VIZI DELL’IMMOBILE COSA FARE? BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO

VIZI DELL’IMMOBILE COSA FARE? BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO

 

 

 

nel contratto di compravendita, qualora il bene in oggetto presenti dei vizi che ne determinano la diminuzione del valore in relazione alla minore utilità che dal medesimo si può trarre, il compratore, esercitando l'”actio quanti minoris”, ha diritto di chiedere una diminuzione del prezzo pattuito in una percentuale pari a quella rappresentante la menomazione che il valore effettivo della cosa consegnata subisce a causa dei vizi, in modo tale da essere posto nella situazione economica equivalente a quella in cui si sarebbe trovato se la cosa fosse stata immune da vizi (nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che – in relazione all’acquisto di un’area fabbricabile in vista della costruzione di un supermercato, risultata occupata da un’ingente quantità di rifiuti solidi – aveva provveduto a ridurre il prezzo di acquisto in misura pari al costo sopportato dalla società acquirente per la bonifica del sottosuolo dalla discarica), (cfr. Cass. Sez. 2, Sentenza n. 12852 del 21/05/2008);

– la legge non impone particolari criteri da seguire per la determinazione della somma dovuta per riduzione di prezzo in relazione ai vizi della cosa venduta, ed il ricorso a criteri equitativi ed al prudente apprezzamento del giudice, ancorché non previsto espressamente dal legislatore nella disciplina normativa della vendita, è consentito in questa materia sia in conformità all’origine e alla tradizione storica dell”‘actio quanti minoris”, sia in applicazione di un principio generale, di cui la disposizione contenuta nell’art. 1226 cod. civ. costituisce una particolare specificazione in tema di risarcimento del danno (cfr. Cass. Sez. 2, Sentenza n. 13332 del 06/10/2000).

Tribunale|Milano|Sezione 4|Civile|Sentenza|14 aprile 2015| n. 4625

 

Vendita ed azione di garanzia per i vizi della cosa – Vendita – Vizi della cosa venduta – Decorrenza del termine per l’azione di garanzia – Distinzione tra vizi apparenti e vizi occulti – Acquisizione della certezza obiettiva del vizio

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO DI MILANO

QUARTA SEZIONE CIVILEseparazione-Bologna-asegno-mantenimento-

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Nicola Fascilla ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 53071/2012 promossa da:

MA.LA. (…), con il patrocinio dell’avv. CO.SI. e dell’avv. CR.BA., elettivamente domiciliato in Milano, VIA (…) presso i suddetti difensori

ATTORE

contro

SI.MO. (…), con il patrocinio dell’avv. BO.SI., elettivamente domiciliata in Cormano, via (…) presso il difensore avv. BE.GI.

CONVENUTA

Concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione

1) Con citazione ritualmente notificata Ma.La. ha convenuto in giudizio Si.Mo. deducendo che:

– in data 30 aprile 2011 l’attore aveva stipulato con la convenuta un contratto preliminare avente ad oggetto un immobile sito in Milano, via (…);

– l’immobile era stato visionato dall’attore più volte precedentemente alla sottoscrizione del preliminare e lo stesso, resosi conto visivamente che mancava una parete divisoria tra il locale indicato in pianta catastale come camera da letto e il locale cucina ne richiedeva il ripristino;

– durante le visite prodromiche alla firma del preliminare l’immobile era sembrato più o meno a posto, nel bagno non era installata la vasca da bagno ma la convenuta aveva assicurato che si trovava in cantina e che si sarebbe potuta montare con facilità;

– in realtà non era depositata alcuna vasca e di conseguenza l’attore ne aveva acquistata una nuova;

– il rogito era stato stipulato il 14 luglio 2011 e l’attore si immetteva nella proprietà e nel possesso dell’immobile;

– ai primi di agosto l’attore aveva iniziato a traslocare scoprendo una serie di vizi nell’immobile e in particolare: a) vizi nel bagno, in particolare la inesistenza delle tubazioni che avrebbero dovuto condurre l’acqua calda e fredda alla vasca nonché della mancanza del dotto di scarico dell’acqua reflua; b) vizi all’impianto elettrico e del gas; c) vizi nella parete ripristinata in quanto realizzato in carton gesso anziché in muratura; d) vizi relativi alla misura del vano porta della cucina, montata in misura non standard;

Con il presente giudizio parte attorea ha pertanto chiesto di accertare e dichiarare la sussistenza dei vizi nell’immobile tali da diminuirne in modo apprezzabile il valore e per l’effetto di condannare la convenuta a pagare all’attore la somma di Euro 30.100,00 a titolo di riduzione del prezzo. 0.1 Si è costituita Si.Mo. resistendo alle domande attoree negando la sussistenza dei vizi lamentati e chiedendone il rigetto.

0.2 Successivamente alla concessione dei termini ex art. 183 c. 6 c.p.c. il Giudice Istruttore ammetteva le prove orali che venivano assunte alle udienze del 12 dicembre 2013 e 6 febbraio 2014. Quindi le parti venivano invitate a precisare le conclusioni e la causa, spirati in data 23 febbraio 2015 i termini per il deposito delle memorie di replica, perveniva al Tribunale per la decisione.

2) Alla luce delle deduzioni e allegazioni svolte dalle parti in causa e dell’istruttoria espletata, ritiene il Tribunale, prima di entrare nel merito della causa, di svolgere alcune considerazioni in diritto delle problematiche giuridiche del presente giudizio.

L’art. 1490 c.c. dispone testualmente che “il venditore è tenuto a garantire che la cosa venduta sia immune da vizi che la rendano inidonea all’uso a cui è destinata o ne diminuiscano in modo apprezzabile il valore”.

Già ad una prima lettura della norma si evince la volontà del legislatore di limitare la rilevanza giuridica dei vizi a quelli che: a) siano tali da rendere inidonei il bene all’uso a cui è destinata oppure b) siano tali da diminuire in modo apprezzabile il valore del bene.

Con riguardo alla problematica relativa al riparto dell’onere della prova tra venditore e compratore la Corte di Cassazione ha ribadito anche recentemente che “In tema di inadempimento del contratto di compravendita, è sufficiente che il compratore alleghi l’inesatto adempimento, ovvero denunci la presenza di vizi che rendano la cosa inidonea all’uso al quale è destinata o ne diminuiscano in modo apprezzabile il valore, mentre è a carico del venditore, quale debitore di un’obbligazione di risultato ed in forza del principio della riferibilità o vicinanza della prova, l’onere di dimostrare, anche attraverso presunzioni, di aver consegnato una cosa conforme alle caratteristiche del tipo ordinariamente prodotto, ovvero la regolarità del processo di fabbricazione o di realizzazione del bene; ne consegue che, ove detta prova sia stata fornita, spetta al compratore di dimostrare l’esistenza di un vizio o di un difetto intrinseco della cosa ascrivibile al venditore” e che “In tema di garanzia per i vizi della cosa venduta, l’onere della prova dei difetti, delle conseguenze dannose e del nesso causale fra gli uni e le altre fa carico al compratore, mentre la prova liberatoria della mancanza di colpa, incombente al venditore, rileva solo quando la controparte abbia preventivamente dimostrato la denunciata inadempienza”.

Con riguardo alla tempestività della denuncia dei vizi, la Suprema Corte ha statuito che “In materia di denunzia dei vizi della cosa venduta, ai fini della decorrenza del termine di decadenza di cui all’art. 1495 cod. civ., pur dovendosi, di regola, distinguere tra vizi apparenti ed occulti – là dove per i primi detto termine decorre dalla consegna della cosa, mentre per i secondi dal momento in cui essi sono riconoscibili per il compratore – occorre comunque che il “dies a quo” si faccia risalire al momento in cui il compratore acquisisce la certezza obiettiva del vizio, non essendo sufficiente il semplice sospetto”.

Va inoltre ricordato che allorquando l’acquirente o il committente deducano la sussistenza di vizi o difetti ed il venditore od appaltatore controdeduca l’avvenuto decorso del termine di decadenza per la denuncia dei vizi medesimi, grava su chi deduce i vizi (e cioè l’acquirente o il committente) fornire adeguata prova di avere tempestivamente contestato le difformità delle prestazioni (principio generale cfr. per l’art. 2224 Cassazione civile, sez. III, 29 novembre 1984 n. 6257; per l’appalto Cassazione civile sez. II, 10 giugno 1994, n. 5677; Corte appello Firenze, 12 marzo 1994; Cassazione civile, sez. III, 24 giugno 1980 n. 3970; per la vendita Cassazione civile sez. II, 29 gennaio 2000, n. 1031; Cassazione civile sez. II, 13 ottobre 1999, n. 11519; Cassazione civile sez. II, 28 gennaio 1997, n. 844;

Cassazione civile sez. II, 12 marzo 1994, n. 2394; Cassazione civile sez. II, 11 marzo 1993, n. 2952; Cassazione civile sez. II, 26 agosto 1993, n. 9010).

Con riferimento al profilo della colpa, appare utile rammentare che “Nella vendita la garanzia per i vizi è dovuta per il fatto oggettivo della loro esistenza, indipendentemente da ogni presupposto di colpa del venditore”.

Tanto premesso, ritiene il Tribunale che la domanda di riduzione del prezzo formulata dall’attore rispetto agli asseriti vizi in merito: a) all’impianto elettrico e del gas; b) alla parete ripristinata in quanto realizzata in carton gesso anziché in muratura; c) al vano porta della cucina, montata in misura non standard, sia da respingere in quanto:

1) l’attore risulta decaduto poiché non è stata raggiunta la prova della tempestività della denuncia, tenuto conto della facile riconoscibilità del vizio non trattandosi di vizio occulto;

2) manca la prova circa la gravità dei vizi denunciati, che, occorre ribadirlo, devono essere tali da rendere il bene inidoneo all’uso cui è destinato;

3) con particolare riferimento al muro divisorio, risulta dall’istruttoria orale che l’attore ha avuto l’opportunità di vedere e di “toccare con mano” la parete, con la conseguenza che nel caso di specie appare applicabile l’art. 1491 c.c.nella parte in cui afferma che “non è dovuta la garanzia se al momento del contratto il compratore conosceva i vizi della cosa”, ammesso che l’aver posizionato una parete in carton gesso possa, di per sé, costituire vizio della cosa;

4) le doglianze relative all’impianto elettrico e del gas e al vano porta cucina sono state dedotte in maniera del tutto generica e senza sufficienti elementi probatori a supporto.

L’aspetto che, invece, il Tribunale ritiene di dover svolgere in maniera più approfondita riguarda l’asserito vizio relativo alle tubazioni nel bagno che avrebbero dovuto condurre l’acqua calda e fredda alla vasca.

Ora, si deve preliminarmente rilevare che non risulta provato che la convenuta abbia promesso all’attore la esistenza di una vasca da bagno in cantina; né, nell’economia dei rapporti, appare questa circostanza rilevante.

