenuti nel luglio 1992 a Modena e la seconda per episodi verificatisi nel novembre 2002 a Parma. 

Alla stregua delle premesse X chiedeva la condanna di Y al risarcimento dei danni sofferti, avendo la violazione dei doveri matrimoniali compromesso "la salute e l’integrità psichica" della stessa. 

Y si costituiva, con comparsa di costituzione e risposta, contestando le avverse allegazioni difensive e, pertanto, chiedendo, in via principale, il rigetto delle domande attoree e, in via subordinata, la riduzione della pretesa. 

Depositate le memorie ex art. 183, co. 6, c.p.c. da parte di entrambe le parti, ed assunte le prove orali ammesse, veniva disposta c.t.u. sulla persona dell’attrice. 

All’udienza del 7/2/2019, sulle conclusioni precisate come in epigrafe indicato, lo scrivente magistrato, designato giudice istruttore del procedimento a far data dal 1/6/2018, pronunciava sentenza ex art. 281 sexies c.p.c., dandone lettura. 

La domanda attorea è fondata e va accolta, per quanto di ragione. 

Costituisce acquisizione ormai da tempo condivisa dalla giurisprudenza della S.C. che "Il rispetto della dignità e della personalità, nella sua interezza, di ogni componente del nucleo familiare assume il connotato di un diritto inviolabile, la cui lesione da parte di altro componente della famiglia costituisce il presupposto logico della responsabilità civile, non potendo da un lato ritenersi che diritti definiti inviolabili ricevano diversa tutela a seconda che i titolari si pongano o meno all'interno di un contesto familiare (e ciò considerato che la famiglia è luogo di incontro e di vita comune nel quale la personalità di ogni individuo si esprime, si sviluppa e si realizza attraverso l'instaurazione di reciproche relazioni di affetto e di solidarietà, non già sede di compressione e di mortificazione di diritti irrinunciabili); e dovendo dall'altro lato escludersi che la violazione dei doveri nascenti dal matrimonio - se ed in quanto posta in essere attraverso condotte che, per la loro intrinseca gravità, si pongano come fatti di aggressione ai diritti fondamentali della persona - riceva la propria sanzione, in nome di una presunta specificità, completezza ed autosufficienza del diritto di famiglia, esclusivamente nelle misure tipiche previste da tale branca del diritto (quali la separazione e il divorzio, l'addebito della separazione, la sospensione del diritto all'assistenza morale e materiale nel caso di allontanamento senza giusta causa dalla residenza familiare), dovendosi invece predicare una strutturale compatibilità degli istituti del diritto di famiglia con la tutela generale dei diritti costituzionalmente garantiti, con la conseguente, concorrente rilevanza di un dato comportamento sia ai fini della separazione o della cessazione del vincolo coniugale e delle pertinenti statuizioni di natura patrimoniale, sia (e sempre che ricorrano le sopra dette caratteristiche di gravità) quale fatto generatore di responsabilità aquiliana" (ex multis Cass. n. 9801/2005, n. 18853/2011). 

3.1. 

Muovendo da tali premesse, e venendo alla fattispecie in esame, è ampiamente provata, all’esito dell’istruttoria, la tesi attorea circa l’esistenza di un danno ingiusto, in capo all’attrice, in conseguenza delle condotte tenute dal convenuto. 

Nello specifico, è pacificamente acquisito agli atti che la signora X è venuta a conoscenza del fatto che il marito non lavorasse più per *** Banca già dall’anno 2007 per averlo appresso, tre anni dopo, non dal Y, ma da un investigatore privato. E’ lo stesso convenuto ad allegare nella comparsa di costituzione che "Nel 2007 l’Agenzia presso cui lavorava […] subì una rapina per un importo cospicuo ed il dott. Y venne ritenuto responsabile di non essere riuscito ad impedirla. Nonostante la tutela sindacale e la difesa legale, il dott. Y, che lavorava in quella Banca da ben 22 anni, si vide costretto a dimettersi. 

Completamente disorientato, […], temendo le reazioni della sig.ra X, non ebbe il coraggio di raccontarle quanto accaduto. […]. 

