051 644 7838 [email protected]

CIRCONVENZIONE DI INCAPACE, SE LA BADANTE EREDITA TUTTO DA UN PARENTE INCAPACE, COSA POSSONO FARE GLI EREDI? FOTOFOTO46CIRCONVENZIONE DI INCAPACE

Chiunque, per procurare a sé o ad altri un profitto, abusando dei bisogni, delle passioni o della inesperienza di una persona minore [2], ovvero abusando dello stato d’infermità o deficienza psichica (1) di una persona, anche se non interdetta o inabilitata, la induce a compiere un atto (2) che importi qualsiasi effetto giuridico per lei o per altri dannoso (3) (4), è punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da duecentosei euro a duemilasessantacinque euro.
Il caso della badante che si fa lasciare l’intera eredità dall’anziano,
 
FOTOS 2TAGmatrimonio dell’incapace naturale, circonvenzione di incapace e matrimonio, matrimonio incapace naturale, trascrizione matrimonio incapace naturale
testamento, testamento incapace di intendere e volere, testamento dell’incapace, circonvenzione di incapace e testamento, testamento incapace di intendere e volere,testamento olografo incapace, TAG: circonvenzione di incapace anziano, circonvenzione di incapace amministratore di sostegno circonvenzione di incapace art 649circonvenzione di incapace art 643 c p, circonvenzione di incapace avvocato circonvenzione di incapace badante circonvenzione di incapace codice penale circonvenzione di incapace contratto circonvenzione di incapace legge circonvenzione di incapace persona offesa impugnazione testamento per circonvenzione di incapace circonvenzione di incapace codice civile circonvenzione di incapace congiunto circonvenzione di incapace coniuge
 AS13
SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
SEZIONE VI PENALE
Sentenza 4 luglio – 17 settembre 2008, n. 35528
(Presidente Lattanzi – Estensore Fidelbo)
Ritenuto in fatto e in diritto
FOTOFOTO431. – In seguito ad una complessa indagine veniva contestato a P. L. e a F. N. di avere sottoposto F. S. – marito della prima e padre del secondo – a continui maltrattamenti, con grave sofferenza fisica e psichica, minacciandolo, percuotendolo e costringendolo a vivere in condizioni di vita ed igienico sanitarie indecorose e malsane, impedendogli di avere rapporti con la sorella, con il cognato, con gli amici, di ricevere telefonate, inoltre facendolo ricoverare contro la sua volontà e cagionandogli in varie occasioni lesioni personali (capo a: artt. 61 n. 5, 81, 110, 582, 583 cpv. 585, 576 c.p.); inoltre, di averlo privato della libertà personale, facendolo ricoverare, contro la sua volontà, nella casa di cura omissis (capo b: artt. 81, 110, 605 n. 1 c.p.); infine, di avere abusato dello stato di infermità e di prostrazione del F., inducendolo a compiere atti patrimoniali a sé dannosi (capo c: art. 81, 110, 6-13 c.p.).
afototestamento62. – Con la sentenza in epigrafe il G.u.p. del Tribunale di Roma ha dichiarato non luogo a procedere nei confronti dei due imputati, ritenendo non sussistenti i reati di maltrattamenti e sequestro di persona a loro attribuiti e non punibili gli imputati in relazione al reato di circonvenzione di incapace, perché commesso ai danni di prossimo congiunto.
  • 3. – Contro questa sentenza il procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma ha presentato ricorso per cassazione.
  • Con un primo motivo deduce mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, in ordine all’elemento materiale e psicologico dei reati contestati ai capi a) e b), anche con riferimento a specifici atti del procedimento.
  • In particolare, parte ricorrente censura la sentenza che ha ritenuto del tutto inattendibile la denuncia di S. F., evidenziando come le accuse mosse agli imputati trovino precisi riscontri soprattutto nelle dichiarazioni di B. F., C. P. e A. M. M., nonché in quelle rese da M. O., G. A. G. e D. Z. M., tutti concordi nel riferire del difficile rapporto con la moglie e delle condizioni di degrado in cui viveva S. F., circostanza verificata anche nel corso dell’ispezione dei Carabinieri avvenuta nel gennaio 2006.
  • Viene messo in risalto il comportamento degli imputati che, dopo il ritorno di F. da Napoli e il ricovero al omissis, gli impediscono ogni legame con l’esterno e lo fanno ricoverare presso la casa di cura omissis, in una sistemazione che i Carabinieri hanno definito poco dignitosa e in cui, in poco tempo, le sue condizioni di salute mentale peggiorano notevolmente. Si rileva, inoltre, come la denuncia del F. abbia trovato riscontro nell’ispezione effettuata dai Carabinieri il 29 gennaio 2006, nonché nelle deposizioni dei medici P. e D. G., circostanza che il giudice avrebbe omesso di prendere in esame.
  • In conclusione, il pubblico ministero ricorrente assume che con la sentenza impugnata il G.u.p. avrebbe recepito senza alcun vaglio critico tutte le dichiarazioni rese dalla P., omettendo di prendere in attenta considerazione i numerosi elementi acquisiti nel corso delle indagini a sostegno della tesi accusatoria, sottovalutando le condotte degli imputati che si sono affrettati a fare firmare al F. le procure per la riscossione del trattamento di fine rapporto e dei ratei di pensione.
  • Con un altro motivo il ricorrente deduce l’erronea applicazione della causa di non punibilità di cui all’art. 649 comma 1 c.p., nonché vizio di motivazione. Più precisamente lamenta che il giudice non abbia applicato l’ultimo comma dell’art. 649 c.p., che esclude la causa di non punibilità nell’ipotesi in cui i delitti contro il patrimonio contemplati nel titolo XIII del libro secondo del codice, tra cui il reato di circonvenzione di incapace, siano commessi con violenza alla persona, rientrando in questa nozione anche la violenza morale, come quella che sarebbe stata posta in essere dagli imputati nei confronti del loro congiunto.
  • Il difensore della parte civile ha presentato una memoria sostanzialmente adesiva al ricorso del pubblico ministero.
  • FOTOFOTO24. – Il ricorso deve essere accolto limitatamente ai motivi proposti in relazione al capo c) dell’imputazione.
  • Il G.u.p. ha ritenuto non punibili gli imputati in ordine al reato di circonvenzione di incapaci, facendo applicazione dell’art. 649 comma 1 c.p., che contiene una ipotesi di non punibilità qualora il reato sia commesso in danno di congiunti (nella specie il reato sarebbe stato commesso nei confronti, rispettivamente, del coniuge e dell’ascendente). Il fondamento di tale disposizione codicistica è costituito dalle ragioni di carattere morale e sociale che connotano i rapporti fra certe categorie di familiari riguardo ai beni materiali ed in vista dei quali si esclude la punibilità di alcuni reati. Tuttavia, come ha correttamente rilevato parte ricorrente, la sentenza impugnata non ha preso in considerazione l’ultimo comma dell’art. 649 c.p., che esclude l’applicazione di tale causa di non punibilità quando il delitto contro il patrimonio sia commesso con violenza alle persone, disposizione di chiusura che vuole evitare l’operatività dei primi due commi in presenza di condotte violente, rispetto alle quali l’ordinamento non rinuncia alla punizione del soggetto agente.
  • 123testamentoDeve precisarsi che la condotta tipica del reato di cui all’art. 643 c.p. consiste nell’abusare dello stato di minorazione del soggetto passivo e nell’indurre quest’ultimo a compiere un atto che comporti un effetto dannoso, per lui o per altri. La giurisprudenza ha precisato che con il termine “abuso” si intende una condotta di approfittamento ovvero di strumentalizzazione dello stato di debolezza della vittima. Tuttavia, la norma non specifica le modalità di una tale condotta, per cui si ritiene che qualsiasi pressione morale – anche se blanda – possa essere sufficiente ad integrare l’abuso, qualora si riveli idonea allo scopo perseguito, tenuto conto delle condizioni della vittima. D’altra parte, la condotta di induzione deve concretarsi in un’apprezzabile attività di suggestione ovvero, ancora, di pressione morale, finalizzata a determinare la volontà minorata del soggetto passivo e la stessa giurisprudenza precisa che l’induzione può consistere nell’uso di qualsiasi mezzo idoneo a determinare o a rafforzare nel soggetto passivo il consenso al compimento dell’atto dannoso (Sez. II, 23 novembre 1987, Rossi; Sez. II, 7 ottobre 1999, Noventa). Pertanto, non può escludersi che la circonvenzione possa realizzarsi anche attraverso condotte che implichino l’uso di una violenza morale, cioè di una condotta che si estrinsechi in un atteggiamento di intimidazione del soggetto passivo, in grado di eliminare o ridurre la sua capacità di determinarsi, condizionando la sua già ridotta capacità di agire secondo la propria volontà indipendente.
  • Resta ferma la distinzione tra i delitti di cui all’art. 643 e 629 c.p. – tra i quali si esclude ogni ipotesi di concorso – che si differenziano per il mezzo adoperato dall’agente, che nella circonvenzione di incapaci è costituito dall’opera di suggestione o di induzione e nell’estorsione, invece, dall’uso della violenza o minaccia. Tuttavia, come si è visto, non può escludersi che l’attività di induzione possa essere realizzata anche attraverso condotte che implicano il ricorso a forme di violenza morale (Sez. II, 16 marzo 2005, n. 13488, De Vito).
  • Quanto precede consente di ritenere non del tutto corretta l’affermazione contenuta nella sentenza impugnata, che ha, seppure implicitamente, escluso la configurabilità della fattispecie di cui all’art. 649 ult. comma c.p. sostenendo che il reato di circonvenzione di incapaci non implica l’uso della violenza alla persona. Invero, nel reato in questione è estraneo il requisito della violenza fisica, ma non quello della violenza morale.
D’altra parte, ritiene il Collegio, aderendo ad una nota opinione dottrinale, che il richiamo alla “violenza” contenuto nell’art. 649 ult. comma c.p. debba intendersi riferito non solo alla violenza fisica, ma anche a quella morale, in quanto costituisce pur sempre una forma di coazione psichica, che può essere parificata alla violenza.
  • Ne consegue che, sulla base di quanto precede, la sentenza deve essere annullata, limitatamente al capo c), e rinviata al Tribunale di Roma che dovrà verificare l’applicabilità della causa di non punibilità di cui all’art. 649 ult. comma c.p., uniformandosi ai principi sopra indicati.
  • 123testamento5. – Per il resto il ricorso deve essere rigettato.
  • Il pubblico ministero, con i motivi residui, ha dedotto, sotto diversi profili, il vizio di motivazione della sentenza, senza considerare che il sindacato di legittimità si limita al riscontro dell’esistenza di una motivazione che rispetti i canoni logici, verificando cioè che sussista una coordinazione logica tra le varie proposizioni della motivazione, senza alcuna possibilità di effettuare una diversa valutazione delle emergenze procedimentali, essendo limitati i vizi denunciabili, quanto alla motivazione, alla mancanza, alla contraddittorietà ovvero alla manifesta illogicità risultante dal testo o da altri atti del processo. Ne consegue che le censure che vengono mosse nel ricorso, nei confronti di non condivise ricostruzioni dei fatti operate dal G.u.p., non possono trovare spazio in questa sede, trattandosi di valutazioni di merito, fondate sull’apprezzamento di circostanze di fatto, peraltro alternative rispetto a quelle contenute nella gravata sentenza che non appaiono affette da alcuna illogicità.
  • Il G.u.p. ha ritenuto che gli elementi raccolti non fossero muniti della necessaria consistenza che potesse giustificare il rinvio a giudizio, in considerazione del fatto che a carico degli imputati vi erano le accuse di S. F., che però al momento della denuncia si trovava in condizioni mentali tali da escludere la sua capacità di intendere e di volere, a causa di una infermità di mente consistente in “delirio paranoideo in fase acuta in soggetto affetto da demenza multinfartuale”, come è stato accertato dalla consulenza tecnica neuropsichiatrica disposta dallo stesso pubblico ministero e confermato da altri medici e conoscenti della persona offesa, tanto che su istanza della Procura, successivamente ai fatti, gli è stato designato un amministratore di sostegno.
  • Per quanto concerne l’accusa di sequestro di persona, la sentenza del G.u.p. ha escluso la sussistenza del reato, in quanto il ricovero presso l’Ospedale omissis è avvenuto a seguito della richiesta di un trattamento sanitario obbligatorio (T.S.O.) determinato dalla grave situazione che si era creata in famiglia a causa della ingestibilità di S. F.. Lo stesso vale per il ricovero presso la casa di cura omissis, determinato dalle condizioni patologiche in cui si trovava la persona offesa.