Inoltre, come già sottolineato, la garanzia per i vizi prescinde totalmente dalla consapevolezza da parte del venditore della loro esistenza.

Quindi, il fatto che la convenuta sapesse o meno del problema lamentato dall’attore è circostanza in questa sede irrilevante.

Inoltre, l’attore non appare decaduto dalla denunzia dei vizi, tenuto conto della natura e del tempo occorso allo stesso per avere una effettiva contezza della situazione.

Sul punto, questo Tribunale non ritiene irrilevanti le considerazioni svolte dalla convenuta in merito alla consapevolezza dell’attore circa lo stato dell’immobile che stava acquistando; del fatto che all’interno del contratto era stata data adeguata evidenziazione delle condizioni interne; della determinazione del prezzo proprio in considerazione di tale stato.

Tuttavia, in ossequio al principio di prudente apprezzamento delle prove offerte dalle parti, il Tribunale ritiene fondata la doglianza relativa alle tubature, sulla base delle fotografie in atti e delle testimonianze rese da St.Cu. e Ma.La.

Certamente parte attorea ha, sotto il profilo sostanziale e processuale, errato nel non aver richiesto un accertamento tecnico preventivo in maniera tale da provocare il contraddittorio sul punto. Tuttavia, la stessa parte convenuta non è stata in grado di escludere la circostanza relativa alle tubazioni, in quanto la stessa aveva utilizzato esclusivamente il lavandino, il bidet e il vaso sanitario. Pertanto, non appare improbabile che la situazione trovata dall’attore fosse effettivamente quella rammostrata nelle foto e confermata dai suddetti testi.

Per quanto concerne l’incidenza di tale vizio rispetto alla domanda di riduzione del prezzo, la Corte di Cassazione ha puntualizzato che:

– nel contratto di compravendita, qualora il bene in oggetto presenti dei vizi che ne determinano la diminuzione del valore in relazione alla minore utilità che dal medesimo si può trarre, il compratore, esercitando l'”actio quanti minoris”, ha diritto di chiedere una diminuzione del prezzo pattuito in una percentuale pari a quella rappresentante la menomazione che il valore effettivo della cosa consegnata subisce a causa dei vizi, in modo tale da essere posto nella situazione economica equivalente a quella in cui si sarebbe trovato se la cosa fosse stata immune da vizi (nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che – in relazione all’acquisto di un’area fabbricabile in vista della costruzione di un supermercato, risultata occupata da un’ingente quantità di rifiuti solidi – aveva provveduto a ridurre il prezzo di acquisto in misura pari al costo sopportato dalla società acquirente per la bonifica del sottosuolo dalla discarica), (cfr. Cass. Sez. 2, Sentenza n. 12852 del 21/05/2008);

– la legge non impone particolari criteri da seguire per la determinazione della somma dovuta per riduzione di prezzo in relazione ai vizi della cosa venduta, ed il ricorso a criteri equitativi ed al prudente apprezzamento del giudice, ancorché non previsto espressamente dal legislatore nella disciplina normativa della vendita, è consentito in questa materia sia in conformità all’origine e alla tradizione storica dell”‘actio quanti minoris”, sia in applicazione di un principio generale, di cui la disposizione contenuta nell’art. 1226 cod. civ. costituisce una particolare specificazione in tema di risarcimento del danno (cfr. Cass. Sez. 2, Sentenza n. 13332 del 06/10/2000).

Alla luce dei suddetti principi, della documentazione prodotta dall’attore, della incidenza del vizio rispetto al complessivo valore economico della operazione e considerato che nella determinazione del prezzo di acquisto le parti avevano già tenuto in debita considerazione lo stato dell’immobile compravenduto, ritiene il Tribunale di riconoscere all’attore una riduzione del prezzo pari ad Euro 5.000,00. Pertanto il Tribunale condanna Si.Mo. a pagare a Ma.La. la somma di Euro 5.000,00.

3) Alla luce dell’accoglimento parziale della domanda attorea e del rigetto della quanti minoris con riferimento a tutti gli altri vizi lamentati, il Tribunale compensa integralmente le spese di lite sostenute dalle parti per il presente giudizio.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando sulle domande proposte da Ma.La. nei confronti di Si.Mo., ogni diversa istanza disattesa o assorbita,

  1. accerta e dichiara la sussistenza dei vizi nell’immobile sito in via (…) oggetto del contratto di compravendita interpartes con esclusivo riferimento alle tubazioni del bagno per l’effetto
  2. condanna Si.Mo. a pagare a Ma.La. la somma di Euro 5.000,00;
  3. rigetta le domande attoree con riferimento agli altri vizi lamentati;
  4. compensa tra le parti le spese di lite sostenute per il presente giudizio.

Così deciso in Milano il 18 marzo 2015.

Depositata in Cancelleria il 14 aprile 2015.

L’esclusione della garanzia per i vizi della cosa venduta conosciuti dal compratore al momento del contratto trova ragione nella piena coincidenza, sussistente in tal caso, fra le condizioni del bene secondo la determinazione volitiva dei contraenti e quelle del bene quale oggetto della compravendita, mentre la medesima esclusione nell’ipotesi di facile riconoscibilità dei vizi nello stesso momento, costituisce imposizione a carico del compratore di un onere di diligenza minima nella scoperta del vizio, in applicazione del principio di autoresponsabilità. Pertanto affinché in presenza di vizi facilmente riconoscibili, sorga l’obbligo di garanzia in capo al venditore non è sufficiente la dichiarazione di quest’ultimo circa il buon funzionamento della cosa venduta (contenuta, nella specie, in un modulo a stampa recante le condizioni generali di contratto) giacché con tale dichiarazione il venditore promette una particolare qualità della cosa per un tempo determinato, prestando una garanzia di durata, regolata da una propria disciplina e diretta ad altri fini, richiedendosi invece per il sorgere dell’obbligo sopraindicato una specifica assicurazione sull’assenza di vizi, con la quale il venditore determina un particolare affidamento del compratore, indotto a soprassedere all’esame della cosa e quindi a non scoprirne gli eventuali vizi.

L’esclusione della garanzia per i vizi della cosa venduta, prevista dall’ultima parte dell’art. 1491 c.c., presuppone che i vizi siano riconoscibili al momento in cui il contratto viene concluso e non opera, quindi, nel caso in cui la consegna della merce (nella specie, partita di marmo risultata, alla posa in opera, con inaccettabili variazioni di colore rispetto al campione) sia stata successiva alla conclusione del contratto.

 

Avvocato per Contratto di agenzia – Rappresentante di commercio -Bologna ,Milano ,Torino

Avvocato per Contratto di agenzia – Rappresentante di commercio -Bologna ,Milano ,Torino avvocato fallimentarista

Con atto di citazione notificato il 12.12. (…) sas di (…) e (…) evocava in giudizio avanti al Tribunale di Bergamo la (…) sas di (…) C. e, premesso di avere svolto per conto di quest’ultima l’attività di rappresentante di commercio, procacciando in esecuzione di tale mandato contratti di vendita di calzature all’estero, chiedeva la condanna detta convenuta al pagamento delle provvigioni maturate e dovute nella misura del 5% sulle vendite effettuate, pari a L, 136.535.500 o altra di giustizia. Produceva a sostegno della domanda copie di ordini raccolti presso il suo stand in occasione della fiera Internazionale che aveva avuto luogo in Riva del Garda nel 1993.

Proposte alcune eccezioni di rito, nel merito la difesa di (…) s.a.s s’incentrava innanzitutto sulla contestazione del fatto che nella zona oggetto del rapporto inter partes fossero compresi gli Stati esteri e sull’affermazione che in tale zona la preponente avesse già altri agenti o comunque rapporti diretti con certi clienti.

La (…) precisava, circa i contratti espressamente richiamati nella citazione, che essi erano stati redatti da suoi dipendenti, che la società attrice si era limitata ad ospitare a mero titolo di cortesia nel suo stand presso la menzionata fiera di Riva del Garda; contestava infine che i contratti di cui ai documenti prodotti dall’agente avessero poi dato luogo ad effettive vendite. Il tribunale adito, istruita la causa, con sentenza in data 12.7.2003 rigettava la domanda attrice, in quanto non adeguatamente provata non essendo stato possibile stabilire se i contratti conclusi con il preponente fossero riconducibili o meno al rapporto di agenzia facente capo all’attrice sas.

Avvocato per Contratto di agenzia – Rappresentante di commercio -Bologna ,Milano ,Torino 

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CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 27 settembre 2012, n. 16432

 

avvocato fallimentaristaContratto di agenzia – Rappresentante di commercio – Maturazione di provvigioni per vendite sulla zona assegnata contrattualmente – Limiti del contratto di agenzia – Spetta al preponente dimostrarne la sussistenza

Diapositiva1Svolgimento del processo

Con allo di citazione notificato il 12.12. (…) sas di (…) e (…) evocava in giudizio avanti al Tribunale di Bergamo la (…) sas di (…) C. e, premesso di avere svolto per conto di quest’ultima l’attività di rappresentante di commercio, procacciando in esecuzione di tale mandato contratti di vendita di calzature all’estero, chiedeva la condanna detta convenuta al pagamento delle provvigioni maturate e dovute nella misura del 5% sulle vendite effettuate, pari a L, 136.535.500 o altra di giustizia. Produceva a sostegno della domanda copie di ordini raccolti presso il suo stand in occasione della fiera Internazionale che aveva avuto luogo in Riva del Garda nel 1993.

Proposte alcune eccezioni di rito, nel merito la difesa di (…) s.a.s s’incentrava innanzitutto sulla contestazione del fatto che nella zona oggetto del rapporto inter partes fossero compresi gli Stati esteri e sull’affermazione che in tale zona la preponente avesse già altri agenti o comunque rapporti diretti con certi clienti.

La (…) precisava, circa i contratti espressamente richiamati nella citazione, che essi erano stati redatti da suoi dipendenti, che la società attrice si era limitata ad ospitare a mero titolo di cortesia nel suo stand presso la menzionata fiera di Riva del Garda; contestava infine che i contratti di cui ai documenti prodotti dall’agente avessero poi dato luogo ad effettive vendite. Il tribunale adito, istruita la causa, con sentenza in data 12.7.2003 rigettava la domanda attrice, in quanto non adeguatamente provata non essendo stato possibile stabilire se i contratti conclusi con il preponente fossero riconducibili o meno al rapporto di agenzia facente capo all’attrice sas.

Avverso fa sentenza proponeva appello (…)sas ribadendo le proprie domande; resisteva l’appellata formulando anche appello incidentale in punto compensazione delle spese processuali.

