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CORONAVIRUS : LE INGIUSTIZIE DI UN VIRUS TREMENDO

CORONAVIRUS : LE INGIUSTIZIE DI UN VIRUS TREMENDO

 

Nessuno di noi penso abbia mai vissuto una situazione cosi’ terribile.

Una economia che sta avviandosi allo sfacelo ,una situazione che proddurrà oltre a morte per il Virus, anche disoccupazione ,miseria e depressione economica e morale.

UNA COSA  NON RITENGO GIUSTA:

 

L’apertura di certe  attivita’ e di altre la chiusura.

 

Intendiamoci non voglio essere assolutamente polemico con le norme emanate, il governo sta facendo il massimo e lo fa bene!!!

 

Ma anche a Bologna in centro vi osno all’interno distesse mura due attivita’: un bar e un tabacchi, in molte situazioni

 

Orbene i tabacchi sono aperti i bar no!

Chiusi i ristoranti , aperti gli asporto.

Certo le norme servono per non consentire l’assembramento di gente in locali al chiuso come sarebbero i ristoranti, i bar, ecc.ecc.

 

Si potrebbe fare entrare nei bar una persona alla volta, per il cafè, come nei tabacchi per comprare le sigarette, o giocare la schedina.

 

Quello che non trovo giusto è che ci sono bar con diversi dipendenti o giovani che l’hanno appena comprato  e pagano affitti e dipendenti e si trovano senza lavorar eu in un mare di debiti, mentre attivita’ altre sono aperte e continuano  a lavorare come i tabacchi le profumerie ,gli asporto.

Ho un cliente che a cambiali e debiti ha appena aperto un locale  birreria, da un mese è chiuso e deve continuare a pagare  affitti e certamente per lui è un disastro.

 

 

 

 

 

RIGETTO ASSEGNO DIVORZILE PER MOGLIE TRIBUNALE DI BOLOGNA

Con sentenza trib Bologna il 19-11-2019. 

veniva stabilito il non riconoscimento dell’assegno divorzile per la moglie  con la seguente  motivazione molto coerente con  gli orientamenti della giurisprudenza :

Sull’assegno divorzile, come già affermato dal Tribunale di Bologna (cfr sentenze n. 2341/18 pubblicata il 7/8/2018n. 2340/18 pubblicata il 7/8/2018n. 2614/18 pubblicata il 5/10/2018n. 227/19 pubblicata il 29.1.2019), è necessario soffermarsi sulla recentissima pronuncia delle Sezioni Unite, che, con la sentenza n. 18287/2018 depositata l’11 luglio 2018, ha ridefinito i principi in materia. 

Sia l’attrice che il convenuto hanno, quale unica proprietà immobiliare, il 50% ciascuno della casa familiare, assegnata alla attrice quale genitore con il quale convive la figlia, maggiorenne ma non economicamente autosufficiente. [wpforms id=”14234″]

Con sentenza trib Bologna il 19-11-2019. 

veniva stabilito il non riconoscimento dell’assegno divorzile per la moglie  con la seguente  motivazione molto coerente con  gli orientamenti della giurisprudenza :

RIGETTO ASSEGNO DIVORZILE PER MOGLIE TRIBUNALE DI BOLOGNA

DIVORZIO BOLOGNA? DIVORZIO BOLOGNA! DIVORZIO BOLOGNA …

affido condiviso-separazioni Bologna
affido condiviso-separazioni Bologna

Con ricorso depositato il 30 maggio 2017 la moglie chiedeva la conferma delle condizioni di separazione quanto all’assegnazione della casa familiare, la conferma dell’importo mensile stabilito a titolo di contributo al mantenimento della figlia, ma quanto al solo mantenimento ordinario, con la aggiunta dell’obbligo di contribuire nella misura del 50% alle spese straordinarie, chiedendo, per entrambi, il versamento diretto dal padre alla figlia, divenuta maggiorenne; chiedeva, inoltre, il riconoscimento di un assegno divorzilenella misura in cui risulterà di giustizia ed equamente dovuta. 

affido-condiviso-Bologna-separazioni-Bologna
affido condiviso-separazioni Bologna

