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La separazione consensuale con figli: ciò che c’è da sapere

 

Separarsi, anche in via consensuale, parte da una constatazione di base: si tratta di un passo doloroso per entrambe le parti. Ma se ci sono figli di mezzo, allora, è il loro interesse che deve venire prima di tutto. Ai bambini, infatti, occorre pensare quando si decide di compiere un passo del genere e per farlo nel modo migliore, ancora prima di qualsiasi atto legale, è opportuno attenersi a qualche principio umano: evitare di litigare davanti a loro e rassicurarli sull’amore di entrambi i genitori che non viene (e non verrà) a mancare. Anzi, il legame affettivo potrà solo diventare più forte. Detto questo, c’è poi un iter legale che va affrontato in una separazione consensuale.

 

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Quando la separazione diventa effettiva

 

Un momento importante è quello fissato dal presidente del tribunale per sondare la strada della conciliazione. Se questa strada risulta non percorribile, allora si procede arrivando alla cosiddetta omologazione del tribunale che si pronuncia in base alla relazione del presidente: è solo a quel punto che la separazione acquista efficacia, non basta infatti il solo accordo dei coniugi, e in essa sono contenute le condizioni della separazione stessa. Condizioni che, riguardando i coniugi e i figli, in seguito possono essere modificabili, se si modifica la situazione.

 

Gli accordi su questioni rilevanti

 

Le mosse per arrivare all’omologazione partono, in caso di separazione consensuale, dall’accordo tra i coniugi su questioni rilevanti, come l’affidamento e il mantenimento dei figli. Se i punti dell’accordo vengono tuttavia ritenuti dal tribunale in contrasto con l’interesse dei bambini, i genitori vengono riconvocati per indicare loro quali sono le modifiche opportune. Se queste non vengono accolte (o se comunque l’accordo non raggiunge uno stato valutato come idoneo), il magistrato può rifiutare l’omologazione.

 

Modifiche delle condizioni per la separazione

 

Per le modifiche, deve essere sempre il tribunale a intervenire. Lo fa una volta sentite le parti in causa e, nel caso si renda necessario, può acquisire mezzi istruttori (ad esempio, testimonianze, consulenze psicologiche e documenti che attestino cambiamenti nel tenore di vita di una delle persone della famiglia che si è sciolta). Inoltre, nel caso poi in cui il tribunale non possa pronunciarsi nell’immediato, si può ricorrere a provvedimenti provvisori su temi come l’affidamento, l’assegnazione della casa o il mantenimento dei figli o dell’ex coniuge.

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Il rispetto dei diritti dei figli

 

I bambini hanno diritto a un rapporto equilibrato e continuativo con i genitori. Inoltre, tra i loro diritti, rientrano le cure, l’educazione, l’istruzione e l’assistenza morale. A questi si aggiungono i rapporti con i nonni e con i parenti sia del padre che della madre e per soddisfare ciascuno di questi diritti, il giudice adotta provvedimenti che li garantiscano. Come primo passo, si verifica la possibilità che i bambini siano affidati a entrambi i genitori. Se questo non è possibile, allora il giudice indica quale sarà il genitore affidatario determinando quando e come l’altro potrà essere vedere i figli. Inoltre stabilisce anche come e quanto madre e padre devono contribuire dal punto di vista economico. Se infine nessuno dei genitori viene ritenuto idoneo, allora il giudice si può avvalere dell’affidamento familiare e una copia del provvedimento deve essere trasmessa dal pubblico ministero al giudice tutelare.

 

I minori: chi prende le decisioni

 

Si chiama responsabilità genitoriale e viene esercitata da entrambi i genitori. Le decisioni, dunque, devono essere prese di comune accordo tenendo presente specifiche condizioni dei figli, come le loro capacità, le loro inclinazioni naturali e le loro aspirazioni. Se questo accordo non c’è, ecco allora che interviene il giudice il quale, per le questioni di ordinaria amministrazione (quelle che riguardano la quotidianità), può disporre anche che i genitori agiscano separatamente. Se poi un genitore non si attenesse alle condizioni stabilite, il giudice può decidere di modificare le modalità di affidamento.

