infezioni nosocomiali. Cassazione civile sez. III, 23/02/2021, n.4864

infezioni nosocomiali. Cassazione civile sez. III, 23/02/2021, n.4864

Ti assisto io e ci metto tutto l’impegno  in tutta Italia

A DANNO MALASANITA'
A DANNO MALASANITA’

L’avvocato Sergio Armaroli patrocinante in cassazione esperto  a livello nazionale in gravi casi malasanita’ segue personalmente i propri clienti danneggiati da MALASANITÀ

 su tutto il territorio nazionale e può assisterti nelle seguenti località:

Ancona, , Frosinone, Ferrara, Forlì-Cesena, Fermo, Firenze, Foggia, Genova, Gorizia, Grosseto, Imperia, Isernia, Latina, La Spezia, L’Aquila, , Lecco, Lodi, Livorno, Lucca, Macerata, Mantova, Massa-Carrara, , , Milano, Modena, Monza Napoli, Novara, Nuoro, Ogliastra, Olbia-Tempio, Oristano, Padova, Palermo, Pavia, Parma, Perugia, Pesaro Urbino, Piacenza, Pisa, Pistoia, Pordenone, Potenza, Prato, Ragusa, Ravenna, Reggio Calabria, Reggio Emilia, Agrigento, Aosta, Andria, Ascoli Piceno, Avellino, Alessandria, Arezzo, Asti Bari, Barletta, Belluno, Benevento, Bergamo, Biella, Bologna, Bolzano, Brescia Pescara, Brindisi, Cagliari, Caltanissetta, Campobasso, Carbonia-Iglesias, Caserta, Catania, Catanzaro, Chieti, Como, Cosenza, Cremona, Crotone, CuneoRieti, Rimini, Roma, Rovigo, Sassari, Savona, Salerno, Siena, Siracusa, Sondrio, Taranto, Teramo, Terni, Torino, Trapani, Trento, Treviso, Trieste, Udine, Varese, Venezia, Verbania, Vercelli, Verona, Vibo-Valentia, Vicenza, Viterbo

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Onere probatorio del danneggiato la suprema corte

ribadisce la teoria del c.d. «doppio ciclo causale» secondo cui detto onere risulterebbe scomposto in due profili: uno di carattere generale, mirante a dimostrare che è stata osservata la corretta profilassi degli strumenti chirurgici e dei locali nei quali si è svolta la prestazione medica; un altro a carattere individuale, finalizzato all’attestazione della idoneità e adeguatezza dell’agire del personale medico e della relativa terapia profilattica, pre e post-intervento, prescritta.

Le prove del nesso

del danneggiato provare, anche a mezzo di presunzioni, il nesso di causalità fra l’aggravamento della patologia o l’insorgenza di una nuova patologia e la condotta del sanitario,

della parte danneggiante dimostrare, ove il creditore abbia assolto il proprio onere probatorio, l’esatta esecuzione della prestazione o la causa imprevedibile ed inevitabile dell’impossibilità dell’esatta esecuzione

 

Cass. civ., Sez. III, Ordinanza, 16/02/2021, n. 4031 (rv. 660594-01)

PROCEDIMENTO CIVILE – Domanda giudiziale – Modificazioni – Modifica della domanda ex art. 183, comma 6, c.p.c. – Ammissibilità – Limiti – Fattispecie

La modificazione della domanda ammessa dall’art. 183, comma 6, c.p.c. può riguardare uno o entrambi gli elementi oggettivi della medesima (“petitum” e “causa petendi”), sempre che la domanda così modificata risulti connessa alla vicenda sostanziale dedotta in giudizio e senza che, per ciò solo, si determini la compromissione delle potenzialità difensive della controparte, o l’allungamento dei tempi processuali. (Nella specie, la S.C. ha cassato la decisione di appello che, in un giudizio intentato in origine nei confronti di una struttura sanitaria per ottenere il risarcimento dei danni subiti per avere contratto l’epatite C in conseguenza di una trasfusione di sangue, aveva ritenuto inammissibile la successiva domanda, avanzata nella memoria ex art. 183, comma 6, c.p.c., volta ad accertare che l’attore era stato contagiato dal virus non con tale trasfusione, ma per effetto di una “generica infezione nosocomiale nel periodo di degenza”). (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO NAPOLI, 17/09/2018)

 

Peggioramento delle condizioni di salute del paziente

Non può essere ricondotta alla previsione scriminante di cui all’art. 3 d.l. n. 158/2012, conv., con modificazioni, in l. n. 189/2012 (c.d. legge Balduzzi) e, quindi, non è qualificabile in termini di colpa lieve, la condotta medica ingiustificatamente “attendista” posta in essere dal pediatra responsabile d’aver sottovalutato il peggioramento delle condizioni di salute del piccolo paziente poi deceduto (nel caso di specie sussiste la colpa grave del pediatra che, pur in presenza di sintomi manifesti che avrebbero dovuto indurlo ad un approccio diverso e, quindi, sia all’immediata visita domiciliare, sia al pronto indirizzamento del paziente in ambito ospedaliero, si è limitato a prescrivere la somministrazione di farmaci, procrastinando al pomeriggio del giorno successivo la visita domiciliare del paziente, durante la quale ha sottovalutato le condizioni di salute dello stesso, successivamente deceduto per infezione respiratoria).

Cassazione penale sez. IV, 15/11/2018, n.3206

Infezione post operatoria

L’azienda sanitaria risponde del danno riportato dal paziente ricoverato in una struttura ospedaliera ed ivi sottoposto ad un intervento chirurgico a seguito del quale si è sviluppata un’infezione pur superficiale che si è risolta rimuovendo i mezzi di sintesi, tale danno ha determinato un allungamento iatrogeno della malattia e non ha comportato il riconoscimento di alcun postumo permanente.

Tribunale Savona, 18/02/2018

Danni da emotrasfusioni: l’onere probatorio

La responsabilità del Ministero della salute per i danni causati da infezioni contratte in seguito ad emotrasfusioni o somministrazione di farmaci emoderivati non si fonda né sull’art. 2049 c.c., perché il Ministero non risponde dell’operato delle Asl e delle strutture ospedaliere, pienamente autonome rispetto a quello; né sull’art. 2050 c.c., perché pericolosa è la produzione e distribuzione di sangue, ma non il controllo e la vigilanza su tali attività; né, infine, sull’art. 1218 c.c., perché tra paziente e Ministero non sussiste alcun vincolo contrattuale.

Ne consegue che la suddetta responsabilità del Ministero per deficit di vigilanza può trovare fondamento solo nella clausola generale di cui all’art. 2043 c.c., con conseguente onere della vittima di provare la colpa dell’amministrazione e il nesso causale tra questa e il danno.

Tribunale Napoli sez. II, 02/11/2017, n.10829

I verbali delle commissioni medico ospedaliere

I verbali delle Commissioni medico ospedaliere di cui all’art. 4 L. n. 210/92 fanno prova, ex art. 2700 c.c., dei fatti che la Commissione attesta avvenuti in sua presenza o da essa compiuti, mentre le valutazioni, le diagnosi o le manifestazioni di scienza o di opinione in essi contenute – ivi compreso il giudizio sulla sussistenza del nesso causale fra trasfusione e infezione – costituiscono meri indizi soggetti al libero apprezzamento del giudice, che non può mai attribuire ad essi il valore di vero e proprio accertamento.

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PRIMA DI TUTTO DEVI AFIDARTI A  UN AVVOCATO ESPERTO DI SANZION ICONSOB AGI CONSULENTI FINANZIARI  PER INIZIARE CHIAMA L’AVVOCATO SERGIO ARMAROLI IN SECONDO LUOGO RICORDA CHE E’ UNA MATERIA ASSAI COMPLESSA 

 

AVVOCATO CONSULENTI FINANZIARI
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La Consob è l’organo di controllo del mercato finanziario italiano In piu’ controlla le sanzioni ai consulenti finanziari

Verifica la trasparenza e la correttezza dei comportamenti degli operatori per la salvaguardia della fiducia e la competitività del sistema finanziario, la tutela degli investitori, l’osservanza delle norme in materia finanziaria.

Vigila per prevenire e, ove occorra, sanzionare eventuali comportamenti scorretti; esercita i poteri attribuiti dalla legge affinchè siano messe a disposizione dei risparmiatori le informazioni necessarie per poter effettuare scelte di investimento consapevoli.

Opera per garantire la massima efficienza delle contrattazioni, assicurando la qualità dei prezzi nonché l’efficienza e la certezza delle modalità di esecuzione dei contratti conclusi sui mercati regolamentati.

 

 

IN PARTICOLARE QUESTE LE PRINCIPALI SANZIONI :

 

richiamo scritto: nei casi di trasgressioni che non costituiscono grave violazione;

sanzione amministrativa pecuniaria da 2.580 euro a 129.511 euro: nei casi di inosservanza degli obblighi delle comunicazioni previste all’Organismo;

sospensione da 1 a 4 mesi dall’Albo

Art. 180.

 

                             (Sanzioni)

 

  1. Le sanzioni di cui agli articoli 196, comma 1, lettere a),  b),

  2. c) e d), del Testo Unico sono irrogate dall’Organismo, in base alla

gravita’ della violazione e tenuto conto  della  eventuale  recidiva,

per qualsiasi violazione di  norme  del  Testo  Unico,  del  presente

regolamento e di altre disposizioni generali o particolari emanate in

base alle stesse.

 

  1. Fermo  restando  quanto  stabilito  dal  comma  1,  l’Organismo

delibera nei confronti del consulente finanziario  autonomo  o  della

societa’ di consulenza finanziaria:

 

  1. a) la radiazione dall’albo in caso di:

 

  1) contraffazione della firma  dei  clienti  o  potenziali  clienti

sull’eventuale  modulistica  contrattuale  o   altra   documentazione

relativa allo svolgimento dell’attivita’ di consulenza in materia  di

investimenti;

 

  2)  violazione  delle  disposizioni  relative   ai   requisiti   di

indipendenza dei  consulenti  finanziari  stabiliti  dal  regolamento

ministeriale  di  cui   all’articolo   18-bis   e   dal   regolamento

ministeriale di cui all’articolo 18-ter del Testo Unico;

  3)  acquisizione  della  disponibilita’  ovvero  detenzione,  anche

temporanee, di somme di denaro o strumenti finanziari  di  pertinenza

dei clienti  o  potenziali  clienti,  in  violazione  degli  articoli

18-bis, comma 1, e 18-ter, comma 1, del Testo Unico;

 

  4) inosservanza del divieto di cui all’articolo 162, comma 3;

 

  5) comunicazione o trasmissione ai clienti  o  potenziali  clienti,

all’Organismo  o  alla  Consob  di  informazioni  o   documenti   non

rispondenti al vero, salvo quanto previsto dall’articolo  152,  comma

1, lettera b);

 

  6) inosservanza dell’obbligo di cui all’articolo 153, comma 4;

 

  7) inosservanza dei provvedimenti di sospensione adottati dall’OCF;

 

  8)  impiego  nello  svolgimento  dell’attivita’  di  consulenza  in

materia di investimenti di soggetti non  iscritti  alla  sezione  dei

consulenti finanziari autonomi;

 

  1. b) la sospensione dall’albo da uno a quattro mesi in caso di:

 

  1) esercizio di attivita’ o assunzione di  incarichi  incompatibili

ai sensi dell’articolo 163;

 

  2)  violazione  delle  disposizioni   di   cui   all’articolo   164

concernenti l’aggiornamento professionale;

 

  3)  violazione  delle  disposizioni   di   cui   all’articolo   165

concernenti  le  regole  di  presentazione  e  le  informazioni   sul

consulente e i suoi servizi;

 

  4)  violazione  delle  disposizioni   di   cui   all’articolo   166

concernenti il contratto di consulenza in materia di investimenti;

 

  5)  violazione  delle  disposizioni   di   cui   all’articolo   167

concernenti l’acquisizione delle informazioni dai clienti e  la  loro

classificazione;

 

  6)  violazione  delle  disposizioni   di   cui   all’articolo   169

concernenti le informazioni sugli strumenti finanziari;

 

  7)  violazione  delle  disposizioni   di   cui   all’articolo   171

concernenti la valutazione dell’adeguatezza;

 

  8)  violazione  delle  disposizioni   di   cui   all’articolo   172

concernenti l’obbligo di rendiconto;

 

  9)  violazione  delle  disposizioni   di   cui   all’articolo   173

concernenti i requisiti generali delle informazioni e  le  condizioni

per la prestazione di informazioni corrette, chiare e non fuorvianti;

 

  10)  violazione  delle  disposizioni  di   cui   all’articolo   174

concernenti  le  modalita’   di   adempimento   degli   obblighi   di

informazione;

STUDIO LEGALE-BOLOGNA.IT
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  11)  violazione  delle  disposizioni  di   cui   all’articolo   175

concernenti le informazioni su  supporto  durevole  e  mediante  sito

internet;

 

  12)  violazione  delle  disposizioni  di   cui   all’articolo   176

concernenti le procedure interne;

 

  13)  violazione  delle  disposizioni  di   cui   all’articolo   177

concernenti i conflitti di interesse;

 

  14)  violazione  delle  disposizioni  di   cui   all’articolo   178

concernenti le registrazioni;

 

  1. c) il pagamento di un importo da  euro  cinquecentosedici  a  euro

venticinquemilaottocentoventitre  in   caso   di   violazione   delle

disposizioni di cui all’articolo 153, ad eccezione dei commi  1  e  4

del medesimo articolo.

 

  1. Fermo quanto stabilito al comma 1, l’Organismo:

 

  1. a) dispone la  radiazione  del  consulente  finanziario  abilitato

all’offerta fuori sede in caso di:

 

  1) violazione della disposizione di cui all’articolo 31,  comma  2,

secondo periodo, del Testo Unico;

 

  2) offerta fuori sede o promozione e collocamento  a  distanza  per

conto di soggetti non abilitati;

 

  3) contraffazione della firma del cliente o del potenziale  cliente

su  modulistica  contrattuale  o  altra  documentazione  relativa   a

operazioni dal medesimo poste in essere;

 

  4) acquisizione, anche temporanea, della disponibilita’ di somme  o

di valori di pertinenza del cliente o del potenziale cliente;

 

  5) comunicazione o trasmissione al cliente o al potenziale cliente,

all’intermediario, all’Organismo o  alla  Consob  di  informazioni  o

documenti non rispondenti al vero;

 

  6) sollecitazione all’investimento effettuata in  violazione  delle

disposizioni di cui alla Parte IV, Titolo II, Capo I, del Testo Unico

e delle relative disposizioni di attuazione;

 

  7) perfezionamento di operazioni non autorizzate dal cliente o  dal

potenziale  cliente,  a  valere  sui  rapporti   di   pertinenza   di

quest’ultimo, o comunque al medesimo collegati;

 

  8) violazione delle disposizioni di cui all’articolo 153, comma 4;

 

  9) inosservanza dei provvedimenti di sospensione adottati dall’OCF;

 

  1. b) dispone la sospensione  del  consulente  finanziario  abilitato

all’offerta fuori sede dall’albo di cui all’articolo  196,  comma  1,

lettera c), del Testo Unico da uno a quattro mesi, in caso di:

 

  1)  inadempimento  degli  obblighi  previsti   dalle   disposizioni

richiamate all’articolo 155;

 

  2) violazione delle disposizioni di cui all’articolo 156;

 

  3) esercizio di attivita’ o assunzione di qualita’ incompatibili ai

sensi dell’articolo 157;

 

  4) violazione delle disposizioni di cui all’articolo 158, comma 2;

 

  5) violazione delle disposizioni di cui all’articolo 159, comma 3;

 

  6) violazione della disposizione di cui all’articolo 159, comma 4;

 

  7) accettazione dal cliente o dal potenziale cliente  di  mezzi  di

pagamento, strumenti finanziari e valori con caratteristiche difformi

da quelle prescritte dall’articolo 159, comma 5;

 

  8)  percezione  di   compensi   o   finanziamenti   in   violazione

dell’articolo 159, comma 6;

 

  9) inadempimento degli obblighi di tenuta della  documentazione  di

cui all’articolo 160;

 

  1. c) irroga  nei  confronti  del  consulente  finanziario  abilitato

all’offerta fuori sede la sanzione  pecuniaria  di  cui  all’articolo

196, comma 1, lettera b), del Testo Unico, in caso di:

 

  1)  inosservanza  degli  obblighi  di  cui  all’articolo  153,   ad

eccezione dei commi 1 e 4 del medesimo articolo;

 

  2) violazione delle disposizioni di cui all’articolo 159, commi 1 e

 

  1. Per ciascuna delle violazioni individuate  nei  commi  2  e  3,

l’Organismo, tenuto  conto  delle  circostanze  e  di  ogni  elemento

disponibile, puo’ disporre, in  luogo  della  sanzione  prevista,  la

tipologia di sanzione immediatamente inferiore o superiore.

TUF 16.3.2018

TITOLO II SANZIONI AMMINISTRATIVE

 

 

Art. 187-quinquiesdecies

Tutela dell’attivita’ di vigilanza della Banca d’Italia e della Consob

Art. 188

Abuso di denominazione.

Art. 189

Partecipazioni al capitale.

Art. 190

Sanzioni amministrative pecuniarie in tema di disciplina degli intermediari 73

Art. 190.1

Sanzioni amministrative pecuniarie in tema di disciplina della gestione accentrata di strumenti finanziari.

Art. 190.2

Sanzioni amministrative pecuniarie relative alla violazione delle disposizioni previste dal regolamento UE n. 909/2014.

Art. 190.3

Sanzioni amministrative in tema di disciplina dei mercati e dei servizi di comunicazione dati.

Art. 190.4

Sanzioni amministrative pecuniarie relative alle violazioni delle disposizioni previste dal regolamento UE n. 600/2014, dagli atti delegati e dalle norme tecniche di regolamentazione e di attuazione della direttiva 2014/65/UE e del regolamento

Art. 190.5

Sanzioni amministrative pecuniarie in tema di agenzie di rating del credito relative alle violazioni delle disposizioni previste dal regolamento CE n. 1060/2009.

Art. 190-bis

Responsabilita’ degli esponenti aziendali e del personale per le violazioni in tema di disciplina degli intermediari, dei mercati, dei depositari centrali e della gestione accentrata di strumenti finanziari e dei servizi di comunicazione dati

Art. 190-ter

ARTICOLO ABROGATO DAL D.LGS. 3 AGOSTO 2017, N. 129

Art. 190-quater

Sanzioni amministrative in tema di gestione di portali.

Art. 191

Offerta al pubblico di sottoscrizione e di vendita.

Art. 192

Offerte pubbliche di acquisto o di scambio

Art. 192-bis

Informazioni sul governo societario

Art. 192-ter

Ammissione alle negoziazioni

Art. 192-quater

Obbligo di astensione.

Art. 193.

Informazione societaria e doveri dei sindaci, dei revisori legali e delle societa’ di revisione legale

Art. 193-bis

Rapporti con societa’ estere aventi sede legale in Stati che non garantiscono la trasparenza societaria.

Art. 193-ter

Sanzioni amministrative pecuniarie relative alle violazioni delle prescrizioni di cui al regolamento UE n. 236/2012.

Art. 193-quater

Sanzioni amministrative pecuniarie relative alla violazione delle disposizioni previste dal regolamento UE n. 648/2012 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 4 luglio 2012.

Art. 193-quinquies

Sanzioni amministrative pecuniarie relative alle violazioni delle disposizioni previste dal regolamento UE n. 1286/2014.

Art. 193-sexies

Sistemi interni di segnalazione.

Art. 194

Deleghe di voto

Art. 194-bis

Criteri per la determinazione delle sanzioni.

Art. 194-ter

Sanzioni amministrative pecuniarie relative alle violazioni delle disposizioni previste dal regolamento UE n. 575/2013 e delle relative norme tecniche di regolamentazione e di attuazione 73

Art. 194-quater

Ordine di porre termine alle violazioni.

Art. 194-quinquies

Pagamento in misura ridotta.

Art. 194-sexies

Condotte inoffensive.

Art. 194-septies

Dichiarazione pubblica.

Art. 195

Procedura sanzionatoria.

Art. 195-bis

Pubblicazione delle sanzioni.

Art. 195-ter

Comunicazione all’ABE e all’AESFEM sulle sanzioni applicate

Art. 195-quater

Sanzioni in caso di risoluzione.

Art. 195-quinquies

Inapplicabilita’ di specifiche disposizioni della legge 24 novembre 1981, n. 689.

Art. 196

Sanzioni applicabili ai consulenti finanziari 73

Art. 196-bis

Disposizioni di attuazione.

Art. 197

Personale della CONSOB

Art. 198

Girata di titoli azionari

Art. 199.

Societa’ fiduciarie.

Art. 200

Intermediari gia’ autorizzati

Art. 201

Agenti di cambio

Art. 202

ARTICOLO ABROGATO DAL D.LGS. 24 MARZO 2011, N. 48

Art. 203

Contratti a termine

Art. 204

Gestione accentrata

Art. 205

Quotazioni di prezzi

Art. 206

Disposizioni applicabili alle societa’ alle societa’ quotate in mercati diversi dalla borsa

Art. 207

Patti parasociali

Art. 208

Deleghe di voto, azioni di risparmio, collegio sindacale e revisione contabile

Art. 209

Societa’ di revisione

Art. 210

Modifiche al codice civile

Art. 211

Modifiche al T.U. bancario

Art. 212

Disposizioni in materia di privatizzazioni

Art. 213

Conversione del fallimento in liquidazione coatta amministrativa

Art. 214

Abrogazioni

Art. 215

Disposizioni di attuazione

Art. 216

Entrata in vigore

Leggi le fonti citate:

 

Legge 28 dicembre 2015, n. 208

D.LGS. 24 febbraio 1998, n. 58

D.LGS. 7 settembre 2005, n. 209

D.LGS. 8 ottobre 2007, n. 179

D.LGS. 30 giugno 2003, n. 196

Legge 24 novembre 1981, n. 689

Legge 29 marzo 1942, n. 239

Legge 23 novembre 1939, n. 1966

D.LGS. 23 luglio 1996, n. 415

D.LGS. 21 novembre 2007, n. 231

D.LGS. 13 agosto 2010, n. 141

Legge 23 marzo 1983, n. 77

Legge 14 agosto 1993, n. 344

D.LGS. 25 gennaio 1992, n. 84

Legge 29 maggio 1967, n. 402

Legge 23 maggio 1956, n. 515

Legge 6 febbraio 1996, n. 52

Legge 20 marzo 1913, n. 272

Legge 21 marzo 1926, n. 597

D.L. 9 aprile 1925, n. 375

Legge 18 marzo 1926, n. 562

D.L. 26 giugno 1925, n. 1047

D.L. 29 luglio 1925, n. 1261

D.L. 11 ottobre 1925, n. 1748

D.L. 19 febbraio 1931, n. 950

Legge 31 dicembre 1931, n. 1657

Legge 5 gennaio 1933, n. 118

D.L. 20 dicembre 1932, n. 1607

Legge 20 aprile 1932, n. 291

Legge 4 dicembre 1939, n. 1913

le 19 aprile 1946, n. 321

Legge 31 dicembre 1962, n. 1778

Legge 8 aprile 1974, n. 95

Legge 7 giugno 1974, n. 216

Legge 23 febbraio 1977, n. 49

Legge 19 giugno 1986, n. 289

Legge 2 gennaio 1991, n. 1

Legge 17 maggio 1991, n. 157

D.LGS. 27 gennaio 1992, n. 86

Legge 18 febbraio 1992, n. 149

Legge 28 dicembre 1993, n. 561

Legge 25 gennaio 1994, n. 86

D.L. 31 maggio 1994, n. 332

Legge 30 luglio 1994, n. 474

D.L. 8 aprile 1974, n. 95

 

 

 

 ^   Art. 187-quinquiesdecies Tutela dell’attivita’ di vigilanza della Banca d’Italia e della Consob

AVVOCATO CONSULENTI FINANZIARI
AVVOCATO CONSULENTI FINANZIARI

Art. 187-quinquiesdecies

(Tutela dell’attivita’ di vigilanza della Banca d’Italia e della Consob)

((1. Fuori dai casi previsti dall’articolo 2638 del codice civile, e’ punito ai sensi del presente articolo chiunque non ottempera nei termini alle richieste della Banca d’Italia e della Consob, ovvero non coopera con le medesime autorita’ al fine dell’espletamento delle relative funzioni di vigilanza, ovvero ritarda l’esercizio delle stesse.)) ((73))

((1-bis. Se la violazione e’ commessa da una persona fisica, si applica nei confronti di quest’ultima la sanzione amministrativa pecuniaria da euro diecimila fino a euro cinque milioni.)) ((73))

((1-ter. Se la violazione e’ commessa da una societa’ o un ente, si applica nei confronti di questi ultimi la sanzione amministrativa pecuniaria da euro diecimila fino a euro cinque milioni, ovvero fino al dieci per cento del fatturato, quando tale importo e’ superiore a euro cinque milioni e il fatturato e’ determinabile ai sensi dell’articolo 195, comma 1-bis. Fermo restando quanto previsto per le societa’ e gli enti nei confronti dei quali sono accertate le violazioni, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria prevista dal comma 1-bis nei confronti degli esponenti aziendali e del personale della societa’ o dell’ente nei casi previsti dall’articolo 190-bis, comma 1, lettera a).)) ((73))

((1-quater. Se il vantaggio ottenuto dall’autore della violazione come conseguenza della violazione stessa e’ superiore ai limiti massimi indicati nel presente articolo, la sanzione amministrativa pecuniaria e’ elevata fino al doppio dell’ammontare del vantaggio ottenuto, purche’ tale ammontare sia determinabile.)) ((73))

 

 

 

 ^   Art. 188 Abuso di denominazione.

 

  1. L’uso, nella denominazione o in qualsivoglia segno distintivo o comunicazione rivolta al pubblico, delle parole: “Sim” o “societa’ di intermediazione mobiliare” o “impresa di investimento”; “Sgr” o “societa’ di gestione del risparmio”; “Sicav” o “societa’ di investimento a capitale variabile”; “Sicaf” o “societa’ di investimento a capitale fisso”; “EuVECA” o “fondo europeo per il venture capital”; “EuSEF” o “fondo europeo per l’imprenditoria sociale”; ((“ELTIF” o “fondo di investimento europeo a lungo termine”;)) “APA” o “dispositivo di pubblicazione autorizzato”; “CTP” o “fornitore di un sistema consolidato di pubblicazione”; “ARM” o “meccanismo di segnalazione autorizzato”; “mercato regolamentato”; “mercato di crescita per le PMI”; ovvero di altre parole o locuzioni, anche in lingua straniera, idonee a trarre in inganno sulla legittimazione allo svolgimento dei servizi o delle attivita’ di investimento o del servizio di gestione collettiva del risparmio o dei servizi di comunicazione dati o dell’attivita’ di gestione di mercati regolamentati e’ vietato a soggetti diversi, rispettivamente, dalle imprese di investimento, dalle societa’ di gestione del risparmio, dalle Sicav, dalle Sicaf, dai soggetti abilitati a tenore dei regolamenti (UE) n. 345/2013, relativo ai fondi europei per il venture capital (EuVECA), ((n. 346/2013, relativo ai fondi europei per l’imprenditoria sociale (EuSEF) e n. 2015/760, relativo ai fondi di investimento europei a lungo termine.)), dai fornitori autorizzati allo svolgimento dei servizi di comunicazione dati, dai mercati regolamentati e dai sistemi registrati come un mercato di crescita per le PMI, ai sensi del presente decreto. Chiunque contravviene al divieto previsto dal presente articolo e’ punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro cinquemila fino a euro cinque milioni. Se la violazione e’ commessa da una societa’ o un ente, e’ applicata la sanzione amministrativa pecuniaria da euro trentamila fino a euro cinque milioni, ovvero fino al dieci per cento del fatturato, quando tale importo e’ superiore a euro cinque milioni e il fatturato e’ determinabile ai sensi dell’articolo 195, comma 1-bis.

  2. Si applica l’articolo 187-quinquiesdecies, comma 1-quater.

 

 

 

 

 

 ^   Art. 189 Partecipazioni al capitale.

 

Art. 189

(( (Partecipazioni al capitale). ))

((1. La violazione degli obblighi di comunicazione previsti dagli articoli 15, commi 1 e 3, 64-bis, comma 2, e delle relative disposizioni attuative, e di quelli richiesti ai sensi dell’articolo 17, nonche’ di quelli previsti dall’articolo 31, paragrafo 2, del regolamento (UE) n. 648/2012 e dall’articolo 27, paragrafo 7, secondo periodo, del regolamento (UE) n. 909/2014, e’ punita con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro cinquemila fino a euro cinque milioni. Se la violazione e’ commessa da una societa’ o un ente, e’ applicata la sanzione amministrativa pecuniaria da euro trentamila fino a euro cinque milioni, ovvero fino al dieci per cento del fatturato, quando tale importo e’ superiore a euro cinque milioni e il fatturato e’ determinabile ai sensi dell’articolo 195, comma 1-bis.

  1. La stessa sanzione si applica in caso di violazione dei divieti di esercizio dei diritti e in caso di inadempimento degli obblighi di alienazione previsti dagli articoli 14, commi 4 e 7; 16, commi 1, 2 e 4; 64-bis, comma 5; 79-sexies, comma 9; e 79-noviesdecies, comma 1.

  2. Si applica l’articolo 187-quinquiesdecies, comma 1-quater.))

 

 

 

 ^   Art. 190 Sanzioni amministrative pecuniarie in tema di disciplina degli intermediari 73

 

  1. Salvo che il fatto costituisca reato ai sensi dell’articolo 166, nei confronti dei soggetti abilitati, dei depositari e dei soggetti ai quali sono state esternalizzate funzioni operative essenziali o importanti si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da euro trentamila fino a euro cinque milioni, ovvero fino al dieci per cento del fatturato, quando tale importo e’ superiore a euro cinque milioni e il fatturato e’ determinabile ai sensi dell’articolo 195, comma 1-bis, per la mancata osservanza degli articoli 6; 6-bis; 6-ter; 7, commi 2, 2-bis, 2-ter, 3 e 3-bis; 7-bis, comma 5; 7-ter; 9; 12; 13, comma 3; 21; 22; 23, commi 1 e 4-bis; 24, commi 1 e 1-bis; 24-bis; 25; 25-bis; 25-ter, commi 1 e 2; 26, commi 1, 3 e 4; 27, commi 1 e 3; 28, comma 4; 29; 29-bis, comma 1; 29-ter, comma 4; 30, comma 5; 31, commi 1, 2, 2-bis, 3-bis, 5, 6 e 7; 32, comma 2; 33, comma 4; 35-bis, comma 6; 35-novies; 35-decies; 36, commi 2, 3 e 4; 37, commi 1, 2 e 3; 39; 40, commi 2, 4 e 5; 40-bis, comma 4; 40-ter, comma 4; 41, commi 2, 3 e 4; 41-bis; 41-ter; 41-quater; 42, commi 1, 3 e 4; 43, commi 2, 3, 4, 7, 8 e 9; 44, commi 1, 2, 3 e 5; 45; 46, commi 1, 3 e 4; 47; 48; 49, commi 3 e 4; 55-ter; 55-quater; 55-quinquies; ovvero delle disposizioni generali o particolari emanate in base ai medesimi articoli. (73)

1-bis.1 Chiunque eserciti l’attivita’ di gestore di portale in assenza dell’iscrizione nel registro previsto dall’articolo 50-quinquies e’ punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro cinquemila fino a euro cinque milioni. Se la violazione e’ commessa da una societa’ o un ente, si applica nei confronti di questi ultimi la sanzione amministrativa pecuniaria da euro trentamila fino a euro cinque milioni, ovvero fino al dieci per cento del fatturato, quando tale importo e’ superiore a euro cinque milioni e il fatturato e’ determinabile ai sensi dell’articolo 195, comma 1-bis. (73)

  1. La stessa sanzione prevista dal comma 1 si applica:

  2. a) alle banche non autorizzate alla prestazione di servizi o di attivita’ di investimento, nel caso in cui non osservino le disposizioni dell’articolo 25-bis e di quelle emanate in base ad esse;

  3. b) alle imprese di assicurazione, nel caso in cui non osservino le disposizioni previste dall’articolo 25-ter, commi 1 e 2, e quelle emanate in base ad esse;

  4. c) ai depositari centrali che prestano servizi o attivita’ di investimento per la violazione delle disposizioni del presente decreto richiamate dall’articolo 79-noviesdecies.1. (73)

2-bis. La medesima sanzione prevista dal comma 1 si applica a) ai gestori dei fondi europei per il venture capital (EuVECA), in caso di violazione delle disposizioni previste dagli articoli 2, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12 e 13 del regolamento (UE) n. 345/2013 e delle relative disposizioni attuative;

  1. b) ai gestori dei fondi europei per l’imprenditoria sociale (EuSEF), in caso di violazione delle disposizioni previste dagli articoli 2, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 14 del regolamento (UE) n. 346/2013 e delle relative disposizioni attuative;

b-bis) ai gestori e ai depositari di FIA, in caso di violazione delle disposizioni del regolamento delegato (UE) n. 231/2013 della Commissione ((, del regolamento (UE) n. 2015/760,)) e delle relative disposizioni attuative;

b-ter) ai gestori e ai depositari di OICVM, in caso di violazione delle disposizioni del regolamento delegato (UE) n. 438/2016 della Commissione e delle relative disposizioni attuative.

((2-bis.1. La medesima sanzione prevista dal comma 1 si applica anche in caso di inosservanza delle norme tecniche di regolamentazione e di attuazione relative ai regolamenti di cui al comma 2-bis, lettere a), b), b-bis) e b-ter), emanate dalla Commissione europea ai sensi degli articoli 10 e 15 del regolamento (CE) n. 1095/2010.))

2-ter. COMMA ABROGATO DAL D.LGS. 3 AGOSTO 2017, N. 129. (73)

  1. Si applica l’articolo 187-quinquiesdecies, comma 1-quater. (73)

3-bis. I soggetti che svolgono funzioni di amministrazione, direzione o controllo nei soggetti abilitati, i quali non osservano le disposizioni previste dall’articolo 6, comma 2-bis, ovvero le disposizioni generali o particolari emanate in base al medesimo comma dalla Banca d’Italia, sono puniti con la sanzione amministrativa pecuniaria da cinquantamila euro a cinquecentomila euro.

  1. COMMA ABROGATO DAL D.LGS. 3 AGOSTO 2017, N. 129. (73)

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 ^   Art. 190.1 Sanzioni amministrative pecuniarie in tema di disciplina della gestione accentrata di strumenti finanziari.

 

  1. Nei confronti dei depositari centrali di titoli, nel caso di inosservanza delle disposizioni previste dal Capo IV del titolo II-bis della parte III e di quelle emanate dalla Consob, d’intesa o sentita la Banca d’Italia, ai sensi dell’articolo 82, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da euro trentamila fino a euro cinque milioni, ovvero fino al dieci per cento del fatturato, quando tale importo e’ superiore a euro cinque milioni e il fatturato e’ ((determinabile ai sensi dell’articolo 195, comma 1-bis)). ((73))

  2. La stessa sanzione prevista dal comma 1 si applica:

  3. a) agli intermediari indicati nell’articolo 79-decies, comma 1, lettera b), per inosservanza delle disposizioni di cui all’articolo 83-novies, comma 1, lettere c), d), e) ed f), 83-duodecies, e di quelle emanate in base ad esse;

  4. b) agli emittenti azioni in caso di inosservanza di quanto previsto dall’articolo 83-undecies, comma 1.

  5. Si applica l’articolo ((187-quinquiesdecies, comma 1-quater.)) ((73))

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 ^   Art. 190.2 Sanzioni amministrative pecuniarie relative alla violazione delle disposizioni previste dal regolamento UE n. 909/2014.

 

  1. Nei confronti dei depositari centrali e delle banche designate ai sensi dell’articolo 54 del regolamento (UE) n. 909/2014, in caso di inosservanza delle disposizioni richiamate dall’articolo 63, paragrafo 1, del medesimo regolamento si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da euro trentamila fino a euro venti milioni, ovvero fino al dieci per cento del fatturato, quando tale importo e’ superiore a euro venti milioni e il fatturato e’ determinabile ai sensi dell’articolo 195, comma 1-bis. La medesima sanzione si applica altresi’ in caso di inosservanza delle norme tecniche di regolamentazione e di attuazione emanate dalla Commissione europea ai sensi del predetto regolamento. (73)

  2. Chiunque presti i servizi elencati nell’Allegato al regolamento (UE) n. 909/2014 e quelli consentiti, ma non esplicitamente elencati dal medesimo Allegato, in violazione degli articoli 16, 25 e 54 del predetto regolamento, e’ punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro cinquemila fino a euro cinque milioni. Se la violazione e’ commessa da una societa’ o un ente, e’ applicata la sanzione amministrativa pecuniaria da euro trentamila fino a euro venti milioni, ovvero fino al dieci per cento del fatturato, quando tale importo e’ superiore a euro venti milioni e il fatturato e’ determinabile ai sensi dell’articolo 195, comma 1-bis. (73)

  3. Si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da euro duemilacinquecento fino a euro centocinquantamila:

  4. a) ai gestori delle sedi di negoziazione, in caso di inosservanza delle disposizioni previste dall’articolo 3, paragrafo 2, comma 1, del regolamento di cui al comma 1;

  5. b) alle controparti di un contratto di garanzia finanziaria, in caso di violazione delle disposizioni previste dall’articolo 3, paragrafo 2, comma 2, del regolamento di cui al comma 1;

  6. c) alle imprese di investimento, in caso di inosservanza delle disposizioni previste dall’articolo 6, paragrafo 2, del regolamento di cui al comma 1 e delle relative disposizioni attuative;

  7. d) ai depositari centrali, in caso di inosservanza delle disposizioni previste dall’articolo 6, paragrafi 3 e 4, e dall’articolo 7, paragrafi 1 e 2, del regolamento di cui al comma 1, e delle relative disposizioni attuative;

  8. e) ai depositari centrali, alle controparti centrali e alle sedi di negoziazione, in caso di inosservanza delle disposizioni previste dall’articolo 7, paragrafi 9 e 10, del regolamento di cui al comma 1, e delle relative disposizioni attuative;

  9. f) ai partecipanti, in caso di inosservanza delle disposizioni previste dall’articolo 38, paragrafi 5 e 6, del regolamento di cui al comma 1;

  10. g) a chiunque non osservi le disposizioni previste dall’articolo 7, paragrafi 3, 6, 7 e 8, e dall’articolo 9, paragrafo 1, del regolamento di cui al comma 1 e dalle relative disposizioni attuative.

  11. Alle fattispecie disciplinate dai commi 1 e 2 si applica l’articolo 187-quinquiesdecies, comma 1-quater. (73)

  12. ((COMMA ABROGATO DAL D.LGS. 3 AGOSTO 2017, N. 129)). ((73))

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 ^   Art. 190.3 Sanzioni amministrative in tema di disciplina dei mercati e dei servizi di comunicazione dati.

 

Art. 190.3

(( (Sanzioni amministrative in tema di disciplina dei mercati e dei servizi di comunicazione dati). ))

((1. Salvo che il fatto costituisca reato ai sensi dell’articolo 166, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da euro trentamila fino a euro cinque milioni ovvero fino al dieci per cento del fatturato, quando tale importo e’ superiore a euro cinque milioni e il fatturato e’ determinabile ai sensi dell’articolo 195, comma 1-bis:

  1. a) ai gestori delle sedi negoziazione, nel caso di inosservanza delle disposizioni previste dal capo II del titolo I-bis della parte III e di quelle emanate in base ad esse;

  2. b) agli internalizzatori sistematici, nel caso di inosservanza delle disposizioni previste dal capo III del titolo I-bis della parte III e di quelle emanate in base ad esse;

  3. c) agli organizzatori e agli operatori dei sistemi multilaterali di depositi in euro, nel caso di inosservanza delle disposizioni previste dall’articolo 62-septies e di quelle emanate in base ad esse;

  4. d) ai membri e ai partecipanti ammessi ai mercati regolamentati e ai sistemi multilaterali di negoziazione nonche’ ai clienti di sistemi organizzati di negoziazione, nel caso di inosservanza delle disposizioni previste dal capo II del titolo I-bis della parte III e di quelle emanate in base ad esse;

  5. e) ai soggetti indicati nell’articolo 187-novies, nel caso di inosservanza delle disposizioni previste dal medesimo articolo e di quelle emanate in base ad esse;

  6. f) ai fornitori di servizi di comunicazione dati, nel caso di inosservanza delle disposizioni previste dagli articoli 79-bis, 79-ter e 79-ter.1 e di quelle emanate in base ad esse.

  7. Chiunque viola le disposizioni previste dall’articolo 68, comma 1, e dalle relative norme attuative, ovvero viola le misure adottate in base alle medesime disposizioni e’ punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro cinquemila fino a euro cinque milioni. Se la violazione e’ commessa da una societa’ o un ente, si applica nei confronti di questi ultimi la sanzione amministrativa pecuniaria da euro trentamila fino a euro cinque milioni, ovvero fino al dieci per cento del fatturato, quando tale importo e’ superiore a euro cinque milioni e il fatturato e’ determinabile ai sensi dell’articolo 195, comma 1-bis.

  8. Per la violazione delle disposizioni previste dagli articoli 67-ter, 68, comma 1, e 68-quater, commi 2 e 3, in ragione della gravita’ della violazione accertata e tenuto conto dei criteri stabiliti dall’articolo 194-bis, puo’ essere applicata anche la sanzione amministrativa accessoria dell’interdizione temporanea, per un periodo non inferiore a sei mesi e non superiore a tre anni, a essere membro o partecipante di un mercato regolamentato, di un sistema multilaterale di negoziazione o a essere cliente di un sistema organizzato di negoziazione.

  9. Si applica l’articolo 187-quinquiesdecies, comma 1-quater.))

((73))

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 ^   Art. 190.4 Sanzioni amministrative pecuniarie relative alle violazioni delle disposizioni previste dal regolamento UE n. 600/2014, dagli atti delegati e dalle norme tecniche di regolamentazione e di attuazione della direttiva 2014/65/UE e del regolamento

 

Art. 190.4

(( (Sanzioni amministrative pecuniarie relative alle violazioni delle disposizioni previste dal regolamento (UE) n. 600/2014, dagli atti delegati e dalle norme tecniche di regolamentazione e di attuazione della direttiva 2014/65/UE e del regolamento (UE) n. 600/2014). ))

((1. La violazione delle norme del regolamento (UE) n. 600/2014 richiamate dall’articolo 70, paragrafi 3, lettera b), e 4, lettera b), della direttiva 2014/65/UE e dell’articolo 22, paragrafo 1, del medesimo regolamento, nonche’ delle relative disposizioni attuative, ovvero la mancata osservanza delle misure adottate ai sensi dell’articolo 42 del regolamento (UE) n. 600/2014, e’ punita con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro cinquemila fino a euro cinque milioni. Se la violazione e’ commessa da una societa’ o un ente, e’ applicata la sanzione amministrativa pecuniaria da euro trentamila fino a euro cinque milioni, ovvero fino al dieci per cento del fatturato, quando tale importo e’ superiore a euro cinque milioni e il fatturato e’ determinabile ai sensi dell’articolo 195, comma 1-bis.

  1. La stessa sanzione prevista dal comma 1 si applica anche in caso di violazione delle disposizioni contenute negli atti delegati e nelle norme tecniche di regolamentazione e di attuazione della direttiva 2014/65/UE e del regolamento (UE) n. 600/2014, nelle materie a cui si riferiscono le disposizioni richiamate al comma 1 e agli articoli 190 e 190.3.

  2. Si applica l’articolo 187-quinquiesdecies, comma 1-quater.))

((73))

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 ^   Art. 190.5 Sanzioni amministrative pecuniarie in tema di agenzie di rating del credito relative alle violazioni delle disposizioni previste dal regolamento CE n. 1060/2009.

 

Art. 190.5

(( (Sanzioni amministrative pecuniarie in tema di agenzie di rating del credito relative alle violazioni delle disposizioni previste dal regolamento (CE) n. 1060/2009). ))

((1. Si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da euro duemilacinquecento a euro centocinquantamila:

  1. a) nei confronti di Sim, imprese di investimento UE con succursale in Italia, imprese di paesi terzi autorizzate in Italia, intermediari finanziari iscritti nell’albo previsto dall’articolo 106 del T.U. bancario, banche italiane e banche UE con succursale in Italia autorizzate alla prestazione di servizi e attivita’ di investimento, nonche’ nei confronti dei soggetti che svolgono funzioni di amministrazione o di direzione delle controparti centrali, in caso di violazione delle disposizioni previste dagli articoli 4, paragrafo 1, comma 1, e 5-bis del regolamento (CE) n. 1060/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 settembre 2009, relativo alle agenzie di rating del credito, e delle relative disposizioni attuative;

  2. b) nei confronti dei gestori, in caso di violazione dell’articolo 35-duodecies del presente decreto e dell’articolo 4, paragrafo 1, comma 1, del regolamento di cui alla lettera a), e delle relative disposizioni attuative;

  3. c) nei confronti degli emittenti, degli offerenti o delle persone che chiedono l’ammissione alla negoziazione sui mercati regolamentati italiani, in caso di violazione dell’articolo 4, paragrafo 1, comma 2, del regolamento di cui alla lettera a);

  4. d) nei confronti degli emittenti, cedenti o promotori di strumenti di finanza strutturata, in caso di violazione dell’articolo 8-ter del regolamento di cui alla lettera a);

  5. e) nei confronti degli emittenti o terzi collegati come definiti dall’articolo 3, paragrafo 1, lettera i), del regolamento di cui alla lettera a), in caso di violazione degli articoli 8-quater e 8-quinquies del predetto regolamento.

  6. Si applica l’articolo 187-quinquiesdecies, comma 1-quater.))

((73))

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 ^   Art. 190-bis Responsabilita’ degli esponenti aziendali e del personale per le violazioni in tema di disciplina degli intermediari, dei mercati, dei depositari centrali e della gestione accentrata di strumenti finanziari e dei servizi di comunicazione dati

 

  1. Fermo restando quanto previsto per le societa’ e gli enti nei confronti dei quali sono accertate le violazioni, per l’inosservanza delle disposizioni richiamate dagli articoli 188, 189, 190, 190.1 ((, 190.2, commi 1 e 2, 190.3, 190.4, e 190.5)), si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da euro cinquemila fino a ((euro cinque milioni)) nei confronti dei soggetti che svolgono funzioni di amministrazione, di direzione o di controllo, nonche’ nei confronti del personale, quando l’inosservanza e’ conseguenza della violazione di doveri propri o dell’organo di appartenenza e ricorrono una o piu’ delle seguenti condizioni: ((73))

  2. a) la condotta ha inciso in modo rilevante sulla complessiva organizzazione o sui profili di rischio aziendali, ovvero ha provocato un grave pregiudizio per la tutela degli investitori ((o per la trasparenza, l’integrita’ e)) il corretto funzionamento del mercato; ((73))

  3. b) la condotta ha contribuito a determinare la mancata ottemperanza della societa’ o dell’ente a provvedimenti specifici adottati ai sensi degli articoli 7, comma 2, e 12, comma 5-bis;

  4. c) le violazioni riguardano obblighi imposti ai sensi dell’articolo 6, commi, 2-septies, 2-octies, 2-novies, o dell’articolo 13, ovvero obblighi in materia di remunerazione e incentivazione, quando l’esponente o il personale e’ la parte interessata.

  5. Nei confronti dei soggetti che svolgono funzioni di amministrazione, di direzione o di controllo, nonche’ del personale, nei casi in cui la loro condotta abbia contribuito a determinare l’inosservanza dell’ordine di cui all’articolo 194-quater da parte della societa’ o dell’ente, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da euro cinquemila fino a ((euro cinque milioni)). ((73))

  6. Con il provvedimento di applicazione della sanzione, in ragione della gravita’ della violazione accertata e tenuto conto dei criteri stabiliti dall’articolo 194-bis, la Banca d’Italia o la Consob possono applicare la sanzione amministrativa accessoria dell’interdizione, per un periodo non inferiore a sei mesi e non superiore a tre anni, dallo svolgimento di funzioni di amministrazione, direzione e controllo presso ((soggetti)) autorizzati ai sensi del presente decreto legislativo, del decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385, del D.LGS. 7 settembre 2005, n. 209, o presso fondi pensione. ((73))

3-bis. La Banca d’Italia o la Consob, in ragione della gravita’ della violazione accertata e tenuto conto dei criteri stabiliti dall’articolo 194-bis, ((possono applicare)) la sanzione amministrativa accessoria dell’interdizione permanente dallo svolgimento delle funzioni richiamate al comma 3, nel caso in cui al medesimo soggetto sia stata gia’ applicata, due o piu’ volte negli ultimi dieci anni, ((sempre per le violazioni commesse con dolo o colpa grave,)) l’interdizione di cui al comma 3, per un periodo complessivo non inferiore a cinque anni. ((73))

  1. Si applica l’articolo ((187-quinquiesdecies, comma 1-quater.)). ((73))

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 ^   Art. 190-ter ARTICOLO ABROGATO DAL D.LGS. 3 AGOSTO 2017, N. 129

 

Art. 190-ter

((ARTICOLO ABROGATO DAL D.LGS. 3 AGOSTO 2017, N. 129))

((73))

 

 

 

 

 ^   Art. 190-quater Sanzioni amministrative in tema di gestione di portali.

 

Art. 190-quater

(( (Sanzioni amministrative in tema di gestione di portali). ))

((1. I gestori di portali per la raccolta di capitali per le piccole e medie imprese che violano le norme degli articoli 50-quinquies e 100-ter o le relative disposizioni attuative sono puniti con una sanzione amministrativa pecuniaria da euro cinquecento a euro venticinquemila. Per i soggetti iscritti nel registro di cui al comma 2 dell’articolo 50-quinquies, puo’ altresi’ essere disposta la sospensione da uno a quattro mesi o la radiazione dal registro.))

((73))

 

 

 

 ^   Art. 191 Offerta al pubblico di sottoscrizione e di vendita.

 

  1. Chiunque effettua un’offerta al pubblico in violazione dell’articolo 94, comma 1, e’ punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro venticinquemila fino a euro cinque milioni. (73)

  2. Chiunque viola gli articoli 94, commi 2, 3, 5, 6 e 7, 96, 97 e 101, salvo il caso specifico di cui al comma 4, ovvero le relative disposizioni generali o particolari emanate dalla Consob ai sensi degli articoli 95, commi 1, 2 e 4, 97, comma 2, 99, comma 1, lettere a), b), c) e d), e’ punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro cinquemila fino a euro settecentocinquantamila. (73)

  3. Chiunque effettua un’offerta al pubblico in violazione dell’articolo 98-ter, comma 1, e’ punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro venticinquemila fino a euro cinque milioni. Se la violazione e’ commessa da una societa’ o un ente, e’ applicata la sanzione amministrativa pecuniaria da euro venticinquemila fino a euro cinque milioni, ovvero fino al dieci per cento del fatturato, quando tale importo e’ superiore a euro cinque milioni e il fatturato e’ determinabile ai sensi dell’articolo 195, comma 1-bis. (73)

  4. Chiunque viola l’articolo 98-ter, commi 2 e 3, ovvero le relative disposizioni generali o particolari emanate dalla Consob ai sensi dell’articolo 98-quater, e’ punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro cinquemila fino a cinque milioni di euro. Se la violazione e’ commessa da una societa’ o un ente, e’ applicata la sanzione amministrativa pecuniaria da euro cinquemila fino a cinque milioni di euro, ovvero fino al dieci per cento del fatturato, quando tale importo e’ superiore a euro cinque milioni e il fatturato e’ determinabile ai sensi dell’articolo 195, comma 1-bis. Le medesime sanzioni si applicano alla violazione dell’articolo 101 commessa nell’ambito di un’offerta di OICVM. (73)

  5. Fermo restando quanto previsto dai commi 3 e 4, se all’osservanza delle disposizioni previste dai commi 1, 2, 3 e 4 e’ tenuta una societa’ o un ente, le sanzioni ivi previste si applicano nei confronti di questi ultimi; la stessa sanzione si applica nei confronti degli esponenti aziendali e del personale della societa’ o dell’ente nei casi previsti dall’articolo 190-bis, comma 1, lettera a). Se all’osservanza delle medesime disposizioni e’ tenuta una persona fisica, in caso di violazione, la sanzione si applica nei confronti di quest’ultima.

  6. Alle violazioni previste dai commi 3 e 4 si applicano gli articoli 187-quinquiesdecies, comma 1-quater, e 190-bis, commi 2, 3 e 3-bis. (73)

  7. Fermo restando quanto previsto dal comma 6, l’applicazione delle sanzioni amministrative pecuniarie previste dai commi 1 e 3, importa la perdita temporanea dei requisiti di idoneita’ previsti dal presente decreto per gli esponenti aziendali dei soggetti abilitati e dei requisiti previsti per i consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede, per i consulenti finanziari autonomi e per gli esponenti aziendali delle societa’ di consulenza finanziaria nonche’ l’incapacita’ temporanea ad assumere incarichi di amministrazione, direzione e controllo nell’ambito di societa’ aventi titoli quotati nei mercati regolamentati o diffusi tra il pubblico in maniera rilevante e di societa’ appartenenti al medesimo gruppo. La sanzione amministrativa accessoria ha durata non inferiore a due mesi e non superiore a tre anni. (73)

  8. ((COMMA ABROGATO DAL D.LGS. 3 AGOSTO 2017, N. 129)). ((73))

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 ^   Art. 192 Offerte pubbliche di acquisto o di scambio

 

  1. Chiunque viola l’obbligo di promuovere un’offerta pubblica di acquisto o di scambio ovvero effettua un’offerta pubblica di acquisto o di scambio in violazione delle disposizioni dell’articolo 102, commi 1, 3 e 6 , e’ punito con la sanzione amministrativa pecuniaria di importo non inferiore ad euro venticinquemila e non superiore al corrispettivo complessivamente dovuto dall’offerente ovvero che sarebbe stato complessivamente dovuto dall’offerente se l’offerta fosse stata promossa. .

  2. La sanzione indicata nel comma 1 si applica a chi:

  3. a) non rispetta le indicazioni fornite dalla CONSOB ai sensi dell’articolo 102, comma 4 , ovvero viola le disposizioni dei regolamenti emanati a norma dell’articolo 102, comma 1 e dell’articolo 103, comma 4 ;

a-bis) viola le disposizioni di cui all’articolo 103, commi 3 e 3-bis;

a-ter) viola le disposizioni relative all’obbligo di acquisto di cui all’articolo 108, commi 1 e 2 e le disposizioni del regolamento emanato a norma dell’articolo 108, comma 7;

  1. b) esercita il diritto di voto in violazione delle disposizioni dell’articolo 110.

b-bis) viola l’obbligo di cui all’articolo 110, comma 1-bis.

2-bis. Se all’osservanza delle disposizioni previste dai commi 1 e 2 e’ tenuta una societa’ o un ente, le sanzioni ivi previste si applicano nei confronti di questi ultimi; la stessa sanzione si applica nei confronti degli esponenti aziendali e del personale della societa’ o dell’ente nei casi previsti dall’art. 190-bis, comma 1, lettera a). Se all’osservanza delle medesime disposizioni e’ tenuta una persona fisica, in caso di violazione, la sanzione si applica nei confronti di quest’ultima. La sanzione massima applicabile ad una persona fisica per le violazioni previste ai commi 1 e 2 non puo’ essere superiore a ((euro cinque milioni)). ((73))

2-ter Si applica l’articolo ((187-quinquiesdecies, comma 1-quater)). ((73))

  1. COMMA ABROGATO DAL D.LGS. 25 SETTEMBRE 2009, N. 146.

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AGGIORNAMENTO (73)

Il D.Lgs. 3 agosto 2017, n. 129 ha disposto (con l’art. 10, comma 2) che “Le disposizioni del D.LGS. 24 febbraio 1998, n. 58, modificate dal presente decreto, si applicano dal 3 gennaio 2018, fatto salvo quanto diversamente previsto dall’articolo 93 della direttiva 2014/65/UE, con riferimento dell’articolo 65, paragrafo 2, della direttiva medesima, le cui disposizioni attuative si applicano dal 3 settembre 2019, e dall’articolo 55 del regolamento (UE) n. 600/2014, e successive modificazioni, nonche’ dal comma 3. […] Fermo restando quanto previsto dalle disposizioni dell’Unione europea direttamente applicabili, le disposizioni emanate dalla Banca d’Italia e dalla Consob, anche congiuntamente, ai sensi di disposizioni del D.LGS. 24 febbraio 1998, n. 58, abrogate o modificate dal presente decreto, continuano a essere applicate fino alla data di entrata in vigore dei provvedimenti emanati dalla Banca d’Italia o dalla Consob nelle corrispondenti materie”.

Ha inoltre disposto (con l’art. 10, comma 13) che le presenti modifiche si applicano alle violazioni commesse a partire dal 3 gennaio 2018.

 

 

 

 ^   Art. 192-bis Informazioni sul governo societario

 

  1. Salvo che il fatto costituisca reato, nei confronti delle societa’ quotate nei mercati regolamentati che omettono le comunicazioni prescritte dall’articolo 123-bis, comma 2, lettera a), ((si applica una delle seguenti sanzioni amministrative)):((73))

  2. a) una dichiarazione pubblica indicante la persona giuridica responsabile della violazione e la natura della stessa ((, quando questa sia connotata da scarsa offensivita’ o pericolosita’ e l’infrazione contestata sia cessata;));((73))

  3. b) un ordine di eliminare le infrazioni contestate, con eventuale indicazione delle misure da adottare e del termine per l’adempimento, e di astenersi dal ripeterle, quando le infrazioni stesse siano connotate da scarsa offensivita’ o pericolosita’;

  4. c) una sanzione amministrativa pecuniaria da euro diecimila a euro dieci milioni, ovvero, ((fino al cinque per cento del fatturato quando tale importo e’ superiore a euro dieci milioni e il fatturato e’ determinabile ai sensi dell’articolo 195, comma 1-bis.))((73))

1-bis. Per l’omissione delle comunicazioni indicate al comma 1, nei casi previsti dall’articolo 190-bis, comma 1, lettera a), salvo che il fatto costituisca reato, nei confronti dei soggetti che svolgono funzioni di amministrazione, di direzione o di controllo, nonche’ del personale, qualora la loro condotta abbia contribuito a determinare l’omissione delle comunicazioni da parte della societa’ o dell’ente, ((si applica una delle seguenti sanzioni amministrative)):((73))

  1. a) una dichiarazione pubblica indicante la persona responsabile della violazione e la natura della stessa ((, quando questa sia connotata da scarsa offensivita’ o pericolosita’ e l’infrazione contestata sia cessata;));((73))

  2. b) un ordine di eliminare le infrazioni contestate, con eventuale indicazione delle misure da adottare e del termine per l’adempimento, e di astenersi dal ripeterle, quando le infrazioni stesse siano connotate da scarsa offensivita’ o pericolosita’;

  3. c) una sanzione amministrativa pecuniaria da euro diecimila a euro due milioni.

1-ter. Si applica l’articolo ((187-quinquiesdecies, comma 1-quater)).((73))

1-quater. Nei casi di inosservanza dell’ordine di eliminare le infrazioni contestate e di astenersi dal ripeterle, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria prevista per la violazione originariamente contestata aumentata fino ad un terzo. Fermo restando quanto previsto per le persone giuridiche nei confronti delle quali e’ accertata l’inosservanza dell’ordine, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da euro diecimila a euro due milioni nei confronti dei soggetti che svolgono funzioni di amministrazione, di direzione o di controllo, nonche’ del personale, qualora la loro condotta abbia contribuito a determinare l’inosservanza dell’ordine da parte della persona giuridica.

 

mma 13) che le presenti modifiche si applicano alle violazioni commesse a partire dal 3 gennaio 2018.

 

 

 

 ^   Art. 192-ter Ammissione alle negoziazioni

 

  1. Nei confronti dell’emittente o della persona che chiede l’ammissione alle negoziazioni che viola le disposizioni contenute negli articoli 113, commi 2, 3, lettere a), d) f), e 4, e 113-bis, commi 1, 2, lettere a) e b), e 4, ovvero le disposizioni generali o particolari emanate dalla Consob in base ai medesimi articoli, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da euro cinquemila a euro settecentocinquantamila.

  2. COMMA ABROGATO DAL D.LGS. 12 MAGGIO 2015, N. 72.

2-bis. La sanzione prevista al comma 1 si applica ((…)) nei confronti degli esponenti aziendali e del personale della societa’ o dell’ente nei casi previsti dall’articolo 190-bis, comma 1, lettera a).((73))

  1. COMMA ABROGATO DAL D.LGS. 12 MAGGIO 2015, N. 72.

3-bis. Si applica l’articolo ((187-quinquiesdecies, comma 1-quater)).((73))

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 ^   Art. 192-quater Obbligo di astensione.

 

Art. 192-quater

(( (Obbligo di astensione).))

((1. I soci e gli amministratori che violano l’obbligo di astensione di cui all’articolo 6, comma 2-novies, sono puniti con una sanzione amministrativa pecuniaria da euro cinquantamila a euro centocinquantamila.))

 

 

 

 ^   Art. 193. Informazione societaria e doveri dei sindaci, dei revisori legali e delle societa’ di revisione legale

 

  1. Salvo che il fatto costituisca reato, nei confronti di societa’, enti o associazioni tenuti a effettuare le comunicazioni previste dagli articoli 114, 114-bis, 115, 154-bis, 154-ter e 154-quater, o soggetti agli obblighi di cui all’articolo 115-bis per l’inosservanza delle disposizioni degli articoli medesimi o delle relative disposizioni attuative, si applica una delle seguenti sanzioni amministrative:(73)

  2. a) una dichiarazione pubblica indicante la persona giuridica responsabile della violazione e la natura della stessa, quando questa sia connotata da scarsa offensivita’ o pericolosita’ e l’infrazione contestata sia cessata;(73)

  3. b) un ordine di eliminare le infrazioni contestate, con eventuale indicazione delle misure da adottare e del termine per l’adempimento, e di astenersi dal ripeterle, quando le infrazioni stesse siano connotate da scarsa offensivita’ o pericolosita’;

  4. c) una sanzione amministrativa pecuniaria da euro cinquemila a euro dieci milioni, ovvero fino al cinque per cento del fatturato quando tale importo e’ superiore a euro dieci milioni e il fatturato e’ determinabile ai sensi dell’articolo 195, comma 1-bis. (73)

1.1. Se le comunicazioni indicate nel comma 1 sono dovute da una persona fisica, salvo che il fatto costituisca reato, in caso di violazione si applicano nei confronti di quest’ultima, salvo che ricorra la causa di esenzione prevista dall’articolo 114, comma 10, una delle seguenti sanzioni amministrative:(73)

  1. a) una dichiarazione pubblica indicante la persona responsabile della violazione e la natura della stessa, quando questa sia connotata da scarsa offensivita’ o pericolosita’ e l’infrazione contestata sia cessata;(73)

  2. b) un ordine di eliminare le infrazioni contestate, con eventuale indicazione delle misure da adottare e del termine per l’adempimento, e di astenersi dal ripeterle, quando le infrazioni stesse siano connotate da scarsa offensivita’ o pericolosita’;

  3. c) una sanzione amministrativa pecuniaria da euro cinquemila a euro due milioni.

1.2. Per le violazioni indicate nel comma 1, nei confronti dei soggetti che svolgono funzioni di amministrazione, di direzione o di controllo, nonche’ del personale, qualora la loro condotta abbia contribuito a determinare dette violazioni da parte della persona giuridica si applicano, nei casi previsti dall’articolo 190-bis, comma 1, lettera a), le sanzioni amministrative previste dal comma 1.1.

1-bis. COMMA ABROGATO DAL D.LGS. 12 MAGGIO 2015, N. 72.

1-ter. COMMA ABROGATO DAL D.LGS. 12 MAGGIO 2015, N. 72.

1-quater. Le stesse sanzioni indicate ai commi 1, 1.1 e 1.2 si applicano, in caso di inosservanza delle disposizioni di attuazione emanate dalla Consob ai sensi dell’articolo 113-ter, comma 5, lettere b) e c), nei confronti dei soggetti autorizzati dalla Consob all’esercizio del servizio di diffusione e di stoccaggio delle informazioni regolamentate.

1-quinquies. ((COMMA ABROGATO DAL D.LGS. 3 AGOSTO 2017, N. 129)). ((73))

  1. Salvo che il fatto costituisca reato, nei casi di omissione delle comunicazioni delle partecipazioni rilevanti e dei patti parasociali previste, rispettivamente dagli articoli 120, commi 2, 2-bis, 4 e 4-bis, e 122, commi 1, 2 e 5, nonche’ di violazione dei divieti previsti dagli articoli 120, comma 5, 121, commi 1 e 3, e 122, comma 4, nei confronti di societa’, enti o associazioni, si applica una delle seguenti sanzioni amministrative:(73)

  2. a) una dichiarazione pubblica indicante il soggetto responsabile della violazione e la natura della stessa, quando questa sia connotata da scarsa offensivita’ o pericolosita’ e l’infrazione contestata sia cessata;(73)

  3. b) un ordine di eliminare le infrazioni contestate, con eventuale indicazione delle misure da adottare e del termine per l’adempimento, e di astenersi dal ripeterle, quando le infrazioni stesse siano connotate da scarsa offensivita’ o pericolosita’;

  4. c) una sanzione amministrativa pecuniaria da euro diecimila a euro dieci milioni, ovvero fino al cinque per cento del fatturato quando tale importo e’ superiore a euro dieci milioni e il fatturato e’ determinabile ai sensi dell’articolo 195, comma 1-bis.(73)

2.1. Salvo che il fatto costituisca reato, ove le comunicazioni indicate nel comma 2 sono dovute da una persona fisica, in caso di violazione si applica una delle seguenti sanzioni amministrative:(73)

  1. a) una dichiarazione pubblica indicante la persona responsabile della violazione e la natura della stessa, quando questa sia connotata da scarsa offensivita’ o pericolosita’ e l’infrazione contestata sia cessata;(73)

  2. b) un ordine di eliminare le infrazioni contestate, con eventuale indicazione delle misure da adottare e del termine per l’adempimento, e di astenersi dal ripeterle, quando le infrazioni stesse siano connotate da scarsa offensivita’ o pericolosita’;

  3. c) una sanzione amministrativa pecuniaria da euro diecimila a euro due milioni.

2.2. Per le violazioni indicate nel comma 2, nei confronti dei soggetti che svolgono funzioni di amministrazione, di direzione o di controllo, nonche’ del personale, qualora la loro condotta abbia contribuito a determinare dette violazioni da parte della persona giuridica si applicano, nei casi previsti dall’articolo 190-bis, comma 1, lettera a), le sanzioni amministrative previste dal comma 2.1.