L’adita Corte d’Appello di Brescia, con sentenza n. 561/08 depositata in data 27.05.2008, in accoglimento del proposto gravame, condannava ,la sas (…) al pagamento di € 67.377,45 in favore (…) sas, con gli interessi legali oltre al pagamento delle spese del doppio grado. La corte riteneva che le commissioni prodotte dalla società attrice erano pertinenti con il rapporto di agenzia, in quanto la relativa attività era stata posta in essere nella zona pacificamente attribuita all'(…), quantomeno con il concorso di quest’ultima con il preponente, per cui all’agente spettava comunque il diritto di percepire le c.d. provvigioni indirette ex art. 1748 co. 2° c.c.

Avverso la suddetta decisione ricorre per cassazione la (…) sas di (…) & C. su/fa base di n. 5 censure. La (…) resiste con controricorso ed ha formulato ricorso incidentale, Le parti infine hanno depositato memoria ex art. 378 c.p.c

Motivi delle decisione

Ricorso principale

Con il primo motivo del ricorso principale la (…) sas denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. e degli artt.113, 115, 116 e 117 CPC in relazione all’art. 1742 c.c.. Rileva che nei giudizi di merito era sorta tra le parti controversia circa l’individuazione di una zona che in forza di tale contratto di agenzia era stata assegnata all’attrice e nel cui ambito la stessa avrebbe dovuto svolgere la propria attività in favore del preponente. Secondo l’esponente, i (…) non aveva dato la prova dell’assegnazione di una zona nell’ambito dei contratto di agenzia. La Corte di merito aveva erroneamente sostenuto , violando il principio di cui all’art. 2697 c.c. che incombeva sul preponente l’onere di dimostrare che gli ordini procurati dall’agente in occasione della Fiera Riva Schum del 1993 esulassero dalla zona assegnatale. Invece per la ricorrente tale onere probatorio gravava sull’agente in base ai principi generali, in quanto la ‘zona determinata” è uno dei fatti costituenti il fondamento del suo diritto dell’agente.

La doglianza non ha pregio, invero il giudice dell’appello ha correttamente valutato le prove acquisite circa resistenza di un rapporto di agenzia instaurato tra le parti, che peraltro può ritenersi pacifico, cosi come ha ritenuto non controverso che la società preponente nella fiera di Riva del Garda avesse utilizzato lo stand dell’agente, cioè la struttura organizzata da quest’ultimo per l’acquisizione di nuovi clienti ed ordinativi. Correttamente ha dunque ritenuto che incombesse ai preponente dare la prava che gli ordini procacciati dall’agente esulassero dal mandato a lui conferito, prova però che non era stata da lui onorata.

Con il 2° motivo del ricorso l’esponente denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art.1742 c.c. nel testo previgente al D.Lgs, n. 303 del 10.9.91, in relazione agli art. 1352, 2725 e 2729, 2721 e 2722 c.c.. e all’art. 3, comma 1 dell’Accordo Economico Collettivo per gli agenti e i rappresentanti di commercio del 25.7.89, ovvero dell’art. 2, comrna 3 dell’AEC del 9.6.1988. La ricorrente contesta l’assunto della corte territoriale secondo cui l’esistenza ed il contenuto del contratto di agenzia stipulato nell’anno 1990 potevano essere oggetto di prova orafe, non essendo richiesta la forma scritta, né ad substantiam, né ad probationem, essendo stato concluso in data antecedente al D. L n. 303 del 1991 che ha novellato l’art. 1742 c.c.. Ad avviso della (…) invece il contratto di agenzia richiedeva comunque la forma scritta, anche se stipulato prima dell’entrata in vigore della modifica dell’art. 1742 c.c. in quanto tale forma era stata prevista dall’Accordo Economico Collettivo dei 25-7.89 applicabile ratione temporis al rapporto in esame) relativo al rapporto di agenzia del settore commercio; pertanto non era dunque possibile richiedere né ammettere, nel caso di specie, fa prova per testi o per presunzioni, per dimostrare il contenuto ed i termini del contratto stesso. Anche tale doglianza è priva di giuridico pregio.

In effetti, secondo la giurisprudenza (Cass. 4167 del 06/05/1996; contrai Cass. n. 196 del 12.01.1998) , la forma scritta del contratto di agenzia, ancor prima della modifica all’art. 1742 c.c, era stata prevista dall’Accordo Economico Collettivo sopra ricordato, cioè da una fonte negoziate che era vincolante per le parti solo nell’ipotesi della loro adesione all’accordo stesso. Nella fattispecie però il preponente non ha dimostrato e neanche dichiarato di avervi aderito all’accordo in questione, per cui fo stesso non aveva alcuna efficacia vincolante . La contrattazione collettiva di diritto comune, in genera/e. ha, com’è noto, efficacia vincolante limitatamente agii iscritti a/le associazioni sindacali stipulanti e a coloro che, esplicitamente o implicitamente, al contratto abbiano prestato adesione (Cass. n. 16340 del 13/07/2009; Cass. n. 12352 del 22.8.2003). Ne discende che nel caso di specre, ai fini della prova del contratto e del suo contenuto il giudice poteva anche legittimamente utilizzare le prove orali acquisite ( dichiarazione dei testi e delle parti).

Con il 3° motivo del ricorso si denuncia l’omessa, insufficiente motivazione circa un fatto controverso “ovverosia l’inclusione nei contratto di agenzia in oggetto ….della zona corrispondente agli Stati esteri….”

La censura invero è una diversa formulazione, con riferimento all’asserito vizio motivazionale , delle contestazioni già esaminate; sostiene infatti la ricorrente che la sentenza sarebbe inficiata da omessa motivazione in ordine alla prova dell’assegnazione dell’agente di quella determinata zona in cui aveva operato.

Ritiene Invece il Collegio che il giudice dell’appello abbia correttamente valutato le prove relative all’esistenza ed al contenuto del contratto di agenzia, avendo preso in esame le emergenze istruttorie costituite in specie, dalle dichiarazione dei testi (…) e , dall’esame della CTU e dalla documentazione acquisita ( fatture, ordinativi ecc.). La corte ha ritenuto in specie che la questione andava risolta.., facendo corretta applicazione dei principi che regolano l’onere della prova; dimostrata l’operatività , nell’anno 1993 …. del rapporto di agenzia inter partes, incombeva sul preponente l’onere di dimostrare che gli ordini procurati dall’agente in occasione della Fiera Riva Schuh del 1993, esulassero rispetto al mandato conferito…”, ritenendo al riguardo privo di rilevanza la ” produzione del documento n. 3 “,..(v. pag. 7 sentenza).

Le ultime doglianze del ricorso (4° e 5° motivo) riguardano la presunta deroga al diritto di esclusiva . Più precisamente, con il 4° motivo del ricorso si denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 1748. co. 2 c.c.. e si assume che non era stata provata dall’attore l’esistenza di un’esclusiva in suo favore relativamente alla zona nella quale sono stati conclusi in suo favore gli affari di cui il medesimo ha dedotto pretese di provvigione” ..,.( per tale zona non c’era il patto di esclusiva…).

Con, il 5° motivo del ricorso omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione in ordine alla mancata prova circa l’esistenza del patto d’esclusiva a favore dell’agente. Secondo l’esponente la Corte aveva ignorato ie prove documentali e quelle orali, che avrebbero consentito di escludere il rifritto alle provvigioni indirette.

Le doglianze di cui sopra – congiuntamente esaminate attesa la loro stretta commissione – sono entrambe infondate.

Occorre rilevare in premessa che, per costante giurisprudenza, il diritto di esclusiva costituisce un elemento naturale, non già essenziale, del contratto di agenzia, ai sensi dell’art. 1743 c.c., per cui esso può essere validamente oggetto di deroga ad opera della volontà delle parti ( Cass. n. 5920 del 23/04/2002; Cass. n. 21073 del 09/10/2007; Cass. n. 5920 del 23/04/2002). Ne consegue che il relativo onere della prova grava sul preponente, onere che secondo il giudice del gravame egli non aveva assolto. A tal fine ha reso in esame anche la documentazione prodotte dal preponente ( come il contestato documento n. 3 apparentemente integrante il contratto di agenzia in parola, in quanto non sottoscritto dai pretesi contraenti) ed ha ritenuto che nessun lume poteva derivare dall’istruttoria esperita, per cui ha concluso affermando la pertinenza con il rapporto di agenzia delle commissioni prodotte dall’agente, anche se le stesse avevano ad oggetto contratti di vendita di calzature rivolte a clienti esteri. In conclusione il ricorso principale dev’essere rigettato. Passando all’esame del ricorso incidentale, con l’unico motivo si denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 1748 c.c. e degli e degli artt. 113, 115 e 117 c.p.c. e si sostiene che all’agente competevano le provvigioni maturate su tutte le fatture dei cliente mediorientale (…) fino al 1996 (in mancanza di risoluzione del contratto) perché tutti i contratti erano stati conclusi per effetto dell’intervento del (…)

La doglianza non ha pregio.

Invero, l’art. 1748, 3° comma c.c. riconosce all’agente il diritto alla provvisione sugli affari conclusi anche dopo fa data di scioglimento dei contratto, se la proposta é pervenuta al preponente o all’agente in data antecedente o gli affari sono conclusi entro un termine ragionevole dalla data di scioglimento del contratto e la conclusione è da ricondurre prevalentemente all’attività da cui svolta. La Corte applicando correttamente tale principio, ha riconosciuto con valutazione di merito non censurabile in sede di legittimità) come dovute le provvigioni per ì soli affari conclusi per l’intervento prevalente dell’agente e tale intervento – secondo quel giudice -era da ricondurre soltanto alla circostanza di cui allo stand della fiera di Riva del Garda, dove erano stati conclusi i contratti in questione (art. 1748. 3° co, c.c.).

In conclusione anche il riscorso incidentale dev’essere rigettato. Attesa la reciproca soccombenza, si ritiene di compensare le spese di questo giudizio.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso principale e quello incidentale compensando tra le parti le spese processuali.

Originally posted 2015-03-22 17:41:45.

Vademecum Diritti dell’agente di commercio – Provvigione AGENTE DI COMMERCIO, QUALI DIRITTI? E SE L’IMPRESA NON PAGA? Vademecum Diritti dell’agente di commercio – Provvigione –

 AGENTE DI COMMERCIO, QUALI DIRITTI? E SE L’IMPRESA NON PAGA?