Alla moglie si limitò a raccontare che vi era stata una rapina in banca che aveva provocato tensioni e problemi sul lavoro". 

Con sentenza n. 1187/2018 del 2/10/2018 il Tribunale di Reggio Emilia ha dichiarato la separazione dei coniugi, addebitandola al Y (doc. n. 10 dell’attrice). In particolare, il Tribunale ha osservato che la condotta di violazione dei doveri coniugali allegata dalla ricorrente relativa alla scoperta dei precedenti penali del marito, ha trovato puntuale conferma negli atti e nelle emergenze istruttorie "e in particolare:

-i precedenti penali per reati di atti osceni in luogo pubblico sono documentati e comunque non sono contestati"; 

-il teste Ponzi Franco, investigatore privato, ha confermato che la X era all’oscuro di tali fatti e di essere stato proprio lui a rivelarglieli nel 2013/14". 

La circostanza sopra descritta è coperta dal giudicato. 

Sulla scorta di tali premesse, imponendo il matrimonio un obbligo di lealtà, di correttezza e di solidarietà, sostanziantesi anche in un obbligo di informazione di ogni circostanza inerente alle proprie condizioni e di ogni situazione idonea a compromettere la comunione materiale e spirituale connotante il matrimonio, è configurabile un danno ingiusto risarcibile allorché l'omessa informazione, in violazione dei detti obblighi, da parte di un coniuge, leda l’altro nel suo diritto di essere informato in relazione ad ogni situazione che possa compromettere l’affectio coniugalis. Alla luce di quanto esposto, le condotte tenute dal Y, nei termini dianzi descritti, per la loro intrinseca gravità, si pongono come fatti di aggressione al suddetto diritto, inerente la qualità di coniuge, all’interno di quel contesto familiare inteso come luogo di incontro e di vita comune, nonché di reciproco rispetto. 

E’ provato, all’esito della c.t.u., che dalla violazione degli anzidetti obblighi è derivato all’attrice un danno alla salute di tipo psichico. 

Mette conto rilevare anzitutto che le conclusioni cui è pervenuto il C.T.U., dott. Giuseppe Cupello, anche nella parte in cui ha replicato compiutamente alle contrarie deduzioni dei cc.tt.pp., meriano piena adesione in quanto caratterizzate da significativa accuratezza nella illustrazione dei passaggi del ragionamento utilizzato per la risposta al quesito. 

In particolare, il C.T.U., all’esito dei colloqui con la paziente e della valutazione psicodiagnostica e medico-legale su di essa effettuata, valutati i dati anamnestici, ha formulato diagnosi di "disturbo dell’adattamento con ansia e umore depresso misti, a decorso persistente (cronico), di entità clinica lieve-moderata", con riduzione dell’integrità psico-fisica permanente nella misura del 5,6-6,3%, in conseguenza dei su descritti eventi scatenanti. Segnatamente, il C.T.U. ha osservato che uno degli eventi critici "può individuarsi nella rivelazione improvvisa ed inattesa - siamo agli inizi del 2013- alla p. di qualcosa di relativo al proprio coniuge, per quanto all’epoca essi siano separati di fatto da circa due anni, qualcosa affatto banale, che risaliva comunque a diversi anni prima, in costanza di vita matrimoniale. La p. viene quindi a conoscenza di quanto accaduto ovvero di comportamenti esibizionistici (verosimilmente afferenti all’ambito dei "disturbi Parafilici") esitati, in alcune occasioni, in condanne penali a carico del coniuge. Oltre a ciò, di rilievo anche se con impatto emotivo decisamente minore, la p. viene a sapere che, per circa tre anni - sempre all’epoca del matrimonio "attivo" - l’ex coniuge non lavorava più nell’istituto bancario a lei noto, pur continuando ad uscire da casa agli stessi orari e a riferirle di svolgere lo stesso lavoro, laddove invece - la p. ne verrà a conoscenza in seguito – egli svolgeva tutt’altra (e poco chiara?) attività lavorativa. 