2.3. Nei casi di ritardo delle comunicazioni previste dall’articolo 120, commi 2, 2-bis e 4, non superiore a due mesi, l’importo minimo edittale delle sanzioni amministrative pecuniarie indicate nei commi 2 e 2.1 e’ pari a euro cinquemila.

2.4. Se il vantaggio ottenuto dall’autore della violazione come conseguenza della violazione stessa e’ superiore ai limiti massimi edittali indicati nei commi 1, 1.1, 2 e 2.1, del presente articolo, la sanzione amministrativa pecuniaria e’ elevata fino al doppio dell’ammontare del vantaggio ottenuto, purche’ tale ammontare sia determinabile.

2-bis. COMMA SOPPRESSO DAL D.LGS. 15 FEBBRAIO 2016, N. 25.

  1. Si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da euro diecimila a euro un milione e cinquecentomila applica:

  2. a) ai componenti del collegio sindacale, del consiglio di sorveglianza e del comitato per il controllo sulla gestione che commettono irregolarita’ nell’adempimento dei doveri previsti dall’articolo 149, commi 1, 4-bis, primo periodo, e 4-ter, ovvero omettono le comunicazioni previste dall’articolo 149, comma 3;

  3. b) LETTERA ABROGATA DAL D.LGS. 27 GENNAIO 2010, N. 39.

3-bis. Salvo che il fatto costituisca reato, i componenti degli organi di controllo, i quali omettano di eseguire nei termini prescritti le comunicazioni di cui all’articolo 148-bis, comma 2, sono puniti con la sanzione amministrativa in misura pari al doppio della retribuzione annuale prevista per l’incarico relativamente al quale e’ stata omessa la comunicazione. Con il provvedimento sanzionatorio e’ dichiarata altresi’ la decadenza dall’incarico.

3-ter. ((COMMA ABROGATO DAL D.LGS. 3 AGOSTO 2017, N. 129)). ((73))

3-quater. Nel caso di violazione degli ordini previsti dal presente articolo si applica l’articolo 192-bis, comma 1-quater.

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AGGIORNAMENTO (73)

Il D.Lgs. 3 agosto 2017, n. 129 ha disposto (con l’art. 10, comma 2) che “Le disposizioni del D.LGS. 24 febbraio 1998, n. 58, modificate dal presente decreto, si applicano dal 3 gennaio 2018, fatto salvo quanto diversamente previsto dall’articolo 93 della direttiva 2014/65/UE, con riferimento dell’articolo 65, paragrafo 2, della direttiva medesima, le cui disposizioni attuative si applicano dal 3 settembre 2019, e dall’articolo 55 del regolamento (UE) n. 600/2014, e successive modificazioni, nonche’ dal comma 3. […] Fermo restando quanto previsto dalle disposizioni dell’Unione europea direttamente applicabili, le disposizioni emanate dalla Banca d’Italia e dalla Consob, anche congiuntamente, ai sensi di disposizioni del D.LGS. 24 febbraio 1998, n. 58, abrogate o modificate dal presente decreto, continuano a essere applicate fino alla data di entrata in vigore dei provvedimenti emanati dalla Banca d’Italia o dalla Consob nelle corrispondenti materie”.

Ha inoltre disposto (con l’art. 10, comma 13) che “Le modifiche apportate dal presente decreto alla parte V del D.LGS. 24 febbraio 1998, n. 58, si applicano alle violazioni commesse a partire dal 3 gennaio 2018”.

 

 

 

 ^   Art. 193-bis Rapporti con societa’ estere aventi sede legale in Stati che non garantiscono la trasparenza societaria.

 

Art. 193-bis consulenti finanziari sanzioni consob

(( (Rapporti con societa’ estere aventi sede legale in Stati che non garantiscono la trasparenza societaria). ))

((1. Coloro che sottoscrivono il bilancio della societa’ estera di cui all’articolo 165-quater, comma 2, le relazioni e i pareri di cui agli articoli 165-quater, commi 2 e 3, 165-quinquies, comma 1, e 165-sexies, comma 1, e coloro che esercitano la revisione ai sensi dell’articolo 165-quater, comma 4, sono soggetti a responsabilita’ civile, penale e amministrativa secondo quanto previsto in relazione al bilancio delle societa’ italiane.

  1. Salvo che il fatto costituisca reato, la violazione degli obblighi derivanti dall’esercizio dei poteri attribuiti alla CONSOB dall’articolo 165-septies, comma 1, e’ punita con la sanzione amministrativa pecuniaria prevista dall’articolo 193, comma 1)).

 

 

 

 ^   Art. 193-ter Sanzioni amministrative pecuniarie relative alle violazioni delle prescrizioni di cui al regolamento UE n. 236/2012.

 

  1. Chiunque non osservi le disposizioni previste dagli articoli 5, 6, 7, 8, 9, 15, 17, 18 e 19 del regolamento (UE) n. 236/2012 e relative disposizioni attuative, e’ soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro venticinquemila a euro duemilionicinquecentomila.

  2. La stessa sanzione del comma 1 e’ applicabile a chi:

  3. a) violi le disposizioni di cui agli articoli 12, 13 e 14 del regolamento indicato al comma 1 e relative disposizioni attuative; (73)

  4. b) violi le misure adottate dall’autorita’ competente di cui all’articolo 4-ter ai sensi degli articoli 20, 21 e 23 del medesimo regolamento.

  5. Le sanzioni amministrative pecuniarie previste al comma 2, lettere a) e b), sono aumentate fino al triplo o fino al maggiore importo di dieci volte il prodotto o il profitto conseguito dall’illecito quando, per le qualita’ personali del colpevole, per l’entita’ del prodotto o del profitto conseguito dall’illecito ovvero per gli effetti prodotti sul mercato, esse appaiono inadeguate anche se applicate nel massimo.

  6. L’applicazione delle sanzioni amministrative pecuniarie previste dal presente articolo comporta sempre la confisca del prodotto o del profitto dell’illecito. Qualora non sia possibile eseguire la confisca, la stessa puo’ avere ad oggetto somme di denaro, beni o altre utilita’ di valore equivalente.

  7. ((COMMA ABROGATO DAL D.LGS. 3 AGOSTO 2017, N. 129)).((73))

 

 

 

 

 ^   Art. 193-quater Sanzioni amministrative pecuniarie relative alla violazione delle disposizioni previste dal regolamento UE n. 648/2012 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 4 luglio 2012.

 

  1. Le controparti centrali, i gestori delle sedi di negoziazione, le controparti finanziarie e le controparti non finanziarie, come definite dall’articolo 2, punti 1), 4), 8) e 9), del regolamento (UE) n. 648/2012 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 4 luglio 2012, i soggetti che agiscono in qualita’ di partecipanti alle controparti centrali o in qualita’ di clienti di questi ultimi, come definiti dall’articolo 2, punto 15), del citato regolamento, i quali non osservano le disposizioni previste dai titoli II, III, IV e V del medesimo regolamento e le relative disposizioni attuative, ((sono puniti)) con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro cinquemila fino a euro cinque milioni, se sono persone fisiche. Se la violazione e’ commessa da una societa’ o da un ente, si applica nei confronti di questi ultimi la sanzione amministrativa pecuniaria da euro trentamila fino a euro cinque milioni, ((ovvero fino al dieci per cento del fatturato, quando tale importo e’ superiore a euro cinque milioni e il fatturato e’ determinabile ai sensi dell’articolo 195, comma 1-bis.)) ((73))

  2. COMMA ABROGATO DAL D.LGS. 12 MAGGIO 2015, N. 72. consulenti finanziari sanzioni consob

  3. Le sanzioni amministrative previste dal comma 1 sono applicate dalla Banca d’Italia, dalla Consob, dall’IVASS e dalla COVIP, secondo le rispettive attribuzioni di vigilanza.

  4. Si applica l’articolo ((187-quinquiesdecies, comma 1-quater)).((73))

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AGGIORNAMENTO (73)

Il D.Lgs. 3 agosto 2017, n. 129 ha disposto (con l’art. 10, comma 2) che “Le disposizioni del D.LGS. 24 febbraio 1998, n. 58, modificate dal presente decreto, si applicano dal 3 gennaio 2018, fatto salvo quanto diversamente previsto dall’articolo 93 della direttiva 2014/65/UE, con riferimento dell’articolo 65, paragrafo 2, della direttiva medesima, le cui disposizioni attuative si applicano dal 3 settembre 2019, e dall’articolo 55 del regolamento (UE) n. 600/2014, e successive modificazioni, nonche’ dal comma 3. […] Fermo restando quanto previsto dalle disposizioni dell’Unione europea direttamente applicabili, le disposizioni emanate dalla Banca d’Italia e dalla Consob, anche congiuntamente, ai sensi di disposizioni del D.LGS. 24 febbraio 1998, n. 58, abrogate o modificate dal presente decreto, continuano a essere applicate fino alla data di entrata in vigore dei provvedimenti emanati dalla Banca d’Italia o dalla Consob nelle corrispondenti materie”.

Ha inoltre disposto (con l’art. 10, comma 13) che le presenti modifiche si applicano alle violazioni commesse a partire dal 3 gennaio 2018.

 

 

 

 ^ Art. 193-quinquies Sanzioni amministrative pecuniarie relative alle violazioni delle disposizioni previste dal regolamento UE n. 1286/2014.

 

  1. La violazione delle disposizioni richiamate dall’articolo 24, paragrafo 1, del regolamento (UE) n. 1286/2014, ovvero la mancata osservanza delle misure adottate ai sensi dell’articolo 4-septies, comma 1, e’ punita con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro cinquemila fino a euro settecentomila con provvedimento adottato dalla Consob o dall’IVASS secondo le rispettive competenze definite ai sensi dell’articolo 4-sexies. Se la violazione e’ commessa da una societa’ o un ente, e’ applicata la sanzione amministrativa pecuniaria da euro trentamila fino a euro cinque milioni, ovvero fino al tre per cento del relativo fatturato ((…)) quando tale importo e’ superiore a euro cinque milioni ((e il fatturato e’ determinabile ai sensi dell’articolo 195, comma 1-bis.)).((73))

  2. La violazione degli obblighi di notifica di cui all’articolo 4-decies e delle relative disposizioni attuative e’ punita con le sanzioni previste dal comma 1.

  3. Le sanzioni previste ai commi 1 e 2 per le persone fisiche si applicano nei confronti degli esponenti aziendali e del personale della societa’ o dell’ente nei casi previsti dall’articolo 190-bis, comma 1, lettera a).

  4. Se il profitto ottenuto dall’autore della violazione come conseguenza della violazione stessa o la perdita evitata grazie alla violazione sono superiori ai limiti massimi indicati nel comma 1, la sanzione amministrativa pecuniaria e’ elevata fino al doppio dell’ammontare dei profitti ottenuti o delle perdite evitate, purche’ tale ammontare sia determinabile.

  5. La Consob e l’IVASS possono imporre, secondo le rispettive competenze definite ai sensi dell’articolo 4-sexies, agli ideatori di PRIIP o ai soggetti che forniscono consulenza sui PRIIP o vendono tali prodotti, di trasmettere una comunicazione diretta all’investitore al dettaglio in PRIIP interessato, fornendogli informazioni circa le sanzioni adottate e comunicando le modalita’ per la presentazione di eventuali reclami o domande di risarcimento anche mediante il ricorso ai meccanismi di risoluzione stragiudiziale delle controversie previsti dal D.LGS. 8 ottobre 2007, n. 179.

(69)

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AGGIORNAMENTO (69)

Il D.Lgs. 14 novembre 2016, n. 224 ha disposto (con l’art. 3, comma 1) che la presente modifica si applica a decorrere dalla data di applicazione del regolamento (UE) n. 1286/2014.

 

 

 

 Art. 193-sexies Sistemi interni di segnalazione.

 

Art. 193-sexies consulenti finanziari sanzioni consob

(( (Sistemi interni di segnalazione).))

((1. In caso di inosservanza delle disposizioni previste dall’articolo 4-undecies e dalle relative disposizioni attuative, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da euro trentamila fino a euro cinque milioni, ovvero fino al dieci per cento del fatturato, quando tale importo e’ superiore a euro cinque milioni e il fatturato e’ determinabile ai sensi dell’articolo 195, comma 1-bis. In tal caso, fermo restando quanto previsto per le societa’ e gli enti nei confronti dei quali sono accertate le violazioni, si applica anche la sanzione amministrativa pecuniaria da euro cinquemila fino a euro cinque milioni nei confronti degli esponenti aziendali e del personale della societa’ o dell’ente nei casi previsti dall’articolo 190-bis, comma 1, lettera a).)) ((73))

 

 

 

Art. 194 Deleghe di voto consulenti finanziari sanzioni consob

 

  1. COMMA ABROGATO DAL D.LGS. 27 GENNAIO 2010, N.27.

  2. Il soggetto che promuove una sollecitazione di deleghe di voto che viola le norme degli articoli 138, 142, commi 1 e 2, 144, comma 4, e del regolamento emanato a norma dell’articolo 144, comma 1, e’ punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro cinquemila a euro settecentocinquantamila.

2-bis. La sanzione prevista al comma 2 si applica al rappresentante designato dalla societa’ con azioni quotate che viola l’articolo 135-undecies, comma 4.

2-ter. Se all’osservanza delle disposizioni previste dal comma 2 e’ tenuta una societa’ o un ente le sanzioni ivi previste si applicano nei confronti di questi; la stessa sanzione si applica nei confronti degli esponenti aziendali e del personale della societa’ o dell’ente nei casi previsti dall’articolo 190-bis, comma 1, lettera a). Se all’osservanza delle medesime disposizioni e’ tenuta una persona fisica, in caso di violazione, la sanzione si applica nei confronti di quest’ultima.

2-quater. ((COMMA ABROGATO DAL D.LGS. 3 AGOSTO 2017, N. 129)). ((73))

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Le Sezioni Unite si pronunciano sulle c.d. ‘nullità selettive’: nullità di protezione ed eccezione di buona fede

Intermediazione finanziaria – Nullità di protezione – Nullità selettive – Eccezione di buona fede

La nullità per difetto di forma scritta, contenuta nell’art. 23, comma 3, del d.lgs n. 58 del 1998, può essere fatta valere esclusivamente dall’investitore con la conseguenza che gli effetti processuali e sostanziali dell’accertamento operano soltanto a suo vantaggio. L’intermediario, tuttavia, ove la domanda sia diretta a colpire soltanto alcuni ordini di acquisto, può opporre l’eccezione di buona fede, se la selezione della nullità determini un ingiustificato sacrificio economico a suo danno, alla luce della complessiva esecuzione degli ordini, conseguiti alla conclusione del contratto quadro.  Cassazione Sez. Un. Civili, 04 novembre 2019, n.28314. Il difetto di sottoscrizione del contratto quadro da parte della banca porta a ritenere accertato che la stessa fosse a conoscenza dell’invalidità dello stesso e degli ordini relativi ai titoli argentini con la conseguenza dell’indebito originario in relazione ai pagamenti per i loro acquisti. L’obbligo di forma è posto ad esclusiva tutela del cliente e costituisce il primo livello di tutela dell’asimmetria informativa. Ne consegue la presunzione di consapevolezza della banca che a colmare tale squilibrio è tenuta.

 

 

REPUBBLICA ITALIANA consulenti finanziari sanzioni consob
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Oggetto

Contratti d’investimento – Nullità di protezione

Ud. 09/04/2019 – PU

GIOVANNI MAMMONE

AURELIO CAPPABIANCA

ROBERTA VIVALDI

LUCIA TRIA
ANDREA SCALDAFERRI FRANCO DE STEFANO MARIA ACIERNO ALBERTO GIUSTI
ALDO CARRATO

ha pronunciato la seguente

– Primo Presidente –

– Presidente Sezione –

– Presidente Sezione –

– Consigliere –
– Consigliere –
– Consigliere –
– Rel. Consigliere – – Consigliere –

– Consigliere –

SENTENZA

sul ricorso 3225-2014 proposto da:
FRANCO, elettivamente domiciliato in R

;

contro

BANCA ANTONIANA VENETA S.P.A. (ora BANCA MONTE DEI PASCHI DI SIENA S.P.A.);

– ricorrente –

– intimata –

avverso la sentenza n. 1290/2013 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA, depositata il 21/11/2013.
Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 09/04/2019 dal Consigliere MARIA ACIERNO;

udito il Pubblico Ministero, in persona dell’Avvocato Generale LUIGI SALVATO, che ha concluso per il rigetto del secondo motivo del ricorso, rimessione alla prima sezione civile per la decisione dei restanti motivi;

udito l’Avvocato er delega orale.

FATTI DI CAUSA

1.11 Tribunale di Mantova ha accolto la domanda proposta da Franco volta a far dichiarare la nullità di due contratti

d’investimento in obbligazioni argentine stipulati il 4 maggio 1999 e il 26 agosto 1999 con condanna della intermediaria Banca Antoniana Popolare Veneta alle restituzioni dovute in relazione a tali investimenti. La nullità degli ordini di acquisto era derivata dal difetto di forma scritta del contratto quadro stipulato tra le parti del giudizio. Il Tribunale, peraltro, ha accolto anche la domanda riconvenzionale proposta dalla banca convenuta, avente ad oggetto la restituzione di

cedole riscosse in forza di operazioni in esecuzione del contratto quadro ritenuto affetto da radicale nullità. All’esito dell’operata compensazione l’investitore è stato condannato al pagamento della differenza residua a debito.

2.La Corte d’Appello, investita dell’impugnazione dal in parziale riforma della pronuncia di primo grado, ha affermato, in primo luogo che sussiste il difetto di legittimazione dell’appellante

in relazione all’ordine del 4/5/99 relativo a 35000

obbligazioni Argentina-08 Tr°/0 DEM del controvalore di 35.840.668, formulato dalla madre dell’appellante dal momento che la stessa ha agito in nome proprio e non in rappresentanza del figlio. Al riguardo è stata esclusa la prova della “contemplatio domini” con la conseguenza che unica obbligata verso l’intermediaria deve ritenersi la mandataria senza rappresentanza. Il mandante non ha il potere in questa ipotesi di esercitare azioni contrattuali quali quella di risoluzione del contratto che rimangono in capo al mandatario.

Deve escludersi anche che vi sia stata una ratifica valida desumibile dallo “attestato di eseguito” proveniente dalla banca che trova giustificazione per l’esclusiva titolarità del c/c in capo all’appellante.

2.1. Nel merito, è vero che la nullità ex art. 23, c.3, d.lgs n. 58 del 1998 può essere fatta valere soltanto dal cliente, ma una volta dichiarata, si ripercuote su tutte le operazioni eseguite in attuazione dell’atto negoziale viziato. La nullità di protezione non determina

anche il potere dell’investitore di limitazione degli effetti della nullità soltanto ad alcuni degli ordini secondo la sua scelta. L’invalidità si espande sull’intero rapporto ed investe tutti gli ordini di acquisto. Pertanto, in forza, della normativa in materia d’indebito, il cliente è tenuto a restituire alla banca i titoli acquistati, le cedole riscosse ed ogni altra utilità, così come la intermediaria è tenuta a restituire alla banca l’importo erogato per l’acquisto dei titoli. Tuttavia, nella specie la Corte ha escluso che fosse stata proposta una domanda riconvenzionale di restituzione, ritenendo validamente introdotta in giudizio esclusivamente un’eccezione di compensazione, idonea, di conseguenza, esclusivamente a paralizzare la domanda restitutoria

dell’attore.
2.2 E’ stato inoltre precisato che alla soluzione adottata non è di ostacolo il fatto che la banca abbia acquistato titoli da un collocatore terzo. Il venire meno del mandato ha mantenuto in capo all’intermediario la proprietà dei titoli acquistati sul mercato dal

momento che la nullità del contratto di negoziazione non incide sull’acquisto tra la banca ed il terzo ma solo sull’effetto di cui all’art. 1706 cod. civ. del ritrasferimento automatico al mandante. Le cedole, sebbene erogate da un soggetto terzo, (nella specie lo Stato emittente) in virtù della nullità del contratto quadro originario, rimangono di proprietà della banca, non essendosi perfezionato l’acquisto dei titoli nella sfera giuridica del cliente.

2.3 E’ stata dichiarata inammissibile perché proposta per la prima volta in appello la domanda del volta ad ottenere il danno da mancata rendita riguardante sia gli utili e i dividendi sulle cedole la cui restituzione era stata disposta dal Tribunale, sia quelli maturandi nel periodo successivo all’incasso dell’ultima cedola.

2.4 E’ stata confermata la statuizione del Tribunale riguardante la decorrenza degli interessi dovuti all’investitore con decorrenza dalla domanda, non essendovi prova della malafede della intermediaria. L’indebito sorge dalla mancata sottoscrizione del contratto quadro da parte della banca, nella copia dimessa in causa (non oggetto d’impugnazione) e tale mancanza non può che ritenersi frutto di mero errore.

  1. Avverso tale pronuncia ha proposto ricorso per cassazione Franco affidato a sei motivi. Non ha svolto difese la parte intimata.

La parte ricorrente ha depositato memoria.
4. La prima sezione civile ha rimesso alle S.U. di questa Corte la questione sollevata nel secondo motivo di ricorso relativa all’esatta determinazione degli effetti e delle conseguenze giuridiche dell’azione di nullità proposta dal cliente in relazione a specifici ordini di acquisto di titoli che derivi, tuttavia, dall’accertamento del difetto di forma del contratto quadro. Il punto controverso riguarda l’estensione degli effetti della dichiarazione di nullità anche alle operazioni che non hanno formato oggetto della domanda proposta dal cliente ed, eventualmente, i limiti di tale estensione.

Ric. 2014 n. 03225 sez.

RAGIONI DELLA DECISIONE

  1. Nel primo motivo di ricorso viene dedotta la violazione degli artt. 1292, 1388, 1704, 1705 cod. civ. e 61 reg. Consob n. 11522 del 1998 in relazione alla ritenuta carenza di legittimazione attiva del ricorrente in relazione all’operazione del 4/5/99. Afferma il ricorrente

che il contratto d’intermediazione e quello di conto corrente erano cointestati a lui ed a sua madre. Ciascuno di essi, secondo quanto stabilito nel contratto poteva impartire ordini di acquisto titoli. Da ciò conseguiva che essi, anche singolarmente, agivano anche in rappresentanza dell’altro cointestatario ed avevano entrambi legittimazione ad agire in giudizio a tutela dei propri investimenti. Inoltre l’attestato di eseguito recava l’espressa dizione “Vi informiamo di avere eseguito (…) la seguente operazione da voi disposta”. Secondo quanto stabilito nell’art. 61 Reg. Consob tale informazione viene fornita all’investitore e non ad altri. Doveva pertanto trovare applicazione l’art. 1704 cod. civ. in relazione alla ratifica e non l’art. 1705 cod. civ. oltre che l’art. 1399 cod. civ. Infine, anche applicando l’art. 1705 cod. civ. il credito derivante dall’azione di nullità poteva essere esercitato dal mandante.

  1. Nel secondo motivo viene dedotta la violazione dell’art. 23 T.U.F. in relazione all’accoglimento dell’eccezione riconvenzionale di compensazione formulata dalla intermediaria. In primo luogo il ricorrente rileva che l’accertamento della nullità dell’intero contratto quadro è stata richiesta in via meramente incidentale e strumentale alla declaratoria di nullità dei due ordini sopra identificati. Tale limitazione risulta legittima in quanto gli ordini hanno una propria autonoma valenza negoziale che postula la formazione di un consenso ad hoc per la loro esecuzione mediante la prestazione dell’intermediario. Al riguardo non può pretendersi, in violazione patente dell’art. 100 cod. proc. civ., che l’investitore debba

denunziare la nullità di operazioni, eseguite in perfetta buona fede e che hanno comportato un utile, con ciò aggravando il danno già subito. Ove l’investitore dovesse scegliere tra il far valere la nullità dell’intero rapporto o subire, per evitare un maggior danno, la violazione dell’intermediario, ciò farebbe venire meno il carattere protettivo della nullità ed anche la funzione di tutelare l’integrità e la correttezza del mercato.

  1. Nel terzo motivo viene dedotto il vizio di ultrapetizione della sentenza impugnata, per essere stata accertata con valore di giudicato la nullità del contratto quadro laddove ne era stato chiesto l’accertamento soltanto incidenter tantum.

dotta la violazione dell’art. 10, comma 2 bis del d.lgs n. 5 del 2003, per l’erronea affermazione contenuta nella sentenza impugnata riguardante la asserita non contestazione dell’entità delle cedole incassate dalla intermediaria in relazione agli ordini di acquisti scaturenti dal contratto quadro nullo. I documenti da cui si desume il fatto non contestato sono gli estratti conto prodotti dalla banca che riportano genericamente accrediti ed addebiti senza alcuna distinzione tra le operazioni disposte dai singoli cointestatari o cedole o dividendi provenienti da operazioni diverse. Il ricorrente, peraltro, riportando ampi stralci del quarto motivo d’appello, precisa di aver contestato anche in relazione alla legittimazione attiva della banca la riconduzione dell’importo complessivo a titolo di cedole nel rapporto giustificato dal contratto quadro. L’effetto probante della non contestazione non può prodursi se è necessario che i fatti accertati siano integrati da ulteriori prove e se abbia ad oggetto solo fatti secondari. L’applicazione illegittima del principio di non contestazione

ha determinato nella specie l’alterazione della regola di giudizio fissata nell’art. 2697 cod. civ.
9. Nel quinto motivo viene dedotta la violazione degli artt. 820, 1148, 2033 cod. civ. in relazione al dedotto obbligo dell’investitore di

restituire le cedole riscosse in buona fede nel corso del rapporto. Il ricorrente aveva già prospettato il rilievo in questione precisando che le cedole nella specie erano state pagate dagli emittenti dei titoli e non dalla banca con la conseguenza che la stessa difettava di legittimazione. L’affermazione, secondo la quale, con la declaratoria di nullità i titoli restavano di proprietà della banca non faceva venire meno la conseguenza che il pagamento delle cedole era stato effettuato in buona fede al soggetto che in virtù del possesso del

titolo figurava esserne il proprietario. Le norme sopra indicate stabiliscono il principio secondo il quale il possesso di buona fede fa si che i frutti riscossi siano dovuti solo dal giorno della domanda e non dal momento della loro materializzazione. Il giudice d’appello ha errato nel dare rilievo invece che al possesso di buona fede alla titolarità delle obbligazioni. Essendo stata esclusa la malafede della banca doveva a maggior ragione essere esclusa la malafede del cliente. La corte d’Appello ha erroneamente ritenuto la banca legittimata alla ripetizione di indebito oggettivo.

  1. Nel sesto motivo viene dedotta la violazione degli artt. 1147, 1338 e 2033 cod. civ. nonché dell’art. 23 d.lgs n. 59 del 1998 in relazione al rigetto della domanda attorea di pagamento degli interessi sulla somma investita dalla data degli investimenti anziché

dalla domanda. Il difetto di sottoscrizione del contratto quadro da parte della banca porta a ritenere accertato che la stessa fosse a conoscenza dell’invalidità dello stesso e degli ordini relativi ai titoli argentini con la conseguenza dell’indebito originario in relazione ai pagamenti per i loro acquisti. L’obbligo di forma è posto ad esclusiva tutela del cliente e costituisce il primo livello di tutela dell’asimmetria informativa. Ne consegue la presunzione di consapevolezza della banca che a colmare tale squilibrio è tenuta.

  1. La questione di cui sono state investite le Sezioni Unite è affrontata nel secondo motivo di ricorso. Il contrasto che si è

determinato all’interno della prima sezione riguarda, come già rilevato, la legittimità della limitazione degli effetti derivanti dall’accertamento della nullità del contratto quadro ai soli ordini oggetto della domanda proposta dall’investitore, contrapponendosi a tale impostazione, quella, ad essa alternativa, che si fonda sull’estensione degli effetti di tale dichiarazione di nullità anche alle operazioni di acquisto che non hanno formato oggetto della domanda proposta dal cliente, con le conseguenze compensative e restitutorie che ne possono derivare ove trovino ingresso nel processo come eccezioni o domande riconvenzionali.

  1. Prima di esaminare il secondo motivo di ricorso è necessario affrontare il terzo motivo relativo al vizio di ultrapetizione, nel quale sarebbe incorsa la sentenza impugnata per aver ritenuto che l’accertamento della nullità del contratto quadro avesse valore di giudicato. Al riguardo deve osservarsi che la parte ricorrente ha affermato che l’accertamento della nullità del contratto quadro era stata richiesta soltanto “incidenter tantum”, ed esclusivamente al fine di far valere l’invalidità degli ordini di acquisto indicati nella domanda. Secondo questa prospettazione, l’eccezione di compensazione, accolta dalla Corte d’Appello, è viziata da extrapetizione perché fondata sull’accertamento con valore di giudicato, della nullità del contratto

quadro, e sulla conseguente invalidità di tutti gli ordini di acquisto con efficacia ex tunc.

  1. La censura non è fondata. In primo luogo deve rilevarsi che l’accertamento “incidenter tantum” può riguardare soltanto un rapporto diverso da quello dedotto in giudizio che si ponga come mero antecedente logico della decisione da adottare. La giurisprudenza di legittimità ha individuato le caratteristiche distintive di tale accertamento, ad efficacia esclusivamente endoprocessuale, rispetto a quello con valore di giudicato, attraverso gli orientamenti relativi al regolamento di competenza sui provvedimenti di

sospensione del processo, la cui legittimità è stata limitata agli accertamenti giurisdizionali che si pongano in relazione di pregiudizialità tecnica o giuridica con quello o quelli inerenti il processo sospeso. Alla luce dei principi indicati, l’accertamento ha valore di giudicato quando riguarda un presupposto giuridico eziologicamente collegato con la domanda tanto da costituirne premessa ineludibile. Ulteriore caratteristica distintiva è l’attitudine ad avere rilievo autonomo ed efficacia che può propagarsi oltre il perimetro endoprocessuale. (Cass.14578 del 2005, nella quale è stato escluso che l’accertamento della proprietà di un muro in una causa di risarcimento dei danni dovuta al suo crollo potesse essere idonea alla

formazione giudicato, trattandosi di rapporto diverso da quello dedotto in giudizio e 16995 del 2007).
Nella fattispecie dedotta nel presente giudizio l’accertamento della nullità del contratto quadro costituisce il presupposto non solo logico ma tecnico-giuridico della domanda oltre ad essere stato posto a base da parte dell’intermediario, dell’eccezione riconvenzionale di compensazione.

13.1 L’attitudine al giudicato dell’accertamento relativo alla nullità del contratto quadro e la conseguente infondatezza della censura prospettata nel terzo motivo, non esclude, tuttavia, la necessità di affrontare la correlata questione, relativa alla legittimazione ad agire dell’intermediario, in via di azione o di eccezione, al fine di far valere gli effetti della nullità del contratto quadro anche in relazione ad ordini di acquisto diversi di quelli indicati nella domanda. Tale profilo costituisce parte integrante della censura formulata nel secondo motivo e della questione sottoposto all’esame delle Sezioni Unite,

dovendo essere affrontata alla luce del peculiare regime delle nullità di protezione, all’interno delle quali si colloca, incontestatamente, la nullità per difetto di forma del contratto quadro, stabilita nell’art. 23 del t.u. n.58 del 1998.

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  1. L’esame del secondo motivo richiede una precisazione preliminare. Nel giudizio di merito si è formato il giudicato sulla nullità del contratto quadro per difetto di forma, nonostante emerga dal ricorso (pag.8), e dalla sentenza impugnata (pag. 7 in fine) che il predetto contratto (quello del 25/8/98) sia stato sottoscritto dagli investitori (il ricorrente e sua madre). L’esistenza di un testo completo e sottoscritto da uno dei contraenti, ancorché costituisca circostanza irrilevante, in relazione all’accertamento della nullità, perché coperta da giudicato, non può essere del tutto ignorata, in relazione alla valutazione della legittimità delle diverse forme di tutela

dell’intermediario determinate dall’uso selettivo delle nullità di protezione.
14.1 in particolare, deve escludersi l’applicabilità, nel caso di specie, dei principi contenuti nell’ordinanza della prima sezione civile, n. 10116 del 2018, secondo i quali l’intermediario non può legittimamente opporsi ad un’azione fondata sull’uso selettivo della nullità ex art. 23 T.U.F. quando un contratto quadro manchi del tutto, né attraverso l’exceptio doli (di cui si tratterà nei par. 18,19,20) né, in ragione della protrazione nel tempo del rapporto, per effetto della

sopravvenuta sanatoria del negozio nullo per rinuncia a valersi della nullità o per convalida di esso, l’una e l’altra essendo prospettabili solo in relazione ad un contratto quadro formalmente esistente.
15. Si ritiene necessaria, in primo luogo, la ricognizione del quadro legislativo delle nullità di protezione non limitando l’esame soltanto alle norme del T.U.F ratione temporis applicabili, ma estendendo l’indagine ad aree contigue, in modo da avere un prospetto

comparativo della peculiarità del regime giuridico di tale tipologia di nullità.
15.1 Al rapporto dedotto in giudizio si applica l’art. 23 del d.lgs n. 58 del 1998 nella sua formulazione originaria. Il testo normativo è, infatti, entrato in vigore il 1/7/1998 ed il contratto quadro è stato

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stipulato nell’agosto del 1998. Gli ordini di cui si chiede la dichiarazione di nullità sono stati emessi nel 1999.
Il testo normativo ratione temporis applicabile è il seguente:
1. I contratti relativi alla prestazione dei servizi di investimento e accessori sono redatti per iscritto e un esemplare e’ consegnato ai clienti. La CONSOB, sentita la Banca d’Italia, puo’ prevedere con regolamento che, per motivate ragioni tecniche o in relazione alla natura professionale dei contraenti, particolari tipi di contratto

possano o debbano essere stipulati in altra forma. Nei casi di inosservanza della

nulla ogni pattuizione di rinvio agli usi per la determinazione del corrispettivo dovuto dal cliente e di ogni altro onere a suo carico. In tal casi nulla e’ dovuto.
3. Nei casi previsti dai commi 1 e 2 la nullita’ puo’ essere fatta valere solo dal cliente.

Il comma 3 non è mutato nella versione della norma attualmente vigente.
Analogo sistema di tutela del cliente si rinviene nel d.lgs n. 385 del 1993 (d’ora in avanti denominato T.U. bancario), sia in relazione alla previsione della nullità del contratto per difetto di forma (art. 117, commi 1 e 3, rimasti immutati)„ sia in relazione all’applicazione delle nullità di protezione disciplinate nell’art. 127, così formulato:

“1. Le disposizioni del presente titolo sono derogabili solo in senso piu’ favorevole al cliente.

  1. Le nullita’ previste dal presente titolo possono essere fatte valere solo dal cliente.”.
    Con la modifica introdotta dall’art. 4, c.3. d.lgs n. 141 del 2010, l’attuale formulazione dell’art. 127, c.4, si è conformata al regime giuridico del Codice del Consumo (D.Igs n.206 del 2005) ed è la

seguente: “Le nullita’ previste dal presente titolo operano soltanto a vantaggio del cliente e possono essere rilevate d’ufficio dal giudice”. Deve, infatti rilevarsi, che le nullità di protezione sono state introdotte nel codice civile in relazione all’inefficacia delle clausole vessatorie nei contratti conclusi con i consumatori. Al riguardo nell’art. 1469 quinquies, cod. civ., ratione temporis applicabile, è stato previsto che

“l’inefficacia opera soltanto a vantaggio del consumatore e può essere rilevata d’ufficio dal giudice”. Con l’introduzione del Codice del Consumo (d.lgs n. 206 del 2005), e l’abrogazione delle norme codicistiche in tema di clausole vessatorie, l’art. 36,c.3. ha esteso ji’ la tutela prevista per le clausole vessatorie alla nullità, stabilendo che: “La nullita’ opera soltanto a vantaggio del consumatore e puo’ essere rilevata d’ufficio dal giudice”.

15.2 D confronto tra le norme sopra illustrate pone in luce come, pur in presenza di differenze testuali non prive di rilievo, il tratto unificante del regime giuridico delle nullità di protezione sia la legittimazione esclusiva del cliente ad agire in giudizio. Le conseguenze sostanziali di questo regime peculiare di legittimazione sono espresse nella regola normativa: La nullita’ opera soltanto a vantaggio del consumatore e puo’ essere rilevata d’ufficio dal

giudice”, che, tuttavia, non è testualmente riprodotta nell’art. 23 T.U.F. Al riguardo deve osservarsi che il rilievo officioso delle nullità di protezione deve ritenersi generalmente applicabile a tutte le tipologie di contratti nei quali è previsto in favore del cliente tale regime di protezione in considerazione dei principi stabiliti nella sentenza delle S.U. n. 26642 del 2014 così massimati: “La rilevabilità officiosa delle nullità negoziali deve estendersi anche a quelle cosiddette di protezione, da configurarsi, alla stregua delle indicazioni provenienti dalla Corte di giustizia, come una “species” del più ampio “genus” rappresentato dalle prime, tutelando le stesse interessi e valori fondamentali – quali il corretto funzionamento del mercato (art. 41

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Cost) e l’uguaglianza almeno formale tra contraenti forti e deboli (art. 3 Cost) – che trascendono quelli del singolo”,(cfr. anche la più recente Cass. 26614 del 2018, nella quale si precisa che il rilievo d’ufficio è, tuttavia, subordinato ad una manifestazione d’interesse del legittimato). Il testo, immutato, dell’art. 23, c.3, deve, pertanto, essere interpretato in modo costituzionalmente orientato e coerentemente con i principi del diritto eurounitario, così da non escluderne né il rilievo d’ufficio né l’operatività a vantaggio esclusivo del cliente.

Deve, tuttavia, rilevarsi che la configurazione normativa e l’elaborazione giurisprudenziale relativa alle nullità di protezione ne evidenziano la vocazione funzionale, ancorché non esclusiva, alla correzione parziale del contratto, limitatamente alle parti che pregiudicano la parte contraente che in via esclusiva può farle valere. Tale carattere è stato largamente sottolineato dalla dottrina che più autorevolmente si è occupata della loro collocazione nel sistema dei rimedi e delle disfunzioni del contratto. L’originaria destinazione all’eliminazione delle clausole inefficaci ne sottolinea tale profilo ed evidenzia le difficoltà di adattamento dello strumento in relazione alla produzione dell’effetto dell’invalidità dell’intero contratto. Questo

ampliamento dell’ambito di applicazione delle nullità di protezione costituisce il nucleo problematico della questione sottoposta all’esame delle S.U. Può, infatti, rilevarsi che l’incidenza diretta sui requisiti di forma ad substantiam è prevista in particolare per i contratti bancari e per i contratti d’investimento. Per questi ultimi si pone in concreto l’interrogativo della legittimità e liceità dello strumento delle nullità cd. selettive. E’ la conformazione bifasica dell’impegno negoziale assunto dalle parti a determinare l’insorgenza delle criticità applicative del regime delle nullità di protezione. Il contratto quadro ha una funzione conformativa e normativa. Deve a pena d’invalidità, essere redatto per iscritto, contenendo la definizione specifica della

tipologia d’investimenti da eseguire, il range di rischio coerente con il profilo del cliente e la determinazione degli obblighi che l’intermediario è tenuto ad adempiere (Cass.12937 del 2017). Il suo perfezionamento, tuttavia, costituisce la condizione necessaria ma non sufficiente perché si realizzino tutti gli effetti scaturenti dal vincolo negoziale assunto dalle parti. Ad esso deve seguire l’effettuazione degli investimenti finanziari, attraverso l’esecuzione degli ordini di acquisto da parte dell’intermediario. Nonostante l’impegno economico per il cliente si determini con la trasmissione degli ordini, la forma scritta, in linea generale, è imposta soltanto per il contratto quadro, salvo diversa disposizione contrattuale voluta dalle parti, perché in questo testo negoziale si cristallizzano gli obblighi dell’intermediario che il legislatore ha inteso rendere trasparenti, in primo luogo, con la predisposizione di un regolamento scritto. Tale obbligo, come specificato nella recente sentenza delle S.U. n. 898 del 2018 ha natura e contenuto funzionali e costituisce il primo, (ma non l’unico) ineliminabile strumento di superamento dello

squilibrio contrattuale e dell’asimmetria informativa delle parti. L’obbligo della forma scritta, nell’impostazione funzionale prescelta dalle S.U., deve ritenersi assolto anche se il contratto quadro è sottoscritto soltanto dall’investitore, essendo destinato alla protezione effettiva del cliente senza tuttavia legittimare l’esercizio dell’azione di nullità in forma abusiva, in modo da trarne ingiusti

vantaggi.
Deve, pertanto, rilevarsi, come già nella sentenza delle S.U. n. 898 del 2018, siano state adombrate le criticità applicative che possono derivare dall’adozione del regime giuridico delle nullità di protezione per forme d’invalidità che colpiscano l’intero testo contrattuale. L’opzione, fortemente funzionalistica, adottata dalle S.U. nella

conformazione dell’obbligo della forma scritta, contenuto nell’art. 23 T.U. n. 58 del 1998, è determinata dall’esigenza di non trascurare

l’applicazione dei principi di buona fede e correttezza anche nell’esercizio dei diritti in sede giurisdizionale. Nell’affrontare il quesito posto dall’ordinanza di rimessione, il Collegio ritiene di dover dare continuità al richiamo contenuto nei principi elaborati nella sentenza n. 898 del 2018, al fine di verificare se può configurarsi un esercizio del diritto a far valere, da parte dell’esclusivo legittimato, le nullità di protezione in un modo selettivo o se tale esercizio possa ed in quali limiti qualificarsi abusivo o contrario al canone,

costituzionalmente fondato, della buona fede.
15.3 Per poter svolgere l’indagine sopra delineata occorre in primo luogo definire l’ambito effettivo della deroga ai principi generali riguardanti il regime d’invalidità dei contratti desumibile dal peculiare regime giuridico delle nullità protettive. Sarà necessario, inoltre,

verificare se possa configurarsi una disciplina generale comune a tutte le nullità di protezione, salvo differenze di dettaglio ove previste da una normativa specifica di settore o se vi sia la coesistenza di differenziate forme di nullità di protezione, ciascuna dotata di un proprio statuto giuridico autonomo eventualmente anche in relazione all’esercizio selettivo dell’azione di nullità.

  1. Il regime giuridico della legittimazione a far valere tale forma di nullità contrasta con il disposto dell’art. 1421 cod. civ.: le nullità di protezione, sia che investano singole clausole sia che riguardino l’intero contratto non possono essere fatte valere che da una sola parte, salvo il rilievo d’ufficio del giudice nei limiti indicati dalle S.U. nella pronuncia n. 26442 del 2014, proprio in applicazione del principio solidaristico e costituzionalmente fondato, della buona fede. La legittimazione dell’altra parte è radicalmente esclusa, trattandosi di nullità che operano al fine di ricomporre un equilibrio quanto meno formale (S.U. 26442 del 2014) tra le parti. Tale esclusione è il frutto della predeterminazione legislativa della posizione di squilibrio contrattuale tra le parti in relazione ad alcune tipologie contrattuali.

Con riferimento ai contratti d’investimento, lo squilibrio che viene ad emersione giuridica ha carattere prevalentemente conoscitivo- informativo, fondandosi sull’elevato grado di competenza tecnica richiesta a chi opera nell’ambito degli investimenti finanziari. I rimedi volti a limitare od a colmare l’asimmetria informativa, riconosciuta come elemento caratterizzante l’intervento correttivo del legislatore, non sono riconducibili soltanto alle nullità di protezione. Proprio in funzione dell’effettiva attuazione del principio di buona fede, la nullità di protezione, applicata in via generale ed indifferenziata ad esclusivo vantaggio del cliente, opera sul requisito della forma (peraltro in chiave funzionale, come chiarito da S.U. 898 del 2018) del contratto quadro ma non in relazione a tutti gli obblighi informativi dell’intermediario, essendo la gran parte di essi conformati sul profilo del cliente e sul grado di rischiosità contrattualmente assunto. Ristabilito l’equilibrio formale con il testo contrattuale scritto, la

condizione soggettiva dell’investitore e le scelte d’investimento connotano peculiarmente gli obblighi informativi dell’intermediario ed incidono sullo scrutinio dell’adempimento dell’intermediario ai fini del risarcimento del danno o della risoluzione del contratto, tenendo conto in concreto della buona fede del cliente al momento della discovery delle sue caratteristiche d’investitore e del suo grado di conoscenza delle dinamiche degli investimenti finanziari (S.U. 26724 del 2007). Deve, pertanto, ritenersi che il principio di buona fede e correttezza contrattuale, così come sostenuto dai principi solidaristici di matrice costituzionale, operi, in relazione agli interessi dell’investitore, mediante la predeterminazione legislativa delle nullità di protezione predisposte a suo esclusivo vantaggio, in funzione di riequilibrio generale ed astratto delle condizioni negoziali garantite

dalla conoscenza del testo del contratto quadro, nonché in concreto mediante la previsione di un rigido sistema di obblighi informativi a carico dell’intermediario. Tuttavia, non può escludersi la

configurabilità di un obbligo di lealtà dell’investitore in funzione di garanzia per l’intermediario che abbia correttamente assunto le informazioni necessarie a determinare il profilo soggettivo del cliente al fine di conformare gli investimenti alle sue caratteristiche, alle sue capacità economiche e alla sua propensione al rischio.

Può, pertanto, rilevarsi che anche nei contratti, quali quello dedotto nel presente giudizio, caratterizzati da uno statuto di norme non derogabili dall’autonomia contrattuale volte a proteggere il contraente che strutturalmente è in una posizione di squilibrio rispetto all’altro, il principio di buona fede possa avere un ambito di operatività trasversale non limitata soltanto alla definizione del sistema di protezione del cliente, in particolare se gli strumenti normativi di riequilibrio possono essere utilizzati, anche in sede giurisdizionale, non soltanto per rimuovere le condizioni di svantaggio di una parte derivanti dalla violazione delle regole imposte al contraente “forte” ma anche per arrecare un ingiustificato pregiudizio all’altra, pur se

applicate conformemente al paradigma legale.
17. Ritiene, pertanto, il Collegio, che la questione della legittimità dell’uso selettivo delle nullità di protezione nei contratti aventi ad

oggetto servizi d’investimento debba essere affrontata assumendo come criterio ordinante l’applicazione del principio di buona fede, al fine di accertare se sia necessario alterare il regime giuridico peculiare di tale tipologia di nullità, sotto il profilo della legittimazione e degli effetti, per evitare che l’esercizio dell’azione in sede giurisdizionale possa produrre effetti distorsivi ed estranei alla ratio riequilibratrice in funzione della quale lo strumento di tutela è stato introdotto.

17.1. Per svolgere in modo esauriente tale indagine è necessario, in primo luogo, illustrare le opzioni alternative che si confrontano in dottrina e sono rappresentate in due pronunce della prima sezione civile, la n. 8395 del 2016 e la n.6664 del 2018.

17.1.1. Il nucleo centrale della divergenza risiede proprio nella diversa declinazione dell’ambito di operatività delle nullità di protezione, in relazione alla correlazione tra legittimazione e propalazione degli effetti. Ove si ritenga che il regime di protezione si esaurisca nella legittimazione esclusiva del cliente (o nella rilevabilità d’ufficio, nei limiti precisati nel par.15.2) a far valere la nullità per difetto di forma, una volta dichiarata l’invalidità del contratto quadro, gli effetti caducatori e restitutori che ne derivano possono essere fatti valere da entrambe le parti. Il principio, posto a base dell’accurata requisitoria dell’Avvocato Generale, è stato così espresso in Cass. n. 6664 del 2018: una volta che sia privo di effetti il contratto d’intermediazione finanziaria destinato a regolare i successivi rapporti tra le parti in quanto esso sia dichiarato nullo, operano le regole comuni dell’indebito (art. 2033 cod. civ.) non altrimenti derogate. La disciplina del pagamento dell’indebito è invero richiamata dall’art. 1422 cod. civ.: accertata la mancanza di una causa adquírendi- in

caso di nullità (…) l’azione accordata dalla legge per ottenere la restituzione di quanto prestato in esecuzione dello stesso è quella di ripetizione dell’indebito oggettivo; la pronuncia del giudice è l’evenienza che priva di causa giustificativa le reciproche obbligazioni dei contraenti e dà fondamento alla domanda del solvens di restituzione della prestazione rimasta senza causa”.

L’opinione radicalmente contraria si fonda invece sull’operatività piena, processuale e sostanziale, del regime giuridico delle nullità di protezione esclusivamente a vantaggio del cliente (nella specie dell’investitore), anche ove l’invalidità riguardi l’intero contratto. L’intermediario non può avvalersi della dichiarazione di nullità in relazione alle conseguenze, in particolare restitutorie, che ne possono scaturire a suo vantaggio, dal momento che il regime delle nullità di protezione opera esclusivamente in favore dell’investitore. Il contraente privo della legittimazione a far valere le nullità di

protezione può, di conseguenza, subire soltanto gli effetti della dichiarazione di nullità selettivamente definiti nell’azione proposta dalla parte esclusiva legittimata, non potendo far valere qualsiasi effetto “vantaggioso” che consegua a tale declaratoria. L’indebito, così come previsto nell’art. 1422 cod. civ., può operare solo ove la legge non limiti con norma inderogabile la facoltà di far valere la nullità ed i suoi effetti in capo ad uno dei contraenti, essendo direttamente inciso dallo “statuto” speciale della nullità cui si riferisce. Le nullità di protezione sono poste a presidio esclusivo del cliente. Egli ex lege ne può trarre i vantaggi (leciti) che ritiene convenienti. La selezione degli ordini sui quali dirigere la nullità è una conseguenza dell’esercizio di un diritto predisposto esclusivamente in suo favore. Una diversa interpretazione del sistema delle nullità di protezione

condurrebbe all’effetto, certamente non voluto dal legislatore, della sostanziale abrogazione dello speciale regime d’intangibilità ed impermeabilità proprio delle nullità di protezione (Cass. 8395 del 2016). In particolare, con riferimento alla tipologia contrattuale oggetto del presente giudizio, l’investitore, ove fosse consentito all’intermediario di agire ex art. 2033 cod. civ., non potrebbe mai far valere il difetto di forma di alcuni ordini in relazione ad un rapporto di lunga durata che abbia avuto parziale esecuzione, perché le conseguenze economico patrimoniali sarebbero per lui verosimilmente quasi sempre pregiudizievoli, così vanificandosi la previsione legale di un regime di protezione destinato ad operare a suo esclusivo vantaggio.

  1. Vi è una terza opzione che rinviene nel principio della buona fede, variamene declinato, lo strumento più adeguato, per affrontare il tema dell’uso eventualmente distorsivo dello strumento delle nullità di protezione in funzione selettiva, perché, senza alterarne il regime giuridico ed in particolare l’unilateralità dello strumento di tutela legislativamente previsto, consente, per la sua adattabilità al caso

concreto, di ricostituire l’equilibrio effettivo della posizione contrattuale delle parti, impedendo effetti di azioni esercitate in modo arbitrario o nelle quali può cogliersi l’abuso dello strumento di “protezione” ad esclusivo detrimento dell’altra parte. Già nelle ordinanze interlocutorie n. 12388, 12389 e 12390 del 2017, nelle quali la questione della legittimità dell’uso selettivo della nullità era subordinata a quella principale relativa alla validità, sotto il profilo del requisito di forma, del contratto quadro sottoscritto dal solo investitore, era stata prospettata l’esperibilità dell’exceptio doli generalis, al fine di paralizzare l’uso selettivo della nullità, ritenendo centrale nell’esaminare la questione, il rilievo della buona fede “come criterio valutativo della regola contrattuale”. Nell’ordinanza interlocutoria n. 23927 del 2018, dalla quale è scaturito il presente giudizio, anche alla luce degli orientamenti, ancorché non univoci che sono intervenuti medio tempore (Cass. 6664 e 10116 del 2018) è stata posta in evidenza la questione della compatibilità tra il peculiare regime delle nullità protettive nei contratti d’intermediazione

finanziaria e l’opponibilità della “eccezione di correttezza e di buona fede”, in funzione della individuazione di un punto di equilibrio tra le esigenze di garanzia degli investimenti dei privati in relazione alla collocazione dei propri risparmi (art. 47 Cost.) e la tutela dell’intermediario anche in funzione della certezza dei mercati in materia d’investimenti finanziari.

  1. La dottrina non ha prospettato soluzioni univoche, formulando indicazioni variamente assimilabili a quelle che hanno caratterizzato gli orientamenti giurisprudenziali sopra illustrati. Come riscontrato anche nel confronto tra le due ordinanze interlocutorie che hanno posto alle S.U. la questione della legittimità dell’uso selettivo delle nullità di protezione, il principio di buona fede non è stato preso in considerazione in modo univoco. Si è affermato che attraverso la

formulazione dell’exceptio doli generalis si possa impedire in via

generale l’uso selettivo delle nullità di protezione, in quanto dettato esclusivamente dall’intento di colpire gli investimenti non redditizi (la tesi viene prospettata seppure in via ipotetica nelle ordinanze interlocutorie n.12388,12389 12390 del 2017). In questa lettura l’azione di nullità, ove sia diretta a colpire alcuni soltanto degli ordini eseguiti, viene ritenuta intrinsecamente connotata da un intento opportunistico che va oltre la funzione di protezione voluta dal legislatore. Rispetto alla tesi illustrata nel par. 17.1.1, la differenza si può cogliere nell’ effetto esclusivamente paralizzante conseguente alla formulazione dell’eccezione, rimanendo preclusa all’intermediario l’esercizio dell’azione di ripetizione dell’indebito.

La tesi esposta postula che l’uso selettivo delle nullità di protezione determini sempre la violazione del canone di buona fede. L’investitore, ove intraprenda l’azione, si pone nella condizione di produrre un pregiudizio economico ingiustificato all’altra parte dovuto alla natura potestativa ed unilaterale della selezione operata. L’exceptio doli, così configurata, ricorrerebbe sempre in via generale ed astratta e deriverebbe dall’uso della nullità selettiva, ancorché astrattamente lecito. La tesi viene criticata per la sua assolutezza perché, pur non escludendo la formale applicazione dello statuto normativo delle nullità di protezione, ne trascura la funzione di reintegrazione di una preesistente condizione di squilibrio strutturale che permea le fattispecie contrattuali nelle quali trova applicazione e d’inveramento del sistema assiologico fondato sui principi di uguaglianza, solidarietà e tutela del risparmiatore ritraibili dalla Costituzione. Inoltre, con tale impostazione, si trascura la strutturale vocazione delle nullità protettive ad un uso selettivo, ancorché non

arbitrario, in quanto correlato alla operatività a vantaggio esclusivo di uno dei contraenti.

Ric. 2014 n. 03225 sez. SU – ud. 09-04-2019 -21-

  1. Nel solco dell’applicazione in chiave riequilibratrice del principio di buona fede si collocano posizioni intermedie che, partendo dalla legittimita’ dell’azione di nullità cd. selettiva da parte del cliente, ovvero di una domanda formulata in relazione ad alcuni ordini d’investimento, ritengono che da parte dell’intermediario possa essere fatta valere l’exceptio doli generalis ove l’esercizio del diritto da parte dell’investitore sia avvenuto in malafede attraverso una valutazione che deve essere svolta in concreto secondo parametri oggettivi e soggettivi sui quali, tuttavia, non si riscontra unitarietà di vedute.

Viene escluso, al riguardo, che il possibile conflitto tra la specifica istanza di solidarietà costituita dal regime peculiare delle nullità di protezione e quella che scaturisce dal principio di affidamento, possa trovare una soluzione, stabilendo un criterio di prevalenza applicabile in ogni ipotesi, tenuto conto che la dinamica selettiva è ipotizzabile esclusivamente nelle nullità di protezione. L’affidamento, che costituisce il nucleo costitutivo della nozione di buona fede, ha un sicuro ancoraggio costituzionale nell’art. 2 Cost. Le nullità di protezione, come evidenziato da S.U. 26242 del 2014, fondano l’inderogabilità del loro statuto, contrassegnato dall’operatività a “vantaggio” del cliente, non solo sull’art. 2 ma anche sull’art. 3 (essendo finalizzate a rimuovere il primo grado dell’asimmetria informativa) e sull’art. 41 cui si aggiunge, per l’intermediazione

finanziaria, la tutela del risparmio (art. 47 Cost.). Poiché le nullità di protezione costituiscono, dunque, una diretta attuazione di principi costituzionali, tale qualificazione non è priva di conseguenze in relazione alla concorrente operatività del principio di buona fede come criterio arginante l’uso arbitrario dello strumento di tutela. Ne consegue che la mera invocazione di effetti selettivi da parte del cliente non può giustificare di per sé – pena lo svuotamento e la vanificazione della funzione delle nullità di protezione e della

connessa tutela giurisdizionale,—l’automatica opponibilità da parte dell’intermediario dell’exceptio doli generalis. L’eccezione, secondo una delle tesi in campo, può essere proposta per paralizzare l’azione volta a far valere le nullità di protezione in funzione selettiva, tutte le volte che l’investitore ponga in essere una condotta soggettivamente connotata da malafede o frode ovvero preordinata alla produzione di un pregiudizio per l’intermediario, non ravvisandosi alcuna incompatibilità tra l’esercizio dell’azione di nullità e la predetta eccezione ma solo la necessità di un adeguato bilanciamento da svolgersi secondo il paradigma contenuto negli artt. 1993, secondo comma, e 2384, secondo comma, cod. civ. individuabile nel non potere agire, neanche attraverso l’esercizio di un proprio diritto, arrecando intenzionalmente danno all’altra parte. Lo statuto protettivo dell’investitore non può determinare a suo vantaggio, un regime di sostanziale irresponsabilità ed esonerarlo dal controllo della conformità del suo agire, in quanto la regola di buona fede, assiologicamente espressiva del dovere di solidarietà costituzionale e costituente il tessuto connettivo dei rapporti contrattuali, impone tale verifica di conformità purché svolta in concreto.

In conclusione, secondo questa prospettazione, occorre verificare se l’azione è stata preordinata alla produzione di un pregiudizio per l’altro contraente.
21. La tesi sopra illustrata si espone a rilievi critici per aver limitato l’opponibilità dell’exceptio doli alla valutazione della buona fede soggettiva così da escludere ogni rilevanza alla oggettiva determinazione di un ingiustificato e sproporzionato sacrificio di una sola controparte contrattuale. Al fine di poter svolgere un giudizio comparativo che tenga conto anche della eventuale violazione della buona fede sotto il profilo oggettivo del pregiudizio arrecabile ad una

sola delle parti, si è fatto ricorso alla categoria dell’abuso del diritto, in relazione al quale non è sufficiente che una parte del contratto

Ric. 2014 n. 03225 sez. SU – ud. 09-04-2019 -23-

abbia tenuto una condotta non idonea a salvaguardare gli interessi dell’altra, quando tale condotta persegua un risultato lecito attraverso mezzi legittimi, essendo, invece, configurabile allorché il titolare di un diritto soggettivo, pur in assenza di divieti formali, lo eserciti con modalità non necessarie ed irrispettose del dovere di correttezza e buona fede, al fine di conseguire risultati diversi ed ulteriori rispetto a quelli per i quali quei poteri o facoltà sono attribuiti (Cass. 15885 del 2013; 10568 del 2018). Non è configurabile un abuso che derivi soltanto dall’aver voluto conseguire un proprio vantaggio economico mediante uno strumento di tutela previsto dall’ordinamento che, peraltro, deriva, dall’attivazione di uno statuto di tutela inderogabile, essendo necessario che il fine dell’azione sia incoerente rispetto a quello legale in funzione del quale è stato attribuito il diritto di agire (Cass.29792 del 2017, in relazione alla configurabilità dell’abuso del diritto potestativo dei soci di una società di capitali che rappresentino un terzo del capitale sociale, di chiedere il differimento dell’assemblea ove dichiarino di non essere stati sufficientemente informati) o determini effetti del tutto sproporzionati rispetto al fine di tutela per

cui si è agito.
22. Alla luce delle considerazioni svolte, ritiene il Collegio, in risposta al quesito formulato nel par. 17, di dovere, preliminarmente, escludere entrambe le opzioni che prescindono del tutto dalla considerazione del principio di buona fede o perché negano la legittimità dell’uso selettivo delle nullità di protezione fino al riconoscimento del diritto a richiedere la ripetizione dell’indebito in relazione agli investimenti non selezionati dall’investitore ma travolti dalla nullità del contratto quadro, o perché ne considerano legittima l’azione senza alcun limitazione, ritenendo tale soluzione l’unica

coerente con l’operatività ad esclusivo vantaggio del cliente delle nullità di protezione. In contrasto con le tesi criticate, il Collegio reputa che la questione della legittimità dell’uso selettivo delle nullità

Ric. 2014 n. 03225 sez. SU – ud. 09-04-2019 -24-

di protezione nei contratti aventi ad oggetto servizi d’investimento, possa essere risolta ricorrendo, come criterio ordinante, al principio di buona fede, da assumere, tuttavia, in modo non del tutto coincidente con le illustrate declinazioni dell’exceptio doli generalis e dell’abuso del diritto.

22.1 Al riguardo si ritiene di dover ribadire che, in relazione ai contratti d’investimento che costituiscono l’oggetto del presente giudizio, della dichiarata invalidità del contratto quadro, ancorché accertata con valore di giudicato, come già rilevato nei par.13 e 13.1, può avvalersi soltanto l’investitore, sia sul piano sostanziale della legittimazione esclusiva che su quello sostanziale dell’operatività ad esclusivo vantaggio di esso.

22.2 L’uso selettivo del rilievo della nullità del contratto quadro non contrasta, in via generale, con lo statuto normativo delle nullità di protezione ma la sua operatività deve essere modulata e conformata dal principio di buona fede secondo un parametro da assumersi in modo univoco e coerente. Ove si ritenga che l’uso selettivo delle nullità di protezione sia da stigmatizzare ex se, come contrario alla buona fede,solo perché limitato ad alcuni ordini di acquisto, si determinerà un effetto sostanzialmente abrogativo del regime giuridico delle nullità di protezione, dal momento che si stabilisce un’equivalenza, senza alcuna verifica di effettività, tra uso selettivo delle nullità e violazione del canone di buona fede. Deve rilevarsi, tuttavia, l’insufficienza anche della esclusiva valorizzazione della buona fede soggettiva, ove ravvisabile solo se si dimostri un intento dolosamente preordinato a determinare effetti pregiudizievoli per l’altra parte.

22.3 Al fine di modulare correttamente il meccanismo di riequilibrio effettivo delle parti contrattuali di fronte all’uso selettivo delle nullità di protezione, non può mancare un esame degli investimenti complessivamente eseguiti, ponendo in comparazione quelli oggetto

dell’azione di nullità, derivata dal vizio di forma del contratto quadro, con quelli che ne sono esclusi, al fine di verificare se permanga un pregiudizio per l’investitore corrispondente al petitum azionato. In questa ultima ipotesi deve ritenersi che l’investitore abbia agito coerentemente con la funzione tipica delle nullità protettive, ovvero quella di operare a vantaggio di chi le fa valere. Pertanto, per accertare se l’uso selettivo della nullità di protezione sia stato oggettivamente finalizzato ad arrecare un pregiudizio all’intermediario, si deve verificare l’esito degli ordini non colpiti dall’azione di nullità e, ove sia stato vantaggioso per l’investitore, porlo in correlazione con il petitum azionato in conseguenza della proposta azione di nullità. Può accertarsi che gli ordini non colpiti dall’azione di nullità abbiano prodotto un rendimento economico superiore al pregiudizio confluito nel petitum. In tale ipotesi, può essere opposta, ed al solo effetto di paralizzare gli effetti della dichiarazione di nullità degli ordini selezionati, l’eccezione di buona fede, al fine di non determinare un ingiustificato sacrificio economico in capo all’intermediario stesso. Può, tuttavia, accertarsi che un danno per l’investitore, anche al netto dei rendimenti degli investimenti relativi agli ordini non colpiti dall’azione di nullità, si sia comunque determinato. Entro il limite del pregiudizio per l’investitore accertato in giudizio, l’azione di nullità non contrasta con il principio di buona fede. Oltre tale limite, opera, ove sia oggetto di allegazione, l’effetto paralizzante dell’eccezione di buona fede. Ne consegue che, se, come nel caso di specie, i rendimenti degli investimenti non colpiti

dall’azione di nullità superino il petitum, l’effetto impeditivo è integrale, ove invece si determini un danno per l’investitore, anche all’esito della comparazione con gli altri investimenti non colpiti dalla nullità selettiva, l’effetto paralizzante dell’eccezione opererà nei limiti del vantaggio ingiustificato conseguito.

Ric. 2014 n. 03225 sez. SU – ud. 09-04-2019 -26-

  1. La soluzione della questione sottoposta all’esame del Collegio può, in conclusione, così essere sintetizzata.

    Anche in relazione all’art. 23, comma 3, d.lgs n. 58 del 1998, il regime giuridico delle nullità di protezione opera sul piano della legittimazione processuale e degli effetti sostanziali esclusivamente a favore dell’investitore, in deroga agli artt. 1421 e 1422 cod. civ. L’azione rivolta a far valere la nullità di alcuni ordini di acquisto richiede l’accertamento dell’invalidità del contratto quadro. Tale accertamento ha valore di giudicato ma l’intermediario, alla luce del peculiare regime giuridico delle nullità di protezione, non può avvalersi degli effetti diretti di tale nullità e non è conseguentemente legittimato ad agire in via riconvenzionale od in via autonoma ex artt. 1422 e 2033 cod. civ. I principi di solidarietà ed uguaglianza sostanziale, di derivazione costituzionale (art. 2,3, 41 e 47 Cost., quest’ultimo con specifico riferimento ai contratti d’investimento) sui quali le S.U., con la pronuncia n. 26642 del 2014, hanno riposto il

fondamento e la ratio delle nullità di protezione operano, tuttavia, anche in funzione di riequilibrio effettivo endocontrattuale quando l’azione di nullità, utilizzata, come nella specie, in forma selettiva, determini esclusivamente un sacrificio economico sproporzionato nell’altra parte. Limitatamente a tali ipotesi, l’intermediario può opporre all’investitore un’eccezione, qualificabile come di buona fede, idonea a paralizzare gli effetti restitutori dell’azione di nullità selettiva proposta soltanto in relazione ad alcuni ordini. L’eccezione sarà opponibile, nei limiti del petitum azionato, come conseguenza dell’azione di nullità, ove gli investimenti, relativi agli ordini non coinvolti dall’azione, abbiano prodotto vantaggi economici per l’investitore. Ove il petitum sia pari od inferiore ai vantaggi conseguiti, l’effetto impeditivo dell’azione restitutoria promossa dall’investitore sarà integrale. L’effetto impeditivo sarà, invece, parziale, ove gli investimenti non colpiti dall’azione di nullità abbiano

Ric. 2014 n. 03225 sez. SU – ud. 09-04-2019 -27-

prodotto risultati positivi ma questi siano di entità inferiore al pregiudizio determinato nel petitum.