 

Il mantenimento dei bambini

 

Se ne deve occupare ciascun genitore in modo proporzionale al proprio reddito. Se viene definito un assegno periodico (adeguato nel tempo in base agli indici Istat, a meno di parametri differenti indicati dalle parti o dal giudice), il suo importo tiene conto delle esigenze del bambino, del suo tenore di vita quando i genitori ancora convivevano, della durata del periodo che trascorre con ciascuno, delle risorse dei genitori e della portata dei compiti che si assumono sia la madre che il padre. Ovviamente, per procedere, occorre che siano disponibili informazioni economiche sui coniugi e se queste non risultano abbastanza chiare e documentate, allora può essere disposto un accertamento da parte della polizia tributaria su redditi e beni anche intestati a terzi.

 

La casa familiare, la residenza e il domicilio

 

La casa familiare viene assegnata anche in questo caso in base all’interesse dei figli e l’assegnatario può vedersela revocare nel caso non vi abiti o non vi abiti stabilmente. Lo stesso accade se decide di convivere more uxorio o se si sposa di nuovo. Il provvedimento di assegnazione (o anche quello di revoca) può essere trascrivibile e ci si può opporre. Inoltre, entrambi i genitori sono obbligati a comunicarsi cambi di residenza o di domicilio e per farlo devono rispettare il termine perentorio di trenta giorni. Se ciò non accade, occorre risarcire l’eventuale danno derivato dalle difficoltà di rintracciare il genitore che non ha rispettato quest’obbligo.

 

I rapporti patrimoniali tra i coniugi

 

Infine anche il coniuge che non gode di un adeguato reddito proprio e a cui non è addebitabile la separazione ha diritto a ricevere un importo per il proprio mantenimento, oltre a quanto già definito per gli alimenti ai figli. Quell’importo viene indicato in base alla condizione e al reddito dell’altro coniuge e se il giudice ha motivo di temere che questi non rispetti l’obbligo, può imporgli di fornire adeguate garanzie reali o personali. Inoltre, se l’inadempienza diventa realtà, l’avente diritto chiede al giudice di disporre il sequestro di una parte dei beni dell’ex coniuge e di ordinare a terzi tenuti a versamenti periodici al trasgressore dell’obbligo (ad esempio, datori di lavori) di destinare una parte di quei versamenti agli aventi diritto.

È solo in questo modo, d’altronde, che può essere assicurata quell’effettiva compartecipazione alle scelte riguardanti la crescita e la formazione del figlio in cui si sostanzia la c.d. bigenitorialità, quale principio solennemente affermato a livello internazionale dalla Convenzione sui diritti del fanciullo, fatta a New York il 20 novembre 1989 e ratificata con legge 27 maggio 1991, n. 176, che ha trovato attuazione in materia di separazione e divorzio attraverso la legge 8 febbraio 2006, n. 54, la quale ha modificato l’art. 155 cod. civ., introducendo l’istituto dell’affidamento condiviso. L’inapplicabilità della relativa disciplina alla fattispecie in esame, tuttora regolata da una sentenza emessa in data anteriore all’entrata in vigo-re della predetta legge, non esclude la possibilità di desumerne elementi utili ai fini dell’interpretazione della normativa previgente, in una prospettiva evolutiva che tenga conto dell’indubbia comunanza di aspetti riscontrabile tra l’affidamento congiunto e quello condiviso. Significativa, al riguardo, appare la nuova formulazione dell’art. 155 cit., la quale, nel ribadire la necessità che le decisioni di maggior interesse siano prese di comune accordo tra i genitori, inquadra tale esigenza in una disciplina improntata alla riaffermazione dei principio di pari responsabilità di questi ultimi nella cura, nell’educazione e nell’istruzione dei figli. Tale principio, valido anche per l’ipotesi in cui il giudice ritenga preferibile l’affidamento esclusivo, non può non ricevere un’applicazione particolarmente rigorosa nel caso di affidamento congiunto o condiviso, riducendosi altrimenti l’apporto di uno dei genitori ad una mera erogazione di denaro, svincolata da qualsiasi contributo di carattere decisionale, in contrasto con gli obiettivi di responsabilizzazione di entrambe le figure genitoriali avuti di mira dal legislatore attraverso la previsione di queste forme di affidamento.

L’infedeltà- così come il diniego di assistenza, o il venir meno della coabitazione- viola uno degli obblighi direttamente imposti dalla legge a carico dei coniugi (art. 143, secondo comma, cod. civ.): così da infirmare, alla radice, l’affectio familiae in guisa tale da giustificare, secondo una relazione ordinaria causale, la separazione. È quindi la premessa, secondo l’id quod plerunque accidit, dell’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, per causa non indipendente dalla volontà dei coniugi (art. 151, primo comma, cod. civ.).