Con sentenza trib Bologna il 19-11-2019

veniva stabilito il non riconoscimento dell’assegno divorzile per la moglie  con la seguente  motivazione molto coerente con  gli orientamenti della giurisprudenza :

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SEPARAZIONI OCNVIVENZE

Sull’assegno divorzile, come già affermato dal Tribunale di Bologna (cfr sentenze n. 2341/18 pubblicata il 7/8/2018n. 2340/18 pubblicata il 7/8/2018n. 2614/18 pubblicata il 5/10/2018n. 227/19 pubblicata il 29.1.2019), è necessario soffermarsi sulla recentissima pronuncia delle Sezioni Unite, che, con la sentenza n. 18287/2018 depositata l’11 luglio 2018, ha ridefinito i principi in materia. 

Partendo dall’esame del dato normativo di cui all’art. 5 L. Div., nella sua formulazione originaria e poi nella sua versione ultima, come modificata dall’intervento legislativo del 1987, le Sezioni Unite hanno richiamato il proprio iniziale pronunciamento del 1990 (sentenza n. 11490/1990), nel quale era stato affermato che l’assegno divorzile aveva carattere esclusivamente assistenziale, dal momento che il presupposto per la sua concessione doveva essere rinvenuto nella inadeguatezza dei mezzi del coniuge istante, da intendersi come insufficienza degli stessi, comprensivi di redditi, cespiti patrimoniali ed altre utilità disponibili, a conservargli un “tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio“.

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A tale affermazione di principio, rimasta ferma per quasi un trentennio, si era recentemente contrapposto altro orientamento, cui aveva dato avvio la sezione prima civile della Cassazione con la sentenza n. 11504 del 2017, che, pur condividendo la premessa sistematica della rigida distinzione tra criterio attributivo (fondato sulla verifica della sussistenza della inadeguatezza di mezzi del coniuge richiedente, di cui all’ultima parte dell’art. 5, comma 6, L. Div.) e criterio determinativo (fondato sugli elementi di cui alla prima parte della norma cit.), aveva individuato come parametro della inadeguatezza dei mezzi del coniuge istante – non più il tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio quanto piuttosto – la “non autosufficienza economica” dello stesso, rimarcando come solo all’esito del positivo accertamento di tale presupposto potevano essere esaminati i criteri determinativi dell’assegno indicati nella prima parte della norma. 

Le Sezioni Unite del 2018 hanno sottoposto a revisione critica entrambi gli orientamenti richiamati, evidenziando, da un lato, che il criterio attributivo dell’assegno cristallizzato nella sentenza n. 11490/1990 (fondato – come detto – sul mantenimento del tenore di vita matrimoniale) si espone oggettivamente ad un forte rischio di creare indebite rendite di posizione; dall’altro, che l’impostazione prospettata dalla sentenza n. 11504/2017, nel suo dare rilievo esclusivo alla astratta condizione economico-patrimoniale soggettiva dell’ex coniuge richiedente, sconta il fatto di essere del tutto scollegata dalla relazione matrimoniale che pure c’è stata tra i coniugi, e che ha comportato scelte di vita, frutto di decisioni libere e condivise, che possono aver impresso alle condizioni personali ed economiche dei coniugi un corso irreversibile.

AFFIDO FIGLI AFFIDO OCNDIVISO AVVOCATO DIVORZISTA BOLOGNA
AFFIDO FIGLI AFFIDO OCNDIVISO AVVOCATO DIVORZISTA BOLOGNA

Le rilevanti modificazioni sociali che hanno inciso sulla rappresentazione simbolica del legame matrimoniale e sulla disciplina giuridica dell’istituto” hanno, dunque, indotto le Sezioni Unite del 2018 ad offrire una nuova soluzione interpretativa, fondata sulla necessità di “abbandonare la rigida distinzione tra criteri attributivi e determinativi dell’assegno di divorzio, alla luce di una interpretazione dell’art. 5, comma 6, più coerente con il quadro costituzionale di riferimento costituito … dagli artt. 2, 3 e 29 Cost.“. [wpforms id=”14234″]