L’eccezione di buona fede operando su un piano diverso da quello dell’estensione degli effetti della nullità dichiarata, non è configurabile come eccezione in senso stretto non agendo sui fatti costitutivi dell’azione (di nullità) dalla quale scaturiscono gli effetti restitutori, ma sulle modalità di esercizio dei poteri endocontrattuali delle parti. Deve essere, tuttavia, oggetto di specifica allegazione.

  1. La soluzione della questione di massima di particolare importanza rimessa all’esame delle S.U. può essere risolta alla luce del seguente principio di diritto:

“La nullità per difetto di forma scritta, contenuta nell’art. 23, comma 3, del d.lgs n. 58 del 1998, può essere fatta valere esclusivamente dall’investitore con la conseguenza che gli effetti processuali e sostanziali dell’accertamento operano soltanto a suo vantaggio. L’intermediario, tuttavia, ove la domanda sia diretta a colpire soltanto alcuni ordini di acquisto, può opporre l’eccezione di buona fede, se la selezione della nullità determini un ingiustificato sacrificio economico a suo danno, alla luce della complessiva esecuzione degli ordini, conseguiti alla conclusione del contratto quadro”.

  1. Ne consegue, in relazione al secondo motivo di ricorso, che deve essere confermata, con correzione della motivazione ex art. 384, ultimo comma, cod. proc. civ., la statuizione contenuta nella pronuncia impugnata, alla luce del principio di diritto di cui al par. 24. Rigettati il secondo e terzo motivo, è rimesso all’esame della prima sezione civile l’esame dei rimanenti e la statuizione sulle spese processuali del presente procedimento.

P.Q.M.

Rigetta il secondo e terzo motivo. Rimette l’esame degli altri alla sezione semplice, anche in relazione alle spese del presente procedimento.

Ric. 2014 n. 03225 sez. SU – ud. 09-04-2019 -28-

Così deciso nella camera di consiglio del 9/4/2019.

Il giudice est.

(‘
(Dr.ssa MariAcierno)

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DEPOSITATO IN CANCELLERIA oggi, , 4N119.,.221

ti Funzionano Giudiziario,

Il Presidente
(Dr. Giovanni Mammone)

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Originally posted 2020-01-15 08:37:56.

incidente-grave-danno-risarcimento-

guida in stato di ebbrezza tenuita’ del fatto

guida in stato di ebbrezza,

in caso di esclusione della punibilita’ per particolare tenuita’ del fatto, sussiste il dovere per il giudice di disporre la sospensione della patente di guida
 
 
 
Questa Corte ha gia’ statuito che, in tema di guida in stato di ebbrezza, in caso di esclusione della punibilita’ per particolare tenuita’ del fatto, sussiste il dovere per il giudice di disporre la sospensione della patente di guida atteso che l’applicazione della causa di non punibilita’ presuppone l’accertamento del fatto cui consegue, ai sensi dell’articolo 186 C.d.S., l’applicazione della sanzione amministrativa accessoria (Sez. 4, n. 44132 del 09/09/2015 – dep. 02/11/2015, Longoni, Rv. 264830). Appare rilevante in questa sede la diversita’ dei presupposti: a mente dell’articolo 186, comma 2, lettera b) e c), “all’accertamento della violazione consegue in ogni caso…” la sanzione amministrativa della sospensione della patente di guida. E’ quindi necessario, ma anche sufficiente, l’accertamento del fatto. Diversamente, per la confisca l’articolo 186, comma 2, lettera c), richiede una pronuncia di condanna o l’applicazione della pena su richiesta delle parti.
La giurisprudenza di legittimita’ ha avuto modo di occuparsi della relazione tra confisca e 131 bis c.p., in tema di armi. Ha affermato che la misura di sicurezza patrimoniale della confisca e’ imposta per tutti i reati concernenti le armi ed e’ obbligatoria anche in caso di proscioglimento dell’imputato per particolare tenuita’ del fatto ai sensi dell’articolo 131 bis c.p., restando esclusa soltanto nell’ipotesi di assoluzione nel merito per insussistenza del fatto (Sez. 1, n. 54086 del 15/11/2017 – dep. 30/11/2017, P.M. in proc. Loukili, Rv. 272085). Tale principio fonda, del tutto correttamente, sulla previsione della L. n. 152 del 1975, articolo 6, secondo il quale “Il disposto del primo capoverso dell’articolo 240, si applica a tutti i reati concernenti le armi, ogni altro oggetto atto ad offendere, nonche’ le munizioni e gli esplosivi”. Poiche’ l’articolo 240 c.p., comma 2, dispone (anche) che e’ sempre disposta la confisca delle cose, la fabbricazione, l’uso, il porto, la detenzione o l’alienazione delle quali costituisce reato, anche se non e’ stata pronunciata condanna, ben si coglie che la ammissibilita’ della confisca delle armi trova una specifica base legale.
 
 
Guida in stato di ebbrezza – Tenuità del fatto – Non punibilità ex art. 131 bis c.p. – Sanzione amministrativa della sospensione della patente di guida – Applicazione – Confiscabilità del veicolo – Non è ammissibile perché richiede una pronuncia di condanna o pena concordata
REPUBBLICA ITALIANA guida in stato di ebbrezza tenuita’ del fatto
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE QUARTA PENALE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. FUMU Giacomo – Presidente
Dott. FERRANTI Donatella – Consigliere
Dott. DOVERE Salvatore – rel. Consigliere
Dott. TORNESI Daniela Rita – Consigliere
Dott. SERRAO Eugenia – Consigliere
ha pronunciato la seguente:
INCIDENTE CON VITTIME, FERITI GRAVI STRDA AUTOSTRADA
SENTENZA
sul ricorso proposto da:
PROCURATORE GENERALE PRESSO CORTE D’APPELLO DI BRESCIA;
nel procedimento a carico di:
(OMISSIS), nato a (OMISSIS);
avverso la sentenza del 10/04/2018 della CORTE APPELLO di BRESCIA;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere SALVATORE DOVERE;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dott. DE MASELLIS Mariella, che ha concluso chiedendo l’inammissibilita’ del ricorso;
Il difensore presente avvocato (OMISSIS) in difesa di (OMISSIS) si associa alle conclusioni del Procuratore Generale;
chiede il rigetto del ricorso.
RITENUTO IN FATTO
  1. Il Tribunale di Brescia condannava (OMISSIS) alla pena ritenuta equa per il reato di guida in stato di ebbrezza alcolica (articolo 186 C.d.S., comma 2, lettera c)). La sentenza e’ stata riformata dalla Corte di Appello di Brescia, la quale ha ritenuto che l’imputato fosse non punibile per la particolare tenuita’ del fatto, ai sensi dell’articolo 131 bis c.p., ed ha disposto la restituzione al (OMISSIS) del velocipede utilizzato per commettere il reato.
  2. Avverso tale decisione il Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Brescia propone ricorso per cassazione.
Con il ricorso deduce l’inosservanza ed erronea applicazione dell’articolo 186 C.d.S., in quanto il Giudice avrebbe dovuto disporre la sanzione amministrativa accessoria della confisca del velocipede condotto dall’imputato al momento del fatto, siccome in proprieta’ del medesimo, chiedendo l’annullamento della sentenza in parte qua con i conseguenti provvedimenti.
CONSIDERATO IN DIRITTO
  1. Il ricorso e’ infondato e va pertanto rigettato.
3.1. Nel caso di sentenza di condanna o di applicazione della pena per il reato di cui all’articolo 186 C.d.S., comma 2, lettera c), il giudice ha l’obbligo di disporre la confisca del veicolo condotto dal trasgressore (quale “sanzione amministrativa accessoria”, giusta il testo dell’articolo 224 ter C.d.S., che ha cosi’ qualificato una misura che in precedenza era da considerare una “sanzione penale accessoria”, in forza di quanto statuito dalla Corte costituzionale e dalle Sezioni unite della cassazione, rispettivamente nelle sentenze 4 giugno 2010 n. 196 e 25 febbraio 2010, Proc. Rep. Trib. Pordenone in proc. Caligo).
Per l’effetto, in tali casi, il giudice deve disporre la confisca e la sentenza, a cura del cancelliere, viene trasmessa in copia al prefetto competente (articolo 224 ter C.d.S., comma 2), salvo che il veicolo appartenga a persona estranea al reato; senza che rilevi che il veicolo oggetto dalla confisca non sia stato sottoposto a sequestro preventivo.
La disposizione non contempla la confisca nei casi in cui l’imputato riporti una pronuncia diversa da quelle appena menzionate.
Si pone quindi il tema della confiscabilita’ del veicolo nel caso in cui l’imputato venga ritenuto non punibile per la particolare tenuita’ del fatto.
L’osservanza del principio di legalita’ impone di ritenere che la confisca non sia ammessa.
Questa Corte ha gia’ statuito che, in tema di guida in stato di ebbrezza, in caso di esclusione della punibilita’ per particolare tenuita’ del fatto, sussiste il dovere per il giudice di disporre la sospensione della patente di guida atteso che l’applicazione della causa di non punibilita’ presuppone l’accertamento del fatto cui consegue, ai sensi dell’articolo 186 C.d.S., l’applicazione della sanzione amministrativa accessoria (Sez. 4, n. 44132 del 09/09/2015 – dep. 02/11/2015, Longoni, Rv. 264830). Appare rilevante in questa sede la diversita’ dei presupposti: a mente dell’articolo 186, comma 2, lettera b) e c), “all’accertamento della violazione consegue in ogni caso…” la sanzione amministrativa della sospensione della patente di guida. E’ quindi necessario, ma anche sufficiente, l’accertamento del fatto. Diversamente, per la confisca l’articolo 186, comma 2, lettera c), richiede una pronuncia di condanna o l’applicazione della pena su richiesta delle parti.
La giurisprudenza di legittimita’ ha avuto modo di occuparsi della relazione tra confisca e 131 bis c.p., in tema di armi. Ha affermato che la misura di sicurezza patrimoniale della confisca e’ imposta per tutti i reati concernenti le armi ed e’ obbligatoria anche in caso di proscioglimento dell’imputato per particolare tenuita’ del fatto ai sensi dell’articolo 131 bis c.p., restando esclusa soltanto nell’ipotesi di assoluzione nel merito per insussistenza del fatto (Sez. 1, n. 54086 del 15/11/2017 – dep. 30/11/2017, P.M. in proc. Loukili, Rv. 272085). Tale principio fonda, del tutto correttamente, sulla previsione della L. n. 152 del 1975, articolo 6, secondo il quale “Il disposto del primo capoverso dell’articolo 240, si applica a tutti i reati concernenti le armi, ogni altro oggetto atto ad offendere, nonche’ le munizioni e gli esplosivi”. Poiche’ l’articolo 240 c.p., comma 2, dispone (anche) che e’ sempre disposta la confisca delle cose, la fabbricazione, l’uso, il porto, la detenzione o l’alienazione delle quali costituisce reato, anche se non e’ stata pronunciata condanna, ben si coglie che la ammissibilita’ della confisca delle armi trova una specifica base legale.
Non altrettanto puo’ dirsi per la confisca del veicolo nel caso di guida in stato di ebbrezza, quando il fatto sia valutato di particolare tenuita’, non essendo revocabile in dubbio che non si e’ in presenza di una sentenza di condanna o a questa assimilabile.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso.

Originally posted 2020-01-09 09:36:39.

SIMULAZIONE VENDITA IMMOBILIARE  :DONAZIONE CORTE APPELLO BOLOGNA

 

 

 

SIMULAZIONE VENDITA IMMOBILIARE  :DONAZIONE CORTE APPELLO BOLOGNA

 

 

 

Secondo la Suprema Corte (si veda sez. 2^, ordinanza n. 15510 del 13/06/2018, da cui è tratta la massima che segue), «.L’erede legittimario che agisca per l’accertamento della simulazione di una vendita compiuta dal “de cuius”, siccome dissimulante una donazione affetta da nullità per difetto di forma, assume, rispetto ai contraenti, la qualità di terzo – con conseguente ammissibilità della prova testimoniale o presuntiva senza limiti o restrizioni – quando abbia proposto la domanda sulla premessa dell’avvenuta lesione della propria quota di legittima. In tale situazione, infatti, detta lesione assurge a “causa petendi” accanto al fatto della simulazione ed il legittimario, benché successore del defunto, non può, pertanto, essere assoggettato ai vincoli probatori previsti per le parti dall’art. 1417 c.c., non rilevando la circostanza che egli, quale erede legittimo, benefici non solo dell’effetto di reintegrazione della summenzionata quota, ma pure del recupero del bene al patrimonio ereditario per intero, poiché il regime probatorio non può subire differenziazioni a seconda del risultato finale cui conduca l’accoglimento della domanda. Massime precedenti Vedi: N. 8215 del 2013 Rv. 625756 – 01, N. 24134 del 2009 Rv. 610015 – 01.».

 

I vincoli paesaggistici, inseriti nelle previsioni del piano regolatore

generale, una volta approvati e pubblicati nelle forme previste Cass. civ. n. 24055/2008

hanno valore di prescrizione di ordine generale a contenuto normativo con efficacia “erga omnes”, come tale assistita da una presunzione legale di conoscenza assoluta da parte dei destinatari, sicché i vincoli in tal modo imposti, a differenza di quelli inseriti con specifici provvedimenti amministrativi a carattere particolare, non possono qualificarsi come oneri non apparenti gravanti sull’immobile, secondo l’art. 1489 c.c., e non sono, conseguentemente, invocabili dal compratore come fonte di responsabilità del venditore, che non li abbia eventualmente dichiarati nel contratto.

L’evizione totale o parziale si verifica solo quando l’acquirente sia privato in tutto o in parte del bene alienato

 

ovvero il diritto trasferito perda Cass. civ. n. 24055/2008

le sue caratteristiche qualitative o quantitative, mentre se la privazione riguardi esclusivamente limitazioni inerenti il godimento del bene o imposizioni di oneri che lascino integra l’acquisizione patrimoniale trova applicazione l’art. 1489 cod. civ riguardante i vizi della cosa venduta. (Nel caso di specie la Corte ha ritenuto che la mancanza della facoltà d’uso della corte condominiale comune, come area destinata a posto macchina scoperto per i condomini, prevista espressamente nel trasferimento immobiliare, non potesse integrare l’azione di garanzia per evizione parziale).

 

 

 

In ipotesi di compravendita di costruzione realizzata in difformità della licenza edilizia, non è ravvisabile un vizio della cosa,

 

 

 non vertendosi in tema di anomalie strutturali del bene, ma trova applicazione Cass. civ. n. 4786/2007

 l’art. 1489 c.c., in materia di oneri e diritti altrui gravanti sulla cosa medesima, sempre che detta difformità non sia stata dichiarata nel contratto o, comunque, non sia conosciuta dal compratore al tempo dell’acquisto, ed altresì persista il potere repressivo della P.A. (adozione di sanzione pecuniaria o di ordine di demolizione), tanto da determinare deprezzamento o minore commerciabilità dell’immobile. In mancanza di tali condizioni, non è possibile riconoscere all’acquirente la facoltà di chiedere la riduzione del prezzo. Il venditore non è tenuto a prestare la garanzia per gli oneri e i diritti di godimento Cass. civ. n. 11867/2000

 dei terzi che gravano la cosa venduta, quando detti oneri e diritti, siano stati menzionati nel contratto o comunque conosciuti dall’acquirente.

Se nel contratto definitivo di compravendita

Cass. civ. n. 14226/1999

 il venditore abbia espressamente garantito la destinazione edificatoria del suolo compravenduto,

specificando l’indice di edificabilità, il compratore, appresa l’esistenza di un vincolo urbanistico di inedificabilità che riduca la cubatura realizzabile sull’area (nella specie, parte dell’area era risultata attraversata da una strada del Piano particolareggiato), può avvalersi, essendo anche il vincolo non agevolmente riconoscibile per effetto delle asserzioni del venditore, della garanzia prevista dall’art. 1489 c.c., in materia di cosa gravata da oneri non apparenti; non ricorre, infatti, l’ipotesi del vizio redibitorio, che attiene alla materialità del bene compravenduto ed al suo modo di essere nella realtà materiale, bensì l’ipotesi di onere a favore di terzo gravante sulla res vendita, che consiste in un vincolo giuridico incidente sul godimento del proprietario e sul suo diritto.

Nella vendita di cosa gravata da oneri o da diritti di

godimento di terzi la Cass. civ. n. 2856/1995

responsabilità del venditore ai sensi dell’art. 1489 c.c.,

 

è esclusa tanto nel caso in cui il compratore abbia avuto effettiva conoscenza del peso gravante sulla cosa, presumendosi che egli l’abbia accettata con tale peso, quanto nel caso in cui si tratti di oneri e diritti apparenti, che risultino cioè da opere visibili e permanenti destinate la loro esercizio, perché il compratore, avendo la possibilità di esaminare la cosa prima dell’acquisto, ove abbia ignorato ciò che poteva ben conoscere in quanto esteriormente visibile, deve subire le conseguenze della propria negligenza, secondo il criterio di autoresponsabilità. Pertanto, in tema di vendita di terreno gravato da servitù di elettrodotto, è incensurabile la decisione di merito secondo la quale la clausola con cui l’immobile viene trasferito franco e libero da pesi, così come in loco è di stile in quanto confermativa della responsabilità del venditore in relazione a quegli oneri non apparenti rilevabili solo con particolari indagini, mentre non può riferirsi a quanto risulti ictu oculi e sia a tutti visibile come la servitù di elettrodotto, sicché non è idonea a fondare alcun fondamento del compratore circa l’estensione della garanzia oltre i limiti previsti dalla legge.

)

La violazione, da parte del promissario alienante di un immobile, dell’obbligazione assunta col contratto preliminare

 

 

di provvedere a rendere Cass. civ. n. 1781/1994

l’immobile stesso conforme alle prescrizioni di legge, ivi comprese quelle concernenti le condizioni per il rilascio del certificato di abitabilità, legittima il promissario acquirente, in applicazione analogica del disposto dell’art. 1489 c.c., a richiedere la risoluzione del detto contratto, senza che vi osti l’astratta possibilità, per quest’ultimo, di accertare presso la competente amministrazione il difetto delle prescritte autorizzazioni amministrative alla realizzazione dell’opera, in quanto essa non integra gli estremi dell’apparenza del difetto medesimo ovvero della sua concreta conoscenza o conoscibilità con l’ordinaria diligenza.

 

 

 

 

L’espressa dichiarazione del venditore che il bene

compravenduto è libero da oneri Cass. civ. n. 976/2006

o diritti reali o personali di godimento esonera l’acquirente dall’onere di qualsiasi indagine, operando a suo favore il principio dell’affidamento nell’altrui dichiarazione, con l’effetto che se la dichiarazione è contraria al vero, il venditore è responsabile nei confronti della controparte tanto se i pesi sul bene erano dalla stessa facilmente conoscibili, quanto, a maggior ragione, se essi non erano apparenti.

 

 

In tema di vendita di cosa gravata da oneri o da diritti di godimento Cass. civ. n. 21384/2005

di terzi (art. 1489 c.c.) l’apparenza degli oneri e dei diritti è equiparata,

 

 

 

ai fini dell’esclusione della responsabilità del venditore, alla conoscenza effettiva, a condizione che essa risponda a requisiti di precisione, univocità e chiarezza che possono porre l’acquirente in grado di tener conto della reale situazione dell’immobile. A tal fine per apparenza si intende la facile riconoscibilità, pertanto con riferimento a diritto personale di garanzia, è sufficiente a rendere apparente il diritto ogni indizio che lo renda facilmente conoscibile da un uomo di media diligenza. (Nella specie, relativa a vendita forzata di immobile locato, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva escluso la tutela dall’aggiudicatario in quanto l’esistenza della locazione era da questi conoscibile mediante consultazione sia della relazione di stima, sia della perizia tecnica redatta da un geometra nel corso della procedura esecutiva).

 

Il vincolo di (temporanea) inalienabilità di immobile di edilizia convenzionata è di carattere apparente, in quanto connaturato al bene, sicché in caso di vendita Cass. civ. n. 13496/2005

esso è conoscibile dall’acquirente anche se non dichiarato dal venditore, non trovando in tal caso applicazione l’art. 1489 c.c.,

 

che ha riguardo alla diversa ipotesi di cosa venduta gravata da oneri reali o personali non apparenti, e non è invocabile quando ad essere taciuto è un vincolo derivante da norma imperativa. (Nell’enunziare il suindicato principio la S.C. ha ritenuto infondata la doglianza del ricorrente, che lamentava l’erroneità del rigetto da parte dei giudici di merito della domanda di risoluzione del contratto preliminare di compravendita avente ad oggetto la proprietà superficiaria di appartamento realizzato in regime di edilizia convenzionata, e recante clausola con la quale la promittente venditrice garantiva la libertà dell’immobile da vincoli ed oneri pregiudizievoli).

Secondo orientamento della suprema corte

Cass. civ. n. 19812/2004

a garanzia, prevista dall’art. 1489 c.c., per gli oneri reali o personali gravanti sulla cosa venduta, è in via analogica applicabile anche al contratto preliminare di compravendita.

La presunzione assoluta di conoscenza del vincolo di inedificabilità gravante su un immobile ha efficacia erga omnes quando esso sia stato imposto dalla legge o da un atto avente portata normativa, quale il piano regolatore, nel quale il vincolo sia stato inserito. Quando invece il vincolo risulti imposto in forza di uno specifico provvedimento amministrativo, stante il carattere particolare, e non generale e normativo, dell’atto impositivo, può presumersene la conoscenza solo da parte del proprietario del bene, che, quale soggetto interessato, può venirne a conoscenza con l’ordinaria diligenza, ma non anche da parte del compratore, il quale quindi può far valere nei confronti del venditore l’obbligo di garanzia derivante dall’art. 1489 c.c.

 (

 

VALUTAZIONI IMPRESE E PATTI SOCIALI

  1. Secondo la Suprema Corte, dunque, affinché operi l’esenzione dai vincoli probatori previsti dall’art. 1417 c.c., occorre che la parte che agisce per far dichiarare la simulazione di atti dispositivi compiuti dalde cuius, proponga la domanda sulla premessa dell’avvenuta lesione della propria quota di legittima e faccia quindi assurgere tale lesione acausa petendi della domanda.
Nella fattispecie ciò non è avvenuto, in quanto la parte ha espressamente indicato di agire per la declaratoria della simulazione assoluta o relativa, nella qualità di erede legittimo e al fine dichiarato di ricostruire l’asse ereditario da sottoporre poi a divisione, con finale attribuzione della quota di 1/2 del patrimonio così ricostruito.
In tale contesto, il primo giudice ha correttamente escluso che, in relazione alle domande principali di accertamento della simulazione assoluta o relativa delle alienazioni immobiliari, l’appellante potesse fruire del regime agevolato della prova, connesso alla qualità di legittimario e dunque di terzo.

 

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

CORTE DI APPELLO DI BOLOGNA

1^ SEZIONE CIVILE

La Corte di Appello nelle persone dei seguenti magistrati:

dott. Giovanni Benassi – Presidente

dott. Carla Fazzini – Consigliere

dott. Andrea Lama – Consigliere Relatore

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile in grado di appello iscritta al n. r.g. 345/2012 promossa da:

YY rappresentato e difeso dall’Avv. Gian Franco Fontaine, elettivamente domiciliato in via Rubbiani, 2 Bologna

APPELLANTE

contro

XX quale erede di A(omissis) A(omissis) rappresentata e difesa dall’Avv. Paolo Faldella, elettivamente domiciliata in via D’Azeglio, 31 Bologna

JJ quale erede di A(omissis) A(omissis) rappresentata e difesa dall’Avv. Paolo Faldella, elettivamente domiciliata in via D’Azeglio, 31 Bologna

IMMOBILIARE ALFA S.R.L. rappresentata e difesa dall’Avv. Massimo Orsini, elettivamente domiciliata in via Panzacchi, 25 Bologna

IMMOBILIARE BETA S.R.L. rappresentata e difesa dall’Avv. Massimo Orsini, elettivamente domiciliata in via Panzacchi, 25 Bologna

IMMOBILIARE GAMMA S.R.L. rappresentata e difesa dall’Avv. Massimo Orsini, elettivamente domiciliata in via Panzacchi, 25 Bologna

JJ in proprio rappresentata e difesa dall’Avv. Silvia Salvati elettivamente domiciliata in via Guerrazzi, 28 Bologna

XX in proprio rappresentata e difesa dall’Avv. Silvia Salvati elettivamente domiciliata in via Guerrazzi, 28 Bologna

APPELLATO

CONCLUSIONI

Le parti hanno concluso come da verbale d’udienza di precisazione delle conclusioni.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO e MOTIVI DELLA DECISIONE

  1. YY conveniva in giudizio A(omissis) A(omissis), JJ e XX nonché le Società Immobiliare ‘Alfa’srl, Immobiliare ‘Beta’srl e Immobiliare ‘Gamma’ srl, proponendo le seguenti domande:

– accertamento della simulazione assoluta o relativa (in quanto dissimulanti una donazione) degli atti di compravendita immobiliare, intercorsi tra F(omissisC(omissis), de cuius, e A(omissis) A(omissis), moglie del de cuiusda un lato, e le società immobiliari convenute, dall’altro, e accertamento che tali beni non erano mai usciti dal patrimonio del de cuius(l’azione di simulazione relativa era finalizzata alla dichiarazione di nullità per difetto di forma degli atti simulati);

– scioglimento della comunione ereditaria tra l’attore e la madre A(omissis) A(omissis) con la quota di ½ ciascuno;

(tali azioni venivano espressamente proposte da YY nella dichiarata qualità di erede legittimo del de cuius F(omissisC(omissis));

– in via subordinata, previo accertamento della natura di donazione indiretta in favore di JJ e XX, figlie dell’attore, degli atti di alienazione immobiliare di cui si tratta, azione di riduzione di tali donazioni, al fine della reintegrazione della quota del legittimario, pari a un terzo dell’asse ereditario.

– azione di rendimento dei conti, in relazione alla gestione di tali immobili e azione di condanna delle parti convenute alla corresponsione dei frutti relativi a tali beni immobili.

  1. Le conclusioni di merito della società convenute sono state le seguenti:

“..voglia il Tribunale Ill.mo adito, contrariis reiectis e previa ogni più opportuna statuizione e con ogni conseguente Deliberazione

– accertare preliminarmente che l’attore è erede puro e semplice del padre F(omissis) C(omissis) e comunque è decaduto dal beneficio di inventario, donde la soggezione alle limitazioni probatorie contro le società convenute

– respingere la domanda principale svolta dall’attore contro le società e accertare, anche in via riconvenzionale, che le vendite impugnate ex adverso sono vere e reali, che le società convenute sono legittime proprietarie (anche in via subordinata e se del caso per effetto di usucapione) di quanto acquistato con le vendite impugnate dall’attore; che, in ogni caso, non vi sono donazioni, né dirette, né indirette; conseguentemente respingere ogni domanda attorea, perché inammissibile, prescritta, infondata in fatto e in diritto;

– respingere comunque tutte le domande attoree contro i convenuti perché infondate in fatto e diritto;

– condannare l’attore, anche ai sensi dell’art. 96 c.p.c., a risarcire i danni provocati alle convenute, in particolare alle società Imm.re Beta S.r.l. e Imm. Alfa S.r.l.“.

  1. Le conclusioni di merito di JJ e XX sono state le seguenti:aaaesperto-eredita-AVVOCATO SPECIALIZZATO esperto-eredita-oggi

Voglia Il Tribunale Ill.mo adito, contrariis reiectis, e previa ogni più opportuna statuizione in merito all’accertamento che il sig. YY è erede puro e semplice e/o comunque decaduto dal beneficio di inventario, con ogni conseguente deliberazione,

– RESPINGERE la domanda principale svolta dall’attore e pertanto ACCERTARE, anche in via riconvenzionale, che le vendite impugnate ex adverso sono vere e reali e che, quindi, non vi sono donazioni, né dirette, né indirette; conseguentemente RESPINGERE ogni domanda attorea, perché inammissibile, prescritta, infondata in fatto e in diritto;

– comunque DICHIARARE la domanda di riduzione nulla, inammissibile, e comunque infondata;

– CONDANNARE, anche in via riconvenzionale, l’attore ed imputare alla propria quota tutte le donazioni dirette o indirette ricevute in vita dal de cuius, e quindi anche di conseguenza RESPINGERE la domanda attorea;

– RESPINGERE comunque tutte le domande attoree contro le convenute JJ e XX, occorrendo anche per carenza di legittimazione passiva.“.

  1. Le conclusioni di merito diJJ e XX come eredi di A(omissis)A(omissis), deceduta nelle more del giudizio di primo grado, sono state le seguenti:

Piaccia al Tribunale Ill.mo, reiectiis contrariis, previe le più opportune declaratorie in via principale respingere la domanda dell’attore ed in accoglimento della domanda riconvenzionale spiegata dalla madre delle convenute ed ora da queste ultime, dichiarare che le vendite impugnate ex adverso sono reali ed effettive.

In via subordinata, salvo gravame, dichiarare, in via riconvenzionale, l’attore tenuto a prestare la collazione per imputazione, nell’ambito del giudizio divisionale di tutte le donazioni dirette ed indirette ricevute dal padre, nonché di tutti i suoi debiti pagati dal padre, donazioni e debiti che verranno provati in corso di causa e da valutarsi all’epoca dell’aperta successione e conseguentemente assegnare tutto il relictum alla madre condividente e per essa alle convenute eredi universali.

In ogni ipotesi respingere qualsiasi domanda spiegata dall’attore contro la madre ed ora le convenute.“.

  1. Il Tribunale:

– rigettava tutte le domande spiegate dalla parte attrice, sia in via principale sia in via subordinata;

– rigettava la domanda di risarcimento del danno, svolta dalle società Immobiliare ‘Alfa’ srl, Immobiliare ‘Beta’ srl, Immobiliare ‘Gamma’ srl ;

– rigettava ogni altra domanda istruttoria delle parti;

– condannava YY al rimborso delle spese di lite in favore delle parti convenute;

– ordinava la cancellazione della trascrizione della domanda giudiziale.

  1. Il Tribunale dava atto della vicenda fattuale oggetto di causa.

Il de cuiusF(omissisC(omissis), decedeva in data 16 maggio 1995, senza redigere testamento, lasciando quali suoi eredi la moglie A(omissis) A(omissis) e il figlio YY.

Nel corso dell’anno 1995 la A(omissis) A(omissis) provvedeva ad accettare l’eredità con beneficio di inventario, erigendo l’inventario.

Nel 2003 anche YY accettava l’eredità con beneficio di inventario, avvalendosi dell’inventario redatto dalla madre.

Nelle more del presente giudizio, in data 23 giugno 2008 decedeva anche A(omissis) A(omissis), e si costituivano quali eredi testamentarie le nipoti JJ e XX, anch’esse già convenute (YY risultava essere semplicemente erede necessario, del tutto pretermesso dal testamento pubblico della madre A(omissis) A(omissis)).

  1. Il Tribunale dava conto delle ragioni della propria decisione.

7.1 Erano infondate e dovevano essere rigettate le domande, volte all’accertamento della simulazione assoluta o relativa delle alienazioni immobiliari fatte dal 1987 al 1992 dal de cuiuse dalla moglie A(omissis) A(omissis), in regime di comunione legale dei beni, in favore delle società immobiliari convenute, costituite nel 1987 con intestazione al de cuius e alla moglie dell’usufrutto vitalizio con reciproco accrescimento delle quote sociali e con attribuzione della nuda proprietà di tali quote alle figlie di parte attrice, JJ e XX al 50% per ciascuna.

Il Tribunale rilevava che l’attore non poteva giovarsi del regime probatorio agevolato di cui all’art. 1417 c.c., essendo erede legittimo del padre, deceduto senza testamento.

7.2 Quanto alla simulazione assoluta, l’attore non forniva alcuna prova della inesistenza dei negozi che assumeva simulati, potendo gli interrogatori formali dedotti fornire la prova di un’eventuale donazione dissimulata.

Al contrario, il quadro, delineato dalla stessa parte attrice, dava dimostrazione della volontà delle parti degli effetti dell’alienazione, avendo il de cuius costituito le società immobiliari con la consorte e le nipoti, e avendo poi alienato a tali nuovi soggetti giuridici nel corso del tempo beni immobili, affinché fossero gestiti.

7.3 Quanto alla dedotta simulazione relativa, l’attore non aveva fornito prova scritta dell’accordo simulatorio (controdichiarazione).

Di conseguenza, gli immobili oggetto delle alienazioni de quibus non erano mai entrati a far parte del patrimonio ereditario né si doveva procedere a scioglimento della comunione su tali beni, mai venutasi a creare.

7.4 Quanto all’azione di riduzione delle donazioni asseritamente dissimulate.

Tale azione era priva della necessaria condizione di proponibilità prevista dall’art. 564 c.c. L’attore, infatti, aveva accettato tacitamente l’eredità paterna subito dopo il decesso del padre, come dimostrato dalla istruzione documentale e orale (testi N(omissis) P(omissis) e M(omissis) A(omissis)). L’attore imprenditore negli anni Ottanta, falliva in proprio e tramite sei società: veniva altresì arrestato per reati fallimentari (le procedure fallimentari venivano chiuse tra il 1987 e il 2002).

Il de cuius, dopo la dichiarazione di fallimento del figlio e delle società a lui riconducibili, aveva destinato al figlio un patrimonio mobiliare in titoli, pari a un miliardo e mezzo delle vecchie lire, versato in una gestione patrimoniale accesa presso la Banca Popolare di Milano, recante il n. 48005 collegata al c/c n. 8916, intestata al de cuius, alla moglie e al geometra N(omissis) P(omissis), uomo di fiducia.

I denari erano di proprietà del de cuius, affermato imprenditore edile, e non già della moglie, casalinga, e del geometra N(omissis) P(omissis), mero fiduciario. Mensilmente, il padre versava al figlio una somma variabile, mai inferiore ai due milioni di lire, traendola da questa gestione titoli, come dichiarato dal teste geometra N(omissis) P(omissis), incaricato dei pagamenti.

Alla morte del padre, in data 16 maggio 1995, erano ancora aperte le procedure fallimentari riconducibili a YY.

Due giorni dopo il decesso del de cuius (omissisC(omissis), in data 18 maggio 1995 A(omissis) A(omissis) provvedeva al trasferimento dei titoli dalla originaria gestione n. 48005 alla gestione n. 48031, intestata alla medesima A(omissis) A(omissis) e al geometra N(omissis) P(omissis). Tali titoli non venivano denunciati come appartenenti al patrimonio relitto del de cuius e non venivano menzionati nell’inventario eretto dalla A(omissis) A(omissis) nel 1995. Da tale fondo il YY continuava a percepire mensilmente una cospicua somma di denaro, anche dopo il decesso del padre.

Nel 1999 con le procedure fallimentari ancora aperte, le somme residue, pari a un miliardo e duecento milioni di lire, venivano poi trasferite su di un deposito acceso a nome della società “Epsilon“, costituita tra la convivente dell’attore, M(omissis) P(omissis) B(omissis) alla quale veniva intestata la nuda proprietà al 99% del capitale sociale, A(omissis) A(omissis) cui veniva intestato l’usufrutto pari al 99% e il geometra N(omissis) P(omissis), titolare del residuo un per cento di proprietà piena — e che era altresì amministratore unico della società —.

L’attore aveva dedotto di aver sempre ritenuto che le somme ricevute, dapprima dal padre e poi dalla madre, venissero erogate a titolo di mantenimento, ignorando che le somme provenissero da una gestione patrimoniale costituita dal padre.

Secondo il Tribunale tale ricostruzione non era credibile.

Il de cuius era un imprenditore affermato, mentre la madre era casalinga e priva di risorse.

Le erogazioni non avevano natura alimentare.

La gestione patrimoniale era stata costituita dal de cuius al fine di sottrarre le somme ai creditori del figlio fallito. Stessa finalità aveva il trasferimento delle somme in altra gestione intestata alla madre e al geom. N(omissis) P(omissis), avvenuto immediatamente dopo la morte del padre.

Stessa finalità aveva anche la creazione della società “Epsilon“, sul cui deposito era confluito il denaro di cui si tratta, poi utilizzato per l’acquisto dell’immobile sito in via ‘Melarancia’, ove l’attore risiedeva con la compagna M(omissis) P(omissis) B(omissis), titolare della nuda proprietà del 99% delle quote sociali di quella società.

Ciò integrava un’accettazione tacita da parte dell’attore dell’eredità paterna, ai sensi dell’art. 476 c.c. fin da subito dopo il decesso del padre, in quanto l’attore disponeva di ingenti somme di denaro di proprietà del padre defunto.

Pertanto, nessuna rilevanza aveva l’accettazione di eredità, avvenuta con beneficio di inventario ben otto anni dopo, atteso che l’attore aveva già tacitamente accettato la eredità paterna e utilizzato tutti i denari di provenienza paterna.

7.5 Anche le domande spiegate in via subordinata erano, pertanto, infondate.

7.6 Infine, anche le domande di rendimento del conto erano conseguentemente infondate, in mancanza di un titolo costituente il presupposto dell’obbligo di rendiconto.

7.7 Ne conseguiva il rigetto delle domande, proposte in via subordinata dalle convenute JJ e XX.

7.8 Infondata era anche la domanda di risarcimento del danno ex art. 96 c.p.c., derivante dalla trascrizione della domanda su tutti i beni immobili oggetto di causa.

  1. Proponeva appello YY.

8.1 Come primo motivo di impugnazione l’appellante censurava la sentenza nella parte in cui aveva ritenuto l’infondatezza delle domande, a causa della mancata accettazione con beneficio di inventario, ai fini e per gli effetti di cui all’art. 564 c.c.

Riteneva l’appellante che, per proporre la domanda di simulazione assoluta ovvero relativa degli atti di alienazione immobiliare, non occorresse alcuna accettazione con beneficio di inventario.

Deduceva che, in prima battuta, egli intendeva far riacquisire al patrimonio ereditario i beni uscitine mediante atti assolutamente simulati o relativamente simulati, configuranti in quest’ultimo caso donazioni dissimulate, nulle per difetto di forma.

Precisava l’appellante:

L’azione proposta in via principale dall’ing. YY non era preordinata all’azione di riduzioneche egli aveva dedotto in via subordinata, in ipotesi che gli atti compiuti fossero riconducibili a un complesso sistema di valide donazioni indirette: allora sarebbe dovuta scattare l’azione di riduzione.

Quindi, le azioni, proposte in via principale per simulazione assoluta e/o relativa, erano autonome e non erano strumentali all’azione di riduzione e quindi il beneficio di inventario o la preclusione del beneficio di inventario discendente dall’accettazione tacita erano tutti concetti … estranei al nostro caso e non applicabili.“.

L’appellante ribadiva le istanze di prova già proposte.

8.2 Come secondo motivo di appello l’appellante censurava la sentenza nella parte in cui aveva ritenuto una fattispecie di accettazione tacita dell’eredità del de cuius F(omissisC(omissis) in capo all’appellante YY.

Infatti, parte appellante aveva dedotto, nella comparsa conclusionale del giudizio di primo grado, che YY si era avvalso, ex art. 510 c.c., dell’accettazione beneficiata, fatta dalla madre coerede A(omissis) A(omissis) in data 3 agosto 1995. Secondo l’appellante, era irrilevante, ai sensi della citata norma, l’eventuale decadenza dal beneficio di inventario del YY, che aveva, comunque, a sua volta, accettato con beneficio di inventario in data 27 novembre 2003.

8.3 Come terzo motivo l’appellante deduceva l’erroneità della sentenza, laddove essa aveva ravvisato una fattispecie di accettazione tacita nella percezione da parte di YY del mantenimento mensile da parte del padre e, dopo la morte di costui, da parte della madre.

Il fatto che le somme (di cui alla gestione patrimoniale, da cui venivano prelevate tali somme, intestata al padre, alla madre e al geom. N(omissis) P(omissis)) non fossero state indicate nella denuncia di successione, né in sede di inventario, significava che si trattava di somme appartenenti alla madre e non al padre: al più, si trattava di denaro paterno di cui la madre si era impossessata dopo la morte del padre.

L’incasso delle somme, prima fornite dal padre e poi dalla madre, non aveva il significato di una volontà di accettazione dell’eredità paterna e dunque non era configurabile un’accettazione tacita di tale eredità.

Secondo l’appellante, il Tribunale aveva erroneamente “..dato rilevanza a irrilevanti episodi successivi all’accettazione materna con beneficio di inventario … presentata il 3 agosto 1995..”, mentre “..F(omissis) C(omissis) era deceduto il 16 maggio 1995, bisognava identificare in questi 78 giorni fatti di accettazione tacita compiuti da YY..”.

8.4 Come quarto motivo di appello, l’appellante deduceva di aver agito come legittimario e dunque come terzo, non soggetto, pertanto, ai limiti probatori di cui all’art. 1417 c.c.

8.5 Come quinto motivo di appello, l’appellante chiedeva la cancellazione delle righe a pagina 5 e 6 della sentenza, in cui si affermava che il YY era colpevole di reati di truffa e violenza carnale, fatti mai commessi e oggetto di deduzioni contestate.

  1. Così concludeva parte appellante:

1) Dichiarare la simulazione assoluta degli apparenti contratti di vendita di cui in narrativa o in ipotesi dichiarare la nullità delle donazioni dissimulate dai predetti apparenti contratti di vendita, per l’effetto dichiarare che i seguenti beni immobili fanno parte dell’asse ereditario relitto attribuibile a F(omissis) C(omissis) (…)

2) Procedere quindi allo scioglimento della relativa comunione ereditaria venutasi a determinare tra YY e la convenuta A(omissis) A(omissis) nella quota di legge di ½ ciascuno con ogni consequenziale determinazione e provvedimento;

3) in ipotesi, previo accertamento della natura di donazione indiretta degli atti di disposizione dei beni immobili di cui sopra, previa conseguente determinazione della quota di 1/3 dell’asse ereditario riservata all’attore quale legittimario, procedere a tutte le operazioni di riduzione previste dalla legge al fine di reintegrare l’attore stesso nella quota ereditaria a lui spettante e procedere quindi alla divisione dell’eventuale comunione venutasi a creare. 

4) in tutti i casi, condannare i convenuti, ciascuno per quanto di ragione, a rendere il conto dell’amministrazione dei beni immobili sopra indicati a far data dal 17 maggio 1995, condannare inoltre i convenuti, ciascuno per quanto di ragione, a corrispondere all’attore la quota allo stesso spettante quale erede e/o quale legittimario dei frutti di tali beni, a far data dall’aperta successione, o in ipotesi dal dì della domanda, il tutto nella misura che sarà accertata, oltre agli interessi;

Accertare e dichiarare la validità della procedura di eredità beneficiata invocata dall’attore e quindi ammettere le richieste istruttorie dedotte dall’attore al fine di permettere la ricostruzione della massa ereditaria nei confronti delle parti e di terzi;

Revocare ogni provvedimenti istruttorio emesso in corso di causa, Accogliere le conclusioni istruttorie di parte attrice di cui alla memoria 16.09.2005, ammettere c.t.u., escludere ogni avversa richiesta istruttoria.

  1. Le appellate Società Immobiliari si costituivano e concludevano nel merito come segue, previo deposito della sentenza tra le stesse parti, relativa alla successione materna (A(omissis) A(omissis)), pronunciata dal Tribunale di Bologna il 20-06-2016 n 1625/2016.

A) In via preliminare e/o pregiudiziale – dichiarare l’inammissibilità e/ l’improcedibilità dell’appello per le motivazioni di cui in narrativa e per qualsiasi altra motivazione di ragione o di legge

– respingere l’appello perché infondato in fatto e in diritto, confermando la sentenza di primo grado quanto al rigetto delle domande di YY

– in via di appello incidentaleriformare la sentenza impugnata sul capo relativo al risarcimento del danno subito dalle Società appellate per effetto della illegittima trascrizione della citazione.

Con vittoria di spese, competenze ed onorari di entrambi i gradi.“.

  1. JJ e XX si costituivano, rassegnando le seguenti conclusioni:

Dichiararsi l’inammissibilità o improcedibilità dell’appello. Rigettarsi l’appello nel merito. Con vittoria di spese.“.

  1. JJ e XX si costituivano, anche quali eredi universali della signora A(omissis) A(omissis), vedovaF(omissis)C(omissis), loro ava materna, e così concludevano, previo deposito della sentenza sopra citata n. 1625/2016 del Tribunale di Bologna pubblicata il 20 giugno 2016 avente ad oggetto la eredità di A(omissis) A(omissis):

In via principale dichiarare inammissibile e comunque respingere l’appello spiegato con l’atto notificato il 17 febbraio 2012.

Vinte le spese.

In via di estremo subordine nell’ipotesi accoglimento di una delle domande spiegate dall’appellante, salvo gravame, dichiarare, in via riconvenzionale, l’appellante tenuto a prestare la collazione per imputazione, nell’ambito del giudizio divisionale, di tutte le donazioni dirette ed indirette ricevute dal padre, nonché di tutti i suoi debiti pagati dal padre, donazioni e debiti che verranno provati in corso di causa e da valutarsi all’epoca dell’aperta successione e conseguentemente assegnare tutto il relictum alla madre condividente e per essa alle appellate eredi universali.“.

  1. Deve, preliminarmente, rigettarsi l’eccezione di inammissibilità dell’appello, in quanto asseritamente difforme dalle prescrizioni di cui all’art. 342 c.p.c. Infatti, l’appello evidenzia adeguatamente sia le parti della sentenza, di cui si chiede la riforma, sia le motivazioni, in base alle quali l’appellante ritiene dovuta tale riforma.

L’art. 342 c.p.c. prevede che l’atto di appello debba contenere, “..a pena di inammissibilità:

1) l’indicazione delle parti del provvedimento che si intende appellare e delle modifiche che vengono richieste alla ricostruzione del fatto compiuta dal giudice di primo grado;

2) l’indicazione delle circostanze da cui deriva la violazione della legge e della loro rilevanza ai fini della decisione impugnata..”.

Ebbene, l’appello proposto evidenzia, con adeguata specificità e chiarezza, come già detto, sia le parti del provvedimento oggetto di gravame sia le ragioni per cui la parte appellante ritiene l’erroneità del provvedimento gravato: di ciò si è dato atto nella parte dedicata alla esposizione sintetica del contenuto dell’atto di appello. Pertanto, in considerazione della specifica articolazione dei motivi di gravame (sopra riferiti) nonché della puntuale indicazione delle statuizioni appellate e delle circostanze, da cui derivano le denunciate violazioni di legge nonché la loro rilevanza ai fini della decisione, deve ritenersi che l’appello — contrariamente a quanto dedotto da parte appellata — sia ammissibile, in quanto rispettoso delle indicazioni previste dall’art. 342 nn. 1 e 2 c.p.c.

  1. L’appello e infondato e deve essere rigettato.
  2. Parte appellante, come si evince chiaramente dall’atto di citazione introduttiva del giudizio di primo grado, ha proposto, in via principale, domanda di scioglimento della comunione ereditaria con la madre A(omissis) A(omissis) in morte del padreF(omissis)C(omissis), previo accertamento della simulazione assoluta ovvero relativa degli atti di alienazione con cui il padre si era spogliato del patrimonio immobiliare. YY ha espressamente dichiarato di agire nella veste di erede legittimo del padre e ha altrettanto espressamente finalizzato la domanda di accertamento della simulazione degli atti dispositivi alla ricostruzione dell’asse ereditario mediante tutti i beni alienati e ha chiesto lo scioglimento della comunione così ricostruita, con attribuzione di una porzione pari a 1/2 dell’asse ereditario. In tal modo, l’appellante ha espressamente finalizzato la domanda principale alla tutela della propria posizione e qualità di erede legittimo, titolare della quota di un mezzo dell’asse ereditario.
  3. In via subordinata, come si evince chiaramente dall’atto di citazione introduttivo del giudizio di primo grado, l’appellante ha proposto un’azione di accertamento della natura di donazione indiretta in favore delle proprie figlie JJ e XX degli atti di alienazione immobiliare.

In tale sede, l’appellante ha dichiarato di agire nella veste di erede legittimario, a tutela e a reintegrazione della propria quota di legittimario, pari a un terzo dell’asse ereditario.

Secondo la Suprema Corte (si veda sez. 2^, ordinanza n. 15510 del 13/06/2018, da cui è tratta la massima che segue), «.L’erede legittimario che agisca per l’accertamento della simulazione di una vendita compiuta dal “de cuius”, siccome dissimulante una donazione affetta da nullità per difetto di forma, assume, rispetto ai contraenti, la qualità di terzo – con conseguente ammissibilità della prova testimoniale o presuntiva senza limiti o restrizioni – quando abbia proposto la domanda sulla premessa dell’avvenuta lesione della propria quota di legittima. In tale situazione, infatti, detta lesione assurge a “causa petendi” accanto al fatto della simulazione ed il legittimario, benché successore del defunto, non può, pertanto, essere assoggettato ai vincoli probatori previsti per le parti dall’art. 1417 c.c., non rilevando la circostanza che egli, quale erede legittimo, benefici non solo dell’effetto di reintegrazione della summenzionata quota, ma pure del recupero del bene al patrimonio ereditario per intero, poiché il regime probatorio non può subire differenziazioni a seconda del risultato finale cui conduca l’accoglimento della domanda. Massime precedenti Vedi: N. 8215 del 2013 Rv. 625756 – 01, N. 24134 del 2009 Rv. 610015 – 01.».

  1. Secondo la Suprema Corte, dunque, affinché operi l’esenzione dai vincoli probatori previsti dall’art. 1417 c.c., occorre che la parte che agisce per far dichiarare la simulazione di atti dispositivi compiuti dalde cuius, proponga la domanda sulla premessa dell’avvenuta lesione della propria quota di legittima e faccia quindi assurgere tale lesione acausa petendi della domanda.

Nella fattispecie ciò non è avvenuto, in quanto la parte ha espressamente indicato di agire per la declaratoria della simulazione assoluta o relativa, nella qualità di erede legittimo e al fine dichiarato di ricostruire l’asse ereditario da sottoporre poi a divisione, con finale attribuzione della quota di 1/2 del patrimonio così ricostruito.

In tale contesto, il primo giudice ha correttamente escluso che, in relazione alle domande principali di accertamento della simulazione assoluta o relativa delle alienazioni immobiliari, l’appellante potesse fruire del regime agevolato della prova, connesso alla qualità di legittimario e dunque di terzo.

  1. Fatta tale precisazione, deve ribadirsi che l’azione di simulazione assoluta delle alienazioni immobiliari è infondata, previo rigetto dell’eccezione di giudicato interno sollevata da parte appellata (la statuizione sulla domanda di accertamento di simulazione assoluta è stata espressamente impugnata, come da punto n. 1 delle conclusioni di parte appellante).

18.1 Non vi è alcun elemento sintomatico di una volontà delle parti (di quegli atti di compravendita) di non procedere ad alcun trasferimento della titolarità dei beni. Anzi, il fatto che gli alienanti, cioè F(omissisC(omissis) e A(omissis) A(omissis), avessero all’epoca l’usufrutto della titolarità delle quote di partecipazione sociale delle società aventi causa, costituisce indice sintomatico dell’effettività del trasferimento e della volontà di alienazione della titolarità di tali beni. In altre parole, il fatto che comunque rimanesse in capo agli alienanti la disponibilità giuridica dei beni alienati, sebbene in forma indiretta tramite l’usufrutto delle quote di capitale delle società aventi causa, costituisce indice sintomatico dell’effettività del trasferimento della titolarità formale della proprietà dei beni in capo alle società immobiliari.

In sostanza, le parti volevano effettivamente che si realizzasse proprio l’intestazione della proprietà a soggetti terzi, ferma restando la protrazione di una situazione giuridica di controllo da parte di F(omissisC(omissis) e A(omissis) A(omissis), realizzata attraverso l’usufrutto delle quote di capitale delle società proprietarie dei beni: la predisposizione di un complicato meccanismo di costituzione di società immobiliari, cui intestare la proprietà dei beni immobili, lascia intendere che l’effetto giuridico fosse effettivamente voluto, bastando, diversamente, una mera intestazione fittizia a soggetto prestanome.

18.2 In ogni caso, la prova dedotta sul punto (prova orale per testi e per interrogatorio formale) era, al più, idonea a comprovare una simulazione relativa della compravendita e la dissimulazione della donazione, in quanto incentrata sul mancato pagamento del prezzo di compravendita, costituente elemento sintomatico classico di una dissimulazione di una donazione. Inoltre, nei casi di simulazione assoluta, “..la prova testimoniale è ammissibile in tutte e tre le ipotesi contemplate dal precedente art. 2724 c.c. ..”, ipotesi non ricorrenti nella fattispecie, in quanto nemmeno dedotte in giudizio (in tal senso si veda sez. 2^, Sentenza n. 10240 del 04/05/2007 di cui infra si riporta la massima per esteso).

La prova de qua, dunque, non doveva essere ammessa e il primo giudice correttamente non l’ha ammessa.

  1. Quanto all’azione di accertamento della simulazione relativa degli atti dispositivi di cui si tratta.

19.1 Anche in questo caso, si rivela infondata l’eccezione di giudicato interno sollevata da parte appellata (la statuizione sulla domanda di accertamento di simulazione relativa è stata espressamente impugnata come da punto n. 1 delle conclusioni di parte appellante).

19.2 L’appellante, come già evidenziato, ha agito nella dichiarata qualità di erede legittimo e ha espressamente finalizzato l’azione alla ricostruzione dell’asse ereditario, al fine di far valere la propria quota di un mezzo spettante a lui come erede legittimo.

19.3 Ne consegue in primo luogo, la prescrizione dell’azione.

Secondo la Suprema Corte (si veda Sez. 2, Sentenza n. 3932 del 29/02/2016, da cui è tratta la massima che segue), «.I beni oggetto di trasferimento a titolo oneroso (anche se a favore del coerede) sono soggetti a collazione ereditaria solo se sia accertata la natura simulata del relativo atto dispositivo in accoglimento di un’apposita domanda formulata in tal senso dal coerede che chiede la divisione. In tal caso il “dies a quo” del termine di prescrizione dell’azione di simulazione varia in rapporto all’oggetto della domanda: se questa è proposta dall’erede quale legittimario, facendo valere il proprio diritto alla riduzione della donazione (che si asserisce dissimulata) lesiva della quota di riserva, il termine di prescrizione decorre dal momento dell’apertura della successione; mentre se l’azione sia esperita al solo scopo di acquisire il bene oggetto di donazione alla massa ereditaria per determinare le quote dei condividenti e senza addurre alcuna lesione di legittima, il termine di prescrizione decorre dal compimento dell’atto che si assume simulato, subentrando in tal caso l’erede, anche ai fini delle limitazioni probatorie ex art. 1417 c.c., nella medesima posizione del “de cuius”). Massime precedenti Vedi: N. 7134 del 2001 Rv. 546997 – 01, N. 4021 del 2007 Rv. 595399 – 01.».

Nel caso di specie, l’ultima della alienazioni è avvenuta nel 1992, mentre l’odierna azione è stata proposta soltanto nel 2003, oltre quindi il decorso del termine decennale di prescrizione.

19.4 In ogni caso, sotto diverso profilo, l’azione è infondata nel merito.

Come già detto sopra, tale azione soggiace ai limiti probatori dell’art. 1417 c.c., proprio in quanto espressamente finalizzata non già all’azione di riduzione ma alla domanda di scioglimento della comunione ereditaria, previa ricostruzione dell’asse ereditario.

Tale precisazione è stata fatta anche in atto di appello (Precisava l’appellante: “L’azione proposta in via principale dall’ing. YY non era preordinata all’azione di riduzione, che egli aveva dedotto in via subordinata, in ipotesi che gli atti compiuti fossero riconducibili a un complesso sistema di valide donazioni indirette: allora sarebbe dovuta scattare l’azione di riduzione. Quindi, le azioni, proposte in via principale per simulazione assoluta e/o relativa, erano autonome e non erano strumentali all’azione di riduzione e quindi il beneficio di inventario o la preclusione del beneficio di inventario discendente dall’accettazione tacita erano tutti concetti … estranei al nostro caso e non applicabili..”). In tale contesto, la parte appellante avrebbe potuto provare la simulazione relativa solo con la controdichiarazione scritta, invece mancante, oppure mediante la prova testimoniale ma soltanto nei casi, non ricorrenti nella fattispecie, di perdita incolpevole del documento contrattuale scritto o di finalizzazione della testimonianza alla prova della illiceità del negozio (si veda sez. 2^, Sentenza n. 10240 del 04/05/2007, da cui è tratta la massima che segue: «.In tema di simulazione di un contratto di compravendita immobiliare, la prova per testi soggiace a limitazioni diverse a seconda che si tratti di simulazione assoluta o relativa. Nel primo caso, l’accordo simulatorio, pur essendo riconducibile tra i patti per i quali opera il divieto di cui all’art. 2722 cod. civ,. non rientra tra gli atti per i quali è richiesta la forma scritta “ad substantiam” o “ad probationem”, menzionati dall’art. 2725 cod. civ., avendo natura ricognitiva dell’inesistenza del contratto apparentemente stipulato, sicché la prova testimoniale è ammissibile in tutte e tre le ipotesi contemplate dal precedente art. 2724 cod. civ.. Nel secondo caso, occorre distinguere, in quanto se la domanda è proposta da creditori o da terzi – che, essendo estranei al negozio, non sono in grado di procurarsi le controdichiarazioni scritte – la prova per testi o per presunzioni non può subire alcun limite; qualora, invece, la domanda venga proposta dalle parti o dagli eredi, la prova per testi, essendo diretta a dimostrare l’esistenza del negozio dissimulato, del quale quello apparente deve rivestire il necessario requisito di forma, è ammessa soltanto nell’ipotesi di cui al n. 3 dell’art. 2724 citato, cioè quando il contraente ha senza colpa perduto il documento, ovvero quando la prova è diretta fare valere l’illiceità del negozio.»).

  1. Quanto all’azione di riduzione proposta contro le figlie JJ e XX, asseritamente destinatarie di una donazione indiretta avente ad oggetto i cespiti immobiliari di cui si tratta.

20.1 Difetta la condizione dell’azione, prevista dall’art. 564 c.c.

20.2 Parte appellante ha dedotto nella comparsa di risposta del giudizio di primo grado, di essersi avvalso degli effetti espansivi, previsti dall’art. 510 c.c. per il caso di accettazione con beneficio di inventario fatta da uno dei coeredi (nel caso di specie, l’accettazione beneficiata fatta dalla madre il 3 agosto 2003): ciò a prescindere dall’accettazione beneficiata fatta in proprio dal YY n data 27 novembre 2003.

20.3 Parte appellata ha eccepito, nel presente giudizio, che non potrebbero prodursi gli effetti di cui all’art. 510 c.c. in favore di YY, in quanto la madre, omettendo di indicare nell’inventario i denari (pari a oltre un miliardo di lire) di cui alla gestione n. 48005 già intestata anche al de cuius, avrebbe determinato la decadenza dal beneficio di inventario ex art. 494 c.c.

20.4 Deve subito evidenziarsi che l’eventuale decadenza dal beneficio di inventario è irrilevante, ai fini che ci occupano, tenuto conto del chiaro disposto di cui all’art. 510 c.c., primo comma ultima parte (“..questa disposizione non si applica all’erede che ha accettato col beneficio di inventario e che ne è decaduto.”).

20.5 Deve, invece, evidenziarsi come YY avesse già accettato in modo puro e semplice, seppur tacitamente, prima che la madre coerede effettuasse l’accettazione con beneficio di inventario in data 3 agosto 1995, così precludendo l’effetto espansivo di cui all’art. 510 c.c.

20.6 In atti è provato come:

– YY abbia continuato a percepire, senza soluzione di continuità, anche dopo la morte del padre, il contributo che in vita il padre, traendolo dalla gestione patrimoniale n. 48005, accesa presso la Banca Popolare di Milano e intestata a F(omissisC(omissis), alla moglie A(omissis) A(omissis) e al geom. N(omissis) P(omissis) da sempre uomo di fiducia di F(omissisC(omissis), forniva mensilmente al figlio;

– tale contributo ammontasse mediamente a due milioni di lire al mese;

– successivamente alla morte del padre, esattamente due giorni dopo il decesso, le somme portate da tale gestione patrimoniale, superiori al miliardo di lire, siano transitate su di una nuova gestione patrimoniale col n. 48031, intestata alla madre A(omissis) A(omissis) e al geom. N(omissis) P(omissis);

– da tale gestione le somme continuassero appunto a essere erogate mensilmente in favore di YY senza soluzione di continuità e dunque anche nel periodo tra il decesso del padre (maggio 1995) e accettazione con beneficio di inventario fatta dalla madre in data 3 agosto 1995.

20.7 Tali risultanze si evincono principalmente dalla dichiarazione testimoniale resa dal geom. N(omissis) P(omissis), particolarmente attendibile, in quanto autore materiale delle operazioni di pagamento in favore di YY, e da M(omissis) A(omissis), ex moglie di YY. Come esattamente ritenuto dal primo giudice, la gestione patrimoniale, seppur intestata anche alla moglie A(omissis) A(omissis) e all’uomo di fiducia, non poteva che avere ad oggetto somme di proprietà di F(omissisC(omissis), affermato imprenditore edile, dovendosi escludere che esse potessero appartenere alla moglie A(omissis) A(omissis), casalinga o al geom. N(omissis) P(omissis), mero uomo di fiducia di F(omissisC(omissis).

Ancora, deve escludersi che YY potesse ignorare tale assetto giuridico-economico o potesse ritenere una diversa appartenenza delle somme che a lui pervenivano mensilmente dall’inizio degli anni Novanta, conoscendo ovviamente quali fossero le effettive disponibilità patrimoniali ed economiche dei propri genitori e soprattutto la provenienza delle medesime. Analogamente, una volta deceduto il padre, YY non poteva plausibilmente ritenere, contrariamente a quanto sostenuto in atto di appello, che le somme di cui si tratta potessero provenire dal patrimonio della madre e non già, come sempre avvenuto, dal patrimonio del padre, a nulla rilevando che la madre si fosse “impadronita” delle somme, facendole confluire in altra gestione patrimoniale e omettendo di indicarle nell’inventario e della denuncia di successione.

Mediante le suddette operazioni, consistenti in atti dispositivi del patrimonio di F(omissisC(omissis) e dunque dell’asse ereditario, YY e la madre A(omissis) A(omissis), coeredi, diedero luogo ad una fattispecie di accettazione tacita dell’eredità, trattandosi ovviamente di atti dispositivi che non avrebbero avuto il diritto di fare se non nella qualità di eredi e dunque presupponenti necessariamente la volontà di accettare l’eredità (art. 476 c.c.).

20.8 La fattispecie di accettazione tacita facente capo ad A(omissis) A(omissis) non è stata dedotta in giudizio. La fattispecie di accettazione tacita di YY è stata, invece, ritualmente dedotta in giudizio. A causa e per effetto di tale accettazione tacita (che si è perfezionata, nel maggio 1995, immediatamente dopo il decesso del de cuius, all’atto della riscossione della prima erogazione di denari proveniente dalla provvista di cui era costituita la vecchia gestione patrimoniale, successivamente trasferita nella nuova gestione patrimoniale n. 48031), risultava preclusa l’accettazione con beneficio di inventario in capo a YY né egli poteva avvalersi degli effetti espansivi ex art. 510 c.c., ipoteticamente derivanti da quella fatta dalla madre in data 3 agosto 1995.

20.9 Su tale accettazione tacita si fonda la decisione, emessa dal primo giudice, di rigetto delle domande di YY.

Tale decisione è corretta e deve essere confermata nella presente sede.

  1. Ne consegue il rigetto della domanda di riduzione delle donazioni rappresentate asseritamente dalle alienazioni immobiliari, mancando la condizione dell’azione, costituita dall’accettazione con beneficio di inventario, avendo YY operato un’accettazione pura e semplice, seppur tacita, con le modalità sopra descritte.
  2. Per tutte le suesposte considerazioni, devono rigettarsi il primo, il secondo, il terzo e il quarto motivo di appello.
  3. È infondato, infine, il quinto motivo di gravame.

Parte appellante ha chiesto la cancellazione dei passi della sentenza in cui si fa riferimento a procedimenti penali per truffa e violenza carnale. Il doc. n. 7 in fascicolo di JJ e XX comprova che YY subì tali procedimenti (lettera con cui il difensore prof. Sgubbi chiedeva il pagamento degli onorari per le difese e svolte e descriveva i procedimenti con indicazione, in relazione a ciascuno di essi, del titolo di reato per cui si era proceduto). In sentenza il primo giudice si è limitato a dare atto che tali procedimenti erano stati iniziati nei confronti del YY, senza affermare nulla in ordine all’esito dei medesimi.

  1. È infondato altresì l’appello incidentale promosso dalle società immobiliari appellate.

In via di appello incidentale, le società appellate hanno chiesto di riformare la sentenza impugnata sul capo relativo al risarcimento del danno subito per effetto della illegittima trascrizione della citazione. Hanno dedotto che la trascrizione sarebbe illegittimamente avvenuta sui beni immobili di cui si tratta, per l’intero, e non soltanto sulle quote, a suo tempo facenti capo al solo F(omissisC(omissis). Inoltre, l’azione risarcitoria si fonderebbe sull’art. 96 secondo comma c.p.c., per aver YY agito senza la normale prudenza.

Quanto alla prima deduzione, la medesima è infondata.

L’azione di accertamento di simulazione degli atti di compravendita investiva necessariamente i contratti nella loro interezza e dunque l’oggetto dei medesimi, rappresentato dai beni immobili nella loro interezza. Dunque, la trascrizione non poteva che essere effettuata sull’intero bene immobile. Inoltre, a prescindere da ogni altro ordine di considerazioni, l’assunto, presupponente una distinzione di quote a suo tempo facenti capo autonomanente ai due alienanti (F(omissisC(omissis) e A(omissis) A(omissis)), è del tutto infondato, in quanto i due coniugi alienanti erano in comunione legale dei beni e la comunione legale dei beni è una comunione senza quote.

Anche per questo ordine di considerazioni, quindi, non è stata illegittima la trascrizione sui beni immobili nella loro interezza.

Deve, infine, escludersi che YY abbia agito senza la normale prudenza, avuto riguardo alla estrema complessità in fatto e in diritto della controversia.