Ciò che qui rileva sono sia gli specifici contenuti di quanto appreso – l’esibizionismo e le condanne, il cambiamento di lavoro- sia, e forse ancor più?, la peculiare circostanza e modalità con cui la p. stessa né è venuta a conoscenza. In altri termini non è stato lo stesso protagonista di tali comportamenti -all’epoca coniuge della p.- ma un investigatore privato, da lei consultato, conoscente della coppia. 

Ne è da ciò conseguito il vissuto di essere stata tradita, ingannata, oggetto di menzogna, e non su un singolo specifico accadimento quanto piuttosto su una serie di fatti e situazioni, ripetute nel corso degli anni, alcune con risonanza mediatica e pertanto note alla cerchia di amici, conoscenti e colleghi della coppia. 

[…] tutto ciò è venuto ad incidere su una persona, la p., la cui struttura personologica, in assenza di disturbi conclamati, è pur segnata da tratti di vulnerabilità di tipo ossessivo-compulsivo [..] ed anche evitanti [..] e dipendenti [..]. 

Dunque, in sintesi: "quei" precisi eventi, appresi in "quel" peculiare modo e circostanza, su "quello" specifico assetto personologico= sviluppo di Disturbo dell’Adattamento". 

Quanto al nesso causale, il C.T.U. ha puntualizzato che la condizione psicopatologica riscontrata "è in stretta correlazione temporale e causale con l’evento sopra descritto [..], in pieno rispetto della criteriologia cronologica medico legale" precisando, altresì, che il disturbo psichico si è manifestato "in persona esente da pregressi disturbi psichiatrici conclamati, almeno per quanto è dato di poter ricostruire" e che "Non sono inoltre emersi altri possibili fattori (con)causali cui ricondurre il quadro psicopatologico evidenziato né si sono evidenziati elementi suggestivi della produzione di sintomi fittizi". Gli anzidetti eventi scatenanti – ha osservato, ancora, il C.T.U. – hanno comportato "una sorta di "frattura" nella vicenda esistenziale della persona, venendo ad incidere sulla sfera relazionale ed affettiva; né è conseguita una constatabile compromissione del modo di essere, personale e sociale, del soggetto, un’alterazione in termini negativi della qualità della vita e della serenità personale, consistente nel dover agire altrimenti e non poter fare più come prima", elementi che il C.T.U. ha valutato ai fini della quantificazione del danno. 

Passando ora alla liquidazione del danno, è principio di diritto ormai consolidato quello secondo il quale il risarcimento del danno alla persona deve essere integrale, essendo compito del giudice accertare l'effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nomen iuris attribuitogli. Pertanto, in tema di liquidazione del danno per la lesione del diritto alla salute, nei diversi aspetti o voci in cui tale unitaria categoria si compendia, l'applicazione dei criteri di valutazione equitativa, rimessa alla prudente discrezionalità del giudice, deve consentirne la maggiore approssimazione possibile all'integrale risarcimento, anche attraverso la cd. personalizzazione del danno (v. Cass. s.u. n. 26972/2008). 

Orbene, sulla scorta delle tabelle in uso presso il Tribunale di Milano, aggiornate all’anno 2018 (che per costante giurisprudenza costituiscono idoneo criterio di liquidazione del danno), considerato che all’epoca della verificazione del danno (2013) l’attrice aveva un’età di 50 anni, il danno non patrimoniale (nell’accezione di cui sopra) va liquidato in complessivi euro 9.206,00 in moneta attuale, avuto riguardo alla percentuale di invalidità stimata dal C.T.U. nella misura del 5,6% -6,3%. Su tale somma vanno calcolati gli interessi compensativi nella misura dell’interesse legale, dalla data dell’illecito alla data di deposito della sentenza, sulla somma devalutata e di anno in anno rivalutata, oltre agli interessi legali sulla somma liquidata in moneta attuale dalla data di deposito della sentenza al saldo. 