FOTONUOOVANUMERO 100Il giudice ha anche escluso la ipotizzabilità in concreto dei reati di maltrattamenti e di lesione personali, in quanto le stesse dichiarazioni rese da E. L., cioè dalla collaboratrice del F., riferiscono circostanze apprese da quest’ultimo, fonte ritenuta inattendibile. Inoltre, ha affermato che le condizioni di precarietà igienica in cui viveva il F. non fossero attribuibili a vessazioni o a incuria della moglie, L. P., ma ad una libera scelta determinata dallo stato di confusione mentale in cui si trovava lo stesso F..

L’esclusione della sussistenza dei reati di lesioni personali, relativi ai due episodi contestati, è stata giustificata in base ad una incertezza probatoria che non avrebbe consentito il rinvio a giudizio.

 

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata relativamente al capo c) (art. 643 c.p.) e rinvia per nuova deliberazione al Tribunale di Roma.

Rigetta nel resto il ricorso.

TAGmatrimonio dell’incapace naturale, circonvenzione di incapace e matrimonio, matrimonio incapace naturale, trascrizione matrimonio incapace naturale,Testamento, testamento incapace di intendere e volere, testamento dell’incapace, circonvenzione di incapace e testamento, testamento incapace di intendere e volere,testamento olografo incapace

NB L’art. 127 c.c. prevede una eccezione al principio generale che è espresso nella rubrica (“intrasmissibilità dell’azione”) in modo coerente con la natura di atto personalissimo che è propria del matrimonio e, allo stesso tempo, stabilisce anche un preciso limite alla possibilità che soggetti terzi, seppur qualificati come gli eredi, siano ammessi ad impugnare il matrimonio contratto da uno dei coniugi che sia affetto da vizi della volontà (art. 122 e 123 c.c.) o da incapacità di intendere e volere (art. 120 c.c.). Tale possibilità sussiste, infatti, solo nel caso in cui l’azione sia stata già esercitata dal coniuge il cui consenso o la cui capacità di intendere e volere risulti viziata, nel qual caso l’azione è trasmissibile agli eredi qualora il giudizio sia “già pendente alla morte dell’attore” (rimane comunque impregiudicata la legittimazione all’impugnazione da parte degli eredi nei casi – diversi da quello in esame – in cui la legge la riconosca a tutti coloro che abbiano un interesse legittimo e attuale, a norma degli artt. 117 e 119 c.c.).SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE I CIVILE

Sentenza 30 giugno 2014, n. 14794

OMISSIS

Svolgimento del processo

La Corte di appello di Roma, con sentenza 30 novembre 2011, ha rigettato il gravame proposto da T.A. e T.C. avverso la sentenza del Tribunale di Roma che aveva rigettato la loro domanda di annullamento del matrimonio contratto, in data 18 giugno 2002, dal loro fratello T.S. , deceduto il (omissis) , con C.L. , che affermavano essere stato contratto, a loro insaputa, in stato di assoluta incapacità di intendere e volere del loro congiunto in quanto affetto da gravi patologie e con il contributo decisivo e in malafede della C. , che svolgeva l’attività di collaboratrice domestica in casa del defunto. La corte, condividendo la valutazione del primo giudice che aveva dichiarato il difetto di legittimazione ad agire degli attori, sul presupposto della inapplicabilità dell’art. 428 c.c. in tema di annullamento degli atti negoziali compiuti da persona incapace d’intendere e volere, ha ritenuto applicabile la norma speciale di cui all’art. 127 c.c. che prevede la intrasmissibilità dell’azione per l’impugnazione del matrimonio, salvo che il giudizio sia già pendente alla morte del coniuge-attore; ma T.S. non aveva proposto alcuna azione per l’annullamento del proprio matrimonio, con la conseguenza che non si era realizzato il presupposto previsto dall’art. 127 per poter riconoscere la legittimazione ad agire in capo agli eredi.

Costoro ricorrono avverso questa sentenza sulla base di due motivi cui resiste la C. I. ricorrenti hanno prodotto una memoria.

Motivi della decisione

Preliminarmente, va dichiarata la inammissibilità della memoria dei ricorrenti ex art. 378 c.p.c. perché tardivamente depositata il 26 maggio 2014, senza rispettare il termine di “non oltre cinque giorni prima dell’udienza” di discussione del 30 maggio 2014, giorno da cui il termine dev’essere computato ma senza includerlo nel computo, mentre è da considerare come dies ad quem il giorno terminale del computo a ritroso che deve essere computato in base al principio generale di cui agli artt. 155 c.p.c. e 2963 c.c. (v. Cass. n. 17021/2003, n. 1926/1998); e poiché il quinto giorno era domenica (25 maggio), stanti le proroghe previste dall’art. 155, commi 4 e 5, c.p.c., l’ultimo giorno utile per il deposito della memoria era il 23 maggio (venerdì).

I ricorrenti deducono vizi di motivazione (nel primo motivo) e violazione di legge (nel secondo motivo) per avere i giudici del merito escluso la loro legittimazione ad agire sul presupposto che non si fosse verificata alcuna trasmissione mortis causa dell’azione di annullamento del matrimonio del loro congiunto, senza considerare che costui non aveva potuto proporre in vita alcuna azione di annullamento perché in stato di incapacità di intendere e volere e impedito fisicamente; ciò imporrebbe l’applicazione della norma generale di cui all’art. 428 c.c. e il conseguente riconoscimento della loro legittimazione ad agire, essendo eredi ed interessati all’annullamento di un matrimonio che era pregiudizievole all’integrità del nucleo familiare e ai loro interessi patrimoniali. Eccepiscono, in subordine, l’illegittimità costituzionale degli artt. 120 e 127 c.c. se interpretati nel senso, asseritamente irragionevole e quindi in violazione del parametro dell’art. 3 Cost., di precludere agli eredi l’impugnazione del matrimonio contratto dal loro congiunto in stato di incapacità di intendere e volere.
Entrambi i motivi sono infondati.

L’art. 127 c.c. prevede una eccezione al principio generale che è espresso nella rubrica (“intrasmissibilità dell’azione”) in modo coerente con la natura di atto personalissimo che è propria del matrimonio e, allo stesso tempo, stabilisce anche un preciso limite alla possibilità che soggetti terzi, seppur qualificati come gli eredi, siano ammessi ad impugnare il matrimonio contratto da uno dei coniugi che sia affetto da vizi della volontà (art. 122 e 123 c.c.) o da incapacità di intendere e volere (art. 120 c.c.). Tale possibilità sussiste, infatti, solo nel caso in cui l’azione sia stata già esercitata dal coniuge il cui consenso o la cui capacità di intendere e volere risulti viziata, nel qual caso l’azione è trasmissibile agli eredi qualora il giudizio sia “già pendente alla morte dell’attore” (rimane comunque impregiudicata la legittimazione all’impugnazione da parte degli eredi nei casi – diversi da quello in esame – in cui la legge la riconosca a tutti coloro che abbiano un interesse legittimo e attuale, a norma degli artt. 117 e 119 c.c.).

L’ordinamento attribuisce importanza al matrimonio come atto di volontà che presuppone la piena consapevolezza del suo significato, la quale viene a mancare in tutti i casi in cui la sfera volitiva e cognitiva del coniuge sia pregiudicata da cause di qualunque natura, temporanee o permanenti (è utile ricordare che la Corte costituzionale, con sentenza n. 32/1971, dichiarò la incostituzionalità dell’art. 16 della legge n. 847 del 1929, recante disposizioni per l’applicazione del Concordato fra la Santa Sede e l’Italia, nella parte in cui non prevedeva l’impugnazione della trascrizione del matrimonio nel caso in cui uno degli sposi fosse in stato di incapacità naturale al momento del matrimonio in forma concordataria). Ed è per questo che è ammessa la trasmissibilità dell’azione impugnatoria che può essere solo proseguita dagli eredi, ma si tratta di una eccezione (al principio del carattere personale della stessa) che fa escludere la possibilità di una interpretazione estensiva o analogica dell’art. 127 c.c.. Se ne ha conferma nell’orientamento di questa corte che ha escluso la legittimazione degli eredi del coniuge deceduto a proporre la domanda di delibazione della sentenza ecclesiastica dichiarativa della nullità del matrimonio religioso, ai sensi dell’art. 8 dell’Accordo firmato in Roma il 18 febbraio 1984, che ha modificato il Concordato lateranense del 1929, trattandosi di un potere che spetta esclusivamente a coloro i quali, secondo l’ordinamento italiano, sono legittimati a promuovere l’azione di impugnazione del matrimonio prevista dal codice civile (v. Cass. n. 22514/2004, n. 17595/2003).

I ricorrenti lamentano il vuoto normativo che verrebbe a crearsi se si escludesse la legittimazione piena e autonoma degli eredi ad impugnare direttamente il matrimonio del de cuius, in mancanza di un giudizio impugnatorio già introdotto dal coniuge in vita.

Non si tratta tuttavia di un vuoto normativo, ma di una precisa scelta del legislatore che trova giustificazione nel fatto che il coniuge incapace di intendere e di volere è legalmente capace e, quindi, esclusivo titolare del potere di decidere se impugnare il proprio matrimonio (art. 120 c.c.), a differenza del coniuge interdetto il cui matrimonio può essere impugnato “da tutti coloro che abbiano un interesse legittimo” oltre che dal tutore e dal pubblico ministero (art. 119 c.c.). La previsione che esclude l’impugnabilità da parte dello stesso coniuge incapace quando vi sia stata coabitazione per un anno dopo che egli abbia recuperato la pienezza delle facoltà mentali (art. 120, comma 2, c.c.) costituisce ulteriore segnale del carattere personale della scelta impugnatoria, in quanto integrata dalla presunzione legale di rinnovazione del consenso matrimoniale per effetto della coabitazione. Si deve quindi escludere l’importazione in ambito matrimoniale dell’art. 428 c.c. che disciplina il regime di impugnazione degli atti negoziali compiuti da persona incapace di intendere e volere, trovando applicazione le norme speciali in tema di invalidità del matrimonio (le quali, tra l’altro, non danno rilevanza allo stato soggettivo dell’altro coniuge, a differenza di quanto previsto per i contratti il cui annullamento presuppone la malafede dell’altro contraente, a norma dell’art. 428 c.c.).

Il bilanciamento tra il diritto personalissimo del soggetto di autodeterminarsi in ordine al proprio matrimonio, proponendo l’azione di impugnazione, e l’interesse degli eredi a far valere l’incapacità del medesimo allo scopo di ottenere l’annullamento del matrimonio, con indubbi riflessi nei loro confronti sia sul piano personale che su quello patrimoniale, è rimesso alla valutazione del legislatore, che in modo non irragionevole ha ritenuto preminente l’esigenza di tutela della autodeterminazione e, quindi, della dignità di colui che, non interdetto, ha contratto matrimonio. La proposta questione di legittimità costituzionale è quindi manifestamente infondata, stante la ragionevolezza della scelta legislativa che è sottesa agli artt. 120 e 127 c.c., ma sono necessarie alcune precisazioni.