  1. Quanto alle spese legali.
  2. La soccombenza di YY nei confronti di JJ e XX, sia in proprio, sia nella qualità di eredi della madre A(omissis) A(omissis), implica la condanna al rimborso delle spese del grado, liquidate come da dispositivo, con riferimento agli importi medi dello scaglione individuato sulla base del valore indeterminabile della causa. Vi è soccombenza reciproca tra YY e le società immobiliari, con maggiore soccombenza di parte appellante principale. Ciò giustifica una compensazione delle spese nella misura della metà, con condanna di YY al rimborso della residua metà, liquidata come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte, definitivamente pronunciando, ogni altra istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così dispone:

I – rigetta l’appello proposto da YY la sentenza n. 1428 del 2011 del Tribunale di Bologna;

II – rigetta l’appello incidentale proposto da IMMOBILIARE ‘ALFA’ SRL, IMMOBILIARE ‘BETA’ SRL e IMMOBILIARE ‘GAMMA’ SRL;

III – conferma integralmente la sentenza appellata;

IV – condanna YY alla refusione in favore di XX e JJ, quali eredi di A(omissis) A(omissis), delle spese di lite, che liquida in € 6615,00 per compenso, oltre al 15% di spese forfettarie ed oltre accessori di legge;

V – condanna YY alla refusione in favore di XX e JJ, in proprio, delle spese di lite, che liquida in € 6615,00 per compenso, oltre al 15% di spese forfettarie ed oltre accessori di legge;

VI – dichiara la compensazione delle spese tra YY, da un lato, e le società IMMOBILIARE ‘ALFA’ SRL, IMMOBILIARE ‘BETA’ SRL e IMMOBILIARE ‘GAMMA’ SRL, dall’altro, nella misura della metà e condanna YY al rimborso in favore di IMMOBILIARE ‘ALFA’ SRL, IMMOBILIARE ‘BETA’ SRL e IMMOBILIARE ‘GAMMA’ SRL della residua quota di tali spese, che liquida, per l’intero, in € 6.615,00 per compenso, oltre al 15% di spese forfettarie ed oltre accessori di legge.

Così deciso in Bologna, nella camera di consiglio della Prima Sezione Civile, il 28 maggio 2019

Il Presidente

dott. Giovanni Benassi

Il Consigliere estensore

dott. Andrea Lama

 

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Originally posted 2020-01-08 08:17:29.

ADDEBITO SEPARAZIONE TRIBUNALE DI BOLOGNA

ADDEBITO SEPARAZIONE TRIBUNALE DI BOLOGNA

L’apprezzamento circa la responsabilità di uno o di entrambi i coniugi nel determinarsi della intollerabilità della convivenza è istituzionalmente riservato al giudice di merito (Cass. n. 18074/2014, par. 2.10; Cass. n. 4550/2011). In tema di onere della prova, questa Corte ha affermato che grava sulla parte che richieda, per l’inosservanza degli obblighi nascenti dal matrimonio, l’addebito della separazione all’altro coniuge l’onere di provare la relativa condotta e la sua efficacia causale nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza, mentre è onere di chi eccepisce l’inefficacia dei fatti posti a fondamento della domanda provare le circostanze su cui l’eccezione si fonda, vale a dire l’anteriorità della crisi matrimoniale all’accertata violazione (ex multis, Cass. 3923/2018, par. 2).

Nel caso in cui, infatti, l’autorità giudiziaria appuri che la rottura dell’unione coniugale è dipesa dalla violazione, da parte di una sola delle parti, dei doveri disciplinati dall’art. 143 del codice civile (di fedeltà reciproca, di assistenza morale e materiale, di collaborazione nell’interesse della famiglia e di coabitazione), ove sussista specifica richiesta in tal senso, potrà pronunciare sentenza di separazione con addebito.

Come noto, la pronuncia di addebito non può, tuttavia, fondarsi sulla mera violazione degli obblighi coniugali, essendo altresì necessario accertare che tale violazione sia stata eziologicamente idonea a determinare il fallimento della convivenza e del rapporto coniugale (tra le altre, si v.: Cass. civ., n. 8862/2012). Il duplice accertamento che il giudice di merito deve compiere, – valutando dapprima la violazione di obblighi matrimoniali e, in secondo luogo, la riferibilità della crisi familiare a detta violazione -, trova tuttavia una attenuazione qualora il comportamento addebitato al coniuge consista in atti di violenza, fisici o psichici.

In tal caso, il contegno aggressivo è ex se sufficiente a fondare l’addebitabilità della separazione, senza che si renda necessaria l’ulteriore indagine in merito all’incidenza causale di tale comportamento rispetto alla frattura del rapporto di coniugio (si v., Cass. civ., n. 11981/2013; n. 3925/18).

Tale principio, affermato costantemente dalla giurisprudenza di merito e di legittimità, non costituisce invero una deroga al normale procedimento di accertamento dell’addebitabilità della separazione, ma piuttosto si fonda sul postulato, difficilmente controvertibile, per cui l’atto di violenza è in re ipsa fatto idoneo a determinare o aggravare l’intollerabilità della convivenza, sicchè esso consente in definitiva di ritenere provato, ex se, il nesso causale tra la violazione del dovere coniugale di assistenza e solidarietà tra i coniugi (cfr. Tribunale di Milano, sez. IX,11 luglio 2013).

Inoltre, costituisce principio pacifico che “In tema di separazione personale dei coniugi, la pronuncia di addebito richiesta da un coniuge per le violenze perpetrate dall’altro non è esclusa qualora risulti provato un unico episodio di percosse, trattandosi di comportamento idoneo comunque a sconvolgere definitivamente l’equilibrio relazionale della coppia, poiché lesivo della pari dignità di ogni persona” (Cassa. n. 7388/17, 433/16).

Ciò premesso, la domanda di addebito formulata dalla ricorrente è fondata e pertanto merita accoglimento in quanto vi sono elementi sufficienti in atti tali per affermare che quando la X ha lasciato la casa coniugale il 22.3.2017 la convivenza era stata resa intollerabile dalle condotte prevaricatrici, vessatorie, minatorie, umilianti ed in un’occasione violente del marito, contrarie ai doveri nascenti dal matrimonio.

Con particolare riferimento all’episodio dello schiaffo avvenuto in data 22.03.2017, per quanto contestato dal resistente, questo trova riscontro da un lato nella denuncia querela presentata dalla ricorrente, a cui ha fatto poi seguito il decreto di rinvio a giudizio del 18.05.2018, e dall’altro nel decreto ex art. 342 bis c.c. avverso il quale, tra l’altro, non è stato proposto reclamo; conseguentemente possono ritenersi provati i fatti e le circostanze ivi riportate.

Va inoltre precisato che il suddetto episodio rappresenta solo il culmine di una situazione di intollerabilità della vita coniugale provocata dal Y che, come confermato dai sommari informatori sentiti nell’ambito del procedimento ex art. 342 bis c.c., già a decorrere dal 2016 era solito aggredire verbalmente la moglie con minacce e mortificazioni, scatenando litigi così violenti da essere uditi dagli altri condomini, i quali sono stati più volte sul punto di contattare le forze dell’ordine.

In particolare la sig. xxxxall’udienza del 15.5.2017 riferiva “i problemi sono sorti negli ultimi tempi, un anno circa. Fino a quel momento non si era mai confidata con noi….poi ci ha confidato i suoi problemi di coppia. Lei era in ansia perché lui arrivava a casa tardi, non le preparava da mangiare. Lui è cambiato, lei non conosce le motivazioni. Ci ha raccontato di numerose aggressioni verbali” (cfr doc. 12 fascicolo ricorrente, depositato tempestivamente con la memoria n. 2 ex art. 183 comma 6 c.p.c.).

 

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di BOLOGNA

Sezione Prima Civile

Il Tribunale, in composizione collegiale nelle persone dei seguenti magistrati:

dott. Matilde Betti Presidente

dott. Arianna D’Addabbo Giudice Relatore

dott. Silvia Migliori Giudice

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 597/2018 promossa da:

X, nata a (omissis) (BO), il 22/11/1951, elettivamente domiciliata in VIA GHIRARDACCI N. 1 BOLOGNA presso lo studio dell’Avv. MENGOZZI BEATRICE che la rappresenta e difende, giusta delega in atti

RICORRENTE

contro

affido condiviso-separazioni Bologna
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Y, nato a (omissis) (BO), il 07/08/1947, elettivamente domiciliato in PIAZZA ROOSEVELT 4 BOLOGNA presso lo studio dell’Avv. MARINO VINCENZO che lo rappresenta e difende, giusta delega in atti

RESISTENTE

CON L’INTERVENTO DEL PUBBLICO MINISTERO 

CONCLUSIONI 

PER PARTE RICORRENTE: Come da memoria n. 1 ex art. 183, comma 6 c.p.c., datata 22.12.2018

PER PARTE RESISTENTE: Come da memoria difensiva datata 24.05.2018, da integrarsi con la dichiarazione resa dal difensore all’udienza del 7.6.2018

Concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione

Con ricorso depositato in data 12.01.2018 X chiedeva all’intestato Tribunale di pronunciare la separazione personale dal coniuge Y , unione celebrata in (omissis) in data 12.06.1977 e dalla quale non nascevano figli; la ricorrente dava atto della disgregazione del rapporto coniugale e della intollerabilità della convivenza, svolgendo domanda di addebito nei confronti del marito.

La signora X, affetta dal 2002 da una patologia che l’ha portata progressivamente a perdere la vista e quasi completamente l’udito rendendola, di conseguenza, non autosufficiente, riferiva che il marito a partire dal 2016 ha iniziato ad assumere comportamenti aggressivi e vessatori nei suoi confronti, sfociati, il 22 marzo 2017, in un episodio di violenza in cui le avrebbe sferrato un violento schiaffo al volto. Successivamente a tale episodio la ricorrente abbandonava il tetto coniugale e decideva di trasferirsi presso la propria madre stante il grande stato di ansia provocatole.

Chiedeva, altresì, l’assegnazione della casa coniugale e la restituzione di somme di denaro.

Si costituiva Y , il quale non si opponeva alla separazione ma chiedeva il rigetto della domanda di addebito e la corresponsione di un assegno per il proprio mantenimento da quantificarsi in € 250,00.

All’udienza tenutasi ai sensi dell’art. 708 c.p.c. il giorno 24.05.2018 il Presidente, su richiesta di entrambi i difensori, rinviava all’udienza del 07.06.18 per permettere alle parti di tentare di definire la controversia in via bonaria.

Con ordinanza del 07.06.2018, il Presidente delegato, dato atto sia del fallimento del tentativo di riconciliazione dei coniugi sia della rinuncia del resistente alla domanda di assegno per il proprio mantenimento e della ricorrente alla restituzione di somme di denaro, assumeva i provvedimenti provvisori ed urgenti di propria competenza: in particolare, li autorizzava a vivere separati e disponeva che la casa coniugale restasse in godimento alla signora X , stante la disponibilità manifestata dalle parti.

All’udienza del 08.11.2018, in cui nessuno compariva per parte resistente, il difensore di parte ricorrente precisava le conclusioni sul vincolo sulle quali, intervenuto il PM, si pronunciava il Collegio con sentenza parziale n. 2993/2018 resa in data 13.11.2018. Con separata ordinanza la causa veniva rimessa sul ruolo per la decisione della domanda di addebito.

Rigettate le istanze istruttorie con ordinanza del 12.3.2019, all’udienza del 12.9.2019 parte ricorrente precisava le conclusioni, mentre parte resistente non compariva e la causa veniva rimessa al Collegio per la decisione.

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Preliminarmente, occorre dare atto del fatto che i coniugi X e Y sono già separati per effetto della sentenza parziale n. 2993/2018 resa da questo Tribunale in data 13.11.2018, ormai passata in giudicato.

Considerato che parte ricorrente ha rinunciato alla domanda di assegnazione della casa coniugale e di restituzione di somme e parte resistente alla domanda volta ad ottenere l’assegno di mantenimento, resta da esaminare sola la richiesta di addebito formulata dalla X.

Sull’addebito della separazione 

Occorre rilevare che, ai sensi dell’art. 151 co. II c.c., il giudice pronunziando la separazione dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia la stessa addebitabile, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio.

Come noto, la pronuncia di addebito non può, tuttavia, fondarsi sulla mera violazione degli obblighi coniugali, essendo altresì necessario accertare che tale violazione sia stata eziologicamente idonea a determinare il fallimento della convivenza e del rapporto coniugale (tra le altre, si v.: Cass. civ., n. 8862/2012). Il duplice accertamento che il giudice di merito deve compiere, – valutando dapprima la violazione di obblighi matrimoniali e, in secondo luogo, la riferibilità della crisi familiare a detta violazione -, trova tuttavia una attenuazione qualora il comportamento addebitato al coniuge consista in atti di violenza, fisici o psichici.

In tal caso, il contegno aggressivo è ex se sufficiente a fondare l’addebitabilità della separazione, senza che si renda necessaria l’ulteriore indagine in merito all’incidenza causale di tale comportamento rispetto alla frattura del rapporto di coniugio (si v., Cass. civ., n. 11981/2013; n. 3925/18).

Tale principio, affermato costantemente dalla giurisprudenza di merito e di legittimità, non costituisce invero una deroga al normale procedimento di accertamento dell’addebitabilità della separazione, ma piuttosto si fonda sul postulato, difficilmente controvertibile, per cui l’atto di violenza è in re ipsa fatto idoneo a determinare o aggravare l’intollerabilità della convivenza, sicchè esso consente in definitiva di ritenere provato, ex se, il nesso causale tra la violazione del dovere coniugale di assistenza e solidarietà tra i coniugi (cfr. Tribunale di Milano, sez. IX,11 luglio 2013).

Inoltre, costituisce principio pacifico che “

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Ciò premesso, la domanda di addebito formulata dalla ricorrente è fondata e pertanto merita accoglimento in quanto vi sono elementi sufficienti in atti tali per affermare che quando la X ha lasciato la casa coniugale il 22.3.2017 la convivenza era stata resa intollerabile dalle condotte prevaricatrici, vessatorie, minatorie, umilianti ed in un’occasione violente del marito, contrarie ai doveri nascenti dal matrimonio.

Con particolare riferimento all’episodio dello schiaffo avvenuto in data 22.03.2017, per quanto contestato dal resistente, questo trova riscontro da un lato nella denuncia querela presentata dalla ricorrente, a cui ha fatto poi seguito il decreto di rinvio a giudizio del 18.05.2018, e dall’altro nel decreto ex art. 342 bis c.c. avverso il quale, tra l’altro, non è stato proposto reclamo; conseguentemente possono ritenersi provati i fatti e le circostanze ivi riportate.

Va inoltre precisato che il suddetto episodio rappresenta solo il culmine di una situazione di intollerabilità della vita coniugale provocata dal Y che, come confermato dai sommari informatori sentiti nell’ambito del procedimento ex art. 342 bis c.c., già a decorrere dal 2016 era solito aggredire verbalmente la moglie con minacce e mortificazioni, scatenando litigi così violenti da essere uditi dagli altri condomini, i quali sono stati più volte sul punto di contattare le forze dell’ordine.

In particolare la sig. xxxxall’udienza del 15.5.2017 riferiva “i problemi sono sorti negli ultimi tempi, un anno circa. Fino a quel momento non si era mai confidata con noi….poi ci ha confidato i suoi problemi di coppia. Lei era in ansia perché lui arrivava a casa tardi, non le preparava da mangiare. Lui è cambiato, lei non conosce le motivazioni. Ci ha raccontato di numerose aggressioni verbali” (cfr doc. 12 fascicolo ricorrente, depositato tempestivamente con la memoria n. 2 ex art. 183 comma 6 c.p.c.).

La signora xxxxxxvicina di casa di entrambe le parti in causa, riferiva “da circa un anno le discussioni sono diventate più accese…Io e la mia famiglia ci siamo spaventati perché abbiamo sentito il Y minacciare di dare un pugno in faccia alla signora. E’ successo a dicembre 2016 nel pomeriggio, ero con mia figlia che stavo studiando. Ho pensato di chiamare la polizia, poi la situazione si è placata. Era da tempo che sentivo aggressioni verbali. Il Y urlava ripetendo più volte ossessivamente “stai zitta”, faccio quello che voglio”, “voglio vederti piangere”. La signora cercava di parlare in tono pacato, ma lui urlava…Ci sono stati episodi sia precedenti sia successivi all’episodio di dicembre. Gli ultimi episodi sono stati a febbraio, poi abbiamo saputo che la signora si era trasferita. Verso marzo ha chiesto a mio marito se era disponibile a essere presente quando lei doveva entrare in casa a prendere delle cose perché era spaventata….durante i litigi c’erano tentativi di dialogo da parte della signora, parlava in tono normale e raramente sentiva quello che diceva. Poi lui la invitava a tacere con toni aggressivi!” (cfr doc. 12 fascicolo ricorrente).

Risulta altresì provata ex. art. 115 c.p.c., in quanto non contestata dall’odierno resistente se non nella comparsa conclusionale e quindi tardivamente, la circostanza secondo cui lo stesso, alla presenza della moglie, in più occasioni, ha mostrato agli amici ed amiche della coppia fotografie che lo ritraevano, senza vestiti, in compagnia di altre donne, generando così un profondo senso di umiliazione nella coniuge che assisteva inerte a tali scene. Tale condotta, peraltro, è stata confermata dalla sig. ra Toschi all’udienza del 15.5.2017 in cui riferiva che “il Y mi mandava foto di donne poco vestite su whatsApp. Le inviava anche all’altra amica” 

Risulta altresì provata ex. art. 115 c.p.c., in quanto non contestata dall’odierno resistente ed anzi ammessa nell’ambito del giudizio ex art. 342 bis c.c., la circostanza che il marito il 6.2.2017 abbia sottratto € 2.000,00 dal conto corrente della moglie, senza il consenso della stessa.

Il resistente ha reiteratamente negato, nei suoi atti, la propria responsabilità in merito alla separazione, ed in particolare ha negato – seppur in maniera generica – di avere usato violenza intra-familiare allegando altresì che nell’emettere il decreto ex art. 736-bis il convincimento del Giudice sarebbe stato influenzato dalle condizioni di salute in cui versa la ricorrente.

Tuttavia tali censure non risultano meritevoli di accoglimento, in quanto sia dalle risultanze documentali (decreto di rinvio a giudizio del 18.05.18, decreto ex art. 342 bis c.cordinanza di applicazione di misura cautelare del 17.09.18) sia da quelle testimoniali assunte nell’ambito del procedimento ex art. 736-bis emerge la rappresentazione di un contesto familiare altamente pregiudizievole per l’integrità psico-fisica della ricorrente; ciò a causa dei reiterati atteggiamenti aggressivi, violenti e mortificanti del resistente, resi ancor più gravi dalla circostanza di aver profittato della posizione di inferiorità e fragilità della moglie, dovuta alla patologia da cui è affetta.

Per tutte le ragioni sin qui esposte, dunque, si reputa ampiamente acquisita la prova di una condotta del Y contraria ai doveri nascenti dal matrimonio e tale da determinare l’irreversibilità della crisi coniugale, avendo egli in particolare violato i doveri di rispetto e solidarietà nei confronti della moglie, dando causa al legittimo allontanamento della moglie dalla causa coniugale, cosicché si impone la pronuncia di addebito della separazione a carico del resistente.

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Sulle spese di lite 

Considerato l’esito della lite, che ha visto il convenuto soccombente, le spese sono poste integralmente a carico di Y . La relativa liquidazione è fatta in dispositivo sulla base del valore indeterminato della causa con applicazione dei valori medi di cui al D.M. n. 55/2014 attualmente in vigore (scaglione da € 26.000,01 a € 52.000,00), per le fasi di studio, introduttiva e decisionale; in ragione del fatto che non sono state assunte prove in corso di causa viene invece applicata una diminuzione del 50% all’importo relativo alla fase istruttoria.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni altra istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così dispone:

1) dichiara che la separazione è addebitabile a Y ,

2) condanna il resistente a rifondere alla ricorrente le spese di lite che liquida in euro 6.394,00 per compensi, oltre accessori come per legge

Così deciso in Bologna, nella camera di consiglio, il 26 novembre 2019

Il Presidente

dott. Matilde Betti

Il Giudice Relatore

dott. Arianna D’Addabbo

Pubblicazione il 04/12/2019

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Originally posted 2020-01-08 08:04:54.

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Per il divorzio consensuale c’è bisogno di un avvocato matrimonialista?

Per il divorzio consensuale c’è bisogno di un avvocato matrimonialista?

Se si è in procinto di affrontare una separazione o un divorzio consensuali, ci si potrebbe interrogare sulla necessità di fare affidamento o meno su un avvocato matrimonialista. La legislazione relativa alla separazione consensuale e al divorzio consensuale è stata modificata di recente dal decreto legge n. 132 del 12 settembre del 2014, il cosiddetto decreto Sblocca Italia, che ha reso possibile ottenere, con l’assistenza di un avvocato, non solo la separazione e il divorzio consensuali, ma anche la modifica delle condizioni previste per la separazione o per il divorzio. In virtù del divorzio consensuale, tale possibilità può essere sfruttata in tempi celeri, molto più veloci rispetto a quel che accadeva in passato, in virtù di una procedura che è stata semplificata in misura considerevole.

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Non c’è bisogno del tribunale

Come potrebbe spiegare qualsiasi avvocato matrimonialista, la separazione e il divorzio consensuali possono essere ottenuti addirittura senza che vi sia la necessità di coinvolgere un tribunale: nel giro di pochi giorni si usufruisce della risoluzione desiderata. Tutto quel che bisogna fare è contattare un avvocato matrimonialista, in modo tale da pervenire a un accordo di negoziazione assistita: con questa procedura non c’è più bisogno di depositare un ricorso in tribunale. In pratica, al posto della sentenza di separazione o di divorzio consensuali, è sufficiente un accordo di negoziazione assistita da un avvocato, a patto che lo stesso venga firmato da tutti e due i coniugi.

Perché contattare un avvocato

Rivolgendosi allo Studio legale dell’Avvocato Sergio Armaroli o a un altro avvocato, si può approfittare di una procedura decisamente breve: spetta all’avvocato stesso, poi, trasmettere l’accordo di negoziazione assistita al Comune presso il quale il matrimonio era stato iscritto o trascritto. Si tratta di un’esecuzione che richiede poco tempo, e che per altro si fa apprezzare per i costi contenuti che presuppone, di certo più bassi rispetto alle spese che sarebbe necessario sostenere nel caso in cui si optasse per una procedura in tribunale. Con poche centinaia di euro per coniuge ce la si cava: vale la pena di pensarci.

Anche se il divorzio è consensuale, non si può pensare di scegliere un avvocato solo: ognuna delle due parti ha bisogno dell’assistenza di un legale diverso. In verità questa regola appare un po’ in contrasto con il desiderio di rendere le procedure più semplici e più rapide, soprattutto se si pensa al fatto che per le richieste di separazione o di divorzio consensuali che vengono proposte in tribunale non è da escludere la possibilità che lo stesso legale presti la propria assistenza a tutti e due i coniugi. D’altro canto, è pur vero che, non essendo coinvolto il controllo di un giudice, la presenza di due legali fa sì che venga osservata – almeno in linea teorica – la tutela degli interessi di entrambe le parti. Nell’accordo è indispensabile dichiarare che gli avvocati hanno informato i coniugi della possibilità di ricorrere alla mediazione familiare, hanno provato a conciliare le parti e hanno messo in evidenza l’importanza per i figli minorenni di passare del tempo coi genitori.

Cosa succede se ci sono i figli

Il divorzio o la separazione consensuali in presenza di figli seguono le stesse regole delle procedure previste per le coppie senza figli: ciò vuol dire che anche in questo caso è prevista la possibilità di fare riferimento alla negoziazione assistita da un avvocato, sia che ci siano dei figli minorenni, sia che ci siano dei figli maggiorenni ma incapaci o non autosufficienti dal punto di vista economico. La sola differenza di cui è bene tenere conto è che in tale circostanza è necessario trasmettere l’accordo a cui si perviene al Procuratore della Repubblica del tribunale competente, entro dieci giorni, al fine di ottenere la relativa autorizzazione. Il Procuratore, a sua volta, in questa fase è tenuto ad accertare che l’accordo raggiunto permetta di tutelare e favorire l’interesse della prole; dopodiché, in caso di esito positivo, l’accordo viene inviato dal Procuratore al Presidente del tribunale entro cinque giorni, e a quel punto non devono passare più di trenta giorni prima che venga stabilita un’udienza per la comparizione delle parti.

Nel caso in cui la coppia che vuole separarsi o divorziare in maniera consensuale abbia figli maggiorenni non incapaci o portatori di handicap, occorre che l’accordo venga trasmesso al Procuratore della Repubblica, il quale si limita a dare il nulla osta.

 

Originally posted 2020-01-04 11:26:32.

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DISCONOSCIMENTO PATERNITA’ BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA OTTIENI

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DISCONOSCIMENTO PATERNITA’ BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA OTTIENI

Il corollario, che ammette la possibilità di dimostrare lo stesso adulterio anche ricorrendo alla prova tecnica, non incide però sul momento iniziale del decorso del termine previsto dall’art. 244 c.c., e non interferisce dunque sulla disciplina dettata in tema di decadenza per la quale rilevano solo la scoperta del fatto “adulterio” ed il momento in cui il padre ne sia venuto a conoscenza, quale che sia stata la fonte che lo abbia reso edotto, prescindendo dall’accertamento della sua corrispondenza alla verità, che egli ha semplicemente il potere processuale di dimostrare senza incorrere in preclusioni, dunque attraverso ogni opportuna indagine tesa ad accertare le incompatibilità idonee a dimostrare l’adulterio” Col terzo motivo il ricorrente denuncia violazione dell’art. 2043 c.c., e art. 567 c.p., e lamenta che la Corte del merito, nel contesto di una motivazione omessa o insufficiente, ne avrebbe fatto malgoverno avendo rigettato la sua domanda risarcitoria avendola ritenuta dipendente da quella principale – rigettata -, pur in presenza della prova acquisita in atti dell’illecito penale rappresentato dalla falsa attestazione di stato dei figli.

I resistenti chiedono il rigetto della censura.

Il motivo deve essere dichiarato inammissibile. Statuito il rigetto della domanda risarcitoria, attesa la sua stretta correlazione con la domanda di disconoscimento, la Corte territoriale ha dichiarato nel contempo inammissibile la prospettazione della nuova causa petenti, siccome assunta a fondamento della domanda risarcitoria solo in sede d’appello in violazione dell’art. 345 c.p.c., laddove è stata riferita al disposto dell’art. 567 c.p. Trattasi di autonoma ratio decidendi contro cui il mezzo in esame non agita critica alcuna.

 

 

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE I CIVILE

Sentenza 26 marzo 2013, n. 7581

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LUCCIOLI Maria Gabriella – Presidente –

Dott. CULTRERA Maria Rosaria – rel. Consigliere –

Dott. CAMPANILE Pietro – Consigliere –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 19843/2011 proposto da:

I.E. (C.F. (OMISSIS)), elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE ANGELICO 97, presso l’avvocato LEONE GENNARO, che lo rappresenta e difende, giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

F.V. (C.F. (OMISSIS)), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA TIBULLO 16, presso l’avvocato PATRIZIA VELLETRI, rappresentato e difeso dall’avvocato BRACCIALE FRANCO, giusta procura in calce al controricorso;

P.B. (C.F. (OMISSIS)), I.S. (C.F. (OMISSIS)), elettivamente domiciliate in ROMA, VIA ACHILLE PAPA 21, presso l’avvocato PAGANO MARIA TERESA, che le rappresenta e difende, giusta procura a margine del controricorso;

G.V., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA ADRIANA 15, presso l’avvocato VALERIA CAMPISI, rappresentato e difeso dall’avvocato TUCCITTO VINCENZO, giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrenti –

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contro

 

IA.SI., PROCURATORE GENERALE PRESSO LA CORTE D’APPELLO DI ROMA;

 

– intimati –

 

avverso la sentenza n. 2828/2010 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 30/06/2010;

 

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 12/02/2013 dal Consigliere Dott. MARIA ROSARIA CULTRERA;

 

udito, per il ricorrente, l’Avvocato GENNARO LEONE che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;

 

udito, per le controricorrenti P.B. e I.S., l’Avvocato MARIA TERESA PAGANO che ha chiesto il rigetto del ricorso;

 

udito, per il controricorrente F., l’Avvocato FRANCO BRACCIALE che ha chiesto il rigetto del ricorso;

 

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FUCCI Costantino, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Svolgimento del processo

 

I.E. con citazione del 10.10.2002, ha proposto innanzi al Tribunale di Latina domanda di disconoscimento della paternità dei figli minori I.S. e Ia.Si., nati rispettivamente l'(OMISSIS) ed il (OMISSIS) dal matrimonio con P.B., da cui intanto si era separato, e di dichiarazione giudiziale di paternità nei confronti di G.V. e F.V., assumendo di non essere il padre naturale dei minori in quanto all’epoca del loro concepimento la moglie aveva intrattenuto relazioni extraconiugali prima con il G. e poi col F., nei cui confronti ha altresì chiesto pronuncia di condanna unitamente a P.B. al risarcimento dei danni morali e materiali subiti. Con sentenza n. 849/2006, il Tribunale adito ha dichiarato inammissibile la domanda di disconoscimento essendo la I. decaduto dall’azione in quanto promossa oltre l’anno dalla conoscenza delle distinte relazioni della moglie, da farsi risalire già alle date di nascita dei figli o al più tardi all'(OMISSIS); ha dichiarato inammissibile anche la domanda di dichiarazione giudiziale di paternità, ed ha rigettato le domande risarcitorie. I.E. ha impugnato la decisione innanzi alla Corte d’appello di Roma deducendo d’aver avuto antecedentemente all’anno previsto per l’instaurazione del giudizio un mero sospetto, che divenne consapevolezza circa le relazioni extraconiugali della moglie da cui erano nati i minori S. e Si., solo nel (OMISSIS), allorchè aveva reperito un biglietto anonimo che lo informava del fatto, aveva ricevuto le confidenze della conoscente Pa.Ma.An., aveva assunto informazioni da un investigatore privato ed infine aveva acquisito il risultato negativo dell’esame del dna dei minori, lamentando altresì di non aver potuto fornire esauriente prova del suo assunto per non aver il primo giudice ammesso la prova contraria da lui articolata sui capitoli dedotti dalle controparti, sì che si era trovato nell’impossibilità di dimostrare il mendacio delle testimoni I.A., sua sorella e moglie del F., e F.A., congiunta di quest’ultimo, da lui denunciate per falsa testimonianza, in ordine alla loro conoscenza delle relazioni intrattenute dalla moglie, e che comunque il Tribunale avrebbe dovuto dare ingresso alla prova genetica. Gli appellati, ciascuno dei quali si è ritualmente costituito, hanno chiesto il rigetto del gravame. F. V. ha dedotto altresì in linea preliminare la carenza della propria legittimazione passiva in relazione alla domanda di disconoscimento della paternità del presunto figlio Si., posto che litisconsorti necessari erano questi, la madre ed il padre, quest’ultimo peraltro sprovvisto di legittimazione attiva in relazione all’azione di riconoscimento della paternità di Si.

 

in capo allo stesso F. Si è inoltre costituita l’Avv. Carmela Docimo, quale curatore speciale dei minori, che ha chiesto il rigetto del gravame. In corso di giudizio si è infine costituita I.S., divenuta maggiorenne, che ha dedotto l’infondatezza delle domande. La Corte territoriale, ritualmente instauratosi il contraddittorio nei confronti di tutti gli appellati che si sono costituiti per chiedere il rigetto del gravame, ha confermato la precedente statuizione con sentenza n. 2828 depositata il 30 giugno 2010. Avverso la decisione I.E. ha proposto infine ricorso per cassazione articolato in tre motivi resistiti da G. V., F.V., P.B. e I.S.

 

Il ricorrente ed i resistenti F.V. e P.B. e I.S. hanno altresì depositato memoria difensiva ai sensi dell’art. 378 c.p.c.

 

L’altra intimata non ha invece svolto difese.

 

Motivi della decisione

 

In linea preliminare va dichiarato il difetto della legittimazione passiva dei convenuti G.V. e F.V., secondo quanto del resto quest’ultimo ha dedotto con eccezione sottoposta al giudice d’appello e ribadita in questa sede, in ordine all’azione di disconoscimento della paternità esperita dall’attore anche nei loro confronti per l’asserita qualità di padri naturali dei figli S. e Si. Osserva a riguardo il collegio che questa Corte, con consolidato orientamento a cui si intende in questa sede dare continuità (per tutte da ultimo n. 430/2012), ha già affermato che “la sentenza che accolga la domanda di disconoscimento della paternità, in quanto pronunciata nei confronti del pubblico ministero e di tutti gli altri contraddittori necessari, assume autorità di cosa giudicata erga omnes, essendo inerente allo status della persona (Cass. 1985/194). In particolare, la paternità legittima non può essere messa in discussione e neppure difesa da colui che è indicato come padre naturale, il quale, allorchè deduca che l’esito positivo dell’azione di disconoscimento di paternità si riverbera sull’azione di riconoscimento della paternità intentata nei suoi confronti, si limita in realtà a far valere un pregiudizio di mero fatto, tanto da non poter agire contro la sentenza di disconoscimento neppure con l’opposizione di terzo, atteso che il rimedio contemplato dall’art. 404 c.p.c., presuppone in capo all’opponente un diritto autonomo la cui tutela sia però incompatibile con la situazione giuridica risultante dalla sentenza impugnata (Cass. 2005/12167)”. La questione, rilevabile peraltro anche in via officiosa non essendosi su di essa formato il giudicato in assenza di statuizione del giudice d’appello, pur investito sul punto,va risolta pertanto nei sensi prospettati.

 

Col primo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 235 c.c., comma 3, dell’art. 244 c.c., comma 2, e correlato vizio d’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su fatto controverso e decisivo. Lamenta che la Corte territoriale, facendo altresì malgoverno degli enunciati pur riferiti in sentenza, avrebbe erroneamente assunto a dato decisivo, ai fini dello scrutinio dell’ammissibilità dell’azione da lui esperita di disconoscimento della paternità, la dimostrata esistenza del mero sospetto da lui nutrito sulle relazioni extraconiugali intrattenute con i due convenuti dalla P., e non già la scoperta del loro rapporto adultero, da intendersi quale acquisizione della conoscenza di una relazione ovvero di un incontro che comunque avesse investito la sfera sessuale, sì da determinare il concepimento dei figli che intendeva disconoscere. Il giudice dell’appello avrebbe in sostanza equiparato alla conoscenza dell’adulterio, da cui decorre il termine di decadenza posto dalla norma in rubrica, il mero dubbio circa la frequentazione della P. con gli altri uomini, desunto dalla condotta concretatasi nello stretto rapporto con G. e dall’episodio del massaggio non terapeutico del F.. La decisione sarebbe pertanto affetta dal denunciato error juris laddove equipara il sospetto, emerso dal compendio istruttorio acquisito, alla scoperta degli adulteri della moglie, e risulterebbe illogicamente argomentata nella parte in cui desume tale conoscenza dai riferiti, pur criticabili episodi, riguardanti i presunti padri naturali dei figli. Il ricorrente formula infine conclusivo ma superfluo quesito di diritto ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c., abrogato dalla L. n. 69 del 2009, in relazione alle decisioni pronunciate successivamente alla data del 4 luglio 2009 della sua entrata in vigore.

 

Tutti i resistenti deducono l’inammissibilità ovvero l’infondatezza del motivo.

 

Il motivo espone censura priva di pregio.

 

La Corte del merito, premesso che il termine decadenziale previsto dall’art. 244 c.c., va correlato alla conoscenza non già del concepimento del figlio bensì dell’adulterio della moglie che, secondo orientamento giurisprudenziale citato, deve concretarsi nella cognizione di un legame a sfondo sessuale della donna, ha ritenuto acquisita in giudizio la relativa prova anzitutto alla luce dalle stesse affermazioni contenute nell’atto di citazione – l’intenzione più volte manifestata dalla P. di andarsene con la figlia S. ed il G. e le scenate di gelosia del F. per la relazione intrattenuta tra la predetta e E.V.-, correttamente ritenute dal primo giudice aventi contenuto confessorio circa la certezza e non già il semplice sospetto delle relazioni della moglie con i due convenuti, attestanti durata ed intensità affettiva di quegli stretti legami. Indi ne ha tratto conferma dalla deposizione di I.A., sorella dell’attore e moglie di F.V., che, escussa a prova diretta, dichiarò che il fratello, affetto sin dal (OMISSIS) da oligospermia, accettò i figli come suoi pur sapendo di non averli generati. Ha infine concluso che il coerente quadro istruttorio emerso, non validamente contrastato dalle deposizioni degli altri testi R. e Pa., ammantano di conclusiva univocità l’intempestività dell’azione promossa dallo I. L’approdo richiama puntualmente nella motivazione il quadro normativo che regola il caso di specie alla stregua del disposto dell’art. 235 comma 1, n. 3, che prevede che l’azione per il disconoscimento della paternità del figlio concepito durante il matrimonio è consentita “se nel detto periodo la moglie ha commesso adulterio —“, in combinato con l’art. 244 c.c., corretto a seguito dell’intervento della Corte Costituzionale con sentenza n. 134 del 1985 che estese all’adulterio la soluzione prevista per il celamento della nascita, che al comma 3 legittima l’azione entro un anno dal momento della conoscenza del fatto che la rende ammissibile, vale a dire dell’adulterio. E citandolo in parte, si uniforma all’orientamento consolidato di questa Corte – cfr. Cass. n. 5248/2000, n. 1264/01, n. 14887/02, n. 6477/2003, n. 4090/2005, n. 15777/2010- che il collegio condivide ed al quale intende in questa sede dare continuità, secondo cui il dies a quo del termine annuale va collocato nel momento della scoperta dell’adulterio, intesa quale conoscenza della relazione o dell’incontro di carattere sessuale della donna con altro uomo, idonei a determinare il concepimento del figlio che s’intende disconoscere. Nel solco di questo contesto esegetico ed in assoluta coerenza, ha dunque criticamente vagliato il compendio istruttorio acquisito in giudizio, apprezzando l’idoneità dei fatti da esso emersi a rendere noto allo I. il duplice adulterio, consumato della moglie prima con l’uno e poi con l’altro dei convenuti nei periodi concomitanti con il concepimento dei figli Si. e S.

 

Il percorso logico che ne sostiene la conclusione è all’evidenza immune dal vizio denunciato. La valutazione delle evenienze istruttorie e la sintesi ricostruttiva da essa desunta, esaustivamente e logicamente argomentate, ineriscono al merito e, risultando argomentate sulla base di puntuale tessuto motivazionale, non sono sindacabili da parte di questa Corte cui è preclusa la rivisitazione della vicenda fattuale. Ne discende il rigetto del motivo.

 

Il secondo motivo, con cui il ricorrente ribadisce analoga censura anche in relazione all’art. 116 c.p.c., verte sull’attendibilità della deposizione della sorella I.A., moglie del F., a suo avviso con questo compiacente. Ed invero, la Corte d’appello, secondo il ricorrente, non avrebbe tenuto conto del testo della telefonata nel corso della quale ella gli disse che avrebbe dovuto schierasi con la P. e purtroppo “fare le cose contro di lui”, nè che la deposizione non era decisiva poichè non ineriva all’adulterio ma alla sua situazione clinica di impotentia generarteli. Gli altri testi, anch’essi inattendibili, non avrebbero smentito che egli apprese dell’adulterio solo all’esito delle prove genetiche, dunque entro l’anno dall’introduzione del giudizio.

 

Il motivo, di cui i resistenti chiedono il rigetto, è inammissibile laddove induce palesemente alla rilettura della deposizione della testa I.A., preclusa a questa Corte, e richiama in senso assolutamente generico le altre deposizioni senza trascriverne il contenuto. E’ infondato laddove in senso inconferente richiama la dichiarazione d’illegittimità costituzionale dell’art. 235 c.c., comma 1, n. 3, pronunciata dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 2006/266 con riguardo alla parte che, ai fini dell’azione di disconoscimento della paternità, subordina l’esame delle prove tecniche da cui risulta che il figlio presenta caratteristiche genetiche o del gruppo sanguigno incompatibili con quelle del presunto padre alla previa dimostrazione dell’adulterio della moglie.

 

Con la citata sentenza n. 15777/2010, che si richiama e si condivide, si è chiarito che tale pronuncia, correggendo l’interpretazione che della norma era stata data da questa Corte, che subordinando all’indagine sul verificarsi dell’adulterio la prova della sussistenza o meno del rapporto procreativo comportava che questa, anche se espletata contemporaneamente alla prova dell’adulterio, poteva essere esaminata solo subordinatamente al raggiungimento di quest’ultima, e al diverso fine di stabilire il fondamento del merito della domanda, sicchè, in difetto di prova dell’adulterio, non poteva pronunciarsi il disconoscimento neppure se fosse risultata dimostrata l’incompatibilità genetica o del gruppo sanguigno del figlio rispetto al presunto padre, afferma che la norma consente l’accesso alle prove ematiche anche a prescindere dalla previa prova dell’adulterio perchè la contraria interpretazione viola i principi di libero accesso alla prova e della pienezza del diritto di difesa.

 

Il corollario, che ammette la possibilità di dimostrare lo stesso adulterio anche ricorrendo alla prova tecnica, non incide però sul momento iniziale del decorso del termine previsto dall’art. 244 c.c., e non interferisce dunque sulla disciplina dettata in tema di decadenza per la quale rilevano solo la scoperta del fatto “adulterio” ed il momento in cui il padre ne sia venuto a conoscenza, quale che sia stata la fonte che lo abbia reso edotto, prescindendo dall’accertamento della sua corrispondenza alla verità, che egli ha semplicemente il potere processuale di dimostrare senza incorrere in preclusioni, dunque attraverso ogni opportuna indagine tesa ad accertare le incompatibilità idonee a dimostrare l’adulterio” Col terzo motivo il ricorrente denuncia violazione dell’art. 2043 c.c., e art. 567 c.p., e lamenta che la Corte del merito, nel contesto di una motivazione omessa o insufficiente, ne avrebbe fatto malgoverno avendo rigettato la sua domanda risarcitoria avendola ritenuta dipendente da quella principale – rigettata -, pur in presenza della prova acquisita in atti dell’illecito penale rappresentato dalla falsa attestazione di stato dei figli.

 

I resistenti chiedono il rigetto della censura.

 

Il motivo deve essere dichiarato inammissibile. Statuito il rigetto della domanda risarcitoria, attesa la sua stretta correlazione con la domanda di disconoscimento, la Corte territoriale ha dichiarato nel contempo inammissibile la prospettazione della nuova causa petenti, siccome assunta a fondamento della domanda risarcitoria solo in sede d’appello in violazione dell’art. 345 c.p.c., laddove è stata riferita al disposto dell’art. 567 c.p. Trattasi di autonoma ratio decidendi contro cui il mezzo in esame non agita critica alcuna.

 

Tutto ciò premesso, il ricorso devesi rigettare con condanna del ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio liquidate come da dispositivo.

 

P.Q.M.

 

La Corte:

 

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio liquidandole in favore di P.B. e I.S. nell’importo di Euro 3.000,00, per compensi, ed Euro 200,00 per spese, in favore di F.V. in egual misura ed in favore di G.V. nell’importo di Euro 2.500,00 per compensi e di Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori di legge.

 

Ai sensi del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, comma 5, in caso di diffusione della presente sentenza si devono omettere le generalità e gli altri dati identificativi delle parti.

 

Così deciso in Roma, il 12 febbraio 2013.

 

Depositato in Cancelleria il 26 marzo 2013.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nell’azione di disconoscimento di paternità, a seguito delle pronunce della Corte costituzionale (Corte cost. 6 maggio 1985, n. 134), il termine annuale di decadenza dell’azione, di cui all’art. 244 c.c., nel testo anteriore al D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, art. 18, decorre dal giorno in cui il marito sia venuto a conoscenza dell’adulterio della moglie.

 

Questa Corte (cfr. Cass. 26 giugno 2014, n. 14556) ha sancito il principio che la regola posta dall’art. 244 c.c., comma 2, novellato dal D.Lgs. n. 154 del 2013, art. 18 predetto – secondo cui il marito può disconoscere il figlio nel termine di un anno, che decorre, nel caso in cui egli provi di aver ignorato l’adulterio della moglie al momento del concepimento, dal giorno in cui ne ha avuto conoscenza si applica anche ai giudizi pendenti al momento dell’entrata in vigore della riforma.

 

La norma, peraltro, ha recepito un principio costituente ormai “diritto vivente” (sin da Cass. 30 maggio 2013, n. 13638).

 

Inoltre, secondo la giurisprudenza di questa Corte, la scoperta dell’adulterio commesso all’epoca del concepimento va intesa come acquisizione certa della conoscenza (e non come mero sospetto) di un fatto – non riducibile, perciò, a mera infatuazione, o a mera relazione sentimentale, o a mera frequentazione della moglie con un altro – rappresentato o da una e propria uomo vera relazione, o da un incontro idoneo a determinare il concepimento del figlio: il termine di decadenza per l’esercizio dell’azione è correlato alla scoperta in maniera certa dell’adulterio (Cass. 26 giugno 2014, n. 14556; 23 aprile 2003, n. 6477).

 

In definitiva, anche nel giudizio in esame è onere dell’attore provare il momento in cui sia venuto a conoscenza dell’adulterio, quale fatto idoneo a generare, da parte della moglie, che si pone come dies a quo dell’azione di disconoscimento.

AFFIDO FIGLI AFFIDO OCNDIVISO AVVOCATO DIVORZISTA BOLOGNA
AFFIDO FIGLI AFFIDO OCNDIVISO AVVOCATO DIVORZISTA BOLOGNA

 

 

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

 

 

SEZIONE PRIMA CIVILE 

 

 

Sentenza 1°-30 giugno 2016, n. 13436

 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

 

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Presidente –

 

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –

 

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

 

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

 

Dott. NAZZICONE Loredana – rel. Consigliere –

 

ha pronunciato la seguente:

 

 

 

SENTENZA

 

sul ricorso 21825-2015 proposto da:

 

G.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEL TRITONE 102, presso l’avvocato SIMONA BASTONI, rappresentato e difeso dall’avvocato LUIGI LIBERTI, giusta procura a margine del ricorso: – ricorrente –

 

contro

 

L.L., nella qualità di Curatore speciale della minore G.R., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEL TRITONE 102, presso l’avvocato VITO NANNA, rappresentato e difeso dall’avvocato ANDREA VIOLANTE, giusta procura a margine del controricorso; – controricorrente –

 

contro

 

LA.VI.; – intimata –

 

avverso la sentenza n. 179/2015 della CORTE D’APPELLO di BARI, depositata il 12/02/2015;

 

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 01/06/2016 dal Consigliere Dott. LOREDANA NAZZICONE;

 

udito, per il ricorrente, l’Avvocato LIBERTI LUIGI che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;

 

udito, per il controricorrente, l’Avvocato VIOLANTE UMBERTO, con delega, che ha chiesto il rigetto del ricorso;

 

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CAPASSO Lucio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Svolgimento del processo

 

La Corte d’appello di Bari con sentenza del 12 febbraio 2015 ha respinto l’impugnazione avverso la decisione del Tribunale della stessa città del 10 ottobre 2013, con la quale è stata dichiarata inammissibile l’azione di disconoscimento di paternità, proposta da G.A. nei confronti di La.Vi. e della minore G.R..

 

La corte territoriale ha confermato il giudizio di tardività dell’azione, non avendo l’attore provato di averla intrapresa entro un anno dalla scoperta dell’adulterio della moglie: infatti, egli ha affermato, nell’atto di citazione, che solo “recentemente la convenuta ha confessato l’attore di aver concepito la minore con un altro uomo”, ma non è possibile fissare tale data al momento della valutazione di compatibilità genetica dell’8 novembre 2011, in quanto l’attore ha utilizzato la medesima espressione anche nell’istanza di nomina di un curatore speciale alla minore presentata il 20 dicembre 2011, e la notifica dell’atto di citazione è avvenuta il 16 luglio 2012.

 

Correttamente, inoltre, il tribunale ha disatteso l’istanza di rimessione in termini allo scopo di offrire tale prova, istanza fondata sull’assunto che il dato non era stato contestato sino all’eccezione sollevata al riguardo dal curatore speciale, posto che l’onere della relativa prova spetta all’attore indipendentemente da qualunque eccezione, nè al riguardo vi è alcun obbligo di un’indagine d’ufficio. Infine, ha dichiarato assorbito il motivo vertente su “ulteriori conferme documentali”.

 

Avverso questa sentenza ha proposto ricorso il soccombente, affidato a sei motivi, cui ha resistito con controricorso il curatore speciale della minore.

 

Fissata l’adunanza in camera di consiglio e depositata la relazione, nonchè la memoria dal ricorrente, con ordinanza interlocutoria del 17 febbraio 2016, la Sottosezione Sesta, presso cui la causa era stata incardinata, ha rimesso la medesima alla pubblica udienza.

 

Motivi della decisione

 

  1. – Il ricorrente propone sei motivi di ricorso, che possono essere come segue riassunti:

    1) violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 4, e art. 111 Cost., comma 6, per avere la corte del merito reso una motivazione solo apparente circa il momento cronologico esposto dall’attore con l’avverbio “recentemente”, laddove l’attore aveva ricollegato la confessione della moglie proprio al ritiro del test genetico;

    2) omesso esame di fatto decisivo discusso tra le parti, posto che, nell’atto di citazione, l’avverbio predetto e la confessione erano stati collegati al momento di ricezione del certificato delle analisi in data 8 novembre 2011, fatto del tutto trascurato dalla sentenza impugnata;

    3) violazione e falsa applicazione degli artt. 115, 153 e 167 c.p.c., in quanto sia la madre, sia il curatore avevano contestato unicamente l’attendibilità della relazione del laboratorio, non la sua idoneità a porsi come fonte della conoscenza dell’adulterio, onde non erano più consentite contestazioni successive, come avvenuto solo all’udienza di precisazione delle conclusioni del 6 marzo 2013; in caso contrario, l’attore avrebbe almeno dovuto essere rimesso in termini per provare di non essere decaduto dall’azione;

    4) violazione e falsa applicazione dell’art. 345 c.p.c. ed omessa motivazione su fatti decisivi discussi tra le parti, non avendo motivato circa l’indispensabilità di documenti prodotti in appello ed a ciò necessari, dunque non esaminati, essendosi la corte del merito limitata a ritenere assorbito il relativo motivo d’appello;

    5) violazione dell’art. 345 c.p.c. ed omesso esame di fatto decisivo discusso tra le parti, posto che la moglie gli aveva inviato una lettera confessoria del 27 ottobre 2011, riferendosi alla non paternità del solo secondogenito, onde unicamente dalle analisi di laboratorio sul genoma il ricorrente poteva avere appreso della non paternità anche della primogenita, il successivo 8 novembre 2011: ma la corte del merito ha ignorato l’indispensabilità di quella lettera;

    6) violazione e falsa applicazione dei principi di diritto circa le indagini probatorie d’ufficio anche in materia di diritti indisponibili, posto che il giudice avrebbe dovuto indagare d’ufficio il reale status.

    2. – I primi tre motivi, da esaminare congiuntamente per la loro intima connessione, sono fondati.

    2.1. – Nella vicenda in esame, l’attore ha chiesto il disconoscimento di paternità indicando, in citazione, le due circostanze di avere ricevuto confessione dell’adulterio dalla moglie e di avere ricevuto le analisi genetiche, da cui risulta la non paternità rispetto alla figlia, in data 8 novembre 2011. L’atto di citazione è stato notificato il 16 luglio 2012.

    A fronte di tale assunto, i convenuti non hanno contestato alcunchè circa la data di conoscenza esposta dall’attore, o su altro possibile dies a quo del termine precisa della effettiva discendenza genetica della minore.

    Il processo, quindi, è proseguito sino all’udienza di precisazione delle conclusioni, durante la quale per la prima volta è stata dal curatore della minore sollevata la questione della decadenza dall’azione, senza che però da tale momento sia stato più permesso all’attore, sebbene egli anche in appello avesse insistito in tal senso, di provare la tempestività dell’azione proposta.

    La sentenza impugnata, come sopra ricordato, ha ritenuto l’attore decaduto dalla domanda, perchè egli nell’atto di citazione ha dichiarato “che recentemente la convenuta ha confessato all’attore di aver concepito la minore con un altro uomo- e l’identica espressione è contenuta nell’istanza di nomina del curatore speciale alla minore, presentata il 20 dicembre 2011, laddove l’atto di citazione è stato notificato il 16 luglio 2012, onde non può avere rilievo la data indicata come quella di ritiro delle analisi genetiche dell’8 novembre 2011, invece indicata dall’attore come di scoperta della falsa paternità.

    2.2. – Nell’azione di disconoscimento di paternità, a seguito delle pronunce della Corte costituzionale (Corte cost. 6 maggio 1985, n. 134), il termine annuale di decadenza dell’azione, di cui all’art. 244 c.c., nel testo anteriore al D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, art. 18, decorre dal giorno in cui il marito sia venuto a conoscenza dell’adulterio della moglie.

    Questa Corte (cfr. Cass. 26 giugno 2014, n. 14556) ha sancito il principio che la regola posta dall’art. 244 c.c., comma 2, novellato dal D.Lgs. n. 154 del 2013, art. 18 predetto – secondo cui il marito può disconoscere il figlio nel termine di un anno, che decorre, nel caso in cui egli provi di aver ignorato l’adulterio della moglie al momento del concepimento, dal giorno in cui ne ha avuto conoscenza si applica anche ai giudizi pendenti al momento dell’entrata in vigore della riforma.

    La norma, peraltro, ha recepito un principio costituente ormai “diritto vivente” (sin da Cass. 30 maggio 2013, n. 13638).

    Inoltre, secondo la giurisprudenza di questa Corte, la scoperta dell’adulterio commesso all’epoca del concepimento va intesa come acquisizione certa della conoscenza (e non come mero sospetto) di un fatto – non riducibile, perciò, a mera infatuazione, o a mera relazione sentimentale, o a mera frequentazione della moglie con un altro – rappresentato o da una e propria uomo vera relazione, o da un incontro idoneo a determinare il concepimento del figlio: il termine di decadenza per l’esercizio dell’azione è correlato alla scoperta in maniera certa dell’adulterio (Cass. 26 giugno 2014, n. 14556; 23 aprile 2003, n. 6477).

    In definitiva, anche nel giudizio in esame è onere dell’attore provare il momento in cui sia venuto a conoscenza dell’adulterio, quale fatto idoneo a generare, da parte della moglie, che si pone come dies a quo dell’azione di disconoscimento.

    2.3. – E, però, al riguardo, vigono le usuali norme che regolano l’onere della prova, ivi compreso il principio di non contestazione.

    Com’è noto, nel nostro ordinamento la non contestazione dei fatti allegati da controparte può assumere una duplice valenza ai fini della prova dei medesimi: in forza del principio previsto dall’art. 115 c.p.c., comma 1, la non contestazione specifica di un fatto dedotto è comportamento univocamente rilevante ai fini della determinazione del thema probandum; ove, invece, detto principio non possa operare, ad esempio in relazione ai fatti costitutivi dei diritti non disponibili, la mancata contestazione è comunque valutabile, ai sensi dell’art. 116 c.p.c., comma 2.

    In particolare, già l’art. 167 c.p.c., imponendo al convenuto l’onere di prendere posizione sui fatti costitutivi del diritto preteso dalla controparte, considera la non contestazione un comportamento univocamente rilevante, in quanto l’atteggiamento difensivo delle parti espunge il fatto stesso dall’ambito degli accertamenti richiesti (cfr., e multis, Cass. 25 maggio 2004, n. 10031).

    Pertanto, in materia di diritti indisponibili, come quelli implicati nella causa in esame, il principio di non contestazione, se non può operare ai fini della prova degli elementi costitutivi dell’azione (in particolare, l’essere il disconoscendo figlio naturale del genitore), tuttavia resta efficace con riguardo al fatto assunto in citazione come rilevante ai fini della tempestività dell’azione medesima per non essere decorso il termine di decadenza.

    Tale profilo, invero, integra un fatto mero l’episodio della vita che si pone quale momento iniziale della decorrenza del termine di decadenza – che ricade nell’ambito applicativo dell’art. 115 c.p.c..

    Che non possa parlarsi tout court di “materia indisponibile” con riguardo a qualsiasi elemento oggetto di prova in giudizio, invero, è stato già chiarito da questa Corte, la quale ha precisato che, se è vero che l’azione di disconoscimento della paternità verte in materia di diritti indisponibili in relazione ai quali non è ammesso alcun tipo di negoziazione o di rinunzia, nondimeno “l’indagine sull’epoca della conoscenza dell’adulterio, ai fini della prova della tempestività dell’azione di disconoscimento della paternità fondata sull’adulterio della moglie, inerisce a un dato cronologico ed oggettivamente neutro che va autonomamente provato con ogni mezzo di prova consentito dall’ordinamento, quale evento condizionante l’ammissibilità dell’azione e quindi estraneo alla materia attinente allo status” (così, in motivazione, Cass. 26 giugno 2014, n. 14556).

    Inoltre, si è già chiarito che, in tema di azione di disconoscimento di paternità, trova applicazione, ai fini dell’individuazione del thema probandum, il principio di non contestazione, dovendosi ritenere tale condotta idonea ad escludere, in via immediata, i fatti non contestati dal novero di quelli bisognosi di prova, anche se “l’effetto della non contestazione non può essere lo stesso che essa produce in presenza di situazioni giuridiche di cui le parti possono liberamente disporre: l’interesse pubblico che sta alla base dell’indisponibilità della situazione giuridica dedotta in giudizio, se da un lato non impedisce al giudice di avvalersi di tutti gli elementi e degli argomenti di prova di cui dispone ai fini dell’accertamento dei fatti, ivi compresi quelli desumibili dalla condotta processuale delle parti, dall’altro però esclude che egli possa ritenersi vincolato a ritenere sussistenti o insussistenti determinati fatti in virtù di dichiarazioni o ammissioni delle stesse, la cui valutazione resta pertanto devoluta al suo prudente apprezzamento” (Cass. 11 giugno 2014, n. 13217).

    Ciò conduce al parziale superamento di un orientamento meno recente, secondo cui “l’attore deve dare la prova che l’azione è stata promossa entro il termine senza che alcun rilievo possa avere in proposito la circostanza che nessuna parte abbia eccepito il decorso del termine” (Cass. 11 febbraio 2000, n. 1512), posto che non era stato all’epoca ancora sancito il principio di cui all’art. 115 c.p.c.; mentre, come subito si dirà, non si pone qui in discussione la regola del rilievo d’ufficio della decadenza, che non è soggetta invero ad eccezione di parte.

    Con riguardo al termine di decadenza dall’azione di disconoscimento della filiazione, invero, occorre ora operare alcune precisazioni.

    L’efficacia del principio di non contestazione, pure da affermarsi al riguardo, non vuol dire però che sul punto la regola divenga assimilabile a quella dell’eccezione di parte, restando, invece, la decadenza sempre rilevabile d’ufficio, ove emerga dagli atti (nota essendo la differenza concettuale tra eccezione in senso stretto e principio di non contestazione, posti su piani diversi), in ragione della preminenza dell’interesse pubblico nelle questioni di stato delle persone.

    Il principio di non contestazione non esclude, pertanto, che il giudice possa e debba esaminare gli atti e i documenti del giudizio prodotti dalle parti, per rilevare d’ufficio, se del caso, la decadenza dall’azione.

    Il principio di non contestazione mira a selezionare i fatti pacifici e a separarli da quelli controversi, per i quali soltanto si pone l’esigenza dell’istruzione probatoria. Ciò non implica, però, che ad essere disponibile sia la verità storica e che, dunque, sia sottratto al giudice ogni potere di verificarla (per alcuni spunti in tal senso, cfr. Cass. 5 maggio 2015, n. 8969).

    In particolare, il principio di non contestazione opera in maniera più attenuata nell’ambito delle questioni rilevabili d’ufficio, come nel presente caso, concernente l’eventuale inammissibilità dell’azione di disconoscimento del figlio: questione che, attenendo all’ingresso della causa innanzi al giudice e dovendo essere verificata anche d’ufficio, non impedisce il rilievo ex actis (termine che, secondo questo Ufficio, è soggetto alla sospensione feriale: Cass. 11 febbraio 2000, n. 1512; 13 maggio 1999, n. 6874).

    Sull’epoca della scoperta dell’adulterio, quindi, opera il principio di non contestazione, che espunge tale fatto dall’ambito del thema probandum; ma, a fronte della condotta acquiescente dei convenuti circa la data esposta in citazione come dies a quo della proponibilità della domanda, la quale la renda tempestiva, il giudice può e deve ancora rilevare ex actis un eventuale anteriore termine di decorrenza, il quale renda l’azione inammissibile; mentre resta che, in mancanza di altri elementi, acquisiti al processo, che palesino detta decadenza, egli non potrà porre in non cale gli effetti della non contestazione del momento di decorrenza del termine decadenziale, onde dovrà considerare senz’altro l’azione ammissibile, senza imputare all’attore le conseguenze del non avere egli stesso offerto mezzi di prova al riguardo.

    3. – I rimanenti motivi restano assorbiti.

    4. – In conclusione, la sentenza impugnata va cassata in relazione ai motivi accolti, e la causa rinviata alla Corte d’appello di Bari per nuovo esame, in particolare perchè essa valuti se sia integrata la non contestazione circa la scoperta dell’adulterio con l’effettuazione di analisi genetiche in data 8 novembre 2011, e verifichi, secondo il suo prudente apprezzamento, se risulti ex actis la dimostrazione di un’epoca anteriore di conoscenza dell’adulterio della moglie da parte del marito, tale da implicare il decorso del termine annuale; in mancanza, proceda alla trattazione nel merito.

    Alla corte territoriale si demanda pure la liquidazione delle spese di legittimità.

 

P.Q.M.

 

La Corte accoglie i motivi primo, secondo e terzo del ricorso, assorbiti gli altri; cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per la liquidazione delle spese di legittimità, innanzi alla Corte d’appello di Bari, in diversa composizione.

Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

 

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 1° giugno 2016.

 

Depositato in Cancelleria il 30 giugno 2016.

 

 

 

 

 

Tribunale di Monza

 

Sezione IV Civile

 

Sentenza 17 febbraio 2010

 

Repubblica Italiana

 

in nome del Popolo Italiano

 

TRIBUNALE DI MONZA

 

Sezione Quarta Civile

 

Il Tribunale, riunito in camera di consiglio nelle persone dei Sigg.magistrati:

 

dott.Piero CALABRO’ …………………………………………Presidente

 

dott.C. LOJACONO – Giudice

 

dott.Davide DE GIORGIO – Giudice

 

ha pronunziato la seguente

 

SENTENZA

 

nella causa civile iscritta al R.G. n.1713/2009 promossa con atto di citazione notificato in data 30.1.2009

 

da

 

  1. A., in persona del Curatore Speciale avv.M.G.Tamborini, che la rappresentata e difende in proprio e presso il cui studio in Cologno M. viale Lombardia n.34 è elettivamente domiciliata………………….ATTRICE

 

contro

 

  1. W., rappresentato e difeso dall’avv.M.Giussani, presso il cui studio in Varedo p.zza Panceri n.11 ha eletto domicilio.……CONVENUTO

 

e contro

 

  1. C., rappresentata e difesa dall’avv.R.Beretta, presso il cui studio in Monza via Caronni n.8 ha eletto domicilio…….CONVENUTA

 

con l’intervento in giudizio del

 

PUBBLICO MINISTERO in persona del Sostituto Proc. della Repubblica presso il Tribunale di Monza dott.W. Mapelli…………INTERVENUTO

 

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Oggetto della causa : disconoscimento paternità ex art.244 CC

 

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All’udienza del 21.1.2010 i procuratori delle parti precisavano le

 

CONCLUSIONI

 

come da n.4 fogli vistati dal G.I. ed allegati al processo verbale

 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

 

Con atto di citazione notificato in data 30.1.09 R. A., in persona del procuratore speciale avv.M.G.Tamborini, chiedeva a questo Tribunale di accertare e dichiarare di non essere figlia biologica di R. W..

 

Deduceva parte attrice:

 

-che venne riconosciuta figlia legittima dei convenuti in quanto nata durante il matrimonio tra R. W. e la madre P. C.;

 

-che, nel corso di un procedimento innanzi al Tribunale per i Minorenni di Milano, era emerso che, invece, non era figlia biologica del convenuto;

 

-che, pertanto, doveva considerarsi “indiscutibile” l’interesse della minore a ottenere il disconoscimento della paternità legittima attribuita al presunto padre R. W..

 

  1. C. e R. W. si costituivano in giudizio e, pur rimarcando che il difetto di paternità era stato dagli stessi segnalato sin dal 19.10.2005 nel procedimento di separazione dei coniugi, si opponevano alla domanda attrice reputandola non corrispondente all’interesse della minore.

 

L’atto di citazione veniva ritualmente notificato anche al P.M. che, peraltro, non partecipava attivamente al giudizio.

 

Compiutamente trattato ed istruito il processo (mediante l’ausilio di una CTU medico-legale) e precisate le conclusioni, la causa era trattenuta dal Collegio per la decisione allo spirare dei termini di cui all’art.190 CPC.

 

MOTIVI DELLA DECISIONE

 

Nel merito, la domanda è fondata e deve essere accolta, sussistendo tutti i presupposti di legge per emettere la chiesta pronunzia di disconoscimento della paternità.

 

Dalle risultanze dell’espletata CTU biologica depositata in data 26.11.2009 dal dott. L.S. (che il Tribunale ritiene senz’altro di poter fare propria, anche quale “fonte oggettiva di prova”, sia in relazione ai metodi ed agli strumenti d’indagine adottati, sia con riferimento alle conclusioni raggiunte: v. Cass.8.1.2004 n.88; Cass.9.9.2003 n.13169; Cass.30.1.2003 n.1512), in particolare dal c.d. “esame del DNA”, sono emerse ben 12 incompatibilità genetiche su 15 marcatori utilizzati, da ritenersi piu’ che sufficienti al fine di escludere qualsiasi rapporto di paternità biologica tra R. A. e R. W..

 

La madre, a conforto della rimanenti risultanze processuali (v. Cass.2113/92 e Cass.1785/65), ha del tutto omesso di contestare quanto sostenuto dalla figlia nell’atto di citazione, così suffragrando le inequivoche e, del resto, pacifiche risultanze della CTU.

 

Conseguentemente il Tribunale, sussistendo le condizioni tutte di cui alla norma dell’art.244 CC, ritiene accertato che R. A. non è figlia del padre legittimo R. W..

 

A tale accertamento non può ritenersi ostativa la pretesa sua contrarietà agli interessi preminenti della minore, sostenuta da entrambi i convenuti con allegazioni solo in apparenza concordi.

 

Dalla relazione depositata in data 14.5.2009 dai Servizi Sociali del Comune di Triuggio si evince, in effetti, che tra le odierne parti convenute (coniugi da tempo separati) vige un mero “accordo formale” quanto alle modalità ed alle scelte educative e di vita della minore e che la madre, in asserite gravi difficoltà economiche, sostiene che R. W. “pretende di fare il padre senza però contribuire al mantenimento della bambina”.