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Vademecum Diritti dell’agente di commercio – Provvigione AGENTE DI COMMERCIO, QUALI DIRITTI? E SE L’IMPRESA NON PAGA? Vademecum Diritti dell’agente di commercio – Provvigione –

Vademecum Diritti dell’agente di commercio – Provvigione –

. Con la sentenza qui impugnata la Corte d’appello di Roma, in parziale riforma della decisione di primo grado, determinava in euro 15.593,53, oltre accessori, la somma dovuta dalla OMAB s.r.l. in favore dell’odierno ricorrente. B. De A., a titolo di differenze per provvigioni e altri compensi relativi al rapporto di agenzia intercorso fra le parti. In particolare, la Corte di merito perveniva alla riduzione del maggiore importo di euro 289.667,35, liquidato dal primo giudice, in base a consulenza tecnico-contabile disposta in appello, da cui era risultato il credito dell’agente, per lire 31.050.285, a titolo di ”star del credere”, compensato parzialmente dalla differenza, pari a lire 866.000, per provvigioni erogate in eccedenza.

 divisione ereditaria amichevole

CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 17 maggio 2011, n. 10821

Contratto di agenzia – Diritti dell’agente – Provvigione – In genere – Domanda giudiziale di pagamento delle provvigioni – Contenuto – Indicazione dei contratti conclusi per il tramite dell’agente – Necessità – Conseguenze – Onere probatorio – Produzione degli ordini raccolti – Sufficienza – Esclusione.

CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 17 maggio 2011, n. 10821

Diapositiva1

Ritenuto in fatto

 

1. Con la sentenza qui impugnata la Corte d’appello di Roma, in parziale riforma della decisione di primo grado, determinava in euro 15.593,53, oltre accessori, la somma dovuta dalla OMAB s.r.l. in favore dell’odierno ricorrente. B. De A., a titolo di differenze per provvigioni e altri compensi relativi al rapporto di agenzia intercorso fra le parti. In particolare, la Corte di merito perveniva alla riduzione del maggiore importo di euro 289.667,35, liquidato dal primo giudice, in base a consulenza tecnico-contabile disposta in appello, da cui era risultato il credito dell’agente, per lire 31.050.285, a titolo di ”star del credere”, compensato parzialmente dalla differenza, pari a lire 866.000, per provvigioni erogate in eccedenza.

2. Di questa decisione il ricorrente domanda la cassazione deducendo nove motivi di impugnazione. La società resiste con controricorso e propone ricorso incidentale condizionato deducendo, a sua volta, un motivo di impugnazione, cui il De A. resiste con proprio controricorso. Entrambe le parti hanno depositato memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c.

 

Considerato in diritto

 

1. Preliminarmente, i due ricorsi devono essere riuniti, ai sensi dell’art. 335 c.p.c, in quanto proposti avverso la stessa sentenza.

2. Ancora in via preliminare, va disattesa l’eccezione di improcedibilità del ricorso ex art. 369 c.p.c, sollevata dalla società in relazione alla mancata produzione, in maniera distinta, della documentazione su cui si fonda l’impugnazione. Ed infatti si tratta di documenti acquisiti alla consulenza d’ufficio disposta in grado d’appello, e, perciò, ricompresi nel fascicolo d’ufficio, per i quali, alla stregua della giurisprudenza più recente di questa Corte, deve escludersi la imposizione di un onere di distinta produzione, che andrebbe ad aggiungersi all’onere di chiedere la trasmissione del fascicolo ai sensi dell’art. 369, u.c., c.p.c. (cfr., da ultimo, Cass. n. 18851 del 2010).

3. Il ricorso principale si articola in nove motivi.

3.1. Con il primo motivo, denunciando vizio di motivazione, si lamenta che la decisione impugnata abbia recepito in modo acritico l’operato del consulente tecnico nominato in appello, in particolare disattendendo alcuni puntuali rilievi mossi dal ricorrente, quali: la utilizzazione, per il calcolo delle provvigioni, delle sole fatture fornite dalla società, e non delle copie di commissioni fornite dall’agente, con la conseguente considerazione dei soli importi delle prime, e non anche delle seconde; la omissione, ai medesimi fini, delle commissioni relative a forniture il cui prezzo era regolato con permute; la modifica della percentuale delle provvigioni; la modifica, in senso sfavorevole, dei risultati contabili di documenti pure provenienti dalla società; la omissione delle commissioni relative alla vendita di “arredamenti”, nonché di copie di commissioni asseritamente non sottoscritte.

3.2. Con il secondo motivo, denunciando violazione dell’art. 115 c.p.c. si lamenta che il calcolo delle provvigioni non sia stato effettuato in base al volume d’affari, comprovato dalle commissioni fornite dall’agente e acquisite agli atti del giudizio.

3.3. Il terzo motivo denuncia violazione degli art. 2719 c.c. e 212 c.p.c, lamentandosi che il c.t.u. non abbia utilizzato le copie fotografiche delle commissioni prodotte dall’agente.

3.4. Il quarto motivo denuncia vizio di motivazione e violazione di legge deducendosi, ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c, che “il compenso per lo “star del credere” spettante all’agente di commercio vada calcolato…sul volume complessivo degli affari procurati e andati a buon fine”.

3.5.-3.6. Con il quinto e il sesto motivo si denuncia vizio di motivazione e violazione dell’art. 345 c.p.c. per avere la Corte di merito implicitamente respinto l’eccezione di inammissibilità delle prove documentali fornite dalla società in grado d’appello.

3.7. Con il settimo motivo si lamenta la omessa motivazione in relazione ai rilievi critici del consulente di parte riguardanti il mancato esame di ben 224 documenti prodotti nel primo grado di giudizio.

3.8. Con l’ottavo motivo si lamenta omessa motivazione riguardo alla contestazione, puntualmente sollevata dall’agente, riguardo al mancato calcolo delle commissioni fatturate in anni successivi a quello indicato nell’ordine di fornitura.

3.9. Con il nono motivo si lamenta omessa motivazione circa la scelta di rinnovare gli accertamenti tecnici eseguiti in primo grado, sebbene non contestati dalla società appellante.

4. Con il ricorso incidentale condizionato si lamenta l’avvenuta applicazione della prescrizione decennale e si sostiene che, invece, il diritto alle provvigioni si prescrive nel termine di cinque anni, decorrente anche nel corso del rapporto.

5. Il ricorso principale non merita accoglimento, rivelandosi, le censure sopra evidenziate, infondate o inammissibili in ogni profilo.

5.1.-5.2. Con riguardo ai primi due motivi, occorre rilevare che nel giudizio promosso dall’agente contro la ditta preponente per l’accertamento del suo diritto al pagamento delle provvigioni, egli ha l’onere di provare i fatti costitutivi della sua pretesa, ovvero gli affari da lui promossi e la loro esecuzione, laddove rientra nel potere discrezionale del giudice di merito disporre l’ammissione di consulenza tecnica, qualora la ricostruzione dei reciproci rapporti di dare ed avere tra agente e preponente, sulla base dei fatti addotti dalle parti, necessiti di una ricostruzione tecnico – contabile. Ne consegue che l’agente stesso ha l’onere di provare che gli affari da lui promossi sono andati a buon fine, ovvero che il mancato pagamento dei premi fosse dovuto a fatto imputabile al preponente (cfr. ex multls Cass. n. 12838 del 2003; n. 177062 del 2003). Il regime probatorio, così delineato, è stato soggetto a diverse modificazioni, comportanti agevolazioni favorevoli all’agente a seguito dell’intervento del Legislatore comunitario (in baso alla normativa di attuazione della direttiva comunitaria 86/653 del 18 dicembre 1986 sugli agenti di commercio indipendenti e, in particolare, alla disciplina dettata dall’art. 1748 cod. civ., nel testo di cui al D.Lgs. 15 febbraio 1999 n. 65 – di maggior tutela del diritto dell’agente alle; provvigioni sia per quanto riguarda sia il momento genetico che l’onere probatorio), e, tuttavia, come la giurisprudenza di questa Corte ha più volte precisato, ò rimasto sempre immutato il generale principio secondo cui l’agente ha l’onere di precisare e provare i fatti costitutivi del suo diritto, e quindi, in particolare, la conclusione dei contratti da lui promossi, con i relativi dati identificativi e quantitativi (cfr. Cass. n. 5467 del 2000). In generale, quindi, a prescindere dalla applicabilità o meno della nuova disciplina al rapporto in esame, l’agente ha l’onere di provare, se non la esecuzione del contratto da parte del terzo, la conclusione del contratto, e di specificare, nel caso di una pluralità di contratti promossi, quali siano stati i contratti conclusi e per quale ammontare. In sostanza, l’agente non è sollevato dall’onere di precisare i fatti e di provare i fatti costitutivi del suo diritto alla provvigione, la conclusione tra le parti dei contratti da lui promossi. Come ha già affermato questa Corte, la domanda di pagamento della provvigione è inammissibile qualora non siano indicate le generalità del soggetto con il quale è stato concluso l’affare, la data, il luogo e l’oggetto del contratto, nonché il relativo importo e il corrispettivo di fatto versato; e la carenza non può dirsi superata per effetto della offerta, da parte dell’attore, di una prova generica (Cass. n. 6875 del 2001).

Nel caso in esame la società preponente ha puntualmente impugnato la sentenza di primo grado con riguardo alla inosservanza dell’onere probatorio, così come risulta dalla decisione della Corte d’appello che, peraltro, anche in sede di rigetto delle censure della società relative al termine di prescrizione ha precisato il collegamento imprescindibile del diritto alle provvigioni con la conclusione effettiva dell’affare.

Con questi presupposti, la pretesa dell’agente di vedersi calcolare le provvigioni in base alle copie delle commissioni risulta priva di fondamento giuridico; d’altra parte, non può ritenersi, come pure sostiene il ricorrente, che una volta prodotti tutti gli ordini raccolti, l’agente aveva adempiuto all’onere probatorio, dovendosi affermare, invece, il principio di diritto secondo cui la proposizione della domanda di pagamento delle provvigioni, riguardando un diritto il cui fatto costitutivo è rappresentato non dal rapporto di agenzia (che, di per sé, è solo il presupposto della nascita del credito azionato), ma dalla conclusione di affari tra preponente e clienti per il tramite dell’agente, esige che siano indicati e provati, con elementi sufficienti a consentirne l’identificazione, i contratti che l’agente assume siano stati conclusi per suo tramite. Un onere siffatto non risulta adempiuto, peraltro, neanche nella presente sede, secondo le modalità e le indicazioni proprie del giudizio di legittimità, distinte dall’onere di produzione documentale (cfr. Cass. n. 18854 del 2010, cit.), poiché il ricorrente, oltre a sostenere in generale, erroneamente, la rilevanza decisiva della documentazione da lui prodotta, si riferisce a circostanze di fatto del tutto generiche, prive di ogni specificazione (quali la sussistenza di affari relativi ad “arredamento” o conclusi mediante permute, la “modificazione peggiorativa” dei documenti contabili da lui prodotti, la modifica della percentuale delle provvigioni, l’esistenza di commissioni ”non sottoscritte”).