Il riconoscimento all’erede del diritto di proseguire l’azione impugnatoria già iniziata dal coniuge costituisce uno strumento di realizzazione di un interesse del de cuius e, solo indirettamente, dello stesso erede all’eliminazione dell’altro coniuge dal novero dei legittimari. Condivisibili esigenze di tutela del de cuius hanno indotto una dottrina ad invocare l’intervento del legislatore per rivedere la regola dell’art. 127 c.c., al fine di consentire l’impugnativa degli eredi nei casi in cui il coniuge poi deceduto sia ancora in termini per promuovere l’impugnazione di un matrimonio che, altrimenti, resterebbe inattaccabile. In effetti, l’interesse del de cuius potrebbe rimanere pregiudicato qualora l’ordinamento non apprestasse alcun rimedio in presenza di uno stato di incapacità (non legale) persistente e qualora sopraggiunga la morte prima che il coniuge abbia recuperato la pienezza delle facoltà necessarie a comprendere il significato giuridico e sociale dell’impegno matrimoniale assunto e, quindi, ad autodeterminarsi consapevolmente.

Si pensi ai casi in cui la sentenza d’interdizione non arrivi in tempo o il giudizio di interdizione non sia nemmeno introdotto, anche tenuto conto dell’evoluzione giuridica e sociale che ha limitato il ricorso all’interdizione (anche in situazioni che potrebbero giustificarla in astratto) a favore di uno strumento di assistenza meno afflittivo come l’amministrazione di sostegno, che sacrifica nella minor misura possibile la capacità di agire della persona bisognosa, nonché maggiormente idoneo a soddisfare le esigenze di chi si trovi nella impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi, in ragione dell’età avanzata o in condizioni di infermità o precarietà.

Se in tali situazioni il matrimonio fosse inattaccabile, davvero potrebbe risultare vulnerato il diritto della persona di effettuare la scelta di contrarre matrimonio in modo libero e consapevole, la cui importanza è riconosciuta dalla Convenzione di New York del 13 dicembre 2006, ratificata dall’Italia con legge 3 marzo 2009 n. 18 (sulla tutela delle persone con disabilità cui dev’essere assicurata “la libertà di compiere le proprie scelte”, nel rispetto delle proprie volontà e preferenze “scevre da ogni conflitto di interesse e da ogni influenza indebita”), e potrebbero rimanere inattuati i principi di dignità della persona (art. 2 Cost.) e di pienezza della tutela giurisdizionale (art. 24 Cost.) che dev’essere assicurata a tutti i cittadini (art. 3 Cost.).

Un simile vulnus può essere, tuttavia, scongiurato o limitato, alla luce di una interpretazione sistematica ed evolutiva che ammetta la possibilità per l’amministratore di sostegno, qualora nominato (ed esclusi i casi di conflitto di interessi), di coadiuvare o affiancare la persona bisognosa nella espressione della propria volontà, preservandola da eventuali pressioni o ricatti esterni, anche relativamente al compimento di atti personalissimi, come ritenuto da una giurisprudenza di merito avanzata che lo ha autorizzato, previo intervento del giudice tutelare, a proporre ricorso per separazione personale o per cessazione degli effetti civili del matrimonio del beneficiario.

Numerosi sono, in effetti, gli indici normativi che possono essere valorizzati nel senso di un ridimensionamento della portata assoluta del divieto di intervento nel compimento di atti personalissimi da parte di terzi: si pensi all’art. 411, ult. comma, c.c. che consente al giudice tutelare, nel provvedimento di nomina dell’amministratore o in uno successivo, di stabilire che “determinati effetti, limitazioni o decadenze” previsti per l’interdetto o l’inabilitato si estendano al beneficiario dell’amministrazione di sostegno; all’art. 4, comma 5, della legge n. 898/1970 che, nell’interpretazione data da questa corte (Cass. n. 9582/2000), consente la nomina di un curatore speciale per proporre la domanda di divorzio; all’art. 13 della legge n. 194/1978 che ammette la richiesta di interruzione della gravidanza manifestata dal tutore della donna interdetta; all’art. 6 della Convenzione di Oviedo (sui diritti dell’uomo e sulla biomedicina) del 4 aprile 1997 che ammette il consenso del rappresentante ai trattamenti sanitari in caso di incapacità del paziente, ecc. Inoltre, questa corte ha avuto occasione di precisare che “il carattere personalissimo del diritto alla salute dell’incapace comporta che il riferimento all’istituto della rappresentanza legale non trasferisce sul tutore, il quale è investito di una funzione di diritto privato, un potere incondizionato di disporre della salute della persona in stato di totale e permanente incoscienza […] la rappresentanza del tutore è sottoposta a un duplice ordine di vincoli: egli deve, innanzitutto, agire nell’esclusivo interesse dell’incapace; e, nella ricerca del best interest, deve decidere non al posto dell’incapace né per l’incapace, ma con l’incapace” (v. Cass. n. 21748/2007).

In conclusione, il prospettato dubbio di legittimità costituzionale degli artt. 120 e 127 c.c. può essere superato aderendo ad una interpretazione evolutiva e di sistema che offra alla persona coniugata o in procinto di contrarre matrimonio gli strumenti per esercitare, direttamente o indirettamente, il diritto fondamentale di autodeterminarsi nella scelta consapevole di impugnare il matrimonio e, in via preventiva, di contrario in condizioni di piena libertà e senza condizionamenti (dovendosi rilevare che, nella specie, l’impugnato matrimonio è stato contratto da persona legalmente capace e non sottoposta ad amministrazione di sostegno).
Il ricorso è quindi rigettato. Sussistono giusti motivi per compensare le spese del giudizio, in considerazione della novità delle questioni trattate.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; compensa le spese del giudizio.

In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere le generalità e gli altri dati identificativi.

 

FOTOAGENFDALEGALE E CARTETAGmatrimonio dell’incapace naturale, circonvenzione di incapace e matrimonio, matrimonio incapace naturale, trascrizione matrimonio incapace naturale

testamento, testamento incapace di intendere e volere, testamento dell’incapace, circonvenzione di incapace e testamento, testamento incapace di intendere e volere,testamento olografo incapace
CIRCONVENZIONE DI INCAPACE-REATO-ELEMENTI –AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA
L’art. 643 c.p. prevede espressamente le caratteristiche dei soggetti passivi di questa particolare forma di frode patrimoniale.
Essi debbono rientrare in tre categorie ben determinate: i minori d’età, gli infermi di mente o i deficienti psichici.
Le loro condizioni assumono così il connotato di veri e propri presupposti della condotta (Ronco, M., op. cit., 1; Dawan, D., op. cit., 13), con la conseguenza che questi peculiari caratteri del soggetto passivo, per poter fondare un giudizio di colpevolezza, dovranno essere conosciuti con certezza dall’autore del reato (Cass. pen., sez. II, 24.4.1998, n. 2532, De Franciscis, CED Cass., n. 211101, in Cass. Pen., 1999, 2140 ; conf. Cass. pen., sez. II, 4.10.2006, n. 40383).
Secondo la giurisprudenza della Suprema Corte [v. da ultimo Cass. 16.4.2012 n. 29003 in Ced. Cass. Rv. 253311], ai fini della configurabilità del reato di circonvenzione di persone incapaci sono necessarie le seguenti condizioni:
  1. a) l’instaurazione di un rapporto squilibrato fra vittima ed agente, in cui quest’ultimo abbia la possibilità di manipolare la volontà della vittima che, in ragione di specifiche situazioni concrete, sia incapace di opporre alcuna resistenza per l’assenza o la diminuzione della capacità critica;
  1. b) l’induzione a compiere un atto che importi per il soggetto passivo o per altri qualsiasi effetto giuridico dannoso;
  1. c) l’abuso dello stato di vulnerabilità che si verifica quando l’agente, consapevole di detto stato, ne sfrutti la debolezza per raggiungere il suo fine e cioè quello di procurare a sé o ad altri un profitto;
  1. d) l’oggettiva riconoscibilità della minorata capacità, in modo che chiunque possa abusarne per raggiungere i suoi fini illeciti.
Con riferimento al requisito di cui al punto b) va rilevato che l’attività di induzione può essere desunta in via presuntiva [Cass. sez. II 15.10.2004 n. 48302 in Ced. Cass. Rv. 231275] quando la persona offesa sia affetta da una malattia che la privi gravemente della capacità di discernimento, di volizione e di autodeterminazione, ed il soggetto attivo non abbia nei suoi confronti alcuna particolare ragione di credito, potendo l’induzione consistere anche in un qualsiasi comportamento o attività – come una semplice richiesta – cui la vittima, per le sue minorate condizioni, non sia capace di opporsi, e che la porti quindi a compiere atti privi di alcuna causale, che essa in condizioni normali non avrebbe compiuto, e che siano a lei pregiudizievoli e favorevoli all’agente [Cass. sez. II 7.4.2009 n. 18563 in Ced Cass. Rv 244546 e negli stessi termini Cass. sez. II 15.1.2010 n. 4816 in Ced Cass. Rv 246279] dovendosi prendere in considerazione ogni accadimento connesso con il suo compimento [Cass. sez. II 9.1.2009 n. 6087 in Ced Cass. Rv. 243449].
Con riguardo al punto c) questa Corte ha ancora affermato che la condotta di induzione, che costituisce elemento essenziale [Cass. sez. VI 4.7.2008 n. 35528 in Ced Cass. Rv 241513] della fattispecie criminosa, può concretizzarsi anche attraverso comportamenti che implicano il ricorso a forme di violenza morale o comunque di sollecitazione, suggestione inducenti al compimento di atti dannosi, non essendo necessario che la proposta al compimento dell’atto provenga dal colpevole essendo sufficiente che quest’ultimo abbia anche solo rafforzato la volontà del compimento dell’atto pregiudizievole [Cass. sez. II 8.10.2004 n. 44869 in Ced Cass. Rv 230825].
In tema di nozione di deficienza psichica si deve intendere qualsiasi minorazione della sfera voltavi ed intellettiva che renda facile la suggestionabilità della vittima [Cass. sez. II 23.1.2009 n. 17415 in Ced Cass. Rv 244343].
 
 
In tema di circonvenzione di persone incapaci – una volta che la pubblica accusa, abbia provato l’abuso, da parte dell’agente, dello stato di infermità o deficienza psichica e l’induzione al compimento di atti dannosi – diventa del tutto irrilevante il comportamento tenuto dal circuìto quando era compus sui, proprio perché, stante la sua condizione patologica, diventa impossibile stabilire se – ove fosse stato compus sui – avrebbe tenuto o continuato a tenere, quel determinato comportamento: di conseguenza, quegli stessi atti che prima dello stato di incapacità erano norm ali ed incensurabili (nella specie: atti di donazione di notevole valore), diventano anomali e punibili penalmente, se compiuti in uno stato d’incapacità».
 
SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
 Sezione II Penale
Sentenza 18 dicembre 2015 – 19 gennaio 2016, n. 1923
(Presidente Prestipino – Relatore Rago)
Ritenuto in fatto
  1. Con sentenza del 06/06/2014, la Corte di Appello di Torino confermava la sentenza con la quale, in data 03/10/2011, il giudice monocratico dei Tribunale di Cuneo aveva ritenuto P.D. colpevole dei reato di cui all’art. 643 cod. pen. a danno di M.G.B..
  1. Contro la suddetta sentenza, l’imputata, a mezzo del proprio difensore, ha proposto ricorso per cassazione deducendo la violazione dell’art. 643 cod. pen. sotto il profilo di seguito indicato.
La difesa, innanzitutto, sostiene che entrambi i giudici di merito non avrebbero inquadrato la vicenda nella sua giusta e concreta dimensione: il M. e la P. erano stati amanti per più di quarant’anni, nel corso dei quali, il facoltoso M., con la consapevole accondiscendenza delle stesse figlie che stimavano la P., aveva regalato alla sua amante notevoli somme di denari e costosi oggetti, consentendole, quindi, di mantenere un alto tenore di vita.
Le modalità di questa relazione erano, poi, proseguite anche quando il M. era invecchiato, sicchè non vi era motivo di ritenere che fosse stato circuito: i giudici di merito, non avevano tenuto in alcun conto la circostanza fondamentale «rappresentata dalla mancata accettazione da parte della P. di sposare il M., così rifiutando la soluzione più semplice e adottata dagli “amanti” dopo la morte del coniuge amato».
In altri termini, sostiene la difesa, non vi sarebbe alcuna prova dell’induzione perché il M. continuò «ostinatamente a fare ciò che aveva sempre fatto».
  1. Il ricorso è manifestamente infondato.
  1. I punti di fatto – dei tutto pacifici perché non messi in discussione neppure dalla difesa nel presente ricorso – dai quali occorre partire per la disamina del presente ricorso sono i seguenti:
  1. a) il M. e la P. furono amanti per circa quarant’anni; la suddetta relazione non era osteggiata dalle figlie dei M. che, anzi ammiravano la P.; il facoltoso M. non lesinava alla P. né denaro né regali che le consentivano di tenere un alto tenore di vita;
  1. b) dal 2004, incominciò per il M., un lento, costante ed inarrestabile decadimento fisico e psichico a causa di una sofferenza cerebrale: a partire dal 2005, il M. cominciò a prelevare un’anomala quantità di denaro tanto che il funzionario di banca, allarmato, ritenne di avvisare la famiglia che, in effetti, potette accertare «una vera e propria emorragia di denaro dal conto corrente» quantificata nella somma di circa € 250.000,00, somma di cui risultò beneficiaria la P. (pag. 11 sentenza impugnata);
  1. c) «a partire dall’inizio dei 2007, si era verificata una compromissione globale, intesa come completa incapacità di intendere e di volere, ravvisabile a terzi, per quanto frequentatori abituali, per le modalità di stile di vita dello stesso che, in precedenza, avevano coperto i deficit cognitivi»: pag. 4 sentenza impugnata;
  1. d) sottoposto all’amministrazione di sostegno, il M. – che era diventato totalmente succube della P. (pag. 12 sentenza) – in modo ossessivo, cercava di racimolare e mettere da parte più soldi possibili che metteva in una busta destinata alla P. che la ritirava quando lo andava a trovare (pag. 12-13).
  2. Alla stregua dei suddetti fatti, la decisione della Corte Territoriale non si presta ad alcuna censura.
La difesa della ricorrente fa leva sostanzialmente su un unico argomento: il M., anche dopo la malattia, continuò a fare ciò che aveva fatto per tutta la vita e cioè continuò ad elargire denaro alla P., sicchè, non essendo ravvisabile alcuna induzione, di nulla sarebbe responsabile l’imputata.
In realtà, proprio in punto di fatto, come ha rilevato la Corte Territoriale «così non è, tenuto conto del fatto che, per un verso il M., a differenza di quanto accadeva negli anni passati, non era più libero di determinarsi nelle sue donazioni verso la P., a causa della sua deficienza psichica e, per altro verso, veniva indotto dall’imputata a proseguire in tali donazioni di denaro con una costante attività di suggestione, di pressione morale, volta a determinare la sua minorata volontà. Ma v’è di più, solo che si consideri che in un quinquennio (1998/2002) il M. ha versato alla P. l’anzidetta somma di € 260.000, con una media di circa € 50.000 per ciascuno degli anni sopra indicati; viceversa, come si è visto nell’anno 2005 – quando il M. già versava in una situazione di deficienza psichica per diffusa destrutturazione sul piano citoarchitettonico della cosiddetta “materia grigia”, con compromissione della deambulazione sul piano ortopedico (deficit motori primari su base traumatica) e visivo (ipovedente grave) – la P. ha ricevuto dallo stesso una somma che, certamente, non è di molto inferiore ai complessivi prelievi effettuati tra il primo e secondo semestre di tale anno, pari a circa € 185.000,00» (pag. 14-15 sentenza).
Il suddetto accertamento di fatto, consente, quindi, di disattendere la tesi difensiva della mancanza di prova in ordine all’elemento dell’induzione, dovendo, sul punto, ribadirsi il consolidato principio di diritto secondo il quale l’induzione può essere desunta in via presuntiva potendo consistere anche in un qualsiasi comportamento o attività da parte dell’agente (come ad es. una semplice richiesta) alla quale la vittima, per le sue minorate condizioni, non sia capace di opporsi e la porti, quindi, a compiere, su indicazione dell’agente, atti che, privi di alcuna causale, in condizioni normali non avrebbe compiuto e che siano a sé pregiudizievoli e a lui favorevoli, atteso che l’attività di induzione dev’essere diversamente valutata e graduata a seconda dello stato psichico in cui versi la vittima (Cass. II, 18583/2009 Rv. 244546; Cass. 4816/2010 Rv. 246279.
E’ irrilevante che il M., quando era compus sui, elargiva alla P. regali che le consentivano di tenere un alto tenore di vita.
Infatti, una volta che un soggetto sia dichiarato affetto da uno stato di deficienza psichica, la legge fa scattare intorno a lui una sorta di “cordone sanitario” proprio al fine di impedire che altri (chiunque esso sia) se ne possa approfittare.
Diventa, quindi, dei tutto irrilevante ragionare sulla base dei comportamento tenuto dal circuìto quando era compus sui, proprio perché, stante la sua condizione patologica, diventa impossibile stabilire se – ove fosse stato compus sui – avrebbe tenuto o continuato a tenere, quel determinato comportamento: di conseguenza, quegli stessi atti che prima dello stato di incapacità erano normali ed incensurabili (nella specie: atti di donazione di notevole valore), diventano anomali e punibili penalmente, se compiuti in uno stato d’incapacità.
Ovviamente, il suddetto meccanismo legislativo non è assoluto in quanto la legge ha richiesto la prova dell’abuso, da parte dell’agente, dello stato di infermità o deficienza psichica e dell’induzione al compimento di atti dannosi.
Prova che, nel caso di specie, l’accusa ha ampiamente fornito e a fronte della quale la ricorrente si è limitata ad allegare un irrilevante comportamento pregresso del circuito peraltro smentito, in punto di fatto (pag. 14-15 supra cit.), da entrambi i giudici di merito.
Deve, sul punto, quindi, essere enunciato il seguente principio di diritto: «In tema di circonvenzione di persone incapaci – una volta che la pubblica accusa, abbia provato l’abuso, da parte dell’agente, dello stato di infermità o deficienza psichica e l’induzione al compimento di atti dannosi – diventa del tutto irrilevante il comportamento tenuto dal circuìto quando era compus sui, proprio perché, stante la sua condizione patologica, diventa impossibile stabilire se – ove fosse stato compus sui – avrebbe tenuto o continuato a tenere, quel determinato comportamento: di conseguenza, quegli stessi atti che prima dello stato di incapacità erano norm ali ed incensurabili (nella specie: atti di donazione di notevole valore), diventano anomali e punibili penalmente, se compiuti in uno stato d’incapacità».
  1. Alla declaratoria d’inammissibilità consegue, per il disposto dell’art. 616 c.p.p., la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché al versamento in favore della Cassa delle Ammende di una somma che, ritenuti e valutati i profili di colpa emergenti dal ricorso, si determina equitativamente in € 1.000,00.
P.Q.M.
DICHIARA

inammissibile il ricorso e

CONDANNA

la ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di € 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.
ANZIANI CHE LASCIANO EREDITA’ A BADANTI,COS APOSSONO FARE I PARENTI? VEDIAMO
Molti nipoti, eredi si vedono portare via l’eredità dello zio, del fratello ecc ecc da una badante a volte anche redità importanti.Ma è circonvenzione di incapace?
Correttamente, dunque, dai giudici di merito, per la sussistenza del reato in esame è stato ritenuto riconducibile ad una attività di induzione ogni attività di suggestione, comprensiva di ogni mezzo idoneo a determinare o quantomeno a rafforzare, nel soggetto passivo il compimento di un atto giuridico, così che venga a stabilirsi un nesso di causalità fra l’abuso dello stato di deficienza psichica della vittima e l’evento, concretatosi nel compimento dell’atto, anche a prescindere dalla circostanza che la proposta dell’atto medesimo provenga dallo stesso colpevole (v. anche, Cass., sez. VI, 29 ottobre 1996, n. 266.
Esattamente dunque, nel caso di specie, la Corte di merito ha ritenuto che fosse possibile disporre la eliminazione delle conseguenze dannose del reato, anche in assenza di una richiesta in tal senso conseguente alla mancata costituzione di parte civile, disponendo la restituzione delle somme come quantificate, in quanto deve ritenersi rientrare tra le disposizioni atte ad eliminare le conseguenze dannose del reato di circonvenzione di incapace la restituzione delle somme di denaro connesse all’azione delittuosa dell’imputato che illegittimamente ha ricevuto tali somme, a nulla rilevando, evidentemente, la diversità materiale del denaro consegnato, essendo lo stesso bene fungibile per definizione.
 
