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attività di consulenza e assistenza, giudiziale e stragiudiziale, in materia di diritti della persona, separazioni e divorzi, modifica delle condizioni di separazione e divorzio.

Attività di consulenza per la tutela della prole e del diritto genitoriale, con particolare attenzione all’affido condiviso.

Procedimenti dinanzi al Giudice Tutelare.

Consulenza in materia di costituzione di Fondi Patrimoniali.

Azioni di disconoscimento e accertamento giudiziale di paternità, riconoscimento dei figli naturali e tutela dei figli nati fuori dal matrimonio.

Attività di assistenza e consulenza in materia di tutela delle coppia di fatto.

COME SI FA UNA SEPARAZIONE CONSENSUALE ?

La separazione consensuale è l’autorizzazione a vivere separati che ha titolo nell’accordo dei coniugi omologato dal Tribunale.  

La separazione consensuale comporta numerosi vantaggi rispetto a una separazione giudiziale in quanto è più veloce e conveniente, comporta minori traumi per i figli e permette alla coppia di predisporre un regolamento di interessi conforme alle loro esigenze, anche avente carattere patrimoniale.

La separazione consensuale si fonda sull’accordo dei coniugi su alcuni elementi fondamentali;

TRA I QUALI:

l’assegnazione della casa coniugale, la quantificazione degli assegni di mantenimento dei coniugi e dei figli, l’affidamento dei figli, la spartizione dei beni comuni tra i coniugi.

L’accordo di separazione non ha alcun effetto se non redatto secondo determinate forme e senza che vi sia l’omologazione del Tribunale.

L’avvocato Divorzista Bologna Sergio Armaroli offre ai propri Clienti la Consulenza Legale volta alla risoluzione delle problematiche inerenti i rapporti familiari di parentela e affinità, matrimonio, i rapporti personali fra i coniugi, i rapporti patrimoniali tra i familiari, la filiazione, i rapporti fra genitori e figli, la separazione dei coniugi ed il divorzio.

Tale Consulenza è volta anche alla valutazione di opportunità circa i trasferimenti di ricchezza all’interno della famiglia, nonché circa le scelte relative al testamento e la  difesa dei diritti successori, le divisioni ereditarie e lo scioglimento delle comunioni.

L’avvocato Divorzista Bologna Sergio Armaroli Cos’è la separazione?

La separazione rappresenta una “pausa” nel matrimonio.

Con la separazione a differenza del divorzio il vincolo matrimoniale (che si scioglierà invece con il divorzio) ma si apre una fase in cui i coniugi possono vivere separatamente e decidere se la loro crisi è solo passeggera o davvero irrimediabile.

L’avvocato Divorzista Bologna Sergio Armaroli Quando è bene rivolgersi all’avvocato?

Appena senti che le cose non vanno, anche solo pe run consiglio per evitare che l’agitazione e il dispiacere ti facciano far epassi sbagliati

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Avv. Sergio Armaroli avvocato matrimonialista Bologna : aree di competenza in diritto civile, con particolare attenzione al diritto di famiglia, lo studio dell’ Avv. Sergio Armaroli avvocato matrimonialista Bologna si occupa specificatamente della tutela della persona e dei minori, delle procedure di separazione consensuale e giudiziale o di divorzio e relative modifiche. Offre consulenza stragiudiziale e assistenza giudiziale dinanzi al Tribunale ordinario, al Giudice Tutelare, al Tribunale dei minorenni e alle superiori giurisdizioni. Si occupa inoltre di ogni procedimento collegato alle questioni trattate, quali la costituzione di parte civile di danneggiati per fatti accaduti in ambito familiare, la divisione dei beni in comunione legale tra coniugi o la separazione giudiziale dei beni nei casi previsti dalla legge.


ai sensi dell’art. 9 L. 898 del 1970, possono modificarsi le statuizioni assunte in sede di divorzio per il coniuge e per i figli, qualora sopravvengano giustificati motivi, che l’interpretazione giurisprudenziale ha sempre individuato in circostanze di fatto verificatesi dopo la pronuncia (nella specie, trattandosi di assegno, circostanze tali da alterare l’assetto dei rapporti economici, disposto dal giudice del divorzio) (per tutte. Cass. n. 22505 del 2010; 14.143 del 2014, 7887 de12017). In assenza di tali circostanze nuove, la sentenza di divorzio (anche riguardo all’assegno a favore del coniuge) fa stato tra le parti, con il passaggio ingiudicato (basti pensare all’orientamento consolidato, per cui la successiva delibazione di sentenza ecclesiastica di annullamento del matrimonio non incide sulla determinazione delle statuizioni economiche assunte in sede di divorzio: tra le altre Cass. n. 3345 del 1997; 12982 del 2008).

Questa Corte, con un indirizzo fortemente innovativo e ormai ampiamente consolidato (al riguardo, tra le altre, Cass. n. 11504 del 2017; 11538 del 2017), ha ritenuto non corretto, ai fini dell’ammissibilità dell’assegno di divorzio, il riferimento al tenore di vita pregresso, sostituendolo con quello dell’indipendenza (o meglio autosufficienza) economica del richiedente.

Questo Collegio condivide e fa proprie argomentazioni e giustificazioni del nuovo orientamento, che individua, altresì, l’autosufficienza economica in alcuni specifici parametri cui dovrebbe richiamarsi la giurisprudenza di merito, adeguandoli alla concreta fattispecie dedotta: il possesso di redditi di qualsiasi specie, di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari, tenuto conto di tutti gli oneri imposti e del costo della vita nel luogo di residenza: le capacità e le possibilità effettive di lavoro personale; la stabile disponibilità di una casa di abitazione, salvo ovviamente altri elementi che potranno rilevare nelle singole fattispecie.

Come si vede, le variabili sono molte numerose per un adeguamento il più possibile efficace alla situazione concreta. In tal senso, si potrebbe fin d’ora escludere pericolosi automatismi (ad es. multipli della pensione sociale o simili) che renderebbero autosufficienza o non autosufficienza identiche sempre a se stesse ed uguali per tutti. Il coniuge richiedente l’assegno non può riguardarsi come una entità astratta, ma deve considerarsi come singola persona nella sua specifica individualità. Per di più, una volta superato il vaglio dell’ammissibilità dell’assegno, ed accertando la non autosufficienza economica del richiedente (e l’impossibilità di ottenere mezzi adeguati per ragioni oggettive), sicuramente potrebbero venire in considerazione i vari profili indicati dalla norma per la quantificazione dell’assegno, tali eventualmente da condurre ad una elevazione dell’importo (ragioni della decisione, contributo alla formazione del patrimonio familiare e personale dei coniugi, durata del matrimonio).

Conclusivamente può affermarsi che l’autosufficienza economica del coniuge è tale da permettergli di godere di una vita libera e dignitosa, e l’assegno va contenuto nella stretta misura in cui tale scopo venga raggiunto.

Per quanto si è detto precedentemente, il nuovo orientamento non può sicuramente considerarsi come elemento giustificante la modifica del regime economico del divorzio. E tuttavia il profilo dell’autosufficienza dovrà essere tenuto in considerazione dal giudice cui sia richiesta la modifica delle condizioni di divorzio in relazione all’assegno. Questi dovrà esaminare gli elementi di fatto innovativi e se, come nella specie, venga richiesto dall’obbligato l’esclusione dell’assegno o la sua riduzione (stante tra l’altro il miglioramento della situazione economica del beneficiario) valuterà dapprima se tale miglioramento abbia fatto raggiungere al coniuge una autosufficienza economica; in tal caso, in relazione alla domanda, escluderà totalmente l’assegno, altrimenti dovrà procedere ad una nuova quantificazione, considerando gli elementi di fatto innovativi (con il raffronto, a questo punto, delle condizioni economiche dei coniugi).

Se intendi separarti occorre analizzare il problema con attenzione, e valutare una possibilita’ di separazione consensuale  ,  di trovare la migliore soluzione per i figli!!

I figli non hanno colpe della separazione dei genitori !!

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Avvocato Civilista, Divorzista e Matrimonialista.

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2#CERCHIAMO DI RENDERE SEMPRE LA SEPARAZIONE IL MENO TRAUMATICA POSSIBILE 

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La separazione e il divorzio sono cose importanti seppur dolorose, e fanno gestite al meglio, chiama con fiducia l’avvocato Sergio Armaroli al numero 051/6447838 fisseremo un appuntamento e discuteremo il tuo caso.

 

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Avvocato separazioni e divorzi , perché ogni caso è a se e va affrontato con la giusta attenzione e la cura necessaria.

 

Occorre stabilire le condizioni di una separazione e di un divorzio con attenzione alle esigenze del cliente, sia per quanto attiene l’affido dei figli, sia per la casa coniugale sia per il mantenimento .

 

Separarsi o divorziare vuol dire comunque far fronte egualmente alle necessità dei figli, alle necessità dell’ex coniuge e pensare a trovare una soluzione che risolva la separazione evitando una causa giudiziale.

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Che cosa significa addebito? Per addebito si intende l’addebito di responsabilità nella separazione, nel senso che viene attribuita ad uno dei due coniugi la responsabilità della separazione e le relative conseguenze (responsabilità patrimoniale, risarcimento del danno).

Nel giudizio di separazione personale dei coniugi, la domanda di addebito è autonoma e l’iniziativa di un coniuge di richiedere la dichiarazione di addebitabilità della separazione all’altro coniuge, anche sotto l’aspetto procedimentale, non è mera deduzione difensiva o semplice sviluppo logico della contesa instaurata con la domanda di separazione, tanto che, se presa dalla parte attrice, deve essere inserita nell’atto introduttivo del giudizio (v., da ultimo, Cass., sent. n. 2818 del 2006). Premesso che, ai fini del riconoscimento del diritto al mantenimento a favore del coniuge cui non sia addebitabile la separazione, è necessario che questi sia privo di redditi che gli consentano di godere di un tenore di vita analogo a quello tenuto in costanza di matrimonio, e che sussista una differenza di reddito tra i coniugi

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FOTO HEPBOURNE

Il divorzio è lo strumento pensato per sciogliere il matrimonio. Quindi solo con il divorzio si torna ad essere una persona libera e ci si può sposare nuovamente. Giudizi di invalidità del matrimonio: nullità, annullamento, simulazione e matrimonio putativo Convenzioni matrimoniali, separazione dei beni e fondo patrimoniale Accordi tra coniugi e tra conviventi more uxorio, prima, durante e dopo la separazione Separazione personale tra coniugi e tra conviventi more uxorio: procedimento di separazione consensuale, procedimento per sepaeazione giudiziale, accordi provvisori con scrittura privata Divorzio: cessazione degli effetti civili e scioglimento del matrimonio, procedimento su domanda congiunta, procedimento giudiziale Azioni correlate ai giudizi di separazione e di divorzio: giudizio per la modifica delle condizioni di separazione o di divorzio; azioni giudiziarie ed extragiudiziarie a tutela della prole; procedimenti davanti al Giudice Tutelare Assistenza legale nelle consulenze tecniche psicodiagnostiche (CTU) per la regolamentazione dell’affidamento della prole, del collocamento e di ogni altra condizione a tutela della prole Giudizi di divisione dei patrimoni in comunione legale dei beni tra coniugi Trasferimenti mobiliari, immobiliari e societari tra coniugi e tra coniugi e prole, nella separazione e nel divorzio Contenzioso tra coniugi in materia di diritto del lavoro, diritto societario, impresa familiare Procedimenti penali tra coniugi e reati intrafamiliari (maltrattamenti, PAS sindrome di alienazione parentale, inadempimento agli obblighi contrib

La fine di un matrimonio è sempre un momento particolarmente delicato per i coniugi che si accingono a interrompere definitivamente la propria vita insieme.

La scelta di divorziare è una decisione gravida di conseguenze sia dal punto di vista emotivo e psicologico, che da quello economico. Quando si parla di divorzio per un avvocato si parla sia di scioglimento del vincolo matrimoniale sia di cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario. Poiché la distinzione tra le due fattispecie non è intuitiva, è opportuno chiarire in che cosa questa consista.

 

L’avvocato matrimonialista spiegherà loro quali sono i rispettivi diritti e doveri e illustrando tutti gli aspetti teorico-pratici del caso e la differenza tra una separazione di tipo consensuale da una separazione di tipo giudiziale. Il matrimonialista quindi è un avvocato che ha una esperienza prevalente nel ramo del diritto di famiglia e matrimoniale e che attraverso la pratica, l’esperienza ed i corsi di aggiornamento nella materia, ha acquisito una notevole dimestichezza nel settore del diritto di famiglia. Lo studio legale offre ai propri assistiti assistenza legale giudiziale, mettendo a loro disposizione tutta la propria professionalità acquisita nel corso degli anni nelle delicate tematiche familiari e personali.

Per affrontare una scelta così delicata è indispensabile affidarsi a un avvocato divorzista in grado di sapervi assistere al meglio, fin dall’inizio, in ogni aspetto della vicenda. l divorzio congiunto è la procedura che consente, dopo una separazione di sei mesi o un anno e con l´accordo tra le parti, di ottenere lo scioglimento del matrimonio. Il diritto penale della famiglia è una branca del diritto penale che non è connotata da particolare autonomia, ma presenta taluni caratteri propri, con connessioni con la tutela penale della vita e della salute della persona, fino al biodiritto.

I reati contro la famiglia sono molteplici, dalla bigamia, all’alterazione di stato, alla violazione degli obblighi di assitenza familiare, fino ai maltrattamenti in famiglia, allo stalking ed alla sottrazione di minorenni.

I sei mesi o un anno necessari per poterlo chiedere decorrono dalla data dell´udienza di comparizione davanti al presidente del tribunale nella procedura di separazione. Non è sempre obbligatorio essere assistiti da un avvocato divorzista, alcuni tribunali lo richiedono, ma il nostro consiglio è quello di avere sempre un avvocato divorzista, specialmente per le refluenze patrimoniali di un divorzio. Il divorzio, come la separazione, può essere consensuale o giudiziale.

Il divorzio consensuale prevede l’assistenza di coniugi che hanno già raggiunto un accordo su tutti i punti del rapporto e con un notevole risparmio di tempi e costi.

Il divorzio giudiziale, al contrario, può essere promosso da uno dei due coniugi quando non vi è accordo tra le parti e si intende comunque ottenere lo scioglimento del vincolo.

I coniugi possono richiedere il divorzio in presenza di una delle cause indicate dall’art. 3 della legge 1 dicembre 1970 n. 898 e tra i quali viene compresa anche la separazione dei coniugi ininterrotta per tre anni a decorrere dalla comparizione dei coniugi davanti al Presidente del Tribunale per la separazione.

  • Consulenza per la tutela della prole e del diritto genitoriale, con particolare attenzione alle recenti innovazioni in materia di affido condiviso;
  • Separazione tra i coniugi: consensuale – giudiziale;
  • Divorzio: cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario – scioglimento del matrimonio civile;
  • Nullità o annullamento del matrimonio;
  • Modifica delle condizioni di separazione e divorzio;
  • Affidamento dei minori;
  • Assegnazione della casa coniugale;
  • Assegno di mantenimento e divorzile;
  • Famiglia di fatto – convivenza more uxorio;
  • Tutela del diritto di visita;
  • Ricongiungimento famigliare;
  • Regime patrimoniale della famiglia;
  • Contratti di convivenza e unioni civili;
  • Patti di famiglia
  • Impresa famigliare;
  • Mediazione famigliare;

Negoziazione assistita;

Anche il divorzio, come la separazione, può essere affrontato in forma congiunta – con significativo risparmio di tempo e di costi – o in forma giudiziale, a seconda se sia possibile raggiungere un’intesa soddisfacente per entrambi i coniugi già prima dell’inizio della causa o nel corso della stessa.

La pronuncia di divorzio, che produrrà lo scioglimento definitivo del matrimonio (se celebrato in forma non religiosa) o la cessazione dei suoi effetti civili (se celebrato in Chiesa), dovrà prendere posizione sia sulla collocazione dei figli e sui rapporti con i genitori che sulle questioni economiche: mantenimento della prole ed eventuale assegno divorzile in favore del coniuge economicamente non autosufficiente.

All’eventuale riconoscimento dell’assegno divorzile sono legati anche altri importanti aspetti di ultrattività economica, come il diritto a percepire la pensione di reversibilità e la spettanza di una quota di TFR dell’ex-coniuge.

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Codice Civile

Libro Primo

Delle persone e della famiglia

Titolo VI

Del matrimonio

Capo IVDei diritti e dei doveri che nascono dal matrimonio

Art. 143.Diritti e doveri reciproci dei coniugi.

Con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri.

Dal matrimonio deriva l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione.

Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia.

Art. 143-bis.Cognome della moglie.

La moglie aggiunge al proprio cognome quello del marito e lo conserva durante lo stato vedovile, fino a che passi a nuove nozze.

Art. 143-ter. (1)

[Cittadinanza della moglie.

La moglie conserva la cittadinanza italiana, salvo sua espressa rinunzia, anche se per effetto del matrimonio o del mutamento di cittadinanza da parte del marito assume una cittadinanza straniera.]

(1) Articolo abrogato dalla Legge 5 febbraio 1992, n. 91.

AFOTODONNA ARRABBIATASCRITTAArt. 144.Indirizzo della vita familiare e residenza della famiglia

I coniugi concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare e fissano la residenza della famiglia secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa.

A ciascuno dei coniugi spetta il potere di attuare l’indirizzo concordato.

Art. 145.Intervento del giudice.

In caso di disaccordo ciascuno dei coniugi può chiedere, senza formalità, l’intervento del giudice il quale, sentite le opinioni espresse dai coniugi e, per quanto opportuno, dai figli conviventi che abbiano compiuto il sedicesimo anno, tenta di raggiungere una soluzione concordata.

Ove questa non sia possibile e il disaccordo concerna la fissazione della residenza o altri affari essenziali, il giudice, qualora ne sia richiesto espressamente e congiuntamente dai coniugi, adotta, con provvedimento non impugnabile, la soluzione che ritiene più adeguata alle esigenze dell’unità e della vita della famiglia.

Art. 146.Allontanamento dalla residenza familiare.

Il diritto all’assistenza morale e materiale previsto dall’articolo 143 è sospeso nei confronti del coniuge che, allontanatosi senza giusta causa dalla residenza familiare rifiuta di tornarvi.

La proposizione della domanda di separazione, o di annullamento, o di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio costituisce giusta causa di allontanamento dalla residenza familiare.

Il giudice può, secondo le circostanze, ordinare il sequestro dei beni del coniuge allontanatosi, nella misura atta a garantire l’adempimento degli obblighi previsti dagli articoli 143, terzo comma, e 147.

Art. 147.

Doveri verso i figli (1)

Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire, educare e assistere moralmente i figli, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni, secondo quanto previsto dall’articolo 315-bis.

.

Art. 148.Concorso negli oneri (1)

I coniugi devono adempiere l’obbligo di cui all’articolo 147, secondo quanto previsto dall’articolo 316-bis.

dal 7 febbraio 2014

  • Avvocato matrimonialista Bologna consulenza sui diritti e doveri dei coniugi

La separazione è un procedimento necessario ai coniugi per regolare legalmente le condizioni di vita di ognuno dei coniugi dopo la crisi del rapporto matrimoniale,  anche in vista dell’eventuale successivo divorzio, conseguibile soltanto dopo almeno tre anni dalla separazione legale.

L’ausilio di un avvocato nella stesura di separazione dei coniugi è opportuna al fine di redigere con precisione gli accordi tra i coniugi al fine di evitare incomprensioni e imprecisioni  che possono sfociare in controversie giudiziali, lunghe e costose.

La separazione rappresenta una “pausa” nel matrimonio. Con la separazione infatti non si scioglie il vincolo matrimoniale (che si scioglierà invece con il divorzio) ma si apre una fase in cui i coniugi possono vivere separatamente e decidere se la loro crisi è solo passeggera o davvero irrimediabile.

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Per l’addebitabilità della separazione, l’indagine sull’intollerabilità della convivenza deve essere effettuata con una valutazione globale e con la comparazione delle condotte di tutti e due i coniugi, non potendo il comportamento dell’uno essere giudicato senza un raffronto con quello dell’altro. Infatti, solo tale comparazione permette di riscontrare se e quale rilevanza essi abbiano avuto, nel verificarsi della crisi matrimoniale.” (Cass. n. 14162/2001) ed ulteriormente : “il giudice deve accertare che la crisi coniugale sia ricollegabile al comportamento oggettivamente trasgressivo di uno o di entrambi i coniugi e che sussista, pertanto, un nesso di causalità tra i comportamenti addebitati ed il determinarsi dell’intollerabilità della convivenza, condizione per la pronuncia di separazione” (Cass. n. 279/2000).

La Suprema Corte ha già avuto occasione di affermare, in tema di separazione tra coniugi, l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale rappresenta una violazione particolarmente grave, la quale, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, deve ritenersi, di regola, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile, sempre che non si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale, mediante un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, tale che ne risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale (v., tra le altre, Cass., sent. n. 8512 del 2006).

L’aumento dell’assegno di mantenimento dei figli minori, posto a carico del ricorrente, non è conseguito ad un giudizio di revisione instaurato ai sensi dell’art. 155 ter cod. civ. ma all’esito dell’impugnazione della sentenza di primo grado.

Lo Studio Legale dell’avvocato Sergio Armaroli di Bologna  offre consulenza e assistenza legale in materia di separazioni consensuali e giudiziali, mediazioni familiari, divorzi, revisione delle condizioni di separazione, illustrazione regole affidamento dei minori e altre problematiche relative alla gestione dei minori nelle coppie separate o di fatto.

Il legale si occupa di illustrare ai coniugi i propri diritti e doveri e offre soluzioni legali nel caso di fine dell’unione matrimoniale, occupandosi inoltre di problematiche riguardanti:

 

Anche questa branca del diritto ha subito una notevole evoluzione, basti pensare ai procedimenti che riguardano i minorenni: attualmente l’interesse morale e materiale del minore è la linea guida nella decisione del giudice, il quale dovrà prediligere, nel regolamentare i rapporti figli-genitori, la soluzione dell’affido condiviso su quello monogenitoriale, a cui fino a pochi anni fa veniva spesso data la precedenza.

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Nel caso della separazione consensuale i tempi di attesa saranno di appena 6 mesi prima di poter accedere al divorzio vero e proprio.

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Per la separazione giudiziale, vero incubo burocratico per i coniugi e per i Tribunali, il tempo scende a 12 mesi, ovvero 1 anno. Siamo certamente ad una svolta perchè chiunque sia rimasto coinvolto in una separazione giudiziale sa bene che questa può durare anche anni, ora non sarà più così.

Branca del diritto privato, il diritto di famiglia è l’insieme delle norme giuri

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            SUCCESSIONI

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3 mesi fa

Son ricorso, quest’anno, all’avvocato Sergio Armaroli per la gestione di una importante controversia bancaria. Mi avevano parlato benissimo di questo professionista, esperto in molte competenze legali, tra cui grossi risarcimenti di …Altro

Cinzia Monti

 

Elisabetta Conti

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3 mesi fa
Mi sono rivolta per un consiglio all’avvocato Armaroli, è stato subito molto disponibile, mi ha trasmesso sicurezza in una situazione difficile di divorzio perchè ci si accorge subito della sua competenza. …Altro

grazia milazzo

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3 mesi fa
grande avvocato grazie mi ha risolto una difficile pratica di successione e di testamento …Altro

arianna montanaro

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un anno fa
Una consulenza senza pari quella che ho avuto con l’avvocato Armaroli : esplicativo, chiaro e professionale su ogni aspetto.Non potrei far altro che consigliarvi un esperto a livello nazionale del suo calibro, peraltro onesto e molto disponibile. Grazie avvocato, il suo aiuto è stato prezioso per la mia famiglia.

Michele Rutigliano

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un anno fa

L’avvocato Armaroli si è dimostrato un professionista serio e preparato, con una attenzione ai particolari ed una perseveranza veramente lodevoli. Inoltre i suoi consigli sono stati molto utili e gli sono riconoscente ancora oggi. Decisamente consigliato.