5.3. Analoghe considerazioni rivelano la inammissibilità della doglianza, contenuta nel terzo motivo di ricorso, relativa all’omessa considerazione di copie fotografiche di commissione, atteso che, anche in tal caso, non viene specificato il contenuto dei documenti onde potersi desumere la decisività dei medesimi e, eventualmente, la erroneità del giudizio di fatto dei giudici di merito (esplicato mediante l’adozione delle conclusioni della c.t.u.).

5.4. Il quarto motivo è inammissibile per violazione dell’art. 366-bis c.p.c. (applicabile nella specie ratione temporis), stante l’assoluta genericità del quesito, che finisce per riprodurre il generale principio della spettanza del compenso per “star del credere” in base al volume complessivo degli affari andati a buon fine, senza alcun riferimento alla fattispecie (non desumibile, d’altra parte, dal contenuto del motivo: cfr. Cass., sez. un., n. 2658 del 2008).

5.5.-5.6. Infondati sono anche il quinto e il sesto motivo. L’appello della società preponente, come già rilevato, ha riguardato l’inosservanza dell’onere probatorio dell’agente, sì che la acquisizione della documentazione aziendale, da parte del c.t.u., in sede di rinnovazione dogli accertamenti contabili, è stato diretto, in linea con i principi sopra richiamati, ad integrare la documentazione offerta dallo stesso agente, di per sé inidonea a configurare in maniera compiuta i singoli affari effettivamente conclusi. Non potrebbe dirsi, perciò, che l’acquisizione documentale abbia costituito uno strumento per aggirare decadenze processuali attribuibili alla società, essendo ascrivibile, piuttosto, all’esercizio di poteri officiosi riferiti a difficoltà di acquisizione della prova riguardanti l’agente, oltre che a profili contabili complessi (cfr. Cass. n. 15448 del 2003).

5.7.-5.8. Del pari inammissibili sono le censure di cui al settimo e all’ottavo motivo, poiché la doglianza relativa all’omesso esame di 221 ordini e di commissioni fatturate in epoca successiva all’anno di commissione non è adeguatamente specificata mediante l’indicazione del contenuto dei documenti e l’allegazione specifica della rilevanza dei medesimi (essendo unicamente indicato, a titolo di esempio, taluno degli affari di cui all’ottavo motivo), sì che non è dato valutare la decisività dell’eventuale vizio motivazionale.

5.9. Il nono motivo è infondato, poiché la rinnovazione della c.t.u. appare del tutto giustificata alla stregua delle necessità istruttori sopra evidenziate, in ordine alla conclusione degli affari, stante la contestazione, al riguardo, da parte della società, secondo l’accertamento di fatto della Corte di merito, non adeguatamente censurato in questa sede.

6. In conclusione, il ricorso principale è respinto, con il conseguente assorbimento del ricorso incidentale condizionato.

7. Il ricorrente va condannato al pagamento delle spese del giudizio, secondo il criterio della soccombenza, con liquidazione come in dispositivo.

 

P.Q.M.

 

Riuniti i ricorsi, rigetta quello principale e dichiara assorbito l’incidentale. Condanna il ricorrente principale al pagamento delle spese del giudizio, liquidate in euro 45,00 per esborsi e in euro tremila per onorario, oltre a spese generali, IVA e CPA come per legge.

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Originally posted 2015-03-22 17:21:38.

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L'avvocato Armaroli è avvocato civilista e fondatore dello studio legale Armaroli. L'avvocato Armaroli è avvocato esperto di diritto civile, in particolare: In materia di diritto di famiglia: separazione e divorzio scioglimento comunione impresa familiare ordini di protezione interdizione inabilitazione amministrazione di sostegno adozioni riconoscimento e disconoscimento paternità sospensione e revoca potestà genitoriale In materia di testamento e successioni: redazione testamenti successioni ed eredità azioni successorie e di riduzione rivendica beni ereditari nullità o inefficacia disposizioni testamentarie e donazioni divisionilogo In materia di diritto agrario: agrarie in materia di affitto di fondi rustici, miglioramenti e addizioni In materia di diritto immobiliare: preliminari di acquisto contratti di compravendita immobiliare contratti di appalto tutela proprietà vizi di costruzione controversie urbanistiche ed edilizie distanze e servitù, azioni possessorie investimenti immobiliari controversie condominiali In materia di locazioni: eredità indivisa divisione eredità appartamento divisione eredità beni mobili divisione eredità con scrittura privata divisione eredità denaro divisione ereditaria e comunione legale divisione eredità figli divisione eredità giudiziale la divisione ereditaria ha effetto retroattivo divisione eredità legittima divisione eredità moglie e figli divisione eredità notaio divisione ereditaria oggettivamente parziale divisione eredità percentuali divisione eredità quote divisione ereditaria richiesta assegnazione divisione eredità senza testamento divisione eredità tasse divisione ereditaria usucapione divisione ereditaria valore immobili divisione eredità per stirpi divisione eredità zio BOLOGNA: Successione testamento, quote ereditarie successione, successione con testamento
L’avvocato Armaroli è avvocato civilista e fondatore dello studio legale Armaroli.
L’avvocato Armaroli è avvocato esperto di diritto civile, in particolare:
In materia di diritto di famiglia:
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BOLOGNA: Successione testamento, quote ereditarie successione, successione con testamento

Originally posted 2015-03-11 14:36:25.

PROCEDIMENTO DISCIPLINARE MEDICI ,RADIAZIONE , ART 609 CP, CASSAZIONE

PROCEDIMENTO DISCIPLINARE MEDICI ,RADIAZIONE , ART 609 CP,  CASSAZIONE

 FOTO LIBRERIA AVVOCATO PENALISTA

L’errore commesso dalla commissione disciplinare nel riportare la misura della

pena inflitta in via definitiva al ricorrente, come ritenuto dalla decisione

impugnata, è risultato in concreto irrilevante, essendo stata la radiazione

inflitta in considerazione della gravità del reato in sè considerato.

Il fatto che il ricorrente non fosse recidivo specifico ugualmente è stato ritenuto

irrilevante in quanto, come risulta dalla decisione impugnata, la radiazione non

è stata disposta ai sensi del D.P.R. n. 221 del 1950, art. 42, cioè in relazione a

condanna penale, ma ai sensi dell’art. 41, e cioè per avere il medico, con la

sua condotta, compromesso gravemente la sua reputazione e la dignità della

classe sanitaria.

 avvocato-sergio-armaroliconsulenza-legale

Cassazione civile sentenza n. 8340/14

Omissis

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

—- propone ricorso per cassazione contro l’Ordine dei Medici-Chirughi e degli

Odontoiatri di Roma, che resiste con controricorso, avverso la decisione della

Commissione Centrale per gli Esercenti le Professioni sanitarie n. 56/2012,

notificata il 7.1.2013, che ha respinto il ricorso avverso la sanzione disciplinare

della radiazione adottata dalla Commissione Medica dell’OMCeO del 20.5.2011.

Il provvedimento impugnato, premesso che in data 16.6.2010 —— aveva

segnalato che il — era stato condannato in Tribunale, Corte di appello ed in

Cassazione, con ulteriore rinvio in Corte di appello per difetto di motivazione

sull’entità della pena e successiva conferma della pena inflitta per i reati di cui

all’art. 609 cpv c.p., n. 1, art. 609 ter c.p., n. 2, art. 609 septies c.p., comma

4, n. 3, art. 61 c.p., n. 9; che era stato promosso procedimento disciplinare;

che vi erano precedenti pressocché specifici; che l’incolpato aveva dedotto che

la condanna definitiva era di anni 2 di cui da espiare anni 1 mesi 11 e giorni 27

di reclusione; che la commissione aveva ritenuto di irrogare la sanzione della

radiazione; ciò premesso rigettava il ricorso sul presupposto della regolarità

dell’accertamento e della congruità della motivazione. Si denunziano: 1)

violazione dei principi e delle regola in tema di motivazione e segnatamente del

D.P.R. n. 221 del 1950, art. 41 con riferimento alla sostanziale applicazione

dell’art. 42 con la immotivata applicazione della radiazione solo per la

intervenuta condanna per violenza sessuale senza valutare le circostanze

dedotte dal ricorrente.

Si fa, poi, riferimento alla circostanza, non valutata, della riduzione di pena ed

all’erroneo richiamo ad altro episodio. Osserva questa Corte Suprema:

E’ stato pacificamente accertato e non è contestato che il ricorrente è stato

condannato in via definitiva per abusi sessuali commessi nei locali del pronto

soccorso ed in qualità di  medico di  guardia approfittando dello stato

confusionale e di torpore della paziente, cui aveva iniettato farmaci.

Con l’unico motivo il ricorrente, dopo essersi dilungato sulla ammissibilità del

ricorso, deduce, in primo luogo, che la decisione impugnata non avrebbe

tenuto conto del fatto che in sede di appello, nel giudizio penale, vi era stata

una sostanziosa riduzione di pena, in quanto era stata ritenuta sussistente

l’attenuante di cui all’art. 609 c.p., u.c., ed erano state concesse le attenuanti

generiche.

Erroneamente, poi, nella decisione impugnata si è fatto riferimento ad una

recidiva, quando il giudice penale aveva escluso la continuazione tra i due

episodi in relazione ai quali il ricorrente era stato sottoposto (anche) a

procedimento disciplinare.

Il ricorso è infondato.

L’errore commesso dalla commissione disciplinare nel riportare la misura della

pena inflitta in via definitiva al ricorrente, come ritenuto dalla decisione

impugnata, è risultato in concreto irrilevante, essendo stata la radiazione

inflitta in considerazione della gravità del reato in sè considerato.

Il fatto che il ricorrente non fosse recidivo specifico ugualmente è stato ritenuto

irrilevante in quanto, come risulta dalla decisione impugnata, la radiazione non

è stata disposta ai sensi del D.P.R. n. 221 del 1950, art. 42, cioè in relazione a

condanna penale, ma ai sensi dell’art. 41, e cioè per avere il medico, con la

sua condotta, compromesso gravemente la sua reputazione e la dignità della

classe sanitaria.

In ogni caso le censure sono generiche e non autosufficienti.

Si denunziano non meglio precisate violazioni di legge e vizi motivazionali nel

mero rinvio alle risultanze del processo penale, deducendo che la sentenza di

secondo grado non si limitava ad una riforma in punto di trattamento

sanzionatorio bensì stravolgeva in punto di fatto e di diritto quella di primo

grado e, pur ammettendo l’efficacia del giudicato, si sostiene che il giudice

disciplinare non ha tenuto conto degli elementi indicati dal —-, disattendendo

le risultanze del processo penale in ordine alla ritenuta affinità tra i due episodi

mentre in sede penale si era esclusa la continuazione ritenendo non sufficiente

che a carico dell’imputato si sia proceduto in tempi diversi per più reati della

stessa indole in mancanza dell’unicità del disegno criminoso.