 FOTOFOTO3
SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
SEZIONE II PENALE
Sentenza 28 settembre – 23 novembre 2010, n. 41376
Motivi della decisione
T. L. ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte d’appello di Trento in data 16 ottobre 2008 con la quale in parziale riforma della sentenza emessa dal G.U.P. presso il Tribunale di Trento l’8 maggio 2008, ha ridotto l’importo da restituire alla parte offesa alla somma di euro 154.000,00, mentre nel resto è stata confermata la sentenza di primo grado.
A sostegno dell’impugnazione la T. ha dedotto i seguenti motivi:
1) Violazione dell’art. 125 in relazione all’art. 606, comma 1 lett. e) per mancanza della motivazione, per contraddittorietà nonché manifesta illogicità della stessa emergente dal provvedimento impugnato; insussistenza della prova certa dell’effettiva percezione del denaro da parte dell’imputata T.; esistenza e riconoscibilità dello stato di fragilità psicologica della asserita vittima della circonvenzione, rilevante sotto il duplice profilo dell’esistenza dell’elemento materiale e dell’elemento psicologico.
Sarebbe stata erroneamente ritenuta sussistente la prova dell’avvenuta percezione del denaro da parte della T., derivante dalle operazioni di vendita immobiliare effettuate dal sig. D.. In particolare le incongruenze rilevate nella motivazione tra il denaro prelevato dalla parte offesa e quello consegnato alla ricorrente getterebbero una luce d’incertezza su tutta la ricostruzione dell’ipotesi delittuosa.
Contesta, inoltre, le valutazioni operate dai giudici di merito sull’attendibilità e correttezza degli elementi in base ai quali ritenere sussistente uno stato di salute influente sulla capacità di autodeterminazione della persona offesa; in particolare la sentenza non avrebbe confutato in modo esauriente i dati probatori che in realtà dimostrerebbero la sussistenza della capacità di autodeterminazione della p.o., evidente proprio nella stipula dei contratti di compravendita immobiliare.
2) Violazione dell’art. 165 c.p. e 538 c.p.p. in relazione all’art. 606, comma 1, lett. e) c.p.p. per contraddittorietà della motivazione; illegittima subordinazione della connessione del beneficio della sospensione condizionale della pena al versamento di una somma di denaro.
La ricorrente contesta il potere di rideterminazione della somma da restituire alla parte offesa, fissata dai giudici d’appello in euro 154.000; ed in particolare contesta la circostanza relativa all’esistenza di doglianze sull’entità della somma da restituire. In realtà la parte offesa avrebbe avanzato una richiesta di risarcimento del danno, che indirettamente avrebbe coinvolto anche la questione delle somme effettivamente percepite dalla T.. Sotto questo profilo la sentenza d’appello sconterebbe il vizio di ultrapetizione in quanto non sarebbe mai stata richiesta la rideterminazione della somma, che in ogni caso erroneamente sarebbe stata qualificata come restituzione dei soldi illegittimamente incamerati dalla ricorrente a seguito della vendita degli immobili della parte offesa, anziché come risarcimento, che in realtà presuppone la costituzione di parte civile in questo caso non avvenuta.
Ciò premesso, a parere della Corte, deve ritenersi l’infondatezza del ricorso.
Le censure, relative alla sussistenza del reato e, in particolare, alla erronea configurabilità di una incapacità del D., impongono in realtà una diversa valutazione, rispetto a quella operata dai giudici di merito, di elementi oggettivi, inammissibile in questa sede. In particolare deve essere sottolineato come l’iter logico giuridico della Corte d’appello appaia esente da censure.
Nel motivare in ordine ai dati relativi alla sussistenza della fattispecie criminosa contestata all’imputata, la Corte ha correttamente evidenziato la sussistenza dell’incapacità della parte offesa di determinarsi autonomamente, a partire dalle notevoli difficoltà avute dal perito proprio per svolgere il suo compito, chiaramente confermate poi nel riscontro del “deterioramento mentale, con difetti mnestici, alta reattività, confabulazioni, … e ridotta capacità cognitiva con ricaduta negativa sul ragionamento e sulla capacità critica”, insieme al “disadattamento relazionale e sociale”, e con la conseguente, accertata, incapacità “di spiegare i fini delle somme elargite”, in favore dell’imputata che comunque doveva essere in ogni caso accontentata. Dati oggettivi, quali ad esempio le 30/40 telefonate al giorno ai carabinieri effettuate dalla parte lesa, per comunicare i malesseri, le incomprensioni, le liti con i vicini, sono elementi che rendono coerente ed esente da censure logico – giuridiche il percorso argomentativo dei giudici di merito, essendo stato correttamente ritenuto che “il concetto di deficienza psichica deve essere inteso in senso ampio, in modo da comprendere qualsiasi minorazione della sfera intellettiva, volitiva o affettiva del soggetto passivo, che diminuisca i poteri di difesa contro l’opera di suggestione e contro le insidie altrui”. Correttamente, dunque, dai giudici di merito, per la sussistenza del reato in esame è stato ritenuto riconducibile ad una attività di induzione ogni attività di suggestione, comprensiva di ogni mezzo idoneo a determinare o quantomeno a rafforzare, nel soggetto passivo il compimento di un atto giuridico, così che venga a stabilirsi un nesso di causalità fra l’abuso dello stato di deficienza psichica della vittima e l’evento, concretatosi nel compimento dell’atto, anche a prescindere dalla circostanza che la proposta dell’atto medesimo provenga dallo stesso colpevole (v. anche, Cass., sez. VI, 29 ottobre 1996, n. 266). E nel caso in esame, in base agli elementi probatori acquisiti, appare corretto il giudizio sull’esistenza di uno stato di deficienza psichica, caratterizzato da una diminuzione, chiaramente riscontrabile, del potere di critica e di indebolimento di quello volitivo tale rendere possibile l’altrui opera di suggestione (v. Cass., 11 aprile 1984, Pilo; v. anche Cass., sez. II, 4 maggio 1990, n. 2231), con la conseguente esecuzione di un fatto giuridico volontario con la potenziale capacità, nel caso in esame rivelatasi poi effettiva e concreta, di produrre effetti giuridici, assolutamente favorevoli per il colpevole, a seguito della realizzazione dell’oggetto dell’obbligazione. E i giudici di merito hanno poi correttamente evidenziato gli elementi da cui trarre la prova della sussistenza della piena consapevolezza da parte della ricorrente di operare per procurarsi un ingiusto profitto sfruttando proprio la conoscenza della stato di deficienza psichica del soggetto passivo (v. p. 6 e 7 della sentenza d’appello), attraverso le continue “donazioni” a suo favore, quantificate dal giudice dell’appello, nel dispositivo, dopo un articolato percorso di calcolo, in un importo minimo di 154.000 euro, in base anche a inconfutabili prove documentali. Appare soltanto il caso di aggiungere come la rideterminazione dell’importo delle somme del denaro transitato nella disponibilità della ricorrente è nel caso in esame strettamente collegato alla configurazione del reato, ed è stato comunque fissato nella somma minima quantificabile rispetto a quello cui era stata subordinata la concessione del beneficio della sospensione della pena da parte del giudice di primo grado. Anche sotto questo profilo le censure proposte appaiono infondate.
Allo stesso modo infondata appare la censura relativa all’esercizio del potere discrezionale del giudice di subordinare appunto la sospensione condizionale della pena alla preventiva costituzione di parte civile, nel caso specifico assente.
A seguito della modifica legislativa introdotta con la l. n. 689 del 1981 la subordinazione del beneficio della sospensione della pena, all’esatto adempimento degli obblighi contenuti nella sentenza, è divenuto un istituto di carattere generale; e in giurisprudenza questa Corte condivide l’orientamento secondo il quale, mentre per l’imposizione degli obblighi di risarcimento è necessaria la preventiva costituzione di parte civile, l’imposizione dell’obbligo delle restituzioni e dell’eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose del reato invece prescinde da tale evenienza (Cass., sez. III, 4 aprile 1986, n. 5590, C.E.D. Cass. n. 172180). Tale posizione ha trovato conferma anche nella giurisprudenza di merito (Trib. Rovereto, 16 gennaio 2001, giudice Dies, imp. Prosser, in Giur. it. 2002, 1473) secondo la quale l’applicabilità dell’art. 165 c.p. presuppone la costituzione di parte civile nel solo caso in cui il giudice intenda subordinare la sospensione condizionale della pena al pagamento della somma liquidata a titolo di risarcimento del danno o provvisoriamente assegnata sull’ammontare di esso e non, invece, nel caso in cui tale subordinazione inerisca all’adempimento dell’obbligo delle restituzioni o alla eliminazione delle conseguenze dannose del reato, in quanto le restituzioni non sono più finalizzate alla tutela degli interessi civili del danneggiato, bensì al reinserimento sociale del reo, motivandolo a comportamenti sintomatici di una maggiore socialità. Infatti la sospensione condizionale della pena subordinata ad obblighi del condannato si ispira ai principi di legalità e tassatività e per questo la subordinazione può essere disposta, come è avvenuto nel caso di specie, solo con riferimento a prestazioni certe e determinate in modo da assicurare l’esatta corrispondenza tra obbligo imposto e suo corretto adempimento.
Con riferimento all’ipotesi della subordinazione della concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena all’eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose del reato, la Corte è consapevole come, in ogni caso, non possa essere prescritta al condannato un’attività ripristinatoria della situazione antecedente alla commissione dell’azione delittuosa, che di fatto risulti impossibile o si appalesi eccessivamente pesante per il destinatario. La funzione speciale preventiva della previsione normativa sarebbe fatalmente destinata ad acquisire una natura sanzionatoria impropria, utilizzabile poi in modo quasi automatico ai fini dell’applicazione della revoca del beneficio concesso. Proprio per evitare questi effetti distorsivi e superare la connaturata genericità della disposizione è stata ancorata l’individuazione delle conseguenze dannose del reato nell’ambito degli effetti oggettivi dello stesso, rimodellando però la riparazione non solo e non soltanto sulle modificazioni del mondo esterno derivanti dall’evento, come spesso ha ritenuto la giurisprudenza prevalente, ma anche su di una visibile adesione ai valori dell’ordinamento, cioè al bene giuridico protetto dalla norma, in questo caso l’integrità patrimoniale, secondo le modalità indicate dal giudice per ogni fattispecie concreta.
In questo caso, infatti, i giudici di merito hanno soltanto preso in considerazione, al fine di individuare gli adempimenti imponibili, gli accadimenti lesivi riconnessi casualmente al fatto di reato, che ne caratterizzano il contenuto offensivo, quantificando l’importo minimo che sicuramente è stato consegnato dalla parte offesa all’imputata.
Esattamente dunque, nel caso di specie, la Corte di merito ha ritenuto che fosse possibile disporre la eliminazione delle conseguenze dannose del reato, anche in assenza di una richiesta in tal senso conseguente alla mancata costituzione di parte civile, disponendo la restituzione delle somme come quantificate, in quanto deve ritenersi rientrare tra le disposizioni atte ad eliminare le conseguenze dannose del reato di circonvenzione di incapace la restituzione delle somme di denaro connesse all’azione delittuosa dell’imputato che illegittimamente ha ricevuto tali somme, a nulla rilevando, evidentemente, la diversità materiale del denaro consegnato, essendo lo stesso bene fungibile per definizione. Peraltro agli effetti di quanto previsto dall’art. 165 cod. pen., è stato ritenuto che rientra tra le disposizioni atte ad eliminare le conseguenze dannose del reato di truffa avente ad oggetto titoli di credito, quella di ordinare all’imputato di sollevare la parte offesa dall’obbligo cartolare e tale disposizione può essere impartita dal giudice anche in mancanza di una richiesta in tal senso della parte civile (Cass., Sez. 2, 15 aprile 1999, n. 2684, Zago, C.E.D. Cass. n. 215713).
Alla luce delle suesposte considerazioni il ricorso deve essere rigettato e la ricorrente deve essere condannata al pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.
testamento, testamento incapace di intendere e volere, testamento dell’incapace, circonvenzione di incapace e testamento, testamento incapace di intendere e volere,testamento olografo incapace TAGmatrimonio dell’incapace naturale, circonvenzione di incapace e matrimonio, matrimonio incapace naturale, trascrizione matrimonio incapace naturale
testamento, testamento incapace di intendere e volere, testamento dell’incapace, circonvenzione di incapace e testamento, testamento incapace di intendere e volere,testamento olografo incapace
 
 
 