Alla compiuta ed analitica spiegazione della “soluzione interpretativa adottata” i giudici di legittimità hanno dedicato l’intero paragrafo 10 della sentenza qui in commento. “L’art. 5 c. 6 – scrivono le Sezioni Unite – attribuisce all’assegno di divorzio una funzione assistenziale, riconoscendo all’ex coniuge il diritto all’assegno di divorzio quando non abbia mezzi “adeguati” e non possa procurarseli per ragioni obiettive. I

l parametro dell’adeguatezza ha, tuttavia, carattere intrinsecamente relativo ed impone una valutazione comparativa che entrambi gli orientamenti illustrati [delle Sezioni Unite del 1990 e della sezione I civile del 2017] traggono al di fuori degli indicatori contenuti nell’incipit della norma“, esegesi in quanto tali insoddisfacenti, che hanno imposto un radicale ripensamento. “Il fondamento costituzionale dei criteri indicati nell’incipit della norma – si legge nella sentenza in esame – conduce ad una valutazione concreta ed effettiva dell’adeguatezza dei mezzi e dell’incapacità di procurarseli per ragioni oggettive fondata in primo luogo sulle condizioni economico-patrimoniali delle parti, da accertarsi anche utilizzando i poteri istruttori officiosi attribuiti espressamente al giudice della famiglia a questo specifico scopo. Tale verifica è da collegare causalmente alla valutazione degli altri indicatori contenuti nella prima parte dell’art. 5, c.6, al fine di accertare se l’eventuale rilevante disparità economico-patrimoniale degli ex coniugi all’atto dello scioglimento del vincolo sia dipendente dalle scelte di conduzione della vita familiare adottate e condivise in costanza di matrimonio, con il sacrificio delle aspettative professionali e reddituali di una delle parti in funzione dell’assunzione di un ruolo trainante endofamiliare, in relazione alla durata, fattore di cruciale importanza nella valutazione del contributo di ciascun coniuge alla formazione del patrimonio comune e/o del patrimonio dell’altro coniuge, oltre che delle effettive potenzialità professionali e reddituali valutabili alla conclusione della relazione matrimoniale, anche in relazione all’età del coniuge richiedente ed alla conformazione del mercato del lavoro“. L’accertamento relativo all’inadeguatezza dei mezzi ed all’incapacità di procurarseli per ragioni oggettive deve, dunque, essere saldamente ancorato alle caratteristiche ed alla ripartizione dei ruoli endofamiliari, i quali, alla luce del principio solidaristico che permea la formazione sociale della famiglia, di rilievo costituzionale, costituiscono attuazione della rete di diritti e doveri fissati dall’art. 143 c.c.

RIGETTO ASSEGNO DIVORZILE PER MOGLIE TRIBUNALE DI BOLOGNA

Questo accertamento, che “non è conseguenza di un’inesistente ultrattività dell’unione matrimoniale, definitivamente sciolta tanto da determinare una modifica irreversibile degli status personali degli ex coniugi“, diviene necessario in quanto è la stessa norma regolatrice del diritto all’assegno che attribuisce rilievo alle scelte e ai ruoli della vita familiare, rilievo che ha “l’esclusiva funzione di accertare se la condizione di squilibrio economico patrimoniale sia da ricondurre eziologicamente alle determinazioni comuni ed ai ruoli endofamiliari, in relazione alla durata del matrimonio e all’età del richiedente“, di modo che ove la disparità reddituale abbia questa specifica radice causale e sia accertato – con assolvimento di un onere probatorio che le Sezioni Unite richiedono espressamente sia “rigoroso” (cfr. pag. 36 della sentenza in commento) – “che lo squilibrio economico patrimoniale conseguente al divorzio derivi dal sacrificio di aspettative professionali e reddituali fondate sull’assunzione di un ruolo consumato esclusivamente o prevalentemente all’interno della famiglia e dal conseguente contribuito fattivo alla formazione del patrimonio comune e a quello dell’altro coniuge“, di tale specifica caratteristica della vita familiare occorre tenere conto “nella valutazione della inadeguatezza dei mezzi e dell’incapacità del coniuge richiedente di procurarseli per ragioni oggettive“.