 

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 “non confondere il tuo percorso con la tua destinazione.Solo perché ora è burrascoso ,non significa che tu non sia diretto verso il sole “

” SE ERA GRANDE QUELLO CHE HAI SUPERATO SARA’ IMMENSO QUELLO CHE RAGGIUNGERAI “

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IO POSSO AIUTARTI CHIAMA CON FIDUCIAchiama-adesso

  1. Nel giudizio di separazione dei coniugi, la declaratoria di addebito richiede, quindi, un’autonoma domanda di parte. Gli effetti dell’addebito si riverberano esclusivamente sul piano patrimoniale, determinando la perdita del diritto all’assegno di mantenimento e dei diritti successori in capo al coniuge al quale viene addebitata la separazione.
  1. È ormai consolidato il principio secondo il quale, affinché si possa giungere ad una pronuncia di separazione con addebito, è necessario che venga prima accertata, in maniera rigorosa, la sussistenza di un nesso causale tra la condotta contraria ai doveri nascenti dal matrimonio e l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, ovvero il grave pregiudizio all’educazione della prole.
  2. Ove non si riesca a raggiungere la piena prova che la condotta contraria ai doveri del matrimonio posta in essere da uno dei coniugi, o da entrambi, sia stata causa diretta del fallimento della convivenza, il giudice dovrà necessariamente astenersi dal pronunciare la separazione con addebito.
  1. Se tale violazione cagioni, altresì, la lesione di diritti costituzionalmente protetti, la stessa potrà integrare gli estremi dell’illecito civile, dando così luogo anche ad un’autonoma azione volta al risarcimento dei danni non endo-familiari, senza che la mancanza di pronuncia di addebito in sede di separazione sia preclusiva dell’azione di risarcimento relativa a tali danni.
  1. Quando uno dei due coniugi richiede la separazione giudiziale può quindi chiedere anche l’addebito della separazione all’altro, purché questi abbia tenuto un comportamento contrario ai doveri imposti dal matrimonio.
  1. È bene precisare che l’imputabilità della separazione deve essere richiesta al giudice da parte del coniuge incolpevole, in quanto espressamente previsto dall’articolo 151.
  2. Da notare che il Giudice, nel valutare l’addebitamento, non si baserà su una sola inosservanza dei doveri coniugale (anche se grave e ripetuta nel tempo), ma dovrà provare un nesso di causalità tra il comportamento tenuto dal coniuge e l’intollerabilità da parte dell’altro a continuare la convivenza. Per fare questo il Giudice dovrà analizzare e valutare in modo molto attento il contesto familiare per valutare se si continuino a verificare atti tali da rendere intollerabile la convivenza.

 

 

In tema di addebito della separazione si è pronunciata anche la Cassazione, ribadendo che:

 

 

La pronuncia di addebito non può fondarsi sulla sola inosservanza dei doveri coniugali, implicando, invece, tale pronuncia la prova che la irreversibile crisi coniugale sia ricollegabile esclusivamente al comportamento volontariamente e consapevolmente contrario a tali doveri da parte di uno o di entrambi i coniugi, e cioè che sussista un nesso di causalità tra i comportamenti addebitati e il determinarsi dell’intollerabilità della ulteriore convivenza.
(Cass.Civ., sez I, sent. 14042/2008; conf. Cass. Civ., sez I, sent. 21245/2010)

 

 

 

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Com’è noto, la L. n. 898 del 1970, art. 4, anche nell’attuale formulazione, conferisce al presidente del tribunale, in caso di infruttuosità del tentativo di conciliazione, il potere di adottare i provvedimenti temporanei ed urgenti che ritenga opportuni nell’interesse dei coniugi e della prole.

 

 

Non è peraltro dubitabile che, attenendo detto potere anche ai rapporti patrimoniali ed essendo in atto al momento dell’intervento del presidente in sede di giudizio di divorzio il regime di separazione, la norma in esame comporti l’attribuzione a detto giudice della facoltà di incidere sui rapporti patrimoniali della separazione, introducendo in via provvisoria quelle misure che si rendano indispensabili per la tutela del coniuge più debole ed autorizzando la liquidazione medio tempore di un emulumento mensile in suo favore, indipendentemente dal fatto che le clausole della separazione non lo prevedano o lo prevedano in misura diversa (v. sul punto Cass. 1991 n. 12034).

 

 AIDUE

 

 

 

QUALI SONO GLI EFFETTI E CONSEGUENZE DELL’ADDEBITO? (art. 156 c.c.)

 

 

 

 

Le conseguenze possono riguardare:

 

 

1) Assegno di Mantenimento

 

 

Il separato con addebito perde il diritto a percepire l’assegno di mantenimento.
Tuttavia resta fermo il diritto all’assegno agli alimenti (che è quello destinato a garantire il minimo indispensabile per la “mera sopravvivenza”).

 

2) Eredità e Successione

 

Il coniuge cui viene addebitata la separazione non è più erede del coniuge. Tuttavia, se il coniuge è titolare di assegno alimentare, avrà diritto a percepire un assegno vitalizio.

3) Pensione di Reversibilità

 

Il separato con addebito ha diritto ad ottenere la pensione di reversibilità solamente nel caso in cui sia titolare di un assegno alimentare (a carico del coniuge deceduto).

 

4) Indennità di Anzianità e di Preavviso

 

Il coniuge a cui è stata addebitata la separazione ha diritto ad ottenere l’indennità di anzianità e l’indennità di preavviso per la morte del coniuge, ma solo nel caso in cui sia titolare di un assegno alimentare. L’indennità deve essere corrisposta dal datore di lavoro del coniuge deceduto.

 

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Nel giudizio di separazione dei coniugi, la declaratoria di addebito richiede, quindi, un’autonoma domanda di parte. Gli effetti dell’addebito si riverberano esclusivamente sul piano patrimoniale, determinando la perdita del diritto all’assegno di mantenimento e dei diritti successori in capo al coniuge al quale viene addebitata la separazione.

È ormai consolidato il principio secondo il quale, affinché si possa giungere ad una pronuncia di separazione con addebito, è necessario che venga prima accertata, in maniera rigorosa, la sussistenza di un nesso causale tra la condotta contraria ai doveri nascenti dal matrimonio e l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, ovvero il grave pregiudizio all’educazione della prole.

Ove non si riesca a raggiungere la piena prova che la condotta contraria ai doveri del matrimonio posta in essere da uno dei coniugi, o da entrambi, sia stata causa diretta del fallimento della convivenza, il giudice dovrà necessariamente astenersi dal pronunciare la separazione con addebito.

Se tale violazione cagioni, altresì, la lesione di diritti costituzionalmente protetti, la stessa potrà integrare gli estremi dell’illecito civile, dando così luogo anche ad un’autonoma azione volta al risarcimento dei danni non endo-familiari, senza che la mancanza di pronuncia di addebito in sede di separazione sia preclusiva dell’azione di risarcimento relativa a tali danni.

gli artt. 155 quater c.c. (applicabile alla fattispecie concreta ratione temporis) e 6, co. 6, della L. n. 898 del 1970, come modificato dall’art. 11 della L. n. 74 del 1987, consentono al giudice di assegnare l’abitazione al coniuge non titolare di un diritto di godimento (reale o personale) sull’immobile, solo se a lui risultino affidati figli minori, ovvero con lui risultino conviventi figli maggiorenni non autosufficienti. Tale ‘ratio’ protettiva, che tutela l’interesse dei figli a permanere nell’ambiente domestico in cui sono cresciuti, non è configurabile, invece, in presenza di figli economicamente autosufficienti, sebbene ancora conviventi, verso i quali non sussiste, invero, proprio in ragione della loro acquisita autonomia ed indipendenza economica, esigenza alcuna di spedale protezione (cfr., ex plurimis, Cass. 5857/2002; 25010/2007; 21334/2013). Devesi – per il vero – considerare, in proposito, che l’assegnazione della casa familiare al coniuge affidatario risponde all’esigenza di tutela degli interessi dei figli, con particolare riferimento alla conservazione del loro ‘habitat’ domestico inteso come centro della vita e degli affetti dei medesimi, con la conseguenza che detta assegnazione non ha più ragion d’essere soltanto se, per vicende sopravvenute, la casa non sia più idonea a svolgere tale essenziale funzione. (Cass. 6706/2000).

1.4.2. Come per tutti i provvedimenti conseguenti alla pronuncia di separazione o di divorzio, dunque, anche per l’assegnazione della casa familiare vale il principio generale della modificabilità in ogni tempo per fatti sopravvenuti. E tuttavia, tale intrinseca provvisorietà dei provvedimenti in parola non incide sulla natura e sulla funzione della misura, posta ad esclusiva tutela della prole, con la conseguenza che anche in sede di revisione – come in qualsiasi altra sede nella quale, come nel presente giudizio, sia in discussione il permanere delle condizioni che avevano giustificato l’originaria assegnazione – resta imprescindibile il requisito dell’affidamento di figli minori o della convivenza con figli maggiorenni non autosufficienti.

Ne discende che, se è vero che la concessione del beneficio ha anche riflessi economici, particolarmente valorizzati dall’art. 6, co. 6, della legge sul divorzio, nondimeno l’assegnazione in questione non può essere disposta al fine di sopperire alle esigenze economiche del coniuge più debole, a garanzia delle quali è unicamente destinato l’assegno di divorzio (Cass. 13736/2003; 10994/2007; 18440/2013).

 ainfotre

La Giurisprudenza specifica che: «ai fini dell’addebitabilità della separazione il Giudice di merito deve accertare se la frattura del rapporto coniugale sia stata provocata dal comportamento oggettivamente trasgressivo di uno o di entrambi i coniugi, e quindi se sussista un rapporto di causalità tra detto comportamento ed il verificarsi dell’intollerabilità dell’ulteriore convivenza, o se piuttosto la violazione dei doveri che l’art. 143 c.c. pone a carico dei coniugi sia avvenuta quando era già maturata una situazione di crisi del vincolo coniugale, o per effetto di essa» (Cass. 2012, n. 8862; Cass. 2012, n. 8873; Cass., Sez. I, 2010, n. 21245; Cass. 2001, n. 12130; Cass., Sez. I, 1999, n. 7566).

l’accertamento del diritto all’assegno divorzile va effettuato verificando l’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente, raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso o quale poteva legittimamente e ragionevolmente configurarsi sulla base di aspettative maturate nel corso del rapporto. A tal fine, il tenore di vita precedente deve desumersi dalle potenzialità economiche dei coniugi, ossia dall’ammontare complessivo dei loro redditi e dalle loro disponibilità patrimoniali (v., da ultimo, Cass., sent. n. 11686 del 2013).

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separazione a Bologna?:

1)LA SEPARAZIONE E’ UNA COSA DOLOROSA COMUNQUE LA SI FACCIA

2) OCCORRE PENSARE CHE COMUNQUE ANCHE L’ALTRO CONIUGE SOFFRE, QUINDI CERCARE DI ESSERE CORRETTI !!!

IO POSSO AIUTARTI CHIAMA CON FIDUCIA !!!!

  1. Il concetto di intollerabilità è relativo e nel tempo la giurisprudenza ne ha ampliato la portata, giungendo ad affermare che costituisceintollerabilità un fatto psicologico squisitamente individuale, riferibile alla formazione culturale, alla sensibilità e al contesto interno alla vita dei coniugi”.

 

 

  1. Insomma la crisi che ha portato alla intollerabilità della convivenza può anche dipendere “dalla condizione di disaffezione e di distacco spirituale anche di uno solo dei due coniugi”.

 

  1. Ove tale convivenza dunque risulti caratterizzata da connotati di stabilità e continuità, sempre secondo quanto affermato dalla S. C., è pacifico che i conviventi abbiano elaborato un progetto di vita in comune così come si caratterizza la famiglia fondata sul vincolo matrimoniale, rendendo dunque la mera convivenza una vera e propria famiglia di fatto; di conseguenza,verrebbe meno quel parametro di adeguatezza dei mezzi rispetto al tenore di vita precedente proprio perché ci si trova di fronte all’esistenza di un nuovo nucleo familiare ancorché di fatto.

 

 

 

  1. La nascita di una nuova famiglia si caratterizza così anche per la piena assunzione del rischio, mettendo in conto anche la possibilità concreta ed attuabile della cessazione di qualsiasi rapporto tra gli ex coniugi ( fermo restando la permanenza degli obblighi nei confronti dei figli).

 

 

  1. Se, di fatto la pronuncia di divorzio pone in capo al coniuge obbligato l’onere di provvedere al mantenimento dell’ex coniuge economicamente più debole, ovvero sprovvisto di capacità reddituale, è altresì evidente che nel momento in cui quest’ultimo accetti la possibilità di un nuovo nucleo familiare de iure o more uxorio accetti anche le conseguenze di non avere più diritto a tale mantenimento.

 

 

  1. Peraltro, l’evoluzione segnata da tale pronuncia potrebbe ( particolare di non poco conto) diminuire anche i contenziosi di natura penale relativi alla fattispecie di cui all’art. 570 C.P. , cioè della violazione degli obblighi di assistenza familiare, con particolare riferimento a tutte quelle querele avanzate contro gli ex mariti in caso di mancato versamento dell’assegno di mantenimento( fermo restando l’obbligo del genitore al mantenimento dei figli nei casi e nelle modalità previste dalla normativa di riferimento).
  • LA CASA CONIUGALE
  • L’assegnazione della casa coniugale disposta sulla base della concorde richiesta dei coniugi in sede di giudizio di separazione, in assenza di figli minori o maggiorenni non autosufficienti, non è opponibile né ai terzi acquirenti, né al coniuge non assegnatario che voglia proporre domanda di divisione del bene immobile di cui sia comproprietario, poiché l’opponibilità è ancorata all’imprescindibile presupposto che il coniuge assegnatario della casa coniugale sia anche affidatario della prole, considerato che in caso di estensione dell’opponibilità anche all’ipotesi di assegnazione della casa coniugale come mezzo di regolamentazione dei rapporti patrimoniali tra i coniugi, si determinerebbe una sostanziale espropriazione del diritto di proprietà dell’altro coniuge, in quanto la durata del vincolo coinciderebbe con la vita dell’assegnatario” (Cass. civ. Sez. II, 25/02/2011, n. 4735).
  • Fonte: Separazione e divorzio: l’assegnazione della casa coniugale non è una misura assistenziale per il coniuge economicamente più debole (www.StudioCataldi.it)
  • La separazione consensuale con figli: ciò che c’è da sapere
  • Separarsi, anche in via consensuale, parte da una constatazione di base: si tratta di un passo doloroso per entrambe le parti. Ma se ci sono figli di mezzo, allora, è il loro interesse che deve venire prima di tutto. Ai bambini, infatti, occorre pensare quando si decide di compiere un passo del genere e per farlo nel modo migliore, ancora prima di qualsiasi atto legale, è opportuno attenersi a qualche principio umano: evitare di litigare davanti a loro e rassicurarli sull’amore di entrambi i genitori che non viene (e non verrà) a mancare. Anzi, il legame affettivo potrà solo diventare più forte. Detto questo, c’è poi un iter legale che va affrontato in una separazione consensuale.
  • Quando la separazione diventa effettiva
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  • Un momento importante è quello fissato dal presidente del tribunale per sondare la strada della conciliazione. Se questa strada risulta non percorribile, allora si procede arrivando alla cosiddetta omologazione del tribunale che si pronuncia in base alla relazione del presidente: è solo a quel punto che la separazione acquista efficacia, non basta infatti il solo accordo dei coniugi, e in essa sono contenute le condizioni della separazione stessa. Condizioni che, riguardando i coniugi e i figli, in seguito possono essere modificabili, se si modifica la situazione.
  • Gli accordi su questioni rilevanti
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  • Le mosse per arrivare all’omologazione partono, in caso di separazione consensuale, dall’accordo tra i coniugi su questioni rilevanti, come l’affidamento e il mantenimento dei figli. Se i punti dell’accordo vengono tuttavia ritenuti dal tribunale in contrasto con l’interesse dei bambini, i genitori vengono riconvocati per indicare loro quali sono le modifiche opportune. Se queste non vengono accolte (o se comunque l’accordo non raggiunge uno stato valutato come idoneo), il magistrato può rifiutare l’omologazione.
  • Modifiche delle condizioni per la separazione
  • Per le modifiche, deve essere sempre il tribunale a intervenire. Lo fa una volta sentite le parti in causa e, nel caso si renda necessario, può acquisire mezzi istruttori (ad esempio, testimonianze, consulenze psicologiche e documenti che attestino cambiamenti nel tenore di vita di una delle persone della famiglia che si è sciolta). Inoltre, nel caso poi in cui il tribunale non possa pronunciarsi nell’immediato, si può ricorrere a provvedimenti provvisori su temi come l’affidamento, l’assegnazione della casa o il mantenimento dei figli o dell’ex coniuge.
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  • separazione a Bologna?rispetto dei diritti dei figli
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  • I bambini hanno diritto a un rapporto equilibrato e continuativo con i genitori. Inoltre, tra i loro diritti, rientrano le cure, l’educazione, l’istruzione e l’assistenza morale. A questi si aggiungono i rapporti con i nonni e con i parenti sia del padre che della madre e per soddisfare ciascuno di questi diritti, il giudice adotta provvedimenti che li garantiscano. Come primo passo, si verifica la possibilità che i bambini siano affidati a entrambi i genitori. Se questo non è possibile, allora il giudice indica quale sarà il genitore affidatario determinando quando e come l’altro potrà essere vedere i figli. Inoltre stabilisce anche come e quanto madre e padre devono contribuire dal punto di vista economico. Se infine nessuno dei genitori viene ritenuto idoneo, allora il giudice si può avvalere dell’affidamento familiare e una copia del provvedimento deve essere trasmessa dal pubblico ministero al giudice tutelare.
  • I minori: chi prende le decisioni
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  • Si chiama responsabilità genitoriale e viene esercitata da entrambi i genitori. Le decisioni, dunque, devono essere prese di comune accordo tenendo presente specifiche condizioni dei figli, come le loro capacità, le loro inclinazioni naturali e le loro aspirazioni. Se questo accordo non c’è, ecco allora che interviene il giudice il quale, per le questioni di ordinaria amministrazione (quelle che riguardano la quotidianità), può disporre anche che i genitori agiscano separatamente. Se poi un genitore non si attenesse alle condizioni stabilite, il giudice può decidere di modificare le modalità di affidamento.
  • Il mantenimento dei bambini
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  • Se ne deve occupare ciascun genitore in modo proporzionale al proprio reddito. Se viene definito un assegno periodico (adeguato nel tempo in base agli indici Istat, a meno di parametri differenti indicati dalle parti o dal giudice), il suo importo tiene conto delle esigenze del bambino, del suo tenore di vita quando i genitori ancora convivevano, della durata del periodo che trascorre con ciascuno, delle risorse dei genitori e della portata dei compiti che si assumono sia la madre che il padre. Ovviamente, per procedere, occorre che siano disponibili informazioni economiche sui coniugi e se queste non risultano abbastanza chiare e documentate, allora può essere disposto un accertamento da parte della polizia tributaria su redditi e beni anche intestati a terzi.
  • La casa familiare, la residenza e il domicilio
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  • La casa familiare viene assegnata anche in questo caso in base all’interesse dei figli e l’assegnatario può vedersela revocare nel caso non vi abiti o non vi abiti stabilmente. Lo stesso accade se decide di convivere more uxorio o se si sposa di nuovo. Il provvedimento di assegnazione (o anche quello di revoca) può essere trascrivibile e ci si può opporre. Inoltre, entrambi i genitori sono obbligati a comunicarsi cambi di residenza o di domicilio e per farlo devono rispettare il termine perentorio di trenta giorni. Se ciò non accade, occorre risarcire l’eventuale danno derivato dalle difficoltà di rintracciare il genitore che non ha rispettato quest’obbligo.
  • I rapporti patrimoniali tra i coniugi
  •  
  • Infine anche il coniuge che non gode di un adeguato reddito proprio e a cui non è addebitabile la separazione ha diritto a ricevere un importo per il proprio mantenimento, oltre a quanto già definito per gli alimenti ai figli. Quell’importo viene indicato in base alla condizione e al reddito dell’altro coniuge e se il giudice ha motivo di temere che questi non rispetti l’obbligo, può imporgli di fornire adeguate garanzie reali o personali. Inoltre, se l’inadempienza diventa realtà, l’avente diritto chiede al giudice di disporre il sequestro di una parte dei beni dell’ex coniuge e di ordinare a terzi tenuti a versamenti periodici al trasgressore dell’obbligo (ad esempio, datori di lavori) di destinare una parte di quei versamenti agli aventi diritto.
  • SEPARAZIONE CONSENSUALE DEI CONIUGI BOLOGNA

RIFERIMENTI NORMATIVI

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Infine anche il coniuge che non gode di un adeguato reddito proprio e a cui non è addebitabile la separazione ha diritto a ricevere un importo per il proprio mantenimento, oltre a quanto già definito per gli alimenti ai figli. Quell’importo viene indicato in base alla condizione e al reddito dell’altro coniuge e se il giudice ha motivo di temere che questi non rispetti l’obbligo, può imporgli di fornire adeguate garanzie reali o personali. Inoltre, se l’inadempienza diventa realtà, l’avente diritto chiede al giudice di disporre il sequestro di una parte dei beni dell’ex coniuge e di ordinare a terzi tenuti a versamenti periodici al trasgressore dell’obbligo (ad esempio, datori di lavori) di destinare una parte di quei versamenti agli aventi diritto.

È solo in questo modo, d’altronde, che può essere assicurata quell’effettiva compartecipazione alle scelte riguardanti la crescita e la formazione del figlio in cui si sostanzia la c.d. bigenitorialità, quale principio solennemente affermato a livello internazionale dalla Convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989 e ratificata con legge 27 maggio 1991, n. 176, che ha trovato attuazione in materia di separazione e divorzio attraverso la legge 8 febbraio 2006, n. 54, la quale ha modificato l’art. 155 cod. civ., introducendo l’istituto dell’affidamento condiviso. L’inapplicabilità della relativa disciplina alla fattispecie in esame, tuttora regolata da una sentenza emessa in data anteriore all’entrata in vigo-re della predetta legge, non esclude la possibilità di desumerne elementi utili ai fini dell’interpretazione della normativa previgente, in una prospettiva evolutiva che tenga conto dell’indubbia comunanza di aspetti riscontrabile tra l’affidamento congiunto e quello condiviso. Significativa, al riguardo, appare la nuova formulazione dell’art. 155 cit., la quale, nel ribadire la necessità che le decisioni di maggior interesse siano prese di comune accordo tra i genitori, inquadra tale esigenza in una disciplina improntata alla riaffermazione dei principio di pari responsabilità di questi ultimi nella cura, nell’educazione e nell’istruzione dei figli. Tale principio, valido anche per l’ipotesi in cui il giudice ritenga preferibile l’affidamento esclusivo, non può non ricevere un’applicazione particolarmente rigorosa nel caso di affidamento congiunto o condiviso, riducendosi altrimenti l’apporto di uno dei genitori ad una mera erogazione di denaro, svincolata da qualsiasi contributo di carattere decisionale, in contrasto con gli obiettivi di responsabilizzazione di entrambe le figure genitoriali avuti di mira dal legislatore attraverso la previsione di queste forme di affidamento.

L’infedeltà- così come il diniego di assistenza, o il venir meno della coabitazione- viola uno degli obblighi direttamente imposti dalla legge a carico dei coniugi (art. 143, secondo comma, cod. civ.): così da infirmare, alla radice, l’affectio familiae in guisa tale da giustificare, secondo una relazione ordinaria causale, la separazione. È quindi la premessa, secondo l’id quod plerunque accidit, dell’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, per causa non indipendente dalla volontà dei coniugi (art. 151, primo comma, cod. civ.).

Non per questo, tuttavia tale regolarità causale assurge a presunzione assoluta.

L’evento dissolutivo può rivelarsi già “prima facie”- e cioè, sulla base della stessa prospettazione della parte- non riconducibile, sotto il profilo eziologico, alla condotta antidoverosa di un coniuge: come ad esempio, nell’ipotesi di un isolato e remoto episodio d’infedeltà (ma anche di mancata assistenza, o allontanamento dalla casa coniugale), da ritenere presuntivamente superato, nel prosieguo, da un periodo di convivenza.

Va da sé, infatti, che occorre l’elemento della prossimità (“post hoc, ergo propter hoc”): la presunzione opera quando la richiesta di separazione personale segua, senza cesura temporale, all’accertata violazione del dovere coniugale.

Va osservato, al riguardo, che – sia in sede di separazione che di divorzio – gli artt. 155 quater c.c. (applicabile alla fattispecie concreta ratione temporis) e 6, co. 6, della L. n. 898 del 1970, come modificato dall’art. 11 della L. n. 74 del 1987, consentono al giudice di assegnare l’abitazione al coniuge non titolare di un diritto di godimento (reale o personale) sull’immobile, solo se a lui risultino affidati figli minori, ovvero con lui risultino conviventi figli maggiorenni non autosufficienti. Tale ‘ratio’ protettiva, che tutela l’interesse dei figli a permanere nell’ambiente domestico in cui sono cresciuti, non è configurabile, invece, in presenza di figli economicamente autosufficienti, sebbene ancora conviventi, verso i quali non sussiste, invero, proprio in ragione della loro acquisita autonomia ed indipendenza economica, esigenza alcuna di spedale protezione (cfr., ex plurimis, Cass. 5857/2002; 25010/2007; 21334/2013). Devesi – per il vero – considerare, in proposito, che l’assegnazione della casa familiare al coniuge affidatario risponde all’esigenza di tutela degli interessi dei figli, con particolare riferimento alla conservazione del loro ‘habitat’ domestico inteso come centro della vita e degli affetti dei medesimi, con la conseguenza che detta assegnazione non ha più ragion d’essere soltanto se, per vicende sopravvenute, la casa non sia più idonea a svolgere tale essenziale funzione. (Cass. 6706/2000).