Tali deduzioni sono, tuttavia, inidonee a ribaltare la decisione impugnata che

ha valorizzato non già l’entità della pena inflitta ma l’accertata responsabilità

dei fatti contestati.

Il  provvedimento impugnato ha anche evidenziato,  richiamando la

giurisprudenza costituzionale in materia di illegittimità degli automatismi in

campo disciplinare, che non era stata applicata la radiazione automatica di cui

al D.P.R. n. 221 del 1950, art. 42, bensì quella prevista dall’art. 41, a seguito

di  apposito procedimento disciplinare e che il  ricorrente era già stato

condannato per analoghi fatti, in conseguenza dei quali era stato anche

sanzionato in sede disciplinare, per cui era congrua la misura della radiazione.

Donde il rigetto del ricorso e la condanna alle spese.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese liquidate in Euro

5200, di cui 5000 per compensi, oltre accessori.

Così deciso in Roma, il 4 febbraio 2014.

Depositato in Cancelleria il 9 aprile 2014

Originally posted 2015-03-09 10:32:12.

PRECRIZIONE QUINQUENNALE AZIONE DISCIPLINARE MEDICI, INTERRUZIONE. AVVOCATO SERGIO ARMAROLI DIFESA DISCIPLINARE MEDICI

 

 

CASSAZIONE MEDICI PRESCRIZIONE AZIONE DISCIPLINARE INTERRUZIONE

IL PROCEDIMENTO DISCIPLIANARE ASSOMIGLIA SEMPRE PIU’ AL PROCEDIMENTO PENALE COME PROCEDURA

AVVOCATO SERGIO ARMAROLI DIFENDE MEDICI IN PROCEDIMENTI DISCIPLINARI

 FOTO LIBRERIA AVVOCATO PENALISTA

l ricorrente assume che, a differenza delle disposizioni sopra indicate, che dettano precetti di carattere generale sotto il profilo comportamentale senza prevedere sanzioni specifiche, ilD.P.R. n. 221 del 1950, art. 41, prevede la sanzione della radiazione in riferimento al comportamento del professionista che abbia assunto connotati tali da compromettere in modo grave la sua reputazione e la dignità della classe cui appartiene. Nella specie, un siffatto comportamento non era mai stato contestato.

2.1. – La doglianza è infondata.

Il D.P.R. n. 221 del 1950, art. 41, contiene una previsione sanzionatoria irrogabile agli iscritti in albi professionali a fronte di violazioni deontologiche di particolare gravità, ovvero di comportamenti tali da compromettere la reputazione del professionista stesso e la dignità della categoria di appartenenza, e i comportamenti che integrano la violazione degli artt. 1 e 2 Codice di deontologia medica, puntualmente contestati al ricorrente in sede disciplinare, ben possono essere sanzionati con la radiazione, come si evince chiaramente dal rinvio contenuto nei predetti artt. 1 e 2 Codice deontologico.

AVVOCATO SERGIO ARMAROLI DIFENDE MEDICI IN PROCEDIMENTI DISCIPLINARI

Il termine quinquennale di prescrizione dell’azione disciplinare nei confronti dei medici, non decorre nel caso in cui sia iniziato, a carico dell’incolpato, un procedimento penale, e tale effetto interruttivo permane per tutto il tempo in cui il procedimento penale abbia corso, con la conseguenza che il nuovo termine prescrizionale inizia a decorrere dalla data in cui la sentenza penale è diventata definitiva, rimanendo invece irrilevante la data in cui l’organo disciplinare ha notizia della definitività del procedimento penale.

Cassazione Civile – Sez. II; Sent. n. 27560 del 31.12.2014

 AA24

Svolgimento del processo

1. – E’ impugnata la decisione della Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie (CEEPS) n. 45 del 12 novembre 2012/28 ottobre 2013, che ha respinto il ricorso proposto da F. M. avverso la Delib. dell’Ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri della Provincia de L’Aquila 23 settembre 2011, con la quale gli è stata irrogata la sanzione disciplinare della radiazione dall’albo professionale.

1.1. – A seguito di procedimento penale, conclusosi con sentenza di condanna passata in giudicato il 7 ottobre 2004 alla pena detentiva di mesi quattro di reclusione, sostituita con la sanzione pecuniaria di Euro 4.648,00, per il reato di cui agli artt. 81 e 528 c.p., F.M. è stato sottoposto a procedimento disciplinare.

Il procedimento disciplinare iniziava il 21 aprile 2005, con la formalizzazione dell’addebito di violazione degli artt. 1 e 2 Codice deontologico.

In data 1 dicembre 2005 la Commissione medica decideva per il proscioglimento.

Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale de L’Aquila impugnava il provvedimento di proscioglimento, chiedendo che fosse inflitta la sanzione della radiazione del professionista dall’Albo.

1.2. – Con decisione n. 94 del 15 dicembre 2008, la CEEPS accoglieva il ricorso, annullava il provvedimento di proscioglimento e rinviava gli atti all’Ordine per la riapertura del procedimento e l’irrogazione della sanzione della radiazione.

logoS1.3. – In data 5 novembre 2009, la Commissione per gli iscritti all’Albo Medici dell’Ordine provinciale de L’Aquila deliberava la riapertura del procedimento disciplinare e contestualmente lo sospendeva, in attesa della decisione della Corte di cassazione sul ricorso presentato da F.M. avverso la decisione n. 94 del 2008 della CEEPS. 1.4. – Con provvedimento del 28 novembre 2011, la stessa Commissione medica locale prendeva atto che il ricorso per cassazione era stato dichiarato inammissibile con ordinanza n. 12101 del 7 aprile/31 maggio 2011, con conseguente irrevocabilità della decisione della CEEPS n. 94 del 2008, e definiva il procedimento disciplinare con l’irrogazione della sanzione della radiazione.

1.5. – Per l’annullamento di tale provvedimento o, in subordine, per la riduzione della sanzione, F.M. ricorreva davanti alla Commissione centrale.

2. – Con la decisione impugnata, la CEEPS rigettava il ricorso osservando, nell’ordine, che: a) non sussisteva la denunciata nullità per difetto di sottoscrizione di tutti i componenti della commissione: b) non vi era stata violazione del principio del ne bis in idem, poichè la Commissione centrale aveva annullato il provvedimento di proscioglimento e rinviato gli atti all’Ordine professionale ai fini della riapertura del procedimento disciplinare;

c) non era intervenuta la prescrizione dell’azione disciplinare, in quanto il procedimento penale aveva interrotto il relativo termine, che aveva ricominciato a decorrere dalla conclusione del procedimento penale; d) nella specie doveva farsi riferimento al termine di cui al D.P.R. n. 221 del 1950, art. 51 e non a quello, ex adverso invocato, introdotto dalla L. n. 97 del 2001; e) la condotta del professionista, secondo la valutazione di esclusiva spettanza dell’Ordine, aveva compromesso la sua reputazione e la dignità della classe medica, e non era in proposito rilevante il fatto che la medesima condotta fosse stata considerata non grave in sede di giudizio penale.

3. – Per la cassazione della citata decisione ha proposto ricorso F.M., sulla base di tre motivi.

Sono rimasti intimati la Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie, l’Ordine provinciale dei medici de L’Aquila, il Ministero della salute e il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale de L’Aquila.

Motivi della decisione

1. – Il ricorso è infondato.

1.1. – Con il primo motivo è dedotta violazione dell’art. 112 c.p.c., nonchè dei principi di ne bis in idem e della non regressione del procedimento.

Il ricorrente lamenta l’erroneità della decisione della CEEPS n. 94 del 2008, che aveva disposto la regressione del procedimento disciplinare anzichè decidere nel merito, come richiesto dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale de L’Aquila. Tale erronea decisione aveva comportato l’apertura di un nuovo procedimento disciplinare, per gli stessi fatti, in palese violazione del principio del ne bis in idem, oltre che del principio della domanda e della corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato.

1.2. – La doglianza è infondata.

Il contenuto della decisione n. 94 del 2008 della CEEPS è diventato incontrovertibile dopo che la Corte di cassazione, con l’ordinanza n. 12101 del 2011, ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto dal professionista avverso la predetta decisione.

Il giudicato cosi formatosi non consente alcuna rivalutazione delle questioni che si fondano sulla pretesa erroneità della predetta decisione, dovendosi in ogni caso escludere che la disposta regressione del procedimento abbia dato luogo ad un nuovo procedimento disciplinare, in violazione del principio del ne bis in idem.

2. – Con il secondo motivo è dedotta violazione e falsa applicazione nella individuazione della norma in assunto violata dal professionista, che non sarebbe il D.P.R. n. 221 del 1950,art. 41, richiamato nella decisione impugnata ma non contestato, bensì l’art. 1, comma 2 e art. 2 del Codice di deontologia medica.

Il ricorrente assume che, a differenza delle disposizioni sopra indicate, che dettano precetti di carattere generale sotto il profilo comportamentale senza prevedere sanzioni specifiche, ilD.P.R. n. 221 del 1950, art. 41, prevede la sanzione della radiazione in riferimento al comportamento del professionista che abbia assunto connotati tali da compromettere in modo grave la sua reputazione e la dignità della classe cui appartiene. Nella specie, un siffatto comportamento non era mai stato contestato.

2.1. – La doglianza è infondata.

Il D.P.R. n. 221 del 1950, art. 41, contiene una previsione sanzionatoria irrogabile agli iscritti in albi professionali a fronte di violazioni deontologiche di particolare gravità, ovvero di comportamenti tali da compromettere la reputazione del professionista stesso e la dignità della categoria di appartenenza, e i comportamenti che integrano la violazione degli artt. 1 e 2 Codice di deontologia medica, puntualmente contestati al ricorrente in sede disciplinare, ben possono essere sanzionati con la radiazione, come si evince chiaramente dal rinvio contenuto nei predetti artt. 1 e 2 Codice deontologico.

3. – Con il terzo motivo è dedotta violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 221 del 1950, art. 51.

Si contesta l’interpretazione delle norme in materia di prescrizione dell’azione disciplinare, avuto riguardo in particolare all’effetto sospensivo, soltanto facoltativo, che discenderebbe dal promovimento del procedimento penale per gli stessi fatti per i quali il professionista è sottoposto al procedimento disciplinare.

Si assume quindi che, nel caso di specie, a fronte di fatti penalmente rilevanti, di cui l’Ordine professionale aveva avuto contezza nel giugno del 1999, il termine quinquennale di prescrizione dell’azione disciplinare aveva iniziato a decorrere al più tardi a partire dal 31 dicembre 1999, con la conseguenza che, al momento dell’apertura del procedimento disciplinare in data 21 aprile 2005, il predetto termine era decorso.

3.1. – La doglianza è infondata.