 

L’ulteriore pretesa dell’odierno convenuto, segnalata dai Servizi Sociali, di “voler continuare ad essere il padre di A.” subordinando “l’assunzione degli impegni economici in favore della minore alla decisione del Tribunale di confermare o meno la sua paternità” appare, oltre che confermativa delle gravi asserzioni della madre, significativamente dimostrativa del carattere in gran parte egoistico dell’interesse manifestato dal R. certamente non coincidente con i preminenti interessi della minore, enucleati dalla Corte di Cassazione nelle invocate sentenze 5.6.2004 n.10742 e 19.9.2006 n.20254.

 

Pertanto, deve qui considerarsi il criterio del “favor veritatis” prevalente e, comunque, rispondente all’interesse della minore, quanto all’accertamento disconoscitivo della paternità ai sensi dell’art.244 CC (al quale segue il solo adempimento di legge della annotazione, nell’atto di nascita, della sentenza di accoglimento della domanda).

 

Non essendo stata formulata alcuna istanza di cambiamento del cognome di R. A. e, anzi, avendo i convenuti sostanzialmente manifestato la loro contraria volontà laddove hanno chiesto il rigetto della domanda attrice, reputa questo Tribunale di non dovervi provvedere, allo stato degli atti.

 

Non ostano a tale conclusione le norme vigenti, così come interpretate a suo tempo dalla Corte Costituzionale (sentenze: 3.2.1994 n.13; 23.7.1996 n.297) che ha sostanzialmente sancito il diritto del figlio naturale di mantenere il cognome, del quale era in precedenza titolare, quando lo stesso sia divenuto “un autonomo segno distintivo della sua identità personale” (come può, in modo ragionevole, reputarsi nel caso di specie, essendo A. prossima al raggiungimento dell’età scolare): principio recepito anche dall’art.95 DPR 396/2000 istitutivo del nuovo Ordinamento dello Stato Civile.

 

Principi analoghi possono, in via interpretativa, essere desunti anche dalla giurisprudenza di legittimità (vedansi Cass. n.6098/2001 e n.12641/2006) ed appaiono confacenti al caso di specie, laddove il mantenimento del cognome “R.” potrà evitare alla minore i possibili traumi paventati dalle parti convenute, anche in considerazione della sua ancor tenera età, della assenza di rapporti con il (non conosciuto) padre naturale, della volontà manifestata da R. W. di mantenere nei suoi confronti un comportamento del tutto similare al ruolo paterno e dal positivo legame tra quest’ultimo e A., evidenziato dalla relazione dei Servizi Sociali del Comune di Triuggio.

 

Nulla, dunque, è dato provvedere in relazione al non richiesto cambiamento del cognome della minore, quantomeno allo stato degli atti, dovendosi per il futuro considerare la fattispecie regolata dalla norma di cui all’art.262 CC (così come interpretata dalla già citata sentenza 23.7.1996 n.297 della Corte Costituzionale) e dalla norma procedurale di cui all’art.38 disp.att.CC.

 

Le spese processuali e di CTU seguono la soccombenza dei convenuti e si liquidano come da dispositivo.

 

p.q.m.

 

Il Tribunale, definitivamente pronunziando sulla domanda proposta con atto di citazione notificato in data 30.1.2009 da R. A., in persona del curatore speciale avvocato M.G.Tamborini, nei confronti di R. W. e P. C., con la chiamata in giudizio del Pubblico Ministero, così provvede:

 

1) accerta e dichiara che R. A., nata a Monza il 20.8.2004, non è figlia di R. W.;

 

2) nulla dispone in ordine all’eventuale cambiamento del cognome della minore, allo stato degli atti;

 

3) dispone che la presente sentenza, a cura del Cancelliere, sia trasmessa in copia autentica all’Ufficiale dello Stato Civile del Comune di Monza, per le consequenziali annotazioni nell’atto di nascita;

 

4) condanna i convenuti al solidale pagamento delle spese processuali in favore dell’avv.M.G.Tamborini, liquidate limitatamente alle difese nella complessiva somma di € 2.492,35 (di cui € 14,35 per esborsi, € 1.278,00 per diritti ed € 1.200,00 per onorari), oltre spese generali, IVA e CPA;

 

5) pone le spese di CTU a carico definitivo e solidale dei convenuti;

 

6) dichiara la presente decisione provvisoriamente esecutiva, per quanto di ragione.

 

MONZA, 17.2.2010

 

IL PRESIDENTE REL.EST.

 

(dott. Piero Calabrò)

 

 

 

 

Nell’ipotesi in cui un test ematochimico dimostri inequivocabilmente che il figlio nato in costanza di matrimonio è frutto di relazione adulterina della madre, è legittimo che il marito della medesima non solo esperisca l’azione per il disconoscimento della paternità, ma proponga anche apposita istanza giudiziale affinché venga attribuito al figlio il cognome materno in luogo del proprio, fino a quel momento utilizzato.

 

 

 

 

 

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I CIVILE – SENTENZA 16 aprile 2014, n.8876 – Pres. Forte – est. Didone

 

[omissis]

 

2.1.- Con il primo motivo di ricorso i ricorrenti denunciano la violazione dell’art. 95 DPR n. 396/2000. Deducono che prima della sentenza della Corte costituzionale del 2006 nessuna indagine ematologica sarebbe stata possibile e la domanda di disconoscimento non avrebbe potuto superare la fase preliminare rivolta all’accertamento dell’adulterio. Talché non vi era alcuna necessità di proporre la domanda di mantenimento del cognome. Il ricorrente deduce di essere divenuto – nelle more del giudizio – ingegnere chimico affermato a livello internazionale utilizzando il cognome C., che non rappresenta un identificativo inscindibilmente connesso con la famiglia dell’autore del disconoscimento né è collegato con casato particolarmente illustre. Sarebbe applicabile lo jus superveniens.

 

2.2.- Con il secondo motivo i ricorrenti denunciano la violazione dell’art. 394 C.P.C. nonché vizio di motivazione. Deducono che l’art. 394 c.p.c. consente in sede di conclusioni le modifiche rese necessarie dalla sentenza della Cassazione e che solo a seguito della sentenza della Corte costituzionale e delle modifiche apportate dal Legislatore gli era consentito proporre la domanda di mantenimento del cognome.

 

3.- Entrambi i motivi di ricorso – esaminabili congiuntamente – sono infondati.

 

Ve rilevato, infatti, che la Corte costituzionale, sin dal 1994 (Corte cost., 3 febbraio 1994, n. 13) ha osservato che, posto che nella disciplina giuridica del nome confluiscono esigenze di natura sia pubblica che privata, ove si accerti che il cognome già attribuito ad un soggetto non è quello spettantegli per legge in base allo ‘status familiae’, l’interesse pubblico a garantire la fede del registro degli atti dello stato civile è soddisfatto mediante la rettifica dell’atto riconosciuto non veritiero, ma non può condurre a sacrificare l’interesse individuale a conservare il cognome mantenuto fino a quel momento nella vita di relazione e divenuto ormai segno distintivo dell’identità personale, tutelata dall’art. 2 Cost.; tanto più che, nel caso in cui la rettifica riguardi persona in età avanzata con discendenti, la negazione dell’interesse individuale finirebbe col pregiudicare lo stesso interesse generale alla certa e costante identificazione delle persone. Pertanto, ha dichiarato costituzionalmente illegittimo – per contrasto con l’art. 2 Cost. – l’art. 165 del r. d. 9 luglio 1939 n. 1238, nella parte in cui non prevedeva che, quando la rettifica degli atti dello stato civile, intervenuta per ragioni indipendenti dal soggetto cui si riferisce, comportava il cambiamento del cognome, il soggetto stesso potesse ottenere dal giudice il riconoscimento del diritto a mantenere il cognome originariamente attribuitogli ove questo fosse ormai da ritenersi autonomo segno distintivo della sua identità personale.

 

L’art. 95, comma 3, del DPR 3 novembre 2000, n. 396 ha codificato il principio enunciato con la pronuncia della Corte costituzionale, prevedendo che nell’ipotesi di rettificazione di atti dello stato civile «l’interessato può comunque richiedere il riconoscimento del diritto al mantenimento del cognome originariamente attribuitogli se questo costituisce ormai autonomo segno distintivo della sua identità personale».

 

Pertanto, sin dal 1994, nel corso del giudizio di primo grado, invocando lo jus superveniens costituito dalla pronuncia della Corte costituzionale, il C. (costituito a mezzo di curatore speciale) avrebbe potuto formulare la domanda diretta al mantenimento del cognome. Ciò a prescindere dalle probabilità di accoglimento dell’azione di disconoscimento e per l’ipotesi di positivo esperimento della stessa.

 

Dunque, la possibilità di formularla non è dipesa dalla pronuncia della Corte costituzionale sull’art. 235 c.c. né dalla pronuncia della Cassazione.

 

E’ errato, peraltro, il presupposto dal quale muovono i ricorrenti: cioè l’impossibilità per il C. di richiedere l’applicazione dell’art. 95, comma 3, cit. per effetto del formarsi del giudicato sull’inammissibilità della domanda proposta in questo giudizio.

 

Per converso, deve essere ricordato che nel processo civile, l’irregolarità nell’introduzione di una domanda, sanzionata dall’ordinamento con l’invalidità ostativa ad una pronunzia nel merito, non è vizio che attenga all’esistenza dei presupposti di un diritto o di una azione; pertanto, in caso di omessa pronunzia nel merito su una domanda dichiarata inammissibile per vizio nella sua introduzione o notificazione, la parte interessata può denunziare l’omissione in sede di gravame, previa impugnazione della declaratoria d’inammissibilità o del rigetto in rito, ovvero coltivare la domanda in separato giudizio, posto che la rinunzia implicita alla pretesa, correlabile al mancato esperimento del gravame, ha valore meramente processuale e non sostanziale; ne consegue che, in quest’ultimo caso, non possono essere fondatamente opposte né una preclusione derivante dalla mancata impugnazione della precedente sentenza per la dichiarata inammissibilità o per il rigetto in rito, né una preclusione da giudicato sulla domanda (Sez. 1, n. 13614/2010).

 

Il ricorso, dunque, deve essere rigettato.

 

P.Q.M.

 

La Corte rigetta il ricorso.

 

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi delle parti a norma dell’art. 52 d.lgs. 196/03 in

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Corte ha affermato che in sede di giudizio di merito sul disconoscimento di paternità non può trovare ingresso l’indagine sull’interesse del minore sostenendo che tale interesse deve essere valutato solo in sede di nomina del curatore speciale ai sensi dell’artt. 244 c.c. e 737 c.p.c. Le ragioni della affermata centralità del favor veritatis sono state rintracciate nel processo di equiparazione tra filiazione naturale e legittima (da ultimo riconfermato dal legislatore con il D.lgs n. 154/2013) in ragione del quale non sarebbe più necessario porre baluardi a difesa dello status di figlio legittimo tenendo anche conto che “la ricerca della verità naturale risulta agevolata dalle avanzate acquisizioni scientifiche nel campo della genetica e dall’elevatissimo grado di attendibilità dei risultati delle indagini” (C. Cost. n. 170/1999). Inoltre ha sottolineato la Corte che la ricerca della verità biologica viene oggi considerata dalla giurisprudenza nazionale e sovranazionale espressione del diritto fondamentale all’identità personale che si esplica anche attraverso la ricerca della propria origine biologica. Da qui il favor veritatis quale cardine della disciplina in materia di accertamento dei rapporti familiari.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I CIVILE , SENTENZA 15 febbraio 2017, n.4020 – Pres. Di Palma – est- Lamorgese

 

Fatto

 

1.- L’avv. D.F.F. , nominata dal Tribunale di Milano curatrice speciale del minore F.A.F.I. su richiesta di P.L.F. , propose azione di disconoscimento della paternità del minore, nato (il (omissis) ) in costanza di matrimonio tra F.M. e M.D. , ma figlio biologico del P. con il quale la M. aveva avuto una relazione extraconiugale nel periodo del concepimento. Alla domanda di disconoscimento si opposero il F. e la M.

 

2.- Il Tribunale emise sentenza parziale con la quale dichiarò inammissibile l’intervento in causa del P. e sentenza definitiva con la quale dichiarò che il minore non era figlio del F. e che quest’ultimo non era legittimato a chiedere che il minore conservasse il cognome F. .

 

3.- Il gravame del F. è stato rigettato dalla Corte d’appello di Milano, con sentenza 28 aprile 2015.

 

4.- Avverso questa sentenza il F. ha proposto ricorso per cassazione affidato a sei motivi; la M. si è difesa con controricorso; la curatrice speciale non ha svolto attività difensiva.

 

Ragioni della decisione

 

1.- Con il primo e secondo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 165 e 149, terzo comma, c.p.c., in ordine al rigetto dell’eccezione di nullità del processo di primo grado per la tardiva iscrizione della causa a ruolo rispetto al termine di dieci giorni a decorrere dalla data di perfezionamento della notifica dell’atto di citazione per l’attore, e cioè dalla data di consegna dell’atto, e non dalla ricezione da parte del destinatario.

 

I motivi in esame sono infondati.

 

È principio consolidato che la distinzione dei momenti di perfezionamento della notifica per il notificante e per il destinatario dell’atto, con il riferimento per il notificante al momento della consegna dell’atto per la notifica, trova applicazione solo quando dal protrarsi del procedimento notificatorio possano verificarsi conseguenze negative per il notificante (come la decadenza conseguente al tardivo compimento di attività riferibili all’ufficiale giudiziario o all’agente postale) e non, invece, ove sia previsto che un termine a suo carico debba iniziare a decorrere o altro adempimento debba essere compiuto dal momento dell’avvenuta notificazione, poiché il consolidamento della notifica dipende anche per il notificante dal perfezionamento del procedimento notificatorio nei confronti del destinatario (v. Cass. n. 27010/2008, n. 10837 e 11783/2007; Cons. di Stato, sez. VI, n. 3150/2011). Pertanto, la corte di merito, nel rigettare l’eccezione di nullità del giudizio di primo grado, correttamente ha escluso che vi fosse stata una violazione del termine (di dieci giorni) per l’iscrizione della causa a ruolo (avvenuta in data 7 luglio 2009) a decorrere dalla data di consegna dell’atto di citazione all’ufficiale giudiziario (26 giugno 2009), dovendosi invece avere riguardo alla data di ricezione dell’atto da parte del destinatario (3 luglio 2009).

 

2.- Con il terzo e quarto motivo è denunciata violazione e falsa applicazione dell’art. 246 c.p.c. per avere i giudici di merito formato il proprio convincimento sulla base della deposizione di un teste inattendibile (il P.).

 

I motivi sono inammissibili poiché non colgono la ratio decidendi della sentenza impugnata: infatti i giudici d’appello hanno ritenuto fondata l’azione di disconoscimento non sulla base della sola deposizione testimoniale menzionata, ma valorizzando plurimi elementi probatori emersi nel giudizio, tra i quali l’esistenza di una relazione sentimentale con risvolti sessuali tra il P. e la M. nel periodo del concepimento (fine 2003 inizio 2004), confermata da entrambi e dal F. , e l’esito della c.t.u. da cui risultava l’incompatibilità biologica del minore con il F. .

 

3.- Con il quinto motivo è denunciata violazione e falsa applicazione dell’art. 244 c.c., per avere i giudici di merito indagato sull’assenza di rischi per il minore derivanti dall’azione di disconoscimento della paternità, mentre avrebbero dovuto valutare il suo interesse rispetto ad un’azione che aveva l’effetto di travolgere la sua serenità e il suo equilibrio nell’attuale e delicata fase preadolescenziale, con effetti imprevedibili nel contesto familiare e scolastico.

 

Il motivo è infondato.

 

3.1.- Ad avviso del ricorrente, al principio del favor veritatis, inteso come prevalenza della verità biologica su quella legale, non potrebbe essere riconosciuto un valore di importanza particolare o preminente, in considerazione del fatto che l’art. 30, quarto comma, Cost. (“la legge detta le norme e i limiti per la ricerca della paternità”) ha demandato al legislatore ordinario il potere di privilegiare, nel rispetto degli altri valori di rango costituzionale, la paternità legale rispetto a quella naturale, nonché di fissare le condizioni e le modalità per far valere quest’ultima, così affidandogli anche la valutazione in via generale della soluzione più idonea per la realizzazione dell’interesse del minore. Questa interpretazione (talora seguita dalla giurisprudenza, v. Cass. n. 20254/2006) non può condurre a fare ritenere che al legislatore ordinario sia stata rimessa, non solo, la scelta discrezionale delle modalità procedurali tramite le quali è consentito ai soggetti interessati di ottenere l’accertamento della verità biologica com’è quella ragionevolmente demandata al curatore speciale del minore nominato dal giudice (art. 244, ult. comma, c.c.) ma anche il potere di precludere tale accertamento all’esito di valutazioni di opportunità effettuate in astratto e preventivamente.

 

La stessa sentenza da ultimo citata ha dato atto dell’accentuato favore per la conformità dello status alla realtà della procreazione, chiaramente espresso nel progressivo ampliamento in sede legislativa delle ipotesi di accertamento della verità biologica, nonché – si deve aggiungere – nel diritto vivente che ne ha evidenziato il valore di rilevanza costituzionale primaria (v, tra le altre, Corte cost. n. 7/2012 e Cass., sez. I, n. 19599/2016).

 

Infatti, non si può negare l’importanza del legame genetico sotto il profilo dell’identità personale, nella quale sono compresi il diritto di accertare la propria discendenza biologica (Corte Edu, 14 gennaio 2016, Mandet c. Francia) e il diritto dell’adottato di conoscere le proprie origini (Corte cost. n. 278 del 2013). L’imprescrittibilità riguardo al figlio delle azioni di stato (artt. 270, primo comma; 263, secondo comma; 244, quinto comma, c.c.) dimostra l’importanza della discendenza biologica e della connessa identità personale, la cui tutela rientra a pieno titolo nell’ambito dei diritti fondamentali della persona riconosciuti dalla nostra Costituzione, prima ancora che dalle fonti internazionali. La Corte costituzionale ha ritenuto (nell’ordinanza n. 7 del 2012) che “la crescente considerazione del favor veritatis (la cui ricerca risulta agevolata dalle avanzate acquisizioni scientifiche nel campo della genetica e dall’elevatissimo grado di attendibilità dei risultati delle indagini: sentenze n. 50 e n. 266 del 2006) non si ponga in conflitto con il favor minoris, poiché anzi la verità biologica della procreazione costituisce una componente essenziale dell’interesse del medesimo minore, che si traduce nella esigenza di garantire ad esso il diritto alla propria identità e, segnatamente, alla affermazione di un rapporto di filiazione veridico (sentenze 322 del 2011, n. 216 e n. 112 del 1997)”.

 

È alla luce di questa complessiva evoluzione normativa e giurisprudenziale che, come rilevato da un’attenta dottrina, dev’essere letto il citato art. 30, quarto comma, Cost., così come il terzo comma, la cui portata limitativa della tutela dei figli nati fuori del matrimonio (nei limiti in cui sia “compatibile con i diritti della famiglia legittima”) è ormai superata dall’evoluzione normativa (v. legge n. 219/2012 e d.lgs. n. 154/2013). Come osservato dalla Corte costituzionale, “il legislatore della riforma del diritto di famiglia ha superato la impostazione tradizionale che attribuiva preminenza al favor legitimitatis attraverso la equiparazione della filiazione naturale a quella legittima ed ha di conseguenza reso omogenee le situazioni che discendono dalla conservazione dello stato ancorato alla certezza formale rispetto a quelle che si acquisiscono con l’affermazione della verità naturale, la cui ricerca risulta agevolata dalle avanzate acquisizioni scientifiche nel campo della genetica e dall’elevatissimo grado di attendibilità dei risultati delle indagini” (Corte cost. n. 170/1999).

 

3.2.- Nella specie, con riguardo al profilo dell’interesse del minore che non sarebbe stato valutato nella fase della nomina del curatore speciale, si deve dare continuità all’orientamento secondo cui la proposizione da parte del minore infrasedicenne (o, a seguito della riforma, infraquattordicenne) di azione di disconoscimento di paternità postula l’apprezzamento in sede giudiziaria dell’interesse di questi, non potendo considerarsi utile equipollente la circostanza che sia l’ufficio del pubblico ministero a richiedere la nomina del curatore speciale abilitato all’esercizio dell’azione stessa; tuttavia, siffatto apprezzamento trova istituzionale collocazione nel procedimento diretto a quella nomina – essendo, nel corso di esso, possibile l’acquisizione dei necessari elementi di valutazione e dovendosi, col provvedimento conclusivo, che secondo l’art. 737 c.p.c. ha la forma del decreto motivato, giustificare congruamente le conclusioni raggiunte in ordine alla sussistenza dell’interesse – ma non anche nel successivo giudizio di merito (v. Cass. n. 71/1994, coerentemente con Corte cost. n. 429/1991). Una diversa interpretazione, in base alla quale la valutazione dell’interesse del minore dovrebbe essere effettuata anche nel giudizio di merito, ai fini dell’ammissibilità dell’azione di disconoscimento proposta dal curatore, non solo, è priva di basi normative, non essendo prevista dall’art. 244, ult. comma, c.c. (nemmeno dopo la riforma apportata dall’art. 18, comma 1, d.lgs. n. 154/2013), ma rappresenterebbe un’inutile duplicazione di una indagine già compiuta e sottoposta al vaglio del giudice ai fini della nomina del curatore.

 

In ogni caso, nella specie, la corte di merito ha ampiamente argomentato – con apprezzamento di fatto non censurato con idoneo mezzo ex art. 360 n. 5 c.p.c. – in ordine all’interesse del minore, evidenziando il valore positivo della conoscenza della verità, non contrastata da elementi idonei a fare presumere il rischio di un concreto pregiudizio, tenuto conto che non era posto in discussione il valore della positiva relazione genitoriale con il padre legale e che non era possibile compiere alcuna valutazione negativa in ordine al profilo del padre biologico, il quale, tra l’altro, aveva dimostrato un serio interesse nei confronti del figlio.

 

4.- Con il sesto motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 95, comma 3, dPR n. 396 del 2000, 316 e 320 c.c., in ordine alla sua negata legittimazione a chiedere la conservazione del cognome F. da parte del minore, avendo la corte di merito omesso di valutare che egli aveva la potestà genitoriale sul figlio e che era tenuto a tutelarlo rispetto ai pregiudizi personali e sociali derivanti dal disconoscimento.

 

Il motivo è infondato.

 

La corte di merito ha ritenuto che il F. non fosse legittimato a chiedere che il minore conservasse il proprio cognome, a seguito dell’annotazione della sentenza di disconoscimento nell’atto di nascita ex art. 49, comma 1, lett. o), dPR n. 396/2000, trattandosi di una decisione spettante esclusivamente al minore interessato, in considerazione della natura personalissima del diritto al nome. È una decisione conforme a diritto: l’art. 95, comma 3, dPR n. 396 del 2000 conferisce solo all’”interessato” la facoltà di “richiedere il riconoscimento del diritto al mantenimento del cognome originariamente attribuitogli se questo costituisce ormai autonomo segno distintivo della sua identità personale”.

 

5.- Il ricorso è rigettato.

 

Sussistono giusti motivi per compensare le spese del presente giudizio, a norma dell’art. 92, secondo comma, c.p.c. (nel testo vigente anteriormente alle modifiche apportate dall’art. 45, comma 11, della legge n. 69 del 2009), in considerazione della complessità e novità delle questioni controverse.

 

P.Q.M.

 

La Corte rigetta il ricorso; compensa le spese del presente giudizio.

 

Sussistono i presupposti per porre a carico del ricorrente il pagamento dell’ulteriore contributo dovuto per legge.

 

In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere le generalità e gli altri dati identificativi.

 

 

 

 

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

 

SEZIONE I CIVILE

 

Sentenza 3 aprile 2017, n. 8617

 

REPUBBLICA ITALIANA

 

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

 

SEZIONE PRIMA CIVILE

 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

 

Dott. DOGLIOTTI Massimo – Presidente –

 

Dott. CAMPANILE Pietro – Consigliere –

 

Dott. BISOGNI Giacinto – Consigliere –

 

Dott. LAMORGESE Antonio – Consigliere –

 

Dott. DE MARZO Giuseppe – rel. Consigliere –

 

ha pronunciato la seguente:

 

SENTENZA

 

sul ricorso 16147/2015 proposto da:

 

B.C., D.E., domiciliati in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la CANCELLERIA CIVILE DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentati e difesi dall’avvocato RAFFAELLA RICHINI, giusta procura in calce al ricorso;

 

– ricorrenti –

 

contro

 

G.P., nella qualità di curatore speciale di D.D., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA MUGGIA 21, presso l’avvocato SIMONA RENDINA, che la rappresenta e difende, giusta procura a margine del controricorso;

 

– controricorrente –

 

contro

 

PROCURATORE GENERALE PRESSO LA CORTE DI APPELLO DI BRESCIA, PROCURATORE DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE DI BERGAMO;

 

– intimati –

 

avverso la sentenza n. 15/2015 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA, depositata il 07/01/2015;

 

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 30/09/2016 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE DE MARZO;

 

udito, per i ricorrenti, l’Avvocato RAFFAELLA RICHINI che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;

 

udito, per la controricorrente, l’Avvocato SIMONA RENDINA che ha chiesto il rigetto del ricorso;

 

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CERONI Francesca, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

 

Svolgimento del processo

 

  1. Con sentenza depositata il 7 gennaio 2015 la Corte d’appello di Brescia ha rigettato l’appello proposto da B.C. e da D.E.L. avverso la decisione di primo grado, con la quale era stato accertato che quest’ultimo non era il padre di D.D., nato ad (OMISSIS).

  2. La Corte territoriale ha ritenuto: a) che la documentazione esaminata dal Tribunale, ancorché proveniente da Bi.Gi., ossia da colui che assumeva di essere il padre naturale del minore, era stata prodotta dalle parti legittimate al processo; b) che, del resto, la madre del minore, nell’istanza di revoca del provvedimento di nomina del curatore speciale, aveva esplicitamente affermato che non intendeva negare la relazione con il Bi. nè il suo convincimento che il marito non fosse il padre biologico del figlio; c) che il pubblico ministero, nel richiedere la nomina di un curatore speciale, aveva agito dopo avere valutato le sommarie informazioni risultanti dai documenti in suo possesso; d) che l’audizione del minore sarebbe stata inopportuna, in considerazione della sua giovane età, al momento della proposizione della domanda, mentre, successivamente, avrebbe potuto costituire fonte di pregiudizio, in considerazione della delicatezza della causa, non risultando chiaramente il grado di preparazione ad affrontare una vicenda tanto complessa che poteva scatenare conseguenze imprevedibili; e) che peraltro la questione che veniva in rilievo era quella dell’interesse del minore a conoscere le proprie radici biologiche; f) che il consulente tecnico per tre volte aveva inutilmente fissato un appuntamento con le parti per effettuare i prelievi necessari allo svolgimento delle indagini sul DNA, con la conseguenza che non poteva essere addebitato alla curatrice di non avere adottato misure coercitive per garantire la presenza del minore; g) che, pertanto, correttamente il tribunale aveva ritenuto rilevante tale comportamento, ai sensi dell’art. 116 c.p.c., e lo aveva valutato unitamente alla non contestata relazione adulterina della madre con il Bi. e al materiale fotografico che ritraeva quest’ultimo con il bambino e la B. nei primi anni di vita; h) che il tribunale, in definitiva, aveva valorizzato il principio di verità biologica della procreazione, come componente essenziale dell’interesse del minore.

  3. Avverso tale sentenza, la B. e il D. propongono ricorso per cassazione affidato a dieci motivi. Resiste con controricorso la curatrice speciale del minore, la quale ha anche depositato memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c.

 

Motivi della decisione

 

  1. Con il primo motivo si lamenta violazione o falsa applicazione degli artt. 235 e 244 c.c., per avere i giudici di merito fondato il proprio convincimento su documentazione costruita ad hoc ad opera del Bi. e prodotta dalla curatrice e dal pubblico ministero, attraverso la quale si era realizzata una indiretta partecipazione al processo di un soggetto, il presunto padre naturale, privo di legittimazione rispetto all’azione di disconoscimento, il quale era giunto a fare pressioni sul curatore perché l’azione venisse promossa il prima possibile.

  2. Con il secondo motivo si lamenta nullità della sentenza o del procedimento, in conseguenza della violazione dell’art. 244 c.c., comma 6, dell’art. 80 cod. proc., nonché dell’art. 6 della Convenzione di Strasburgo sull’esercizio dei diritti del fanciullo, ratificata con la L. n. 77 del 2003, per avere la Corte territoriale attribuito al pubblico ministero il compito di ascoltare il minore, invece spettante al giudice, e avere contraddittoriamente ritenuto pregiudizievole l’audizione del minore e non anche l’attivazione della procedura di disconoscimento di paternità.

 

I ricorrenti si dolgono del fatto che la nomina del curatore speciale non era stata preceduta dall’assunzione di sommarie informazioni e dall’audizione delle persone interessate e che il mancato ascolto del minore aveva assunto rilievo anche con riguardo all’accertamento del suo interesse rispetto all’azione di disconoscimento.

 

  1. Con il terzo motivo si lamenta violazione o falsa applicazione dell’art. 2729 c.c., rilevando: a) che le fotografie e la corrispondenza intercorsa tra il Bi. e la B. non dimostrano il fondamento dell’azione di disconoscimento; b) che il risultato dell’esame del DNA allegato dalla curatrice, oltre all’incertezza degli esiti, era fondato su un illegittimo trattamento di dati genetici.

  2. Con il quarto motivo si lamenta omessa motivazione su un fatto decisivo per il giudizio, per non avere i giudici di merito argomentato in ordine alla sussistenza dei requisiti di gravità, precisione e concordanza degli indizi – peraltro neppure specificamente individuati – posti a fondamento della decisione.

  3. Con il quinto motivo si lamenta omessa motivazione su un fatto decisivo per il giudizio, per avere la Corte territoriale trascurato di valutare le critiche indirizzate al ruolo attivo e poco imparziale del pubblico ministero, il quale si era limitato a recepire la versione dei fatti del presunto padre naturale.

  4. Con il sesto motivo si lamenta omessa motivazione su un fatto decisivo per il giudizio, per avere la Corte territoriale trascurato di valutare il motivo di appello con il quale si censurava la sentenza di primo grado, che aveva ritenuto implicita, nel decreto di nomina del curatore, la valutazione della sussistenza dell’interesse del minore alla proposizione dell’azione.

  5. Con il settimo motivo si lamenta violazione o falsa applicazione degli artt. 116 e 118 c.p.c., precisando che i ricorrenti, in evidente conflitto di interessi con il minore, non potevano e non dovevano accompagnarlo dal consulente tecnico d’ufficio, in quanto tale compito spettava alla curatrice, la quale non si era mai offerta di provvedervi nè aveva autorizzato i genitori a farlo.

 

Si aggiunge che era stata ancora la curatrice a disertare colpevolmente l’udienza fissata per l’assunzione di una prova testimoniale, in tal modo pregiudicando l’accertamento dei fatti.

 

  1. Con l’ottavo motivo si lamenta violazione o falsa applicazione degli artt. 116 e 118 c.p.c. , nonchè artt. 2729 e 2697 c.c. , sottolineando l’inidoneità degli elementi valorizzati dai giudici di merito a dimostrare l’insussistenza del rapporto di filiazione e ribadendo che la documentazione prodotta dalla curatrice era stata contestata, al punto che se ne era chiesta l’espunzione.

  2. Con il nono motivo si lamenta violazione o falsa applicazione dell’art. 243 bis c.p.c., e art. 2733 c.c., comma 2, dal momento che le carenze probatorie esistenti non potevano essere colmate utilizzando le dichiarazioni della B., alle quali, attesa la natura indisponibile degli interessi in gioco, non poteva essere attribuita efficacia confessoria.

  3. Con il decimo motivo si lamenta violazione o falsa applicazione dell’art. 244 c.p.c., e art. 78 c.p.c., in relazione alla mancata considerazione dell’inosservanza, da parte della curatrice, delle disposizioni che avrebbe dovuto seguire nello svolgimento dell’incarico, sia con riferimento alla valutazione dell’interesse del minore alla proposizione dell’azione di disconoscimento, sia con riguardo alla colpevole decadenza dalle prove orali.

  4. Assume carattere preliminare l’esame del secondo e del sesto motivo di ricorso, i quali investono, sotto diversi profili, il tema della verifica dell’interesse del minore rispetto all’azione proposta, verifica nel quale assume aspetto centrale l’audizione del minore.

 

In linea generale, deve, infatti, ribadirsi, come già affermato di recente da questa Corte (Cass. 10 aprile 2012, n. 5653) che, sebbene il succedersi degli interventi della Corte costituzionale e di questa stessa Corte segnali una progressiva e lenta affermazione, anche alla luce dei progressi registrati sul piano tecnico e scientifico, nonché dei mutamenti intervenuti nel quadro normativo e nella stessa sensibilità sociale in tema di rapporti fra filiazione cd. legittima e naturale (nel senso della tendenziale abolizione di ogni pregiudizievole disfavore nei confronti della seconda), del favor veritatis, rimane coessenziale all’ordinamento l’esigenza di un bilanciamento, in quanto il superamento della finalità, che permeava l’originaria impostazione legislativa, di preservare lo status di figlio legittimo non elide la necessità di garantire i valori inerenti alla certezza e alla stabilità degli status. Come questa Corte ha già affermato, pur a fronte di un accentuato favore per una conformità dello status alla realtà della procreazione – chiaramente espresso nel progressivo ampliamento in sede legislativa delle ipotesi di accertamento della verità biologica – il favor veritatis non costituisce un valore di rilevanza costituzionale assoluta da affermarsi comunque, atteso che l’art. 30 Cost., non ha attribuito un valore indefettibilmente preminente alla verità biologica rispetto a quella legale, ma, nel disporre al comma 4, che “la legge detta le norme e i limiti per la ricerca della paternità”, ha demandato al legislatore ordinario il potere di privilegiare, nel rispetto degli altri valori di rango costituzionale, la paternità legale rispetto a quella naturale, nonché di fissare le condizioni e le modalità per far valere quest’ultima, così affidandogli anche la valutazione in via generale della soluzione più idonea per la realizzazione dell’interesse del figlio (Cass. 30 maggio 2013, n. 13638).

 

L’esigenza di operare una razionale comparazione degli interessi in gioco, alla luce della concreta situazione dei soggetti coinvolti e, in particolare, del minore, nel caso di specie destinatario degli esiti di un’azione giudiziaria alla cui proposizione è rimasto completamente estraneo, dà conto dell’erroneità della soluzione divisata dalla Corte territoriale in termini astratti e senza alcuna considerazione della specifica vicenda sottoposta al suo esame, per effetto della prevalenza assegnata all’interesse alla conoscenza delle proprie radici.

 

Le due sentenze della Corte costituzionale valorizzate dalla decisione impugnata per cogliere nel principio di verità biologica della procreazione una componente essenziale dell’interesse del minore non sono pertinenti.

 

La sentenza 25 novembre 2011, n. 322 non si occupa in alcun modo della questione, perché ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 245 c.c., nella parte in cui non prevedeva che la decorrenza del termine indicato nell’art. 244 c.c., fosse sospesa anche nei confronti del soggetto che, sebbene non interdetto, versasse in condizione di abituale grave infermità di mente, con conseguente incapacità di provvedere ai propri interessi.

 

La sentenza 3 luglio 1997, n. 216 ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 274 c.c., commi 1 e 2, sollevata, in riferimento agli artt. 3, 30 e 31 Cost. , sottolineando che il procedimento in esame era ispirato (prima che la medesima Corte cost., con la sentenza 10 febbraio 2006, n. 50, dichiarasse l’illegittimità in radice dell’art. 274 cod. civ.) a due finalità concorrenti e non in contrasto tra loro, essendo posto a tutela non solo del convenuto contro il pericolo di azioni temerarie e ricattatorie, ma anche e soprattutto del minore, il cui interesse sta nell’affermazione di un rapporto di filiazione veridico, che non pregiudichi la formazione e lo sviluppo della propria personalità.

 

Va anzi aggiunto che la Corte costituzionale ha anche osservato che era “quindi compito precipuo del tribunale per i minorenni, cui del resto è stata attribuita la relativa specifica competenza, verificare se la modifica dello status del minore risponda al suo interesse e non sia per lui di pregiudizio”.

 

L’ultima puntualizzazione appena riportata conferma l’assenza di ogni automatismo nel cogliere l’interesse del minore rispetto al principio di verità biologica della filiazione.

 

La necessità di un attento bilanciamento degli interessi che vengono in rilievo è peraltro imposta non solo dalle fonti interne, ma anche da quelle sovranzionali.

 

In generale, l’ingerenza della pubblica autorità nella vita privata e familiare degli individui presuppone, infatti, la verifica della sua necessarietà (art. 8 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali: per un caso, nel quale la Corte Europea ha ritenuto che i ricorrenti si fossero comportati nei confronti del minore come dei genitori e ha concluso in favore dell’esistenza di una vita famigliare de facto tra i ricorrenti e il minore, v. sentenza 27 gennaio 2015, ric. n. 25358/12, Paradiso e Campanelli c. Italia).

 

Tale centralità dell’interesse del minore e del conseguente giudizio di bilanciamento è, del resto, confermata dall’art. 24, par. 2 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

 

Siffatta verifica di carattere sostanziale, peraltro, si alimenta di strumenti processuali, come conferma, non solo l’art. 24, par. 1 della citata Carta dei diritti fondamentali, ma anche l’art. 6 della Convenzione Europea sull’esercizio dei diritti dei minori, firmata a Strasburgo il 25 gennaio 1996 (a proposito della quale si veda la L. 20 marzo 2003, n. 77, contenente l’autorizzazione alla ratifica e l’ordine di esecuzione), il cui art. 6 impone all’autorità giudiziaria, prima di giungere a qualunque decisione, di: a) esaminare se dispone di informazioni sufficienti a tal fine, tenuto conto del superiore interesse del minore e, se necessario, ottenere informazioni supplementari, in particolare da parte dei detentori delle responsabilità genitoriali; b) quando il diritto interno ritiene che il minore abbia una capacità di discernimento sufficiente: – assicurarsi che il minore abbia ricevuto tutte le informazioni pertinenti; – nei casi che lo richiedono, consultare il minore personalmente, se necessario in privato, direttamente o tramite altre persone od organi, con una forma adeguata alla sua maturità, a meno che ciò non sia manifestamente contrario agli interessi superiori del minore, al fine di permettere a quest’ultimo di esprimere la propria opinione; c) tenere in debito conto l’opinione da lui espressa.

 

E anche sotto tale strumentale profilo, la sentenza impugnata presenta una evidente frattura motivazionale, dal momento che, dopo avere sottolineato l’inopportunità di sentire il minore all’inizio della procedura, in ragione della giovane età, osserva, con riguardo ai successivi sviluppi processuali, che la mancata audizione dello stesso era giustificata “dalla delicatezza della causa per cui appariva fonte di possibile pregiudizio l’ascolto del bambino, nel frattempo cresciuto d’età, del quale non risultava chiaro il grado di preparazione ad affrontare una vicenda tanto complessa che poteva scatenare dinamiche imprevedibili”.

 

Siffatto passaggio argomentativo si espone a varie critiche, sul piano logico e giuridico: in primo luogo, perchè giustifica la mancata audizione sulla base di un presupposto non verificato, ossia il grado di maturità del minore, laddove proprio l’accertamento delle capacità di discernimento e di espressione del minore, attraverso le opportune cautele, delle proprie esigenze rappresenta il prius di ogni conclusione sul tema; in secondo luogo, perchè correla alla delicatezza della causa e alla possibilità che il suo esito possa scatenare dinamiche imprevedibili non la conseguenza di una attenta verifica della situazione del minore, ma, al contrario, l’aprioristica decisione di prescindere da ogni accertamento concreto.

 

D’altra parte, su un piano strettamente processuale, deve osservarsi che è certo esatto che, in tema di azione di disconoscimento di paternità, la relativa proposizione ad opera di minore infrasedicenne postula l’apprezzamento in sede giudiziaria dell’interesse di quest’ultimo, non potendo considerarsi utile equipollente la circostanza che sia l’ufficio del pubblico ministero a richiedere la nomina del curatore speciale abilitato all’esercizio dell’azione stessa, fermo restando che siffatto apprezzamento trova istituzionale collocazione nel procedimento diretto a quella nomina – essendo, nel corso di esso, possibile l’acquisizione dei necessari elementi di valutazione e dovendosi, col provvedimento conclusivo, che secondo l’art. 737 c.p.c., ha la forma del decreto motivato, giustificare congruamente le conclusioni raggiunte in ordine alla sussistenza dell’interesse (Cass. 5 gennaio 1994, n. 71).

 

Meno condivisibile è, invece, l’affermazione, che pure si coglie nella motivazione di quest’ultima sentenza, secondo cui il giudizio di merito non rappresenterebbe la sede per approfondire siffatta valutazione.

 

L’esaltazione dell’interesse del minore e la necessità di una sua costante valutazione impone, infatti, anche una verifica condotta in termini di attualità, anche in sede di appello, soprattutto quando, a fronte di una iniziativa processuale non correlata ad alcuna esplicita volontà del minore stesso (come appunto nel caso del minore infrasedicenne), quest’ultimo, ossia il reale protagonista della vicenda, acquisisca nel corso del procedimento una maturità di comprensione e di determinazione rispetto alla propria identità personale.

 

Del resto, siffatta conclusione trova una sua ricaduta anche sul piano processuale, in quanto, in tema di azione di disconoscimento di paternità, il provvedimento di nomina o revoca del curatore speciale di cui all’art. 244 c.c., è privo sia del requisito della definitività (poiché esso non si sottrae alla più generale disciplina della revocabilità dettata dall’art. 742 c.p.c. , da intendersi come previsione del più ampio ius poenitendi da parte del giudice del procedimento, legittimato in ogni tempo alla modifica o revoca del provvedimento stesso tanto in base ad un riesame ed a una diversa valutazione delle risultanze originarie, quanto in virtù della sopravvenienza di nuovi elementi di fatto – tra cui il venir meno delle condizioni di legittimità in epoca successiva all’emanazione del primo decreto), sia di quello della decisorietà (attesa la sua innegabile natura di procedimento camerale cosiddetto “unilaterale”, la cui struttura, imperniata tutta sulla valutazione e sulla tutela dell’interesse del minore, vede, non a caso, come unico destinatario della comunicazione del provvedimento il P.M., e non anche i genitori legittimi ovvero il sedicente padre), con conseguente inammissibilità del relativo ricorso per Cassazione presentato ai sensi dell’art. 111 Cost. (Cass. 25 novembre 1998, n. 11947).

 

Pertanto, è proprio nella sede di merito che il controllo va operato in termini sindacabili da questa Corte.

 

  1. In relazione all’accoglimento delle indicate censure, restano assorbiti i restanti motivi di impugnazione.

  2. In conseguenza delle superiori considerazioni, la sentenza impugnata va annullata con rinvio, anche per la regolamentazione delle spese, alla Corte d’appello di Brescia, in diversa composizione.

 

P.Q.M.

 

Accoglie il secondo e il sesto motivo di ricorso, assorbiti i restanti e, in relazione al disposto accoglimento, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per la regolamentazione delle spese, alla Corte d’appello di Brescia, in diversa composizione. Dispone che, in caso di diffusione del presente provvedimento, siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti menzionati in sentenza.

 

Così deciso in Roma, il 30 settembre 2016.

 

Depositato in Cancelleria il 3 aprile 2017

 

 

 

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Originally posted 2020-01-02 15:09:18.

REATI EDILIZI BOLOGNA-AVVOCATO ESPERTO ABUSI EDILIZI, URBANISTICI E PAESAGGISTICI Art. 44 D.P.R. 380/01 – Artt. 169 ss. e 181 ss. d.lgs. 42/2004

REATI EDILIZI BOLOGNA – AVVOCATO ESPERTO ABUSI EDILIZI, URBANISTICI E PAESAGGISTICI

Art. 44 D.P.R. 380/01 – Artt. 169 ss. e 181 ss. d.lgs. 42/2004: REATI EDILIZI BOLOGNA-AVVOCATO ESPERTO ABUSI EDILIZI

Ai sensi del Testo Unico sull’Edilizia (D.P.R. 6 giugno 2001 n. 380) costituisce abuso edilizio un’opera edilizia,  realizzata su suolo non edificabile  o su suolo edificabile ma senza approvazione ovvero un ampliamento del volume o della superficie o qualsiasi modifica alla sagoma di un edificio preesistente in assenza di completa autorizzazione amministrativa.

REATI EDILIZI BOLOGNA-AVVOCATO ESPERTO ABUSI EDILIZI

Le sanzioni penali comminate in caso di condanna sono le seguenti:

– multe fino a 10.329 euro per non aver osservato le prescrizioni del Testo Unico e della normativa locale;

– l’arresto fino a due anni e una multa da 5.164 a 51.645 euro nei casi di esecuzione dei lavori in totale contrasto o assenza del permesso e prosecuzione dei lavori nonostante l’ordine di sospensione;

– l’arresto fino a due anni e un multa da 15.493 a 51.645 euro nel caso di lottizzazione abusiva, cioè di edificazione su terreni liberi e privi di infrastrutture (strade, illuminazione, ecc.).REATI EDILIZI BOLOGNA-AVVOCATO ESPERTO ABUSI EDILIZI

Close-up Of A Judge Striking Gavel Between Split House Over Wooden Desk

la deroga espressamente prevista dalla seconda parte dell’art. 3 cit. si riferisce soltanto agli “immobili” sottoposti a vincoli, mentre, nel caso in esame, il vincolo riguarda una “zona”.

L’argomento richiama, in realtà, il dibattito che, in dottrina, si è sviluppato sulla non coincidenza tra l’art. 44, lett. c), T.U.E., che parla di “interventi edilizi nelle zone sottoposte a vincolo (…)”, e l’art. 32, comma 3, T.U.E., che, nel disciplinare le variazioni essenziali, equipara, ai fini sanzionatori, gli interventi effettuati “su immobili sottoposti a vincolo (…)”, ritenuti sempre in totale difformità o in variazione essenziale.

Tuttavia, a prescindere da una isolata dottrina, anche in giurisprudenza si è sostenuto che “ai sensi del D.P.R. n. 380 del 2001, art. 32, comma 3 – per gli interventi eseguiti in zone assoggettate a vincolo paesaggistico, nel caso in cui l’opera sia difforme da quella autorizzata con il permesso di costruire, non c’è spazio per l’applicazione della meno grave fattispecie di cui all’art. 44 cit., lett. a), poichè ogni difformità dal progetto, anche se di minima rilevanza, costituisce abuso punito ai sensi dell’art. 44, lett. c), dello stesso T.U.” (Sez. 3, n. 16392 del 17/02/2010, Santonicola, non massimata).

Con riferimento specifico alla norma derogatoria di cui all’art. 3 T.U.E., peraltro, va osservato che, a differenza dell’art. 32, comma 3, che comunque elenca analiticamente vincoli che possono riguardare anche soltanto “immobili” – come nel caso del vincolo architettonico, o degli immobili “ricadenti sui parchi o in aree protette” -, l’art. 3 sancisce una disciplina derogatoria con un richiamo per relationem ai vincoli previsti dal D.Lgs. n. 42 del 2004.

Al riguardo, va innanzitutto evidenziato che il D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 134 definisce quali “beni paesaggistici: a) gli immobili e le aree ((di cui)) all’art. 136, individuati ai sensi degli artt. da 138 a 141; b) le aree ((di cui)) all’art. 142”.

Ebbene, l’art. 136 prevede, tra gli immobili e le aree vincolate, “le cose immobili che hanno cospicui caratteri di bellezza naturale”; “le ville, i giardini e i parchi (…) che si distinguono per la loro non comune bellezza”, “i complessi di cose immobili che compongono un caratteristico aspetto avente valore estetico e tradizionale”, “le bellezze panoramiche (…) e così pure quei punti di vista o di belvedere, accessibili al pubblico, dai quali si goda lo spettacolo di quelle bellezze”.

L’art. 142, inoltre, individua, tra le aree sottoposte a vincolo, “i territori costieri compresi in una fascia della profondità di 300 metri dalla linea di battigia”, “i territori contermini ai laghi compresi in una fascia della profondità di 300 metri dalla linea di battigia”, “i fiumi, i torrenti, i corsi d’acqua iscritti negli elenchi”, “le montagne per la parte eccedente 1.600 metri sul livello del mare per la catena alpina e 1.200 metri sul livello del mare per la catena appenninica e per le isole”, “i ghiacciai e i circhi glaciali”, “i parchi e le riserve nazionali o regionali, nonchè i territori di protezione esterna dei parchi”, “i territori coperti da foreste e da boschi”, “le aree assegnate alle università agrarie e le zone gravate da usi civici”, “le zone umide incluse nell’elenco”, “i vulcani”, “le zone di interesse archeologico”.

La nozione di “immobile” sottoposto a vincolo ai sensi del D.Lgs. n. 42 del 2004, dunque, è un concetto normativo, per la cui integrazione l’art. 3 T.U.E. rinvia espressamente alle norme in materia ambientale, appena richiamate;

dalle quali si evince che i beni sottoposti a vincolo paesaggistico possono essere immobili o aree, o intere zone.

Ed è la stessa natura di alcuni vincoli (ambientale, idrogeologico, archeologico, ecc.) richiamati dall’art. 3 cit. a riguardare esclusivamente le “zone”, e non singoli edifici; anche perchè l’accezione restrittiva alla quale la tesi del ricorrente, sostenuta da una isolata dottrina, vorrebbe accedere per affermare la natura di mera ristrutturazione dell’intervento prescinde dalla considerazione che anche il termine adoperato dal legislatore – “immobile” non coincide con il singolo edificio, ma comprende, da un punto di vista lessicale e da un punto di vista normativo, anche le aree, i terreni, ed ogni cosa stabile suscettibile di antropizzazione.

Il termine adoperato dal legislatore, dunque, oltre a rinviare al concetto di “immobile vincolato” rilevante ai sensi del D.Lgs. n. 42 del 2004, non appare tanto un’imprecisione linguistica, integrando, invece, una metonimia, con estensione semantica del suo significato usuale ad un altro che abbia una relazione di contiguità o di dipendenza: nel caso di specie, l'”immobile” vincolato sta ad indicare la “zona” vincolata sulla quale l’immobile (edificio, area, terreno, ecc.) insiste.

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. III PENALE , SENTENZA 28 luglio 2016, n.33043 – Pres. Ramacci; Rel. Riccardi

RITENUTO IN FATTO

  1. Con sentenza del 18/01/2013 il Tribunale di Cagliari condannava gli odierni ricorrenti alle pene rispettivamente ritenute di giustizia, in ordine ai reati di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, lett. c), (capo A) e D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 181, comma 1 bis, (capo B), per avere realizzato in zona vincolata, in difformità dal progetto edilizio e dalle autorizzazioni paesaggistiche, opere edili abusive, consistenti in un aumento dell’altezza della gronda, un aumento di volumetria mediante realizzazione di un sottotetto, di un bagno, di una loggia, e di una cisterna; condannava, inoltre, M. e G., rispettivamente responsabile area tecnica e responsabile del procedimento, per il reato di abuso d’ufficio (capo C), in relazione al rilascio delle concessioni per ristrutturazione edilizia, con aumento di volumetria, alterazione dello stato dei luoghi e del profilo esteriore, nonostante nell’area fossero assentibili solo interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria, senza aumento di volumetria e alterazione dei luoghi e della sagoma.

Con sentenza del 28/05/2014 la Corte di Appello di Cagliari, in parziale riforma della sentenza di 1 grado, assolveva gli imputati dai reati di cui ai capi A e B, limitatamente alla cisterna, M. e G. dai reati loro ascritti, limitatamente al rilascio dei titoli abilitativi del 2008, e, relativamente al capo A, pronunciava declaratoria di estinzione per prescrizione; confermava nel resto la sentenza, riducendo la pena inflitta a M. e G..

  1. Avverso tale provvedimento ricorre A.A.S., chiedendo l’annullamento della sentenza.

2.1. Con un primo motivo, deduce la violazione di legge sostanziale e il vizio di motivazione in ordine al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44: proponendo una rivalutazione del compendio probatorio, nega di aver realizzato l’aumento della gronda di 20 cm., l’aumento di volumetria con il sottotetto, che è solo un vano tecnico, il bagno di 6 mq., che, dopo l’approvazione della seconda concessione in variante, non è stato più realizzato, e la loggia, contestando, altresì, la tesi, sostenuta nella sentenza impugnata, che l’intervento costituisse una nuova costruzione, e non già una ristrutturazione.

2.2. Con un secondo motivo, deduce la violazione di legge sostanziale e il vizio di motivazione in ordine al D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 181, comma 1 bis: la Soprintendenza ha ritenuto paesaggisticamente compatibili gli interventi, e comunque non sussiste danno al bene tutelato.

2.3. Con un terzo motivo deduce la mancanza di motivazione in ordine alla omessa diminuzione di pena che avrebbe dovuto conseguire all’assoluzione dai capi A e B, limitatamente alla realizzazione della cisterna.

  1. Ricorre per cassazione G.R., chiedendo l’annullamento della sentenza per vizio di motivazione e violazione di legge, in relazione all’art. 323 cod. pen..

Con un primo motivo lamenta che le opere assentite con la seconda concessione, del 2008, erano legittime, ed il ricorrente è stato assolto; in tal senso, non sussiste l’abuso d’ufficio relativo al rilascio del provvedimento.

Con un secondo motivo deduce violazione di legge e vizio di motivazione, in ordine all’affermazione del dolo del reato di abuso d’ufficio, che andrebbe invece escluso alla luce della nota del 21/03/2014 del Ministero dei Beni culturali.

Con un terzo motivo deduce violazione di legge e vizio di motivazione, in ordine all’affermazione del concorso di persone nel reato del geom. G. sulla base della sottoscrizione dell’autorizzazione paesaggistica e della concessione edilizia, lamentando che non sia stato evidenziato il contributo causale alla realizzazione dell’illecito.

  1. Con distinto ricorso M.A. chiede l’annullamento della sentenza deducendo la violazione di legge ed il vizio di motivazione.

Lamenta che le opere assentite con la seconda concessione, del 2008, erano legittime, ed il ricorrente è stato assolto; in tal senso, non sussiste l’abuso d’ufficio relativo al rilascio del provvedimento.

Con un secondo motivo deduce violazione di legge e vizio di motivazione, in ordine all’affermazione del dolo del reato di abuso d’ufficio, che andrebbe invece escluso alla luce della nota del 21/03/2014 del Ministero Beni culturali.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il ricorso di A.A.S., progettista e direttore dei lavori, è inammissibile.

1.1. Il primo motivo è generico, in quanto ripropone le medesime censure già sollevate con l’atto di appello; al riguardo, va ribadito che deve ritenersi inammissibile il ricorso per cassazione fondato sugli stessi motivi proposti con l’appello e motivatamente respinti in secondo grado, sia per l’insindacabilità delle valutazioni di merito adeguatamente e logicamente motivate, sia per la genericità delle doglianze che, così prospettate, solo apparentemente denunciano un errore logico o giuridico determinato (ex multis, Sez. 3, n. 44882 del 18/07/2014, Cariolo, Rv. 260608).

Invero, nel caso in esame i motivi di ricorso appaiono identici a quelli sollevati con l’appello, e motivatamente respinti dalla sentenza impugnata, con la quale non propongono un reale e motivato confronto argomentativo, limitandosi a contestazioni avulse dal concreto tessuto motivazionale, e ad una mera lettura alternativa delle risultanze processuali.

Peraltro, l’inammissibilità del motivo si appunta altresì sulla sostanziale richiesta di rivalutazione del compendio probatorio, come si evince dai diffusi richiami alle deposizioni testimoniali ( Me.Gi., Ma.Fr.Ma., P.G., Pa.Fr., As.Ma., Po.Sa.) ed alle consulenze tecniche, già oggetto di espressa valutazione da parte della sentenza impugnata.

Giova al riguardo rammentare che il sindacato di legittimità è circoscritto alla verifica sulla completezza e sulla correttezza della motivazione di una sentenza, e non può esondare dai limiti cognitivi sanciti dagli artt. 606 e 609 cod. proc. pen. mediante una rinnovata valutazione delle risultanze acquisite, da contrapporre a quella fornita dal giudice di merito; le valutazioni espresse dalla sentenza impugnata, se coerenti, sul piano logico, con una esauriente analisi delle risultanze probatorie acquisite, si sottraggono al sindacato di legittimità, una volta accertato che il processo formativo del libero convincimento del giudice non ha subito il condizionamento di una riduttiva indagine conoscitiva o gli effetti altrettanto negativi di un’imprecisa ricostruzione del contenuto di una prova (Sez. U, n. 2110 del 23/11/1995, Fachini, Rv. 203767).

Ed anche la novella codicistica, introdotta con la l. n. 46 del 2006, che ha riconosciuto la possibilità di deduzione del vizio di motivazione anche con il riferimento ad atti processuali specificamente indicati nei motivi di impugnazione, non ha mutato la natura del giudizio di cassazione, che rimane pur sempre un giudizio di legittimità, sicchè gli atti eventualmente indicati devono contenere elementi processualmente acquisiti, di natura certa ed obiettivamente incontrovertibili, che possano essere considerati decisivi in rapporto esclusivo alla motivazione del provvedimento impugnato e nell’ambito di una valutazione unitaria, e devono pertanto essere tali da inficiare la struttura logica del provvedimento stesso (ex multis, Sez. 2, Sentenza n. 7380 del 11/01/2007, Messina, Rv. 235716, che ha altresì precisato che resta esclusa la possibilità di una nuova valutazione delle risultanze acquisite, da contrapporre a quella effettuata dal giudice di merito, attraverso una diversa lettura, sia pure anch’essa logica, dei dati processuali o una diversa ricostruzione storica dei fatti o un diverso giudizio di rilevanza o attendibilità delle fonti di prova).

Pertanto, l’indagine di legittimità sul discorso giustificativo della decisione ha un orizzonte circoscritto, dovendo il sindacato demandato alla Corte di cassazione essere limitato – per espressa volontà del legislatore – a riscontrare l’esistenza di un logico apparato argomentativo sui vari punti della decisione impugnata, senza possibilità di verificare l’adeguatezza delle argomentazioni di cui il giudice di merito si è avvalso per sostanziare il suo convincimento, o la loro rispondenza alle acquisizioni processuali. L’illogicità della motivazione, come vizio denunciabile, deve essere evidente, cioè di spessore tale da risultare percepibile ictu oculi, dal testo della sentenza o da altri atti specificamente indicati, dovendo il sindacato di legittimità al riguardo essere limitato a rilievi di macroscopica evidenza, restando ininfluenti le minime incongruenze e considerandosi disattese le deduzioni difensive che, anche se non espressamente confutate, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata, purchè siano spiegate in modo logico e adeguato le ragioni del convincimento (Sez. U, n. 24 del 24/11/1999, Spina, Rv. 214794).

Ebbene, esclusa l’ammissibilità di una rivalutazione del compendio probatorio, va ribadito che la sentenza impugnata ha fornito logica e coerente motivazione in ordine alla ricostruzione dei fatti, ed alla qualificazione giuridica degli stessi, con argomentazioni prive di illogicità (tantomeno manifeste) e di contraddittorietà.

Al riguardo, va infatti evidenziato che la Corte territoriale, a prescindere dalla realizzazione della cisterna, che ha ritenuto assentita con l’autorizzazione n. 290/2006, ha accertato che le opere oggetto di richiesta di permesso di costruire consistevano in una ristrutturazione con demolizione e ricostruzione di un precedente manufatto in zona agricola e paesaggisticamente vincolata; tuttavia, ad integrare le macroscopiche violazioni che, oltre ad fondare la tipicità dei reati edilizi e paesaggistici contestati, indiziano il reato di abuso d’ufficio – contestato a M. e G. -, vi è la circostanza assorbente – ed omessa in tutti i ricorsi – che la committente non era un imprenditore agricolo, e non aveva, dunque, alcun titolo per beneficiare di una concessione per nuova costruzione (p. 17 e 18 della sentenza impugnata), e che le opere avevano determinato un aumento di volumetria (mediante realizzazione di un bagno di 6 mq. ed avanzamento di una parete, nonchè di un vano sottotetto abitabile, munito di finestra e di scala interna di accesso) ed una differenza di sagoma (mediante trasformazione del tetto da due falde ad una sola falda, ed avanzamento della parete per la costruzione del bagno).

In particolare, la sentenza impugnata, all’esito di una diffusa (e condivisibile) valutazione dei progetti e delle opere realizzate, comunque insuscettibile di sindacato in sede di legittimità, ha affermato che il progetto redatto da A., ed assentito dai due tecnici del Comune di Carloforte, riguardava non già un intervento di semplice ristrutturazione, “come contrabbandato” nel progetto e nella concessione, bensì un intervento di nuova costruzione.

Come già osservato nella sentenza impugnata (p. 19), infatti, non rileva la modifica, invocata dal ricorrente, introdotta dalla L. n. 98 del 2013, art. 30, comma 1, lett. c), alla nozione di “interventi di ristrutturazione edilizia” definiti dal D.P.R. n. 380 del 2001, art. 3, comma 1, lett. d), che ha escluso la necessità di mantenere identica la sagoma.

Invero, oltre a rivelarsi irrilevante, in quanto è stato accertato anche un aumento di volumetria, che connotava l’intervento in termini di “nuova costruzione”, in ogni caso è proprio lo stesso art. 3 T.U.E. a precisare che “Rimane fermo che, con riferimento agli immobili sottoposti a vincoli ai sensi del D.Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42 e successive modificazioni, gli interventi di demolizione e ricostruzione e gli interventi di ripristino di edifici crollati o demoliti costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia soltanto ove sia rispettata la medesima sagoma dell’edificio preesistente”.

Nelle zone paesaggisticamente vincolate, dunque, anche la modifica della sagoma assume rilievo ai fini dell’integrazione dell’intervento di “nuova costruzione”, con il relativo regime assentivo.

Al riguardo, va altresì evidenziato che il ricorrente ha sostenuto che la deroga espressamente prevista dalla seconda parte dell’art. 3 cit. si riferisce soltanto agli “immobili” sottoposti a vincoli, mentre, nel caso in esame, il vincolo riguarda una “zona”.

L’argomento richiama, in realtà, il dibattito che, in dottrina, si è sviluppato sulla non coincidenza tra l’art. 44, lett. c), T.U.E., che parla di “interventi edilizi nelle zone sottoposte a vincolo (…)”, e l’art. 32, comma 3, T.U.E., che, nel disciplinare le variazioni essenziali, equipara, ai fini sanzionatori, gli interventi effettuati “su immobili sottoposti a vincolo (…)”, ritenuti sempre in totale difformità o in variazione essenziale.

Tuttavia, a prescindere da una isolata dottrina, anche in giurisprudenza si è sostenuto che “ai sensi del D.P.R. n. 380 del 2001, art. 32, comma 3 – per gli interventi eseguiti in zone assoggettate a vincolo paesaggistico, nel caso in cui l’opera sia difforme da quella autorizzata con il permesso di costruire, non c’è spazio per l’applicazione della meno grave fattispecie di cui all’art. 44 cit., lett. a), poichè ogni difformità dal progetto, anche se di minima rilevanza, costituisce abuso punito ai sensi dell’art. 44, lett. c), dello stesso T.U.” (Sez. 3, n. 16392 del 17/02/2010, Santonicola, non massimata).

Con riferimento specifico alla norma derogatoria di cui all’art. 3 T.U.E., peraltro, va osservato che, a differenza dell’art. 32, comma 3, che comunque elenca analiticamente vincoli che possono riguardare anche soltanto “immobili” – come nel caso del vincolo architettonico, o degli immobili “ricadenti sui parchi o in aree protette” -, l’art. 3 sancisce una disciplina derogatoria con un richiamo per relationem ai vincoli previsti dal D.Lgs. n. 42 del 2004.

Al riguardo, va innanzitutto evidenziato che il D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 134 definisce quali “beni paesaggistici: a) gli immobili e le aree ((di cui)) all’art. 136, individuati ai sensi degli artt. da 138 a 141; b) le aree ((di cui)) all’art. 142”.

Ebbene, l’art. 136 prevede, tra gli immobili e le aree vincolate, “le cose immobili che hanno cospicui caratteri di bellezza naturale”; “le ville, i giardini e i parchi (…) che si distinguono per la loro non comune bellezza”, “i complessi di cose immobili che compongono un caratteristico aspetto avente valore estetico e tradizionale”, “le bellezze panoramiche (…) e così pure quei punti di vista o di belvedere, accessibili al pubblico, dai quali si goda lo spettacolo di quelle bellezze”.

L’art. 142, inoltre, individua, tra le aree sottoposte a vincolo, “i territori costieri compresi in una fascia della profondità di 300 metri dalla linea di battigia”, “i territori contermini ai laghi compresi in una fascia della profondità di 300 metri dalla linea di battigia”, “i fiumi, i torrenti, i corsi d’acqua iscritti negli elenchi”, “le montagne per la parte eccedente 1.600 metri sul livello del mare per la catena alpina e 1.200 metri sul livello del mare per la catena appenninica e per le isole”, “i ghiacciai e i circhi glaciali”, “i parchi e le riserve nazionali o regionali, nonchè i territori di protezione esterna dei parchi”, “i territori coperti da foreste e da boschi”, “le aree assegnate alle università agrarie e le zone gravate da usi civici”, “le zone umide incluse nell’elenco”, “i vulcani”, “le zone di interesse archeologico”.

La nozione di “immobile” sottoposto a vincolo ai sensi del D.Lgs. n. 42 del 2004, dunque, è un concetto normativo, per la cui integrazione l’art. 3 T.U.E. rinvia espressamente alle norme in materia ambientale, appena richiamate;

dalle quali si evince che i beni sottoposti a vincolo paesaggistico possono essere immobili o aree, o intere zone.

Ed è la stessa natura di alcuni vincoli (ambientale, idrogeologico, archeologico, ecc.) richiamati dall’art. 3 cit. a riguardare esclusivamente le “zone”, e non singoli edifici; anche perchè l’accezione restrittiva alla quale la tesi del ricorrente, sostenuta da una isolata dottrina, vorrebbe accedere per affermare la natura di mera ristrutturazione dell’intervento prescinde dalla considerazione che anche il termine adoperato dal legislatore – “immobile” non coincide con il singolo edificio, ma comprende, da un punto di vista lessicale e da un punto di vista normativo, anche le aree, i terreni, ed ogni cosa stabile suscettibile di antropizzazione.

Il termine adoperato dal legislatore, dunque, oltre a rinviare al concetto di “immobile vincolato” rilevante ai sensi del D.Lgs. n. 42 del 2004, non appare tanto un’imprecisione linguistica, integrando, invece, una metonimia, con estensione semantica del suo significato usuale ad un altro che abbia una relazione di contiguità o di dipendenza: nel caso di specie, l'”immobile” vincolato sta ad indicare la “zona” vincolata sulla quale l’immobile (edificio, area, terreno, ecc.) insiste.