1.4.2. Come per tutti i provvedimenti conseguenti alla pronuncia di separazione o di divorzio, dunque, anche per l’assegnazione della casa familiare vale il principio generale della modificabilità in ogni tempo per fatti sopravvenuti. E tuttavia, tale intrinseca provvisorietà dei provvedimenti in parola non incide sulla natura e sulla funzione della misura, posta ad esclusiva tutela della prole, con la conseguenza che anche in sede di revisione – come in qualsiasi altra sede nella quale, come nel presente giudizio, sia in discussione il permanere delle condizioni che avevano giustificato l’originaria assegnazione – resta imprescindibile il requisito dell’affidamento di figli minori o della convivenza con figli maggiorenni non autosufficienti.

Ne discende che, se è vero che la concessione del beneficio ha anche riflessi economici, particolarmente valorizzati dall’art. 6, co. 6, della legge sul divorzio, nondimeno l’assegnazione in questione non può essere disposta al fine di sopperire alle esigenze economiche del coniuge più debole, a garanzia delle quali è unicamente destinato l’assegno di divorzio (Cass. 13736/2003; 10994/2007; 18440/2013).

1.4.3. Ebbene, non può revocarsi in dubbio che i principi di diritto suesposti debbano costituire le linee guida per risolvere anche il caso – ricorrente nella specie – in cui (a casa adibita a residenza coniugale sia stata alienata, dopo l’assegnazione all’altro coniuge (affidatario di figli minori o convivente con figli maggiorenni non auto-sufficienti), dal coniuge proprietario dell’immobile.

Ed invero, ai sensi dell’art. 6, co. 6, della legge n. 898 del 1970 (nel testo sostituito dall’art. 11 della l. n. 74 del 1987), applicabile anche in tema di separazione personale, il provvedimento giudiziale di assegnazione della casa familiare al coniuge affidatario, avendo per definizione data certa, è opponibile, ancorché non trascritto, al terzo acquirente in data successiva per nove anni dalla data dell’assegnazione, ovvero – ma solo ove il titolo sia stato in precedenza trascritto – anche oltre i nove anni.

3 ABBANDONO TETTO CONIUGALE – NESSUN ADDEBITO SE CONVIVENZA INTOLLERABILE –AVVOCATO BOLOGNA

 

 Con la riforma del diritto di famiglia del 1975 la separazione dei coniugi, com’è noto, è stata svincolata dal presupposto della colpa di uno di essi e consentita, invece, tutte le volte che “si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza” (art. 151 c.c. nel testo riformato).

 

  1. Con la sentenza n. 3356 del 2007 questa Corte ha ampliato l’originaria interpretazione, di stampo strettamente oggettivistico, di tale norma – interpretazione secondo la quale il diritto alla separazione si fonda su fatti che nella coscienza sociale e nella comune percezione rendano intollerabile il proseguimento della vita coniugale – per dare della medesima norma una lettura aperta anche alla valorizzazione di “elementi di carattere soggettivo, costituendo la intollerabilità un fatto psicologico squisitamente individuale, riferibile alla formazione culturale, alla sensibilità e al contesto interno alla vita dei coniugi”.
  1. Ribadita, quindi, l’originaria impostazione oggettivistica quanto al (solo) profilo del controllo giurisdizionale sulla intollerabilità della prosecuzione della convivenza nel senso che le situazioni di intollerabilità della convivenza devono essere oggettivamente apprezzabili e giudizialmente controllabili – e puntualizzato che la frattura può dipendere, come già affermato da questa stessa Corte (Cass. 7148/1992) dalla condizione di disaffezione e di distacco spirituale anche di uno solo dei coniugi, ha concluso che in una doverosa “visione evolutiva del rapporto coniugale – ritenuto, nello stadio attuale della società, incoercibile e collegato al perdurante consenso di ciascun coniuge – (…) ciò significa che il giudice, per pronunciare la separazione, deve verificare, in base ai fatti obiettivi emersi, ivi compreso il comportamento processuale delle parti, con particolare riferimento alle risultanze del tentativo di conciliazione ed a prescindere da qualsivoglia elemento di addebitabilità, l’esistenza, anche in un solo coniuge, di una condizione di disaffezione al matrimonio tale da rendere incompatibile, allo stato, pur a prescindere da elementi di addebitabilità da parte dell’altro, la convivenza. Ove tale situazione d’intollerabilità si verifichi, anche rispetto ad un solo coniuge, deve ritenersi che questi abbia diritto di chiedere la separazione: con la conseguenza che la relativa domanda, costituendo esercizio di un suo diritto, non può costituire ragione di addebito”.
  1. A tale precedente espressamente si rifà Cass. 21099/2007, richiamata nella sentenza impugnata e nello stesso ricorso.
  1. Il ricorrente sostiene che tali principi non siano stati osservati dalla Corte d’appello perché non vi sarebbe prova dei fatti oggettivi a base della ritenuta disaffezione della sig.ra L.R. .

 

 

  1. Al riguardo, va anzitutto ribadito che l’oggettività – nei sensi sopra detti – delle circostanze a base della disaffezione di uno dei coniugi tale da rendere intollerabile per il medesimo la prosecuzione della convivenza, non va confusa con l’addebitabilità delle medesime circostanze all’altro coniuge, viceversa non indispensabile, come si è visto, secondo la legge e la giurisprudenza richiamata.
  2. Corte ha ritenuto, appunto, di argomentare dalle seguenti circostanze: a) la pregressa, risalente separazione dei coniugi, che era indice, a suo giudizio, di una unione non felice; b) l’età – settan’anni – della signora allorché si allontanò dalla casa coniugale, che indicava come l’infelicità avesse superato, per lei, il limite della tollerabilià, perché a un’età avanzata si ha in genere bisogno di stringersi ai propri cari, per riceverne solidarietà morale e materiale, piuttosto che allontanarsene.

 

 

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE I CIVILE

Sentenza 17 ottobre 2012 – 30 gennaio 2013, n. 2183

Presidente Fioretti – Relatore De Chiara

Svolgimento del processo

La Corte d’appello di Firenze, in riforma della sentenza di primo grado, ha escluso l’addebito della separazione dei coniugi sig. L..R. e sig.ra T.G..L.R. a quest’ultima, che si era allontanata dalla casa coniugale e dopo un anno e mezzo A, aveva presentato domanda di separazione. Ha infatti ritenuto che l’abbandono, a un’età – settant’anni – in cui semmai “più naturale è il bisogno di vicinanza e di solidarietà morale e materiale” e dopo quasi cinquant’anni di un matrimonio nel complesso non felice, come dimostrato anche da una risalente separazione poi rientrata, trovava la sua ragione appunto in quella infelicità – almeno per la signora – nella quale ella, alla fine, non aveva avuto più la forza di continuare a vivere. Del che non le si poteva muovere addebito una volta riconosciuto, anche nella giurisprudenza di legittimità (si fa espresso riferimento a Cass. 21099/2007), che nessuno può essere obbligato a mantenere una convivenza non più gradita, il disimpegnarsi dalla quale costituisce un diritto costituzionalmente garantito e non può, di per sé, essere fonte di riprovazione giuridica e quindi causa di addebito della separazione.

Il sig. R. ha proposto ricorso per cassazione articolando due motivi di censura. La sig.ra L.R. si è difesa con controricorso.

Motivi della decisione

  1. – Il primo motivo di ricorso, con cui si deduce violazione di norme di diritto, si conclude con il seguente quesito ai sensi dell’art. 366 bis, primo comma, c.p.c. (ancora vigente alla data della sentenza impugnata): “… se, qualora in un procedimento di separazione giudiziale risulti provato e non contestato che uno dei coniugi ha abbandonato il tetto coniugale, e in difetto di qualsiasi prova e/o fatto obiettivo che dimostri che tale abbandono sia conseguenza del comportamento dell’altro coniuge o della disaffezione e del distacco spirituale tra i coniugi, il giudice che pronuncia la separazione dei coniugi debba dichiarare l’addebito della separazione medesima al coniuge che ha abbandonato il tetto coniugale”.

Il ricorrente non contesta il principio di diritto affermato da Cass. 21099/2007, richiamata dai giudici di appello. Osserva tuttavia che in tale precedente si ammette, si, che è sufficiente la sussistenza di una disaffezione al matrimonio tale da rendere intollerabile la convivenza, anche da parte di uno solo dei coniugi, perché sorga il diritto del medesimo coniuge a richiedere la separazione, con conseguente non addebita-bilità a lui della separazione stessa, ma non si sottrae certo detta disaffezione alla regola generale dell’onere della prova. Era dunque onere della sig.ra L.R. dimostrare fatti obiettivi dai quali risultasse la sua disaffezione e la conseguente intollerabilità della convivenza; nessuna prova, invece, ella aveva fornito, ad eccezione di una dichiarazione generica e de relato di sua sorella (“Mia sorella mi ha detto che non era rispettata da suo marito”), che non provava affatto i comportamenti del marito contrari ai doveri del matrimonio (averla, cioè, a sua volta abbandonata quasi trent’anni prima e averla sottoposta a continue mortificazioni e umiliazioni) allegati dalla signora a giustificazione del proprio allontanamento dalla casa coniugale.

  1. – Con il secondo motivo si denuncia vizio di motivazione. Il ricorrente individua formalmente, agli effetti dell’art. 366 bis, secondo comma, c.p.c., il fatto controverso e decisivo, oggetto di scorretto accertamento, nelle “asserite vessazioni e umiliazioni che controparte sostiene esser stata causa dell’abbandono del tetto coniugale” ed osserva che in ordine alla sussistenza di tale fatto la sentenza di appello non contiene alcuna motivazione.
  2. – Nessuno di tali motivi può trovare accoglimento, per le seguenti ragioni.

Con la riforma del diritto di famiglia del 1975 la separazione dei coniugi, com’è noto, è stata svincolata dal presupposto della colpa di uno di essi e consentita, invece, tutte le volte che “si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza” (art. 151 c.c. nel testo riformato).

Con la sentenza n. 3356 del 2007 questa Corte ha ampliato l’originaria interpretazione, di stampo strettamente oggettivistico, di tale norma – interpretazione secondo la quale il diritto alla separazione si fonda su fatti che nella coscienza sociale e nella comune percezione rendano intollerabile il proseguimento della vita coniugale – per dare della medesima norma una lettura aperta anche alla valorizzazione di “elementi di carattere soggettivo, costituendo la intollerabilità un fatto psicologico squisitamente individuale, riferibile alla formazione culturale, alla sensibilità e al contesto interno alla vita dei coniugi”. Ribadita, quindi, l’originaria impostazione oggettivistica quanto al (solo) profilo del controllo giurisdizionale sulla intollerabilità della prosecuzione della convivenza nel senso che le situazioni di intollerabilità della convivenza devono essere oggettivamente apprezzabili e giudizialmente controllabili – e puntualizzato che la frattura può dipendere, come già affermato da questa stessa Corte (Cass. 7148/1992) dalla condizione di disaffezione e di distacco spirituale anche di uno solo dei coniugi, ha concluso che in una doverosa “visione evolutiva del rapporto coniugale – ritenuto, nello stadio attuale della società, incoercibile e collegato al perdurante consenso di ciascun coniuge – (…) ciò significa che il giudice, per pronunciare la separazione, deve verificare, in base ai fatti obiettivi emersi, ivi compreso il comportamento processuale delle parti, con particolare riferimento alle risultanze del tentativo di conciliazione ed a prescindere da qualsivoglia elemento di addebitabilità, l’esistenza, anche in un solo coniuge, di una condizione di disaffezione al matrimonio tale da rendere incompatibile, allo stato, pur a prescindere da elementi di addebitabilità da parte dell’altro, la convivenza. Ove tale situazione d’intollerabilità si verifichi, anche rispetto ad un solo coniuge, deve ritenersi che questi abbia diritto di chiedere la separazione: con la conseguenza che la relativa domanda, costituendo esercizio di un suo diritto, non può costituire ragione di addebito”.

A tale precedente espressamente si rifà Cass. 21099/2007, richiamata nella sentenza impugnata e nello stesso ricorso.

Il ricorrente sostiene che tali principi non siano stati osservati dalla Corte d’appello perché non vi sarebbe prova dei fatti oggettivi a base della ritenuta disaffezione della sig.ra L.R. .

Al riguardo, va anzitutto ribadito che l’oggettività – nei sensi sopra detti – delle circostanze a base della disaffezione di uno dei coniugi tale da rendere intollerabile per il medesimo la prosecuzione della convivenza, non va confusa con l’addebitabilità delle medesime circostanze all’altro coniuge, viceversa non indispensabile, come si è visto, secondo la legge e la giurisprudenza richiamata.

La Corte d’appello, dunque, non era tenuta ad accertare necessariamente i comportamenti del ricorrente contrari ai doveri del matrimonio, sui quali il medesimo ricorrente si sofferma; bastava che verificasse, in base ai fatti oggettivi emersi, la disaffezione maturata dalla sola moglie. Tale disaffezione la Corte ha ritenuto, appunto, di argomentare dalle seguenti circostanze: a) la pregressa, risalente separazione dei coniugi, che era indice, a suo giudizio, di una unione non felice; b) l’età – settan’anni – della signora allorché si allontanò dalla casa coniugale, che indicava come l’infelicità avesse superato, per lei, il limite della tollerabilià, perché a un’età avanzata si ha in genere bisogno di stringersi ai propri cari, per riceverne solidarietà morale e materiale, piuttosto che allontanarsene.

Nel ricorso non si dedicano a detta fondamentale argomentazione della Corte d’appello specifiche censure con il primo motivo, che pertanto è inammissibile; si indirizza, poi, la censura di vizio di motivazione, con il secondo motivo, su una circostanza – il comportamento del marito – estranea alla ratio della decisione impugnata, così destinando anche tale censura alla irrilevanza e dunque alla inammissibilità.

  1. – Il ricorso va in conclusione respinto. In mancanza di attività difensiva della parte intimata non vi è luogo a provvedere sulle spese processuali.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

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Irma

 

Aveva il marito che non pagava gli alimenti per i figli minori?

 

Il marito era dipendente di una fabbrica.

 

Si  proceduto a chiedere il pignoramento di parte dello stipendio

 

Sandra

 

Aveva scoperto la relazione del marito che durava da anni,

 

aveva avuto dei sentori ma nessuna certezza, fino a quando non ha trovato il marito insieme all’amante

 

Sandra aveva tre figli dei quali due minori.

 

Ovviamente il marito non poteva negare l’evidenza.

 

Sandra ha proceduto con separazione giudizialeottenendo giustizia,

 

Carlo

 

La moglie se ne era andata con un altro  e aveva lasciato a Carlo la piccola Bambina.

 

Carlo amava la moglie, del resto la figlia piccola portava meditare bene il da farsi.

 

Riuscimmo a contattare la moglie, a quale firmo’ una separazione consensuale

 

Rosanna e Guido

 

Dopo dieci anni di matrimonio senza figli si accorsero di non amarsi piu’ ognuno voleva la sua libertà.

 

Una bella separazione consensuale liberò i coniugi  e permise loro di affrontare una nuova vita

 

La separazione tra coniugi: un momento difficile.

Le separazioni coniugali sono momenti sempre molto complessi, non solo come è ovvio, da un punto di vista umano (sia per i coniugi, che per tutte le persone coinvolte e in particolare i figli), ma anche da un punto di vista legale.

Per tale motivo, quando una circostanza di questo tipo si rende necessaria, è indispensabile avere al proprio fianco uno studio legale per separazioni, che sia cioè specializzato in questa delicata materia, e sappia offrire i più appropriati consigli per poter risolvere ogni questione legata alla separazione nel modo più rapido ed indolore.

La separazione come una decisione meditata e discussa

Sebbene la separazione è vissuta come momento traumatico , anche qualora esso sia frutto di una decisione ragionevole, coerente e condivisa, uno studio legale per separazioni saprà garantire la massima serenità, impedendo il verificarsi di eventi fortuiti e dolorosi, tipicamente dovuti alla non conoscenza della materia da un punto di vista legale.

La separazione è un momento decisamente doloroso per ambedue i coniugi, a prescindere da chi abbia preso la decisione, rappresenta comunque la chiusura di un capitolo di un tratto di vita trascorso insieme.

La separazione legale dei coniugi è l’istituto che permette ai coniugi di far venir meno alcuni effetti del matrimonio.

 

Art. 711 c.p.c. (ricorso per la separazione consensuale dei coniugi)

[I]. Nel caso di separazione consensuale previsto nell’art. 158 c.p.c. il Presidente del Tribunale su ricorso di entrambi i coniugi deve sentirli nel giorno da lui stabilito e procurare di conciliarli nel modo indicato nell’art. 708 c.p.c.

FOTONUOOVANUMERO 100[II]. Se il ricorso è presentato da uno solo dei coniugi, si applica l’art. 706 ultimo comma c.p.c.

[III]. Se la conciliazione non riesce, si dà atto nel processo verbale del consenso dei coniugi alla separazione e delle condizioni riguardanti i coniugi stessi e la prole.

[IV]. La separazione consensuale acquista efficacia con la omologazione del tribunale, il quale provvede in camera di consiglio su relazione del presidente.

[V]. Le condizioni della separazione consensuale sono modificabili a norma dell’articolo precedente.

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Art. 710 c.p.c. (modifica delle condizioni di separazione)

[I]. Le parti possono sempre chiedere, con le forme del procedimento in camera di consiglio (art.737 c.p.c.) la modificazione dei provvedimenti riguardanti i coniugi e la prole conseguenti la separazione.

FGGG6PENNELLI[II]. Il tribunale, sentite le parti, provvede alla eventuale ammissione di mezzi istruttori e può delegare per l’assunzione uno dei suoi componenti.

[III]. Ove il procedimento non possa essere immediatamente definito, il tribunale può adottare provvedimenti provvisori e può ulteriormente modificarne il contenuto nel corso del procedimento.

Art. 158 c.c. (effetti della separazione)

[I]. La separazione per il solo consenso dei coniugi non ha effetto senza l’omologazione del giudice.

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[II]. Quando l’accordo dei coniugi relativamente all’affidamento e al mantenimento dei figli è in contrasto con l’interesse di questi il giudice riconvoca i coniugi indicando ad essi le modificazioni da adottare nell’interesse dei figli e, in caso di inidonea soluzione, può rifiutare allo stato l’omologazione.

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Art. 337 ter c.c. (provvedimenti riguardo ai figli)

[I]. Il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.

[II]. Per realizzare la finalità indicata dal primo comma, nei procedimenti di cui all’art. 337 bis c.c. il giudice adotta i provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa. Valuta prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori oppure stabilisce a quale di essi i figli sono affidati, determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore, fissando altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all’istruzione e all’educazione dei figli. Prende atto, se non contrari all’interesse dei figli, degli accordi intervenuti tra i genitori. Adotta ogni altro provvedimento relativo alla prole, ivi compreso, in caso di temporanea impossibilità di affidare il minore ad uno dei genitori, l’affidamento familiare. All’attuazione dei provvedimenti relativi all’affidamento della prole provvede il giudice del merito e, nel caso di affidamento familiare, anche d’ufficio. A tal fine copia del provvedimento di affidamento è trasmessa, a cura del pubblico ministero, al giudice tutelare.

[III]. La responsabilità genitoriale è esercitata da entrambi i genitori. Le decisioni di maggiore interesse per i figli relative all’istruzione, all’educazione, alla salute e alla scelta della residenza abituale del minore sono assunte di comune accordo tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli. In caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice. Limitatamente alle decisioni su questioni di ordinaria amministrazione, il giudice può stabilire che i genitori esercitino la responsabilità genitoriale separatamente. Qualora il genitore non si attenga alle condizioni dettate, il giudice valuterà detto comportamento anche al fine della modifica delle modalità di affidamento.

[IV]. Salvo accordi diversi liberamente sottoscritti dalle parti, ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito; il giudice stabilisce, ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico al fine di realizzare il principio di proporzionalità, da determinare considerando:

1) le attuali esigenze del figlio.

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2) il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori.

3) i tempi di permanenza presso ciascun genitore.

4) le risorse economiche di entrambi i genitori.

5) la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.

[V]. L’assegno è automaticamente adeguato agli indici ISTAT in difetto di altro parametro indicato dalle parti o dal giudice.

[VI]. Ove le informazioni di carattere economico fornite dai genitori non risultino sufficientemente documentate, il giudice dispone un accertamento della polizia tributaria sui redditi e sui beni oggetto della contestazione, anche se intestati a soggetti diversi.

Art. 337 sexies c.c. (assegnazione della casa familiare)

[I]. Il godimento della casa familiare è attribuito tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli. Dell’assegnazione il giudice tiene conto nella regolazione dei rapporti economici tra i genitori, considerato l’eventuale titolo di proprietà. Il diritto al godimento della casa familiare viene meno nel caso che l’assegnatario non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio. Il provvedimento di assegnazione e quello di revoca sono trascrivibili e opponibili a terzi ai sensi dell’art. 2643 c.c.

[II]. In presenza di figli minori, ciascuno dei genitori è obbligato a comunicare all’altro, entro il termine perentorio di trenta giorni, l’avvenuto cambiamento di residenza o di domicilio. La mancata comunicazione obbliga al risarcimento del danno eventualmente verificatosi a carico del coniuge o dei figli per la difficoltà di reperire il soggetto.

 MODIFICAZIONE CONDIZIONI DI SEPARAZIONE

 

Art. 710 c.p.c. (modificabilità dei provvedimenti relativi alla separazione dei coniugi).

Le parti possono sempre chiedere, con le forme del procedimento in camera di consiglio (artt. 737 e ss. c.p.c.), la modificazione dei provvedimenti riguardanti i coniugi e la prole conseguenti la separazione.

Il tribunale, sentite le parti, provvede alla eventuale ammissione di mezzi istruttori e può delegare per l’assunzione uno dei suoi componenti.

Ove il procedimento non possa essere immediatamente definito, il tribunale può adottare provvedimenti provvisori e può ulteriormente modificarne il contenuto nel corso del procedimento.

 

Art. 737 c.p.c. (disposizioni comuni ai procedimenti in camera di consiglio, forma della domanda).

I provvedimenti, che debbono essere pronunciati in camera di consiglio, si chiedono con ricorso (art. 125 c.p.c.) al giudice competente e hanno forma di decreto motivato, salvo che la legge disponga altrimenti.

Art. 738 c.p.c. (procedimento in camera di consiglio).

Il presidente nomina tra i componenti del collegio un relatore, che riferisce in camera di consiglio.

Se deve essere sentito il pubblico ministero (artt. 70-71 c.p.c.), gli atti sono a lui previamente comunicati ed egli stende le sue conclusioni in calce al provvedimento del presidente.

Il giudice può assumere informazioni.

 

Art. 156 c.c. (effetti della separazione nei rapporti patrimoniali tra i coniugi).

Il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri.

L’entità di tale somministrazione è determinata in relazione alle circostanze e ai redditi dell’obbligato.

Resta fermo l’obbligo di prestare gli alimenti di cui agli articoli 433 e seguenti.

Il giudice che pronunzia la separazione può imporre al coniuge di prestare idonea garanzia reale o personale se esiste il pericolo che egli possa sottrarsi all’adempimento degli obblighi previsti dai precedenti commi e dall’art. 155 c.c.

La sentenza costituisce titolo per l’iscrizione dell’ipoteca giudiziale ai sensi dell’articolo 2818.

In caso di inadempienza, su richiesta dell’avente diritto, il giudice può disporre il sequestro di parte dei beni del coniuge obbligato [671 c.p.c.] e ordinare ai terzi, tenuti a corrispondere anche periodicamente somme di danaro all’obbligato, che una parte di esse venga versata direttamente agli aventi diritto.

Qualora sopravvengano giustificati motivi il giudice, su istanza di parte, può disporre la revoca o la modifica dei provvedimenti di cui ai commi precedenti (art. 710 c.p.c.).