3.1.1. – Secondo la giurisprudenza consolidata di questa Corte, il termine quinquennale di prescrizione dell’azione disciplinare nei confronti dei medici, di cui al D.P.R. n. 221 del 1950,art. 51, non decorre nel caso in cui sia iniziato, a carico dell’incolpato, un procedimento penale, e tale effetto interruttivo permane per tutto il tempo in cui il procedimento penale abbia corso, con la conseguenza che il nuovo termine prescrizionale inizia a decorrere dalla data in cui la sentenza penale è diventata definitiva, rimanendo invece irrilevante la data in cui l’organo disciplinare ha notizia della definitività del procedimento penale (così, Cass., sez. 3^, sentenza n. 4658 del 2006; Cass., sez. 3^, sentenza n. 10517 del 2009; Cass., sez. 3^, sentenza n. 9860 del 2014).

3.1.2. – Nella specie, tra il 7 ottobre 2004, data in cui è divenuta definitiva la sentenza di condanna del ricorrente, e il 21 aprile 2005, data di avvio del procedimento disciplinare nei confronti del medesimo ricorrente, non era decorso il termine quinquennale di prescrizione.

4. – Si provvede sul contributo unificato, come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. 
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis. 
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 3 novembre 2014. 
Depositato in Cancelleria il 31 dicembre 2014

 

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Originally posted 2015-03-08 17:18:20.

TESTAMENTO OLOGRAFO FALSO ISTANZA DI VERIFICAZIONE AVVOCATO SERGIO ARMAROLI

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I fratelli M.B. e G.B., premesso che la madre degli esponenti R.S. era deceduto il 27-4-1997 lasciando un testamento olografo del 2-8-1994 pubblicato il 28-7-1997, convenivano in giudizio dinanzi al Tribunale di Pordenone l’altro fratello G.B. chiedendo dichiararsi la divisione della relativa eredita’ secondo le disposizioni della defunta, la quale aveva istituito erede la figlia M. per 2/4, il figlio G. per 1/4 ed il figlio G. per 1/4.
TESTAMENTO OLOGRAFO FALSO ISTANZA DI VERIFICAZIONE AVVOCATO SERGIO ARMAROLI
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Il convenuto costituendosi in giudizio preliminarmente contestava che la sottoscrizione apposta in calce alla copia dell’atto pubblico (la cui corrispondenza nel contenuto all’originale pure contestava) fosse di pugno della madre, con la conseguenza che l’eredita’ restava devoluta in parti uguali tra i tra fratelli secondo le norme della successione legittima; eccepiva inoltre l’incapacita’ di intendere e di volere della testatrice al momento della redazione dell’atto.

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Il Tribunale con sentenza non definitiva del 13-5-2004 accoglieva l’istanza di verificazione proposta dagli attori ex art. 216 c.p.c., e per l’effetto dichiarava che la sottoscrizione in calce al testamento olografo del 2-8-1994 era autografa di R.S., rigettava la domanda di annullamento del testamento formulata dal convenuto ai sensi dell’art. 591 n. 3 c.p.c., accertava che l’eredita’ della Sozzi era devoluta alle parti sulla base del testamento olografo del 2-8-1994 e disponeva come da separata ordinanza per il prosieguo del giudizio.
Venendo quindi all’esame del ricorso, si rileva che con il primo motivo la ricorrente, denunciando vizio di motivazione, rileva che la Corte territoriale, dopo aver affermato che non sono richieste formule sacramentali per la proposizione dell’istanza di verificazione ex art. 216 c.p.c., ha poi aggiunto che detta istanza non deve essere equivoca e deve contenere la proposizione dei mezzi di prova ritenuti utili e la produzione o l’indicazione delle scritture di comparazione, ed ha rilevato che nella fattispecie gli attori nel giudizio di primo grado nel termine di cui all’art. 184 c.p.c. non solo non avevano dichiarato espressamente di voler introdurre il procedimento di verificazione, ma neppure avevano indicato i mezzi di prova o avevano prodotto le scritture di comparazione, e nemmeno avevano prodotto l’originale del testamento; orbene, premesso che era contraddittorio affermare da un lato la non necessita‘ di formule sacramentali per la proposizione dell’istanza di verificazione e dall’altro la necessita‘ che la stessa non fosse equivoca, la ricorrente sottolinea che non era stata svolta alcuna argomentazione per spiegare cosa il giudice di appello avesse inteso ritenere per istanza non equivoca; inoltre evidenzia che secondo l’orientamento consolidato di questa Corte l’istanza di verificazione di una determinata scrittura privata non richiede formule sacramentali e deve ritenersi implicitamente proposta quando si insista per la pretesa presupponente l’autenticita‘ della scrittura privata stessa.
Cassazione II Civile del16 settembre – 17 ottobre 2014 n. 22078 Svolgimento del processo
I fratelli M.B. e G.B., premesso che la madre degli esponenti R.S. era deceduto il 27-4-1997 lasciando un testamento olografo del 2-8-1994 pubblicato il 28-7-1997, convenivano in giudizio dinanzi al Tribunale di Pordenone l’altro fratello G.B. chiedendo dichiararsi la divisione della relativa eredita’ secondo le disposizioni della defunta, la quale aveva istituito erede la figlia M. per 2/4, il figlio G. per 1/4 ed il figlio G. per 1/4.
Il convenuto costituendosi in giudizio preliminarmente contestava che la sottoscrizione apposta in calce alla copia dell’atto pubblico (la cui corrispondenza nel contenuto all’originale pure contestava) fosse di pugno della madre, con la conseguenza che l’eredita’ restava devoluta in parti uguali tra i tra fratelli secondo le norme della successione legittima; eccepiva inoltre l’incapacita’ di intendere e di volere della testatrice al momento della redazione dell’atto.
Il giudice istruttore assegnava alle parti i termini di cui all’art. 384 c.p.c. per la deduzione dei mezzi istruttori, ed all’udienza del 9-1-2002, dopo la scadenza dei suddetti termini e dopo che il convenuto aveva eccepito l’omessa proposizione dell’istanza di controparte di verificazione della scrittura, l’istanza stessa veniva proposta; il giudice istruttore la accoglieva, avendola ritenuta implicitamente manifestata gia’ nella memoria ex art. 183 ultimo comma c.p.c.
Il Tribunale con sentenza non definitiva del 13-5-2004 accoglieva l’istanza di verificazione proposta dagli attori ex art. 216 c.p.c., e per l’effetto dichiarava che la sottoscrizione in calce al testamento olografo del 2-8-1994 era autografa di R.S., rigettava la domanda di annullamento del testamento formulata dal convenuto ai sensi dell’art. 591 n. 3 c.p.c., accertava che l’eredita’ della Sozzi era devoluta alle parti sulla base del testamento olografo del 2-8-1994 e disponeva come da separata ordinanza per il prosieguo del giudizio.
Proposto gravame da parte di G.B. cui resistevano G.B. e M.B. la Corte di Appello Trieste con sentenza del 27-10-2007, in parziale riforma della sentenza di primo grado, ha dichiarato inammissibile l’istanza di verificazione dei disconosciuto testamento olografo sopra menzionato in quanto non proposta in modo non equivoco; inoltre il giudice di appello ha aggiunto che gli attori nel primo grado di giudizio nel termine di cui all’art. 184 c.p.c. non solo non avevano dichiarato espressamente di voler introdurre il procedimento di verificazione, ma neppure avevano indicato i mezzi di prova o prodotto le scritture di comparazione, ne’ avevano prodotto l’originale dei testamento; per l’effetto quindi la Corte territoriale, ritenuta l’inutilizzabilita’ degli atti e dei documenti all’uopo assunti, ha dichiarato devoluta agli eredi per un terzo ciascuno, secondo le regole della successione legittima, l’eredita’ della Sozzi, ed ha disposto per la prosecuzione dei giudizio.
Avverso tale sentenza M.B. ha proposto un ricorso per cassazione articolato in due motivi cui G.B. ha resistito con controricorso depositando successivamente una memoria; G.B. non ha svolto attivita’ difensiva in questa sede.
AA11114CAUSE EREDITARIEavvocato armaroli foto cellulareMotivi della decisione
Preliminarmente deve essere esaminata l’eccezione del controricorrente di irritualita’ del ricorso in quanto la natura oggettivamente inscindibile della causa imponeva alla ricorrente di estendere il contraddittorio anche a G.B., anche lui beneficiario, in virtu’ della successione legittima dichiarata dalla sentenza impugnata, di una chiamata all’eredita’ nella quota di 1/3, e non di 1/4, come sarebbe stato in caso di riconosciuta successione testamentaria; l’eccezione deve essere disattesa, posto che il ricorso in oggetto e’ stato ritualmente notificato anche a G.B., che peraltro non ha ritenuto di svolgere attivita’ difensiva in questa sede.
Venendo quindi all’esame del ricorso, si rileva che con il primo motivo la ricorrente, denunciando vizio di motivazione, rileva che la Corte territoriale, dopo aver affermato che non sono richieste formule sacramentali per la proposizione dell’istanza di verificazione ex art. 216 c.p.c., ha poi aggiunto che detta istanza non deve essere equivoca e deve contenere la proposizione dei mezzi di prova ritenuti utili e la produzione o l’indicazione delle scritture di comparazione, ed ha rilevato che nella fattispecie gli attori nel giudizio di primo grado nel termine di cui all’art. 184 c.p.c. non solo non avevano dichiarato espressamente di voler introdurre il procedimento di verificazione, ma neppure avevano indicato i mezzi di prova o avevano prodotto le scritture di comparazione, e nemmeno avevano prodotto l’originale del testamento; orbene, premesso che era contraddittorio affermare da un lato la non necessita‘ di formule sacramentali per la proposizione dell’istanza di verificazione e dall’altro la necessita‘ che la stessa non fosse equivoca, la ricorrente sottolinea che non era stata svolta alcuna argomentazione per spiegare cosa il giudice di appello avesse inteso ritenere per istanza non equivoca; inoltre evidenzia che secondo l’orientamento consolidato di questa Corte l’istanza di verificazione di una determinata scrittura privata non richiede formule sacramentali e deve ritenersi implicitamente proposta quando si insista per la pretesa presupponente l’autenticita‘ della scrittura privata stessa.
Con il secondo motivo M.B., deducendo violazione e falsa applicazione dell’art. 216 c.p.c., ritiene che, contrariamente all’assunto della sentenza impugnata, la produzione di scritture di comparazione quali allegati al documento costituito da perizia grafologica di parte non puo’ intendersi come mancato rispetto della previsione dell’art. 216 c.p.c.; invero, se si da’ atto della produzione di una perizia di parte, la produzione non investe esclusivamente la relazione peritale, ma gli stessi documenti ad essa allegati che costituiscono un corpo unico rispetto al documento “perizia” prodotto.
Le enunciate censure, da esaminare congiuntamente per ragioni di connessione, sono infondate.
Sotto un primo profilo deve rilevarsi che non e’ condivisibile il convincimento del giudice di appello in ordine alla necessita‘ che la parte che intenda avvalersi della scrittura privata disconosciuta deve presentare l’istanza di verificazione in modo non equivoco, entro il termine perentorio per le deduzioni istruttorie delle parti (richiamando a tale proposito la pronuncia di questa Corte del 7-2­2005 n. 2411); ritiene invero il Collegio che tale esigenza non sussiste, allorche’ da( complessivo comportamento della parte e’ possibile desumere in modo inequivocabile la sua volonta’ di proporre implicitamente detta istanza, come quando si insista per l’accoglimento della pretesa presupponente l’autenticita‘ del documento, essendo evidente che, una volta disconosciuta la scrittura privata dalla parte nei cui confronti e’ stata prodotta, insistere sulla fondatezza della propria domanda basata sull’autenticita‘ del documento prodotto significa inequivocabilmente proporre sia pure implicitamente l’istanza di verificazione di tale scrittura privata, costituente invero lo specifico strumento processuale per ottenere la declaratoria di autenticita‘ di essa; in proposito quindi si ritiene di aderire all’orientamento prevalente di questa Corte che si e’ espresso in tali termini (Cass. 11-6-1991 n. 6613; Cass. 23-10-2001 n. 12976; Cass. 6-6-2006 n. 13258; Cass. 24-5-2012 n. 8272, quest’ultima pronuncia con specifico riferimento all’istanza di verificazione di un testamento olografo).
Nondimeno deve rilevarsi l’infondatezza dell’assunto sostenuto dalla ricorrente in ordine alla non necessita‘ della produzione o della indicazione delle scritture di comparazione previste dall’art. 216 primo comma c.p.c., essendo a tal fine sufficienti i documenti allegati alla perizia di parte prodotta.
AI riguardo la sentenza impugnata, nell’affermare che gli attori nel giudizio di primo grado avevano
presentato una perizia di parte concludente per l’autografia della firma sulla copia del testamento
olografo per cui e’ causa allegando le scritture delle quali il perito di parte si era avvalso per la comparazione, ha correttamente osservato che una cosa e’ produrre le scritture di comparazione indicandole al giudice ed alle controparti, ed altra cosa e’ allegarle semplicemente quali documenti ad una perizia di parte; infatti secondo il procedimento delineato dal codice di rito, la parte che intende valersi della scrittura privata disconosciuta, nel chiederne la verificazione, deve proporre i mezzi di prova ritenuti utili e produrre o indicare le scritture di comparazione (art, 216 primo comma c.p.c.), ed anzi a tal riguardo il giudice stabilisce il termine per il deposito in cancelleria delle scritture di comparazione e poi determina quelle che debbono servire di comparazione, mentre la nomina di un consulente tecnico e’ comunque eventuale (art. 217 primo e secondo comma c.p.c.), potendo il giudice di merito procedere direttamente alla verifica, senza necessita‘ di ricorrere alla perizia grafologica (Cass. 29-1-2003 n. 1282), desumendo la veridicita’ del documento attraverso la comparazione di esso con altre scritture incontestabilmente provenienti dalla medesima parte e ritualmente acquisite al processo (Cass. 19-5-2008 n. 12695); pertanto la produzione o l’indicazione delle scritture di comparazione da parte di colui che intende valersi della scrittura privata disconosciuta costituisce un onere imprescindibile per una corretta proposizione dell’istanza di verificazione; ne’ evidentemente tale onere puo’ essere assolto mediante l’allegazione di tali scritture ad una perizia di parte, tale fase del procedimento attenendo all’ espletamento di una consulenza tecnica d’ufficio che comunque, oltre che eventuale, e’ in ogni caso successiva alla proposizione dell’istanza di verificazione.
Inoltre neppure e’ censurata l’ulteriore statuizione della sentenza impugnata in ordina alla mancata produzione dell’originale del testamento olografo, originale evidentemente necessario per la procedura di verificazione (Cass. 27-7-2000 n. 9869).
Il ricorso deve pertanto essere rigettato; le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.
P.Q.M.
La Corte
Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento di euro 200,00 per esborsi e di euro 3.000,00 per compensi oltre spese forfettarie.
AVVOCATO-RECUPERO-CREDITI-BOLOGNA-AZIENDE-15