ARTICOLO 643
Circonvenzione di persone incapaci
Chiunque, per procurare a sé o ad altri un profitto, abusando dei bisogni, delle passioni o della inesperienza di una persona minore, ovvero abusando dello stato d’infermità o deficienza psichica di una persona, anche se non interdetta o inabilitata, la induce a compiere un atto, che importi qualsiasi effetto giuridico per lei o per altri dannoso, è punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da lire quattrocentomila a quattro milioni.
TAG: circonvenzione di incapace anziano, circonvenzione di incapace amministratore di sostegno circonvenzione di incapace art 649circonvenzione di incapace art 643 c p, circonvenzione di incapace avvocato circonvenzione di incapace badante circonvenzione di incapace codice penale circonvenzione di incapace contratto circonvenzione di incapace legge circonvenzione di incapace persona offesa impugnazione testamento per circonvenzione di incapace circonvenzione di incapace codice civile circonvenzione di incapace congiunto circonvenzione di incapace coniuge
NOMINARE EREDE LA BADANTE E’ CIRCONVENZIONE DI INCAPACE? NO, SE CHI FA TESTAMENTO E’ CAPACE DI INTENDERE E VOLERE
Cassazione, sez. II, 12 gennaio 2012, n. 512 (Pres. Casucci – Rel. Chindemi)
Osserva in fatto
Il Tribunale di Treviso, con sentenza in data 8 maggio 2007, dichiarava non doversi procedere nei confronti di C.M. e C.V. perché il fatto non sussiste, in relazione al reato di circonvenzione incapace, loro ascritto in concorso, per aver indotto M.P.L. (classe …), abusando dello stato di infermità e deficienza psichica dello stesso, a formare un testamento olografo a favore degli indagati.
Proponeva appello, trasmesso per competenza a questa Corte, il Procuratore della Repubblica di Treviso deducendo violazione di legge e difetto di motivazione con riferimento alla ritenuta mancanza di deficienza psichica del M. , rilevando come situazione di portata più modesta e non morbosa, asseritamente presenti nella fattispecie in esame, fossero idonee a incidere sulla libertà di autodeterminazione della persona.
Motivi della decisione
Il ricorso è inammissibile.
Il Tribunale, con motivazione coerente e logica, ha valutato le circostanze emerse, prendendo in esame anche gli elementi a sostegno dell’ipotesi accusatoria, ritenendo, all’esito di uno accurato esame delle risultanze probatorie, ancorché dalla certificazione medica risultasse “un deterioramento cognitivo di grado lieve” la mancanza di una diminuzione della capacità del soggetto tali da alterare la sua libertà e spontaneità di autodeterminazione all’epoca in cui fu redatto il testamento a favore della C. e del marito.
I giudici di merito hanno attentamente valutato le dichiarazioni dei testi escussi, ritenendo maggiormente attendibili quelle rese da soggetti che non avevano un interesse diretto nella vicenda.
A solo titolo di esempio il teste G.L. , conoscente della famiglia, ha riferito che il M. , a suo parere, “è sempre stato lucido e consapevole di quello che voleva” e, avendo interpellato un medico di sua conoscenza (Dott.ssa L..B. ) per verificarne le condizioni mentali in epoca successiva al trasferimento della famiglia C. presso l’abitazione del M. , quest’ultimo le aveva riferito di averlo trovato “in buone condizioni e lucido”.
Inoltre, a seguito di una visita medica effettuato nel mese di (omissis) al M. dal proprio figlio G. , quest’ultimo le aveva riferito di avere constatato le buone condizioni mentali dell’anziano e, nonostante le sollecitazioni alla prudenza da parte della teste, il M. le rispose che “aveva aspettato anche troppo”.
B.L. , all’epoca vicesindaco del Comune di (…), ha riferito di aver visitato il M. , così come gli altri anziani del Comune, nelle festività di Natale e nel mese di (omissis) , dichiarando che il predetto si era lamentato dei parenti, riferendo di una conversazione del tutto normale, nel corso della quale il M. espresse liberamente le proprie opinioni e intenzioni.
Anche il teste M.L. , omonima e legale del defunto, ha riferito di una normale lucidità del M. con riferimento alla cura dei propri interessi, rappresentando la sua ira e sfiducia nei confronti dei parenti, manifestandole l’intenzione di accogliere in casa la C. e la sua famiglia e di modificare il precedente testamento, disponendo dei beni in favore della donna.
L’avvocato M. ha anche affermato di aver discusso con l’anziano il contenuto del testamento, redatto dalla stessa, affidato successivamente al notaio, dimostrando così il M. di essere consapevole dell’importanza giuridica dell’atto e del fatto che non venisse conservato in casa alla portata di terzi.
Anche il teste R.E. ha dichiarato che il M. “era una persona autonoma, intraprendente, dotata di spirito d’iniziativa e fisicamente in buone condizioni compatibilmente con l’età che aveva”.
Il Tribunale, oltre ad aver ritenuto che non risulta la prova di una situazione di incapacità del M. ha rilevato mancare anche la condotta materiale del reato in quanto la sola circostanza della convivenza all’interno dell’abitazione del M. , da parte dei prevenuti, non può costituire abuso in assenza di qualsiasi concreta condotta di induzione, neanche ipotizzata nel suo concreto atteggiarsi nel capo d’imputazione.
Tutti i predetti testi hanno riferito di aver appreso direttamente dall’anziano, in assenza degli imputati, le sue intenzioni testamentarie.
Il Tribunale evidenzia, inoltre, come diverse circostanze rappresentate al Comune di (…) da M..M. siano state smentite.
Ad esempio nell’esposto si descrive uno stato di assoluto abbandono del parente da parte della badante, il grande disordine e sporcizia in cui veniva tenuta la casa, la denutrizione dell’anziano per mancanza di adeguate cure, circostanze tutte smentite dalla relazione degli incaricati comunali che, avendo effettuato una visita a sorpresa, hanno riscontrato che il M. era pulito e sbarbato, stava consumando un pasto caldo, rilevando come la casa fosse ordinata e ben tenuta.
Il Tribunale rileva come la decisione assunta di accogliere in casa la badante del marito e di nominarla erede universale non risponde, a seguito degli elementi emersi, a un impulso irragionevole, di cui sarebbe lecito ritenere l’induzione da parte di terzi, bensì a un ragionamento razionale e opportunistico dell’anziano, non più autosufficiente, che accogliendo in casa l’imputata ha corrisposto una parte del compenso sotto forma di vitto e alloggio, risparmiando così liquidità, garantendosi anche la costante presenza della donna, mentre con la redazione del testamento si è garantito l’assistenza della C. fino alla morte, come risulta dalla relativa clausola testamentaria.
Non è illogico il ragionamento del Tribunale in base al quale il M. ha avuto vantaggi dalla redazione del testamento, indipendentemente dall’effetto negativo sulle aspettative successorie dei nipoti peraltro non legittimari.
Non rilevante è stata ritenuta dal giudice di merito la circostanza, riferita dal medico di base, che negli ultimi mesi di vita il M. fosse inappetente, affetto da torpore e sonnolenza, trattandosi di una situazione sostanzialmente fisiologica per una persona di età avanzata (circa 94 anni), affetta da diverse patologie.
Correttamente e logicamente il Tribunale ha quindi ritenuto che il M. , all’epoca in cui ha redatto il testamento, fosse lucido e capace di esprimere le proprie idee e volontà, sia pure per il tramite del proprio legale. La lamentata illogicità della motivazione in realtà non esiste. Si tratta di una ricostruzione dei fatti, operata dalla sentenza, che si fonda su elementi concreti e si basa su una motivazione che appare logica e coerente. Si deve rimarcare che il sindacato di legittimità si limita al riscontro dell’esistenza di una motivazione che rispetti i canoni logici, verificando cioè che sussista una coordinazione logica tra le varie proposizioni della motivazione, senza alcuna possibilità di effettuare una diversa valutazione delle emergenze processuali, essendo limitati i vizi denunciabili, quanto alla motivazione, alla mancanza, alla manifesta illogicità o contraddittorietà risultante dal testo o da altri atti del processo. Ne consegue che le censure che vengono mosse nel ricorso, nei confronti di non condivise ricostruzioni dei fatti operate dal tribunale, non possono trovare spazio in questa sede, trattandosi di valutazioni di merito, fondate sull’apprezzamento di circostanze di fatto, peraltro alternative rispetto a quelle contenute nella gravata sentenza che, come si è detto, non appaiono affette da alcuna illogicità. Si deve rimarcare che il sindacato di legittimità si limita al riscontro dell’esistenza di una motivazione che rispetti i canoni logici, verificando cioè che sussista una coordinazione logica tra le varie proposizioni della motivazione, senza alcuna possibilità di effettuare una diversa valutazione delle emergenze processuali, essendo limitati i vizi denunciabili, quanto alla motivazione, alla mancanza, alla manifesta illogicità o contraddittorietà risultante dal testo o da altri atti del processo. Ne consegue che le censure che vengono mosse nel ricorso, nei confronti di non condivise ricostruzioni dei fatti operate dai giudici di appello, non possono trovare spazio in questa sede, trattandosi di valutazioni di merito, fondate sull’apprezzamento di circostanze di fatto, peraltro alternative rispetto a quelle contenute nella gravata sentenza che, come si è detto, non appaiono affette da alcuna illogicità.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso
 