SEPARAZIONE CONSENSUALE DEI CONIUGI BOLOGNA

RIFERIMENTI NORMATIVI

Tribunale di Bologna

Sezione I Civile

Sentenza 18 luglio 2011, n. 2113

La cessazione degli effetti civili del matrimonio veniva già pronunziata con sentenza parziale n. 2943/2009 depositata in data 19 giugno 2009.

Quanto all’affidamento del figlio —- nato a —– in data —-, il collegio ritiene non sussistano motivi ostativi all’affidamento condiviso del minore ad entrambi i genitori posto che la considerevole distanza tra le parti e l’accesa conflittualità tra le stesse, come emergente dagli atti di causa, non rappresentano circostanze sufficienti ed idonee a limitare le prerogative paterne in ordine alla condivisione delle decisioni di maggiore importanza relative alla salute, alla cura, istruzione ed educazione del figliolo.

Il minore manterrà collocazione privilegiata presso la madre che potrà assumere in autonomia le decisioni relative alle questioni di ordinaria amministrazione.

Per quanto riguarda la regolamentazione degli incontri tra padre e figlio, tenuto conto delle oggettive difficoltà del Signor —– nell’incontrare il figlio, che vive a Tel — Aviv con la madre, pare opportuno confermare, in linea di massima, le statuizioni assunte dal giudice istruttore con ordinanza del 7 dicembre 2010 che tengono conto dei periodi di sospensione delle lezioni scolastiche di —– , così da offrire al padre la possibilità, in tali periodi, di trascorrere più giorni continuativi assieme al figlio. Pertanto il minore trascorrerà con il padre un periodo di tre settimane durante le vacanze estive, da concordarsi con la Signora —– entro il 20 maggio di ogni anno, con estensione di tale periodo a quattro settimane, anche non continuative, a partire dall’estate 2012.

——- trascorrerà inoltre col padre dieci giorni consecutivi durante la Pasqua ebraica e sette giorni consecutivi in ricorrenza della festa di Hannukkah durante il mese di dicembre, nonché altri sette giorni durante il mese di ottobre in occasione della festa denominata «Succot Simchas Torah». Il Signor —– potrà, inoltre, vedere il figliolo recandosi in Israele quando lo riterrà previo preavviso alla madre di quindici giorni e comunque sempre previo accordo con la Signora —– , sostenendo il padre le relative spese.

Il padre contribuirà, in misura fissa di € 100,00 alla volta, le spese di andata e ritorno dei trasporti del figlio —– in Italia, con obbligo per la madre di condurlo dal padre almeno due volte l’anno.

Deve, inoltre confermarsi, l’obbligo della madre a consentire il contatto giornaliero del figlio col padre anche tramite web-cam.

Per ciò che concerne i rapporti economici tra le parti e, nella specie, la determinazione del contributo paterno al mantenimento del figlio —— , pare congruo confermare i provvedimenti assunti in corso di procedimento, che hanno quantificato in € 500,00 mensili, rivalutabili annualmente secondo indici ISTAT.

La misura di tale contributo, atteso che l’esame della situazione reddituale del Signor —— documentata in atti (Mod. 730/2006-2008-2009-2010) non suggerisce un diverso assetto economico.

Quanto, invece, alle spese straordinarie da effettuarsi nell’interesse del figlio minore, tenuto conto delle spese che il Signor ——- deve sostenere annualmente per far visita a ——- in Israele e del contributo di € 100,00 che il padre deve corrispondere alla madre per ogni viaggio del minore in Italia, pare maggiormente congruo disporre che il 70% di tali spese sia a carico della madre e il 30% a carico del padre, tali intendendosi le spese mediche e scolastiche (esclusa l’eventuale refezione 
scolastica) da rimborsarsi al genitore che le ha anticipate dietro presentazione della documentazione attestante l’esborso, nonché le spese sportive, ludiche e ricreative purché previamente concordate tra le parti.

In considerazione delle domande svolte dalle parti e dell’esito del presente procedimento, il Collegio stima equo compensare interamente tra le parti le spese di lite.

Il Tribunale di Bologna, definitivamente decidendo nella causa di cui in epigrafe, ogni diversa eccezione, domanda ed istanza disattesa,

1. Affida il figlio minore —- ad entrambi i genitori, collocandolo a vivere presso l’abitazione della madre che potrà assumere in autonomia le decisioni riguardanti la gestione ordinaria della vita quotidiana.

2. Dispone che gli incontri tra padre e figlio avvengano secondo la seguente regolamentazione: il minore trascorrerà con il padre un periodo di tre settimane durante le vacanze estive, da concordarsi con la Signora —- entro il 20 Maggio di ogni anno, con estensione di tale periodo a quattro settimane, anche non continuative, a partire dall’estate 2012.

——— trascorrerà inoltre col padre dieci giorni consecutivi durante la Pasqua ebraica e sette giorni consecutivi in ricorrenza della festa di Hannukkah durante il mese di Dicembre, nonché altri sette giorni durante il mese di ottobre in occasionr della festa denominata < Succot Simchas Torah>. Il Signor —— potrà inoltre, vedere il figliolo recandosi in Israele quando lo riterrà previo preavviso alla madre di quindici giorni e comunque sempre previo accordo con la Signora —– sostenendo il padre le relative spese.

Il padre contribuirà, in misura fissa di € 100,00 alla volta, le spese di andata e ritorno di trasporti del figlio —– in Italia, con obbligo per la madre di condurlo dal padre almeno due volte l’ anno.

Conferma l’obbligo della madre a consentire il contatto giornaliero del figlio col padre anche tramite web- cam.

3. Dispone che il Signor —– corrisponda alla Signora —— a titolo di contributo nel mantenimento del figlio minore —– sino alla sua autosufficienza economica, la somma mensile di € 500,00 come già rivalutata e rivalutabile annualmente secondo indici ISTAT, oltre il 30% delle spese straordinarie effettuate nell’interesse del figlio,tali intendendosi le spese mediche e le spese scolastiche (esclusa l’eventuale refezione scolastica), dietro esibizione della documentazione attestante esborsi, nonché le spese sportive, ludiche e ricreative purchè previamente concordate tra le parti.

4. Rigetta ogni altra domanda.

5. Compensa tra le parti le spese di giudizio.

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AVVOCATO DIVORZIO BREVE BOLOGNA – AVVOCATO PER DIVORZIO BRVE BOLOGNA POCHI MESI PER IL DIVORZIO !!!!

 

Trascorso il termine di 6 mesi o un anno dalla separazione i coniugi possono chiedere lo scioglimento del matrimonio e procedere quindi con il divorzio.

 

Nel Divorzio Congiunto, ora diventato divorzio breve, il procedimento viene avviato dai coniugi separati in maniera consensuale. Essi devono raggiungere l’accordo su tutte le condizioni dello scioglimento del matrimonio.

In particolare sull’affidamento e il mantenimento dei figli, sul mantenimento o meno del coniuge più debole, sull’assegnazione della casa coniugale e sulla spartizione dei beni comuni.

 

Il divorzio diviene dunque consensuale e comporta molti vantaggi per le coppie di coniugi: è meno costoso, più rapido e quindi meno traumatico per i coniugi e per i figli.Chiedi all’avvocato matrimonialista Bologna Sergio Armaroli

L’avvocato matrimonialista Bologna può assistervi anche laddove non sia ancora stata raggiunta la concordia su tutte le condizioni di divorzio, attraverso incontri di mediazione e consulenza al fine di presentare il ricorso con la sottoscrizione di entrambi i coniugi.

  1. i tempi che devono intercorrere fra la separazione e la richiesta per ottenere il divorzio sono ridotti dagli attuali tre anni a dodici mesi in caso di “separazione giudiziale” (quando cioè il divorzio viene chiesto da uno dei due coniugi) e a sei mesi quando la separazione è invece consensuale.
  2. la separazione decorre dalla comparsa dei coniugi davanti al presidente del tribunale
  3. anticipato il momento dello scioglimento della comunione dei beni tra i coniugi: prima si realizzava solo con il passaggio in giudicato della sentenza di separazione, ora la comunione «si scioglie nel momento in cui il presidente del tribunale autorizza i coniugi a vivere separati»
  4. la nuova legge si applica anche ai procedimenti in corso.
  5. la nuova legge  non prevede il divorzio immediato in assenza di un periodo di separazione

 

LEGGE 6 maggio 2015, n. 55

Disposizioni in materia di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio nonche’ di comunione tra i coniugi. (15G00073)

(GU n.107 del 11-5-2015)

Vigente al: 26-5-2015

La  Camera  dei  deputati  ed  il  Senato  della  Repubblica  hanno approvato;

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Promulga

la seguente legge:

Art. 1

  1. Al  secondo  capoverso  della  lettera  b),  del   numero   2), dell’articolo 3 della legge 1° dicembre 1970, n.  898,  e  successive modificazioni, le parole: « tre  anni  a  far  tempo  dalla  avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente  del  tribunale  nella procedura  di  separazione  personale  anche   quando   il   giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale» sono sostituite  dalle seguenti: «dodici mesi dall’avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente del tribunale nella procedura di separazione  personale e da sei mesi nel caso di separazione consensuale,  anche  quando  il giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale».

Art. 2

  1. All’articolo 191 del codice  civile,  dopo  il  primo  comma  e’ inserito il seguente:

«Nel caso di separazione personale, la comunione tra i coniugi si scioglie nel momento in cui il presidente del tribunale  autorizza  i coniugi a vivere separati, ovvero alla  data  di  sottoscrizione  del processo verbale di separazione consensuale dei  coniugi  dinanzi  al presidente, purche’ omologato. L’ordinanza con  la  quale  i  coniugi sono autorizzati a vivere separati e’ comunicata all’ufficiale  dello stato  civile  ai  fini  dell’annotazione  dello  scioglimento  della comunione».

Art. 3

  1. Le disposizioni di cui agli articoli  1  e  2  si  applicano  ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore  della  presente legge, anche nei casi in cui il procedimento di  separazione  che  ne costituisce il presupposto  risulti  ancora  pendente  alla  medesima data.

La presente legge, munita del sigillo dello Stato,  sara’  inserita nella  Raccolta  ufficiale  degli  atti  normativi  della  Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.

Data a Roma, addi’ 6 maggio 2015

MATTARELLA

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GIURISPRUDENZA

  1. Come questa Corte ha più volte avuto occasione di osservare, già con la riforma del diritto di famiglia del 1975 la separazione dei coniugi è stata svincolata dal presupposto della colpa di uno di essi e consentita, invece, tutte le volte che “si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza” (art. 151 c.c. nel testo riformato).

 

  1. Con la sentenza n. 3356 del 2007 questa Corte ha ampliato l’originaria interpretazione, di stampo strettamente oggettivistico, di tale norma – interpretazione secondo la quale il diritto alla separazione si fonda su fatti che nella coscienza sociale e nella comune percezione rendano intollerabile il proseguimento della vita coniugale –

 

 

 

  1. per dare della medesima norma una lettura aperta anche alla valorizzazione di “elementi di carattere soggettivo, costituendo la intollerabilità un fatto psicologico squisitamente individuale, riferibile alla formazione culturale, alla sensibilità e al contesto interno alla vita dei coniugi”.

 

 

 

  1. Ribadita, quindi, l’originaria impostazione oggettivistica quanto al (solo) profilo del controllo giurisdizionale sulla intollerabilità della prosecuzione della convivenza – nel senso che le situazioni di intollerabilità della convivenza devono essere oggettivamente apprezzabili e giudizialmente controllabili – e puntualizzato che la frattura può dipendere, come già affermato da questa stessa Corte (Cass. 7148/1992) dalla condizione di disaffezione e di distacco spirituale anche di uno solo dei coniugi, ha concluso che in una doverosa “visione evolutiva del rapporto coniugale – ritenuto, nello stadio attuale della società, incoercibile e collegato al perdurante consenso di ciascun coniuge – (…) ciò significa che il giudice, per pronunciare la separazione, deve verificare, in base ai fatti obiettivi emersi, ivi compreso il comportamento processuale delle parti, con particolare riferimento alle risultanze del tentativo di conciliazione ed a prescindere da qualsivoglia elemento di addebitabilità, l’esistenza, anche in un solo coniuge, di una condizione di disaffezione al matrimonio tale da rendere incompatibile, allo stato, pur a prescindere da elementi di addebitabilità da parte dell’altro, la convivenza.

 

 

  1. Ove tale situazione d’intollerabilità si verifichi, anche rispetto ad un solo coniuge, deve ritenersi che questi abbia diritto di chiedere la separazione: con la conseguenza che la relativa domanda, costituendo esercizio di un suo diritto, non può costituire ragione di addebito” (conformi Cass. 21099/2007 e, più di recente, tra le altre, Cass. 2183/2013).

 

SEPARAZIONI : pronuncia di addebito non può fondarsi sulla sola inosservanza dei doveri che l’art. 143 cod. civ

 

In tema di separazione personale dei coniugi, la pronuncia di addebito non può fondarsi sulla sola inosservanza dei doveri che l’art. 143 cod. civ. pone a carico degli stessi, implicando, invece, tale pronuncia la prova che la irreversibile crisi coniugale sia ricollegabile esclusivamente al comportamento volontariamente e consapevolmente contrario a tali doveri da parte di uno o di entrambi i coniugi, e cioè che sussista un nesso di causalità tra i comportamenti addebitati ed il determinarsi dell’intollerabilità della ulteriore convivenza.

Pertanto, in caso di mancato raggiungimento della prova che il comportamento contrario ai predetti doveri tenuto da uno dei coniugi, o da entrambi, sia stato la causa efficiente del fallimento della convivenza, legittimamente viene pronunciata la separazione senza addebito (v., ex multis, Cass., sentenze n. 14840 del 2006, n. 12383 del 2005).

Posta tale premessa, deve rilevarsi che il comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio, tenuto dal coniuge successivamente al venir meno della convivenza, sia pure in tempi immediatamente prossimi a detta cessazione, può rilevare, ai fini della dichiarazione di addebito della separazione, solo ove esso costituisca una conferma del passato e concorra ad illuminare sulla condotta pregressa (v., sul punto, Cass. sentenze n. 20256 del 2006, n. 17710 del 2005).

In ogni caso, l’apprezzamento che la violazione dei doveri medesimi, lungi dall’essere intervenuta quando era già maturata una situazione di intollerabilità della convivenza, abbia, viceversa, assunto efficacia causale nel determinarsi della crisi del rapporto coniugale, e, in definitiva, la valutazione circa la responsabilità di uno o di entrambi i coniugi nel determinarsi della intollerabilità della convivenza, costituisce indagine istituzionalmente riservata al giudice di merito, che, pertanto, non può essere censurata in sede di legittimità in presenza di una motivazione congrua e logica (v., per tutte, Cass. sentenza n. 9877 del 2006).

INFEDELTA’ NELLE SEPARAZIONI

L’infedeltà- così come il diniego di assistenza, o il venir meno della coabitazione- viola uno degli obblighi direttamente imposti dalla legge a carico dei coniugi (art. 143, secondo comma, cod. civ.): così da infirmare, alla radice, l’affectio familiae in guisa tale da giustificare, secondo una relazione ordinaria causale, la separazione.

È quindi la premessa, secondo l’id quod plerunque accidit, dell’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, per causa non indipendente dalla volontà dei coniugi (art. 151, primo comma, cod. civ.).

Non per questo, tuttavia tale regolarità causale assurge a presunzione assoluta.

L’evento dissolutivo può rivelarsi già “prima facie“- e cioè, sulla base della stessa prospettazione della parte- non riconducibile, sotto il profilo eziologico, alla condotta antidoverosa di un coniuge: come ad esempio, nell’ipotesi di un isolato e remoto episodio d’infedeltà (ma anche di mancata assistenza, o allontanamento dalla casa coniugale), da ritenere presuntivamente superato, nel prosieguo, da un periodo di convivenza.

Va da sé, infatti, che occorre l’elemento della prossimità (“post hoc, ergo propter hoc“): la presunzione opera quando la richiesta di separazione personale segua, senza cesura temporale, all’accertata violazione del dovere coniugale.

RILEVANZA DELL’INFEDELTA’ NELLE SEPARAZIONI

Diversamente, nel caso- infrequente, ma non eccezionale- di accettazione reciproca di un allentamento degli obblighi previsti dalla norma (come nel regime- secondo la definizione invalsa nell’uso- dei “separati in casa“), si prospetta un fatto secondario, accidentale e atipico, che contrasta l’applicabilità della regola generale di causalità: onde, il relativo onere probatorioincumbit ei qui dicit.

Spetterà quindi all’autore della violazione dell’obbligo la prova della mancanza del nesso eziologico tra infedeltà e crisi coniugale: sotto il profilo che il suo comportamento si sia inserito in una situazione matrimoniale già compromessa e connotata da un reciproco disinteresse. In una parola, in una crisi del rapporto matrimoniale già in atto (Cass., sez. I, 14 febbraio 2012, n. 2059).

Tale riparto dell’onere probatorio oltre a palesarsi rispettoso del canone legale (art. 2697 cod. civ.) è altresì aderente al principio empirico della vicinanza della prova; laddove, riversare la dimostrazione della rilevanza causale in ordine all’intollerabilità della prosecuzione della convivenza su chi abbia subito l’altrui infedeltà si risolverebbe nella probatio diabolica che in realtà il matrimonio era sempre stato felice fino alla vigilia dell’adulterio (o dell’omissione di assistenza, o dell’interruzione della coabitazione).

L’infedeltà- così come il diniego di assistenza, o il venir meno della coabitazione- viola uno degli obblighi direttamente imposti dalla legge a carico dei coniugi (art. 143, secondo comma, cod. civ.): così da infirmare, alla radice, l’affectio familiae in guisa tale da giustificare, secondo una relazione ordinaria causale, la separazione.

 

È quindi la premessa, secondo l’id quod plerunque accidit, dell’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, per causa non indipendente dalla volontà dei coniugi (art. 151, primo comma, cod. civ.).

Non per questo, tuttavia tale regolarità causale assurge a presunzione assoluta.

L’evento dissolutivo può rivelarsi già “prima facie“- e cioè, sulla base della stessa prospettazione della parte- non riconducibile, sotto il profilo eziologico, alla condotta antidoverosa di un coniuge: come ad esempio, nell’ipotesi di un isolato e remoto episodio d’infedeltà (ma anche di mancata assistenza, o allontanamento dalla casa coniugale), da ritenere presuntivamente superato, nel prosieguo, da un periodo di convivenza.

Va da sé, infatti, che occorre l’elemento della prossimità (“post hoc, ergo propter hoc“): la presunzione opera quando la richiesta di separazione personale segua, senza cesura temporale, all’accertata violazione del dovere coniugale.

Diversamente, nel caso- infrequente, ma non eccezionale- di accettazione reciproca di un allentamento degli obblighi previsti dalla norma (come nel regime- secondo la definizione invalsa nell’uso- dei “separati in casa“), si prospetta un fatto secondario, accidentale e atipico, che contrasta l’applicabilità della regola generale di causalità: onde, il relativo onere probatorioincumbit ei qui dicit.

Spetterà quindi all’autore della violazione dell’obbligo la prova della mancanza del nesso eziologico tra infedeltà e crisi coniugale: sotto il profilo che il suo comportamento si sia inserito in una situazione matrimoniale già compromessa e connotata da un reciproco disinteresse. In una parola, in una crisi del rapporto matrimoniale già in atto (Cass., sez. I, 14 febbraio 2012, n. 2059).

Tale riparto dell’onere probatorio oltre a palesarsi rispettoso del canone legale (art. 2697 cod. civ.) è altresì aderente al principio empirico della vicinanza della prova; laddove, riversare la dimostrazione della rilevanza causale in ordine all’intollerabilità della prosecuzione della convivenza su chi abbia subito l’altrui infedeltà si risolverebbe nella probatio diabolica che in realtà il matrimonio era sempre stato felice fino alla vigilia dell’adulterio (o dell’omissione di assistenza, o dell’interruzione della coabitazione).

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

 

SEZIONE I CIVILE

 

Sentenza 22 gennaio – 29 aprile 2015, n. 8713

 

(Presidente Forte – Relatore De Chiara)

 

Svolgimento del processo

 

Il Tribunale di Cagliari dichiarò la separazione dei coniugi sig. P.G. e sig.ra O.A. con addebito a quest’ultima, alla quale pertanto non riconobbe il diritto ad alcun assegno, e revocò l’assegnazione della casa coniugale (di proprietà della moglie) già disposta in favore del marito con precedente ordinanza in corso di causa.

 

La Corte d’appello, in accoglimento del gravame della sig.ra O. , ha escluso l’addebito della separazione alla medesima, sul rilievo che allorquando ella aveva abbandonato il domicilio coniugale – circostanza che il Tribunale aveva posto a base dell’addebito – si era già prodotta una situazione di oggettiva intollerabilità della convivenza da parte sua, tale da giustificare la scelta di andarsene, benché non fosse emerso a carico del marito alcun comportamento contrario ai doveri del matrimonio. I primi segni di disaffezione si erano rivelati al ritorno della sig.ra O. da un viaggio in America, ove si era recata per conoscere sua madre, l’incontro con la quale l’aveva però turbata per la freddezza con cui era stata trattata: aveva così iniziato a chiudersi in se stessa, disinteressandosi della famiglia, ignorando il marito e rifiutando ogni contatto con lui. I rapporti tra i coniugi erano poi via via diventati sempre più tesi, la sig.ra O. aveva cominciato a trascorrere le giornate fuori casa, cercando rifugio presso le amiche, ed era piombata in uno stato di grave depressione, certificato anche da copiosa documentazione medica, sfociato anche in un tentativo di suicidio nel 1999.

 

Escluso l’addebito, la Corte ha riconosciuto, altresì, alla sig.ra O. il diritto a un assegno di mantenimento a carico del marito, osservando:

 

che ella era priva di redditi allorché fu introdotto il giudizio di primo grado (il 12 luglio 2001, con ricorso del marito, seguito il giorno successivo da quello della moglie, poi riunito al primo); dal novembre 2001 all’ottobre 2004 aveva lavorato stabilmente presso una impresa di pulizie; il suo stato di salute psichica si era nel frattempo aggravato, causando la totale perdita della sua capacità lavorativa, come da certificati medici in atti, con conseguente accesso al trattamento previdenziale d’invalidità erogato dall’INPS a decorrere dal gennaio 2006;

 

che il sig. P. poteva contare su un lavoro stabile, che gli aveva assicurato un reddito medio netto mensile di circa 1.200 Euro, aumentato a 1.360 nel 2005 ed attestatosi su una media di 1.580 Euro mensili nel periodo successivo;

 

che la casa coniugale era stata inizialmente assegnata al marito e successivamente restituita alla moglie, che ne era proprietaria;

 

che il figlio minore della coppia, F. , era stato inizialmente affidato alla madre, mentre con il padre erano andati a vivere gli altri due figli, G.P. e S.;

 

che il P. nel corso del libero interrogatorio del 19 giugno 2002 aveva dichiarato che questi ultimi due figli avevano trovato occupazioni stagionali, grazie alle quali non dipendevano economicamente da lui almeno nel periodo estivo;

 

che il figlio minore F. , collocato presso il padre per il periodo estivo con ordinanza del Giudice istruttore del 28 giugno 2002, dall’agosto dello stesso anno non aveva più fatto ritorno presso l’abitazione della madre, a causa di malumori e incomprensioni con la medesima, e con ordinanza del 15 luglio 2003 il Giudice istruttore aveva adeguato la situazione di diritto a quella di fatto, stabilendo il definitivo affidamento del ragazzo al padre;

 

che nel corso del giudizio di primo grado tutti i tre figli della coppia avevano conseguito l’indipendenza economica: G.P. si era trasferito a (…) per lavoro, come si leggeva nelle memorie del P. in data 12 ottobre 2005; S. aveva dichiarato all’udienza del 4 giugno 2008 di essere andato a vivere, nel 2004, con la sua compagna di allora; F. aveva del pari lasciato la casa del padre, trasferendo la propria residenza nel comune di Burcei il 24 novembre 2009, come riferito dai Carabinieri di Fluminimaggiore, comune di residenza del P. .

 

La Corte pertanto ha riconosciuto alla sig.ra O. un assegno a decorrere dal 12 luglio 2001, liquidandolo in Euro 400,00 mensili dal 20 marzo 2011 e, per il periodo precedente, in somme differenziate a seconda delle necessità della beneficiarla come accertate con riferimento a vari segmenti temporali in relazione alle vicende sopra dettagliate (Euro 450,00 mensili dal 12 luglio al 31 ottobre 2001; Euro 200,00 mensili dal 1 novembre 2001 al 31 luglio 2002; Euro 500,00 mensili dal 1 ottobre 2004 2004 al 30 novembre 2009; Euro 700,00 mensili dal 1 dicembre 2009 al 19 marzo 2011).