1.2. Il secondo motivo di ricorso è manifestamente infondato.

La doglianza, oltre alla già evidenziata rivalutazione del compendio probatorio, si concentra sull’asserita mancanza di un danno al bene ambientale, con riferimento al reato di cui al D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 181, comma 1 bis.

Al riguardo, è sufficiente richiamare la costante giurisprudenza di questa Corte, secondo la quale “il reato, formale e di pericolo, previsto dal D.Lgs. n. 42 del 2004, art. 181, che, indipendentemente dal danno arrecato al paesaggio, sanziona la violazione del divieto di intervento in determinate zone vincolate senza la preventiva autorizzazione amministrativa, può concorrere con la contravvenzione punita dall’art. 734 cod. pen., la quale, invece, presuppone l’effettivo danneggiamento delle aree sottoposte a protezione” (Sez. 3, n. 37472 del 06/05/2014, Coniglio, Rv. 259942; Sez. 3, n. 14746 del 28/03/2012, Mattera, Rv. 252625).

1.3. Il terzo motivo di ricorso è manifestamente infondato, in quanto l’assoluzione ha riguardato non già un titolo di reato, bensì una singola (e peraltro modesta) opera oggetto dei lavori eseguiti abusivamente, per i quali è stata confermata l’affermazione di responsabilità penale e la conseguente condanna alla pena ritenuta di giustizia.

In assenza di contestazione della continuazione, che avrebbe fondato l’ipotesi di una pluralità di reati, e dunque, in caso di assoluzione per uno di essi, la corrispondente scissione del vincolo e la riduzione pro quota della pena, l’assoluzione ha riguardato non già un reato-satellite, bensì uno degli oggetti materiali del reato.

Deve pertanto ritenersi immune da censure la lamentata omessa riduzione della pena.

2.1 ricorsi di G.R. e M.A., rispettivamente responsabile del procedimento e responsabile dell’area tecnica del Comune di Carloforte, che vanno valutati congiuntamente, proponendo le medesime censure, sono inammissibili.

2.1. Il primo motivo di ricorso, proposto da entrambi i ricorrenti in termini identici, seppur con diversa impaginazione, è inammissibile per difetto di specificità.

Non è dato, infatti, comprendere l’oggetto specifico delle censure proposte ed i motivi posti a fondamento delle stesse, che si limitano ad una critica – invero, piuttosto oscura anche lessicalmente e logicamente – alla decisione della Corte territoriale, della quale vengono richiamati ampi passaggi.

Al riguardo, è stato condivisibilmente affermato che alla Corte di Cassazione non spetta il potere, nè il dovere, di ricostruire i possibili significati del motivo di ricorso non sufficientemente chiaro, sicchè questo, per assolvere utilmente alla sua funzione limitativa dell’ambito dell’impugnazione, deve essere specifico (Sez. U, n. 11493 del 24/06/1998, Verga, Rv. 211468).

Ebbene, nel caso di specie manca quella specificità del motivo di doglianza che il legislatore del rito penale, in particolare, pretende in ogni ipotesi di impugnazione (art. 581 c.p.p., comma 1, lett. c)).

Infatti, l’art. 581 c.p.p. stabilisce che l’impugnazione si propone con atto scritto nel quale, tra l’altro, sono “enunciati”: “a) i capi e i punti della decisione ai quali si riferisce l’impugnazione; b) le richieste; c) i motivi con l’indicazione specifica delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto che sorreggono ogni richiesta”; sicchè un atto privo dei requisiti prescritti, che si limiti ad esprimere la volontà di impugnare senza indicare i capi o i punti cui intende riferirsi, o senza enunciare i motivi di doglianza rispetto alla decisione censurata (e anche in ciò consiste la specificità), non può costituire una valida forma d’impugnazione e, quindi, non può produrre gli effetti introduttivi del giudizio del grado successivo, cui si collega la possibilità di emettere una pronuncia diversa dalla dichiarazione d’inammissibilità (Sez. U, n. 11493 del 24/06/1998, Verga, Rv. 211468).

Del resto, se si ritenesse il contrario, si giungerebbe ad una conclusione assurda, perchè si dovrebbe riconoscere ad una generica (ed invalida) dichiarazione d’impugnazione l’effetto di consentire al giudice una cognizione estesa a tutti i capi della sentenza, mentre lo stesso effetto non potrebbe riconoscersi ad una impugnazione proposta validamente, ma con riferimento solo ad alcuni capi della sentenza, dato che per gli altri capi, e i relativi addebiti, la vicenda processuale dovrebbe ritenersi conclusa, come questa Corte ha già evidenziato (Sez. U, n. 21 del 11/11/1994, dep. 1995, Cresci, Rv. 199903, in motivazione).

2.2. Il secondo motivo di ricorso, proposto da entrambi i ricorrenti in termini identici, seppur con diversa impaginazione, è inammissibile in quanto manifestamente infondato.

Se ben si comprende dal tenore, anch’esso non connotato da sufficiente chiarezza, del motivo, i ricorrenti censurano che, con riferimento all’affermazione di responsabilità per il reato di abuso d’ufficio, sia stata attribuita rilevanza, nella sentenza impugnata, alla modifica della sagoma conseguente alla realizzazione del bagno e del vano sottotetto, senza considerare che, con la seconda concessione, è stata eliminata la finestra e la scala interna, e che non sussiste il “pericolo di danno quale elemento del reato”; si aggiunge, a sostegno del ricorso, che i due imputati non avrebbero agito con il dolo necessario ad integrare l’abuso d’ufficio, in quanto dalla lettura della nota del 21/03/2014 del Ministero dei Beni Culturali si evincerebbe che la modificazione della falda del tetto in falda unica sarebbe elemento tipico dell’edificato rurale sparso dell’isola di San Pietro, e che non rileva la diversa estensione del sindacato riconosciuto alla Sovrintendenza dopo il 2010, secondo quanto affermato nella sentenza impugnata; i due imputati, dunque, avrebbero rilasciato gli atti assentivi in buona fede, e contando sull’affidamento ingenerato dai pareri della Sovrintendenza; inoltre, la delega paesaggistica sarebbe stata comunque esercitata previo parere favorevole della Sovrintendenza.

Anche in tal caso, come già evidenziato infra 1.1., la doglianza si risolve nella sostanziale richiesta di rivalutazione del compendio probatorio, insuscettibile di sindacato in sede di legittimità, peraltro proponendo questioni di fatto che implicano un confronto tra le opere effettivamente realizzate, quelle progettate ed il contenuto dei titoli abilitativi; questioni risolte, mediante incensurabile apprezzamento di fatto, dalle sentenze di merito, sul punto, peraltro, conformi.

In ogni caso, nel tentativo di enucleare dei profili suscettibili di valutazione da parte di questa Corte, ed al solo fine di appagare la richiesta di controllo di legittimità implicita nei ricorsi proposti, va evidenziato innanzitutto che non rileva, ai fini dell’integrazione del reato di abuso d’ufficio (dalla sentenza impugnata accertato con riferimento alla sola concessione rilasciata nel 2006, essendo intervenuta assoluzione con riferimento a quella rilasciata in variante nel 2008), la circostanza che non sia conseguito danno, ovvero che, nel secondo progetto, venne eliminata la finestra e la scala interna al vano sottotetto.

Invero, l’abusività della condotta contestata ai due imputati nel rilascio della prima concessione del 2006 è stata individuata nel rilascio dell’atto in macroscopica violazione della legislazione regionale vigente (la L.R. Sardegna 25 novembre 2004, n. 8, denominata “salva-coste”) e del piano paesaggistico regionale; come si è già evidenziato, ad integrare le macroscopiche violazioni che, oltre ad fondare la tipicità dei reati edilizi e paesaggistici contestati, indiziano il reato di abuso d’ufficio – contestato a M. e G. -, vi è la circostanza assorbente – ed omessa in tutti i ricorsi – che la committente non era un imprenditore agricolo, e non aveva, dunque, alcun titolo per beneficiare di una concessione per nuova costruzione (p. 17 e 18 della sentenza impugnata), e che le opere progettate e assentite determinavano un aumento di volumetria (mediante realizzazione di un bagno di 6 mq. ed avanzamento di una parete, nonchè di un vano sottotetto abitabile, munito di finestra e di scala interna di accesso) ed una differenza di sagoma (mediante trasformazione del tetto da due falde ad una sola falda, ed avanzamento della parete per la costruzione del bagno).

In particolare, la sentenza impugnata, all’esito di una diffusa (e condivisibile) valutazione dei progetti e delle opere realizzate, comunque insuscettibile di sindacato in sede di legittimità, ha affermato che il progetto redatto da A., ed assentito dai due tecnici del Comune di Carloforte, riguardava non già un intervento di semplice ristrutturazione, “come contrabbandato” nel progetto e nella concessione, bensì un intervento di nuova costruzione.

Inoltre, la sentenza impugnata ha rilevato che la L.R. 12 agosto 1998, n. 28, art. 3 consente il rilascio delle autorizzazioni paesaggistiche soltanto per gli interventi minori su edifici esistenti, e, quanto alle opere di “nuova costruzione”, soltanto per gli interventi ricadenti nelle zone di completamento “B”; al contrario, per gli interventi di nuova costruzione in zona urbanistica “E”, come quello oggetto di accertamento, il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica non era di competenza dell’ente comunale, bensì della Regione.

Il rilievo, immune da censure, e, del resto, non contestato nella dimensione interpretativa dai ricorrenti, rende del tutto irrilevante l’invocazione della buona fede e dell’affidamento, così come l’allegazione di una nota del Ministero, successiva di otto anni rispetto al rilascio della concessione: l’autorizzazione è stata infatti rilasciata dai due funzionari dell’ente comunale, in totale difetto di competenza.

Inoltre, a connotare il dolo di fattispecie dell’abuso d’ufficio, la sentenza impugnata correttamente osserva che, oltre alle violazioni macroscopiche integrate dal rilascio di una concessione a soggetto privo di titolo (perchè non imprenditore agricolo), in relazione ad opere non assentibili (perchè comportanti aumento di volumetria e difformità di sagoma), e di una autorizzazione paesaggistica da parte di organo incompetente, l’intenzionalità del dolo dei due funzionari è vieppiù indiziata dal fatto che “si guardarono bene dal richiamare, nell’illegittima autorizzazione paesaggistica rilasciata il 24.2.2006 in vista della concessione edilizia, l’aumento volumetrico relativo al bagno previsto in progetto”, che “avrebbe svelato in modo clamoroso che quell’autorizzazione veniva rilasciata da un’autorità non competente, per giunta in un periodo in cui erano vigenti le rigorosissime norme di salvaguardia introdotte con la già citata L.R. n. 8 del 2004” (p. 21 della sentenza impugnata); con la conseguenza che la stessa nota del 2014 della Sovrintendenza, invocata ripetutamente dai ricorrenti, “non poteva che prendere atto di un provvedimento che non menzionava un aspetto fondamentale che, anche sul mero piano della legittimità, avrebbe imposto di affermare l’incompetenza del comune al rilascio dell’autorizzazione” (p. 21 della sentenza impugnata).

Al riguardo, è stato sovente ribadito da questa Corte che in tema di abuso d’ufficio, la prova del dolo intenzionale, che qualifica la fattispecie criminosa, può essere desunta anche da elementi sintomatici come la macroscopica illegittimità dell’atto compiuto, non essendo richiesto l’accertamento dell’accordo collusivo con la persona che si intende favorire, in quanto l’intenzionalità del vantaggio ben può prescindere dalla volontà di favorire specificamente quel privato interessato alla singola vicenda amministrativa (ex multis, Sez. 6, n. 36179 del 15/04/2014, Dragotta, Rv. 260233; Sez. 3, n. 48475 del 07/11/2013, Scaramazza, Rv. 258290).

La sentenza impugnata, dunque, appare correttamente motivata, e la nota del 2014 allegata dai ricorrenti più che rivelarsi irrilevante, ai fini dell’integrazione del dolo di fattispecie di un reato commesso nel 2006, appare corroborare la valutazione secondo la quale, alla base dell’omessa attivazione dei poteri regionali, vi era in realtà la falsa rappresentazione, per omissione, di un elemento di fatto significativo (l’aumento di volumetria).

2.3. Il terzo motivo di ricorso concernente la violazione di legge ed il vizio di motivazione in ordine al contributo concorsuale, proposto dal solo G.R., è manifestamente infondato.

Invero, il ricorrente lamenta che il concorso di persone sia stato affermato soltanto sulla base della sottoscrizione, da parte del geom. G., in qualità di responsabile del procedimento, dell’autorizzazione paesaggistica e della successiva concessione edilizia, e che quest’ultima sia stata sottoscritta anche dal Dirigente responsabile dell’area urbanistica del Comune di Carloforte, Ing. M.; la condotta del G. sarebbe stata dunque ininfluente, in quanto l’efficacia del provvedimento sarebbe connessa alla sottoscrizione del Dirigente.

La sentenza impugnata, tuttavia, lungi dall’omettere la motivazione, espone diffusamente le condotte ascritte, a titolo di abuso d’ufficio, a G.R., evidenziando come questi, in qualità di responsabile del procedimento, avesse firmato l’autorizzazione paesaggistica del 24/02/2006 e la concessione n. 84 del 17/10/2006 (p. 22 della sentenza impugnata).

Non appare enucleabile un margine di motivazione più diffuso o preciso di quello richiamato, atteso che, prescindendo dal profilo della valutazione, che, in mancanza di contraddittorietà o manifesta illogicità, non è sindacabile in sede di legittimità, la sentenza impugnata ha correttamente individuato il contributo concorsuale fornito da G.R., che, nella scansione procedimentale in oggetto, ha rivestito un ruolo giuridico e fattuale significativo, essendo il responsabile dell’istruttoria, ed il sottoscrittore dell’autorizzazione paesaggistica, nonchè della concessione (sottoscritta anche dal dirigente M.).

Al riguardo, è stato affermato che, ai fini della configurabilità del concorso di persone nel reato, il contributo concorsuale acquista rilevanza non solo quando abbia efficacia causale, ponendosi come condizione dell’evento illecito, ma anche quando assuma la forma di un contributo agevolatore e di rafforzamento del proposito criminoso già esistente nei concorrenti, in modo da aumentare la possibilità di commissione del reato (Sez. 6, n. 36125 del 13/05/2014, Minardo, Rv. 260235, che ha ritenuto corretto il giudizio di colpevolezza pronunciato nella sentenza impugnata per il reato di abuso di ufficio commesso dal dirigente di un consorzio che aveva espresso un parere facoltativo e non vincolante favorevole all’adozione di un provvedimento illegittimo produttivo di un ingiusto vantaggio ad altri).

Nel caso in esame, il contributo del G., lungi dall’essere ininfluente o di scarsa rilevanza, o comunque di mera agevolazione, è risultato significativo e determinante per la consumazione del reato, in ragione del concreto ruolo svolto e della posizione pubblicistica rivestita nell’ambito del procedimento amministrativo.

  1. Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso consegue la condanna al pagamento delle spese processuali e la corresponsione di una somma di denaro in favore della cassa delle ammende, somma che si ritiene equo determinare in Euro 1.000,00: infatti, l’art. 616 cod. proc. pen. non distingue tra le varie cause di inammissibilità, con la conseguenza che la condanna al pagamento della sanzione pecuniaria in esso prevista deve essere inflitta sia nel caso di inammissibilità dichiarata ex art. 606 cod. proc. pen., comma 3, sia nelle ipotesi di inammissibilità pronunciata ex art. 591 cod. proc. pen.

P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 ciascuno in favore della Cassa delle Ammende.

Così deciso in Roma, il 8 marzo 2016.

Depositato in Cancelleria il 28 luglio 2016

Originally posted 2019-12-31 16:54:01.

AZIONE RIVALSA  VERSO ASSICURATO ASSICURAZIONE – COSA FARE ? COME DIFENDERSI?

AZIONE RIVALSA  VERSO ASSICURATO ASSICURAZIONE – COSA FARE ? COME DIFENDERSI?

INCIDENTE MORTALE ,FERITI AUTOSTRADA AVVOCATO DANNI

La L. n. 990 del 1969, art. 18, è indubbiamente il capostipite di quanto è stato scisso, nel Codice delle assicurazioni, appunto nell’art. 140, e art. 141: al comma 1, si ricorda, prevedeva a favore del danneggiato “azione diretta per il risarcimento del danno nei confronti dell’assicuratore” entro il massimale (così progredendo nella tutela della vittima rispetto al codice civile, che avrebbe necessariamente interposto il rapporto processuale con il danneggiante per l’estraneità del danneggiato dal contratto assicurativo), e al secondo, tra l’altro, regolava il “diritto di rivalsa verso l’assicurato” dell’assicuratore.

7.3 Il divario insorto tra l’impostazione generalista, per così dire, della sintetica norma originaria, e quella specificante/differenziante adottata dal legislatore del 2005 tramite la coppia di azioni risarcitorie degli artt. 140 e 141, ha spinto taluni fra gli interpreti a potenziare in massima misura l’apporto del novum, il che ha però condotto ad una intensa discussione sul significato della norma più evidentemente “aggiunta” al sistema precedente, cioè l’art. 141.

Un’ampia dottrina ha inteso svincolare, tramite l’art. 141, il diritto risarcitorio verso l’assicuratore del danneggiato nella species di trasportato da ogni aspetto di responsabilità dell’assicurato vettore, ravvisando in effetti nel sistema una vera e propria no fault rule in cui il “caso fortuito” posto come limite all’incipit del comma 1, è stato confinato agli eventi naturali imprevedibili (rimanendo nella terminologia anglosassone, i c.d. Acts of God).

L’impulso precipuo per una simile lettura parrebbe consistere nel “trattenere” un’occasione di incremento del grado di tutela della vittima che si potrebbe inserire in un complessivo orientamento sistemico, e quindi nell’identificare direttamente in tale incremento la ratio della norma e nel qualificare atrofia degli effetti discendenti dalla ratio stessa il mantenimento di un limite di allocazione del rischio, id est di un freno dell’evoluzione oggettivizzante della responsabilità dell’impresa di assicurazione.

Si adduce, allora, per sorreggere la lettura in tal senso più innovativa dell’art. 141, che l’inclusione delle condotte umane nel caso fortuito costituirebbe di questo un’interpretazione estensiva, la quale peraltro verrebbe a imporre al trasportato gli stessi oneri probatori che lo graverebbero se avesse agito ex art. 140, ovvero la dimostrazione della responsabilità civile nella causazione dell’incidente del soggetto assicurato con la compagnia convenuta. Inoltre, una lettura del caso fortuito non “sartoriale” a questa fattispecie non sarebbe coerente con la radicale diversità delle norme del codice civile che fanno espresso riferimento al caso fortuito (gli artt. 2051 e 2052 c.c.) e condurrebbe ad una sorta di duplicazione dell’art. 2054 c.c., comma 1.

La dottrina “innovativa” attinge pure dall’art. 141, comma 3, laddove è previsto che l’assicuratore “del responsabile civile” può intervenire nel giudizio ex art. 141, ed estromettere l’assicuratore del vettore, “riconoscendo la responsabilità del proprio assicurato”.

Questo dimostrerebbe una contrapposizione tra il ruolo del vettore, e quindi della sua compagnia, e il ruolo del responsabile del sinistro, e a sua volta della sua compagnia; e al tempo stesso viene inteso come possibilità – ma non obbligo – di estromettere l’assicuratore del vettore se responsabile è l’assicurato dell’altra impresa intervenuta (che appunto – recita la norma – “può estromettere”), così da confermare che l’assicuratore del vettore ha sempre, a parte il caso fortuito delineato ad hoc, obbligo risarcitorio verso il trasportato danneggiato.

Un’altra lettura, invece, fa perno proprio sul caso fortuito indicato dall’incipit del comma 1, adducendo che in tale concetto giuridico è sempre stata inclusa la condotta umana, come più volte confermato dalla giurisprudenza di legittimità. Sostenendo, quindi, che anche nell’art. 141 il vettore deve avere una qualche responsabilità affinché il suo assicuratore sia obbligato al risarcimento, questa dottrina lamenta proprio che l’opposta interpretazione viene a gravare l’assicuratore del vettore di una responsabilità oggettiva – non conferita tra l’altro al suo assicurato – e che tale oggettività non verrebbe meno neppure attribuendogli una funzione di sostituto processuale dell’assicuratore del responsabile, poichè il regresso è comunque un’azione ordinaria, ex art. 1299 c.c., e quindi applicabile anche a prescindere dall’art. 141, comma 4.

Dal punto di vista letterale, in sintesi, il nucleo delle rispettive letture è identificabile per quella innovativa nell’inciso “a prescindere dall’accertamento della responsabilità dei conducenti dei veicoli coinvolti nel sinistro”, e per quella contenitiva nell’inciso “salva l’ipotesi di sinistro cagionato dal caso fortuito”: entrambe dunque rinvengono il proprio “asso” testuale nell’ambito dell’art. 141, comma 1.

7.4 La giurisprudenza nomofilattica, per quanto concerne gli arresti massimati (non emergendone peraltro di rilievo tra i non massimati), come già si è anticipato ha vagliato soltanto alcuni aspetti non “centrali” – pur se talora non privi di significanza – dell’art. 141.

Si parte da Cass. sez. 3, ord. 12 dicembre 2008 n. 29276, che considera la disposizione in ordine a un regolamento di competenza per escludere che il terzo trasportato legittimato ad azione diretta ex art. 141, verso l’assicuratore del vettore “rivesta la qualifica di consumatore” e possa quindi avvalersi del relativo foro ex art. 33, lett. u), cod. ass., “in quanto estraneo al regolamento negoziale assicurativo e conseguentemente non qualificabile come “beneficiario” della polizza” (così nella massima).

Il quesito che concludeva il ricorso chiedeva se, appunto, il trasportato è da considerare consumatore (essendo beneficiario della polizza) nel caso in cui agisce ex art. 141, nei confronti dell’assicuratore del vettore, e “ciò a prescindere dalle responsabilità del sinistro”. L’arresto non approfondisce quest’ultimo profilo, e fonda l’esclusione della qualità di consumatore sul fatto che il trasportato riceve la sua legittimazione ad agire contro l’assicuratore direttamente dalla legge e non dal contratto. Rileva in motivazione che l’azione ex art. 141, presenta come costitutiva “una fattispecie complessa”, derivante “anzitutto dall’avere il trasportato a qualsiasi titolo (art. 122, comma 2, del D.Lgs.) subito un danno per un illecito da circolazione in occasione del trasporto sul veicolo e, quindi, dall’essersi verificato tale illecito. In riferimento a tale illecito è la legge che all’art. 122, comma 2, del D.Lgs. prevede che l’assicurazione obbligatoria debba comprendere anche la copertura di tale danno e tale copertura sussiste quale che sia il titolo di responsabilità nel rapporto fra trasportato e proprietario o conducente del veicolo”. Peraltro l’art. 122, comma 2, cod. ass. (“L’assicurazione comprende la responsabilità per i danni alla persona causati ai trasportati, qualunque sia il titolo in base al quale è effettuato il trasporto”) – evidenzia ancora questa pronuncia – se non sussistesse l’art. 141, non abiliterebbe il trasportato “ad esercitare la garanzia assicurativa, che potrebbe essere attivata soltanto dall’assicurato, come di norma nel caso di assicurazione per la responsabilità civile”. Il trasportato, dunque, non è in senso pieno il beneficiario del contratto, bensì “fin quando la vicenda si apprezza soltanto sul piano del regolamento contrattuale assicurativo, è beneficiario nel senso in cui un terzo può esserlo quando il contratto si stipula “a vantaggio del terzo”, nel senso che, senza che il terzo entri nel contratto, la prestazione dedotta nel contratto debba essere eseguita appunto a suo beneficio. Rispetto al contratto il terzo in questione rimane del tutto estraneo al regolamento” per cui non può fruire della normativa posta a vantaggio del consumatore, a differenza della fattispecie del contratto assicurativo stipulato a favore del terzo, che è determinato/determinabile dal contratto e da questo acquisisce i suoi diritti. Al contrario, nella fattispecie di cui si tratta “è solo la legge a prevedere che il terzo trasportato possa esercitare l’azione risarcitoria contro l’assicuratore”. A questo punto, la motivazione sembra estendere più in generale il suo esame del contenuto del diritto del trasportato osservando che “il diritto che egli esercita ha come elemento della fattispecie costitutiva il fatto dannoso, il danno subito e l’esistenza del contratto assicurativo”, ma subito riconduce e riduce tale enunciazione alla impossibilità di qualificazione come contraente-consumatore del trasportato (così si presenta il passo nella sua forma integrale: “Il diritto che egli esercita ha come elemento della fattispecie costitutiva il fatto dannoso, il danno subito e l’esistenza del contratto assicurativo relativamente, ma alla deduzione di tale esistenza egli è legittimato dalla legge e non dal contratto. Per tale ragione egli non può pretendere di rivestire i panni del contraente-consumatore”).

Non si evince, pertanto, da questo primo intervento un inequivoco apporto interpretativo (a parte che, visto il thema decidendum, sarebbe stato soltanto un obiter dictum) in ordine all’aspetto della responsabilità del vettore e alla sua incidenza nel giudizio avviato dal trasportato ai sensi dell’art. 141.

Cinque anni dopo, Cass. sez. 3, 30 agosto 2013 n. 19963 ritorna ad occuparsi del trasportato, affermando che, alla luce della sentenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea 1 dicembre 2011, Churchill Insurance/Wilkinson, dovendosi applicare il principio solidaristico vulneratus ante omnia reficiendus, il proprietario che sia anche trasportato ha diritto, nei confronti del suo assicuratore, al risarcimento del danno alla persona causato dalla circolazione non illegale del mezzo, essendo irrilevante ogni vicenda normativa nazionale e nullo ogni patto che condizioni la copertura del trasportato all’identità del conducente (c.c. clausola di guida esclusiva). Pure in questo intervento il thema decidendum non è pertinente a quello ora in esame, in quanto riguarda il contenuto del contratto assicurativo e non l’interpretazione dell’art. 141. Si osserva comunque fin d’ora che la sentenza Churchill concerne propriamente proprio la clausola attinente alla guida del veicolo, senza indicare nella normativa Eurounitaria una fonte d’obbligo del diritto interno a garantire il trasportato mediante la c.d. no fault rule.

Sopravviene poi Cass. sez. 3, 30 luglio 2015 n. 16181, massimata nel senso che “il terzo trasportato, che si avvalga, ai sensi del D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209, art. 141, dell’azione diretta nei confronti dell’impresa di assicurazioni del veicolo sul quale viaggiava al momento del sinistro, deve provare di avere subito un danno a seguito di quest’ultimo ma non anche le concrete modalità dell’incidente allo scopo di individuare la responsabilità dei rispettivi conducenti, trattandosi di accertamento irrilevante ai fini di cui all’art. 141 cit.”. Se è in qualche misura suggestiva la massima, tuttavia l’effettivo contenuto motivazionale non risulta risolutorio della questione che si sta considerando.

In una causa in cui la persona trasportata era anche la proprietaria della vettura, il giudice d’appello aveva rigettato la domanda ex art. 141, proposta da quest’ultima, sul rilievo che non vi era stata una collisione diretta tra i veicoli coinvolti e che quindi non poteva essere applicata la presunzione di pari responsabilità di cui all’art. 2054 c.c., comma 2; di qui il ricorso della proprietaria trasportata.

Sull’art. 141, la motivazione della sentenza così si esprime: “Il nuovo Codice delle Assicurazioni ha introdotto una novità rilevante prevedendo l’azione diretta del terzo trasportato, danneggiato a seguito del sinistro stradale, nei confronti dell’impresa assicuratrice del veicolo. Lo scopo della norma è quello di fornire al terzo trasportato uno strumento aggiuntivo di tutela, al fine di agevolare il conseguimento del risarcimento del danno nei confronti dell’impresa assicuratrice, risparmiandogli l’onere di dimostrare l’effettiva distribuzione della responsabilità tra i conducenti dei veicoli coinvolti nel sinistro”. Questo in effetti è il nucleo, subito svelato, della pronuncia: chi agisce ex art. 141, non ha onere probatorio sulla “effettiva distribuzione della responsabilità”. Viene dato atto, poi, che la norma “è stata oggetto di numerose critiche da parte della dottrina ed è stata oggetto di censure di legittimità costituzionale” disattese dal giudice delle leggi (si richiama l’ordinanza 23 dicembre 2008 n. 440 della Consulta) il quale ha evidenziato la possibilità di una interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 141 nel senso che si limiti “a rafforzare la posizione del trasportato, considerato soggetto debole, legittimandolo ad agire direttamente anche nei confronti della compagnia assicuratrice del veicolo, senza peraltro togliergli la possibilità di fare valere i diritti derivanti dal rapporto obbligatorio nato dalla responsabilità civile dell’autore del fatto dannoso”. Si rievocano poi i già sopra riportati rilievi di Cass. sez. 3, ord. 12 dicembre 2008 n. 29276 (per cui l’azione in esame ha una fattispecie costitutiva complessa, visto l’art. 122, comma 2, cod. ass., e il trasportato comunque non potrebbe agire in base al contratto assicurativo o alla suddetta norma, lo strumento di tutela essendogli conferito proprio dall’art. 141) e altresì viene citata Cass. sez. 3, 30 agosto 2013 n. 19963 relativa alla (nulla) clausola di guida esclusiva. Di qui si ritorna rapidamente al nucleo della questione, affermando che “alla luce dei principi” espressi dalle pronunce citate “ha errato il giudice di appello nel rigettare la domanda sul rilievo che l’attrice non aveva fornito la prova delle modalità con cui si era svolto l’incidente al fine di individuare la responsabilità dei rispettivi conducenti ed eventualmente di applicare… la presunzione di corresponsabilità di cui all’art. 2054 c. c., comma 2. Tale accertamento è al di fuori della previsione dell’art. 141 Codice delle Assicurazioni in quanto la responsabilità della compagnia assicuratrice del vettore prescinde dall’accertamento della responsabilità dei conducenti dei veicoli coinvolti nel sinistro. In questo modo il Legislatore ha voluto introdurre una disposizione che sembra volta ad impedire la spendita di risorse processuali per l’effettuazione di tale tipo di accertamento (rinviando le questioni relative al regresso al rapporto tra le imprese assicurative coinvolte ai sensi degli artt. 141, quarto comma e 150 del Codice delle assicurazioni)”. Chi aveva agito ex art. 141, nel caso in esame, aveva “provato di aver riportato danni a seguito del sinistro, non essendo contestato dalla società assicuratrice l’incidente”: il ricorso viene pertanto accolto, esprimendo il principio di diritto per cui “in applicazione dell’art. 141 del Codice delle Assicurazioni, il terzo trasportato per essere risarcito dall’impresa di assicurazione del veicolo sul quale era a bordo al momento del sinistro deve fornire la prova di aver subito un danno a seguito del sinistro, ma non delle modalità dell’incidente al fine di individuare la responsabilità dei rispettivi conducenti”.

E’ evidente che questo arresto interpreta, alla fine del suo percorso motivazionale, l’inciso dell’art. 141, di cui soprattutto si avvale l’interpretazione più innovativa dell’articolo stesso, però non in relazione alla sostanza del diritto, bensì allo strumento processuale che concretizza il diritto risarcitorio, in punto di onere di prova: l’attore non è tenuto a dimostrare altro che l’esistenza del sinistro e il danno subito a seguito del sinistro, ma non deve provare le “modalità dell’incidente al fine di individuare la responsabilità dei rispettivi conducenti”. Ciò appunto sul piano processuale è compatibile con entrambe le letture dell’art. 141: è ictu oculi compatibile con la teoria “innovativa” che esclude alcun rilievo alla responsabilità del vettore assoggettando all’obbligo di risarcimento il suo assicuratore anche se questa non sussiste; ma è parimenti compatibile con l’opposta interpretazione, poichè questa grava l’assicuratore, tramite la prova del caso fortuito, della dimostrazione proprio della modalità del sinistro e della discendente collocazione della responsabilità, se – ovviamente – l’assicuratore intende resistere su tale profilo.

Da ultimo, raggruppa in qualche misura gli esiti di tutti questi precedenti nella sua elaborazione motivazionale Cass. sez. 3, ord. 5 luglio 2017 n. 16477, che affronta la questione del sinistro in cui uno dei veicoli coinvolti non sia assicurato, e così è massimata: “In tema di risarcimento del danno da incidente stradale, ed alla stregua di un’interpretazione costituzionalmente orientata del D.Lgs. n. 209 del 2005, art. 141, la persona trasportata può avvalersi dell’azione diretta nei confronti dell’impresa di assicurazioni del veicolo sul quale viaggiava al momento del sinistro anche se quest’ultimo sia stato determinato da uno scontro in cui sia rimasto coinvolto un veicolo non assicurato o non identificato”.

La questione, in effetti, non era particolarmente discutibile. La tutela dei danneggiati nel caso di coinvolgimento nel sinistro di veicoli non assicurati o addirittura rimasti ignoti già nella disciplina anteriore al Codice delle assicurazioni era stata prevista mediante il Fondo di garanzia per le vittime della strada (L. n. 990 del 1969, artt. 19 e 20). Il legislatore del 2005 non ha certo soppresso questa tutela, bensì l’ha dettagliatamente disciplinata (art. 283 e ss. cod.ass.). Difficile quindi era già prima di questa pronuncia sostenere che la posizione del trasportato venisse deteriorata dal coinvolgimento nello scontro di un veicolo ignoto o non assicurato, essendo tanto ragionevole quanto sufficiente attribuire all’impresa designata dal FGVS il ruolo che avrebbe dovuto rivestire l’impresa di assicurazione mancante. Ciò nonostante, l’assicuratore del vettore, nel caso di cui la suddetta ordinanza ha dovuto occuparsi, aveva tentato di fondare proprio su questo un suo argomento di inapplicabilità dell’art. 141, con successo presso il giudice di secondo grado. Di qui il ricorso, accolto

MALASANITA'
MALASANITA’

Cassazione Civile sez. III Sentenza 13/02/2019, n. 4147 REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE TERZA CIVILE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente – Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere – Dott. GRAZIOSI Chiara – rel. Consigliere – Dott. GIANNITI Pasquale – Consigliere – Dott. POSITANO Gabriele – Consigliere – ha pronunciato la seguente: SENTENZA sul ricorso 22662/2016 proposto da: ZURICH INSURANCE PUBLIC LIMITED COMPANY, in persona del procuratore speciale Dott. M.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA MONTE ZEBIO 28, presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE CILIBERTI, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato GIUSEPPE PRENCIPE giusta procura speciale in calce al ricorso; – ricorrente – contro R.E., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA NIZZA 92 PALAZZO TETTAMANTI, presso lo studio dell’avvocato PIETRO MARTIRE, che lo rappresenta e difende giusta procura speciale a margine del controricorso, unitamente all’avvocato RUGGIERO MENNUNI giusta procura speciale in calce all’atto di costituzione di nuovo difensore; D.C.D., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA NIZZA 92, presso lo studio dell’avvocato CARMINE DI PAOLA, che lo rappresenta e difende giusta procura speciale in calce al controricorso; C.J. in proprio e nella sua qualità di esercente la potestà genitoriale sulla figlia minore L.J. elettivamente domiciliata in ROMA VIA NIZZA 24 presso lo studio dell’avvocato CARMINE DI PAOLA, che la rappresenta e difende giusta procura speciale in calce al controricorso e L.D., LO.FI., L.A.R., L.R.V., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA NIZZA 92, presso lo studio dell’avvocato CARMINE DI PAOLA, che li rappresenta e difende giusta procura speciale in calce al controricorso, unitamente all’avvocato PAOLO LIONETTI giusta procura speciale in calce all’atto di costituzione di nuovo difensore; – controricorrenti – e contro D.B.O.D., C.O., I.P., I.G., IO.GR., I.S., I.F., ITALIANA ASSICURAZIONI SPA, MO.VI.; – intimati – Nonchè da: ITALIANA ASSICURAZIONI SPA, in persona del Dirigente del Servizio Affari Legali Dott. N.E.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA MONTE ASOLONE, 8, presso lo studio dell’avvocato MILENA LIUZZI, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato LUIGI ANTONIELLI D’OULX giusta procura speciale in calce al controricorso e ricorso incidentale; – ricorrente incidentale – contro I.P., G.M., I.G., IO.GR., I.S., I.F. tutti eredi ed aventi causa di IO.GI., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA G. NICOTERA 29, presso lo studio dell’avvocato MICHELE GUZZO, rappresentati e difesi dall’avvocato MAURIZIO SAVASTA giusta procura speciale in calce al controricorso; – controricorrenti all’incidentale – Nonchè da: I.P., G.M., I.G., IO.GR., I.S., I.F. tutti eredi ed aventi causa di IO.GI., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA G. NICOTERA 29, presso lo studio dell’avvocato MICHELE GUZZO, rappresentati e difesi dall’avvocato MAURIZIO SAVASTA giusta procura speciale a margine del controricorso e ricorso incidentale; – ricorrenti incidentali – contro R.E., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA NIZZA 92 PALAZZO TETTAMANTI, presso lo studio dell’avvocato PIETRO MARTIRE, che lo rappresenta e difende giusta procura speciale a margine del controricorso notificato il 7/11/2016, unitamente all’avvocato RUGGIERO MENNUNI giusta procura speciale in calce all’atto di costituzione di nuovo difensore; C.J. in proprio e nella sua qualità di esercente la potestà genitoriale sulla figlia minore L.J. elettivamente domiciliata in ROMA VIA NIZZA 24 presso lo studio dell’avvocato CARMINE DI PAOLA, che la rappresenta e difende giusta procura speciale in calce al controricorso e L.D., LO.FI., L.A.R., L.R.V., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA NIZZA 92, presso lo studio dell’avvocato CARMINE DI PAOLA, che li rappresenta e difende giusta procura speciale in calce al controricorso, unitamente all’avvocato PAOLO LIONETTI giusta procura speciale in calce all’atto di costituzione di nuovo difensore; D.C.D., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA NIZZA 92, presso lo studio dell’avvocato CARMINE DI PAOLA, che lo rappresenta e difende giusta procura speciale in calce al controricorso; – controricorrenti all’incidentale – e contro ZURICH INSURANCE PUBLIC LIMITED COMPANY, MO.VI., D.B.O.D., ITALIANA ASSICURAZIONI SPA, C.O., D.B.C.; – intimati – Nonchè da:

trasportato danno fisico grave
trasportato danno fisico grave

C.O. in proprio e quale esercente la potestà sui minori I.M. e I.P. eredi ed aventi causa di IO.GI., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA NIZZA 92 presso lo studio dell’avvocato COSIMO DAMIANO MASTROROSA, che la rappresenta e difende giusta procura in calce alla comparsa di costituzione, unitamente all’avvocato RANIERI RODA giusta procura speciale in calce al controricorso e ricorso incidentale; – ricorrente incidentale – contro I.P., G.M., I.G., IO.GR., I.S., I.F. tutti eredi ed aventi causa di IO.GI., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA G. NICOTERA 29, presso lo studio dell’avvocato MICHELE GUZZO, rappresentati e difesi dall’avvocato MAURIZIO SAVASTA giusta procura speciale in calce al controricorso; – controricorrenti all’incidentale – avverso la sentenza n. 1454/2016 della CORTE D’APPELLO di TORINO, depositata il 16/08/2016; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 07/11/2018 dal Consigliere Dott. CHIARA GRAZIOSI; udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CARDINO Alberto, che ha concluso per l’accoglimento dei motivi 1 e 2 del ricorso principale Zurich; rigetto del ricorso incidentale Italiana Assicurazioni; accoglimento dell’incidentale eredi I.; rigetto dell’incidentale C.; udito l’Avvocato GIUSEPPE CILIBERTI; udito l’Avvocato PAOLO LIONETTI; udito l’Avvocato PIETRO MARTIRE; udito l’Avvocato MENNUNI RUGGERO; udito l’Avvocato RANIERI RODA e MASTROROSA COSIMO; udito l’Avvocato LIUZZI MILENA; udito l’Avvocato MAURIZIO SAVASTA.

FATTI DI CAUSA

  1. A seguito di sinistro stradale avvenuto il (OMISSIS) a (OMISSIS), in cui si erano scontrate una Ford Fiesta – guidata da D.B.C. e di proprietà di D.B.O.D., assicurato con Piemontese S.p.A., poi Italiana Assicurazioni S.p.A. – e un veicolo Rover – guidato da IO.GI., di proprietà di I.P., assicurato con Zurich Assicurazioni S.p.A. (poi divenuta Zurich Insurance Public Limited Company), e sul quale erano trasportati L.C., R.E. e D.C.D. – e in cui decedevano IO.GI. e L.C. e riportavano lesioni R.E. e D.C.D., veniva instaurata una pluralità di cause.

In particolare, Piemontese S.p.A. conveniva davanti al Tribunale di Torino ai sensi dell’art. 140 cod.ass. quelli che riteneva i presumibili danneggiati, mettendo a loro disposizione il suo massimale assicurativo di Euro 800.000 e chiedendo che fossero accertate le percentuali di responsabilità dei due conducenti e fosse liquidato il danno a tutti i danneggiati entro il massimale; in questa causa si costituivano i congiunti di IO.GI., cioè la coniuge C.O. in proprio e quale legale rappresentante dei figli minorenni I.M. e I.P., il padre I.P., la madre G.M., le sorelle I.G., Io.Gr., I.S. e I.F., che proponevano domanda di risarcimento nei confronti della compagnia, di D.B.C. e D.B.O.D.

I trasportati sulla Rover sopravvissuti R.E. e D.C.D. e gli eredi del trasportato deceduto L.C., cioè la moglie C.J., la figlia L.J., e gli ulteriori congiunti Domenico L., L. Angela, Rita L., L.R.V. e Lo.Mu.Fi. agivano davanti al Tribunale di Trani ex art. 141 cod.ass. nei confronti di Zurich Assicurazioni S.p.A. e di I.P.. Avendo il Tribunale di Trani dichiarato la sua incompetenza a favore di quello di Torino, le relative cause venivano poi riassunte davanti a quest’ultimo e in seguito riunite a quella avviata da Piemontese S.p.A.

Con sentenza n. 1454/2016 il Tribunale di Torino dichiarava la responsabilità nella causazione del sinistro di D.B.C. per l’80% e di IO.GI. per il 20%, conseguentemente condannando ai risarcimenti.

Avendo proposto appello principale Zurich Insurance Public Limited Company e appelli incidentali Italiana Assicurazioni S.p.A., R., D., i congiunti di L.C. e i congiunti di IO.GI., la Corte d’appello di Torino, con sentenza del 29 aprile – 16 agosto 2016, accertava la responsabilità al 100% della causazione del sinistro in capo al conducente della Ford Fiesta e condannava negli importi che determinava i D.B. e Italiana Assicurazioni S.p.A. a risarcire tutti i danneggiati, nonchè Zurich Insurance Public Limited Company a risarcire i trasportati sopravvissuti e i congiunti del trasportato deceduto.

  1. Ha presentato ricorso Zurich Insurance Public Limited Company sulla base di tre motivi.

2.1 Il primo motivo denuncia, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione dell’art. 2909 c.c., art. 324 c.p.c., art. 329 c.p.c., comma 2, e art. 342 c.p.c., e omesso accertamento di giudicato interno attinente alla inapplicabilità dell’art. 141 cod. ass. a carico dell’assicuratore del vettore.

Fin dal primo atto difensivo del primo grado la compagnia ora ricorrente avrebbe eccepito che l’incapienza del massimale assicurativo della Ford Fiesta e la sua messa a disposizione da Italiana Assicurazioni senza riserve con l’azione ai sensi dell’art. 140, comma 4, cod. ass. comporterebbero l’inapplicabilità dell’art. 141 cod.ass., per cui verrebbe meno l’onere della compagnia assicuratrice del vettore a risarcire i trasportati a prescindere dall’accertamento della responsabilità. Il Tribunale avrebbe aderito a tale impostazione nella sua sentenza, respingendo la tesi che l’attuale ricorrente avesse l’onere di risarcire i trasportati sulla Rover nonostante la pendenza di giudizio avviato ex art. 140; per questo avrebbe ripartito il massimario di Italiana Assicurazioni fra tutti i danneggiati e limitato la condanna della attuale ricorrente alla quota di responsabilità (20%) del conducente del veicolo da essa assicurato. Tale decisione non sarebbe stata censurata negli appelli incidentali dei trasportati, che avrebbero reclamato maggiori somme dall’attuale ricorrente ma non contestato che la messa a disposizione da parte di Italiana Assicurazioni del massimale a favore di tutti i danneggiati avrebbe fatto venir meno gli oneri previsti dall’art. 141 per la compagnia assicuratrice del vettore I., e perciò avrebbe condotto a una condanna limitata alla percentuale della responsabilità di IO.GI.. Gli appelli incidentali proposti dai congiunti di L.C., dal R. e dal D. avrebbero rimarcato in “esordio di trattazione” di aver agito ai sensi dell’art. 141 cod.ass., e art. 2054 c.c., ma poi lamentato soltanto che la condanna di Italiana Assicurazioni ad accantonare per l’attuale ricorrente la somma di Euro 125.191,15 perchè quest’ultima lo cumulasse con il dovuto per la responsabilità al 20% di IO.GI. avrebbe violato il D.P.R. n. 254 del 2006, art. 13, norma non pertinente. Decidendo l’accantonamento il Tribunale avrebbe confermato l’inapplicabilità dell’art. 141 cod. ass.

2.2 Il secondo motivo denuncia, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione degli artt. 140 e 141 cod. ass.

La corte territoriale, pur avendo accolto l’appello dell’attuale ricorrente in ordine alla mancanza di responsabilità di IO.GI., applicando l’art. 141 cod. ass. l’avrebbe condannata a risarcire i danni ai trasportati entro il massimale minimo di legge dell’epoca del sinistro (Euro 774.685,35), ripartito tale massimale tra i trasportati col coefficiente di divisione 73,8688827%, e avrebbe altresì condannato Italiana Assicurazioni a risarcire i danneggiati per il suo massimale (Euro 800.000) ammettendo al concorso i congiunti di IO.GI. e – per la quota insoddisfatta dall’attuale ricorrente – i trasportati, ripartendo il massimale attribuendo ai trasportati la quota di 87,32714% del danno subito e ai congiunti di IO.GI. la quota di 51,5028094% del danno subito: così avrebbe violato gli artt. 141 e 140 cod. ass, e l’obbligo di riparto del massimale incapiente in ugual misura tra i danneggiati. L’art. 141, non stabilirebbe peraltro un onere dell’assicuratore del vettore a risarcire i trasportati pure nel caso in cui il suo assicurato non è responsabile, bensì soltanto lo delegherebbe a risarcire per conto dell’assicuratore del responsabile civile, nei cui confronti potrebbe rivalersi dopo il pagamento. Inoltre i trasportati insoddisfatti dal massimale minimo potrebbero agire per il residuo risarcimento del danno nei confronti dell’assicuratore del responsabile civile (e quindi anche nei confronti dell’assicuratore del vettore se il vettore è responsabile o corresponsabile civile) qualora il massimale sia superiore al minimo di legge. Non sussisterebbe alcuna responsabilità oggettiva, e infatti l’art. 141, non è applicabile in ipotesi di caso fortuito. Nell’art. 141, si rinverrebbe, invece, una delegazione di pagamento: e infatti l’assicuratore del responsabile civile potrebbe non solo intervenire nel giudizio, ma altresì, previo riconoscimento della responsabilità del suo assicurato, far estromettere l’assicuratore del vettore; e l’intervento con tale riconoscimento della responsabilità del suo assicurato libererebbe da ogni onere l’assicuratore del vettore. La Corte d’appello avrebbe pretermesso l’inciso, presente nell’art. 141, comma 1, “fermo restando quanto previsto dall’art. 140”. Se vi è un massimale incapiente, tutti i danneggiati avrebbero diritto a parità nel riparto (con riduzione proporzionale ai sensi dell’art. 140, comma 1); la corte territoriale avrebbe violato la disciplina normativa, quindi, attribuendo oltre l’87% ai trasportati e solo il 52% ai congiunti di IO.GI.. Comunque la subordinazione dell’art. 141, all’art. 140, comporterebbe che, in caso di rischio di incapienza del massimale, il risarcimento di tutti i danneggiati dovrebbe essere effettuato in un unico processo (l’art. 144 cod. ass. prevederebbe litisconsorzio necessario), per cui, qualora sia incapiente il massimale dell’assicuratore del responsabile civile, vi sia una pluralità di danneggiati e sia messo a disposizione il massimale ai sensi dell’art. 140, comma 4, l’art. 141, sarebbe inapplicabile perchè i trasportati dovrebbero essere risarciti nel giudizio di risarcimento di tutti i danneggiati, ex art. 140, comma 4; e in tale giudizio la condanna dell’assicuratore del vettore non potrebbe essere pronunciata in forza dell’art. 141, ma solo se il vettore fosse responsabile o corresponsabile, ex art. 140. Quindi la corte territoriale avrebbe violato l’art. 141, che avrebbe dovuto ritenere inapplicabile avendo Italiana Assicurazioni messo a disposizione il massimale ai sensi dell’art. 140, comma 4, per cui l’oggetto del giudizio sarebbe stato solo l’accertamento della quota di responsabilità di IO.GI.. Una volta esclusa ogni responsabilità di quest’ultimo, l’attuale ricorrente sarebbe stata assolta da ogni responsabilità risarcitoria.

2.3 Il terzo motivo denuncia, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione dell’art. 141 cod. ass. per avere il giudice d’appello condannato l’attuale ricorrente a versare il massimale minimo di legge (Euro 774.685,35) e altresì condannato Italiana Assicurazioni a corrispondere ai danneggiati tutto il suo massimale (Euro 800.000) anzichè solo l’eccedenza tra esso e il minimo di legge posto dall’art. 141 a carico dell’assicuratore del vettore: il che impedirebbe all’attuale ricorrente di agire utilmente in rivalsa nei confronti di Italiana Assicurazioni ex art. 141, comma 4, poiché questa dovrebbe pagare tutto il massimale ai danneggiati, così esaurendo ogni sua obbligazione nei confronti di Zurich Insurance: da ciò insorgerebbe l’interesse di quest’ultima ad impugnare. L’accoglimento del motivo presupporrebbe ritenere applicabile nel caso di specie l’art. 141, e non l’art. 140, come invece sosterrebbe il precedente motivo, che, se accolto, assorbirebbe questo.

Il giudice d’appello, a pagina 22 della sentenza, affermerebbe che, anche se è stata effettuata la riunione delle cause, ogni causa resta autonoma, per cui le domande dei soggetti trasportati proposte nei confronti di Zurich Insurance ex art. 141 non sarebbero assorbite dalla messa a disposizione del massimale di Italiana Assicurazioni ai sensi dell’art. 140, comma 4; e dall’art. 141, comma 1, risulterebbe che, se il massimale minimo è insufficiente a risarcire i trasportati, questi possono chiedere il risarcimento del danno residuo all’assicuratore del responsabile civile se il massimale di quest’ultimo supera il minimo di legge, come sarebbe in questo caso, per cui i trasportati concorrono sul massimale di Italiana Assicurazioni con i congiunti di IO.GI. per il residuo risarcimento. In tal modo il giudice d’appello sarebbe incorso in errore: Italiana Assicurazioni avrebbe dovuto risarcire solo per l’eccedenza del suo massimale (Euro 800.000) rispetto al minimo di legge per cui sarebbe stata condannata l’attuale ricorrente. La corte territoriale avrebbe errato anche in ordine alla rivalsa tra le due compagnie assicuratrici, definendola un aspetto interno qui non rilevante.

  1. Si è difesa con controricorso Italiana Assicurazioni S.p.A., che ha presentato pure ricorso incidentale basato su un unico motivo denunciante, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c.

Il giudice d’appello avrebbe respinto la domanda di condanna per mala gestio di Italiana Assicurazioni, affermando che essa non poteva “diversamente agire”. Nonostante ciò avrebbe rigettato le sue doglianze mosse alla sentenza di primo grado, laddove Italiana Assicurazioni venne condannata a rifondere le spese del giudizio ai congiunti di IO.GI. per il principio di soccombenza, ritenendo irrilevante che fosse stata Italiana Assicurazioni ad avviare la causa: pertanto avrebbe confermato la condanna alle spese del primo grado e condannato l’attuale ricorrente pure a rifondere le spese del secondo. Invece il concetto di soccombenza avrebbe dovuto essere rapportato alla domanda, proposta da Italiana Assicurazioni, che in ambedue i gradi sarebbe stata accolta: i danneggiati pertanto sarebbero i soccombenti, che “con il loro comportamento preprocessuale” (consistente nel mancato raggiungimento di un accordo) avrebbero resa necessaria l’azione. Si chiede dunque l’eliminazione della condanna alle spese, essendo state violate le norme invocate in rubrica.

  1. Si sono difesi con controricorso G.M., I.P., I.G., Io.Gr., I.S. e I.F., anch’essi presentando ricorso incidentale affidato a un unico motivo: violazione, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, dell’art. 112 c.p.c., nonchè violazione, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, dell’art. 141 cod. ass., artt. 2054 e 2055 c.c.

La corte territoriale, “pur confermando l’individualità” dei giudizi riuniti, avrebbe ripartito il quantum da risarcire tra i massimali delle due compagnie assicuratrici: e così, pur partendo da premesse corrette, avrebbe ripartito le somme in modo illegittimo. Infatti, avrebbe accolto la domanda proposta dai trasportati ex art. 141 cod. ass. riconoscendo loro complessivamente l’importo di Euro 1.083.000, importo già determinato dal primo giudice, e derivato dalla sommatoria dei singoli danni da risarcire ai singoli trasportati. Tale importo corrisponde al 73,8688827% del massimale di legge garantito dall’assicuratore del vettore, Zurich Insurance. Correttamente la corte avrebbe affermato che la rivalsa tra le due compagnie è questione interna ai loro rapporti e che le domande dei trasportati nei confronti dell’assicuratore del vettore ex art. 141 cod.ass. non sono assorbite dalla messa a disposizione del massimale da parte di Italiana Assicurazioni ex art. 140 cod.ass. Peraltro, constatato che il massimale dell’assicuratore del vettore non era stato sufficiente a risarcire i danni patiti dai trasportati, la corte avrebbe erroneamente applicato l’art. 141, u.c., affermando la concorrenza dei trasportati per il loro residuo risarcitorio con gli eredi di IO.GI. nella ripartizione del massimale di Italiana Assicurazioni. Da ciò sarebbe derivata un’ulteriore riduzione del risarcimento degli eredi di IO.GI. poiché le sentenze di primo e di secondo grado avrebbero loro riconosciuto un danno ulteriore al massimale – Euro 1.200.000 rispetto a un massimale di Euro 800.000 -; ma sarebbe stato alla fine riconosciuta soltanto una percentuale complessiva del 51,5028094% per concorso (per il residuo 30% del loro risarcimento – Euro 308.132,32 – non coperto dal massimale dell’assicuratore del vettore) dei trasportati, pur non avendo mai nessuno dei trasportati chiesto di concorrere con il massimale di Italiana Assicurazioni. I trasportati nel giudizio avviato da Italiana Assicurazioni dinanzi al Tribunale di Torino avrebbero chiesto la propria estromissione; e nei giudizi pugliesi, poi riassunti a Torino, avrebbero chiesto solo la condanna dell’assicuratore del vettore ex art. 141 cod. ass. e, in subordine, ex artt. 2054 e 2055 c.c., nel caso di accertamento di corresponsabilità per ottenere il risarcimento oltre il massimale di legge (il massimale contrattuale sarebbe stato Euro 1.500.000); non avrebbero mai invocato l’art. 141, u.c., o esplicato tale facoltà, sostenendo soltanto che, in caso di corresponsabilità, avrebbero avuto diritto a ricevere da Zurich Insurance il risarcimento dell’intero danno. Pertanto, avendo il giudice d’appello escluso la corresponsabilità di conducenti dei veicoli, i terzi trasportati avrebbero potuto ottenere solo il massimale di legge e non invece accedere pure al massimale di Italiana Assicurazioni, che non sarebbe stata parte nel loro giudizio. E comunque avrebbero potuto pretendere il risarcimento solo nella somma eccedente il massimale di legge, cioè circa Euro 25.000, e non per Euro 308.313,32. La corte territoriale avrebbe quindi creato tale estensione con una interpretazione ultra petita, trasformando la facoltà concessa dall’art. 141, u.c., in una domanda, “mai esperita da alcuno”. Ne consegue che, estendendo il risarcimento al massimale di Italiana Assicurazioni, il giudice d’appello avrebbe violato l’art. 112 c.p.c., rendendo nulla la sentenza nella parte in cui concede ai soggetti trasportati di concorrere nel massimale di Italiana Assicurazioni.

  1. Si è difesa, in proprio e quale legale rappresentante dei figli minorenni I.M. e I.P., C.O., che pure ha presentato ricorso incidentale, articolato in tre motivi.

5.1 Il primo motivo denuncia violazione dell’art. 112 c.p.c., che sarebbe stata commessa nella sentenza di primo grado laddove avrebbe esteso “le richieste risarcitorie del massimale della Piemontese a tutti i danneggiati seppure non avessero proposto espressamente domanda”. Si denuncia altresì omesso esame del giudice d’appello di tale eccezione, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Il primo motivo dell’appello incidentale dell’attuale ricorrente avrebbe assorbito “tutti gli altri profili di doglianza”, sia dell’appellante principale sia degli altri “convenuti”. La riunione delle cause ne avrebbe lasciato inalterato il petitum: la domanda di accertamento della responsabilità ai sensi dell’art. 2054 c.c., insieme a quella ai sensi dell’art. 141 cod. ass., avrebbe “il solo effetto di poter superare il massimale di legge in danno della Zurich”. Ciò sarebbe stato riconosciuto anche dal primo giudice, che però avrebbe poi cumulato le differenti domande e i diversi massimali; invece la responsabilità di IO.GI. e di Zurich Insurance andrebbe ricondotta “sia nell’alveo di quella contrattuale che di quella extracontrattuale, nonchè nell’alveo della speciale normativa” di cui all’art. 141; e il massimale di Italiana Assicurazioni sarebbe soltanto a favore degli eredi di IO.GI., che sarebbero stati gli unici a proporre la relativa domanda. Il Tribunale non avrebbe neanche tenuto conto dell’aspetto processuale, e cioè che la causa promossa dall’allora Piemontese, governata dal rito del lavoro, sarebbe già stata all’epoca della riunione in fase di chiusura dell’istruttoria – e in essa non si sarebbero costituiti nè i D.B. nè Zurich Insurance mentre negli altri giudizi promossi dai terzi trasportati si sarebbe raggiunta soltanto la fase di concessione dei termini di cui all’art. 183 c.p.c.. Comunque si sarebbe verificata una commistione delle domande, con violazione dell’art. 112 c.p.c., nel senso di ultrapetizione. Solo nelle precisate conclusioni – e quindi inammissibilmente – i trasportati avrebbero chiesto il risarcimento pure nei confronti di Piemontese, onde vi sarebbe stato un illegittimo cumulo del massimale e una conseguente illegittima riduzione del risarcimento ai ricorrenti, e il giudice d’appello non si sarebbe pronunciato sul punto.

5.2 Il secondo motivo denuncia violazione dell’art. 2909 c.c., art. 324 c.p.c., art. 329 c.p.c., comma 2, e art. 342 c.p.c., nonchè omesso accertamento di giudicato interno in ordine all’applicabilità al caso in esame dell’art. 141 cod.ass., artt. 2054 e 2055 c.c., a carico dell’assicuratore del vettore.

Ciò viene presentato come motivo del ricorso principale di Zurich Insurance, per poi affermare che, dopo la pronuncia della sentenza di primo grado, Italiana Assicurazioni avrebbe dovuto pagare il suo massimale di Euro 800.000 e Zurich Insurance il 20% del risarcimento dei danni “complessivamente quantificati”; ma la corte territoriale, esclusa la corresponsabilità di IO.GI., avrebbe condannato Zurich Insurance a pagare soltanto ai trasportati il massimale minimo di legge, così interpretando l’art. 141, in modo diverso dal primo giudice che avrebbe invece condannato Zurich Insurance anche ai sensi degli artt. 2054 e 2055 c.c., senza che fosse stato poi presentato gravame sul punto, venendo così violato il giudicato interno. Il che avrebbe portato a una ulteriore riduzione del risarcimento agli eredi di IO.GI., e quindi pure ad un error in procedendo ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

5.3 Il terzo motivo denuncia violazione e/o falsa applicazione dell’art. 91 c.p.c., e del D.M. n. 55 del 2014.

La corte territoriale avrebbe omesso di liquidare le spese del secondo grado al difensore antistatario (dichiaratosi tale nelle “seconde memorie conclusionali”) degli attuali ricorrenti, non tenendo in conto che gli eredi di IO.GI., “in corso di causa”, si sarebbero divisi. Dapprima sarebbero stati tutti difesi dall’avvocato Savaste (anch’egli antistatario), successivamente C.O. e i suoi figli minorenni dall’avvocato Mastrorosa. Il giudice d’appello non avrebbe distinto le competenze del precedente difensore da quelle di quest’ultimo, che avrebbe difeso la C. e i suoi figli nell’udienza di discussione e avrebbe redatto le due memorie conclusionali.

Comunque i compensi non sarebbero stati liquidati in rispetto del decreto ministeriale invocato in rubrica: viene prospettato un calcolo diverso per giungere ad un totale di Euro 8813,50 per le attività dell’avvocato Mastrorosa, lamentando quindi una riduzione inferiore al minimo, e affermando che il minimo e il massimo dettati dal decreto ministeriale non sono vincolanti ma che non è legittima “una mera decisione arbitraria” non sorretta da motivazione.

  1. I congiunti di L.C. hanno presentato un controricorso avverso il ricorso principale e un altro controricorso avverso il ricorso incidentale dei congiunti di IO.GI. Il D. ha presentato controricorso avverso il ricorso principale e un altro controricorso avverso il ricorso incidentale dei congiunti di IO.GI.. Il R. si è difeso con controricorso dal ricorso incidentale dei congiunti di IO.GI.. Infine i genitori e le sorelle di IO.GI. si sono difesi con controricorso avverso i ricorsi incidentali di Italiana Assicurazioni e di C.O.. Italiana Assicurazioni, infine, ha depositato anche memoria.

RAGIONI DELLA DECISIONE

  1. In primis deve essere esaminato il ricorso principale.

7.1 I primi due motivi, a ben guardare, pur espandendosi – ed entro certi limiti talora confondendosi – in una variegata pluralità di argomenti, meritano vaglio congiunto perchè vertono, nel loro effettivo nucleo, sulla interpretazione dell’art. 141 cod.ass. in riferimento alla fattispecie di totale assenza di responsabilità verso il trasportato da parte del vettore.

Nel caso in esame, come si è sintetizzato, si è svolta una complessa vicenda processuale, in cui, in particolare, i trasportati superstiti del sinistro e i congiunti del trasportato che vi è deceduto hanno agito nei confronti della compagnia assicuratrice del vettore – l’attuale ricorrente principale – ai sensi, appunto, dell’art. 141, pur avendoli l’assicuratore dell’altro veicolo convenuti quali litisconsorti necessari nella causa da esso stesso avviata ex art. 140, ove non hanno proposto domande. Riunite tutte le cause e compiuti i due gradi di merito, si è conformata, in punto di fatto, una situazione di accertamento di responsabilità del sinistro esclusiva in capo al conduttore dell’altro veicolo, e quindi – mentre in primo grado gli era stata attribuita una corresponsabilità del 20% – di assenza di responsabilità del conduttore del veicolo in cui si trovavano di trasportati, e quindi di assenza di responsabilità del relativo proprietario, assicurato con la ricorrente. Nella sostanza, pertanto, questa adduce che non avrebbe dovuto essere pronunciata nei suoi confronti alcuna condanna, e ciò anche perché, nella concreta situazione, non avrebbe neppure la possibilità di recuperare con azione di rivalsa quel che verrebbe a corrispondere dalla compagnia assicuratrice del responsabile del sinistro, la quale deve qui corrispondere tutto il suo massimale ai danneggiati.

Si è dinanzi ad un caso peculiare, derivato dalla scelta (non illegittima, peraltro: la legge non impone ai trasportati convenuti in un giudizio ex art. 140 cod. ass. di rinunciare allo strumento specifico loro concesso dall’art. 141 cod. ass.: esservi parti per litisconsorzio necessario non significa esservi obbligati a proporre domande) dei trasportati, pur convenuti in una causa ex art. 140, promossa dalla compagnia assicuratrice dell’altro veicolo, di agire verso l’assicuratore del loro vettore per ottenerne il risarcimento dei danni che sarebbero derivati dallo stesso sinistro. E un tale caso rende ineludibile affrontare proprio il centro dell’art. 141, che ha suscitato vivaci attenzioni dottrinali ma, finora, a livello nomofilattico, non è stato considerato ex professo, essendosi formata una giurisprudenza attinente soltanto ad alcuni profili specifici, come si verrà in seguito a illustrare.

7.2 L’art. 141 prevede, invero, quella che al suo comma 3, definisce “azione diretta…nei confronti dell’impresa di assicurazione del veicolo sul quale il danneggiato era a bordo”. Si tratta, evidentemente, di una fattispecie differente da quella prevista dall’art. 140: quest’ultima riguarda la posizione della “impresa di assicurazione” di chi viene definito genericamente “responsabile” del sinistro rispetto a una pluralità di danneggiati, pure questi intesi in senso generico, regolando la norma i diritti di questi ultimi verso la compagnia e, al quarto comma,come questa possa conseguire un effetto liberatorio verso di loro. E’ ovvio che pure nell’art. 140 sia configurata un’azione qualificabile generale – e azione diretta, come già avveniva nella normativa precedente: L. 24 dicembre 1969, n. 990, art. 18 – esercitabile dal danneggiato nei confronti dell’impresa di assicurazione; essendo questa, nella prospettazione di parte attrice, l’assicuratrice del responsabile civile, sussiste litisconsorzio necessario nei confronti del preteso responsabile (art. 144, comma 3, cod. ass.), la prescrizione è la stessa che confina pure l’azione verso il danneggiante (art. 144, comma 4) e sussiste litisconsorzio necessario rispetto a tutti i danneggiati (art. 140, comma 4).

Anche quella dell’art. 141, si ripete, è un’azione diretta, ma naturalmente non coincide con l’azione diretta del danneggiato lato sensu di cui al combinato disposto degli artt. 140 e 144. Per comprendere la sua specificità occorre, logicamente, individuare quale è in essa il fondamento della pretesa attorea: in altri termini, se il terzo trasportato ha diritto al risarcimento del danno “dall’impresa di assicurazione del veicolo sul quale era a bordo al momento del sinistro entro il massimale minimo di legge” solo (salve imprevedibili situazioni eccezionali) per la sua qualità di trasportato oppure se fatto costitutivo del suo diritto risarcitorio è pure la responsabilità del sinistro – totale o parziale – del vettore assicurato.