 
image 
SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
SEZIONE VI PENALE
Sentenza 4 luglio – 17 settembre 2008, n. 35528
(Presidente Lattanzi – Estensore Fidelbo)
Ritenuto in fatto e in diritto
1. – In seguito ad una complessa indagine veniva contestato a P. L. e a F. N. di avere sottoposto F. S. – marito della prima e padre del secondo – a continui maltrattamenti, con grave sofferenza fisica e psichica, minacciandolo, percuotendolo e costringendolo a vivere in condizioni di vita ed igienico sanitarie indecorose e malsane, impedendogli di avere rapporti con la sorella, con il cognato, con gli amici, di ricevere telefonate, inoltre facendolo ricoverare contro la sua volontà e cagionandogli in varie occasioni lesioni personali (capo a: artt. 61 n. 5, 81, 110, 582, 583 cpv. 585, 576 c.p.); inoltre, di averlo privato della libertà personale, facendolo ricoverare, contro la sua volontà, nella casa di cura omissis (capo b: artt. 81, 110, 605 n. 1 c.p.); infine, di avere abusato dello stato di infermità e di prostrazione del F., inducendolo a compiere atti patrimoniali a sé dannosi (capo c: art. 81, 110, 6-13 c.p.).
2. – Con la sentenza in epigrafe il G.u.p. del Tribunale di Roma ha dichiarato non luogo a procedere nei confronti dei due imputati, ritenendo non sussistenti i reati di maltrattamenti e sequestro di persona a loro attribuiti e non punibili gli imputati in relazione al reato di circonvenzione di incapace, perché commesso ai danni di prossimo congiunto.
3. – Contro questa sentenza il procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma ha presentato ricorso per cassazione.
Con un primo motivo deduce mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, in ordine all’elemento materiale e psicologico dei reati contestati ai capi a) e b), anche con riferimento a specifici atti del procedimento.
In particolare, parte ricorrente censura la sentenza che ha ritenuto del tutto inattendibile la denuncia di S. F., evidenziando come le accuse mosse agli imputati trovino precisi riscontri soprattutto nelle dichiarazioni di B. F., C. P. e A. M. M., nonché in quelle rese da M. O., G. A. G. e D. Z. M., tutti concordi nel riferire del difficile rapporto con la moglie e delle condizioni di degrado in cui viveva S. F., circostanza verificata anche nel corso dell’ispezione dei Carabinieri avvenuta nel gennaio 2006.
Viene messo in risalto il comportamento degli imputati che, dopo il ritorno di F. da Napoli e il ricovero al omissis, gli impediscono ogni legame con l’esterno e lo fanno ricoverare presso la casa di cura omissis, in una sistemazione che i Carabinieri hanno definito poco dignitosa e in cui, in poco tempo, le sue condizioni di salute mentale peggiorano notevolmente. Si rileva, inoltre, come la denuncia del F. abbia trovato riscontro nell’ispezione effettuata dai Carabinieri il 29 gennaio 2006, nonché nelle deposizioni dei medici P. e D. G., circostanza che il giudice avrebbe omesso di prendere in esame.
In conclusione, il pubblico ministero ricorrente assume che con la sentenza impugnata il G.u.p. avrebbe recepito senza alcun vaglio critico tutte le dichiarazioni rese dalla P., omettendo di prendere in attenta considerazione i numerosi elementi acquisiti nel corso delle indagini a sostegno della tesi accusatoria, sottovalutando le condotte degli imputati che si sono affrettati a fare firmare al F. le procure per la riscossione del trattamento di fine rapporto e dei ratei di pensione.
Con un altro motivo il ricorrente deduce l’erronea applicazione della causa di non punibilità di cui all’art. 649 comma 1 c.p., nonché vizio di motivazione. Più precisamente lamenta che il giudice non abbia applicato l’ultimo comma dell’art. 649 c.p., che esclude la causa di non punibilità nell’ipotesi in cui i delitti contro il patrimonio contemplati nel titolo XIII del libro secondo del codice, tra cui il reato di circonvenzione di incapace, siano commessi con violenza alla persona, rientrando in questa nozione anche la violenza morale, come quella che sarebbe stata posta in essere dagli imputati nei confronti del loro congiunto.
Il difensore della parte civile ha presentato una memoria sostanzialmente adesiva al ricorso del pubblico ministero.
4. – Il ricorso deve essere accolto limitatamente ai motivi proposti in relazione al capo c) dell’imputazione.
Il G.u.p. ha ritenuto non punibili gli imputati in ordine al reato di circonvenzione di incapaci, facendo applicazione dell’art. 649 comma 1 c.p., che contiene una ipotesi di non punibilità qualora il reato sia commesso in danno di congiunti (nella specie il reato sarebbe stato commesso nei confronti, rispettivamente, del coniuge e dell’ascendente). Il fondamento di tale disposizione codicistica è costituito dalle ragioni di carattere morale e sociale che connotano i rapporti fra certe categorie di familiari riguardo ai beni materiali ed in vista dei quali si esclude la punibilità di alcuni reati. Tuttavia, come ha correttamente rilevato parte ricorrente, la sentenza impugnata non ha preso in considerazione l’ultimo comma dell’art. 649 c.p., che esclude l’applicazione di tale causa di non punibilità quando il delitto contro il patrimonio sia commesso con violenza alle persone, disposizione di chiusura che vuole evitare l’operatività dei primi due commi in presenza di condotte violente, rispetto alle quali l’ordinamento non rinuncia alla punizione del soggetto agente.
Deve precisarsi che la condotta tipica del reato di cui all’art. 643 c.p. consiste nell’abusare dello stato di minorazione del soggetto passivo e nell’indurre quest’ultimo a compiere un atto che comporti un effetto dannoso, per lui o per altri. La giurisprudenza ha precisato che con il termine “abuso” si intende una condotta di approfittamento ovvero di strumentalizzazione dello stato di debolezza della vittima. Tuttavia, la norma non specifica le modalità di una tale condotta, per cui si ritiene che qualsiasi pressione morale – anche se blanda – possa essere sufficiente ad integrare l’abuso, qualora si riveli idonea allo scopo perseguito, tenuto conto delle condizioni della vittima. D’altra parte, la condotta di induzione deve concretarsi in un’apprezzabile attività di suggestione ovvero, ancora, di pressione morale, finalizzata a determinare la volontà minorata del soggetto passivo e la stessa giurisprudenza precisa che l’induzione può consistere nell’uso di qualsiasi mezzo idoneo a determinare o a rafforzare nel soggetto passivo il consenso al compimento dell’atto dannoso (Sez. II, 23 novembre 1987, Rossi; Sez. II, 7 ottobre 1999, Noventa). Pertanto, non può escludersi che la circonvenzione possa realizzarsi anche attraverso condotte che implichino l’uso di una violenza morale, cioè di una condotta che si estrinsechi in un atteggiamento di intimidazione del soggetto passivo, in grado di eliminare o ridurre la sua capacità di determinarsi, condizionando la sua già ridotta capacità di agire secondo la propria volontà indipendente.
Resta ferma la distinzione tra i delitti di cui all’art. 643 e 629 c.p. – tra i quali si esclude ogni ipotesi di concorso – che si differenziano per il mezzo adoperato dall’agente, che nella circonvenzione di incapaci è costituito dall’opera di suggestione o di induzione e nell’estorsione, invece, dall’uso della violenza o minaccia. Tuttavia, come si è visto, non può escludersi che l’attività di induzione possa essere realizzata anche attraverso condotte che implicano il ricorso a forme di violenza morale (Sez. II, 16 marzo 2005, n. 13488, De Vito).
Quanto precede consente di ritenere non del tutto corretta l’affermazione contenuta nella sentenza impugnata, che ha, seppure implicitamente, escluso la configurabilità della fattispecie di cui all’art. 649 ult. comma c.p. sostenendo che il reato di circonvenzione di incapaci non implica l’uso della violenza alla persona. Invero, nel reato in questione è estraneo il requisito della violenza fisica, ma non quello della violenza morale.
D’altra parte, ritiene il Collegio, aderendo ad una nota opinione dottrinale, che il richiamo alla “violenza” contenuto nell’art. 649 ult. comma c.p. debba intendersi riferito non solo alla violenza fisica, ma anche a quella morale, in quanto costituisce pur sempre una forma di coazione psichica, che può essere parificata alla violenza.
Ne consegue che, sulla base di quanto precede, la sentenza deve essere annullata, limitatamente al capo c), e rinviata al Tribunale di Roma che dovrà verificare l’applicabilità della causa di non punibilità di cui all’art. 649 ult. comma c.p., uniformandosi ai principi sopra indicati.
5. – Per il resto il ricorso deve essere rigettato.
Il pubblico ministero, con i motivi residui, ha dedotto, sotto diversi profili, il vizio di motivazione della sentenza, senza considerare che il sindacato di legittimità si limita al riscontro dell’esistenza di una motivazione che rispetti i canoni logici, verificando cioè che sussista una coordinazione logica tra le varie proposizioni della motivazione, senza alcuna possibilità di effettuare una diversa valutazione delle emergenze procedimentali, essendo limitati i vizi denunciabili, quanto alla motivazione, alla mancanza, alla contraddittorietà ovvero alla manifesta illogicità risultante dal testo o da altri atti del processo. Ne consegue che le censure che vengono mosse nel ricorso, nei confronti di non condivise ricostruzioni dei fatti operate dal G.u.p., non possono trovare spazio in questa sede, trattandosi di valutazioni di merito, fondate sull’apprezzamento di circostanze di fatto, peraltro alternative rispetto a quelle contenute nella gravata sentenza che non appaiono affette da alcuna illogicità.
Il G.u.p. ha ritenuto che gli elementi raccolti non fossero muniti della necessaria consistenza che potesse giustificare il rinvio a giudizio, in considerazione del fatto che a carico degli imputati vi erano le accuse di S. F., che però al momento della denuncia si trovava in condizioni mentali tali da escludere la sua capacità di intendere e di volere, a causa di una infermità di mente consistente in “delirio paranoideo in fase acuta in soggetto affetto da demenza multinfartuale”, come è stato accertato dalla consulenza tecnica neuropsichiatrica disposta dallo stesso pubblico ministero e confermato da altri medici e conoscenti della persona offesa, tanto che su istanza della Procura, successivamente ai fatti, gli è stato designato un amministratore di sostegno.
Per quanto concerne l’accusa di sequestro di persona, la sentenza del G.u.p. ha escluso la sussistenza del reato, in quanto il ricovero presso l’Ospedale omissis è avvenuto a seguito della richiesta di un trattamento sanitario obbligatorio (T.S.O.) determinato dalla grave situazione che si era creata in famiglia a causa della ingestibilità di S. F.. Lo stesso vale per il ricovero presso la casa di cura omissis, determinato dalle condizioni patologiche in cui si trovava la persona offesa.
Il giudice ha anche escluso la ipotizzabilità in concreto dei reati di maltrattamenti e di lesione personali, in quanto le stesse dichiarazioni rese da E. L., cioè dalla collaboratrice del F., riferiscono circostanze apprese da quest’ultimo, fonte ritenuta inattendibile. Inoltre, ha affermato che le condizioni di precarietà igienica in cui viveva il F. non fossero attribuibili a vessazioni o a incuria della moglie, L. P., ma ad una libera scelta determinata dallo stato di confusione mentale in cui si trovava lo stesso F..
L’esclusione della sussistenza dei reati di lesioni personali, relativi ai due episodi contestati, è stata giustificata in base ad una incertezza probatoria che non avrebbe consentito il rinvio a giudizio.
P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata relativamente al capo c) (art. 643 c.p.) e rinvia per nuova deliberazione al Tribunale di Roma.
Rigetta nel resto il ricorso.
FOTOFOTO48SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
SEZIONE II PENALE
Sentenza 12 giugno – 3 luglio 2014, n. 28907
(Presidente Prestipino – Relatore Rago)
Fatto
1. Con sentenza del 04/10/2012, la Corte di Appello di Roma confermava la sentenza con la quale, in data 22/10/2010, il giudice monocratico del tribunale della medesima città aveva ritenuto S.K. colpevole del reato di cui all’art. 643 cod. pen. “poiché, per procurare a sé un profitto, abusava dello stato di infermità psichica di So.Ma., sebbene non interdetta o inabilitata, inducendola a compiere un testamento olografo, in data 11/07/2004, a ridosso del suo decesso avvenuto il 28/07/2004, che faceva pubblicare con atto notaio Michele Conso in data 17/09/2004”.

2. Avverso la suddetta sentenza, l’imputata, a mezzo del proprio difensore, ha proposto ricorso per cassazione deducendo i seguenti motivi:

2.1. omessa motivazione in ordine all’induzione: la ricorrente sostiene che la Corte avrebbe omesso qualsiasi motivazione in ordine all’elemento costitutivo del reato addebitatole ossia all’induzione.

Invero, dal dibattimento non solo non era emerso alcun dato dal quale evincere una positiva condotta d’induzione ma addirittura erano emersi una serie di elementi tali da spiegare le ragioni per le quali la sign.ra So. avesse deciso di diseredare i propri nipoti e beneficiare l’imputata che l’accudiva.

Era, infatti, emerso che: a) la moglie del nipote, la Dott.ssa R., aveva sottoposto la So. ad un trattamento farmacologico a base di potenti neurolettici che la suddetta So. rifiutava temendo per la propria salute; b) in concomitanza con l’inizio della suddetta terapia, i nipoti prelevarono denaro dal conto corrente della So. per complessivi Euro 146.000,00; c) i nipoti avevano manifestato il proposito di ricoverarla in un ospizio, la qual cosa era rifiutata dalla So. che temeva di essere abbandonata; d) la So. era una donna dal carattere autoritario che ben difficilmente avrebbe potuto essere indotta dalla badante a redigere un testamento in suo favore; e) le perizie grafologiche avevano concluso per la piena capacità d’intendere e volere.

2.2. illogicità della motivazione in ordine allo stato di incapacità d’intendere e volere: la ricorrente sostiene che la Corte aveva ritenuto che la So. non fosse compus sui nel momento in cui redasse il testamento, sia per l’età avanzata, sia perché più testimoni l’avevano descritta come poco lucida.

Sennonché la suddetta conclusione si basava su un compendio probatorio quantomeno contraddittorio perché: a) vi erano stati i testi K., P. e I. – particolarmente qualificati, essendo tutti medici di professione – che avevano dichiarato che la So. era lucida e, fino all’ultimo, perfettamente in grado d’intendere e volere: non era chiaro il motivo per cui la Corte non le aveva tenute in considerazione e perché erano state preferite le testimonianze favorevoli alla tesi accusatoria; b) non era stato chiarito se la So. fosse poco lucida perché sottoposta agli effetti dei farmaci che le facevano assumere, oppure perché era veramente incapace d’intendere e volere; c) le gravi patologie da cui era affetta la parte offesa ed elencate dalla Corte erano di natura fisica e non incidevano sulla capacità intellettiva; d) i giudici di merito erroneamente non avevano ritenuto disporre una perizia medico legale sullo stato psichico della parte offesa, tanto più che agli atti vi erano le perizie grafologiche che avevano concluso per la capacità d’intendere della So.
Diritto
1. In punto di diritto, preliminarmente, è opportuno riassumere, brevemente, alcuni notori principi ai quali occorre attenersi, posto che la ricorrente ha svolto tutte le sue censure sostenendo che: a) la So. non era incapace; b) non vi era la prova che essa ricorrente avesse indotto la parte offesa a redigere testamento in suo favore.

1.1. L’art. 643 c.p., inserito fra i delitti contro il patrimonio mediante frode, tutela il patrimonio del minorato ossia di colui che, non necessariamente interdetto o inabilitato, si trovi in una minorata condizione di autodeterminazione in ordine ai suoi interessi patrimoniali.

La legge individua tre categorie di soggetti passivi: 1) i minori; 2) l’infermo psichico; 3) il deficiente psichico.

La condotta penalmente rilevante dell’agente è varia e si realizza quando:

nei confronti dei minori, abusi dei loro “bisogni, passioni o inesperienza”;

nei confronti dell’infermo psichico o del deficiente psichico, abusi del loro stato.