RIGETTO ASSEGNO DIVORZILE PER MOGLIE TRIBUNALE DI BOLOGNA

In sostanza – proseguono le Sezioni Unite – “la funzione assistenziale dell’assegno di divorzio si compone di un contenuto perequativo-compensativo che discende direttamente dalla declinazione costituzionale del principio di solidarietà e che conduce al riconoscimento di un contributo che, partendo dalla comparazione delle condizioni economico-patrimoniali dei due coniugi, deve tener conto non soltanto del raggiungimento di un grado di autonomia economica tale da garantire l’autosufficienza, secondo un parametro astratto ma, in concreto, di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali ed economiche eventualmente sacrificate, in considerazione della durata del matrimonio e dell’età del richiedente. Il giudizio di adeguatezza ha, pertanto, anche un contenuto prognostico riguardante la concreta possibilità di recuperare il pregiudizio professionale ed economico derivante dall’assunzione di un impegno diverso.

RIGETTO ASSEGNO DIVORZILE PER MOGLIE TRIBUNALE DI BOLOGNA

Sotto questo specifico profilo il fattore età del richiedente è di indubbio rilievo al fine di verificare la concreta possibilità di un adeguato ricollocamento sul mercato del lavoro“. In definitiva, e a conclusione della illustrazione della “soluzione interpretativa adottata“, le Sezioni Unite affermano che “l’eliminazione della rigida distinzione tra criterio attributivo e criteri determinativi dell’assegno di divorzio e la conseguente inclusione, nell’accertamento cui il giudice è tenuto, di tutti gli indicatori contenuti nell’art. 5.c. 6 in posizione equiordinata, consente, … senza togliere rilevanza alla comparazione della situazione economico-patrimoniale delle parti, di escludere i rischi d’ingiustificato arricchimento derivanti dalla adozione di tale valutazione comparativa in via prevalente ed esclusiva, ma nello stesso tempo assicura tutela in chiave perequativa alle situazioni, molto frequenti, caratterizzate da una sensibile disparità di condizioni economico-patrimoniali ancorché non dettate dalla radicale mancanza di autosufficienza economica ma piuttosto da un dislivello reddituale conseguente alle comuni determinazioni assunte dalle parti nella conduzione della vita familiare“.

RIGETTO ASSEGNO DIVORZILE PER MOGLIE TRIBUNALE DI BOLOGNA

È sulla base delle approfondite argomentazioni sin qui testualmente richiamate, ritenute coerenti anche con il quadro normativo europeo ed extraeuropeo, che le Sezioni Unite del 2018 sono pervenute, quindi, all’affermazione del principio di diritto enunciato conclusivamente, da leggere alla luce di quanto appunto spiegato al paragrafo 10 della decisione stessa:

Ai sensi dell’art. 5 c. 6 della I. n. 898 del 1970, dopo le modifiche introdotte con la I. n. 74 del 1987, il riconoscimento dell’assegno di divorzio, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi o comunque dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, attraverso l’applicazione dei criteri di cui alla prima parte della norma i quali costituiscono il parametro di cui si deve tenere conto per la relativa attribuzione e determinazione, ed in particolare, alla luce della valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio e all’età dell’avente diritto“. Ciò posto, aderendo all’opzione ermeneutica prospettata dalle Sezioni Unite, quanto al caso concreto, si osserva quanto segue. 

Lo squilibrio reddituale fra le parti sussiste.

RIGETTO ASSEGNO DIVORZILE PER MOGLIE TRIBUNALE DI BOLOGNA

Le proprietà immobiliari della ricorrente si riducono a un sesto della proprietà di un immobile, ereditato dalla madre, con rendita catastale pari ad euro 358,16, categoria A 4 (abitazione popolare); il convenuto non ha specificamente contestato quanto affermato dalla attrice, cioè che, per l’ubicazione isolata e il cattivo stato, non sia suscettibile di produrre entrate significative; del resto nella dichiarazione di successione è stato indicato un valore, per l’intero, di 22.000 euro circa; l’attrice ha altresì documentato che dell’eredità paterna, alla quale lei e la madre, all’epoca ancora in vita, hanno rinunciato, facevano parte, quali beni immobili, dei terreni a castagneto e a prato, nonché una costruzione catastalmente censita come “fabbricato diruto”. 