Originally posted 2015-03-08 17:10:06.

fallimento

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Bologna Avvocato fallimentarista Sergio Armaroli

la difettosa tenuta della cartella clinica da parte dei sanitari non può tradursi, sul piano processuale, in un pregiudizio per il paziente (cfr. Cass. n. 1538/2010) e che è anzi consentito il ricorso alle presunzioni "in ogni caso in cui la prova non possa essere data per un comportamento ascrivibile alla stessa parte contro la quale il fatto da provare avrebbe potuto essere invocato" (Cass. n. 11316/2003; cfr. Cass. n. 10060/2010);Prestare assistenza alle imprese per il prefallimento

L’avvocato Armaroli è avvocato fallimentarista esperto in materie collegale al fallimento:

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Avvocato fallimentarista: quali sono le sue funzioni

L’assistenza agli organi delle procedure si esplica, tra l’altro, nella valutazione dei rapporti giuridici pendenti (con i fornitori, con i clienti, con gli istituti di credito), nel recupero dei crediti, nell’esercizio delle azioni revocatorie, risarcitorie e di responsabilità, nella difesa a fronte di opposizioni allo stato passivo e, più in generale, nella rappresentanza in giudizio.

Avvocato fallimentarista: cosa è l’istanza di fallimento?

L’istanza di fallimento è un atto rivolto al Tribunale Fallimentare volto ad aprire una procedura fallimentare nei confronti di un soggetto imprenditore, sempre che sussistano i requisiti soggettivi (imprenditore commerciale non piccolo ai sensi degli articoli 1 legge fallimentare e 2195 codice civile) e oggettivi (impresa in stato di insolvenza ex articoli 2221 codice civile e articolo 5 legge fallimentare).

Art. 1.
Imprese soggette al fallimento e al concordato preventivo. (1)

Sono soggetti alle disposizioni sul fallimento e sul concordato preventivo gli imprenditori che esercitano una attività commerciale, esclusi gli enti pubblici.

Non sono soggetti alle disposizioni sul fallimento e sul concordato preventivo gli imprenditori di cui al primo comma, i quali dimostrino il possesso congiunto dei seguenti requisiti:

a) aver avuto, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito della istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, un attivo patrimoniale di ammontare complessivo annuo non superiore ad euro trecentomila;

b) aver realizzato, in qualunque modo risulti, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo non superiore ad euro duecentomila;

c) avere un ammontare di debiti anche non scaduti non superiore ad euro cinquecentomila.

I limiti di cui alle lettere a), b) e c) del secondo comma possono essere aggiornati ogni tre anni con decreto del Ministro della giustizia, sulla base della media delle variazioni degli indici ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati intervenute nel periodo di riferimento.

 

consulenza-legale

 

Va infine ricordato che non può essere dichiarato il fallimento dell’imprenditore che, pur in presenza di tutti i requisiti soggettivi ed oggettivi, abbia debiti scaduti e non pagati complessivamente inferiori a euro 30.000.

È perciò importante, nel momento in cui si decide di porre in liquidazione la propria azienda, se si ha questa possibilità,  verificare prima l’esistenza di detti requisiti e scegliere con cura i passi da compiere insieme ai propri consulenti.

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Originally posted 2015-03-05 18:49:45.

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Contenuto dell’atto di citazione

Come prescritto dall’art. 163 c.p.c l’atto di citazione deve contenere:

  • l’indicazione del tribunale davanti al quale la domanda è proposta;
  • il nome, il cognome, la residenza e il codice fiscale dell’attore, (1) il nome, il cognome, il codice fiscale, la residenza o il domicilio o la dimora del convenuto e delle persone che rispettivamente li rappresentano o li assistono. (2) Se attore o convenuto è una persona giuridica, un’associazione non riconosciuta o un comitato la citazione deve contenere la denominazione o la ditta, con l’indicazione dell’organo o ufficio che ne ha la rappresentanza in giudizio;
  • la determinazione della cosa oggetto della domanda;
  • l’esposizione dei fatti e degli elementi di diritto costituenti le ragioni della domanda, con le relative conclusioni;
  • l’indicazione specifica dei mezzi di prova dei quali l’attore intende valersi e in particolare dei documenti che offre in comunicazione;
  • il nome e il cognome del procuratore e l’indicazione della procura, qualora questa sia stata già rilasciata;
  • l’indicazione del giorno dell’udienza di comparizione; l’invito al convenuto a costituirsi nel termine di venti giorni prima dell’udienza indicata ai sensi e nelle forme stabilite dall’art. 166, ovvero di dieci giorni prima in caso di abbreviazione dei termini, e a comparire, nell’udienza indicata, dinanzi al giudice designato ai sensi dell’art. 168-bis, con l’avvertimento che la costituzione oltre i suddetti termini implica le decadenze di cui agli artt. 38 e 167. (3)
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L’atto di citazione poi viene consegnato dalla parte o dal procuratore all’ufficiale giudiziario, il quale lo notifica a norma degli artt. 137 ss. c.p.c.

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Originally posted 2015-03-04 17:30:48.

INCIDENTE FERITI MORTI -incidente-24

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 La Giurisprudenza è pacifica nel dichiarare che non solo il danneggiato ha diritto di farsi assistere da un avvocato di fiducia, ma anche – e soprattutto, aggiunge lo scrivente –  che, nel caso di composizione bonaria della controversia, sono a carico dell’ istituto assicuratore  le spese legali  della vertenza.

 

FONDAMENTALE L’ART 2043  NEGLI INCIDENTI E IL 2054

 

L’articolo 2043 del codice civile riporta questa dicitura inerente il risarcimento per fatto illecito: qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno.

Nella fattispecie, in riferimento al sinistro stradale, regolamentato anche dall’articolo 2054 c.c. e dal DPR 254/06 che disciplina la procedura di indennizzo diretto, si stabilisce che colui che ha subito un danno ingiusto causato da un incidente o sinistro stradale, e che quindi non abbia alcuna responsabilità sul verificarsi del fatto stesso, ha diritto al risarcimento di tutti i danni che gli sono stati cagionati in tale suddetta circostanza.

Si parte dall’assunto che il sinistro sia stato provocato con le medesime responsabilità, quindi con un concorso di colpa che prevede la suddivisione della stessa nella misura del 50% per ogni attore del sinistro. Spetta quindi al danneggiato riuscire a dimostrare che i danni riportati sono stati cagionati dall’altro attore in concorso al fine di vedersi risarcito l’intero ammontare dei danni subiti.

 

su come comportarti.AINCMAX

Originally posted 2015-03-02 15:57:38.