 

Il sig. P. ha proposto ricorso per cassazione con tre motivi di censura. La sig.ra O. si è difesa con controricorso.

 

Motivi della decisione

 

  1. – Con il primo motivo di ricorso, denunciando violazione degli artt. 151, secondo comma, 143, 147 e 148 c.c. e degli artt. 115 e 116 c.p.c. e 2697 c.c., nonché vizio di motivazione, si lamenta che la Corte d’appello abbia ignorato come il comportamento della sig.ra O. violasse i doveri di cui all’art. 143 c.c. e avesse determinato la dissoluzione dell’unione coniugale. La signora, infatti, nonostante il rapporto non fosse in crisi, si era semplicemente stancata di comportarsi da moglie fedele e da madre, ossia di adempiere ai doveri di cui agli artt. 143, 147 e 148 c.c., preferendo accompagnarsi ad altre donne con cui intratteneva relazioni omosessuali.

 

1.1. – Il motivo non può essere accolto.

 

Come questa Corte ha più volte avuto occasione di osservare, già con la riforma del diritto di famiglia del 1975 la separazione dei coniugi è stata svincolata dal presupposto della colpa di uno di essi e consentita, invece, tutte le volte che “si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza” (art. 151 c.c. nel testo riformato).

 

Con la sentenza n. 3356 del 2007 questa Corte ha ampliato l’originaria interpretazione, di stampo strettamente oggettivistico, di tale norma – interpretazione secondo la quale il diritto alla separazione si fonda su fatti che nella coscienza sociale e nella comune percezione rendano intollerabile il proseguimento della vita coniugale – per dare della medesima norma una lettura aperta anche alla valorizzazione di “elementi di carattere soggettivo, costituendo la intollerabilità un fatto psicologico squisitamente individuale, riferibile alla formazione culturale, alla sensibilità e al contesto interno alla vita dei coniugi”. Ribadita, quindi, l’originaria impostazione oggettivistica quanto al (solo) profilo del controllo giurisdizionale sulla intollerabilità della prosecuzione della convivenza – nel senso che le situazioni di intollerabilità della convivenza devono essere oggettivamente apprezzabili e giudizialmente controllabili – e puntualizzato che la frattura può dipendere, come già affermato da questa stessa Corte (Cass. 7148/1992) dalla condizione di disaffezione e di distacco spirituale anche di uno solo dei coniugi, ha concluso che in una doverosa “visione evolutiva del rapporto coniugale – ritenuto, nello stadio attuale della società, incoercibile e collegato al perdurante consenso di ciascun coniuge – (…) ciò significa che il giudice, per pronunciare la separazione, deve verificare, in base ai fatti obiettivi emersi, ivi compreso il comportamento processuale delle parti, con particolare riferimento alle risultanze del tentativo di conciliazione ed a prescindere da qualsivoglia elemento di addebitabilità, l’esistenza, anche in un solo coniuge, di una condizione di disaffezione al matrimonio tale da rendere incompatibile, allo stato, pur a prescindere da elementi di addebitabilità da parte dell’altro, la convivenza. Ove tale situazione d’intollerabilità si verifichi, anche rispetto ad un solo coniuge, deve ritenersi che questi abbia diritto di chiedere la separazione: con la conseguenza che la relativa domanda, costituendo esercizio di un suo diritto, non può costituire ragione di addebito” (conformi Cass. 21099/2007 e, più di recente, tra le altre, Cass. 2183/2013).

 

Nella specie la Corte d’appello ha ampiamente motivato l’accertamento della situazione di intollerabilità della convivenza per la sig.ra O. , dando conto dello stato depressivo in cui ella era piombata, sfociato addirittura in un tentativo di suicidio. È, questo, un accertamento di fatto che non può essere rivisitato in sede di legittimità; e del resto l’asserita omosessualità della sig.ra O. , sottolineata dal ricorrente, non sposterebbe, quand’anche corrispondesse al vero, i termini della questione, attesa la ancor maggiore evidenza dell’intollerabilità della convivenza matrimoniale per una persona omosessuale.

 

  1. – Con il secondo motivo, denunciando violazione degli artt. 165 c.c. e degli artt. 115 e 116 c.p.c. e 2697 c.c., nonché vizio di motivazione, si contesta la statuizione di riconoscimento del diritto a un assegno in favore della sig.ra O. Si osserva che quest’ultima in realtà non aveva fornito la prova del suo asserito stato di indigenza e ampiamente si da conto di risultanze istruttorie che giustificherebbero una diversa ricostruzione dei fatti, secondo la quale i figli del ricorrente S. e F. non avevano affatto conseguito l’indipendenza economica, ma erano ancora a carico del padre, mentre la madre faceva lavori di pulizia “in nero”.

 

2.2. – Il motivo è inammissibile perché le censure del ricorrente, per quanto, come detto, lungamente argomentate, non assumono mai effettivamente la configurazione di censure rientranti nello schema di cui al n. 5 dell’art. 360 c.p.c. (nel testo, qui applicabile ratione temporis, anteriore alla novella di cui al d.l. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in l. 7 agosto 2012, n. 134) e si sostanziano sempre, invece, in mere proposte di ricostruzioni alternative dei fatti, basate su dati istruttori giammai aventi il carattere della decisività; sicché deve concludersi che si tratta di critiche di merito.

 

  1. – Con il terzo motivo, denunciando violazione dell’art. 156 c.c. e degli artt. 115, 116 e 112 c.p.c. e 2697 c.c., si lamenta che la Corte d’appello (I) abbia, senza richiesta dell’interessata, disposto la decorrenza retroattiva, dal 12 luglio 2001, del diritto all’assegno riconosciuto alla sig.ra O. e (II) abbia, altresì, determinato l’ammontare del medesimo assegno in maniera totalmente errata perché basta non già sulle reali condizioni economiche delle parti, bensì su errate presunzioni contraddette clamorosamente dalle prove agli atti.

 

3.1. – Il motivo è infondato quanto al primo profilo, atteso che l’assegno di separazione decorre appunto dalla data della domanda, nella specie proposta nel luglio 2001, e inammissibile quanto al secondo profilo, essendo la censura articolata, ancora una volta, come pura e semplice critica di merito.

 

  1. – Il ricorso va in conclusione respinto. È equo, tuttavia, compensare tra le parti le spese processuali in considerazione della oscillazioni giurisprudenziali registratesi sul tema dell’addebito della separazione dei coniugi.

 

P.Q.M.

 

La Corte rigetta il ricorso e compensa tra le parti le spese processuali.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma dell’art. 52 d.lgs. n. 196 del 2003.

 

 

 

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Come questa Corte ha piu’ volte avuto occasione di osservare, gia’ con la riforma del diritto di famiglia del 1975 la separazione dei coniugi e’ stata svincolata dal presupposto della colpa di uno di essi e consentita, invece, tutte le volte che “si verificano, anche indipendentemente dalla volonta’ di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza” (articolo 151 c.c., nel testo riformato).

 

Con la sentenza n. 3356 del 2007 questa Corte ha ampliato l’originaria interpretazione, di stampo strettamente oggettivistico, di tale norma – interpretazione secondo la quale il diritto alla separazione si fonda su fatti che nella coscienza sociale e nella comune percezione rendano intollerabile il proseguimento della vita coniugale – per dare della medesima norma una lettura aperta anche alla valorizzazione di “elementi di carattere soggettivo, costituendo la intollerabilita’ un fatto psicologico squisitamente individuale, riferibile alla formazione culturale, alla sensibilita’ e al contesto interno alla vita dei coniugi”.

 

 

 

 Ribadita, quindi, l’originaria impostazione oggettivistica quanto al (solo) profilo del controllo giurisdizionale sulla intollerabilita’ della prosecuzione della convivenza – nel senso che le situazioni di intollerabilita’ della convivenza devono essere oggettivamente apprezzabili e giudizialmente controllabili – e puntualizzato che la frattura puo’ dipendere, come gia’ affermato da questa stessa Corte (Cass. 7148/1992) dalla condizione di disaffezione e di distacco spirituale anche di uno solo dei coniugi, ha concluso che in una doverosa “visione evolutiva del rapporto coniugale – ritenuto, nello stadio attuale della societa’, incoercibile e collegato al perdurante consenso di ciascun coniuge – (…) cio’ significa che il giudice, per pronunciare la separazione, deve verificare, in base ai fatti obiettivi emersi, ivi compreso il comportamento processuale delle parti, con particolare riferimento alle risultanze del tentativo di conciliazione ed a prescindere da qualsivoglia elemento di addebitabilita’, l’esistenza, anche in un solo coniuge, di una condizione di disaffezione al matrimonio tale da rendere incompatibile, allo stato, pur a prescindere da elementi di addebitabilita’ da parte dell’altro, la convivenza.

 

 

 

 

Ove tale situazione d’intollerabilita’ si verifichi, anche rispetto ad un solo coniuge, deve ritenersi che questi abbia diritto di chiedere la separazione: con la conseguenza che la relativa domanda, costituendo esercizio di un suo diritto, non puo’ costituire ragione di addebito” (conformi Cass. 21099/2007 e, piu’ di recente, tra le altre, Cass. 2183/2013).

 

Suprema Corte di Cassazionesezione Isentenza 29 aprile 2015, n. 8713

 

REPUBBLICA ITALIANA

 

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

 

SEZIONE PRIMA CIVILE

 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

 

Dott. FORTE Fabrizio – Presidente

 

Dott. DOGLIOTTI Massimo – Consigliere

 

Dott. DE CHIARA Carlo – rel. Consigliere

 

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere

 

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere

 

ha pronunciato la seguente:

 

SENTENZA

 

sul ricorso proposto da:

 

(OMISSIS) (C.F. (OMISSIS)), rappresentato e difeso, per procura speciale a margine del ricorso, dall’avv. (OMISSIS) (C.F. (OMISSIS)) ed elett.te dom.to presso lo studio della medesima in (OMISSIS);

 

– ricorrente –

 

contro

 

(OMISSIS) (C.F. (OMISSIS)), ammessa al patrocinio a spese dello Stato con delibera 24 gennaio 2013 del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Cagliari, rappresentata e difesa, per procura speciale a margine del controricorso, dall’avv. (OMISSIS) (OMISSIS);

 

– controricorrente –

 

avverso la sentenza n. 257/12 della Corte d’appello di Cagliari pubblicata il 15 maggio 2012;

 

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 22 gennaio 2015 dal Consigliere Dott. Carlo DE CHIARA;

 

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CERONI Francesca, che ha concluso per l’improcedibilita’, l’inammissibilita’ o in subordine il rigetto del ricorso.

 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

 

Il Tribunale di Cagliari dichiaro’ la separazione dei coniugi sig. (OMISSIS) e sig.ra (OMISSIS) con addebito a quest’ultima, alla quale pertanto non riconobbe il diritto ad alcun assegno, e revoco’ l’assegnazione della casa coniugale (di proprieta’ della moglie) gia’ disposta in favore del marito con precedente ordinanza in corso di causa.

 

La Corte d’appello, in accoglimento del gravame della sig.ra (OMISSIS), ha escluso l’addebito della separazione alla medesima, sul rilievo che allorquando ella aveva abbandonato il domicilio coniugale – circostanza che il Tribunale aveva posto a base dell’addebito – si era gia’ prodotta una situazione di oggettiva intollerabilita’ della convivenza da parte sua, tale da giustificare la scelta di andarsene, benche’ non fosse emerso a carico del marito alcun comportamento contrario ai doveri del matrimonio. I primi segni di disaffezione si erano rivelati al ritorno della sig.ra (OMISSIS) da un viaggio in America, ove si era recata per conoscere sua madre, l’incontro con la quale l’aveva pero’ turbata per la freddezza con cui era stata trattata: aveva cosi’ iniziato a chiudersi in se stessa, disinteressandosi della famiglia, ignorando il marito e rifiutando ogni contatto con lui. I rapporti tra i coniugi erano poi via via diventati sempre piu’ tesi, la sig.ra (OMISSIS) aveva cominciato a trascorrere le giornate fuori casa, cercando rifugio presso le amiche, ed era piombata in uno stato di grave depressione, certificato anche da copiosa documentazione medica, sfociato anche in un tentativo di suicidio nel 1999.

 

Escluso l’addebito, la Corte ha riconosciuto, altresi’, alla sig.ra (OMISSIS) il diritto a un assegno di mantenimento a carico del marito, osservando:

 

che ella era priva di redditi allorche’ fu introdotto il giudizio di primo grado (il 12 luglio 2001, con ricorso del marito, seguito il giorno successivo da quello della moglie, poi riunito al primo); dal novembre 2001 all’ottobre 2004 aveva lavorato stabilmente presso una impresa di pulizie; il suo stato di salute psichica si era nel frattempo aggravato, causando la totale perdita della sua capacita’ lavorativa, come da certificati medici in atti, con conseguente accesso al trattamento previdenziale d’invalidita’ erogato dall’INPS a decorrere dal gennaio 2006;

 

che il sig. (OMISSIS) poteva contare su un lavoro stabile, che gli aveva assicurato un reddito medio netto mensile di circa 1.200,00, euro, aumentato a 1.360,00, nel 2005 ed attestatosi su una media di 1.580,00, euro mensili nel periodo successivo;

 

che la casa coniugale era stata inizialmente assegnata al marito e successivamente restituita alla moglie, che ne era proprietaria;

 

che il figlio minore della coppia, (OMISSIS), era stato inizialmente affidato alla madre, mentre con il padre erano andati a vivere gli altri due figli, (OMISSIS) e (OMISSIS);

 

che il (OMISSIS) nel corso del libero interrogatorio del 19 giugno 2002 aveva dichiarato che questi ultimi due figli avevano trovato occupazioni stagionali, grazie alle quali non dipendevano economicamente da lui almeno nel periodo estivo;

 

che il figlio minore (OMISSIS), collocato presso il padre per il periodo estivo con ordinanza del Giudice istruttore del 28 giugno 2002, dall’agosto dello stesso anno non aveva piu’ fatto ritorno presso l’abitazione della madre, a causa di malumori e incomprensioni con la medesima, e con ordinanza del 15 luglio 2003 il Giudice istruttore aveva adeguato la situazione di diritto a quella di fatto, stabilendo il definitivo affidamento del ragazzo al padre;

 

che nel corso del giudizio di primo grado tutti i tre figli della coppia avevano conseguito l’indipendenza economica: (OMISSIS) si era trasferito a (OMISSIS) per lavoro, come si leggeva nelle memorie del (OMISSIS) in data 12 ottobre 2005; (OMISSIS) aveva dichiarato all’udienza del 4 giugno 2008 di essere andato a vivere, nel 2004, con la sua compagna di allora; (OMISSIS) aveva del pari lasciato la casa del padre, trasferendo la propria residenza nel comune di (OMISSIS) il 24 novembre 2009, come riferito dai Carabinieri di Fluminimaggiore, comune di residenza del (OMISSIS).

 

La Corte pertanto ha riconosciuto alla sig.ra (OMISSIS) un assegno a decorrere dal 12 luglio 2001, liquidandolo in euro 400,00 mensili dal 20 marzo 2011 e, per il periodo precedente, in somme differenziate a seconda delle necessita’ della beneficiarla come accertate con riferimento a vari segmenti temporali in relazione alle vicende sopra dettagliate (euro 450,00 mensili dal 12 luglio al 31 ottobre 2001; euro 200,00 mensili dal 1 novembre 2001 al 31 luglio 2002; euro 500,00 mensili dal 1 ottobre 2004 al 30 novembre 2009; euro 700,00 mensili dal 1 dicembre 2009 al 19 marzo 2011).

 

Il sig. (OMISSIS) ha proposto ricorso per cassazione con tre motivi di censura. La sig.ra (OMISSIS) si e’ difesa con controricorso.

 

MOTIVI DELLA DECISIONE

 

  1. – Con il primo motivo di ricorso, denunciando violazione dell’articolo 151 c.c., comma 2, articoli 143, 147 e 148 c.c., e degli articoli 115 e 116 c.p.c., e articolo 2697 c.c., nonche’ vizio di motivazione, si lamenta che la Corte d’appello abbia ignorato come il comportamento della sig.ra (OMISSIS) violasse i doveri di cui all’articolo 143 c.c., e avesse determinato la dissoluzione dell’unione coniugale. La signora, infatti, nonostante il rapporto non fosse in crisi, si era semplicemente stancata di comportarsi da moglie fedele e da madre, ossia di adempiere ai doveri di cui agli articoli 143, 147 e 148 c.c., preferendo accompagnarsi ad altre donne con cui intratteneva relazioni omosessuali.

 

1.1. – Il motivo non puo’ essere accolto.

 

Come questa Corte ha piu’ volte avuto occasione di osservare, gia’ con la riforma del diritto di famiglia del 1975 la separazione dei coniugi e’ stata svincolata dal presupposto della colpa di uno di essi e consentita, invece, tutte le volte che “si verificano, anche indipendentemente dalla volonta’ di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza” (articolo 151 c.c., nel testo riformato).

 

Con la sentenza n. 3356 del 2007 questa Corte ha ampliato l’originaria interpretazione, di stampo strettamente oggettivistico, di tale norma – interpretazione secondo la quale il diritto alla separazione si fonda su fatti che nella coscienza sociale e nella comune percezione rendano intollerabile il proseguimento della vita coniugale – per dare della medesima norma una lettura aperta anche alla valorizzazione di “elementi di carattere soggettivo, costituendo la intollerabilita’ un fatto psicologico squisitamente individuale, riferibile alla formazione culturale, alla sensibilita’ e al contesto interno alla vita dei coniugi”. Ribadita, quindi, l’originaria impostazione oggettivistica quanto al (solo) profilo del controllo giurisdizionale sulla intollerabilita’ della prosecuzione della convivenza – nel senso che le situazioni di intollerabilita’ della convivenza devono essere oggettivamente apprezzabili e giudizialmente controllabili – e puntualizzato che la frattura puo’ dipendere, come gia’ affermato da questa stessa Corte (Cass. 7148/1992) dalla condizione di disaffezione e di distacco spirituale anche di uno solo dei coniugi, ha concluso che in una doverosa “visione evolutiva del rapporto coniugale – ritenuto, nello stadio attuale della societa’, incoercibile e collegato al perdurante consenso di ciascun coniuge – (…) cio’ significa che il giudice, per pronunciare la separazione, deve verificare, in base ai fatti obiettivi emersi, ivi compreso il comportamento processuale delle parti, con particolare riferimento alle risultanze del tentativo di conciliazione ed a prescindere da qualsivoglia elemento di addebitabilita’, l’esistenza, anche in un solo coniuge, di una condizione di disaffezione al matrimonio tale da rendere incompatibile, allo stato, pur a prescindere da elementi di addebitabilita’ da parte dell’altro, la convivenza. Ove tale situazione d’intollerabilita’ si verifichi, anche rispetto ad un solo coniuge, deve ritenersi che questi abbia diritto di chiedere la separazione: con la conseguenza che la relativa domanda, costituendo esercizio di un suo diritto, non puo’ costituire ragione di addebito” (conformi Cass. 21099/2007 e, piu’ di recente, tra le altre, Cass. 2183/2013).

 

Nella specie la Corte d’appello ha ampiamente motivato l’accertamento della situazione di intollerabilita’ della convivenza per la sig.ra (OMISSIS), dando conto dello stato depressivo in cui ella era piombata, sfociato addirittura in un tentativo di suicidio. E’, questo, un accertamento di fatto che non puo’ essere rivisitato in sede di legittimita’; e del resto l’asserita omosessualita’ della sig.ra (OMISSIS), sottolineata dal ricorrente, non sposterebbe, quand’anche corrispondesse al vero, i termini della questione, attesa la ancor maggiore evidenza dell’intollerabilita’ della convivenza matrimoniale per una persona omosessuale.

 

  1. – Con il secondo motivo, denunciando violazione dell’articolo 165 c.c., e degli articoli 115 e 116 c.p.c., e articolo 2697 c.c., nonche’ vizio di motivazione, si contesta la statuizione di riconoscimento del diritto a un assegno in favore della sig.ra (OMISSIS). Si osserva che quest’ultima in realta’ non aveva fornito la prova del suo asserito stato di indigenza e ampiamente si da conto di risultanze istruttorie che giustificherebbero una diversa ricostruzione dei fatti, secondo la quale i figli del ricorrente (OMISSIS) e (OMISSIS) non avevano affatto conseguito l’indipendenza economica, ma erano ancora a carico del padre, mentre la madre faceva lavori di pulizia “in nero”.

 

2.2. – Il motivo e’ inammissibile perche’ le censure del ricorrente, per quanto, come detto, lungamente argomentate, non assumono mai effettivamente la configurazione di censure rientranti nello schema di cui all’articolo 360 c.p.c., n. 5, (nel testo, qui applicabile ratione temporis, anteriore alla novella di cui al Decreto Legge 22 giugno 2012, n. 83, conv. in Legge 7 agosto 2012, n. 134) e si sostanziano sempre, invece, in mere proposte di ricostruzioni alternative dei fatti, basate su dati istruttori giammai aventi il carattere della decisivita’; sicche’ deve concludersi che si tratta di critiche di merito.

 

  1. – Con il terzo motivo, denunciando violazione dell’articolo 156 c.c. e degli articoli 115, 116 e 112 c.p.c., e articolo 2697 c.c., si lamenta che la Corte d’appello (I) abbia, senza richiesta dell’interessata, disposto la decorrenza retroattiva, dal 12 luglio 2001, del diritto all’assegno riconosciuto alla sig.ra (OMISSIS) e (II) abbia, altresi’, determinato l’ammontare del medesimo assegno in maniera totalmente errata perche’ basta non gia’ sulle reali condizioni economiche delle parti, bensi’ su errate presunzioni contraddette clamorosamente dalle prove agli atti.

 

3.1. – Il motivo e’ infondato quanto al primo profilo, atteso che l’assegno di separazione decorre appunto dalla data della domanda, nella specie proposta nel luglio 2001, e inammissibile quanto al secondo profilo, essendo la censura articolata, ancora una volta, come pura e semplice critica di merito.

 

  1. – Il ricorso va in conclusione respinto. E’ equo, tuttavia, compensare tra le parti le spese processuali in considerazione della oscillazioni giurisprudenziali registratesi sul tema dell’addebito della separazione dei coniugi.

 

P.Q.M.

 

La Corte rigetta il ricorso e compensa tra le parti le spese processuali.

 

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalita’ e gli altri dati identificativi, a norma del Decreto Legislativo n. 196 del 2003, articolo 52.

 

  1. ASSEGNO MANTENIMENTO E DIVORZIO
  2. Quanto all’assegno per il coniuge, per giurisprudenza ampiamente consolidata, ~ deve tendere al mantenimento del tenore di vita da questo goduto durante la convivenza matrimoniale, e tuttavia indice di tale tenore di vita può essere l’attuale disparità di posizioni economiche tra i coniugi ( Cass. N. 2156 del 2010 ).
  1. Pur essendo differenti caratteri, finalità e presupposti delloassegno di separazione e divorzio, quello di separazione può essere liberamente considerato ed apprezzato dal Giudice del divorzio (Cass.?`’20582 del 2010).
  1. In sostanza il ricorrente propone profili e situazioni di fatto, insuscettibili di controllo in questa sede, a fronte di una sentenza caratterizzata da motivazione adeguata e non illogica. La pronuncia evidenzia un notevole divario tra i redditi dei coniugi. Quanto all’impossibilità di procurarsi mezzi adeguati, da parte della resistente, precisa il Giudice a quo che la stessa non è rimasta inerte, ma si è iscritta ad un corso universitario e si trova in Spagna per il progetto ,trasmus.
  1. Continua la sentenza impugnata, osservando che l’impegno negli studi universitari, che darà alla moglie in seguito maggiori possibilità lavorative, sarebbe compatibile solo con occupazioni saltuarie e limitate, tali da non permetterle di mantenere il pregresso tenore di vita.
  1. Anche sulle spese giudiziali, il Giudice a quo fornisce motivazione adeguata: la domanda di assegno da parte della moglie, seppur in misura più limitata, è stata accolta, e il contenzioso riguardava in sostanza la sussistenza o meno del diritto all’assegno.

Suprema Corte di Cassazione

sezione VI

ordinanza 5 febbraio 2015, n. 2164

In un procedimento di divorzio tra G.M. e B.P.R.M., la Corte d’Appello di Palermo con sentenza in data 30/03/2011, confermava la sentenza del Tribunale di Sciacca, emessa il 31/3/2010, che aveva posto a carico del marito assegno mensile di euro 300,00 per la moglie.

Ricorre per cassazione il marito. Resiste con controricorso la moglie.