Sia l’attrice che il convenuto hanno, quale unica proprietà immobiliare, il 50% ciascuno della casa familiare, assegnata alla attrice quale genitore con il quale convive la figlia, maggiorenne ma non economicamente autosufficiente. [wpforms id=”14234″]

Ai sensi dell’art. 5 c. 6 della I. n. 898 del 1970, dopo le modifiche introdotte con la I. n. 74 del 1987, il riconoscimento dell’assegno di divorzio, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi o comunque dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, attraverso l’applicazione dei criteri di cui alla prima parte della norma i quali costituiscono il parametro di cui si deve tenere conto per la relativa attribuzione e determinazione,

Paternità naturale – Attribuzione in base al mero dato biologico – Art. 269 cod. civ.

https://www.altalex.com/documents/news/2013/02/06/rifiuta-il-test-del-dna-rischia-la-dichiarazione-di-paternita-naturale
https://www.altalex.com/documents/news/2013/02/06/rifiuta-il-test-del-dna-rischia-la-dichiarazione-di-paternita-naturale

PATERNITA’ IN BASE AL SOLO DNA?

Cassazione civile, sez. I, 13 Dicembre 2018, n. 32308. Pres. Maria Cristina Giancola. Est. Caiazzo.Paternità naturale – Attribuzione in base al mero dato biologico – Art. 269 cod. civ. – Questione di legittimità costituzionale in riferimento all’art. 3 Cost. – Manifesta infondatezza

affido condiviso-separazioni Bologna
affido condiviso-separazioni Bologna

FATTOB.F. ha proposto appello avverso la sentenza emessa dal Tribunale di Arezzo il 25.1.11 che accolse la domanda d’accertamento della paternità avanzata nei suoi confronti da M.M., che sosteneva di essere nata il (*) da una relazione avuta dal B. con sua madre, M.G..

Al riguardo, l’appellante lamentava anche che: il Tribunale avesse ritenuto provata la sua paternità solo sulla base delle dichiarazioni rese dalla madre della M. e delle ulteriori prove testimoniali assunte, prove peraltro ammesse in violazione di legge; il Tribunale avesse ritenuto rilevante il suo rifiuto di sottoporsi agli accertamenti ematici nell’ambito della ctu genetica disposta dal Tribunale.

Si è costituita l’appellata.

La Corte d’appello di Firenze ha rigettato l’appello, argomentando: che le prove orali, richieste tempestivamente e regolarmente ammesse dal giudice istruttore in primo grado, erano state correttamente utilizzate dal Tribunale; che era stato correttamente applicato l’art. 232 c.p.c., comma 1, – circa l’ingiustificata mancata comparizione dell’appellante ai fini dell’interrogatorio formale-, mentre dal rifiuto di sottoporsi agli accertamenti ematici erano stati tratti legittimi argomenti di prova.

Il B. ha proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi illustrati da memoria.

CONSIDERAZIONI SUPREMA CORTE

Va osservato che nei giudizi promossi per la dichiarazione giudiziale di paternità naturale l’esame genetico sul presunto padre si svolge mediante consulenza tecnica c.d. percipiente, ove il consulente nominato dal giudice non ha solo l’incarico di valutare i fatti accertati o dati per esistenti, ma di accertare i fatti stessi. E’ necessario e sufficiente in tal caso che la parte deduca il fatto che pone a fondamento del suo diritto e che il giudice ritenga che l’accertamento richieda specifiche cognizioni tecniche, perchè la consulenza costituisca essa stessa fonte oggettiva di prova (Cass. n. 6155 del 13/03/2009, n. 4792 del 26/02/2013, n. del 2017). Nei giudizi in questione tale mezzo istruttorio rappresenta, dati i progressi della scienza biomedica, lo strumento più idoneo, avente margini di sicurezza elevatissimi, per l’acquisizione della conoscenza del rapporto di filiazione naturale, e con esso il giudice accerta l’esistenza o l’inesistenza di incompatibilità genetiche, ossia un fatto biologico di per sè suscettibile di rilevazione solo con l’ausilio di competenze tecniche particolari (Cass. n. 14462 del 29/05/2008). Al contrario, gli artt. 118, 258 e 260 c.p.c., di cui il ricorrente asserisce la violazione, attengono all’ispezione corporale e sono pertanto estranei all’accertamento tecnico in questione, non costituendo il prelievo ematico (al pari del prelievo di saliva dalla mucosa buccale) un’ispezione corporale, ma un mezzo necessario per l’espletamento della consulenza genetica ed ematologica (Cass. n. 8733 del 09/04/2009; n. 13880/17).