Non per questo, tuttavia tale regolarità causale assurge a presunzione assoluta.

L’evento dissolutivo può rivelarsi già “prima facie“- e cioè, sulla base della stessa prospettazione della parte- non riconducibile, sotto il profilo eziologico, alla condotta antidoverosa di un coniuge: come ad esempio, nell’ipotesi di un isolato e remoto episodio d’infedeltà (ma anche di mancata assistenza, o allontanamento dalla casa coniugale), da ritenere presuntivamente superato, nel prosieguo, da un periodo di convivenza.

Va da sé, infatti, che occorre l’elemento della prossimità (“post hoc, ergo propter hoc“): la presunzione opera quando la richiesta di separazione personale segua, senza cesura temporale, all’accertata violazione del dovere coniugale.

 

Va osservato, al riguardo, che – sia in sede di separazione che di divorzio – gli artt. 155 quater c.c. (applicabile alla fattispecie concreta ratione temporis) e 6, co. 6, della L. n. 898 del 1970, come modificato dall’art. 11 della L. n. 74 del 1987, consentono al giudice di assegnare l’abitazione al coniuge non titolare di un diritto di godimento (reale o personale) sull’immobile, solo se a lui risultino affidati figli minori, ovvero con lui risultino conviventi figli maggiorenni non autosufficienti. Tale ‘ratio’ protettiva, che tutela l’interesse dei figli a permanere nell’ambiente domestico in cui sono cresciuti, non è configurabile, invece, in presenza di figli economicamente autosufficienti, sebbene ancora conviventi, verso i quali non sussiste, invero, proprio in ragione della loro acquisita autonomia ed indipendenza economica, esigenza alcuna di spedale protezione (cfr., ex plurimis, Cass. 5857/2002; 25010/2007; 21334/2013). Devesi – per il vero – considerare, in proposito, che l’assegnazione della casa familiare al coniuge affidatario risponde all’esigenza di tutela degli interessi dei figli, con particolare riferimento alla conservazione del loro ‘habitat’ domestico inteso come centro della vita e degli affetti dei medesimi, con la conseguenza che detta assegnazione non ha più ragion d’essere soltanto se, per vicende sopravvenute, la casa non sia più idonea a svolgere tale essenziale funzione. (Cass. 6706/2000).

1.4.2. Come per tutti i provvedimenti conseguenti alla pronuncia di separazione o di divorzio, dunque, anche per l’assegnazione della casa familiare vale il principio generale della modificabilità in ogni tempo per fatti sopravvenuti. E tuttavia, tale intrinseca provvisorietà dei provvedimenti in parola non incide sulla natura e sulla funzione della misura, posta ad esclusiva tutela della prole, con la conseguenza che anche in sede di revisione – come in qualsiasi altra sede nella quale, come nel presente giudizio, sia in discussione il permanere delle condizioni che avevano giustificato l’originaria assegnazione – resta imprescindibile il requisito dell’affidamento di figli minori o della convivenza con figli maggiorenni non autosufficienti.

Ne discende che, se è vero che la concessione del beneficio ha anche riflessi economici, particolarmente valorizzati dall’art. 6, co. 6, della legge sul divorzio, nondimeno l’assegnazione in questione non può essere disposta al fine di sopperire alle esigenze economiche del coniuge più debole, a garanzia delle quali è unicamente destinato l’assegno di divorzio (Cass. 13736/2003; 10994/2007; 18440/2013).

1.4.3. Ebbene, non può revocarsi in dubbio che i principi di diritto suesposti debbano costituire le linee guida per risolvere anche il caso – ricorrente nella specie – in cui (a casa adibita a residenza coniugale sia stata alienata, dopo l’assegnazione all’altro coniuge (affidatario di figli minori o convivente con figli maggiorenni non auto-sufficienti), dal coniuge proprietario dell’immobile.

1.4.3.1. Ed invero, ai sensi dell’art. 6, co. 6, della legge n. 898 del 1970 (nel testo sostituito dall’art. 11 della l. n. 74 del 1987), applicabile anche in tema di separazione personale, il provvedimento giudiziale di assegnazione della casa familiare al coniuge affidatario, avendo per definizione data certa, è opponibile, ancorché non trascritto, al terzo acquirente in data successiva per nove anni dalla data dell’assegnazione, ovvero – ma solo ove il titolo sia stato in precedenza trascritto – anche oltre i nove anni.

 

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