Non si ravvisano violazioni di legge.

Quanto all’assegno per il coniuge, per giurisprudenza ampiamente consolidata, ~ deve tendere al mantenimento del tenore di vita da questo goduto durante la convivenza matrimoniale, e tuttavia indice di tale tenore di vita può essere l’attuale disparità di posizioni economiche tra i coniugi ( Cass. N. 2156 del 2010 ). i Pur essendo differenti caratteri, finalità e presupposti delloassegno di separazione e divorzio, quello di separazione può essere liberamente considerato ed apprezzato dal Giudice del divorzio (Cass.?`’20582 del 2010).

In sostanza il ricorrente propone profili e situazioni di fatto, insuscettibili di controllo in questa sede, a fronte di una sentenza caratterizzata da motivazione adeguata e non illogica. La pronuncia evidenzia un notevole divario tra i redditi dei coniugi. Quanto all’impossibilità di procurarsi mezzi adeguati, da parte della resistente, precisa il Giudice a quo che la stessa non è rimasta inerte, ma si è iscritta ad un corso universitario e si trova in Spagna per il progetto ,trasmus. Continua la sentenza impugnata, osservando che l’impegno negli studi universitari, che darà alla moglie in seguito maggiori possibilità lavorative, sarebbe compatibile solo con occupazioni saltuarie e limitate, tali da non permetterle di mantenere il pregresso tenore di vita.

Anche sulle spese giudiziali, il Giudice a quo fornisce motivazione adeguata: la domanda di assegno da parte della moglie, seppur in misura più limitata, è stata accolta, e il contenzioso riguardava in sostanza la sussistenza o meno del diritto all’assegno.

Va rigettato il ricorso.

Le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali che liquida in €. 2.100,00, comprensive di €. 100,00 per esborsi, oltre spese forfettarie ed accessori di legge. In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere generalità ed atti identificativi, a norma dell’art. 52 D.lgs. 196/03, in quanto imposto dalla legge

MODIFICA CONDIZIONI DIVORZIO E SEPARAZIONE

  • violazione o falsa applicazione di norme di diritto articolo 360 c.p.c., n. 3, in relazione agli articoli 1362, 1363, 1367 c.c., nonche’ violazione e falsa applicazione di norme di diritto, articolo 360 c.p.c., n. 3, in relazione agli articoli 1322, 158 e 160 c.c., ed agli articoli710 e 711 c.p.c., e/o in subordine, omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti”.
  • Lamenta il (OMISSIS) con i due motivi che la sentenza dei giudici del merito e’ errata laddove ha applicato principi di questa Corte riferibili a pattuizioni tra coniugi precedenti o contemporanei alle separazioni consensuali ed ha, conseguentemente, ritenuto non validi gli accordi sottoscritti dai coniugi con la scrittura del 2002 perche’ non riversati nelle conclusioni del giudizio d’Appello.
  • Con il terzo motivo, il ricorrente lamenta la “nullita’ della sentenza della Corte d’Appello di Ancona o del procedimento per extrapetizione o ultrapetizione ex articolo 112 c.p.c. (articolo 160 c.p.c., n. 4), nonche’ violazione dell’articolo 100 c.p.c. (articolo 360 c.p.c., n. 3) per erronea interpretazione delle domande ed eccezioni che conduce il giudice ad andare oltre i limiti delle stesse, come nella sostanza e volonta’ proposte e contro l’interesse del rispettivo deducente e violazione articolo 1421 c.c.”.
  • Lamenta il ricorrente che la Corte d’Appello ha errato perche’ non ha mai chiesto che la scrittura fosse dichiarata nulla o invalida ma l’esatto contrario, come si evince anche dalla domanda riconvenzionale principale autonoma fondata proprio sulla validita’ della scrittura privata. Denuncia altresi’ che la Corte d’Appello, in conseguenza dell’accoglimento del motivo di inammissibilita’ ha ritenuto assorbite le altre censure.
  • Con il quarto motivo, denuncia la “violazione o falsa applicazione di norme di diritto articolo 360 c.p.c., n. 3, in relazione all’articolo 1242 c.c., e articolo112 c.p.c..
  • Con il quinto motivo, denuncia la “violazione e falsa applicazione dell’articolo 1242 c.c., e articoli 112 e 115 c.p.c., articolo 94 d.a.c.p.c. (articolo 360 c.p.c., n. 3, nonche’ omesso esame di un fatto decisivo (articolo 360 c.p.c., n. 5)”:
  • Con gli ultimi due motivi si lamenta che la Corte d’Appello abbia in relazione alla richiesta di restituzioni di certi importi effettuato delle compensazioni in assenza di domanda o di eccezione. Per quanto riguarda poi la restituzione dei canoni dell’immobile locato a farmacia ha ritenuto che “nulla e’ dato conoscere dell’immobile o del relativo canone”. Cio’ nonostante li stessi fossero stati identificati, dal ricorrente, con l’atto di appello.
  • I primi due motivi possono essere esaminati congiuntamente e sono fondati.
  • Com’e’ noto, nell’accordo tra le parti, in sede di separazione e di divorzio, si ravvisa un contenuto necessario (attinente all’affidamento dei figli, al regime di visita dei genitori, ai modi di contributo al mantenimento dei figli, all’assegnazione della casa coniugale, alla misura e al modo di mantenimento, ovvero alla determinazione di un assegno divorziale per il coniuge economicamente piu’ debole) ed uno eventuale (la regolamentazione di ogni altra questione patrimoniale o personale tra i coniugi stessi). Tradizionalmente gli accordi “negoziali” in materia familiare, erano ritenuti del tutto estranei alla materia e alla logica contrattuale, affermandosi che si perseguiva un interesse della famiglia trascendente quello delle parti, e l’elemento patrimoniale, ancorche’ presente, era strettamente collegato e subordinato a quello personale. Oggi, escludendosi in genere che l’interesse della famiglia sia superiore e trascendente rispetto alla somma di quelli, coordinati e collegati, dei singoli componenti, si ammette sempre piu’ frequentemente un’ampia autonomia negoziale, e la logica contrattuale, seppur con qualche cautela, la’ dove essa non contrasti con l’esigenza di protezione dei minori o comunque dei soggetti piu’ deboli, si afferma con maggior convinzione.
  • Questa Corte da tempo ritiene che la clausola di trasferimento di immobile tra i coniugi, contenuta nei verbali di separazione o recepita dalla sentenza di divorzio congiunto o magari, come nella specie, sulla base di conclusioni uniformi, e’ valida tra le parti e nei confronti dei terzi, essendo soddisfatta l’esigenza della forma scritta (tra le prime pronunce al riguardo, Cass. 11 novembre 1992, n.12110 e, ancora recentemente, Cass. n. 2263 del 2014), cosi come il trasferimento o la promessa di trasferimento di immobili, mobili o somme di denaro, quale adempimento dell’obbligazione di mantenimento (o assistenziale) da parte di un coniuge nei confronti dell’altro (tra le altre, Cass. 17 giugno 1992 n. 7470). Va altresi’ precisato che gli accordi omologati non esauriscono necessariamente ogni rapporto tra i coniugi.
  • Si potrebbero ipotizzare (e nella prassi cio’ accade frequentemente) accordi anteriori, contemporanei o magari successivi alla separazione o al divorzio, nella forma della scrittura privata o dell’atto pubblico. Al riguardo, la giurisprudenza di questa Corte e’ variamente intervenuta, con particolare riferimento agli accordi extragiudiziali, in occasione della separazione, attraverso una complessa evoluzione verso una piu’ ampia autonomia negoziale dei coniugi.
  • Dapprima si affermava che tutti i patti intercorsi tra i coniugi, in vista della separazione, anteriori, coevi o successivi, indipendentemente dal loro contenuto, dovevano essere sottoposti al controllo del giudice che, con il suo decreto di omologa, conferiva ad essi valore ed efficacia giuridica. Successivamente si comincio’ ad effettuare distinzione sul contenuto necessario ed eventuale delle separazioni consensuali, sui rapporti tra i genitori e figli, riservati al controllo del giudice, e tra coniugi, che, almeno tendenzialmente, rimanevano nell’ambito della loro discrezionale ed autonoma determinazione, in base alla valutazione delle rispettive convenienze, fino a sostenere successivamente l’autonomia negoziale dei genitori, anche nel rapporto con i figli, purche’ si pervenga ad un miglioramento degli assetti concordati davanti al giudice (tra le altre, Cass. n. 657/1994; Cass. n. 23801/2006).
  • Al contrario, la giurisprudenza di questa Corte e’ rimasta, per lungo tempo, tradizionalmente orientata a ritenere gli accordi assunti prima del matrimonio o magari in sede di separazione consensuale, in vista del futuro divorzio, nulli per illiceita’ della causa, perche’ in contrasto con i principi di indisponibilita’ degli status e dello stesso assegno di divorzio (tra le altre Cass. n. 6857/1992). Giurisprudenza piu’ recente ha sostenuto che tali accordi non sarebbero di per se’ contrari all’ordine pubblico.
  • Come si e’ detto, l’accordo delle parti in sede di separazione o di divorzio (e magari quale oggetto di precisazioni comuni in un procedimento originariamente contenzioso) ha natura sicuramente negoziale, e talora da vita ad un vero e proprio contratto (Cass. n. 18066/2014; Cass. n. 19304/2013; Cass. n. 23713/2012).
  • Ma, anche se esso non si configurasse come contratto, all’accordo stesso sarebbero sicuramente applicabili alcuni principi generali dell’ordinamento come quelli attinenti alla nullita’ dell’atto o alla capacita’ delle parti, ma pure alcuni piu’ specifici (ad es. relativi ai vizi di volonta’).
  • La corte territoriale, facendo proprio un principio applicabile pero’ alla ipotesi di separazione consensuale (Cass. 9 aprile 2008 n. 9174), ha dunque errato nel ritenere che le parti non potessero validamente regolamentare interessi di carattere patrimoniale ai margini del giudizio di separazione, pendente appunto in grado di appello e proprio in relazione alla composizione del relativo contrasto; e che quindi fosse privo di effetti l’accordo transattivo raggiunto nel corso del giudizio stesso, abbandonato a seguito di questo.

Suprema Corte di Cassazione

sezione III

sentenza 3 dicembre 2015, n. 24621

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RUSSO Libertino Alberto – Presidente

Dott. PETTI Giovanni Battista – Consigliere

Dott. ARMANO Uliana – Consigliere

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere

Dott. PELLECCHIA Antonella – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 3863/2013 proposto da:

(OMISSIS) (OMISSIS), domiciliato ex lege in ROMA presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dell’avvocato (OMISSIS), giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS), giusta procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

e contro

(OMISSIS);

– intimato –

avverso la sentenza n. 558/2012 della CORTE D’APPELLO di ANCONA, depositata il 25/09/2012, R.G.N. 725/2007;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 23/09/2015 dal Consigliere Dott. ANTONELLA PELLECCHIA;

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FINOCCHI GHERSI Renato, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

  1. La presente controversia trae origine da una transazione sottoscritta nel gennaio 2002 da due coniugi, (OMISSIS) e (OMISSIS), nelle more del giudizio d’appello della separazione.

Era infatti accaduto che nel 1999 lo stesso tribunale di Ancona aveva pronunciato la separazione personale dei coniugi, provvedendo anche per le attribuzioni patrimoniali richieste dalle parti. Impugnata la decisione per il dissenso in ordine a queste ultime, nel corso del giudizio di appello le parti erano addivenute ad un accordo transattivo, mettendo a punto un dettagliato piano di assegnazioni di beni. Il giudizio di appello era stato quindi abbandonato.

Nel 2005, la (OMISSIS) convenne in giudizio l’ex marito per far dichiarare la risoluzione dell’accordo transattivo concluso tra le parti per inadempimento e colpa esclusiva del (OMISSIS).

Si difese il convenuto chiedendo il rigetto della pretesa avversaria ed in via riconvenzionale che fosse pronunciata la proprieta’ esclusiva su beni indicati in comparsa e il risarcimento di tutti danni conseguenti alla trascrizione della citazione pregiudizievole ed impeditiva di ogni possibile esercizio dei suoi diritti, oltre il danno esistenziale. In via riconvenzionale subordinata chiese la condanna dell’attrice alla restituzione di tutte le somme erogate dallo stesso in esecuzione della scrittura privata ed il riconoscimento della proprieta’ della meta’ dell’immobile sito in (OMISSIS).

Il Tribunale di Ancona, con la sentenza n. 1117 del 9 giugno 2006 accolse la domanda dell’attrice, dichiaro’ la risoluzione del contratto transattivo fra le parti per esclusivo inadempimento, di notevole importanza, in capo al convenuto e lo condanno’ alle spese.

  1. La decisione e’ stata riformata dalla Corte d’Appello di Ancona, con sentenza n. 558 del 25 settembre 2012. La Corte territoriale ha dichiarato inammissibile la domanda di risoluzione dell’accordo transattivo proposta da (OMISSIS) e (OMISSIS), eredi della (OMISSIS) nelle more deceduta.

Ha osservato la corte che l’accordo tra le parti in materia di regolamentazione delle condizioni di separazione dei coniugi rimane senza effetto se non trasfuso in un atto sottoposto al giudice per l’omologazione. Non avendo le parti nella specie portato la transazione al vaglio della corte d’appello adita, si e’ determinato il passaggio in giudicato della sentenza di primo grado, a seguito dell’estinzione del giudizio di appello per inattivita’ delle parti, e la preclusione della domanda di risoluzione.

  1. Avverso tale decisione, (OMISSIS) propone ricorso in Cassazione sulla base di cinque motivi.

3.1 Resiste con controricorso (OMISSIS), illustrato da memoria.

4.1. Con il primo motivo, il ricorrente deduce la “violazione e falsa applicazione di norme di diritto, articolo 360 c.p.c., n. 3, in relazione agli articoli 1322, 158 e 160 c.c., ed agli articoli 710 e 711 c.p.c.”.

4.2. Con il secondo motivo, denuncia la “violazione o falsa applicazione di norme di diritto articolo 360 c.p.c., n. 3, in relazione agli articoli 1362, 1363, 1367 c.c., nonche’ violazione e falsa applicazione di norme di diritto, articolo 360 c.p.c., n. 3, in relazione agli articoli 1322, 158 e 160 c.c., ed agli articoli710 e 711 c.p.c., e/o in subordine, omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti”.

Lamenta il (OMISSIS) con i due motivi che la sentenza dei giudici del merito e’ errata laddove ha applicato principi di questa Corte riferibili a pattuizioni tra coniugi precedenti o contemporanei alle separazioni consensuali ed ha, conseguentemente, ritenuto non validi gli accordi sottoscritti dai coniugi con la scrittura del 2002 perche’ non riversati nelle conclusioni del giudizio d’Appello.

4.3. Con il terzo motivo, il ricorrente lamenta la “nullita’ della sentenza della Corte d’Appello di Ancona o del procedimento per extrapetizione o ultrapetizione ex articolo 112 c.p.c. (articolo 160 c.p.c., n. 4), nonche’ violazione dell’articolo 100 c.p.c. (articolo 360 c.p.c., n. 3) per erronea interpretazione delle domande ed eccezioni che conduce il giudice ad andare oltre i limiti delle stesse, come nella sostanza e volonta’ proposte e contro l’interesse del rispettivo deducente e violazione articolo 1421 c.c.”.

Lamenta il ricorrente che la Corte d’Appello ha errato perche’ non ha mai chiesto che la scrittura fosse dichiarata nulla o invalida ma l’esatto contrario, come si evince anche dalla domanda riconvenzionale principale autonoma fondata proprio sulla validita’ della scrittura privata. Denuncia altresi’ che la Corte d’Appello, in conseguenza dell’accoglimento del motivo di inammissibilita’ ha ritenuto assorbite le altre censure.

4.4. Con il quarto motivo, denuncia la “violazione o falsa applicazione di norme di diritto articolo 360 c.p.c., n. 3, in relazione all’articolo 1242 c.c., e articolo112 c.p.c..

4.5. Con il quinto motivo, denuncia la “violazione e falsa applicazione dell’articolo 1242 c.c., e articoli 112 e 115 c.p.c., articolo 94 d.a.c.p.c. (articolo 360 c.p.c., n. 3, nonche’ omesso esame di un fatto decisivo (articolo 360 c.p.c., n. 5)”:

Con gli ultimi due motivi si lamenta che la Corte d’Appello abbia in relazione alla richiesta di restituzioni di certi importi effettuato delle compensazioni in assenza di domanda o di eccezione. Per quanto riguarda poi la restituzione dei canoni dell’immobile locato a farmacia ha ritenuto che “nulla e’ dato conoscere dell’immobile o del relativo canone”. Cio’ nonostante li stessi fossero stati identificati, dal ricorrente, con l’atto di appello.

  1. I primi due motivi possono essere esaminati congiuntamente e sono fondati.

Com’e’ noto, nell’accordo tra le parti, in sede di separazione e di divorzio, si ravvisa un contenuto necessario (attinente all’affidamento dei figli, al regime di visita dei genitori, ai modi di contributo al mantenimento dei figli, all’assegnazione della casa coniugale, alla misura e al modo di mantenimento, ovvero alla determinazione di un assegno divorziale per il coniuge economicamente piu’ debole) ed uno eventuale (la regolamentazione di ogni altra questione patrimoniale o personale tra i coniugi stessi). Tradizionalmente gli accordi “negoziali” in materia familiare, erano ritenuti del tutto estranei alla materia e alla logica contrattuale, affermandosi che si perseguiva un interesse della famiglia trascendente quello delle parti, e l’elemento patrimoniale, ancorche’ presente, era strettamente collegato e subordinato a quello personale. Oggi, escludendosi in genere che l’interesse della famiglia sia superiore e trascendente rispetto alla somma di quelli, coordinati e collegati, dei singoli componenti, si ammette sempre piu’ frequentemente un’ampia autonomia negoziale, e la logica contrattuale, seppur con qualche cautela, la’ dove essa non contrasti con l’esigenza di protezione dei minori o comunque dei soggetti piu’ deboli, si afferma con maggior convinzione.

Questa Corte da tempo ritiene che la clausola di trasferimento di immobile tra i coniugi, contenuta nei verbali di separazione o recepita dalla sentenza di divorzio congiunto o magari, come nella specie, sulla base di conclusioni uniformi, e’ valida tra le parti e nei confronti dei terzi, essendo soddisfatta l’esigenza della forma scritta (tra le prime pronunce al riguardo, Cass. 11 novembre 1992, n.12110 e, ancora recentemente, Cass. n. 2263 del 2014), cosi come il trasferimento o la promessa di trasferimento di immobili, mobili o somme di denaro, quale adempimento dell’obbligazione di mantenimento (o assistenziale) da parte di un coniuge nei confronti dell’altro (tra le altre, Cass. 17 giugno 1992 n. 7470). Va altresi’ precisato che gli accordi omologati non esauriscono necessariamente ogni rapporto tra i coniugi. Si potrebbero ipotizzare (e nella prassi cio’ accade frequentemente) accordi anteriori, contemporanei o magari successivi alla separazione o al divorzio, nella forma della scrittura privata o dell’atto pubblico. Al riguardo, la giurisprudenza di questa Corte e’ variamente intervenuta, con particolare riferimento agli accordi extragiudiziali, in occasione della separazione, attraverso una complessa evoluzione verso una piu’ ampia autonomia negoziale dei coniugi. Dapprima si affermava che tutti i patti intercorsi tra i coniugi, in vista della separazione, anteriori, coevi o successivi, indipendentemente dal loro contenuto, dovevano essere sottoposti al controllo del giudice che, con il suo decreto di omologa, conferiva ad essi valore ed efficacia giuridica. Successivamente si comincio’ ad effettuare distinzione sul contenuto necessario ed eventuale delle separazioni consensuali, sui rapporti tra i genitori e figli, riservati al controllo del giudice, e tra coniugi, che, almeno tendenzialmente, rimanevano nell’ambito della loro discrezionale ed autonoma determinazione, in base alla valutazione delle rispettive convenienze, fino a sostenere successivamente l’autonomia negoziale dei genitori, anche nel rapporto con i figli, purche’ si pervenga ad un miglioramento degli assetti concordati davanti al giudice (tra le altre, Cass. n. 657/1994; Cass. n. 23801/2006).

Al contrario, la giurisprudenza di questa Corte e’ rimasta, per lungo tempo, tradizionalmente orientata a ritenere gli accordi assunti prima del matrimonio o magari in sede di separazione consensuale, in vista del futuro divorzio, nulli per illiceita’ della causa, perche’ in contrasto con i principi di indisponibilita’ degli status e dello stesso assegno di divorzio (tra le altre Cass. n. 6857/1992). Giurisprudenza piu’ recente ha sostenuto che tali accordi non sarebbero di per se’ contrari all’ordine pubblico.

Come si e’ detto, l’accordo delle parti in sede di separazione o di divorzio (e magari quale oggetto di precisazioni comuni in un procedimento originariamente contenzioso) ha natura sicuramente negoziale, e talora da vita ad un vero e proprio contratto (Cass. n. 18066/2014; Cass. n. 19304/2013; Cass. n. 23713/2012). Ma, anche se esso non si configurasse come contratto, all’accordo stesso sarebbero sicuramente applicabili alcuni principi generali dell’ordinamento come quelli attinenti alla nullita’ dell’atto o alla capacita’ delle parti, ma pure alcuni piu’ specifici (ad es. relativi ai vizi di volonta’).

La corte territoriale, facendo proprio un principio applicabile pero’ alla ipotesi di separazione consensuale (Cass. 9 aprile 2008 n. 9174), ha dunque errato nel ritenere che le parti non potessero validamente regolamentare interessi di carattere patrimoniale ai margini del giudizio di separazione, pendente appunto in grado di appello e proprio in relazione alla composizione del relativo contrasto; e che quindi fosse privo di effetti l’accordo transattivo raggiunto nel corso del giudizio stesso, abbandonato a seguito di questo.

  1. Il ricorso va quindi accolto in relazione ai primi due motivi, restando assorbiti gli altri, compreso il terzo, a prescindere dalle peraltro significative censure di extrapetizione in relazione ad una invalidita’ mai rilevata dalle parti.

La corte d’appello avrebbe dovuto, provvedendovi ora in sede di rinvio, esaminare nel merito le doglianze proposte dal (OMISSIS) contro la sentenza di primo grado con riferimento all’accordo transattivo utilmente raggiunto tra le parti in corso di causa e idoneo a produrre autonomi effetti obbligatoli.

6.1. Il giudice di rinvio provvedera’ inoltre in ordine alle spese dell’intero giudizio, comprese quelle di cassazione.

P.Q.M.

la Corte accoglie i primi due motivi del ricorso per quanto di ragione, ritiene assorbiti gli altri, rinvia, anche per le spese alla Corte d’Appello di Ancona in diversa composizione.

  1. In tema di divorzio, il tentativo di conciliazione da parte del Presidente del tribunale, pur configurandosi come un atto necessario per l’indagine sull’irreversibilità della frattura spirituale e materiale del rapporto tra i coniugi, non costituisce, tuttavia, un presupposto indefettibile del giudizio di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio.
  1. n particolare, per ciò che rileva nel caso di specie, va segnalato che ai sensi del comma 7 dell’art. 4 della legge n. 898 del 1970, nella formulazione risultante dalle modifiche di cui all’art. 2 del d.l. 14 marzo 2005, n. 3, conv., con modif., nella legge 14 maggio 2005, n. 80, mentre nella ipotesi in cui il ricorrente non si presenti all’udienza di comparizione fissata dal Presidente, nella quale questi deve tentare di conciliare i coniugi, la domanda di divorzio non ha effetti, qualora sia il coniuge convenuto a non comparire, spetta al Presidente valutare l’opportunità di provvedere alla fissazione di una nuova udienza: l’esercizio di tale discrezionalità va evidentemente effettuato tenendosi conto delle ragioni della mancata comparizione.
  1. Nella specie, la Corte di merito ha sottolineato che la signora P. non aveva giustificato la sua mancata comparizione alla udienza fissata dal Presidente del Tribunale per esperire il tentativo di conciliazione, ma non aveva neppure manifestato la intenzione di riappacificarsi con il coniuge, opponendosi al divorzio, attraverso i propri procuratori, non già per la volontà di riprendere la convivenza con il D.A. , ma solo per ragioni etico-religiose.

 

 

  1. In tale situazione, la Corte territoriale, con motivazione congrua ed immune da vizi logico-giuridici, ha ritenuto superflua la fissazione di una nuova udienza, avendo la P. mostrato chiaramente, con la propria condotta, l’intendimento non di riconciliarsi con il coniuge ma di proseguire il giudizio per opporsi al divorzio.
  1. In definitiva, il ricorso deve essere rigettato. In applicazione del criterio della soccombenza, le spese del presente giudizio, liquidate come da dispositivo, devono essere poste a carico della ricorrente.