Di conseguenza è infondata la censura di violazione di legge per aver la sentenza impugnata fatto applicazione dell’art. 118 c.p.c., comma 2, in quanto la Corte territoriale, nell’accertare la paternità naturale del B., ha valorizzato il rifiuto di quest’ultimo di sottoporsi alla prova genetica. Invero, nel giudizio diretto ad ottenere la dichiarazione giudiziale della paternità (o maternità) naturale, in tema di prova, se la volontà di sottoporsi al prelievo ematico per eseguire gli accertamenti sul DNA non è coercibile, nulla tuttavia impedisce al giudice di valutare, in caso di rifiuto, sia pur in sè legittimo, ma privo di adeguata giustificazione, il comportamento della parte, ai sensi dell’art. 116 c.p.c.. A tal riguardo è stata ritenuta manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale della disposizione di cui all’art. 269 c.c., comma 2, secondo la quale la prova della paternità o maternità naturale può essere data con ogni mezzo, alla luce di un preteso contrasto con l’art. 30 Cost., comma 4, secondo il quale “La legge detta i limiti per la ricerca della paternità” (Cass., n. 8059/97). E’ stato altresì affermato che nel giudizio di disconoscimento della paternità è valutabile, come elemento indiziario di convincimento, non solo il rifiuto della parte di sottoporsi alla disposta prova genetica ed ematologica (il quale è assimilabile al rifiuto di ottemperare all’ordine d’ispezione corporale di cui all’art. 118 c.p.c., comma 2), ma anche la sistematica opposizione avverso l’istanza di detta prova, riconducibile nell’ambito del comportamento processuale di cui all’art. 116 c.p.c., comma 2 (Cass., n. 3094/85; n. 6400/80).[wpforms id=”14234″]

AZIONE PER OTTENERE DECLARATORIA DI PATERNITA’

► Famiglia di fatto tra persone dello stesso sesso

► Unioni civili

►Trust e protezione del patrimonio

►Trust per la gestione del patrimonio familiare

►Trust di protezione del patrimonio familiare

► Separazione giudiziale/consensuale

► Divorzio giudiziale/consensuale

 


riconoscimento paternità
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AZIONE PER OTTENERE DECLARATORIA DI PATERNITA’

consulenza legale bologna materia eredita' e famiglia e contratti proposte immobiliari
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Azione per ottenere la declaratoria giudiziale di paternità o maternità naturale

Importanti osservazioni a  un caso concreto vengono dalla suprema corte con Cassazione civile, sez. I, 13 Dicembre 2018, n. 32309. Pres. Maria Cristina Giancola. Est. Caiazzo.

► Famiglia di fatto tra persone dello stesso sesso

► Unioni civili

►Trust e protezione del patrimonio

►Trust per la gestione del patrimonio familiare

►Trust di protezione del patrimonio familiare

► Separazione giudiziale/consensuale

► Divorzio giudiziale/consensuale

► Modifica delle condizioni di separazione

► Modifica delle condizioni di divorzio

► Famiglie di fatto e convivenza: la tutela dei partners non sposati

► Disconoscimento di paternità

► Riconoscimento del figlio naturale

► Negoziazione assistita in separazione/divorzio

Ricorso per l’affidamento/collocamento dei figli nati fuori dal matrimonio

► Successioni

► Donazioni

► Regime legale/patrimoniale della famiglia in costituzione (comunione dei beni)

► Contratti di convivenza e patti pre-matrimoniali

 Diritto di famiglia internazionale

► Risarcimento danno endo-familiare

diritti dei conviventi, fine della convivenza rapporti di ocnvivenza
FAMIGLIA AVVOCATO ESPERTO diritti dei conviventi, fine della convivenza rapporti di ocnvivenza

l’azione per ottenere la declaratoria giudiziale di paternità o maternità naturale, può essere promossa, nell’interesse del figlio minore, dal genitore esercente la potestà, configura un’estensione rispetto ad un diritto personale del figlio – del potere di rappresentanza ex lege spettante al genitore, e mira a tutelare esclusivamente detto minore, sulla base della presunzione di un suo interesse all’accertamento dello status.