Così dell’art. 141, recita il comma 1: “Salva l’ipotesi di sinistro cagionato da caso fortuito, il danno subito dal terzo trasportato è risarcito dall’impresa di assicurazione del veicolo sul quale era a bordo al momento del sinistro entro il massimale minimo di legge, fermo restando quanto previsto dall’art. 140, a prescindere dall’accertamento della responsabilità dei conducenti dei veicoli coinvolti nel sinistro, fermo il diritto al risarcimento dell’eventuale maggior danno nei confronti dell’impresa di assicurazione del responsabile civile, se il veicolo di quest’ultimo è coperto per un massimale superiore a quello minimo”. Indicata poi la proposizione diretta dell’azione da parte del trasportato nei confronti dell’assicuratore del veicolo trasportante al secondo comma, e imposti i termini di cui all’art. 145 nel primo periodo del terzo comma, in quest’ultimo altresì si enuncia: “L’impresa di assicurazione del responsabile civile può intervenire nel giudizio e può estromettere l’impresa di assicurazione del veicolo, riconoscendo la responsabilità del proprio assicurato”. E infine, stabilisce il comma 4: “L’impresa di assicurazione che ha effettuato il pagamento ha diritto di rivalsa nei confronti dell’impresa di assicurazione del responsabile civile nei limiti ed alle condizioni previste dall’art. 150”.

La L. n. 990 del 1969, art. 18, è indubbiamente il capostipite di quanto è stato scisso, nel Codice delle assicurazioni, appunto nell’art. 140, e art. 141: al comma 1, si ricorda, prevedeva a favore del danneggiato “azione diretta per il risarcimento del danno nei confronti dell’assicuratore” entro il massimale (così progredendo nella tutela della vittima rispetto al codice civile, che avrebbe necessariamente interposto il rapporto processuale con il danneggiante per l’estraneità del danneggiato dal contratto assicurativo), e al secondo, tra l’altro, regolava il “diritto di rivalsa verso l’assicurato” dell’assicuratore.

7.3 Il divario insorto tra l’impostazione generalista, per così dire, della sintetica norma originaria, e quella specificante/differenziante adottata dal legislatore del 2005 tramite la coppia di azioni risarcitorie degli artt. 140 e 141, ha spinto taluni fra gli interpreti a potenziare in massima misura l’apporto del novum, il che ha però condotto ad una intensa discussione sul significato della norma più evidentemente “aggiunta” al sistema precedente, cioè l’art. 141.

Un’ampia dottrina ha inteso svincolare, tramite l’art. 141, il diritto risarcitorio verso l’assicuratore del danneggiato nella species di trasportato da ogni aspetto di responsabilità dell’assicurato vettore, ravvisando in effetti nel sistema una vera e propria no fault rule in cui il “caso fortuito” posto come limite all’incipit del comma 1, è stato confinato agli eventi naturali imprevedibili (rimanendo nella terminologia anglosassone, i c.d. Acts of God).

L’impulso precipuo per una simile lettura parrebbe consistere nel “trattenere” un’occasione di incremento del grado di tutela della vittima che si potrebbe inserire in un complessivo orientamento sistemico, e quindi nell’identificare direttamente in tale incremento la ratio della norma e nel qualificare atrofia degli effetti discendenti dalla ratio stessa il mantenimento di un limite di allocazione del rischio, id est di un freno dell’evoluzione oggettivizzante della responsabilità dell’impresa di assicurazione.

Si adduce, allora, per sorreggere la lettura in tal senso più innovativa dell’art. 141, che l’inclusione delle condotte umane nel caso fortuito costituirebbe di questo un’interpretazione estensiva, la quale peraltro verrebbe a imporre al trasportato gli stessi oneri probatori che lo graverebbero se avesse agito ex art. 140, ovvero la dimostrazione della responsabilità civile nella causazione dell’incidente del soggetto assicurato con la compagnia convenuta. Inoltre, una lettura del caso fortuito non “sartoriale” a questa fattispecie non sarebbe coerente con la radicale diversità delle norme del codice civile che fanno espresso riferimento al caso fortuito (gli artt. 2051 e 2052 c.c.) e condurrebbe ad una sorta di duplicazione dell’art. 2054 c.c., comma 1.

La dottrina “innovativa” attinge pure dall’art. 141, comma 3, laddove è previsto che l’assicuratore “del responsabile civile” può intervenire nel giudizio ex art. 141, ed estromettere l’assicuratore del vettore, “riconoscendo la responsabilità del proprio assicurato”.

Questo dimostrerebbe una contrapposizione tra il ruolo del vettore, e quindi della sua compagnia, e il ruolo del responsabile del sinistro, e a sua volta della sua compagnia; e al tempo stesso viene inteso come possibilità – ma non obbligo – di estromettere l’assicuratore del vettore se responsabile è l’assicurato dell’altra impresa intervenuta (che appunto – recita la norma – “può estromettere”), così da confermare che l’assicuratore del vettore ha sempre, a parte il caso fortuito delineato ad hoc, obbligo risarcitorio verso il trasportato danneggiato.

Un’altra lettura, invece, fa perno proprio sul caso fortuito indicato dall’incipit del comma 1, adducendo che in tale concetto giuridico è sempre stata inclusa la condotta umana, come più volte confermato dalla giurisprudenza di legittimità. Sostenendo, quindi, che anche nell’art. 141 il vettore deve avere una qualche responsabilità affinché il suo assicuratore sia obbligato al risarcimento, questa dottrina lamenta proprio che l’opposta interpretazione viene a gravare l’assicuratore del vettore di una responsabilità oggettiva – non conferita tra l’altro al suo assicurato – e che tale oggettività non verrebbe meno neppure attribuendogli una funzione di sostituto processuale dell’assicuratore del responsabile, poichè il regresso è comunque un’azione ordinaria, ex art. 1299 c.c., e quindi applicabile anche a prescindere dall’art. 141, comma 4.

Dal punto di vista letterale, in sintesi, il nucleo delle rispettive letture è identificabile per quella innovativa nell’inciso “a prescindere dall’accertamento della responsabilità dei conducenti dei veicoli coinvolti nel sinistro”, e per quella contenitiva nell’inciso “salva l’ipotesi di sinistro cagionato dal caso fortuito”: entrambe dunque rinvengono il proprio “asso” testuale nell’ambito dell’art. 141, comma 1.

7.4 La giurisprudenza nomofilattica, per quanto concerne gli arresti massimati (non emergendone peraltro di rilievo tra i non massimati), come già si è anticipato ha vagliato soltanto alcuni aspetti non “centrali” – pur se talora non privi di significanza – dell’art. 141.

Si parte da Cass. sez. 3, ord. 12 dicembre 2008 n. 29276, che considera la disposizione in ordine a un regolamento di competenza per escludere che il terzo trasportato legittimato ad azione diretta ex art. 141, verso l’assicuratore del vettore “rivesta la qualifica di consumatore” e possa quindi avvalersi del relativo foro ex art. 33, lett. u), cod. ass., “in quanto estraneo al regolamento negoziale assicurativo e conseguentemente non qualificabile come “beneficiario” della polizza” (così nella massima).

Il quesito che concludeva il ricorso chiedeva se, appunto, il trasportato è da considerare consumatore (essendo beneficiario della polizza) nel caso in cui agisce ex art. 141, nei confronti dell’assicuratore del vettore, e “ciò a prescindere dalle responsabilità del sinistro”. L’arresto non approfondisce quest’ultimo profilo, e fonda l’esclusione della qualità di consumatore sul fatto che il trasportato riceve la sua legittimazione ad agire contro l’assicuratore direttamente dalla legge e non dal contratto. Rileva in motivazione che l’azione ex art. 141, presenta come costitutiva “una fattispecie complessa”, derivante “anzitutto dall’avere il trasportato a qualsiasi titolo (art. 122, comma 2, del D.Lgs.) subito un danno per un illecito da circolazione in occasione del trasporto sul veicolo e, quindi, dall’essersi verificato tale illecito. In riferimento a tale illecito è la legge che all’art. 122, comma 2, del D.Lgs. prevede che l’assicurazione obbligatoria debba comprendere anche la copertura di tale danno e tale copertura sussiste quale che sia il titolo di responsabilità nel rapporto fra trasportato e proprietario o conducente del veicolo”. Peraltro l’art. 122, comma 2, cod. ass. (“L’assicurazione comprende la responsabilità per i danni alla persona causati ai trasportati, qualunque sia il titolo in base al quale è effettuato il trasporto”) – evidenzia ancora questa pronuncia – se non sussistesse l’art. 141, non abiliterebbe il trasportato “ad esercitare la garanzia assicurativa, che potrebbe essere attivata soltanto dall’assicurato, come di norma nel caso di assicurazione per la responsabilità civile”. Il trasportato, dunque, non è in senso pieno il beneficiario del contratto, bensì “fin quando la vicenda si apprezza soltanto sul piano del regolamento contrattuale assicurativo, è beneficiario nel senso in cui un terzo può esserlo quando il contratto si stipula “a vantaggio del terzo”, nel senso che, senza che il terzo entri nel contratto, la prestazione dedotta nel contratto debba essere eseguita appunto a suo beneficio. Rispetto al contratto il terzo in questione rimane del tutto estraneo al regolamento” per cui non può fruire della normativa posta a vantaggio del consumatore, a differenza della fattispecie del contratto assicurativo stipulato a favore del terzo, che è determinato/determinabile dal contratto e da questo acquisisce i suoi diritti. Al contrario, nella fattispecie di cui si tratta “è solo la legge a prevedere che il terzo trasportato possa esercitare l’azione risarcitoria contro l’assicuratore”. A questo punto, la motivazione sembra estendere più in generale il suo esame del contenuto del diritto del trasportato osservando che “il diritto che egli esercita ha come elemento della fattispecie costitutiva il fatto dannoso, il danno subito e l’esistenza del contratto assicurativo”, ma subito riconduce e riduce tale enunciazione alla impossibilità di qualificazione come contraente-consumatore del trasportato (così si presenta il passo nella sua forma integrale: “Il diritto che egli esercita ha come elemento della fattispecie costitutiva il fatto dannoso, il danno subito e l’esistenza del contratto assicurativo relativamente, ma alla deduzione di tale esistenza egli è legittimato dalla legge e non dal contratto. Per tale ragione egli non può pretendere di rivestire i panni del contraente-consumatore”).

Non si evince, pertanto, da questo primo intervento un inequivoco apporto interpretativo (a parte che, visto il thema decidendum, sarebbe stato soltanto un obiter dictum) in ordine all’aspetto della responsabilità del vettore e alla sua incidenza nel giudizio avviato dal trasportato ai sensi dell’art. 141.

Cinque anni dopo, Cass. sez. 3, 30 agosto 2013 n. 19963 ritorna ad occuparsi del trasportato, affermando che, alla luce della sentenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea 1 dicembre 2011, Churchill Insurance/Wilkinson, dovendosi applicare il principio solidaristico vulneratus ante omnia reficiendus, il proprietario che sia anche trasportato ha diritto, nei confronti del suo assicuratore, al risarcimento del danno alla persona causato dalla circolazione non illegale del mezzo, essendo irrilevante ogni vicenda normativa nazionale e nullo ogni patto che condizioni la copertura del trasportato all’identità del conducente (c.c. clausola di guida esclusiva). Pure in questo intervento il thema decidendum non è pertinente a quello ora in esame, in quanto riguarda il contenuto del contratto assicurativo e non l’interpretazione dell’art. 141. Si osserva comunque fin d’ora che la sentenza Churchill concerne propriamente proprio la clausola attinente alla guida del veicolo, senza indicare nella normativa Eurounitaria una fonte d’obbligo del diritto interno a garantire il trasportato mediante la c.d. no fault rule.

Sopravviene poi Cass. sez. 3, 30 luglio 2015 n. 16181, massimata nel senso che “il terzo trasportato, che si avvalga, ai sensi del D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209, art. 141, dell’azione diretta nei confronti dell’impresa di assicurazioni del veicolo sul quale viaggiava al momento del sinistro, deve provare di avere subito un danno a seguito di quest’ultimo ma non anche le concrete modalità dell’incidente allo scopo di individuare la responsabilità dei rispettivi conducenti, trattandosi di accertamento irrilevante ai fini di cui all’art. 141 cit.”. Se è in qualche misura suggestiva la massima, tuttavia l’effettivo contenuto motivazionale non risulta risolutorio della questione che si sta considerando.

In una causa in cui la persona trasportata era anche la proprietaria della vettura, il giudice d’appello aveva rigettato la domanda ex art. 141, proposta da quest’ultima, sul rilievo che non vi era stata una collisione diretta tra i veicoli coinvolti e che quindi non poteva essere applicata la presunzione di pari responsabilità di cui all’art. 2054 c.c., comma 2; di qui il ricorso della proprietaria trasportata.

Sull’art. 141, la motivazione della sentenza così si esprime: “Il nuovo Codice delle Assicurazioni ha introdotto una novità rilevante prevedendo l’azione diretta del terzo trasportato, danneggiato a seguito del sinistro stradale, nei confronti dell’impresa assicuratrice del veicolo. Lo scopo della norma è quello di fornire al terzo trasportato uno strumento aggiuntivo di tutela, al fine di agevolare il conseguimento del risarcimento del danno nei confronti dell’impresa assicuratrice, risparmiandogli l’onere di dimostrare l’effettiva distribuzione della responsabilità tra i conducenti dei veicoli coinvolti nel sinistro”. Questo in effetti è il nucleo, subito svelato, della pronuncia: chi agisce ex art. 141, non ha onere probatorio sulla “effettiva distribuzione della responsabilità”. Viene dato atto, poi, che la norma “è stata oggetto di numerose critiche da parte della dottrina ed è stata oggetto di censure di legittimità costituzionale” disattese dal giudice delle leggi (si richiama l’ordinanza 23 dicembre 2008 n. 440 della Consulta) il quale ha evidenziato la possibilità di una interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 141 nel senso che si limiti “a rafforzare la posizione del trasportato, considerato soggetto debole, legittimandolo ad agire direttamente anche nei confronti della compagnia assicuratrice del veicolo, senza peraltro togliergli la possibilità di fare valere i diritti derivanti dal rapporto obbligatorio nato dalla responsabilità civile dell’autore del fatto dannoso”. Si rievocano poi i già sopra riportati rilievi di Cass. sez. 3, ord. 12 dicembre 2008 n. 29276 (per cui l’azione in esame ha una fattispecie costitutiva complessa, visto l’art. 122, comma 2, cod. ass., e il trasportato comunque non potrebbe agire in base al contratto assicurativo o alla suddetta norma, lo strumento di tutela essendogli conferito proprio dall’art. 141) e altresì viene citata Cass. sez. 3, 30 agosto 2013 n. 19963 relativa alla (nulla) clausola di guida esclusiva. Di qui si ritorna rapidamente al nucleo della questione, affermando che “alla luce dei principi” espressi dalle pronunce citate “ha errato il giudice di appello nel rigettare la domanda sul rilievo che l’attrice non aveva fornito la prova delle modalità con cui si era svolto l’incidente al fine di individuare la responsabilità dei rispettivi conducenti ed eventualmente di applicare… la presunzione di corresponsabilità di cui all’art. 2054 c. c., comma 2. Tale accertamento è al di fuori della previsione dell’art. 141 Codice delle Assicurazioni in quanto la responsabilità della compagnia assicuratrice del vettore prescinde dall’accertamento della responsabilità dei conducenti dei veicoli coinvolti nel sinistro. In questo modo il Legislatore ha voluto introdurre una disposizione che sembra volta ad impedire la spendita di risorse processuali per l’effettuazione di tale tipo di accertamento (rinviando le questioni relative al regresso al rapporto tra le imprese assicurative coinvolte ai sensi degli artt. 141, quarto comma e 150 del Codice delle assicurazioni)”. Chi aveva agito ex art. 141, nel caso in esame, aveva “provato di aver riportato danni a seguito del sinistro, non essendo contestato dalla società assicuratrice l’incidente”: il ricorso viene pertanto accolto, esprimendo il principio di diritto per cui “in applicazione dell’art. 141 del Codice delle Assicurazioni, il terzo trasportato per essere risarcito dall’impresa di assicurazione del veicolo sul quale era a bordo al momento del sinistro deve fornire la prova di aver subito un danno a seguito del sinistro, ma non delle modalità dell’incidente al fine di individuare la responsabilità dei rispettivi conducenti”.

E’ evidente che questo arresto interpreta, alla fine del suo percorso motivazionale, l’inciso dell’art. 141, di cui soprattutto si avvale l’interpretazione più innovativa dell’articolo stesso, però non in relazione alla sostanza del diritto, bensì allo strumento processuale che concretizza il diritto risarcitorio, in punto di onere di prova: l’attore non è tenuto a dimostrare altro che l’esistenza del sinistro e il danno subito a seguito del sinistro, ma non deve provare le “modalità dell’incidente al fine di individuare la responsabilità dei rispettivi conducenti”. Ciò appunto sul piano processuale è compatibile con entrambe le letture dell’art. 141: è ictu oculi compatibile con la teoria “innovativa” che esclude alcun rilievo alla responsabilità del vettore assoggettando all’obbligo di risarcimento il suo assicuratore anche se questa non sussiste; ma è parimenti compatibile con l’opposta interpretazione, poichè questa grava l’assicuratore, tramite la prova del caso fortuito, della dimostrazione proprio della modalità del sinistro e della discendente collocazione della responsabilità, se – ovviamente – l’assicuratore intende resistere su tale profilo.

Da ultimo, raggruppa in qualche misura gli esiti di tutti questi precedenti nella sua elaborazione motivazionale Cass. sez. 3, ord. 5 luglio 2017 n. 16477, che affronta la questione del sinistro in cui uno dei veicoli coinvolti non sia assicurato, e così è massimata: “In tema di risarcimento del danno da incidente stradale, ed alla stregua di un’interpretazione costituzionalmente orientata del D.Lgs. n. 209 del 2005, art. 141, la persona trasportata può avvalersi dell’azione diretta nei confronti dell’impresa di assicurazioni del veicolo sul quale viaggiava al momento del sinistro anche se quest’ultimo sia stato determinato da uno scontro in cui sia rimasto coinvolto un veicolo non assicurato o non identificato”.

La questione, in effetti, non era particolarmente discutibile. La tutela dei danneggiati nel caso di coinvolgimento nel sinistro di veicoli non assicurati o addirittura rimasti ignoti già nella disciplina anteriore al Codice delle assicurazioni era stata prevista mediante il Fondo di garanzia per le vittime della strada (L. n. 990 del 1969, artt. 19 e 20). Il legislatore del 2005 non ha certo soppresso questa tutela, bensì l’ha dettagliatamente disciplinata (art. 283 e ss. cod.ass.). Difficile quindi era già prima di questa pronuncia sostenere che la posizione del trasportato venisse deteriorata dal coinvolgimento nello scontro di un veicolo ignoto o non assicurato, essendo tanto ragionevole quanto sufficiente attribuire all’impresa designata dal FGVS il ruolo che avrebbe dovuto rivestire l’impresa di assicurazione mancante. Ciò nonostante, l’assicuratore del vettore, nel caso di cui la suddetta ordinanza ha dovuto occuparsi, aveva tentato di fondare proprio su questo un suo argomento di inapplicabilità dell’art. 141, con successo presso il giudice di secondo grado. Di qui il ricorso, accolto.

La motivazione della ordinanza è particolarmente ricca e ben argomentata. Così afferma: “Sulla base sia del dato testuale che delle finalità della norma, che sono quelle di tutelare il terzo trasportato, in caso di scontro, per fargli avere nel modo più semplice e veloce possibile il risarcimento al quale ha diritto, individuando il soggetto sul quale allocare il rischio assicurativo in quello per lui più facilmente individuabile, deve ritenersi che l’art. 141 cod.ass. si applichi a prescindere dall’esistenza di due veicoli entrambi dotati di regolare assicurazione privata… Come già rilevato da questa Corte nell’esaminare una diversa questione relativa all’art. 141 cod.ass., il nuovo Codice delle Assicurazioni ha introdotto con esso una novità rilevante prevedendo l’azione diretta del terzo trasportato, danneggiato a seguito del sinistro stradale, nei confronti dell’impresa assicuratrice del veicolo. Lo scopo della norma è quello di fornire al terzo trasportato uno strumento aggiuntivo di tutela, al fine di agevolare il conseguimento del risarcimento del danno nei confronti dell’impresa assicuratrice, risparmiandogli l’onere di dimostrare l’effettiva distribuzione della responsabilità ai conducenti di veicoli coinvolti nel sinistro (Cass. n. 16181 del 2015). La disciplina del risarcimento danni in favore del terzo trasportato coinvolto in un incidente stradale è stata rafforzata, rispetto al passato, anche dall’art. 122 cod.ass…. che chiarisce che l’assicurazione obbligatoria comprende la responsabilità per i danni alla persona causati trasportati, qualunque sia il titolo in base al quale è effettuato il trasporto… E’ da dire inoltre che il regime di indennizzo diretto, introducendo un’azione aggiuntiva, non preclude in alcun modo la possibilità al trasportato-danneggiato di evocare in giudizio esclusivamente il responsabile, ovvero il titolare e il conducente del veicolo antagonista e la compagnia di assicurazioni di questo, aprendo un ordinario giudizio volto al risarcimento del danno previo accertamento delle responsabilità”.

In seguito, la motivazione – dato atto di numerose critiche dottrinali all’art. 141, “anche in conseguenza di un testo che non brilla per chiarezza” – ricorda l’intervento della Corte Costituzionale (avvenuto con due ordinanze, le nn. 208 e 440 del 2008) e quello della Corte di Lussemburgo sulla clausola di guida esclusiva e giunge ad affermare: “In definitiva, la vittima trasportata ha sempre e comunque diritto al risarcimento integrale del danno, quale che ne sia la veste e la qualità, con l’unica eccezione del trasportato consapevole della circolazione illegale del veicolo… e salvo, come è previsto dalla norma in esame, il caso fortuito. L’art. 141 attribuisce al terzo trasportato… la facoltà di esercitare una azione diretta nei confronti della assicurazione del vettore sulla base della semplice allegazione e dimostrazione del fatto storico (ovvero dello scontro e del trasporto…), prescindendo dall’accertamento della responsabilità del vettore e del conducente del veicolo antagonista, salvo il caso fortuito. Il terzo trasportato, considerato soggetto debole, è legittimato quindi… ad agire direttamente nei confronti della compagnia assicuratrice del veicolo su cui viaggia, sulla base del principio vulneratus ante omnia reficiendus, e della semplice allegazione e dimostrazione del fatto storico del trasporto e del danno verificatosi a suo carico durante il trasporto, e non anche della responsabilità dei protagonisti. E’ una possibilità che si aggiunge, e che non fa venir meno la possibilità di far valere i suoi diritti nei confronti dell’autore del fatto dannoso e del responsabile civile di esso, sottoposta alle ordinarie regole della r.c.a.. Rimane salva la possibilità dell’assicuratore del vettore di agire in rivalsa nei confronti dell’effettivo responsabile, in tutto o pro quota, sulla base della effettiva ripartizione delle responsabilità nel caso concreto”. E per la questione che era in esame si rileva che il trasportato può agire ex art. 141, in caso di scontro di veicoli anche se uno solo è assicurato, interpretazione che “si muove nel solco tracciato dalla Corte di Giustizia, dalla Corte costituzionale ed anche dalle precedenti pronunce di questa Corte in materia, e privilegia una interpretazione costituzionalmente orientata della norma, che prescinde, per la legittimazione ad esercitare l’azione diretta, dalla ripartizione delle responsabilità ai conducenti dei veicoli, e, a monte, dalla stessa identificazione del secondo veicolo e del civilmente responsabile, per privilegiare, in ogni ipotesi di danno ad un trasportato su vettura per motivi che esulano dal fortuito, la possibilità in favore di questi di poter esercitare l’azione diretta contro la compagnia di assicurazione del vettore”. A questo punto l’arresto si spinge anche oltre, apportando un obiter dictum (pur formalmente presentato come sostegno dell’interpretazione conducente all’accoglimento del ricorso): censura di nuovo il testo letterale dell’art. 141 (“del quale si è già posta in rilievo la scarsa chiarezza e coerenza del dato testuale”), giungendo ad affermare che tale dato testuale “non è nè univoco nè affidabile”, ma poi dichiarando che “a ben guardare, la formula normativa presuppone soltanto la sussistenza di un sinistro, e di un danno subito dal terzo trasportato, che non sia dovuto al caso fortuito, ma non esige affatto… che lo stesso si sia verificato a seguito di uno scontro tra due o più automezzi”. E infine, si considera la questione della rivalsa: “Quanto al riferimento alla possibilità di agire in rivalsa, enunciata dall’art. 141, comma 4, che rimarrebbe preclusa qualora non esistesse una seconda compagnia di assicurazioni, va intesa nel senso che la rivalsa è normalmente esercitabile nei confronti della seconda compagnia di assicurazioni. Non si può però condizionare la legittimazione all’esercizio dell’azione principale alla possibilità concreta di agire in rivalsa. Ciò risponde ad una scelta del legislatore in tema di allocazione del rischio, che ha scelto di privilegiare, nei limiti del massimale minimo di legge, il diritto del trasportato ad ottenere prontamente il risarcimento, agendo nei confronti del soggetto a lui sicuramente noto (la compagnia di assicurazioni del veicolo sul quale è trasportato), senza dover nè attendere l’accertamento delle rispettive responsabilità, nè tantomeno dover procedere alle ricerche della compagnia assicuratrice del veicolo investitore”.

Questa pronuncia, la più recente tra quelle massimate, è stata intesa in dottrina come confermante l’interpretazione dell’art. 141 nella versione maggiormente “innovativa”. Certamente, negli argomenti finali essa manifesta un orientamento di svincolo dalla lettera della norma che viene definita, come si è appena visto, non solo non comprensibile, ma pure non affidabile: qualificazione, quest’ultima, che come posta a carico del legislatore può destare anche qualche perplessità. Peraltro, a ben guardare, in riferimento alla questione in questa sede oggetto di vaglio non emergono novità rispetto alla precedente Cass. sez. 3, 30 luglio 2015 n. 16181; anzi, come dimostrano gli stralci riportati, più volte si fa riferimento, come limite a quel che enuncia, al caso fortuito, senza però indicare in quale senso deve essere inteso. La questione della responsabilità del vettore, quindi, rimane in effetti aperta all’esito del percorso giurisprudenziale analiticamente fin qui illustrato.

Prima di affrontarla pienamente e direttamente, peraltro, per completezza è opportuno ancora ricordare specificamente il contenuto dei due interventi del giudice delle leggi.

L’ordinanza 13 giugno 2008 n. 205 della Corte costituzionale ha dichiarato inammissibili questioni di legittimità costituzionale degli artt. 141, 143, 144, 148, 149 e 150, e D.P.R. n. 254 del 2006, art. 9, comma 2, in riferimento agli artt. 3, 24 e 76 Cost., nella parte in cui, prevedendo l’azione diretta del trasportato verso la compagnia assicuratrice del veicolo, avrebbero escluso che il medesimo trasportato possa agire nei confronti del vero responsabile del danno, così come previsto dal sistema degli artt. 1917, 2043 e 2054 c.c.. Il rimettente non si era avvalso di un’interpretazione costituzionalmente orientata delle norme impugnate, tale da considerarle come un rafforzamento della posizione del trasportato, considerato soggetto debole, legittimandolo ad agire direttamente nei confronti della compagnia assicuratrice del veicolo, senza peraltro togliergli la possibilità di fare valere i diritti derivanti dal rapporto obbligatorio nato dalla responsabilità civile dell’autore del fatto dannoso.

L’ordinanza n. 440 del 23 dicembre 2008 della Corte costituzionale, fondandosi in sostanza sulla precedente n. 205, ha dichiarato l’inammissibilità di una questione di legittimità costituzionale dell’art. 141 cod. ass. in riferimento agli artt. 3, 24 e 79 Cost., nonchè di una questione di legittimità dello stesso articolo e del D.P.R. 18 luglio 2006, n. 254, art. 9, (il regolamento della disciplina del risarcimento diretto dei danni da circolazione stradale disposto dall’art. 150 cod. ass.) in riferimento all’art. 79 Cost..

7.5.1 L’art. 141 è una norma complessa, ma ciò non significa che sia contraddittoria. In realtà, è alquanto agevole trasformarla in un dettato contraddittorio se si estrapola artificiosamente un inciso dal suo tessuto testuale, regolandone il residuo come subornato a tale inciso. La frantumazione,per così dire, del testo di una norma ai fini interpretativi comporta d’altronde la riduzione della valenza di tutti gli elementi che lo compongono tranne quello che viene considerato come la chiave della norma stessa, tramite un ragionamento che diventa quindi apodittico. Un’interpretazione corretta invece non può non tener conto anche della struttura della disposizione, seguendola in un percorso il più conservativo possibile.

L’interpretazione dell’art. 141, per quanto qui rileva finora è stata, con ogni evidenza, soprattutto dottrinale; e un’ottica dottrinale può tendere, talora, a svincolarsi in misura non minimale dalla lettera laddove si impegna ad evincere un’auspicata evoluzione sistemica.

Nel caso in esame, la conformazione del testo ha comunque “ingombrato” e intralciato, così che la grande maggioranza degli interpreti ha sempre rinvenuto nell’art. 141, una difficoltà letterale, percepita come tendente alla contraddittorietà. Ma proprio nonostante questo paradossalmente – si è subito formato un orientamento prevalente (e lo è tuttora) nel senso che l’art. 141, si è distaccato dal sistema previgente. E il distacco non sarebbe tanto nell’azione diretta, istituto già preesistente nella L. n. 990 del 1969, art. 18, quanto piuttosto nella oggettivizzazione della responsabilità della compagnia assicuratrice, riservata peraltro a carico della compagnia che assicura il vettore e a favore dei danneggiati della species dei trasportati. Anche se, nell’ambito di tale orientamento, vi è chi esclude che sia insorta una responsabilità oggettiva dato che permane il diritto di rivalsa, e identifica nella posizione dell’assicuratore del vettore una temporanea sostituzione dell’effettivo obbligato al solo fine di accelerare il risarcimento alla vittima (la ratio della riforma del 2005 essendo individuata nel favor victimae), è ben difficile negare che, qualora si ritenga che l’assicuratore del vettore debba risarcire il trasportato pure se il vettore non abbia avuto alcuna responsabilità nella causazione del sinistro, il centro della sua natura di responsabile si sposta dalla colpa alla oggettività, che la possibilità di rivalsa stempera solo in via eventuale. Non appare quindi sostenibile che, se si reputa irrilevante la responsabilità del vettore nell’ambito dell’azione ex art. 141, il suo assicuratore sia obbligato soltanto ad assolvere (come invece ha prospettato una dottrina) una mera “funzione liquidativa” assegnatagli dalla legge per agevolare la tutela del trasportato: quel che è meramente eventuale non può rientrare negli elementi costitutivi di una fattispecie.

La lettura maggioritaria è stata, per così dire, “abbagliata” dall’intento di agevolazione e accelerazione della tutela del trasportato, in tal modo distraendosi da quel che è sempre la sostanza di un intervento normativo: il bilanciamento degli interessi coinvolti. Il diritto è lo strumento per relazionare interessi. Per identificare fino a che punto la bilancia pende da una parte – ovviamente, la “parte debole” secondo la scelta del legislatore – occorre valutare l’effettivo dettato normativo senza peraltro “correggerlo” nel senso di nullificare ogni bilanciamento e rendere il sistema non un equilibrio, bensì la concretizzazione senza limiti di un “monointeresse”.

7.5.2 Seguendo invece, come già si anticipava, la struttura, ovvero il percorso in cui si snoda l’art. 141, ci si aggancia immediatamente al riferimento al caso fortuito. Il comma 1, ha un incipit chiaro: l’assicuratore del vettore risarcisce il trasportato tranne nell’ipotesi in cui il caso fortuito abbia cagionato il sinistro (“Salva l’ipotesi di sinistro cagionato da caso fortuito, il danno subito dal terzo trasportato è risarcito dall’impresa di assicurazione del veicolo sul quale era a bordo…”). Il legislatore sceglie immediatamente, quindi, come criterio di bilanciamento tra gli interessi di trasportato ed assicuratore il caso fortuito. Di questo, peraltro, è consapevole chi opta per una interpretazione prescindente dalla responsabilità del vettore, perchè ne deduce che il “caso fortuito” non possa essere quello che viene considerato nelle altre fattispecie di responsabilità civile. Ma è ben difficile ritenere che il legislatore “smonti” in silenzio, per così dire, il tradizionale concetto giuridico – su cui la giurisprudenza di legittimità non ha avuto oscillazioni per decenni, creando la classica certa lex – per ridurlo e così portarlo a coincidere con l’omonimo concetto non giuridico.

Quest’ultimo, infatti, è notorio che identifica il caso fortuito in un evento di origine puramente naturale, che sfugge al controllo degli esseri umani; il caso fortuito nel linguaggio giuridico, al contrario, alle cause naturali (il “caso”, in questo senso, è causa) aggiunge pure le condotte umane – compresa quella del danneggiato – cui l’autonomia e la imprevedibilità conferiscano appunto il ruolo di causa “assorbente”, ovvero che elide il nesso causale con gli elementi antecedenti (ex plurimis, tra gli arresti massimati più recenti: Cass. sez. 3, ord. 1 febbraio 2018 n. 2477; Cass. sez. 3, ord. 31 ottobre 2017 n. 25837; Cass. sez. 3, 18 settembre 2015 n. 18317; Cass. sez. 3, 19 maggio 2011 n. 11016; Cass. sez. 3, 7 aprile 2010 n. 8229; Cass. sez. 3, 5 dicembre 2008 n. 28811; Cass. sez. 3, 30 ottobre 2008 n. 26051; Cass. sez. 3, 8 maggio 2008 n. 11227; Cass. sez. 3, 19 febbraio 2008 n. 4279). Per introdurre, dunque, un caso fortuito “ristretto” ad una sorta di nucleo naturale, id est emendato dalle condotte umane, nel momento stesso in cui viene posto nell’incipit della norma come limite alla responsabilità sarebbe stato logico esprimere immediatamente tale riduzione, ovvero in quell’incipit porre, per così dire, un – peculiare e innovativo – limite al limite. Vale a dire, se è il caso fortuito il limite della responsabilità – che scatta “salva l’ipotesi di sinistro cagionato da caso fortuito” -, manifestare che detto limite va però inteso come caso fortuito sui generis. Il legislatore invece tace, per cui si deve ritenere che il caso fortuito non sia intaccato nella sua ordinaria ampiezza. D’altronde, non è strutturalmente logico ritenere che il concetto di caso fortuito sia “tradotto” e ridotto più avanti nel comma, con l’inciso “a prescindere dall’accertamento della responsabilità dei conducenti dei veicoli coinvolti nel sinistro”. La responsabilità dell’assicuratore è già stata circoscritta nella precedente parte del comma, come si è appena evidenziato: il terzo trasportato è risarcito dall’assicuratore del vettore “salva l’ipotesi di sinistro cagionato da caso fortuito”. L’inciso sull’accertamento della responsabilità comunque non si riferisce, a ben guardare, al contenuto di un concetto di diritto sostanziale come è il caso fortuito; si riferisce, invece, a un profilo processuale, l’accertamento della responsabilità dei conducenti coinvolti nel sinistro. L’elemento sostanziale lo precede, giuridicamente e logicamente: prima di tutto deve essere escluso il caso fortuito – ovvero deve ritenersi sia che il sinistro non sia derivato da un evento naturale imprevedibile sia che la condotta dell’altro conducente (o degli altri conducenti) o la condotta del trasportato non siano state la causa esclusiva del sinistro -, il che significa che la compagnia del vettore deve risarcire; dopo di che, in una situazione quindi di corresponsabilità (a parte l’ipotesi, di cui si dirà infra, di responsabilità del solo vettore), si procede “a prescindere dall’accertamento della responsabilità dei conducenti dei veicoli coinvolti nel sinistro”, ovvero non rientra nel thema decidendum il grado di ripartizione. E non per nulla, infatti, questo inciso si riferisce ad una responsabilità non di uno, ma di più soggetti: la responsabilità dei conducenti dei veicoli coinvolti, id est una fattispecie di corresponsabilità. Se il legislatore avesse inteso oggettivizzare la responsabilità dell’assicuratore del vettore, sarebbe stato logico – e più che mai per l’incipit sul caso fortuito – che l’inciso in questione fosse stato: “a prescindere dall’accertamento della responsabilità del conducente”. E in tal modo si sarebbe potuto (pur con una certa tardività – ovvero disordine – testuale) far valere l’inciso pure sotto il profilo sostanziale, cioè come integratore di specificità del concetto del caso fortuito, nel senso di restringerlo proprio agli eventi naturali.

7.5.3 n primo comma, d’altronde, tra la previsione della responsabilità dell’assicuratore del vettore salvo il caso fortuito e l’inciso “a prescindere dall’accertamento della responsabilità dei conducenti dei veicoli coinvolti nel sinistro” interpone “fermo restando quanto previsto dall’art. 140”; e, dopo l’inciso appena valutato, prosegue: “fermo il diritto al risarcimento dell’eventuale maggior danno nei confronti dell’impresa di assicurazione del responsabile civile, se il veicolo di quest’ultimo è coperto per un massimale superiore a quello minimo”. Assemblando allora tutto ciò che costituisce la seconda parte del primo comma (“fermo restando quanto previsto all’art. 140, a prescindere dall’accertamento della responsabilità dei conducenti dei veicoli coinvolti nel sinistro, fermo il diritto al risarcimento dell’eventuale maggior danno nei confronti dell’impresa di assicurazione del responsabile civile, se il veicolo di quest’ultima è coperto per un massimale superiore a quello minimo”) senza isolarne il tratto relativo all’accertamento della responsabilità, si giunge logicamente a compattarla sull’introduttivo riferimento all’art. 140. Il significato, allora, si orienta nel senso che il trasportato può anche agire ex art. 140, come in effetti è stato riconosciuto, pure nell’intervento della Consulta. L’azione ai sensi dell’articolo suddetto è quella che viene esercitata (anche dalla compagnia, come si evince dal comma 4) proprio secondo la tradizionale impostazione di responsabilità civile. E allora la seconda parte dell’art. 141, comma 1, può ben essere intesa nel senso che l’azione ex art. 141 non impedisce quella ex art. 140, ma a differenza di quest’ultima non effettua un pieno accertamento della responsabilità dei conducenti dei veicoli coinvolti – limitandosi ad accertare l’assenza del – caso fortuito, ovvero l’an nel suo paradigma della responsabilità del vettore -, e comunque non preclude al trasportato di agire in forza dell’art. 140 per il residuo risarcimento se l’assicuratore del veicolo che non gli è stato vettore ha a disposizione “un massimale superiore a quello minimo”. Nel suo complesso, quindi, l’art. 141, comma 1, non è incompatibile con il concetto giuridico del caso fortuito così come tradizionalmente configurato.

7.5.4 Che anche nell’azione del trasportato ai sensi dell’art. 141, abbia un rilievo la responsabilità (in senso non oggettivo) trova conferma nel terzo comma della norma, che stabilisce: “L’impresa di assicurazione del responsabile civile può intervenire nel giudizio e può estromettere l’impresa di assicurazione del veicolo, riconoscendo la responsabilità del proprio assicurato”. Il comma è stato redatto, ictu oculi, in modo sbrigativo, poiché non è certo sostenibile che in un giudizio una parte abbia il potere di estrometterne un’altra. Nonostante il suo dettato grezzo rimane peraltro chiaro che l’estromissione viene indicata come conseguenza del riconoscimento della responsabilità del proprio assicurato da parte della impresa intervenuta. A differenza dell’art. 140, qui non vi è litisconsorzio necessario: e perciò l’assicuratore del responsabile “può” intervenire, non deve, come non deve essere chiamato. Ma una volta che sia intervenuto, l’estromissione non può che correlarsi alla sua responsabilità. Il che significa, nel caso in cui risulti – in forza di una dichiarazione di genere dispositivo/confessorio (formulabile certo nell’atto di intervento; ma in assenza di specificità decadenziale non vi è divieto che sia resa anche dopo) di un soggetto, terzo rispetto al rapporto sostanziale e processuale instauratosi tra trasportato e assicuratore del vettore, alla quale la legge attribuisce così un peculiare effetto – che il vettore non ha nessuna responsabilità nella causazione del sinistro, onde il suo assicuratore non ha nessun obbligo risarcitorio, per cui non ha senso che rimanga nel processo. Se il suo obbligo di risarcimento prescindesse totalmente dalla responsabilità del vettore, invece, non si vede perchè potrebbe essere estromesso una volta accertato quel che sarebbe irrilevante, ovvero che la responsabilità del sinistro non è minimamente riconducibile al suo assicurato.

E’ vero poi (ed è stato infatti valorizzato nelle interpretazioni dottrinali) che anche per l’estromissione nel testo figura il verbo “può” (“può estromettere”). Ma logicamente questo ha un significato diverso di quello precedente, perchè, mentre il primo (“può intervenire”) si riferisce ad una libera scelta (in assenza appunto di litisconsorzio necessario) di un soggetto che diventa parte del processo, cioè l’interveniente, il secondo, come già si osservava, deve essere “integrato” in quanto non è concepibile che una parte abbia la potestas di estrometterne un’altra dal giudizio (cfr. artt. 108 e 109 c.p.c., e art. 111 c.p.c., comma 3): quindi il legislatore è incorso in un lapsus calami, perchè il soggetto del “può estromettere” non può che essere il giudice. Ragionevolmente, il giudice “può estromettere” perchè la legge ha valutato inutile la permanenza dell’assicuratore del vettore come parte nel processo; vale a dire, la dichiarazione dell’altro assicuratore conferisce a questo punto al giudice il potere di dirimere subito la causa nei confronti dell’assicuratore del vettore – ovvero pronunciarsi nel senso della sua estromissione -; potere-dovere, peraltro, perchè la prova legale che qui la norma a ben guardare istituisce porta immediatamente alla soluzione della controversia giudiziale per quanto concerne il rapporto tra attore e convenuto, non consentendo una interpretazione costituzionalmente orientata che il giudice protragga tale rapporto già “maturato” in evidente contrasto con il principio della ragionevole durata. L’estromissione, a ben guardare, in ogni sua fattispecie costituisce il canone della ragionevole durata del processo in relazione alla posizione dell’estromesso.

7.5.5 Un’ulteriore conferma alla lettura non oggettivizzante della responsabilità dell’assicuratore del vettore si rinviene nell’art. 141, comma 4. In questo sovente si è ravvisato soltanto un generico diritto di rivalsa, non tenendo in conto lo specifico richiamo all’art. 150 dello stesso Codice come disciplinante la rivalsa stessa.

L’art. 150 cod.ass. afferma, al primo comma, sub a), la necessità di “criteri di determinazione del grado di responsabilità delle parti anche per la definizione dei rapporti interni tra le imprese di assicurazione”. Benchè poi il D.P.R. 18 luglio 2006, n. 254, si sia limitato a rimandare per i trasportati all’art. 141 del Codice (mediante il suo art. 3, Ambito di applicazione, che al comma 1, recita: “La disciplina del risarcimento diretto si applica in tutte le ipotesi di danni al veicolo e di lesioni di lieve entità del conducente, anche quando nel sinistro siano coinvolti terzi trasportati”. e al comma 2: “Qualora i terzi trasportati subiscano lesioni, la relativa richiesta del risarcimento del danno resta soggetta alla specifica procedura prevista dall’art. 141 del codice”) – e tra l’altro con una norma formulata in modo che potrebbe destare il sospetto di un incostituzionale divieto per il trasportato di avvalersi dell’azione di cui all’art. 140 cod. ass. -, essendo tale fonte un regolamento prevale senza dubbio su di essa l’art. 150, comma 1, lett. a), cod. ass., che preserva quindi il suo alquanto chiaro significato: occorre determinare il “grado di responsabilità delle parti”, id est le parti, nella fattispecie di rivalsa di cui all’art. 141, comma 4, sono corresponsabili e deve esserne misurata la quota di responsabilità. Se così è, il presupposto dell’art. 141, comma 4, si connette in coerenza con l’incipit del comma 1: che non si sia verificata una causazione del sinistro del tutto esterna al vettore, ovvero che il vettore, assicurato dalla compagnia convenuta, abbia una percentuale di responsabilità del sinistro che fa scattare l’obbligo della compagnia a risarcire in toto, recuperando poi la percentuale non attribuibile al vettore a mezzo della rivalsa nei confronti delle assicurazioni dei corresponsabili.

Nel caso, poi, opposto all’esistenza del caso fortuito, ovvero in quello in cui ogni responsabilità del sinistro è addebitabile al vettore, non vi è presupposto per rivalsa nei confronti di alcuno, e la peculiarità dell’azione ai sensi dell’art. 141 si concentra sul profilo processuale/probatorio che si verrà ora a considerare. Nessuna rivalsa, invece, è ovviamente configurabile se l’assicuratore del vettore risulta non responsabile per sussistenza di caso fortuito.

7.5.6 La regolazione della responsabilità dell’assicuratore del vettore mediante il criterio del caso fortuito genera due effetti, uno sostanziale e l’altro processuale. L’effetto sostanziale è, come si è visto, che la responsabilità dell’assicuratore del vettore non sussiste se causa del sinistro non è la condotta dell’assicurato, cioè del vettore. L’effetto processuale è che, non emergendo che il legislatore abbia derogato all’ordinario paradigma dell’onere probatorio del caso fortuito, l’attore/trasportato non ha alcun onere di prova al riguardo, perchè sarebbe altrimenti gravato di una prova negativa – cioè di provare che non esiste il caso fortuito per dimostrare che esiste la responsabilità del convenuto -; è quindi il convenuto/assicuratore che ha l’onere probatorio della ricostruzione della vicenda sotto il profilo causale se intende eccepire che la sua origine eziologica sta nel caso fortuito.

Il che significa – e in ciò si concretizza un evidente favor verso il trasportato – che il trasportato non è avvinto al paradigma probatorio dell’art. 2043 c.c., e neppure a quello dell’art. 2054 c.c., comma 2, non essendo tenuto a dimostrare le modalità in cui si è verificato il sinistro (ut supra rilevato, ciò infatti è stato riconosciuto dalla giurisprudenza di questa Suprema Corte: Cass. sez. 3, 30 luglio 2015 n. 16181 e, in motivazione, Cass. sez. 3, ord. 5 luglio 2017 n. 16477), dovendo soltanto provare la sua esistenza e il proprio conseguente danno. Sarà allora il convenuto, assicuratore del vettore, a dover dimostrare, per svincolarsi dall’obbligo ex adverso addotto come suo, che il caso fortuito è stata l’unica causa del sinistro.

In una siffatta struttura processuale generata dalla sua base sostanziale è a questo punto ancor più agevolmente logico ribadire che il successivo inciso “a prescindere dall’accertamento della responsabilità dei conducenti” non va inteso (ed allo scopo ermeneuticamente isolato) come se fosse il nucleo dirimente dell’art. 141, bensì deve essere coordinato con la prima parte della norma, e dunque letto nel senso che, se l’assicuratore del vettore non adempie all’onere impostogli dalla regola del caso fortuito di provare la totale derivazione dell’evento dannoso da questo, il processo non deve ulteriormente essere speso sul profilo della responsabilità, in quanto l’assicuratore del vettore è comunque tenuto a risarcire completamente il trasportato, la presenza di una eventuale corresponsabilità incidendo poi ai fini di rivalsa secondo il combinato disposto dell’art. 141, comma 4, e art. 150, comma 1, lett. a) del Codice.

Infine, correttamente sintonico con la suddetta conformazione processuale è pure il già vagliato art. 141, comma 3: se per caso fortuito si deve intendere – coerentemente alla giurisprudenza consolidata sul concetto giuridico di caso fortuito – anche la condotta del conducente di un veicolo diverso da quello su cui l’attore è stato trasportato, qualora l’assicuratore dell’altro veicolo intervenga “riconoscendo la responsabilità del proprio assicurato”, e così la propria, la legge consente un accertamento peculiare del caso fortuito, accertamento che si concretizza nella dichiarazione dell’assicuratore (che non avrà valore, per la sua natura dispositiva, nei confronti del suo assicurato): e la conseguenza è, al pari che nell’ipotesi in cui l’assicuratore del vettore abbia dimostrato egli stesso il caso fortuito, l’assenza di obbligo di risarcimento dell’assicuratore del vettore, in più con il trasferimento ex lege della pretesa attorea verso l’assicuratore dell’altro conducente quale assicuratore del responsabile.

7.5.7 In ultima analisi, le tessere del mosaico si coordinano e non risultano contraddittorie seguendo il percorso interpretativo fin qui svolto; la contraddittorietà e l’ambiguità, in effetti, sorgono se si parte apoditticamente dal ritenere che l’unico inciso che vale – logicamente avulso allora da tutto il resto – sia “a prescindere dall’accertamento della responsabilità dei conducenti” nel primo comma, e ciò in base alla convinzione che solo con tale significato di oggettivizzazione della responsabilità assicurativa la norma tuteli realmente il danneggiato trasportato, e che non sia possibile perdere l’occasione di conquistare ermeneuticamente la responsabilità oggettiva nella riforma del 2005, da intendere il più possibile innovativa e anzi contrapposta rispetto al previgente sistema. L’interprete, tuttavia, deve cercare di comprendere le scelte del legislatore, e non di trovare le proprie nei testi normativi. Quel che nelle norme non sussiste non può essere introdotto con interpretazioni correttive e forzate, bensì semmai proposto considerando il diverso profilo del de jure condendo.

Nel Codice delle assicurazioni del 2005 il legislatore non ha ritenuto di far pendere la bilancia dell’allocazione del rischio dei sinistri stradali al punto di rendere oggettiva la responsabilità dell’assicuratore del vettore, limitandosi, sull’orma dell’art. 2054 c.c., comma 1, a renderla oggetto di una praesumptio juris tantum. Non è d’altronde imposto nè dai principi costituzionali né da quelli sovranazionali un sistema di automatismo assoluto del risarcimento, in qualunque modo lo si voglia definire (praesumptio juris et de jure, responsabilità oggettiva, no fault rute); né, infine, un testo normativo che sostituisce un testo previgente, in difetto appunto di obblighi provenienti da fonti di diritto superiori, deve apportare soltanto radicali innovazioni rispetto al precedente sistema.

7.5.8 In conclusione, deve essere affermato quale principio di diritto che l’art. 141 cod. ass., in conseguenza del riferimento al caso fortuito – nella giuridica accezione inclusiva di condotte umane – come limite all’obbligo risarcitorio dell’assicuratore del vettore verso il trasportato danneggiato nel sinistro, richiede che il vettore sia almeno corresponsabile del sinistro quale presupposto della condanna risarcitoria del suo assicuratore; una volta accertato l’an della responsabilità del vettore, non occorre accertare quale sia la misura di responsabilità dei conducenti dei veicoli coinvolti, dovendo comunque l’assicuratore del vettore risarcire in toto il trasportato, salva eventuale rivalsa verso l’assicuratore di altro corresponsabile o di altri corresponsabili della causazione del sinistro.

La totale assenza di responsabilità del vettore deve essere inoltre dimostrata dal suo assicuratore provando che il caso fortuito è stata l’unica causa del sinistro, salvo che l’assicuratore di un altro dei veicoli coinvolti non intervenga e non lo esoneri dall’obbligo risarcitorio dichiarando la esclusiva responsabilità del proprio assicurato, in tal caso il giudice dovendo subito estromettere l’assicuratore del vettore, la domanda risarcitoria attorea rivolgendosi ex lege verso l’assicuratore intervenuto.

7.5.9 A questo punto, la censura esaminata risulta fondata: ha errato il giudice d’appello a condannare l’attuale ricorrente principale a risarcire i trasportati sopravvissuti e i congiunti/eredi del trasportato deceduto allorquando ha riformato la sentenza di primo grado escludendo anche il 20% di corresponsabilità del vettore e accertandone quindi l’assoluta assenza di responsabilità nella causazione del sinistro, in conformità con quanto era stato contestato in primo grado da Zurich Insurance e da essa devoluto poi come motivo d’appello. Da ciò consegue, assorbito evidentemente il terzo motivo del ricorso principale, l’accoglimento del ricorso principale, e, decidendo nel merito, il rigetto di ogni domanda proposta dai trasportati D.C.D. ed R.E. nonché dai congiunti/eredi del trasportato deceduto L.C. nei confronti dell’attuale ricorrente, così investendosi i capi secondo, quinto, sesto e ottavo della sentenza impugnata.

Considerata la evidente peculiarità della questione di diritto apportata dai motivi accolti del ricorso, si stima equo compensare le spese di lite tra la ricorrente e le controparti per tutti e tre i gradi di giudizio.

  1. Dei ricorsi incidentali è logicamente pregiudiziale esaminare in primis il primo motivo del ricorso proposto da G.M., I.P., I.G., Io.Gr., I.S. e I.F. congiuntamente – per il contenuto analogo, pur con alcune “deviazioni” di riferimento alla sentenza del Tribunale – all’unico motivo del ricorso proposto da C.O. in proprio e quale legale rappresentante dei suoi figli minorenni I.M. e I.P.

8.1 Entrambi i motivi in effetti riguardano in sostanza la fusione delle cause riunite effettuata nell’impugnata sentenza, adducendo che la compagnia assicuratrice Italiana non era mai stata parte nel giudizio avviato ai sensi dell’art. 141 cod. ass. dai trasportati, e che non era stata proposta domanda dei trasportati nei confronti di Italiana. Il giudice di merito, condannando Italiana a corrispondere parte del suo massimale anche a chi aveva proposto domande risarcitorie solo verso Zurich Insurance ex art. 141, e così diminuendo in proporzione il risarcimento tratto dal massimale di Italiana per gli attuali ricorrenti, aveva violato l’autonomia delle cause instaurate ex art. 140, o ex art. 141 cod. ass. e sarebbe caduto in ultrapetizione, la riunione delle cause avendo infatti lasciato inalterato il petitum.

Già il Tribunale di Torino, davanti al quale erano state assunte le cause introdotte a Trani, nella sua decisione aveva in pratica fuso le cause (come risulta dalla motivazione della sentenza d’appello, a pagina 12, esponente che secondo il primo giudice “la domanda avanzata dalla s.p.a. Italiana e il principio di solidarietà consentivano di procedere alla liquidazione proporzionale di tutti i danni e alle conseguenti condanne delle compagnie”) laddove aveva sommato i massimali delle due compagnie assicuratrici, pur prendendo solo il 20% del massimale minimo di legge quanto alla posizione di Zurich Insurance. In appello incidentale il trasportato D. aveva censurato (risulta ancora dalla motivazione della sentenza impugnata, a pagina 13) “nella ripartizione del danno, il concorso tra tutti i danneggiati” anzichè tra i trasportati; e così pure si erano espressi nei rispettivi appelli incidentali il R. e gli eredi di L.. Questi trasportati/eredi di trasportato peraltro si sarebbero avvantaggiati della fusione delle cause, che ha immediatamente esteso il loro risarcimento anche sul massimale di Italiana, pur avendo essi stessi nelle precisate conclusioni chiestgpla condanna a loro favore di Zurich Insurance e di I.P. soltanto, anche per le spese di lite. Nel loro appello incidentale, invece, gli eredi di IO.GI. avevano chiesto la condanna a proprio favore dei D.B. e di Italiana e “in via estremamente subordinata procedere alla liquidazione ripartendo tra tutte le parti i due massimali della spa Italiana e della Zurich sulla base della sussistenza di un concorso di colpa tra i veicoli”. Questa domanda subordinata, dunque, riguardava l’ipotesi di corresponsabilità, che il giudice d’appello ha escluso, per cui più non rileva. E a pagina 14 della motivazione il giudice d’appello dà atto che nell’appello incidentale gli eredi di IO.GI. lamentavano (chiedendo quindi di fruire loro dell’intero massimale di Italiana) l’errore che il Tribunale avrebbe commesso “nella parte in cui aveva consentito anche alle altre parti di usufruire del massimale messo a disposizione” dall’allora compagnia assicuratrice Piemontese (poi Italiana) “mentre solo essi appellanti avevano rivolto domanda” verso Piemontese. Effettuando la riunione delle cause il Tribunale, appunto errando, aveva invece consentito alle altre parti di usufruire delle domande dagli appellanti avanzate nei confronti di Piemontese ex art. 2055 c.c., non correttamente interpretando quest’ultima norma (e non a caso dalla pagina 12 della sentenza impugnata emerge che il primo giudice si era riferito al principio di solidarietà).

8.2 Questi motivi, le cui doglianze corrispondono al contenuto degli atti processuali (peraltro, non vi è carenza di autosufficienza per come i motivi sono conformati) mostrano una evidente fondatezza.

Invero, la corte territoriale, a pagina 22 della motivazione, dapprima riconosce che, “anche in ipotesi di riunione di cause, ciascun procedimento mantiene la sua autonomia”; ma subito dopo fonde le cause stesse, in effetti, a favore dei trasportati sopravvissuti e degli eredi del trasportato deceduto, sommando le pretese di questi – proposte ex art. 141 davanti al Tribunale di Trani – “per il residuo loro spettante” a quelle avanzate dinanzi al Tribunale di Torino dagli eredi di IO.GI. “nella ripartizione del massimale della spa Italiana”.

La giurisprudenza consolidata – e, in teoria, neppure contraddetta, come si è appena visto, dalla corte territoriale – di questa Suprema Corte insegna la preservazione dell’autonomia delle cause riunite (da ultimo Cass. sez. 5, ord. 13 luglio 2018 n. 18649; Cass. sez. 3, 3 agosto 2017 n. 19373), che siano connesse (Cass. sez. 1, 10 luglio 2014 n. 15860; Cass. sez. 1, 25 marzo 2011 n. 6951; Cass. sez. 3, 13 luglio 2006 n. 15954; e cfr. pure Cass. sez. 2, 26 novembre 2010 n. 24086 e Cass. sez. 3, 22 giugno 2007 n. 14575) o che siano identiche (da ultimo Cass. sez. 1, 15 gennaio 2015 n. 567). Il fatto che, poi, in riferimento alla causa instaurata ai sensi dell’art. 141 il giudice di prime cure aveva dichiarato il diritto dei trasportati a fruire, per l’eccedenza rispetto al massimale di Zurich Insurance, del massimale di Piemontese, ora Italiana, essendo questo superiore al minimo legale non significa che i confini delle cause potessero essere infranti e quindi potesse essere introdotta “a tempo reale” una domanda nuova, da parte dei trasportati, nella causa avviata ai sensi dell’art. 140, in considerazione del chiaro insegnamento nomofilattico appena richiamato. La corte territoriale, peraltro, sembra “inciampare” proprio su questo: sempre a pagina 22 della sua motivazione, dopo avere affermato che l’autonomia delle cause rimane pure se queste sono riunite, aggiunge che, “pertanto, le domande avanzate dai singoli trasportati nei confronti di Zurich ai sensi dell’art. 141 cda non possono ritenersi assorbite dalla messa a disposizione da parte di Italiana, ai sensi dell’art. 140 cda, dell’intero suo massimale”; dopodiché constata che “l’importo del massimale minimo di legge non è risultato sufficiente a coprire tutti i danni patiti dai terzi trasportati” (con evidente riferimento al massimale di Zurich Insurance) ed enuncia: “L’art. 141 cda, u.c., dispone che, in ipotesi di tal fatta, i terzi trasportati possono domandare il loro maggior danno, non coperto dalla somma ricevuta, nei confronti della compagnia di assicurazione del responsabile civile qualora il massimale di tale compagnia sia superiore a quello minimo di legge. Il massimale della Italiana è pari ad Euro 800.000,00, pertanto superiore a quello minimo di legge. Quindi i trasportati concorrono, per il residuo loro spettante, con gli eredi I., nella ripartizione del massimale della s.p.a. Italiana”.

Ora, a parte che la norma invocata non si trova nell’ultimo comma, bensì nella parte conclusiva dell’art. 141 cod. ass., comma 1, è evidente che una disposizione sostanziale (questo infatti è il testo: “fermo il diritto al risarcimento dell’eventuale maggior danno…”), come è appunto tale norma, non ha valore processuale nel senso di scardinare con una specifica eccezione la regola di autonomia delle cause innestando tra esse, se si sono riunite, una osmosi nel momento stesso in cui viene accertato che il massimale dell’assicuratore del vettore, non superante il limite di legge, non è bastante per risarcire. A ciò si aggiunga che il giudice d’appello ha pronunciato su domande mai proposte, avendogli i trasportati D. e R. e gli eredi del trasportato deceduto L. chiesto la condanna, tra le due compagnie, soltanto di Zurich Insurance. Non solo, in conclusione, la corte territoriale ha violato il principio dell’autonomia delle cause, ma pure ha violato l’art. 112 c.p.c.

L’accoglimento di questi due congiunti motivi comporta allora – assorbiti i residui motivi del ricorso proposto da C.O. – la cassazione, con rinvio alla stessa corte territoriale in diversa composizione, della sentenza impugnata laddove, appunto, ripartisce il massimale di Italiana anche nei confronti di chi non aveva proposto domanda nella causa ex art. 140 (pur essendovi stato chiamato come litisconsorte necessario) con le conseguenze di condanna. In particolare, viene pertanto cassato il terzo capo della sentenza – che condanna Italiana, invocando congiuntamente, ed erroneamente per quanto si è appena rilevato, sia l’art. 140, sia l’art. 141 cod. ass., a risarcire con il suo massimale gli eredi di IO.GI., i trasportati sopravvissuti e gli eredi del trasportato deceduto -, e il quarto capo – dove condanna Italiana ancora a risarcire tutti i suddetti nell’errata misura indicata nel capo precedente, logicamente includendosi la condanna solidale di D.B.C. e D.B.O.D. -; da ciò discende altresì la cassazione della pronuncia di condanna di Italiana alla rifusione delle spese processuali – settimo capo della sentenza -, visto il diverso valore del decisum che dovrà essere nuovamente determinato dal giudice di rinvio in conseguenza dell’accoglimento dei motivi de quibus.

La caduta, conseguente all’accoglimento dei due motivi esaminati tratti dagli altri ricorsi incidentali, anche del capo della sentenza impugnata relativo alla condanna alle spese processuali assorbe, infine, il ricorso incidentale di Italiana Assicurazioni.

Al giudice di rinvio viene rimessa pure la decisione relativa alle spese di lite del presente grado, sia per i ricorsi incidentali accolti sia per il ricorso incidentale assorbito.