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Suprema Corte di Cassazione

sezione I

sentenza  14 marzo 2014, n. 6016

Ritenuto in fatto

  1. – Con sentenza non definitiva dell’8 novembre 2007 il Tribunale di Roma dichiarò la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario celebrato in (OMISSIS) tra D.A.F. e P.R..

Quest’ultima propose appello avverso tale sentenza, lamentando che il Presidente del Tribunale, pur non essendo ella comparsa all’udienza fissata davanti a lui, non aveva fissato altra udienza per esperire realmente il tentativo di conciliazione, violando, così, sia il dettato che la ratio dell’art. 4 della legge n. 898 del 1970.

  1. – La Corte d’appello di Roma, Sezione delle Persone e della Famiglia, con sentenza depositata il 28 gennaio 2009, rigettò il gravame. Osservò il giudice di secondo grado che la signora P. non era comparsa all’udienza presidenziale e che i suoi procuratori, che erano presenti, non avevano chiesto la fissazione di una nuova udienza adducendo impedimenti della cliente, ma avevano depositato una memoria con la quale si opponevano alla domanda di divorzio per motivi etici e religiosi, intendendo, quindi, che il giudizio proseguisse, onde argomentare detta opposizione. Legittimamente, pertanto, secondo la Corte capitolina, il Presidente aveva omesso di fissare altra udienza innanzi a sé e che quindi non si era verificata violazione dell’art. 4 della legge n. 898 del 1970.
  2. – Per la cassazione di tale sentenza ricorre la P. sulla base di tre motivi. Resiste con controricorso il D.A. .

Considerato in diritto

  1. – Con il primo motivo di ricorso si deduce “violazione e falsa applicazione dell’art. 2 della legge n. 898 del 1970 in relazione all’art. 360 n. 3. Nullità del procedimento e della sentenza per mancanza del tentativo di conciliazione, in relazione all’art. 360 n. 4. Nullità della sentenza per omessa adeguata ricerca della possibilità ricostituzione del nucleo famigliare in violazione degli artt. 29 e 3 della Costituzione, 113 c.p.c. e 2 L. 898/1970, in relazione all’art. 360 n. 4 e 5”. Si osserva che il tentativo di conciliazione può essere legittimamente omesso solo quando vi sia la chiara manifestazione da parte del convenuto assente di volere conseguire al pari dell’altra parte la cessazione degli effetti civili del matrimonio. La pronuncia sarebbe viziata per violazione dell’obbligo dell’accertamento della impossibilità di ricostituire l’unione, eluso con la mancata fissazione di una nuova udienza per esperire il tentativo di conciliazione.

La illustrazione della censura si conclude con la formulazione del seguente quesito di diritto, ai sensi dell’art. 366 bis cod.proc.civ., applicabile nella specie ratione temporis: “In tema di divorzio, il tentativo di conciliazione da parte del presidente del Tribunale si configura come un atto necessario per l’indagine sulla irreversibilità della frattura spirituale e materiale del rapporto tra i coniugi, ma mentre non costituisce un presupposto indefettibile del giudizio di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio nella ipotesi in cui la parte non comparsa alla udienza presidenziale si sia costituita a mezzo di difensore manifestando la volontà di voler conseguire la cessazione degli effetti civili del matrimonio, nella ipotesi invece in cui la parte resistente non sia comparsa alla udienza presidenziale ma si sia ivi costituita a mezzo di difensore, manifestando totale opposizione alla cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tentativo di conciliazione, da atto comunque necessario, diventa indefettibile, in relazione all’obbligo del Tribunale di svolgere indagine sulla irreversibilità della frattura spirituale e materiale del rapporto tra i coniugi. In difetto di tale tentativo, di fatto il Tribunale, che ha rimesso la causa in decisione parziale sul divorzio senza istruttoria alcuna e senza gli scritti difensivi finali ex art. 190 c.p.c., alla prima udienza davanti all’istruttore, si trova a procedere all’accertamento della irreversibilità della frattura spirituale e materiale del rapporto tra i coniugi, senza aver effettuato accertamento alcuno e, soprattutto, si trova, contraddittoriamente, ad accertare una ipotetica irreversibile frattura nei confronti di una parte che, invece, manifesta ininterrottamente la propria volontà contraria alla cessazione degli effetti civili del matrimonio”.

  1. – Con il secondo motivo si denuncia “vizio di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione su un punto decisivo, con violazione e falsa applicazione degli artt. 2 e 4 comma 7 della legge 898 del 1970, 113 c.p.c. e 29 e 3 della Costituzione, in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c.”. La Corte di merito non avrebbe adeguatamente motivato in ordine alle ragioni della mancata fissazione di una nuova udienza nella fase presidenziale, poiché la mancata comparizione della P. alla udienza presidenziale e la sua opposizione al divorzio, manifestata nel corso di detta udienza dal suo difensore, avrebbero dovuto indurre il Presidente a fissare una nuova udienza, e, solo in caso di nuova mancata comparizione della resistente, dare per certa l’impossibilità della ricostituzione della unione familiare. Il potere di esprimersi per conciliare nel giudizio di cessazione degli effetti civili del matrimonio osserva la ricorrente – non appartiene al procuratore, ma esclusivamente al coniuge.

La illustrazione del motivo si conclude con la formulazione del seguente quesito di diritto: “È viziata da omessa o insufficiente o contraddittoria motivazione la sentenza che, in un giudizio di cessazione degli effetti civili del matrimonio, nel quale la parte resistente non comparsa personalmente in sede presidenziale ma costituita a mezzo di difensore, abbia manifestato decisa e ininterrotta opposizione allo scioglimento, ritenga accertata l’irreversibile frattura spirituale e materiale del rapporto tra i coniugi, senza che vi sia stato tentativo di conciliazione, senza che vi sia stata istruttoria alcuna e senza neppure la concessione degli scritti difensivi ex art. 190 cpc, sulla base del fatto che i difensori della parte non comparsa non abbiano richiesto la fissazione di una nuova udienza per il tentativo obbligatorio di conciliazione e sulla base del non-fatto che i difensori della resistente, manifestamente contraria alla cessazione, non abbiano dichiarato che la resistente volesse riconciliare, con ciò ponendo in essere: omessa motivazione sulle effettive ricerche, pure omesse, che avrebbero portato all’accertamento della irreversibile frattura spirituale e materiale, che per la resistente, per dichiarati motivi spirituali, non era evidentemente irreversibile; insufficiente motivazione per avere preso a base della decisione le due predette circostanze negative (mancata richiesta di nuova udienza da parte dei difensori-inesistente dichiarazione dei difensori che la loro assistita volesse riconciliarsi), prive di qualsiasi rilevanza probatoria sulla irreversibilità della frattura; contraddittoria motivazione per avere ritenuto elemento a favore della cessazione un fatto inesistente (non ha detto di volersi riconciliare) di contro ad una precisa, inequivoca ed ininterrotta manifestazione di volontà contraria alla cessazione degli effetti civili del matrimonio”.

  1. – Con il terzo motivo si deduce “falsa applicazione e violazione dell’art. 1, 2 e 4, settimo comma, della legge 898/1970 in relazione agli artt. 3 e 29 Costituzione, con motivazione insufficiente in relazione all’art. 360 n. 3 e n. 5”. Apoditticamente la Corte di merito avrebbe concluso per la irreversibilità della frattura materiale e spirituale tra i coniugi alla luce della condotta della P. , con conseguente superfluità del tentativo di conciliazione, laddove la scelta processuale della mancata riconvocazione del convenuto assente in sede presidenziale si rivelerebbe legittima solo ove risulti chiara e incontestabile la persistente volontà anche della parte non comparsa di conseguire la cessazione degli effetti civili del matrimonio. L’attuale ricorrente, invece, mai aveva concluso per l’accoglimento della relativa domanda, ma si era limitata a opporsi per motivi etici e religiosi al divorzio, con la conseguenza della configurabilità astratta della ricostituzione della famiglia, e, dunque, della necessità di un ulteriore tentativo di conciliazione. La cui ratio legis trae origine dalla pari dignità dei coniugi e dal valore del matrimonio come cellula economica e sociale basilare, nonché dalla uguaglianza dei cittadini innanzi alla legge.

La illustrazione della doglianza si conclude con la formulazione del seguente quesito di diritto: “L’applicazione dell’art. 4 comma 7 della L. 1/12/1970, n. 898, nel testo attuale, deve avvenire in guisa che, in applicazione dell’art. 29 della Costituzione, che stabilisce l’uguaglianza giuridica e morale dei coniugi, non soltanto dovrebbe comportare (de iure condendo) l’abolizione della norma che, se il ricorrente non compare in sede presidenziale, non consente al resistente, che pure vuole il divorzio, di coltivarlo, ma anche (in applicazione della Costituzione), come nel caso di specie, che se il ricorrente compare ed il resistente, pur costituendosi, non compare, ma si oppone al divorzio, il potere discrezionale del Presidente deve trovare il suo limite nell’obbligo di effettuare il tentativo di conciliazione fissando una nuova udienza a tale fine, in quanto, mentre la pari dignità dei coniugi pretende che siano sentiti entrambi a quel fine, la opposizione del coniuge resistente non consente di ritenere stabilita e accertata la irreversibilità della frattura spirituale e materiale del rapporto tra i coniugi. Ove pertanto la nuova convocazione non sia disposta, la parte resistente è stata lesa nel suo diritto a dovere e potere esprimere la sua volontà in ordine alla possibilità o impossibilità della ricostituzione del consorzio familiare nella nuova udienza all’uopo fissata, venendo cosi violata, mentre doveva essere garantita, l’uguaglianza tra i coniugi e la pari dignità nei procedimenti di cessazione degli effetti civili del matrimonio alla luce degli artt. 3 e 29 Costituzione, con conseguente nullità della sentenza impugnata”.

  1. – Le censure, da esaminare congiuntamente avuto riguardo alla stretta connessione logico-giuridica che le avvince – volte come sono tutte all’affermazione del diritto del coniuge resistente ad esprimere la propria volontà in ordine alla possibile ricostituzione della unione familiare attraverso la partecipazione al tentativo di conciliazione, pur non essendo comparso all’udienza all’uopo fissata ex art. 4 della legge n. 898 del 1970, dal Presidente del Tribunale, attraverso la fissazione di una nuova udienza – sono immeritevoli di accoglimento.

4.1. – In tema di divorzio, il tentativo di conciliazione da parte del Presidente del tribunale, pur configurandosi come un atto necessario per l’indagine sull’irreversibilità della frattura spirituale e materiale del rapporto tra i coniugi, non costituisce, tuttavia, un presupposto indefettibile del giudizio di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio.

In particolare, per ciò che rileva nel caso di specie, va segnalato che ai sensi del comma 7 dell’art. 4 della legge n. 898 del 1970, nella formulazione risultante dalle modifiche di cui all’art. 2 del d.l. 14 marzo 2005, n. 3, conv., con modif., nella legge 14 maggio 2005, n. 80, mentre nella ipotesi in cui il ricorrente non si presenti all’udienza di comparizione fissata dal Presidente, nella quale questi deve tentare di conciliare i coniugi, la domanda di divorzio non ha effetti, qualora sia il coniuge convenuto a non comparire, spetta al Presidente valutare l’opportunità di provvedere alla fissazione di una nuova udienza: l’esercizio di tale discrezionalità va evidentemente effettuato tenendosi conto delle ragioni della mancata comparizione.

4.2. – Nella specie, la Corte di merito ha sottolineato che la signora P. non aveva giustificato la sua mancata comparizione alla udienza fissata dal Presidente del Tribunale per esperire il tentativo di conciliazione, ma non aveva neppure manifestato la intenzione di riappacificarsi con il coniuge, opponendosi al divorzio, attraverso i propri procuratori, non già per la volontà di riprendere la convivenza con il D.A. , ma solo per ragioni etico-religiose.

In tale situazione, la Corte territoriale, con motivazione congrua ed immune da vizi logico-giuridici, ha ritenuto superflua la fissazione di una nuova udienza, avendo la P. mostrato chiaramente, con la propria condotta, l’intendimento non di riconciliarsi con il coniuge ma di proseguire il giudizio per opporsi al divorzio.

  1. – In definitiva, il ricorso deve essere rigettato. In applicazione del criterio della soccombenza, le spese del presente giudizio, liquidate come da dispositivo, devono essere poste a carico della ricorrente.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, che liquida in complessivi Euro 2700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori di legge. Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

 

SEPARAZIONE E DIVORZIO E TRASFERIMENTO BENI IMMOBILI

 

  1. In tema di divorzio, il tentativo di conciliazione da parte del Presidente del tribunale, pur configurandosi come un atto necessario per l’indagine sull’irreversibilità della frattura spirituale e materiale del rapporto tra i coniugi, non costituisce, tuttavia, un presupposto indefettibile del giudizio di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio.
  1. In particolare, per ciò che rileva nel caso di specie, va segnalato che ai sensi del comma 7 dell’art. 4 della legge n. 898 del 1970, nella formulazione risultante dalle modifiche di cui all’art. 2 del d.l. 14 marzo 2005, n. 3, conv., con modif., nella legge 14 maggio 2005, n. 80, mentre nella ipotesi in cui il ricorrente non si presenti all’udienza di comparizione fissata dal Presidente, nella quale questi deve tentare di conciliare i coniugi, la domanda di divorzio non ha effetti, qualora sia il coniuge convenuto a non comparire, spetta al Presidente valutare l’opportunità di provvedere alla fissazione di una nuova udienza: l’esercizio di tale discrezionalità va evidentemente effettuato tenendosi conto delle ragioni della mancata comparizione.
  1. Nella specie, la Corte di merito ha sottolineato che la signora P. non aveva giustificato la sua mancata comparizione alla udienza fissata dal Presidente del Tribunale per esperire il tentativo di conciliazione, ma non aveva neppure manifestato la intenzione di riappacificarsi con il coniuge, opponendosi al divorzio, attraverso i propri procuratori, non già per la volontà di riprendere la convivenza con il D.A. , ma solo per ragioni etico-religiose.

 

 

 

  1. In tale situazione, la Corte territoriale, con motivazione congrua ed immune da vizi logico-giuridici, ha ritenuto superflua la fissazione di una nuova udienza, avendo la P. mostrato chiaramente, con la propria condotta, l’intendimento non di riconciliarsi con il coniuge ma di proseguire il giudizio per opporsi al divorzio.
  1. In definitiva, il ricorso deve essere rigettato. In applicazione del criterio della soccombenza, le spese del presente giudizio, liquidate come da dispositivo, devono essere poste a carico della ricorrente.

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE I

SENTENZA 22 luglio 2015, n.15367

 

Considerato in diritto

Con i primi tre motivi di ricorso – che, per la loro evidente connessione, vanno esaminati congiuntamente – C.A.L. e B.C. denunciano la violazione e falsa applicazione degli artt. 6, co. 6, 9, co. 1 della L. n. 898 del 1970, 1599 e 155 quater c.c., 112 c.p.c., in relazione all’art. 360, co. 1, nn. 3 e 4 c.p.c..

1.1. La Corte di Appello di Roma avrebbe, invero, fondato la decisione – a parere delle ricorrenti – sull’erroneo presupposto che il riconoscimento, in sede di divorzio, di un assegno di mantenimento a favore della figlia della coppia, B.C. , costituisse la ‘condicio iuris’ della permanenza degli effetti dell’assegnazione della casa coniugale, di proprietà del padre B.M. , alla madre C.A.L. . Sicché, la revoca di tale assegno, comportando il venir meno della condizione per l’assegnazione di detto bene al coniuge non titolare, costituita dalla convivenza con il medesimo di figli minori o maggiorenni non economicamente autosufficienti, avrebbe imposto, a giudizio della Corte territoriale, la revoca anche del provvedimento di assegnazione.

Per converso, ad avviso delle istanti, il diritto della madre assegnataria e della figlia, con lei convivente, di abitare nell’immobile in parola non verrebbe automaticamente meno – contrariamente a quanto infondatamente ritenuto dal giudice di seconde cure – per effetto della revoca dell’assegno di mantenimento per la figlia convivente, bensì esclusivamente a seguito di una specifica richiesta in tal senso da parte del proprietario del bene, ed in forza di una pronuncia giudiziale che rivaluti le condizioni poste a fondamento del provvedimento di assegnazione, alla luce del prioritario interesse della figlia.

1.2. La decisione impugnata avrebbe, peraltro, disposto il rilascio dell’immobile in discussione, senza che una specifica richiesta di revoca del menzionato provvedimento di assegnazione della casa coniugale fosse stata proposta – oltre che dall’originario proprietario B.M. , nel corso del procedimento ex art. 9 della L. 898 del 1970 – dal successivo acquirente del bene, nel successivo giudizio incardinato dinanzi al Tribunale di Roma. Per il che la Corte di Appello sarebbe, altresì, incorsa – a parere delle ricorrenti – nel vizio di ultrapetizione ex art. 112 c.p.c., avendo disposto la revoca di detto provvedimento in totale assenza di una specifica domanda al riguardo.

1.3. Ad ogni buon conto, quand’anche la richiesta di revoca dell’assegnazione della casa coniugale dovesse intendersi – in via di mera ipotesi – implicita nella domanda di accertamento dell’insussistenza del diritto della B. e della C. ad abitarla, secondo le istanti il giudizio incardinato dal L. e la sentenza che lo ha concluso, sarebbero pur sempre affetti da nullità, per non essere stata l’azione di rilascio proposta nelle forme e con la procedura prevista dall’art. 9 della L. n. 898 del 1970, ossia con domanda di revoca dell’originario provvedimento di assegnazione del bene.

1.4. Le censure suesposte sono infondate.

1.4.1. Va osservato, al riguardo, che – sia in sede di separazione che di divorzio – gli artt. 155 quater c.c. (applicabile alla fattispecie concreta ratione temporis) e 6, co. 6, della L. n. 898 del 1970, come modificato dall’art. 11 della L. n. 74 del 1987, consentono al giudice di assegnare l’abitazione al coniuge non titolare di un diritto di godimento (reale o personale) sull’immobile, solo se a lui risultino affidati figli minori, ovvero con lui risultino conviventi figli maggiorenni non autosufficienti. Tale ‘ratio’ protettiva, che tutela l’interesse dei figli a permanere nell’ambiente domestico in cui sono cresciuti, non è configurabile, invece, in presenza di figli economicamente autosufficienti, sebbene ancora conviventi, verso i quali non sussiste, invero, proprio in ragione della loro acquisita autonomia ed indipendenza economica, esigenza alcuna di spedale protezione (cfr., ex plurimis, Cass. 5857/2002; 25010/2007; 21334/2013). Devesi – per il vero – considerare, in proposito, che l’assegnazione della casa familiare al coniuge affidatario risponde all’esigenza di tutela degli interessi dei figli, con particolare riferimento alla conservazione del loro ‘habitat’ domestico inteso come centro della vita e degli affetti dei medesimi, con la conseguenza che detta assegnazione non ha più ragion d’essere soltanto se, per vicende sopravvenute, la casa non sia più idonea a svolgere tale essenziale funzione. (Cass. 6706/2000).

1.4.2. Come per tutti i provvedimenti conseguenti alla pronuncia di separazione o di divorzio, dunque, anche per l’assegnazione della casa familiare vale il principio generale della modificabilità in ogni tempo per fatti sopravvenuti. E tuttavia, tale intrinseca provvisorietà dei provvedimenti in parola non incide sulla natura e sulla funzione della misura, posta ad esclusiva tutela della prole, con la conseguenza che anche in sede di revisione – come in qualsiasi altra sede nella quale, come nel presente giudizio, sia in discussione il permanere delle condizioni che avevano giustificato l’originaria assegnazione – resta imprescindibile il requisito dell’affidamento di figli minori o della convivenza con figli maggiorenni non autosufficienti.

Ne discende che, se è vero che la concessione del beneficio ha anche riflessi economici, particolarmente valorizzati dall’art. 6, co. 6, della legge sul divorzio, nondimeno l’assegnazione in questione non può essere disposta al fine di sopperire alle esigenze economiche del coniuge più debole, a garanzia delle quali è unicamente destinato l’assegno di divorzio (Cass. 13736/2003; 10994/2007; 18440/2013).

1.4.3. Ebbene, non può revocarsi in dubbio che i principi di diritto suesposti debbano costituire le linee guida per risolvere anche il caso – ricorrente nella specie – in cui (a casa adibita a residenza coniugale sia stata alienata, dopo l’assegnazione all’altro coniuge (affidatario di figli minori o convivente con figli maggiorenni non auto-sufficienti), dal coniuge proprietario dell’immobile.

1.4.3.1. Ed invero, ai sensi dell’art. 6, co. 6, della legge n. 898 del 1970 (nel testo sostituito dall’art. 11 della l. n. 74 del 1987), applicabile anche in tema di separazione personale, il provvedimento giudiziale di assegnazione della casa familiare al coniuge affidatario, avendo per definizione data certa, è opponibile, ancorché non trascritto, al terzo acquirente in data successiva per nove anni dalla data dell’assegnazione, ovvero – ma solo ove il titolo sia stato in precedenza trascritto – anche oltre i nove anni.

Tale opponibilità conserva, beninteso, il suo valore finché perduri l’efficacia della pronuncia giudiziale, costituente il titolo in forza del quale il coniuge, che non sia titolare di un diritto reale o personale di godimento dell’immobile, acquisisce il diritto di occuparlo, in quanto affidatario di figli minori o convivente con figli maggiorenni non economicamente autosufficienti (cfr. Cass. S.U. 11096/2002, in motivazione; Cass. 5067/2003; 9181/2004; 12296/2005; 4719/2006). È fin troppo evidente, infatti, che il perdurare sine die dell’occupazione dell’immobile – perfino quando ne siano venuti meno i presupposti, per essere i figli divenuti ormai autonomi economicamente – si risolverebbe in un ingiustificato, durevole, pregiudizio al diritto del proprietario terzo di godere e disporre del bene, ai sensi degli artt. 42 Cost. e 832 c.c. Una siffatta lettura delle succitate norme che regolano l’assegnazione della casa coniugale (v. ora l’art. 337 sexies c.c.), del resto, presterebbe certamente il fianco a facili censure di incostituzionalità.

1.4.3.2. Ciò posto, va rilevato che l’efficacia della pronuncia giudiziale del provvedimento di assegnazione in parola può essere messa in discussione tra i coniugi, circa il perdurare dell’interesse dei figli, nelle forme del procedimento di revisione previsto all’art. 9 della L. n. 898 del 1970, attraverso la richiesta di revoca del provvedimento di assegnazione, per il sopravvenuto venir meno dei presupposti che ne avevano giustificato l’emissione.

Per converso, deve ritenersi che il terzo acquirente – non legittimato ad attivare il procedimento suindicato – non possa che proporre, instaurando un ordinario giudizio di cognizione, una domanda di accertamento dell’insussistenza delle condizioni per il mantenimento del diritto personale di godimento a favore del coniuge assegnatario della casa coniugale, per essere venuta meno la presenza di figli minorenni o di figli maggiorenni non economicamente autosufficienti, con il medesimo conviventi. E ciò al fine di conseguire una declaratoria di inefficacia del titolo che legittima l’occupazione della casa coniugale da parte del coniuge assegnatario, a tutela della pienezza delle facoltà connesse al diritto dominicale acquisito, non più recessive rispetto alle esigenze di tutela dei figli della coppia separata o divorziata (cfr. Cass. 18440/2013, secondo cui ogni questione relativa al diritto di proprietà della casa coniugale o al diritto di abitazione sull’immobile esula dalla competenza funzionale del giudice della separazione o del divorzio, e va proposta con il giudizio di cognizione ordinaria). In mancanza, il terzo – non potendo attivare il procedimento, riservato ai coniugi, di cui all’art. 9 della legge sul divorzio – resterebbe, per il vero, del tutto privo di tutela, in violazione del disposto dell’art. 24 Cost..

1.4.4. Ebbene, nel caso di specie, la Corte di Appello, sul presupposto del venir meno dell’assegno di mantenimento a favore della figlia divenuta economicamente autosufficiente, ha ritenuto non sussistere le condizioni per conservare l’assegnazione della casa coniugale alla C. , essendo, in tal caso, le esigenze patrimoniali dell’acquirente dell’immobile divenute prevalenti rispetto alle esigenze di tutela della prole, ormai del tutto venute meno. La pronuncia impugnata si palesa, in forza delle considerazioni che precedono, del tutto condivisibile.