Nessuna personalizzazione va effettuata: 

  1. a) il valore monetario medio applicato corrisponde al caso di incidenza della lesione in termini "standardizzabili" in quanto frequentemente ricorrenti, sia quanto agli aspetti relazionali, che a quelli di sofferenza soggettiva;
  2. b) il C.T.U. ha già ricompreso, nella quantificazione dei postumi incidenti sull’integrità psico-fisica nei vari risvolti di cui si compone, ogni compromissione derivata dall’evento. Valga al riguardo considerare che, come già osservato, il C.T.U. ha quantificato il danno, tenendo conto dell’incidenza del disturbo psichico "sulla sfera relazionale ed affettiva"della sig.ra X, sul suo"modo di essere, personale e sociale" e sulla "qualità della vita e della serenità personale" della stessa.

Come compiutamene statuito dalla Suprema Corte nella sentenza n. 10912/2018, alla quale appare opportuno richiamarsi in toto, data la chiarezza argomentativa, "Il grado di invalidità permanente indicato da un "barème" medico legale esprime in misura percentuale la sintesi di tutte le conseguenze ordinarie che una determinata menomazione si presume riverberi sullo svolgimento delle attività comuni ad ogni persona; in particolare, le conseguenze possono distinguersi in due gruppi: quelle necessariamente comuni a tutte le persone che dovessero patire quel particolare grado di invalidità e quelle peculiari del caso concreto che abbiano reso il pregiudizio patito dalla vittima diverso e maggiore rispetto ai casi consimili. Tanto le prime quanto le seconde costituiscono forme di manifestazione del danno non patrimoniale aventi identica natura che vanno tutte considerate in ossequio al principio dell'integralità del risarcimento, senza, tuttavia, incorrere in duplicazioni computando lo stesso aspetto due o più volte sulla base di diverse, meramente formali, denominazioni. Soltanto in presenza di circostanze specifiche ed eccezionali allegate dal danneggiato, che rendano il danno più grave rispetto alle conseguenze ordinariamente derivanti dai pregiudizi dello stesso grado sofferti da persone della stessa età, è consentito al giudice, con motivazione analitica e non stereotipata, incrementare le somme dovute a titolo risarcitorio in sede di personalizzazione della liquidazione". 

Venendo alla fattispecie in esame, non risulta allegata e provata, da parte dell’attrice, la sussistenza di circostanze di fatto specifiche ed eccezionali che rendano il danno sofferto dalla signora X più grave rispetto a quello ordinariamente derivante da lesioni dello stesso grado sofferte da persone della stessa età, fermo restando quanto già osservato in ordine alle circostanze di fatto valute dal C.T.U. ai fini della quantificazione del danno nella misura suindicata. 

La domanda di condanna al risarcimento del danno patrimoniale per il mancato mantenimento del figlio da parte del padre dal gennaio 2011 all’anno 2013, non può trovare accoglimento. Essa è stata formulata nelle note conclusive, sicché è inammissibile perché tardiva. 

Sussistendo sproporzione tra la somma chiesta a titolo di risarcimento del danno e quella liquidata, le spese di lite - liquidate come da dispositivo in base ai parametri di cui al D.M. n. 55/2014 - vanno poste a carico di Y nella misura di metà e compensate per l’altra metà.

Le spese di c.t.u., già liquidate con separato decreto del 29/8/2016, vanno invece poste a carico di Y, stante la necessità della consulenza ai fini della quantificazione del danno. 

P.Q.M.

Il Tribunale ordinario di Reggio Emilia, definitivamente decidendo, respinta ogni contraria istanza, eccezione e dedizione, così provvede: 

1) condanna Y al risarcimento del danno di euro 9.206,00 in favore di X , oltre interessi legali come indicato in motivazione; 

2) condanna Y al pagamento, in favore di X , delle spese di lite che, compensate nella misura di metà, liquida, per la restante frazione, ex D.M. n. 55/2014, in complessivi euro 2.417,50 oltre rimborso forfettario per spese generali, c.p.a. e i.v.a.; 

3) pone definitivamente le spese di c.t.u. a carico di Y . 

Reggio Emilia, 7 febbraio 2019 

Il giudice 

(Dott. Stefania Calò)

Pubblicazione il 07/02/2019