Il fatto che la legge distingua fra infermo psichico e deficiente psichico e non consideri necessario che il soggetto passivo si trovi nella condizione per essere interdetto o inabilitato, induce a ritenere che:

infermità psichica: per tale deve intendersi ogni alterazione psichica derivante sia da un vero e proprio processo morboso (quindi catalogabile fra le malattie psichiatriche) sia da una condizione che, sebbene non patologica, menomi le facoltà intellettive o volitive;

deficienza psichica: è questa un’alterazione dello stato psichico che, sebbene meno grave della infermità, tuttavia, è comunque idonea a porre il soggetto passivo in uno stato di minorata capacità in quanto le sue capacità intellettive, volitive o affettive, fanno scemare o diminuire il pensiero critico. Rientrano in tale categoria, fra l’altro, ad es., l’emarginazione ambientale (Cass. 20/3/1979, Tintinaglia), la fragilità e la debolezza di carattere (Cass. 9/10/1973, Ced 126922).

Peraltro, il minimo comun denominatore che si può rinvenire nelle due predette situazioni, consiste nel fatto che, in tanto il reato può essere configurato in quanto si dimostri l’instaurazione di un rapporto squilibrato fra vittima ed agente nel senso che deve trattarsi di un rapporto in cui l’agente abbia la possibilità di manipolare la volontà della vittima a causa del fatto che costei si trova, per determinate situazioni da verificare caso per caso, in una minorata situazione e, quindi, incapace di opporre alcuna resistenza a causa della mancanza o diminuita capacità critica. Tale situazione di minorata capacità dev’essere oggettiva e riconoscibile da parte di tutti in modo che, chiunque possa abusarne per raggiungere il suoi fini illeciti (Cass. 15/10/1987, Rv 175682).

1.2. L’art. 643 c.p., infine, al fine di ritenere integrata la fattispecie criminosa, prevede (in aggiunta alla minorata capacità di cui si è detto) altri due elementi oggettivi:

l’induzione a compiere un atto che importi, per il soggetto passivo e/o per altri, qualsiasi effetto giuridico dannoso. Per induzione deve intendersi un’apprezzabile attività di pressione morale e di persuasione [Cass. 13.12.1993, Di Falco, CED 196331] che si ponga, in relazione all’atto dispositivo compiuto, in un rapporto di causa ed effetto;

l’abuso dello stato di vulnerabilità. L’abuso si verifica quando l’agente, ben conscio della vulnerabilità del soggetto passivo, ne sfrutti la debolezza per raggiungere il suo fine ossia quello di procurare a sé o ad altri un profitto.

2. illogicità della motivazione in ordine allo stato di incapacità d’intendere e volere: la Corte territoriale, ha ritenuto che la sig.ra So., si trovasse nelle condizioni per essere circonvenuta, sulla base della seguente motivazione (pag. 2-3): “Quanto alla cartella clinica, rileva la Corte che, se in essa è stato annotato che la paziente aveva un atteggiamento ed un linguaggio nella norma, dandosi atto altresì del miglioramento avvenuto nel corso del ricovero, in forza del quale la paziente appare vigile, collaborante e risponde alle domande, deve rilevarsi altresì che l‘atto documenta una situazione generale scaduta, con diagnosi di encefalopatia multinfartuale con insufficienza vascolare acuta, miocardioscelorosi ed anemia diseritropoietica multifattoriale, tanto che la paziente è impossibilitata alla deambulazione, le sollecitazioni alle quali risponde sono semplici (20/2/04) e non sempre presenti in quanto in alcune occasioni la paziente appare soporosa (diario clinico del 16/2/04) e l’anamnesi stessa viene raccolta con l’ausilio della badante. Appare quindi provata la presenza, a carico della p.o., di gravi patologie che ne compromettono in modo evidente le funzioni vitali, ella non cammina, per raccontare la propria storia clinica ha bisogno della badante, e la reattività di cui si parla nei motivi d’appello è limitata, come si legge testualmente sulla cartella clinica, alle sollecitazioni più semplici e comunque non è certamente tale da far ritenere superate le gravissime patologie della quali l’anziana era portatrice. Nulla peraltro si rinviene in atti che consenta di ritenere non regolare l’attività medica in essa documenta, essendo stata indicata sia la data che la descrizione dell’esito sia della visita neurologica che di quella del fisiatra (nella quale si parla di disorientamento spazio-temporale della paziente), entrambe complete della sottoscrizione dei due sanitari che vi hanno proceduto. Pertanto le perplessità, peraltro piuttosto fumose, delle testi K. e della I., sebbene si tratti di medici, non trovano riscontro negli atti”.

La ricorrente, in questo grado di giudizio, come si è detto, ha sostenuto: a) che non vi fosse la prova dello stato d’incapacità della parte offesa; b) che alcuni testi avevano affermato che la So. era perfettamente capace d’intendere e volere; c) che le malattie evidenziate dalla Corte erano solo di natura fisica e quindi non incidenti sulla capacità intellettiva e volitiva.

Orbene, la motivazione supra riportata per esteso, smentisce quanto affermato dalla ricorrente atteso che:

a) la cartella clinica, redatta da medici ospedalieri in occasione del ricovero della parte offesa dall’8 al 24/02/2004, e, quindi, pochi mesi prima del decesso avvenuto nel luglio del 2004, attesta, come ha correttamente rilevato la Corte, una “situazione generale scaduta” che aveva compromesso non solo le funzioni fisiche (deambulazione) ma anche quelle intellettive e volitive come si desume agevolmente dalla circostanza che era stata diagnosticata una encefalopatia multinfartuale con insufficienza vascolare acuta che, notoriamente, indica non un semplice mal di testa – come ha impropriamente sostenuto la ricorrente cercando di minimizzare – ma la circostanza che la So. era stata colpita da multipli fatti ischemici (rectius: mancata irrorazione di sangue in più distretti encefalici) che le avevano causato un danno dell’encefalo con conseguente disturbo cognitivo come desumibile da quanto riportato nella stessa cartella clinica;

b) non è vero che la Corte non aveva valutato e preso in esame le testimonianze favorevoli: al contrario, da quanto risulta testualmente dalla sentenza (pag. 4 quanto ai testi K. e I. e pag. 5, quanto ai testi R. , A. e P. ), le suddette testimonianze sono state prese in considerazione ma non giudicate tali da poter contraddire un quadro clinico e testimoniale che deponeva in senso diametralmente opposto (cfr pag. 5 – 6): sul punto la motivazione è ineccepibile sicché la doglianza della ricorrente, non avendo evidenziato vizi motivazionali di alcun genere (se non una inesistente omessa motivazione) va disattesa;

c) infine, quanto alla circostanza secondo la quale non era stato chiarito se la So. fosse poco lucida perché sottoposta agli effetti dei farmaci che le facevano assumere, oppure perché era veramente incapace d’intendere e volere, va rilevato che si tratta di una questione che è stata ampiamente dibattuta in entrambi i gradi del giudizio di merito e la motivazione addotta sul punto dalla Corte territoriale (pag. 4 ss), a confutazione della medesima censura dedotta e reiterata in questo grado di giudizio, non si presta ad alcun rilievo, essendo logica, congrua ed aderente agli evidenziati elementi fattuali: la doglianza, quindi, va ritenuta nulla più che un tentativo di ottenere, in modo surrettizio, una nuova ma inammissibile valutazione del merito della vicenda.

Si può, quindi, affermare che dalla sentenza impugnata emerge a tutto tondo lo stato di deficienza psichica della parte offesa e, quindi, deve ritenersi provato uno degli elementi costitutivi del reato.

3. OMESSA MOTIVAZIONE IN ORDINE ALL’INDUZIONE: Con il secondo motivo, la ricorrente ha molto insistito sulla mancata prova dell’elemento materiale dell’induzione.

In punto di fatto, la Corte territoriale ha accertato che:

- la sign.ra So. redasse il testamento olografo in data 11/07/2004 e cioè diciassette giorni prima del decesso;

- la parte offesa, nel momento in cui compì il suddetto atto dispositivo, aveva novantacinque anni e, soprattutto, sia per condizioni fisiche che psichiche deteriorate, si trovava in uno stato di deficienza psichica (supra p.2);

- la tesi difensiva secondo la quale la sign.ra So. temeva di essere abbandonata dai nipoti – e, quindi, di aver redatto un testamento a favore della badante per far loro un “dispetto” o comunque punirli per il disinteresse manifestato nei suoi confronti – doveva ritenersi infondato sulla base “delle deposizioni dei vicini e dei portieri che smentiscono che i nipoti avessero abbandonato la loro congiunta” (pag. 5 sentenza impugnata);

- la possessività che la parte offesa nutriva nei confronti dell’imputata, era spiegabile, sulla base della testimonianza del teste D.S., non come manifestazione di affetto ma come l’atteggiamento tipico che una persona autoritaria (come veniva descritta la So.) mostrava nei confronti di un subalterno (l’imputata) sicché la suddetta testimonianza doveva essere interpretata “in modo inequivocabile (come) l’assenza di qualsiasi intendimento da parte della parte offesa di beneficiare la badante in luogo dei congiunti” (pag. 6 sentenza).

Alla stregua dei suddetti fatti, la Corte, quanto al requisito dell’induzione, ha quindi, così concluso: “Rimane invece la peculiare condotta di una persona di 95 anni che, a diciassette giorni dalla morte, scrive con notevolissime difficoltà evidenti dal testo, un testamento quasi illeggibile a favore di un’estranea rispetto ai propri familiari, estranea da lei considerata subalterna, come descrive il teste D.S. 

Tale condotta, in una persona non più in grado di autodeterminarsi, per età, avanzatissima, e condizioni di salute, gravissime, si spiega solo in chiave accusatoria, e cioè con un’attività dell’imputato che è intervenuta in proprio favore sulla condotta della p.o., necessariamente acritica.

Ritiene infatti sul punto la giurisprudenza che non occorra al fine della configurabilità del reato in contestazione, una condotta tipica o specifica dell’autore del fatto, bastando, ai fini della sussistenza dell’elemento dell’induzione, che la proposta al compimento dell’atto provenga dal colpevole ed è sufficiente che questi abbia rafforzato, profittando delle menomate condizioni psichiche del soggetto passivo, una decisione pregiudizievole dal medesimo già adottata” (pag. 6).

La suddetta motivazione non si presta alla censura dedotta dalla ricorrente in questa sede perché la Corte ha evidenziato una serie di elementi fattuali che, letti e valutati unitariamente, sono idonei a far ritenere provata l’induzione attraverso un procedimento di natura presuntiva così come ritenuto dalla costante giurisprudenza di questa Corte secondo la quale nelle ipotesi in cui parte offesa del delitto di cui all’art. 643 c.p., sia una persona affetta da una grave forma di deficienza psichica (anche a causa dell’età avanzata) che la privi gravemente della capacità di discernimento e di autodeterminazione, e il soggetto attivo non abbia nei suoi confronti alcun particolare legame di natura parentale, affettivo o amicale, l’induzione può essere desunta in via presuntiva potendo consistere anche in un qualsiasi comportamento o attività da parte dell’agente (come ad es. una semplice richiesta) alla quale la vittima, per le sue minorate condizioni, non sia capace di opporsi e la porti, quindi, a compiere, su indicazione dell’agente, atti che, privi di alcuna causale, in condizioni normali non avrebbe compiuto e che siano a sé pregiudizievoli e a lui favorevoli: in terminis Cass. 18583/2009 Rv. 244546; Cass. sez II, udienza 26/05/2009, Voglino; Cass. 4816/2010 Rv. 246279.

4. In conclusione, l’impugnazione deve rigettarsi con conseguente condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Nulla per le spese a favore della costituita parte civile non avendo la medesima depositato la nota spese.
P.Q.M.
RIGETTA il ricorso e CONDANNA la ricorrente al pagamento delle spese processuali.
FOTOFOTOPALAZZOdenuncia querela
denuncia penale
denuncia per diffamazione
esposto
querela
denuncia inglese
denuncia per aggressione