1.4.4.1. In assenza di figli minori o maggiorenni non autosufficienti, non giova, difatti, alle ricorrente invocare il principio, più volte affermato da questa Corte e posto a fondamento della decisione della Corte Costituzionale n. 308/2008, secondo cui la revoca dell’assegnazione della casa coniugale non può essere disposta se non all’esito di una valutazione di conformità di tale pronuncia all’interesse del minore (o del maggiorenne economicamente non autosufficiente). È, invero, di tutta evidenza, che la mancanza di una prole da tutelare con l’assegnazione del bene in questione, rende improponibile un giudizio di comparazione tra le esigenze della proprietà (nella specie del terzo) e quelle di tutela dei figli della coppia separata o divorziata.

1.4.4.2. Né la giustificazione del protrarsi dell’occupazione dell’immobile da parte della C. potrebbe essere ancorata, nella specie, alla tutela del preteso coniuge economicamente più debole, atteso che – come dianzi detto – il diritto personale di godimento in questione esula dal tema dei diritti patrimoniali conseguenziali alla pronuncia di divorzio.

1.5. Per tutte le ragioni esposte, pertanto, i motivi in esame non possono che essere disattesi.

Con il quarto motivo di ricorso, C.A.L. e B.C. denunciano la violazione e falsa applicazione degli artt. 1218, 1219, 1223, 1226, 1227, 2043, 2056, 155 quater c.c., 6, co. 6 e 9, co. 1, della L. n. 898 del 1970, in relazione all’art. 360, co. 1, n. 3 c.p.c..

2.1. Avrebbe, invero, errato la Corte di Appello nel ritenere che le ricorrenti fossero da considerarsi occupanti abusive dell’immobile fin dal dicembre del 2005, in conseguenza della diffida effettuata dai L. , in via stragiudiziale, con missiva del 15.11.2005. La sussistenza, all’epoca di tale diffida, di un titolo giudiziale – regolarmente trascritto – di assegnazione dell’immobile in questione alla Caiano comporterebbe, infatti, ad avviso delle ricorrenti, che l’abitazione delle medesime nella casa coniugale non potrebbe considerarsi illegittima, fino all’emissione di un successivo provvedimento di revoca dell’originaria assegnazione.

2.2. Il motivo è fondato.

2.2.1. Non può revocarsi in dubbio, infatti che, finché perdura il titolo in forza del quale il coniuge assegnatario della casa coniugale occupa l’immobile, è escluso qualsiasi obbligo di pagamento da parte del beneficiario per tale godimento. Ed invero, ogni forma di corrispettivo verrebbe a snaturare la funzione stessa dell’istituto, in quanto incompatibile con la sua finalità esclusiva di tutela della prole, fintantoché siffatta finalità non venga ritenuta insussistente con provvedimento giudiziale che revochi o dichiari inefficace detta assegnazione (Cass. 12705/2003; 18754/2004).

2.2.2. Ed è, del pari, indubitabile che tale conclusione si attagli pienamente anche al caso – ricorrente nella specie – in cui sia un terzo, e non il coniuge originario proprietario dell’immobile, a richiederne il rilascio, mediante l’esperimento di un’apposita azione di accertamento dell’insussistenza dei presupposti per il perdurare dell’occupazione dell’ex casa coniugale da parte del coniuge non proprietario della stessa, nonché da parte della prole divenuta economicamente autosufficiente. È di chiara evidenza, infatti, che la sussistenza di un provvedimento di assegnazione di detto immobile, regolarmente trascritto, obbliga il terzo – divenutone proprietario – al rispetto della destinazione dal provvedimento stesso impressa al bene, fino a che, con una successiva pronuncia giudiziale, il suddetto vincolo non venga ad essere caducato.

2.2.3. Orbene, nel caso di specie, la Corte territoriale ha condannato la C. a corrispondere al L. un’indennità di occupazione fin dal dicembre 2005, quando ancora l’occupazione del bene de quo da parte della medesima era giustificata dalla pronuncia di divorzio, che aveva confermato l’assegnazione della casa coniugale alla madre – convivente con la figlia, all’epoca minore – disposta in sede di separazione. Il provvedimento in parola, pertanto, per le considerazioni in precedenza svolte non può essere considerato legittimo, dovendo il diritto di abitazione delle due donne ritenersi venuto meno solo per effetto della sentenza impugnata, con la quale è stato accertato il venir meno delle condizioni che avevano legittimato l’assegnazione della casa coniugale alla G. .

2.3. Il mezzo in esame va, di conseguenza, accolto.

L’accoglimento della suindicata censura comporta la cassazione della sentenza impugnata, restandone assorbito il quinto motivo di ricorso, concernente le spese del giudizio di appello. Non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto la Corte, nell’esercizio del potere di decisione nel merito di cui all’art. 384, co. 2, c.p.c., dichiara cessato il diritto di godimento dell’immobile per cui è causa in capo alle ricorrenti a far tempo dal 18.6.2013, data di deposito della sentenza di appello che ha accertato l’illegittimità del perdurare dell’occupazione del bene in parola. Di conseguenza, dalla stessa data dovrà essere corrisposta dalle ricorrenti la relativa indennità di occupazione.

Concorrono giusti motivi – tenuto conto della peculiarità e delicatezza della materia del contendere e della novità delle questioni trattate – per dichiarare interamente compensate fra le parti le spese di tutti i gradi del giudizio.

P.Q.M.

La Corte Suprema di Cassazione;

accoglie il quarto motivo di ricorso, rigetta i primi tre e dichiara assorbito il quinto; cassa l’impugnata sentenza in relazione al motivo accolto e, decidendo nel merito, dichiara cessato il diritto di godimento dell’immobile per cui è causa in capo alle ricorrenti a far tempo dal 18.6.2013, data dalla quale sarà dovuta la relativa indennità di occupazione; dichiara compensate tra le parti le spese di tutti i gradi del giudizio. Ai sensi dell’art. 13, co. 1 quater, del d.P.R. n. 115 del 2002, da atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte delle ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del co. 1 bis dello stesso art. 13.

  • I primi due motivi possono essere esaminati congiuntamente e sono fondati.
  • Com’e’ noto, nell’accordo tra le parti, in sede di separazione e di divorzio, si ravvisa un contenuto necessario (attinente all’affidamento dei figli, al regime di visita dei genitori, ai modi di contributo al mantenimento dei figli, all’assegnazione della casa coniugale, alla misura e al modo di mantenimento, ovvero alla determinazione di un assegno divorziale per il coniuge economicamente piu’ debole) ed uno eventuale (la regolamentazione di ogni altra questione patrimoniale o personale tra i coniugi stessi).

 

 

  • Tradizionalmente gli accordi “negoziali” in materia familiare, erano ritenuti del tutto estranei alla materia e alla logica contrattuale, affermandosi che si perseguiva un interesse della famiglia trascendente quello delle parti, e l’elemento patrimoniale, ancorche’ presente, era strettamente collegato e subordinato a quello personale.

 

 

  • Oggi, escludendosi in genere che l’interesse della famiglia sia superiore e trascendente rispetto alla somma di quelli, coordinati e collegati, dei singoli componenti, si ammette sempre piu’ frequentemente un’ampia autonomia negoziale, e la logica contrattuale, seppur con qualche cautela, la’ dove essa non contrasti con l’esigenza di protezione dei minori o comunque dei soggetti piu’ deboli, si afferma con maggior convinzione.

 

 

 

 

 

 

  • Questa Corte da tempo ritiene che la clausola di trasferimento di immobile tra i coniugi, contenuta nei verbali di separazione o recepita dalla sentenza di divorzio congiunto o magari, come nella specie, sulla base di conclusioni uniformi, e’ valida tra le parti e nei confronti dei terzi, essendo soddisfatta l’esigenza della forma scritta (tra le prime pronunce al riguardo, Cass. 11 novembre 1992, n.12110 e, ancora recentemente, Cass. n. 2263 del 2014), cosi come il trasferimento o la promessa di trasferimento di immobili, mobili o somme di denaro, quale adempimento dell’obbligazione di mantenimento (o assistenziale) da parte di un coniuge nei confronti dell’altro (tra le altre, Cass. 17 giugno 1992 n. 7470). Va altresi’ precisato che gli accordi omologati non esauriscono necessariamente ogni rapporto tra i coniugi. Si potrebbero ipotizzare (e nella prassi cio’ accade frequentemente) accordi anteriori, contemporanei o magari successivi alla separazione o al divorzio, nella forma della scrittura privata o dell’atto pubblico.

 

  • Al riguardo, la giurisprudenza di questa Corte e’ variamente intervenuta, con particolare riferimento agli accordi extragiudiziali, in occasione della separazione, attraverso una complessa evoluzione verso una piu’ ampia autonomia negoziale dei coniugi. Dapprima si affermava che tutti i patti intercorsi tra i coniugi, in vista della separazione, anteriori, coevi o successivi, indipendentemente dal loro contenuto, dovevano essere sottoposti al controllo del giudice che, con il suo decreto di omologa, conferiva ad essi valore ed efficacia giuridica. Successivamente si comincio’ ad effettuare distinzione sul contenuto necessario ed eventuale delle separazioni consensuali, sui rapporti tra i genitori e figli, riservati al controllo del giudice, e tra coniugi, che, almeno tendenzialmente, rimanevano nell’ambito della loro discrezionale ed autonoma determinazione, in base alla valutazione delle rispettive convenienze, fino a sostenere successivamente l’autonomia negoziale dei genitori, anche nel rapporto con i figli, purche’ si pervenga ad un miglioramento degli assetti concordati davanti al giudice (tra le altre, Cass. n. 657/1994; Cass. n. 23801/2006).

 

 

 

  • Al contrario, la giurisprudenza di questa Corte e’ rimasta, per lungo tempo, tradizionalmente orientata a ritenere gli accordi assunti prima del matrimonio o magari in sede di separazione consensuale, in vista del futuro divorzio, nulli per illiceita’ della causa, perche’ in contrasto con i principi di indisponibilita’ degli status e dello stesso assegno di divorzio (tra le altre Cass. n. 6857/1992). Giurisprudenza piu’ recente ha sostenuto che tali accordi non sarebbero di per se’ contrari all’ordine pubblico.

 

 

 

  • Come si e’ detto, l’accordo delle parti in sede di separazione o di divorzio (e magari quale oggetto di precisazioni comuni in un procedimento originariamente contenzioso) ha natura sicuramente negoziale, e talora da vita ad un vero e proprio contratto (Cass. n. 18066/2014; Cass. n. 19304/2013; Cass. n. 23713/2012). Ma, anche se esso non si configurasse come contratto, all’accordo stesso sarebbero sicuramente applicabili alcuni principi generali dell’ordinamento come quelli attinenti alla nullita’ dell’atto o alla capacita’ delle parti, ma pure alcuni piu’ specifici (ad es. relativi ai vizi di volonta’).

 

 

 

  • La corte territoriale, facendo proprio un principio applicabile pero’ alla ipotesi di separazione consensuale (Cass. 9 aprile 2008 n. 9174), ha dunque errato nel ritenere che le parti non potessero validamente regolamentare interessi di carattere patrimoniale ai margini del giudizio di separazione, pendente appunto in grado di appello e proprio in relazione alla composizione del relativo contrasto; e che quindi fosse privo di effetti l’accordo transattivo raggiunto nel corso del giudizio stesso, abbandonato a seguito di questo.

 

 

 

  • Il ricorso va quindi accolto in relazione ai primi due motivi, restando assorbiti gli altri, compreso il terzo, a prescindere dalle peraltro significative censure di extrapetizione in relazione ad una invalidita’ mai rilevata dalle parti.

 

  • La corte d’appello avrebbe dovuto, provvedendovi ora in sede di rinvio, esaminare nel merito le doglianze proposte dal (OMISSIS) contro la sentenza di primo grado con riferimento all’accordo transattivo utilmente raggiunto tra le parti in corso di causa e idoneo a produrre autonomi effetti obbligatoli.
  • 1. Il giudice di rinvio provvedera’ inoltre in ordine alle spese dell’intero giudizio, comprese quelle di cassazione

Suprema Corte di Cassazione

sezione III

sentenza 3 dicembre 2015, n. 24621

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RUSSO Libertino Alberto – Presidente

Dott. PETTI Giovanni Battista – Consigliere

Dott. ARMANO Uliana – Consigliere

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere

Dott. PELLECCHIA Antonella – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 3863/2013 proposto da:

(OMISSIS) (OMISSIS), domiciliato ex lege in ROMA presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dell’avvocato (OMISSIS), giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS), giusta procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

e contro

(OMISSIS);

– intimato –

avverso la sentenza n. 558/2012 della CORTE D’APPELLO di ANCONA, depositata il 25/09/2012, R.G.N. 725/2007;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 23/09/2015 dal Consigliere Dott. ANTONELLA PELLECCHIA;

udito l’Avvocato (OMISSIS);

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FINOCCHI GHERSI Renato, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

  1. La presente controversia trae origine da una transazione sottoscritta nel gennaio 2002 da due coniugi, (OMISSIS) e (OMISSIS), nelle more del giudizio d’appello della separazione.

Era infatti accaduto che nel 1999 lo stesso tribunale di Ancona aveva pronunciato la separazione personale dei coniugi, provvedendo anche per le attribuzioni patrimoniali richieste dalle parti. Impugnata la decisione per il dissenso in ordine a queste ultime, nel corso del giudizio di appello le parti erano addivenute ad un accordo transattivo, mettendo a punto un dettagliato piano di assegnazioni di beni. Il giudizio di appello era stato quindi abbandonato.

Nel 2005, la (OMISSIS) convenne in giudizio l’ex marito per far dichiarare la risoluzione dell’accordo transattivo concluso tra le parti per inadempimento e colpa esclusiva del (OMISSIS).

Si difese il convenuto chiedendo il rigetto della pretesa avversaria ed in via riconvenzionale che fosse pronunciata la proprieta’ esclusiva su beni indicati in comparsa e il risarcimento di tutti danni conseguenti alla trascrizione della citazione pregiudizievole ed impeditiva di ogni possibile esercizio dei suoi diritti, oltre il danno esistenziale. In via riconvenzionale subordinata chiese la condanna dell’attrice alla restituzione di tutte le somme erogate dallo stesso in esecuzione della scrittura privata ed il riconoscimento della proprieta’ della meta’ dell’immobile sito in (OMISSIS).

Il Tribunale di Ancona, con la sentenza n. 1117 del 9 giugno 2006 accolse la domanda dell’attrice, dichiaro’ la risoluzione del contratto transattivo fra le parti per esclusivo inadempimento, di notevole importanza, in capo al convenuto e lo condanno’ alle spese.

  1. La decisione e’ stata riformata dalla Corte d’Appello di Ancona, con sentenza n. 558 del 25 settembre 2012. La Corte territoriale ha dichiarato inammissibile la domanda di risoluzione dell’accordo transattivo proposta da (OMISSIS) e (OMISSIS), eredi della (OMISSIS) nelle more deceduta.

Ha osservato la corte che l’accordo tra le parti in materia di regolamentazione delle condizioni di separazione dei coniugi rimane senza effetto se non trasfuso in un atto sottoposto al giudice per l’omologazione. Non avendo le parti nella specie portato la transazione al vaglio della corte d’appello adita, si e’ determinato il passaggio in giudicato della sentenza di primo grado, a seguito dell’estinzione del giudizio di appello per inattivita’ delle parti, e la preclusione della domanda di risoluzione.

  1. Avverso tale decisione, (OMISSIS) propone ricorso in Cassazione sulla base di cinque motivi.

3.1 Resiste con controricorso (OMISSIS), illustrato da memoria.

4.1. Con il primo motivo, il ricorrente deduce la “violazione e falsa applicazione di norme di diritto, articolo 360 c.p.c., n. 3, in relazione agli articoli 1322, 158 e 160 c.c., ed agli articoli 710 e 711 c.p.c.”.

4.2. Con il secondo motivo, denuncia la “violazione o falsa applicazione di norme di diritto articolo 360 c.p.c., n. 3, in relazione agli articoli 1362, 1363, 1367 c.c., nonche’ violazione e falsa applicazione di norme di diritto, articolo 360 c.p.c., n. 3, in relazione agli articoli 1322, 158 e 160 c.c., ed agli articoli710 e 711 c.p.c., e/o in subordine, omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti”.

Lamenta il (OMISSIS) con i due motivi che la sentenza dei giudici del merito e’ errata laddove ha applicato principi di questa Corte riferibili a pattuizioni tra coniugi precedenti o contemporanei alle separazioni consensuali ed ha, conseguentemente, ritenuto non validi gli accordi sottoscritti dai coniugi con la scrittura del 2002 perche’ non riversati nelle conclusioni del giudizio d’Appello.

4.3. Con il terzo motivo, il ricorrente lamenta la “nullita’ della sentenza della Corte d’Appello di Ancona o del procedimento per extrapetizione o ultrapetizione ex articolo 112 c.p.c. (articolo 160 c.p.c., n. 4), nonche’ violazione dell’articolo 100 c.p.c. (articolo 360 c.p.c., n. 3) per erronea interpretazione delle domande ed eccezioni che conduce il giudice ad andare oltre i limiti delle stesse, come nella sostanza e volonta’ proposte e contro l’interesse del rispettivo deducente e violazione articolo 1421 c.c.”.

Lamenta il ricorrente che la Corte d’Appello ha errato perche’ non ha mai chiesto che la scrittura fosse dichiarata nulla o invalida ma l’esatto contrario, come si evince anche dalla domanda riconvenzionale principale autonoma fondata proprio sulla validita’ della scrittura privata. Denuncia altresi’ che la Corte d’Appello, in conseguenza dell’accoglimento del motivo di inammissibilita’ ha ritenuto assorbite le altre censure.

4.4. Con il quarto motivo, denuncia la “violazione o falsa applicazione di norme di diritto articolo 360 c.p.c., n. 3, in relazione all’articolo 1242 c.c., e articolo112 c.p.c..

4.5. Con il quinto motivo, denuncia la “violazione e falsa applicazione dell’articolo 1242 c.c., e articoli 112 e 115 c.p.c., articolo 94 d.a.c.p.c. (articolo 360 c.p.c., n. 3, nonche’ omesso esame di un fatto decisivo (articolo 360 c.p.c., n. 5)”:

Con gli ultimi due motivi si lamenta che la Corte d’Appello abbia in relazione alla richiesta di restituzioni di certi importi effettuato delle compensazioni in assenza di domanda o di eccezione. Per quanto riguarda poi la restituzione dei canoni dell’immobile locato a farmacia ha ritenuto che “nulla e’ dato conoscere dell’immobile o del relativo canone”. Cio’ nonostante li stessi fossero stati identificati, dal ricorrente, con l’atto di appello.

  1. I primi due motivi possono essere esaminati congiuntamente e sono fondati.

Com’e’ noto, nell’accordo tra le parti, in sede di separazione e di divorzio, si ravvisa un contenuto necessario (attinente all’affidamento dei figli, al regime di visita dei genitori, ai modi di contributo al mantenimento dei figli, all’assegnazione della casa coniugale, alla misura e al modo di mantenimento, ovvero alla determinazione di un assegno divorziale per il coniuge economicamente piu’ debole) ed uno eventuale (la regolamentazione di ogni altra questione patrimoniale o personale tra i coniugi stessi). Tradizionalmente gli accordi “negoziali” in materia familiare, erano ritenuti del tutto estranei alla materia e alla logica contrattuale, affermandosi che si perseguiva un interesse della famiglia trascendente quello delle parti, e l’elemento patrimoniale, ancorche’ presente, era strettamente collegato e subordinato a quello personale. Oggi, escludendosi in genere che l’interesse della famiglia sia superiore e trascendente rispetto alla somma di quelli, coordinati e collegati, dei singoli componenti, si ammette sempre piu’ frequentemente un’ampia autonomia negoziale, e la logica contrattuale, seppur con qualche cautela, la’ dove essa non contrasti con l’esigenza di protezione dei minori o comunque dei soggetti piu’ deboli, si afferma con maggior convinzione.

Questa Corte da tempo ritiene che la clausola di trasferimento di immobile tra i coniugi, contenuta nei verbali di separazione o recepita dalla sentenza di divorzio congiunto o magari, come nella specie, sulla base di conclusioni uniformi, e’ valida tra le parti e nei confronti dei terzi, essendo soddisfatta l’esigenza della forma scritta (tra le prime pronunce al riguardo, Cass. 11 novembre 1992, n.12110 e, ancora recentemente, Cass. n. 2263 del 2014), cosi come il trasferimento o la promessa di trasferimento di immobili, mobili o somme di denaro, quale adempimento dell’obbligazione di mantenimento (o assistenziale) da parte di un coniuge nei confronti dell’altro (tra le altre, Cass. 17 giugno 1992 n. 7470). Va altresi’ precisato che gli accordi omologati non esauriscono necessariamente ogni rapporto tra i coniugi. Si potrebbero ipotizzare (e nella prassi cio’ accade frequentemente) accordi anteriori, contemporanei o magari successivi alla separazione o al divorzio, nella forma della scrittura privata o dell’atto pubblico. Al riguardo, la giurisprudenza di questa Corte e’ variamente intervenuta, con particolare riferimento agli accordi extragiudiziali, in occasione della separazione, attraverso una complessa evoluzione verso una piu’ ampia autonomia negoziale dei coniugi. Dapprima si affermava che tutti i patti intercorsi tra i coniugi, in vista della separazione, anteriori, coevi o successivi, indipendentemente dal loro contenuto, dovevano essere sottoposti al controllo del giudice che, con il suo decreto di omologa, conferiva ad essi valore ed efficacia giuridica. Successivamente si comincio’ ad effettuare distinzione sul contenuto necessario ed eventuale delle separazioni consensuali, sui rapporti tra i genitori e figli, riservati al controllo del giudice, e tra coniugi, che, almeno tendenzialmente, rimanevano nell’ambito della loro discrezionale ed autonoma determinazione, in base alla valutazione delle rispettive convenienze, fino a sostenere successivamente l’autonomia negoziale dei genitori, anche nel rapporto con i figli, purche’ si pervenga ad un miglioramento degli assetti concordati davanti al giudice (tra le altre, Cass. n. 657/1994; Cass. n. 23801/2006).

Al contrario, la giurisprudenza di questa Corte e’ rimasta, per lungo tempo, tradizionalmente orientata a ritenere gli accordi assunti prima del matrimonio o magari in sede di separazione consensuale, in vista del futuro divorzio, nulli per illiceita’ della causa, perche’ in contrasto con i principi di indisponibilita’ degli status e dello stesso assegno di divorzio (tra le altre Cass. n. 6857/1992). Giurisprudenza piu’ recente ha sostenuto che tali accordi non sarebbero di per se’ contrari all’ordine pubblico.

Come si e’ detto, l’accordo delle parti in sede di separazione o di divorzio (e magari quale oggetto di precisazioni comuni in un procedimento originariamente contenzioso) ha natura sicuramente negoziale, e talora da vita ad un vero e proprio contratto (Cass. n. 18066/2014; Cass. n. 19304/2013; Cass. n. 23713/2012). Ma, anche se esso non si configurasse come contratto, all’accordo stesso sarebbero sicuramente applicabili alcuni principi generali dell’ordinamento come quelli attinenti alla nullita’ dell’atto o alla capacita’ delle parti, ma pure alcuni piu’ specifici (ad es. relativi ai vizi di volonta’).

La corte territoriale, facendo proprio un principio applicabile pero’ alla ipotesi di separazione consensuale (Cass. 9 aprile 2008 n. 9174), ha dunque errato nel ritenere che le parti non potessero validamente regolamentare interessi di carattere patrimoniale ai margini del giudizio di separazione, pendente appunto in grado di appello e proprio in relazione alla composizione del relativo contrasto; e che quindi fosse privo di effetti l’accordo transattivo raggiunto nel corso del giudizio stesso, abbandonato a seguito di questo.

  1. Il ricorso va quindi accolto in relazione ai primi due motivi, restando assorbiti gli altri, compreso il terzo, a prescindere dalle peraltro significative censure di extrapetizione in relazione ad una invalidita’ mai rilevata dalle parti.

La corte d’appello avrebbe dovuto, provvedendovi ora in sede di rinvio, esaminare nel merito le doglianze proposte dal (OMISSIS) contro la sentenza di primo grado con riferimento all’accordo transattivo utilmente raggiunto tra le parti in corso di causa e idoneo a produrre autonomi effetti obbligatoli.

6.1. Il giudice di rinvio provvedera’ inoltre in ordine alle spese dell’intero giudizio, comprese quelle di cassazione.

P.Q.M.

la Corte accoglie i primi due motivi del ricorso per quanto di ragione, ritiene assorbiti gli altri, rinvia, anche per le spese alla Corte d’Appello di Ancona in diversa composizione.