P.Q.M. Accogliendo il primo e il secondo motivo del ricorso principale, assorbito il terzo, decidendo nel merito rigetta ogni domanda proposta D.C.D., R.E. ed eredi di L.C., compensando le relative spese processuali di tutti i gradi. Accogliendo l’unico motivo del ricorso incidentale di G.M., I.P., I.G., Io.Gr., I.S. e I.F. nonchè il primo motivo – assorbiti gli altri motivi – del ricorso proposto da C.O. in proprio e quale legale rappresentante dei minori I.M. e I.P., e assorbito conseguentemente il ricorso incidentale di Italiana Assicurazioni S.p.A., cassa il terzo, il quarto e il settimo capo dell’impugnata sentenza, con rinvio, anche per le spese del grado, alla Corte d’appello di Torino. Così deciso in Roma, il 23 novembre 2018. Depositato in Cancelleria il 13 febbraio 2019           avendo riguardo alle norme contenute nelle Direttive del Consiglio concernenti il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri in materia di assicurazione della responsabilità civile derivante dalla circolazione di autoveicoli (in particolare la Direttiva del Consiglio 30 dicembre 1983, 84/5/CEE, e la Direttiva del Consiglio 14 maggio 1990, 90/232/CEE), nonchè alle sentenze (in particolare la sentenza 30/06/2005, C-537/03, Candolin, e la sentenza 01/12/2011, C442/10, Churchill Insurance Company) con cui la Corte di Giustizia ne ha chiarito il significato. 3.3. La questione affrontata dalla sentenza Candolin aveva tratto spunto da una fattispecie in cui tre persone erano rimaste vittime di un incidente stradale dopo aver viaggiato come trasportati su un autoveicolo di proprietà di una di loro ma condotto da una quarta persona. Nell’occasione tanto il conducente quanto i tre trasportati erano in stato di ebbrezza. All’esito del sinistro uno dei trasportati era morto mentre gli altri due (tra i quali figurava il proprietario del veicolo) avevano riportato lesioni.       Dopo che il giudice nazionale di appello, in applicazione di una norma di diritto interno, aveva escluso l’obbligo dell’assicuratore di risarcire il danno sul rilievo che le vittime avrebbero dovuto rendersi conto dello stato di ebbrezza in cui versava il conducente, la Corte Suprema finlandese aveva rinviato alla Corte comunitaria, ponendo la questione pregiudiziale se le regole contenute nelle Direttive ostassero ad una normativa nazionale volta a limitare il risarcimento a carico dell’assicurazione obbligatoria degli autoveicoli in ragione della corresponsabilità del passeggero nella causazione del danno subito e se la soluzione dovesse variare nell’ipotesi in cui il passeggero interessato fosse anche proprietario del veicolo.     Ulteriori info         Nel rispondere alla questione, la Corte di Giustizia ha evidenziato: che l’obiettivo delle disposizioni contenute nelle Direttive (in particolare di quelle contenute nell’art. 2, n. 1, della Direttiva del Consiglio 30 dicembre 1983, 84/5/CEE e nell’art. 1 della Direttiva del Consiglio 14 maggio 1990, 90/232/CEE) “consiste nel garantire che l’assicurazione obbligatoria per gli autoveicoli debba consentire a tutti i passeggeri vittime di un incidente causato da un veicolo di essere risarciti dei danni subiti”; che le norme interne dei singoli Stati “non possono privare le dette disposizioni del loro effetto utile”, ciò che si verificherebbe se una normativa nazionale “negasse al passeggero il diritto al risarcimento da parte dell’assicurazione obbligatoria per gli autoveicoli, ovvero limitasse tale diritto in misura sproporzionata, esclusivamente sulla base della corresponsabilità del passeggero stesso nella realizzazione del danno”; che “è irrilevante il fatto che il passeggero interessato sia il proprietario dei veicolo il conducente del quale abbia causato l’incidente”, atteso che la finalità di tutela delle vittime impone “che la posizione giuridica del proprietario del veicolo che si trovava a bordo del medesimo al momento del sinistro, non come conducente, bensì come passeggero, sia assimilata a quella di qualsiasi altro passeggero vittima dell’incidente”.     Sulla base di queste considerazioni la Corte di Giustizia ha concluso che le disposizioni contenute nelle Direttive del Consiglio 30 dicembre 1983, 84/5/CEE, e 14 maggio 1990, 90/232/CEE, “ostano ad una normativa nazionale che consenta di negare ovvero di limitare in misura sproporzionata, in considerazione della corresponsabilità del passeggero nella causazione del danno subito, il risarcimento a carico dell’assicurazione obbligatoria degli autoveicoli. Il fatto che il passeggero interessato sia proprietario del veicolo il conducente del quale ha causato l’incidente è irrilevante”. 3.4. La questione affrontata dalla sentenza Churchill Insurance Company aveva tratto spunto da due fattispecie in cui una persona, assicurata come unico conducente per la guida di un veicolo (cd. clausola di guida esclusiva), aveva permesso di guidare il veicolo medesimo ad un’altra persona, prendendovi posto come passeggero e riportando danni in seguito all’incidente stradale successivamente verificatosi, imputabile al conducente non assicurato. la Corte di Giustizia ha evidenziato: che l’unica distinzione ammessa dalla normativa dell’Unione in materia di assicurazione obbligatoria della responsabilità civile per gli autoveicoli è quella tra conducente e passeggero, nel senso che, escluso il conducente, tutti gli altri passeggeri, anche quando siano proprietari del veicolo, devono avere una copertura assicurativa; che pertanto la persona che era assicurata per la guida del veicolo, ma che era anche passeggero di tale veicolo al momento dell’incidente, si trova in una situazione giuridica assimilabile a quella di qualsivoglia altro passeggero e va dunque posta sullo stesso piano dei terzi vittime dell’incidente; che il diritto dell’Unione osta alla possibilità che l’assicuratore della responsabilità civile per la guida di autoveicoli si avvalga di “disposizioni legali o di clausole contrattuali allo scopo di negare a detti terzi il risarcimento del danno conseguente ad un sinistro causato dal veicolo assicurato” (in tal senso anche Corte di Giustizia 28/03/1996, C-129/94, Ruiz Bernàldez, e Corte di Giustizia 17/03/2011, C-484/09, Carvalho Ferreira Santos); che tra tali clausole rientrano quelle che escludono la copertura assicurativa a causa dell’utilizzo o della guida del veicolo assicurato da parte di persone non autorizzate a guidarlo o non titolari di una patente di guida, oppure di persone che non si sono conformate agli obblighi di legge di ordine tecnico concernenti le condizioni e la sicurezza del veicolo (in tal senso anche le citate sentenze Ruiz Berneldez e Carvalho Ferreira Santos); che l’unica eccezionale ipotesi in cui all’assicuratore è consentito opporre alla vittima che viaggiava sul veicolo la clausola che escluda la copertura assicurativa a causa della guida da parte di persona non autorizzata è quella in cui venga data la prova che la vittima stessa era a conoscenza del fatto che il veicolo aveva formato oggetto di furto (in tal senso anche la citata sentenza Ruiz Berneldez).   Sulla base di queste considerazioni la Corte di Giustizia ha concluso che le disposizioni contenute nelle Direttive del Consiglio 30 dicembre 1983, 84/5/CEE, e 14 maggio 1990, 90/232/CEE, devono essere interpretate nel senso che esse “ostano ad una normativa nazionale la quale produca l’effetto di escludere in modo automatico l’obbligo dell’assicuratore di risarcire la vittima di un incidente stradale, qualora tale incidente sia stato causato da un conducente non assicurato dalla polizza assicurativa e detta vittima, passeggero del veicolo al momento dell’incidente, fosse assicurata per la guida di tale veicolo e avesse dato a tale conducente il permesso di guidarlo”. 3.5. Alla luce delle richiamate decisioni della Corte di Giustizia, vanno affermati i seguenti principi: – nel sistema del diritto dell’Unione Europea, in tema di assicurazione della responsabilità civile derivante dalla circolazione di autoveicoli, ai fini del diritto ad ottenere il risarcimento dall’assicuratore, la qualità di vittima-avente diritto al risarcimento prevale su quella di assicurato-responsabile. Ne consegue che, allorchè esse qualità si concentrino sulla medesima persona, la prima prevale sulla seconda e deve pertanto riconoscersi all’assicurato il diritto ad essere risarcito dalla compagnia assicurativa, come se si tratti di qualsiasi altro passeggero vittima dell’incidente; Ann.   SCOPRI DI PIÙ   – ai fini della copertura assicurativa è irrilevante il fatto che la vittima si identifichi con il proprietario del veicolo (il quale, al momento del sinistro si trovi a viaggiare sullo stesso come passeggero, dopo avere autorizzato un’altra persona a mettersi alla guida), la cui posizione giuridica va assimilata a quella di qualsiasi altro passeggero vittima dell’incidente; – il diritto alla copertura assicurativa dell’assicurato-proprietario del veicolo che abbia preso posto nel medesimo come passeggero, non può essere escluso in ragione della sua corresponsabilità nella causazione del danno, salva, ovviamente, la necessità di tenere conto del suo eventuale concorrente comportamento colposo in funzione della diminuzione del risarcimento, ai sensi dell’art. 1227 c.c.; – la prevalenza della qualità di vittima-avente diritto al risarcimento sulla qualità di assicurato-responsabile rileva anche in relazione alla legittimazione passiva all’azione di regresso, eventualmente attribuita dalle disposizioni nazionali alla compagnia assicurativa, in funzione di consentirle di ottenere dall’assicurato il rimborso di quanto eventualmente pagato alla vittima a titolo di risarcimento. Ne consegue che nei confronti dell’assicurato-proprietario non può essere esercitata tale azione allorchè egli sia anche passeggero-vittima del sinistro, posto che altrimenti gli verrebbe tolto per effetto del regresso quanto da lui conseguito per effetto del risarcimento;         – l’esclusione della legittimazione passiva all’azione di regresso dell’assicurato-responsabile, che sia anche vittima del sinistro, vale anche nell’ipotesi in cui l’assicuratore intenda opporre la clausola di esclusione dalla copertura assicurativa fondata sul fatto che il veicolo era condotto da persona non abilitata o in stato di ebbrezza, residuando tale legittimazione soltanto nell’ipotesi in cui la vittima stessa fosse a conoscenza del fatto che il veicolo era stato rubato. 3.6. Degli elencati principi avrebbe dovuto tenere conto la Corte di Appello di Venezia nella delibazione della domanda di rivalsa formulata dalla Sara Assicurazioni s.p.a. nei confronti degli eredi di E.M.A.. Infatti, per effetto della preminenza del diritto dell’Unione Europea (il cui fondamento va rinvenuto nell’art. 11 Cost.), le norme poste dalle fonti di tale ordinamento acquistano efficacia obbligatoria diretta nell’ordinamento interno e il giudice nazionale deve verificare d’ufficio la compatibilità delle regole del diritto interno con quelle del diritto comunitario, procedendo, in primo luogo, ad interpretare le prime in conformità alle seconde (eventualmente previa proposizione del rinvio pregiudiziale ex art. 267 TFUE) e, in secondo luogo, ove l’interpretazione conforme non sia possibile, alla diretta applicazione della norma Europea con contestuale disapplicazione della norma nazionale contrastante (tra le tante, Corte Cost. 19 aprile 1985, n. 113; Corte Cost. 8 aprile 1991, n. 168; Corte Cost. 12 maggio 2010, n. 227; in tema, da ultimo, Cass. 29/09/2017, n. 22834).         Cassazione civile, sez. III, 19/01/2018, (ud. 09/11/2017, dep.19/01/2018),  n. 1269 Fatto FATTI DI CAUSA Il (OMISSIS) i fratelli E.M.A. e E.M.H. viaggiavano insieme sull’automobile di proprietà del primo. H. era in stato di ebbrezza e non aveva la patente di guida. Pur consapevole di ciò, A. lo aveva autorizzato a guidare l’automezzo e si era seduto sul sedile posteriore. H. eseguì una manovra di sorpasso, invase l’opposta corsia e si scontrò con due veicoli che procedevano nel contrario senso di marcia. Nell’incidente A. rimase ucciso.       E.A.H., E.M.S., El.Me.Ha., E.M.D., e.m.h., E.M.B. (rispettivamente, madre e fratelli del proprietario e del conducente) agirono in giudizio risarcitorio in qualità di prossimi congiunti della vittima e convennero, dinanzi al Tribunale di Treviso: E.M.H., in qualità di conducente responsabile; la Sara Assicurazioni s.p.a., in qualità di società assicuratrice; B.S., E.M.R., E.M.M., E.M.N. (rispettivamente, moglie e figli del deceduto), in qualità di litisconsorti necessari. Questi ultimi furono anche chiamati in causa dalla Sara Assicurazioni s.p.a., la quale, costituitasi, esercitò nei loro confronti l’azione di rivalsa L. n. 990 del 1969, ex art. 18 (ora D.Lgs. n. 209 del 2005, art. 144): dedusse, al riguardo, che la polizza assicurativa escludeva la copertura per i sinistri causati da conducenti non abilitati alla guida o in stato di ebbrezza e che tale circostanza, se non era opponibile ai danneggiati che avevano agito direttamente nei suoi confronti, tuttavia le attribuiva il diritto di rivalersi verso l’assicurato (e quindi verso i suoi eredi) per l’importo che fosse stata eventualmente condannata a pagare. La moglie e i figli di E.M.A. si difesero dalla domanda di rivalsa deducendo di aver rinunciato all’eredità. Il Tribunale accolse sia la domanda principale risarcitoria sia la domanda connessa di rivalsa, ritenendo in particolare, quanto alla seconda, che la legge marocchina (regolatrice della successione per causa di morte in quanto legge nazionale del de cuius) non consentisse la rinuncia all’eredità e condannando i chiamati in causa a pagare alla società assicuratrice la somma da essa dovuta agli attori.     La Corte di Appello di Venezia ha parzialmente accolto sia l’impugnazione principale della società assicuratrice sulla statuizione relativa alla domanda risarcitoria (riconoscendo il concorso di colpa della vittima nella misura del 70 per cento con conseguente riduzione del risarcimento spettante ai congiunti) sia l’impugnazione incidentale degli eredi del deceduto sulla statuizione relativa alla domanda di rivalsa, escludendo da quest’ultima le somme pagate dall’assicuratore a titolo di interessi. La Corte di merito, pur riducendo l’ammontare dovuto alla compagnia assicurativa, ha tuttavia confermato la sussistenza del suo diritto di rivalsa, sui rilievi: che la tesi posta dagli appellanti incidentali a fondamento del primo motivo di gravame – secondo cui il riconoscimento del diritto dell’assicurazione di rivalersi nei loro confronti avrebbe contrastato con il principio di diritto comunitario che esclude l’elisione del diritto ad ottenere dall’assicuratore il risarcimento del danno conseguente ad un incidente stradale nell’ipotesi in cui le qualità di vittima e di assicurato si concentrino sulla medesima persona – non poteva essere condivisa, atteso che nel caso di specie i congiunti della vittima avevano conseguito il risarcimento loro spettante sebbene il trasportato (vittima) fosse anche proprietario del veicolo (assicurato); che, inoltre, neppure poteva condividersi il rilievo formulato con il secondo motivo di appello incidentale – secondo cui, diversamente da quanto ritenuto dal primo giudice, la legge marocchina avrebbe consentito la rinuncia all’eredità – atteso che, pur ammettendo tale possibilità alla stregua della legge regolatrice della successione, nel caso di specie la rinuncia concretamente posta in essere (effettuata lite pendente dinanzi al cancelliere) non avrebbe avuto alcun effetto sulla qualità di erede, già acquisita mediante precedenti comportamenti concludenti, ed in particolare attraverso le richieste risarcitorie avanzate a tale titolo. Ann.       Propone ricorso per cassazione, sorretto da due motivi, B.S., in proprio e quale genitore legale rappresentante dei figli minori E.M.R., E.M.M. e E.M.N..               Risponde con controricorso la Sara Assicurazioni s.p.a.. Gli altri intimati non svolgono attività difensiva. I ricorrenti hanno depositato memoria. Diritto RAGIONI DELLA DECISIONE

  1. Con il primo motivo (violazione della L. n. 990 del 1969, art. 18; degli artt. 1 e 2 Direttiva 84/5/CEE; dell’art. 1 Direttiva 90/232/CEE) i ricorrenti censurano la decisione impugnata per non aver tenuto conto delle regole contenute nelle richiamate Direttive (successivamente trasfuse e riordinate nella Direttiva 2009/103/CE), le quali, alla stregua dell’interpretazione datane dalla Corte di Giustizia con le sentenze 30/06/2005, C-537/03, Candolin, e 01/12/2011, C-442/10, Churchill Insurance Company Limited: a) escluderebbero la possibilità che alla persona trasportata su un veicolo e vittima di un incidente stradale sia negato il risarcimento del danno per il solo fatto di essere proprietaria del mezzo, anche nell’ipotesi in cui fosse consapevole che colui a cui ne aveva affidato la guida si trovava in stato di ebbrezza ed era privo di abilitazione; b) equiparerebbero, in tale ipotesi, la posizione del trasportato a quella dei prossimi congiunti, allorchè l’incidente abbia avuto esito mortale; c) vieterebbero all’assicuratore della r.c.a. l’azione di rivalsa nei confronti delle persone che hanno diritto al risarcimento, a nulla rilevando che esse cumulano, con la qualità di vittime o danneggiati, quelle di proprietari assicurati.

  2. Con il secondo motivo (violazione della L. n. 218 del 1995, art. 62; dell’art. 229 Code des obligations marocchino; dell’art. 476 c.c.), formulato subordinatamente al rigetto del primo, i ricorrenti censurano la sentenza impugnata per aver riconosciuto alla società assicuratrice il diritto di rivalsa nei loro confronti previo accertamento della loro qualità di eredi dell’assicurato; ribadiscono, per un verso, che la legge marocchina non escluderebbe la possibilità di rinunciare all’eredità; affermano, per l’altro, che la formulazione di una richiesta di risarcimento, operata per il tramite dell’avvocato, sebbene effettuata con l’attribuzione della qualifica di “eredi”, non potrebbe equivalere ad una accettazione tacita dell’eredità, potendo questa conseguire soltanto ad una condotta personale dell’erede.

Ann.

  1. E’ fondato il primo motivo e dal suo accoglimento resta assorbito il secondo.

3.1. In proposito va preliminarmente rilevato che la questione posta dai ricorrenti con il primo motivo di ricorso riguarda il significato e la portata da attribuire alla norma che disciplina l’azione di rivalsa dell’assicuratore verso l’assicurato (già L. n. 990 del 1969, art. 18; oggi D.Lgs. n. 209 del 2005, art. 144) alla luce della necessità di interpretarla in senso conforme al diritto dell’Unione Europea. Venendo in considerazione una questione interpretativa, non assume rilievo la circostanza che la stessa sia stata posta soltanto in sede di appello, poichè non trova applicazione la preclusione prevista dall’art. 345 c.p.c. con riguardo alle domande e alle eccezioni. 3.2. Ciò posto, la questione interpretativa va risolta avendo riguardo alle norme contenute nelle Direttive del Consiglio concernenti il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri in materia di assicurazione della responsabilità civile derivante dalla circolazione di autoveicoli (in particolare la Direttiva del Consiglio 30 dicembre 1983, 84/5/CEE, e la Direttiva del Consiglio 14 maggio 1990, 90/232/CEE), nonchè alle sentenze (in particolare la sentenza 30/06/2005, C-537/03, Candolin, e la sentenza 01/12/2011, C442/10, Churchill Insurance Company) con cui la Corte di Giustizia ne ha chiarito il significato. 3.3. La questione affrontata dalla sentenza Candolin aveva tratto spunto da una fattispecie in cui tre persone erano rimaste vittime di un incidente stradale dopo aver viaggiato come trasportati su un autoveicolo di proprietà di una di loro ma condotto da una quarta persona. Nell’occasione tanto il conducente quanto i tre trasportati erano in stato di ebbrezza. All’esito del sinistro uno dei trasportati era morto mentre gli altri due (tra i quali figurava il proprietario del veicolo) avevano riportato lesioni.       Dopo che il giudice nazionale di appello, in applicazione di una norma di diritto interno, aveva escluso l’obbligo dell’assicuratore di risarcire il danno sul rilievo che le vittime avrebbero dovuto rendersi conto dello stato di ebbrezza in cui versava il conducente, la Corte Suprema finlandese aveva rinviato alla Corte comunitaria, ponendo la questione pregiudiziale se le regole contenute nelle Direttive ostassero ad una normativa nazionale volta a limitare il risarcimento a carico dell’assicurazione obbligatoria degli autoveicoli in ragione della corresponsabilità del passeggero nella causazione del danno subito e se la soluzione dovesse variare nell’ipotesi in cui il passeggero interessato fosse anche proprietario del veicolo.     Ulteriori info         Nel rispondere alla questione, la Corte di Giustizia ha evidenziato: che l’obiettivo delle disposizioni contenute nelle Direttive (in particolare di quelle contenute nell’art. 2, n. 1, della Direttiva del Consiglio 30 dicembre 1983, 84/5/CEE e nell’art. 1 della Direttiva del Consiglio 14 maggio 1990, 90/232/CEE) “consiste nel garantire che l’assicurazione obbligatoria per gli autoveicoli debba consentire a tutti i passeggeri vittime di un incidente causato da un veicolo di essere risarciti dei danni subiti”; che le norme interne dei singoli Stati “non possono privare le dette disposizioni del loro effetto utile”, ciò che si verificherebbe se una normativa nazionale “negasse al passeggero il diritto al risarcimento da parte dell’assicurazione obbligatoria per gli autoveicoli, ovvero limitasse tale diritto in misura sproporzionata, esclusivamente sulla base della corresponsabilità del passeggero stesso nella realizzazione del danno”; che “è irrilevante il fatto che il passeggero interessato sia il proprietario dei veicolo il conducente del quale abbia causato l’incidente”, atteso che la finalità di tutela delle vittime impone “che la posizione giuridica del proprietario del veicolo che si trovava a bordo del medesimo al momento del sinistro, non come conducente, bensì come passeggero, sia assimilata a quella di qualsiasi altro passeggero vittima dell’incidente”.     Sulla base di queste considerazioni la Corte di Giustizia ha concluso che le disposizioni contenute nelle Direttive del Consiglio 30 dicembre 1983, 84/5/CEE, e 14 maggio 1990, 90/232/CEE, “ostano ad una normativa nazionale che consenta di negare ovvero di limitare in misura sproporzionata, in considerazione della corresponsabilità del passeggero nella causazione del danno subito, il risarcimento a carico dell’assicurazione obbligatoria degli autoveicoli. Il fatto che il passeggero interessato sia proprietario del veicolo il conducente del quale ha causato l’incidente è irrilevante”. 3.4. La questione affrontata dalla sentenza Churchill Insurance Company aveva tratto spunto da due fattispecie in cui una persona, assicurata come unico conducente per la guida di un veicolo (cd. clausola di guida esclusiva), aveva permesso di guidare il veicolo medesimo ad un’altra persona, prendendovi posto come passeggero e riportando danni in seguito all’incidente stradale successivamente verificatosi, imputabile al conducente non assicurato.     La società assicurativa, dopo aver riconosciuto il risarcimento spettante ai passeggeri, aveva preteso da loro di essere rimborsata dell’importo corrispondente, in applicazione della regola di diritto interno che attribuiva all’assicuratore, qualora fosse obbligato a versare un risarcimento per responsabilità di un conducente non assicurato, il diritto di agire in regresso nei confronti dello stesso conducente o di chiunque fosse assicurato in virtù del contratto di assicurazione, al fine di ottenere il rimborso della somma versata.   Dopo che il giudice di primo grado aveva deciso diversamente nelle due fattispecie, il giudice di appello inglese aveva rinviato alla Corte comunitaria, ponendo la questione pregiudiziale se il diritto dell’Unione ostasse ad una normativa nazionale avente l’effetto di escludere in modo automatico dal beneficio dell’assicurazione la vittima di un incidente stradale la quale, avendo preso posto come passeggero nel veicolo per la cui guida era assicurata, avesse dato il permesso di guidarlo ad un conducente non assicurato. Nel rispondere alla questione, la Corte di Giustizia ha evidenziato: che l’unica distinzione ammessa dalla normativa dell’Unione in materia di assicurazione obbligatoria della responsabilità civile per gli autoveicoli è quella tra conducente e passeggero, nel senso che, escluso il conducente, tutti gli altri passeggeri, anche quando siano proprietari del veicolo, devono avere una copertura assicurativa; che pertanto la persona che era assicurata per la guida del veicolo, ma che era anche passeggero di tale veicolo al momento dell’incidente, si trova in una situazione giuridica assimilabile a quella di qualsivoglia altro passeggero e va dunque posta sullo stesso piano dei terzi vittime dell’incidente; che il diritto dell’Unione osta alla possibilità che l’assicuratore della responsabilità civile per la guida di autoveicoli si avvalga di “disposizioni legali o di clausole contrattuali allo scopo di negare a detti terzi il risarcimento del danno conseguente ad un sinistro causato dal veicolo assicurato” (in tal senso anche Corte di Giustizia 28/03/1996, C-129/94, Ruiz Bernàldez, e Corte di Giustizia 17/03/2011, C-484/09, Carvalho Ferreira Santos); che tra tali clausole rientrano quelle che escludono la copertura assicurativa a causa dell’utilizzo o della guida del veicolo assicurato da parte di persone non autorizzate a guidarlo o non titolari di una patente di guida, oppure di persone che non si sono conformate agli obblighi di legge di ordine tecnico concernenti le condizioni e la sicurezza del veicolo (in tal senso anche le citate sentenze Ruiz Berneldez e Carvalho Ferreira Santos); che l’unica eccezionale ipotesi in cui all’assicuratore è consentito opporre alla vittima che viaggiava sul veicolo la clausola che escluda la copertura assicurativa a causa della guida da parte di persona non autorizzata è quella in cui venga data la prova che la vittima stessa era a conoscenza del fatto che il veicolo aveva formato oggetto di furto (in tal senso anche la citata sentenza Ruiz Berneldez).   Sulla base di queste considerazioni la Corte di Giustizia ha concluso che le disposizioni contenute nelle Direttive del Consiglio 30 dicembre 1983, 84/5/CEE, e 14 maggio 1990, 90/232/CEE, devono essere interpretate nel senso che esse “ostano ad una normativa nazionale la quale produca l’effetto di escludere in modo automatico l’obbligo dell’assicuratore di risarcire la vittima di un incidente stradale, qualora tale incidente sia stato causato da un conducente non assicurato dalla polizza assicurativa e detta vittima, passeggero del veicolo al momento dell’incidente, fosse assicurata per la guida di tale veicolo e avesse dato a tale conducente il permesso di guidarlo”. 3.5. Alla luce delle richiamate decisioni della Corte di Giustizia, vanno affermati i seguenti principi: – nel sistema del diritto dell’Unione Europea, in tema di assicurazione della responsabilità civile derivante dalla circolazione di autoveicoli, ai fini del diritto ad ottenere il risarcimento dall’assicuratore, la qualità di vittima-avente diritto al risarcimento prevale su quella di assicurato-responsabile. Ne consegue che, allorchè esse qualità si concentrino sulla medesima persona, la prima prevale sulla seconda e deve pertanto riconoscersi all’assicurato il diritto ad essere risarcito dalla compagnia assicurativa, come se si tratti di qualsiasi altro passeggero vittima dell’incidente; Ann.   SCOPRI DI PIÙ   – ai fini della copertura assicurativa è irrilevante il fatto che la vittima si identifichi con il proprietario del veicolo (il quale, al momento del sinistro si trovi a viaggiare sullo stesso come passeggero, dopo avere autorizzato un’altra persona a mettersi alla guida), la cui posizione giuridica va assimilata a quella di qualsiasi altro passeggero vittima dell’incidente; – il diritto alla copertura assicurativa dell’assicurato-proprietario del veicolo che abbia preso posto nel medesimo come passeggero, non può essere escluso in ragione della sua corresponsabilità nella causazione del danno, salva, ovviamente, la necessità di tenere conto del suo eventuale concorrente comportamento colposo in funzione della diminuzione del risarcimento, ai sensi dell’art. 1227 c.c.; – la prevalenza della qualità di vittima-avente diritto al risarcimento sulla qualità di assicurato-responsabile rileva anche in relazione alla legittimazione passiva all’azione di regresso, eventualmente attribuita dalle disposizioni nazionali alla compagnia assicurativa, in funzione di consentirle di ottenere dall’assicurato il rimborso di quanto eventualmente pagato alla vittima a titolo di risarcimento. Ne consegue che nei confronti dell’assicurato-proprietario non può essere esercitata tale azione allorchè egli sia anche passeggero-vittima del sinistro, posto che altrimenti gli verrebbe tolto per effetto del regresso quanto da lui conseguito per effetto del risarcimento;         – l’esclusione della legittimazione passiva all’azione di regresso dell’assicurato-responsabile, che sia anche vittima del sinistro, vale anche nell’ipotesi in cui l’assicuratore intenda opporre la clausola di esclusione dalla copertura assicurativa fondata sul fatto che il veicolo era condotto da persona non abilitata o in stato di ebbrezza, residuando tale legittimazione soltanto nell’ipotesi in cui la vittima stessa fosse a conoscenza del fatto che il veicolo era stato rubato. 3.6. Degli elencati principi avrebbe dovuto tenere conto la Corte di Appello di Venezia nella delibazione della domanda di rivalsa formulata dalla Sara Assicurazioni s.p.a. nei confronti degli eredi di E.M.A.. Infatti, per effetto della preminenza del diritto dell’Unione Europea (il cui fondamento va rinvenuto nell’art. 11 Cost.), le norme poste dalle fonti di tale ordinamento acquistano efficacia obbligatoria diretta nell’ordinamento interno e il giudice nazionale deve verificare d’ufficio la compatibilità delle regole del diritto interno con quelle del diritto comunitario, procedendo, in primo luogo, ad interpretare le prime in conformità alle seconde (eventualmente previa proposizione del rinvio pregiudiziale ex art. 267 TFUE) e, in secondo luogo, ove l’interpretazione conforme non sia possibile, alla diretta applicazione della norma Europea con contestuale disapplicazione della norma nazionale contrastante (tra le tante, Corte Cost. 19 aprile 1985, n. 113; Corte Cost. 8 aprile 1991, n. 168; Corte Cost. 12 maggio 2010, n. 227; in tema, da ultimo, Cass. 29/09/2017, n. 22834).   In applicazione dei predetti principi, la Corte territoriale, precisamente, avuto riguardo alla duplice qualità del defunto E.M.A. quale proprietario-assicurato (e dunque responsabile in solido con il conducente ex art. 2054 c.c., comma 3) e quale vittima-avente diritto al risarcimento, avrebbe dovuto ritenere prevalente quest’ultima qualità sulla prima ed avrebbe dovuto conseguentemente riconoscere il diritto dei suoi eredi a non essere privati totalmente o parzialmente del risarcimento loro dovuto dalla compagnia assicurativa, non assumendo rilievo, in senso contrario, la circostanza che il loro dante causa fosse consapevole di avere affidato la guida del veicolo ad una persona che si trovava in stato di ebbrezza ed era priva di abilitazione. La Corte di merito, inoltre, preso atto della prevalenza, in capo al defunto E.M.A., della qualità di vittima su quella di assicurato, avrebbe dovuto interpretare il D.Lgs. n. 209 del 2005, art. 14 (già L. n. 990 del 1969, art. 18) in senso conforme al diritto dell’Unione Europea, negando la legittimazione passiva dei suoi eredi all’azione di rivalsa dell’assicuratore, sul rilievo che il riconoscimento alla compagnia assicurativa della possibilità di esperire contro di loro tale azione si sarebbe tradotto in un’automatica esclusione del loro diritto al risarcimento, atteso che per effetto della rivalsa avrebbero potuto perdere, in tutto o in parte, quanto eventualmente ottenuto con l’esercizio del predetto diritto. 3.7. La riferita interpretazione della norma che disciplina l’azione di rivalsa, deve aggiungersi, sarebbe stata necessaria anche in funzione del rispetto del principio “vulneratus ante omnia reficiendus”, già affermato da questa Corte, proprio alla luce della giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, in relazione all’esigenza di riconoscere il diritto del proprietario trasportato, nei confronti del suo assicuratore, al risarcimento del danno alla persona causato dalla circolazione non illegale del mezzo, sul previo rilievo della nullità di ogni patto che condizioni la copertura del trasportato all’identità del conducente (Cass. 30/08/2013, n. 19963). Ann.   Questo principio, infatti, risulterebbe indebitamente aggirato se si consentisse all’assicuratore di recuperare, attraverso l’azione di rivalsa, quanto precedentemente erogato alla vittima a titolo di risarcimento. 3.8. L’esattezza della predetta interpretazione, infine, trova conferma nel disposto del D.Lgs. n. 209 del 2005, art. 129 ai sensi del quale non è considerato terzo e non ha diritto ai benefici derivanti dal contratto di assicurazione obbligatoria il solo conducente del veicolo responsabile del sinistro, mentre a tali benefici, per quanto concerne il danno alla persona, ha diritto anche il proprietario-responsabile ex art. 2054 c.c., comma 3, il cui diritto al risarcimento, ove cumuli in sè la qualità di vittima dell’incidente perchè trasportato sul veicolo condotto da altri al momento dello stesso, non può dunque essere compromesso per effetto dell’esercizio, nei suoi confronti, dell’azione di rivalsa.

  1. In accoglimento del primo motivo di ricorso, la sentenza impugnata deve dunque essere cassata limitatamente alla statuizione di accoglimento della domanda di rivalsa formulata dalla Sara Assicurazioni s.p.a. nei confronti degli eredi di E.M.A..

La cassazione deve avvenire senza rinvio, in quanto si riferisce ad una domanda che non poteva essere proposta (art. 382 c..p.c., comma 3), mentre restano ferme le ulteriori statuizioni della sentenza impugnata.

  1. Ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 2, deve provvedersi sulle spese dei gradi di merito relative al rapporto processuale tra i ricorrenti e la Sara Assicurazioni s.p.a., le quali, unitamente a quelle del presente giudizio di legittimità, sono poste a carico della controricorrente in ragione della regola della soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.

PQM La Corte accoglie il primo motivo di ricorso e dichiara assorbito il secondo; in relazione al motivo accolto cassa senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente alla statuizione di accoglimento della domanda di rivalsa proposta dalla Sara Assicurazioni s.p.a. nei confronti di B.S., E.M.R., E.M.M., E.M.N.. Condanna la controricorrente a rimborsare ai ricorrenti le spese dei tre gradi di giudizio, complessivamente liquidate in Euro 10.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi relativi al presente giudizio di legittimità, oltre alle spese forfetarie nella misura del 15 per cento, ed agli accessori di legge. Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della sezione terza civile, il 9 novembre 2017. DeCassazione Civile sez. III Ordinanza 27/06/2018, n. 16922 REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE TERZA CIVILE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. VIVALDI Roberta – Presidente – Dott. SESTINI Danilo – Consigliere – Dott. CIGNA Mario – Consigliere – Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere – Dott. IANNELLO Emilio – rel. Consigliere – ha pronunciato la seguente: ORDINANZA sul ricorso iscritto al n. 28724/2016 R.G. proposto da: R.E., rappresentato e difeso dall’Avv. Massimo Urso; – ricorrente – contro Amissima Assicurazioni S.p.A., (già Carige Assicurazioni S.p.A.), rappresentata e difesa dall’Avv. Maria Caterina Farruggia e dall’Avv. Fabio Alberici, con domicilio eletto presso lo studio di quest’ultimo in Roma, Via Delle Fornaci, n. 38; – controricorrente – e contro UnipolSai Assicurazioni S.p.A., rappresentata e difesa dall’Avv. Maurizio Romagnoli, con domicilio eletto presso il suo studio in Roma, via Romeo Romei, n. 27; – controricorrente – avverso la sentenza della Corte d’appello di Milano, n. 4059/2015, pubblicata il 23 ottobre 2015; Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 16 maggio 2018 dal Consigliere Emilio Iannello; Lette le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. Mistri Corrado, che ha chiesto dichiararsi l’inammissibilità o il rigetto del ricorso. RILEVATO IN FATTO

  1. A seguito di uno scontro, verificatosi il (OMISSIS), tra un’autovettura e un motoveicolo, il terzo trasportato su quest’ultimo subiva danni alla persona per il cui risarcimento chiedeva e otteneva, dal Tribunale di Cosenza, con sentenza passata in giudicato, la condanna del conducente e della compagnia assicuratrice dell’auto, Carige Assicurazioni S.p.A.

Quest’ultima, avendo il tribunale incidentalmente accertato il concorso di colpa del conducente del motoveicolo nella misura del 20%, agiva in via di regresso nei confronti della compagnia assicuratrice dello stesso, Aurora Assicurazioni S.p.A. – rimasta estranea al primo giudizio – a tal fine convenendola davanti al Tribunale di Milano. Aurora Assicurazioni S.p.A., costituendosi in giudizio, chiedeva e otteneva di chiamare in causa il proprio assicurato, proprietario del motociclo, R.E., agendo nei suoi confronti in via di rivalsa sul presupposto della non operatività dell’assicurazione per i danni subiti dal terzo trasportato, trattandosi di trasporto non consentito secondo le indicazioni della carta di circolazione del mezzo. Con sentenza del 14/10/2011 il tribunale accoglieva sia la domanda di regresso proposta da Carige nei confronti di Aurora, sia quella di rivalsa da quest’ultima proposta nei confronti del R..

  1. Con la sentenza in epigrafe la Corte d’appello di Milano ha rigettato il gravame da quest’ultimo interposto e, in accoglimento dell’appello incidentale di Carige S.p.A., lo ha anche condannato al pagamento in favore di questa della stessa somma di Euro 22.485, oltre accessori, già posta a carico dell’Aurora assicurazioni S.p.A. con l’avvertenza che “ad evitare duplicazioni di pagamento”, l’operatività della rivalsa proposta da quest’ultima nei confronti del R. “risentirà dell’avvenuta o meno soddisfazione da parte di quest’ultimo della pretesa debitoria della Carige”.

  2. Avverso tale decisione R.E. propone ricorso per cassazione articolando cinque motivi, cui resistono Amissima Assicurazioni S.p.A. (già Carige Assicurazioni S.p.A.) e UnipolSai Assicurazioni S.p.A. (già Aurora Assicurazioni S.p.A.) depositando controricorsi.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Con il primo motivo di ricorso R.E. deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 2055 c.c., comma 2, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la Corte d’appello accolto la domanda di regresso di Carige Assicurazioni e, conseguentemente, quella di rivalsa proposta da Aurora Assicurazioni, in difetto dei relativi presupposti.

Sostiene infatti che nei rapporti interni tra corresponsabili solidali l’azione di regresso è possibile solo nei confronti di chi sia effettivamente responsabile dell’evento (e quindi del conducente) e non fra soggetti che non siano responsabili ma chiamati a rispondere con il conducente, in via solidale, in forza di specifiche norme di legge.

  1. Con il secondo motivo il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione della L. 24 dicembre 1969, n. 990, art. 18 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la Corte d’appello respinto il motivo di gravame con il quale si iterava l’eccezione di improponibilità della domanda di regresso avanzata da Carige S.p.A. nei confronti di Aurora S.p.A., con conseguente inammissibilità dell’azione di rivalsa da quest’ultima avanzata nei suoi confronti.

Sul solco dei precedenti di Cass. 07/07/1999, n. 7019 e Cass. 08/08/1987, n. 6797, sostiene che la solidarietà che, in forza della L. n. 990 del 1969, art. 18 vincola il responsabile assicurato e il suo assicuratore nei confronti del danneggiato, opera solo in favore di quest’ultimo, del quale rafforza la tutela e non anche nei rapporti tra l’assicurato responsabile e gli altri soggetti con il medesimo coobbligati, con la conseguenza che, qualora uno di tali coobbligati risarcisca il danneggiato estinguendo il credito risarcitorio, l’azione di regresso resta da lui proponibile nei confronti del coobbligato assicurato e non anche nei confronti del suo assicuratore.

  1. Con il terzo motivo il ricorrente censura la sentenza impugnata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per violazione e falsa applicazione dell’art. 1310 c.c., nella parte in cui rigetta l’eccezione di prescrizione da esso riproposta.

Lamenta che erroneamente la Corte d’appello ha ritenuto che l’atto interruttivo rivolto all’assicuratore estende la propria efficacia, ai sensi della citata norma codicistica, anche nei confronti del proprietario del veicolo e del conducente responsabile (Cass. n. 10825 del 2007) e che anche nei confronti dei coobbligati in solido non convenuti in giudizio si applichi il principio per cui, quando l’atto interruttivo sia costituito da una citazione, la prescrizione non corre fino al passaggio in giudicato della relativa sentenza (art. 2945 c.c.; Cass. n. 4244 del 1988). Sostiene che tale principio non è invocabile in relazione all’azione di regresso esercitata da uno dei coobbligati in solido nei confronti degli altri posto che nei rapporti interni tra gli stessi cessa di operare la regola della solidarietà, dettata solo con riferimento ai rapporti esterni tra creditore e pluralità dei debitori e posta a garanzia e nell’interesse del primo, mentre trova applicazione il principio della parziarietà dell’obbligazione.

  1. Con il quarto motivo il ricorrente denuncia poi, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4, dell’art. 2952 c.c., comma 2, nonché della L. n. 990 del 1969, art. 18 per avere la Corte territoriale omesso completamente di considerare che, oltre all’azione di regresso, risultava prescritta pure l’azione di rivalsa avanzata da Aurora assicurazioni con l’atto di chiamata in causa.

Rileva che, con l’atto d’appello (pagg. 12, 13 e 14), egli aveva dedotto che: – in base alla giurisprudenza, il diritto di rivalsa dell’assicuratore r.c.a. nei confronti dell’assicurato è soggetto alla prescrizione breve nel termine di un anno dal verificarsi dell’evento pregiudizievole; – nella specie Carige, già con lettera del 13/11/2002, aveva avanzato la pretesa di regresso nei confronti di Aurora Assicurazioni; – quest’ultima non ha mai interrotto il suddetto termine prescrizionale. Ciò premesso lamenta che sul punto la Corte d’appello ha omesso ogni considerazione e che ciò comporta, ai sensi dell’art. 132 c.p.c., n. 4, nullità della sentenza per “mancanza della motivazione sotto l’aspetto materiale e grafico”.

  1. Con il quinto motivo propone identica censura sotto il profilo di omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

  2. I primi due motivi di ricorso sono congiuntamente esaminabili discendendo la soluzione delle distinte questioni con essi poste dalle medesime considerazioni appresso esposte, che ne palesano l’infondatezza.

6.1. Con il secondo di essi il ricorrente richiama il principio affermato da Cass. n. 7019 del 1999 richiamata in ricorso secondo cui la “solidarietà che, in forza della L. 24 dicembre 1990, n. 990, art. 18 vincola il responsabile-assicurato ed il suo assicuratore nei confronti del danneggiato dipende esclusivamente dall’attribuzione ex lege allo stesso danneggiato, in deroga ai principi che regolano l’assicurazione per la responsabilità civile, dell’azione diretta nei confronti dell’assicuratore e si caratterizza come un’ipotesi di solidarietà atipica “ad interesse unisoggettivo”, stante la diversità dei titoli per cui sono tenuti verso il danneggiato il responsabile e l’assicuratore, il primo obbligato ex delicto, il secondo obbligato ex lege; ne discende che detta solidarietà, non essendo configurabile oltre i limiti della espressa previsione legislativa, deve ritenersi operante soltanto in favore del danneggiato, del quale rafforza la tutela, e non anche nei rapporti tra l’assicurato responsabile e gli altri soggetti con il medesimo coobbligati in quanto anch’essi responsabili del danno, con la conseguenza che, qualora uno di tali coobbligati risarcisca il danneggiato estinguendone il credito risarcitorio, l’azione di regresso resta da lui proponibile nei confronti del coobbligato assicurato e non anche nei confronti del suo assicuratore”. Reputa il Collegio che questo principio non possa essere condiviso, muovendo esso da una prospettiva non appagante sul piano del sistema e della stessa ratio della norma che riconosce al danneggiato da sinistro stradale azione diretta nei confronti dell’assicuratore del responsabile (o, in caso di più responsabili, dell’assicuratore di ciascuno di essi). In realtà, se si muove dal rilievo che (fatta salva la previsione del tutto peculiare di cui all’art. 141 cod. ass. che non modifica il fondamento del ragionamento qui appresso esposto e che peraltro non è nella specie applicabile, ratione temporis) il danneggiato da sinistro stradale cagionato da fatto colposo di più danneggianti può pretendere il risarcimento, ex art. 2055 c.c., per l’intero nei confronti di ciascuno di questi e dei loro assicuratori, non può dubitarsi che per ciò stesso si determina dal lato passivo una obbligazione solidale gravante a pieno titolo su ciascuno di questi soggetti (primo danneggiante, assicuratore del primo danneggiante, secondo danneggiante, assicuratore del secondo danneggiante, e così via): situazione che non vi è motivo di non ricondurre, quanto ai rapporti interni tra i vari coobbligati, alla disciplina in via generale per tali rapporti prevista dalle norme codicistiche e, segnatamente, per quel che in questa sede rileva, dall’art. 1299 c.c. Non v’è dunque ragione di richiamare i limiti, sul piano della legittimazione attiva, dell’azione diretta verso l’assicuratore della r.c.a. dettati dalla L. n. 990 del 1969, art. 18 (ora art. 144 cod. ass.), posto che il diritto che nella specie è fatto valere dall’assicuratore di un danneggiante nei confronti dell’assicuratore dell’altro danneggiante non è quello dei danneggiati, ma quello che, nei confronti degli altri condebitori solidali, spetta al debitore che ha pagato l’intero (art. 1299 c.c.). Tale diritto compete certamente anche all’assicuratore della responsabilità civile che ha pagato i danneggiati in luogo del suo assicurato, perchè l’assicuratore della responsabilità civile, rispetto alla prestazione risarcitoria, è nella posizione dell’obbligato in solido (Cass. 10/03/1994 n. 2313; 13/10/1986 n. 5996; 16/05/1994, n. 2996), giacché la solidarietà non è esclusa dal fatto che i debitori siano tenuti con modalità diverse (art. 1293 c.c.); diritto che ha come oggetto il rimborso della quota del debito che nei rapporti interni grava su ciascun condebitore (art. 1299 c.c., comma 1)(così in motivazione Cass. n. 1084 del 1998). Non può del resto trascurarsi che una diversa interpretazione finirebbe con il depotenziare il favor verso il danneggiato che l’attribuzione allo stesso di azione diretta nei confronti dell’assicuratore intende realizzare. Se si dovesse invero affermare che, in caso di più corresponsabili, l’assicuratore di uno di essi che paga l’intero non può agire per il regresso nei confronti dell’assicuratore dell’altro responsabile, si determinerebbe un ben intuibile motivo di remora per le compagnie assicuratrici a pagare spontaneamente l’intero in favore del danneggiato. 6.2. Ma alla stessa conclusione si può peraltro giungere per altra via. A norma dell’art. 1203 c.c., n. 3 “a vantaggio di colui che, essendo tenuto con altri o per altri al pagamento del debito, aveva interesse di soddisfarlo” opera la surrogazione legale nei diritti del creditore soddisfatto. Tale previsione (cui non deroga l’art. 1916 c.c., che piuttosto rappresenta una ulteriore ipotesi speciale di surrogazione legale, ovvero più propriamente una forma peculiare di successione del credito: v. Cass. n. 14941 del 2012; Cass. n. 3356 del 2010) si attaglia anche alla posizione dell’assicuratore r.c.a.. Questi infatti pagando al danneggiato l’importo dovutogli a titolo di risarcimento del danno cagionato dal proprio assicurato, e avendone interesse a farlo, anzi essendone obbligato per legge, si pone pienamente nella condizione prevista dalla citata norma e può dunque surrogarsi nei diritti che aveva il danneggiato da lui soddisfatto, compreso quello di esercitare l’azione per il risarcimento del danno nei confronti dell’assicuratore dell’altro danneggiato, nei limiti tuttavia della percentuale di responsabilità a questo ascrivibile (eventualmente opponibili dall’assicuratore convenuto quale eccezione personale propria dei rapporti interni con l’assicuratore surrogato). 6.3. Le considerazioni che precedono valgono ovviamente, come detto, anche a superare gli argomenti critici che, con riferimento alla medesima statuizione, sono svolti con il primo motivo nella diversa prospettiva dell’azione di regresso interna a più corresponsabili del danno ex art. 2055 c.c., comma 2. Varrà al riguardo comunque rilevare anche di essi l’intrinseca debolezza, atteso che l’obbligazione solidale risarcitoria del proprietario del veicolo, tenuto ai sensi dell’art. 2054 c.c., comma 3, ha la stessa estensione di quella del conducente, e pertanto è conforme a diritto la sua condanna, nei confronti dei corresponsabili solidali del conducente, alla ripetizione della parte di debito del conducente stesso. E’ vero che i tre precedenti citati in ricorso (Cass. 12/10/1982, n. 856, Cass. 05/09/2005, n. 17763 e Cass. 08/10/2008, n. 24802) sembrano affermare il principio secondo cui, in tema di responsabilità civile extracontrattuale, sarebbe esclusa l’azione di regresso nei confronti di coloro che, essendo tenuti a rispondere del fatto altrui in virtù di specifiche disposizioni di legge, e quindi in base ad un criterio di imputazione legale, risultano per definizione estranei alla produzione del danno. Tuttavia le sentenze citate si riferiscono ad ipotesi in cui era in discussione l’azione di regresso tra più soggetti (proprietario del veicolo e datore di lavoro) chiamati a rispondere del fatto di altro soggetto, responsabile del sinistro, e, valorizzando il tenore letterale dell’art. 2055 c.c., comma 2, secondo cui l’azione di regresso è data “nella misura determinata dalla gravità della rispettiva colpa”, giungono alla conclusione che non può darsi azione di regresso tra più soggetti chiamati a rispondere del fatto del responsabile, proprio in quanto non sussiste una possibile graduazione di colpe tra costoro. Nel caso di specie, invece, come correttamente rimarcato dalla Corte d’appello, si discute del regresso esercitato dall’assicuratore di un corresponsabile nei confronti di assicuratore tenuto a rispondere del fatto di altro corresponsabile. Non sussiste, dunque, dubbio alcuno riguardo alla piena applicabilità, nella fattispecie, anche dell’art. 2055 c.c., comma 2 (v. Cass. 27/07/2011, n. 16417).

  1. Il terzo motivo è inammissibile per aspecificità, apprezzabile sia ab intrinseco per la scarsa perspicuità della relativa illustrazione che non consente di comprendere quale sia la statuizione censurata, sia ab extrinseco per la non pertinenza delle argomentazioni spese rispetto alla effettiva ratio decidendi sul punto adottata dalla Corte d’appello.

Sotto il primo profilo, non è dato invero comprendere con certezza – e già questo è motivo di inammissibilità – se la censura si riferisca:

  1. a) al credito di regresso azionato da Carige nei confronti di Aurora, oppure;

  2. b) al credito di regresso pure direttamente azionato da Carige nei confronti dell’odierno ricorrente.

In relazione a ciascuna di tali possibili alternative letture della censura può comunque ad abundantiam osservarsi che: – in primo grado l’eccezione di prescrizione del credito di regresso azionato da Carige nei confronti di Aurora fu rigettata sulla base del duplice rilievo per cui: a1) la prescrizione dell’azione di regresso di uno dei coobbligati decorre dall’avvenuto pagamento e non già dal giorno dell’evento dannoso; a2) nel caso di specie detto pagamento venne effettuato in data 31/7/2002 e da tale momento la prescrizione venne più volte interrotta, fino all’instaurazione del giudizio, senza che mai si perfezionasse il termine di cui all’art. 2947 c.c.; – la Corte d’appello dà atto dell’esistenza di un motivo di gravame (il terzo) che – si dice in sentenza – “investe il rigetto dell’eccezione di prescrizione”; se ne deve pertanto desumere che quella considerata nella sentenza d’appello è la prescrizione iteratamente eccepita nei confronti dell’azione di regresso proposta da Carige nei confronti di Aurora; tale motivo è quindi rigettato in sentenza sulla base delle seguenti considerazioni: a3) l’appellante non pone in discussione il momento di decorrenza iniziale del termine (coincidente col pagamento, non con l’evento lesivo); a4) essendo l’appellante a tutti gli effetti coobbligato solidale, l’atto interruttivo rivolto all’assicuratore estende la propria efficacia, ex art. 1310 c.c., anche nei confronti del proprietario del veicolo e del conducente responsabile; – ciò premesso è evidente l’aspecificità della censura in questa sede svolta in quanto diretta a colpire soltanto quest’ultima argomentazione (pt. a4) che, nell’economia della decisione impugnata, assume rilievo marginale e probabilmente anche eccentrico rispetto alla vera e più corretta ratio decidendi rappresentata dal rilievo di cui al precedente pt. a3, quello cioè secondo cui, rispetto alla diversa decorrenza del termine prescrizionale dell’azione di regresso (coincidente con l’effettivo pagamento da parte di Carige), quest’ultimo non poteva ancora considerarsi decorso; del tutto irrilevante si appalesa dunque ogni argomento svolto in ordine alla efficacia interruttiva delle iniziative di Carige contro Aurora anche nei confronti dell’odierno ricorrente, quale altro coobbligato, posto che l’unica eccezione di prescrizione che risulta tempestivamente opposta in primo grado e, di conseguenza, trattata poi in grado d’appello, riguardava come detto l’azione di regresso della prima compagnia assicuratrice nei confronti della seconda, non già il regresso successivamente esercitato (in estensione della domanda con la memoria ex art. 183 c.p.c., comma 5) nei confronti del R.; sub b) ove poi il motivo di ricorso debba intendersi riferito all’azione di regresso esercitata da Carige nei confronti dello stesso, è agevole rilevare che si tratterebbe di questione inammissibilmente proposta per la prima volta in questa sede, non risultando essa trattata in grado d’appello, evidenziandosi anzi chiaramente nella sentenza impugnata che in relazione a tale domanda riproposta da Carige con appello incidentale “non si registra alcuna contestazione nel confutazione da parte dell’appellante”. Il ricorrente non ha dal canto suo in alcun modo precisato, come detto, se, quando e come tale questione sia stata dedotta a fondamento dell’appello. Giova al riguardo rammentare che, come da questa Corte ripetutamente avvertito, in tema di ricorso per cassazione, qualora una determinata questione giuridica che implichi accertamenti di fatto non risulti trattata in alcun modo nella sentenza impugnata, il ricorrente che proponga la suddetta questione in sede di legittimità, al fine di evitare una statuizione di inammissibilità per novità della censura, ha l’onere non solo di allegare l’avvenuta deduzione della questione dinanzi al giudice di merito, ma anche di indicare in quale atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Corte di controllare ex actis la veridicità di tale asserzione, prima di esaminare nel merito la questione stessa (v, ex aliis Cass. 21/11/2017, n. 27568; 18/10/2013, n. 23675; 22/01/2013, n. 1435).

  1. Il quarto e il quinto motivo – congiuntamente esaminabili prospettando la medesima questione – sono inammissibili sotto diversi profili.

Va premesso che – al di là dell’ininfluente erroneo riferimento alla previsione di cui al n. 3, anzichè all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4: v. Cass. Sez. U. 24/07/2013, n. 17931) – con il quarto motivo il ricorrente intende denunciare error in procedendo per violazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4 per carenza assoluta di motivazione: vizio implicante la nullità della sentenza a suo dire ravvisabile in ragione della mancata considerazione del motivo di gravame con il quale si lamentava che il primo giudice non avesse dedicato “alcun accenno alla pur rilevata prescrizione estintiva” dell’azione di rivalsa proposta da Aurora Assicurazioni S.p.A. con l’atto di chiamata in causa. E’ evidente l’inammissibilità di una siffatta censura posto che, quand’anche una tale omissione fosse ravvisabile, essa non integrerebbe il vizio denunciato di motivazione omessa o apparente (che si configura soltanto nell’ipotesi in cui manchi del tutto una motivazione o quella espressa risulti intrinsecamente inidonea a far percepire le ragioni che stanno alla base della decisione: v. ex aliis Cass. 25/02/2014, n. 4448; Cass. 08/01/2009, n. 161, non anche quando la motivazione sia ben presente e intellegibile, come nella specie, ma risulti una qualche parziale omissione) bensì quello di omessa pronuncia, nella specie non dedotto.

  1. Ove poi si potesse interpretare la censura come volta a far valere un tale vizio la stessa sarebbe bensì in sè fondata, ma non potrebbe comunque condurre all’accoglimento del motivo.

All’esame del motivo d’appello erroneamente omesso dai giudici di merito può infatti procedere questa Corte, nell’esercizio dei poteri di cui all’art. 384 c.p.c., ponendo essa, in relazione alla prospettazione datane in ricorso, questioni di mero diritto di carattere assorbente (v. Cass. n. 23740 del 2013; n. 5139 e 24914 del 2011; n. 8622 del 2012). L’eccezione di prescrizione dell’azione di prescrizione risulta infatti per la prima volta inammissibilmente dedotta in appello: lo stesso ricorrente, nel riportare testualmente la comparsa di costituzione in appello della Aurora Assicurazioni S.p.a. ne trascrive l’eccezione in tal senso preliminarmente opposta ex art. 345 c.p.c. senza nemmeno accennare ad una sua eventuale contestazione. Dalla trascrizione poi del motivo di appello si trae un solo generico inciso che sembra esprimere l’assunto che tale eccezione sarebbe stata in realtà sollevata in primo grado (“nella impugnata sentenza non si rinviene alcun accenno alla pur rilevata prescrizione estintiva”), inciso però palesemente insufficiente ad assolvere l’onere di specifica motivazione gravante sull’appellante, onere che – nel caso in cui si deduca omessa pronuncia su eccezione di prescrizione – comporta necessariamente anche l’indicazione dell’atto e della fase in cui la stessa è stata sollevata in primo grado.

  1. A fortiori inammissibile si appalesa il quinto motivo non potendosi certamente configurare vizio di motivazione (sub specie di omesso esame di fati decisivi) in relazione a questioni di mero diritto, processuale o sostanziale, qual è quella dedotta.

E’ noto infatti che il vizio di motivazione non può assumere, di per sè, ruolo di idoneo motivo di ricorso per cassazione, poichè, se il giudice del merito decide correttamente una questione di diritto sottoposta al suo esame e, tuttavia, non sostiene la determinazione con alcuna argomentazione ovvero la supporta con argomentazioni inadeguate, illogiche o contraddittorie, ha luogo, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., la correzione della motivazione della sentenza impugnata da parte del giudice di legittimità (cfr. Cass. 16640/05, 11883/03).

  1. Per le considerazioni che precedono il ricorso deve essere rigettato, con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, liquidate come da dispositivo.

Ricorrono le condizioni di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, per l’applicazione del raddoppio del contributo unificato. P.Q.M. rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento, in favore delle controricorrenti, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida, per ciascuna, in Euro 3.200 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis. Così deciso in Roma, il 16 maggio 2018. Depositato in Cancelleria il 27 giugno 2018 positato in Cancelleria il 19 gennaio 2018

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Originally posted 2019-12-22 14:59:04.

L’art. 640-ter c.p sanziona al comma 1 la condotta di colui il quale, ‘alterando in qualsiasi modo il funzionamento di un sistema informatico o telematico o intervenendo senza diritto con qualsiasi modalità su dati, informazioni o programmi contenuti in un sistema informatico o telematico o ad esso pertinenti, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno’

L’art. 640-ter c.p. sanziona al comma 1 la condotta di colui il quale, ‘alterando in qualsiasi modo il funzionamento di un sistema informatico o telematico o intervenendo senza diritto con qualsiasi modalità su dati, informazioni o programmi contenuti in un sistema informatico o telematico o ad esso pertinenti, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno’

 

 L’art. 640-ter c.p. sanziona al comma 1 la condotta di colui il quale, ‘alterando in qualsiasi modo il funzionamento di un sistema informatico o telematico o intervenendo senza diritto con qualsiasi modalità su dati, informazioni o programmi contenuti in un sistema informatico o telematico o ad esso pertinenti, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno’. In questa ipotesi dunque, attraverso una condotta a forma libera, si ‘penetra’ abusivamente all’interno del sistema, e si opera su dati, informazioni o programmi, senza che il sistema stesso, od una sua parte, risulti in sé alterato. Questa Corte ha, invece, precisato che l’indebita utilizzazione, a fine di profitto proprio o altrui, da parte di chi non ne sia titolare, di carte di credito o analoghi strumenti di prelievo o pagamento, integra il reato previsto dal D.L. 3 maggio 1991, n. 143, art. 12, convertito con L. 5 luglio 1991, n. 197, e non quello di truffa, che resta assorbito.). (Sez. U, n. 22902 del 28/03/2001 – dep. 07/06/2001, Tiezzi, Rv. 21887301).

  1. Come già indicato da questa Corte (Cass. Sez.seconda, n. 50140 del 13/10/2015 Ud. (dep. 21/12/2015) Rv.265565; Cass. n. 17748 del 2011 Rv. 250113 richiamata anche da Cass. n. 11699 del 2012 rv. 252797 e n. 6816 del 31/01/2013) l’elemento specializzante della frode informatica, rappresentato dall’utilizzazione fraudolenta del sistema informatico, costituisce presupposto assorbente rispetto alla generica indebita utilizzazione dei codici d’accesso disciplinato dal D.Lgs. n. 231 del 2007, art. 55, n. 9.

  2. Deve quindi ritenersi che è configurabile il reato di cui all’art. 640 ter c.p., se la condotta contestata è sussumibile nell’ipotesi ‘dell’intervento senza diritto su informazioni contenute in un sistema informatico’. Integra il delitto di frode informatica, e non quello di indebita utilizzazione di carte di credito, la condotta di colui che, servendosi di una carta di credito falsificata e di un codice di accesso fraudolentemente captato in precedenza, penetri abusivamente nel sistema informatico bancario ed effettui illecite operazioni di trasferimento fondi. (Sez. 2, n. 26229 del 09/05/2017 – dep. 25/05/2017, Levi, Rv. 27018201).

  3. Infatti, anche l’abusivo utilizzo di codici informatici di terzi (‘intervento senza diritto’) – comunque ottenuti e dei quali si è entrati in possesso all’insaputa o contro la volontà del legittimo possessore (‘con qualsiasi modalità’) – è idoneo ad integrare la fattispecie di cui all’art. 640 ter c.p., ove quei codici siano utilizzati per intervenire senza diritto su dati, informazioni o programmi contenuti in un sistema informatico o telematico, al fine di procurare a sé od altri un ingiusto profitto.

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. II PENALE – SENTENZA 11 luglio 2019, n.30480 – Pres. Diotallevi – est. Verga

Ritenuto in fatto

1.Con la sentenza impugnata la Corte di appello di Roma, parzialmente riformando la sentenza emessa dal G.I.P. del Tribunale di Roma il 4 luglio 2017, per quel che qui rileva, ha confermato la responsabilità dei due imputati per il delitto di frode informatica aggravata dal furto dell’identità digitale, dichiarando estinto per intervenuta prescrizione il delitto di furto di carta di credito, così diversamente qualificato il fatto in origine contestato come ricettazione, e per l’effetto ha rideterminato la pena inflitta.

2.Avverso la detta sentenza ricorrono i due imputati con atto sottoscritto dall’unico difensore di fiducia, deducendo:

violazione dell’art. 640 ter c.p., comma 3 e vizio di motivazione poiché la corte d’appello ha erroneamente ritenuto sussistente l’aggravante di cui all’art. 640 c.p., comma 3, in quanto quando si utilizzano carte di credito o di debito il sistema non riconosce l’identità digitale dell’utilizzatore ma solo ed esclusivamente se il codice utilizzato è corretto o meno, sicché il semplice utilizzo della carta non comporta nessun furto o indebito utilizzo dell’identità digitale.

Il ricorrente lamenta altresì la contraddittorietà e illogicità della motivazione, laddove la corte d’appello ha sostenuto che l’utilizzo di una carta di credito è assimilabile al bonifico effettuato tramite il cosiddetto home banking on line, mentre è vero il contrario poiché in questi casi la persona che effettua il bonifico deve firmare la distinta, utilizzando il proprio codice rilasciato da un’apposita chiavetta relativa al titolare del rapporto.

Sostiene il ricorrente che il concetto di identificazione informatica non corrisponde a quello di identità digitale e di conseguenza non ogni volta che si accede ad un sistema informatico si utilizza l’identità digitale.

Con ordinanza dibattimentale questa Corte ha rinviato il processo per consentire alle parti di interloquire sulla qualificazione giuridica della condotta ascritta ai due imputati.

Considerato in diritto

1.Prima di affrontare la questione relativa alla sussistenza della contestata aggravante prevista dall’art. 640 ter c.p., occorre verificare se la condotta ascritta ai due imputati è stata correttamente inquadrata nell’ambito della frode informatica.

Si addebita ai due imputati di avere utilizzato due carte di credito e la carta bancomat rilasciate a B.S.  , dopo essersene impossessati con destrezza. Le emergenze processuali hanno consentito di accertare che per i prelevamenti sono stati utilizzati i codici Pin incautamente lasciati dal titolare nel borsello rubato.

La condotta è stata qualificata come truffa informatica aggravata dal furto di identità personale e tuttavia ritiene il collegio che, secondo l’orientamento consolidato di questa corte di legittimità, l’azione rientri piuttosto nell’ambito del reato previsto dal D.Lgs. n. 231 del 2007, art. 55, comma 9, oggi art. 493 ter c.p..

L’art. 640-ter c.p. sanziona al comma 1 la condotta di colui il quale, ‘alterando in qualsiasi modo il funzionamento di un sistema informatico o telematico o intervenendo senza diritto con qualsiasi modalità su dati, informazioni o programmi contenuti in un sistema informatico o telematico o ad esso pertinenti, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno’. In questa ipotesi dunque, attraverso una condotta a forma libera, si ‘penetra’ abusivamente all’interno del sistema, e si opera su dati, informazioni o programmi, senza che il sistema stesso, od una sua parte, risulti in sé alterato. Questa Corte ha, invece, precisato che l’indebita utilizzazione, a fine di profitto proprio o altrui, da parte di chi non ne sia titolare, di carte di credito o analoghi strumenti di prelievo o pagamento, integra il reato previsto dal D.L. 3 maggio 1991, n. 143, art. 12, convertito con L. 5 luglio 1991, n. 197, e non quello di truffa, che resta assorbito.). (Sez. U, n. 22902 del 28/03/2001 – dep. 07/06/2001, Tiezzi, Rv. 21887301).

Come già indicato da questa Corte (Cass. Sez.seconda, n. 50140 del 13/10/2015 Ud. (dep. 21/12/2015) Rv.265565; Cass. n. 17748 del 2011 Rv. 250113 richiamata anche da Cass. n. 11699 del 2012 rv. 252797 e n. 6816 del 31/01/2013) l’elemento specializzante della frode informatica, rappresentato dall’utilizzazione fraudolenta del sistema informatico, costituisce presupposto assorbente rispetto alla generica indebita utilizzazione dei codici d’accesso disciplinato dal D.Lgs. n. 231 del 2007, art. 55, n. 9.

Deve quindi ritenersi che è configurabile il reato di cui all’art. 640 ter c.p., se la condotta contestata è sussumibile nell’ipotesi ‘dell’intervento senza diritto su informazioni contenute in un sistema informatico’. Integra il delitto di frode informatica, e non quello di indebita utilizzazione di carte di credito, la condotta di colui che, servendosi di una carta di credito falsificata e di un codice di accesso fraudolentemente captato in precedenza, penetri abusivamente nel sistema informatico bancario ed effettui illecite operazioni di trasferimento fondi. (Sez. 2, n. 26229 del 09/05/2017 – dep. 25/05/2017, Levi, Rv. 27018201).

Infatti, anche l’abusivo utilizzo di codici informatici di terzi (‘intervento senza diritto’) – comunque ottenuti e dei quali si è entrati in possesso all’insaputa o contro la volontà del legittimo possessore (‘con qualsiasi modalità’) – è idoneo ad integrare la fattispecie di cui all’art. 640 ter c.p., ove quei codici siano utilizzati per intervenire senza diritto su dati, informazioni o programmi contenuti in un sistema informatico o telematico, al fine di procurare a sé od altri un ingiusto profitto.

Nel caso in esame emerge dalla descrizione dei fatti offerta dalle sentenze di merito, che, attraverso l’utilizzazione dei codici di accesso delle carte di credito intestate alla persona offesa, gli imputati hanno effettuato dei prelievi e quindi l’utilizzo non era diretto ad intervenire fraudolentemente sui dati del sistema informatico, ma soltanto a prelevare denaro contante.

Questa Corte anche recentemente ha ribadito che integra il reato di indebita utilizzazione di carte di credito di cui al D.Lgs. 21 novembre 2007, n. 231, art. 55, comma 9, e non quello di frode informatica di cui all’art. 640 – ter c.p., il reiterato prelievo di denaro contante presso lo sportello bancomat di un istituto bancario mediante utilizzazione di un supporto magnetico clonato, in quanto il ripetuto ritiro di somme per mezzo di una carta bancomat illecitamente duplicata configura l’utilizzo indebito di uno strumento di prelievo sanzionato dal predetto art. 55. (Sez. 6, n. 1333 del 04/11/2015 – dep. 14/01/2016, Bortos e altro, Rv. 26623301).

Giova rilevare che nel giudizio di legittimità, l’esercizio del potere della Corte di cassazione di attribuire al fatto una qualificazione giuridica diversa da quella contenuta nel capo di imputazione è condizionato alla preventiva instaurazione del contraddittorio tra le parti sulla relativa questione di diritto. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto rispettato il principio sopra enunciato in quanto la diversa qualificazione giuridica dei fatti, operata dalla Corte medesima, era stata rappresentata, nel giudizio di cassazione, dal procuratore generale nel corso della sua requisitoria ed era stata oggetto di discussione, all’esito della quale le parti avevano rassegnato le loro rispettive conclusioni). (Sez. 4, n. 9133 del 12/12/2017 – dep. 28/02/2018, Giacomelli, Rv. 27226301).

Le parti hanno avuto modo di interloquire sulla qualificazione della condotta ai sensi dell’art. 493 ter c.p. in ragione del rinvio disposto a tale scopo. Diversamente qualificata la fattispecie ascritta ai due imputati ai sensi dell’art. 55 citato, le questioni relative all’aggravante devono ritenersi assorbite. Neppure si pone un problema di non procedibilità dell’azione penale per omessa presentazione della querela, in quanto il reato oggi previsto dall’art. 493 ter c.p. è perseguibile d’ufficio.

I ricorsi devono pertanto ritenersi infondati, con conseguente condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

'alterando in qualsiasi modo il funzionamento di un sistema informatico o telematico o intervenendo senza diritto con qualsiasi modalità su dati, informazioni o programmi contenuti in un sistema informatico
‘alterando in qualsiasi modo il funzionamento di un sistema informatico o telematico o intervenendo senza diritto con qualsiasi modalità su dati, informazioni o programmi contenuti in un sistema informatico

P.Q.M.

Qualificato il fatto reato ai sensi dell’art. 493 ter c.p., comma 1, rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

 

 

 

 

 

Originally posted 2019-12-14 09:48:59.