AFFIDO FIGLI AFFIDO OCNDIVISO AVVOCATO DIVORZISTA BOLOGNA
AFFIDO FIGLI AFFIDO OCNDIVISO AVVOCATO DIVORZISTA BOLOGNA

Ad un tal riguardo, non occorre che il genitore esercente la potestà genitoriale sul figlio minore, dichiari espressamente di agire in nome e per conto del figlio o comunque nell’interesse dello stesso, ma si rende sufficiente che, dal contesto complessivo del ricorso, emerga che il ricorrente agisca nell’interesse del minore (Cass., n. 5259/99; n. 5526/01).

LA MINORE DOVEVA ESSERE SENTITA

Va osservato che l’art. 336 bis (introdotto dal D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, art. 53, in vigore dal 7/12/2014) sancisce il generale obbligo dell’ascolto del minore. Al riguardo, l’opinione del minore, nei procedimenti che lo riguardano, costituisce un elemento di primaria importanza nella valutazione del suo interesse anche alla luce dell’art. 12 della Convenzione di New York del 1989 sui diritti del fanciullo, dell’art. 7 della Convenzione di Strasburgo del 1996 relativa all’esercizio dei diritti dei minori, ratificata con L. n. 77 del 2003; dell’art. 24, p. 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

Al riguardo, dall’esame delle norme che stabiliscono l’audizione del minore “nei procedimenti nei quali devono essere adottati provvedimenti che lo riguardano” (così testualmente recita l’art. 336 bis c.c.) emerge una diversa modulazione dell’obbligo di ascolto del minore dodicenne rispetto a quello di età inferiore. Per la prima ipotesi, la presunzione della capacità di discernimento, fissata in via legislativa, impone al giudice di primo grado di prevedere, anche officiosamente, (Cass. 19202 del 2014) una scansione procedimentale dedicata all’ascolto stesso, (Cass., n. 1687/13; n. 6129 del 2015) da svolgersi secondo le modalità stabilite dell’art. 336 bis, commi 2 e 3, all’interno delle quali spiccano l’obbligatorietà della conduzione da parte del giudice e la preventiva informazione del minore sulla natura del procedimento e sugli effetti dell’ascolto, salvo che motivatamente non si ritenga l’ascolto superfluo o contrario all’interesse del minore. La mancanza di un’esplicita motivazione al riguardo determina la nullità del procedimento di primo grado per omessa ingiustificata audizione dello stesso minore.

Ora, secondo un consolidato orientamento, cui il collegio intende dare continuità, se il minore compie 12 anni nel giudizio d’appello (Cass., n. 15365 del 2015, con specifico riferimento al procedimento adottivo), come nel caso concreto, “il giudice del gravame è tenuto a procedere alla sua audizione, riflettendo tale obbligo una nuova considerazione del minore quale portatore di bisogni ed interessi che, se consapevolmente espressi, pur non vincolando il giudice, non possono essere ignorati”. (Cass., n. 15635/2015; n. 5676/17).

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DECLARATORIA DI PATERNITA’

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RICONOSCIMENTO DI FIGLIO NATURALE E MANTENIMENTO
Cassazione civ., Sez. I, 26 maggio 2004, n. 10124
In tema di riconoscimento di figlio naturale, il diritto al rimborso delle spese sostenute, spettante al genitore che ha allevato il figlio nei confronti del genitore che procede al riconoscimento, non è utilmente esercitabile se non dal giorno del riconoscimento stesso (soltanto il riconoscimento comportando, ex art. 261 cod.civ., gli effetti tipici connessi dalla legge allo status giuridico di figlio naturale), con la conseguenza che detto giorno segna altresì il dies a quo della decorrenza della prescrizione del diritto stesso.

 

Corte d’Appello Roma, 7 gennaio 2009 n°51 DECLARATORIA DI PATERNITA’
A norma dell’articolo 261 del cod.civ. il genitore che ha riconosciuto il figlio assume tutti i doveri propri della procreazione legittima, incluso quello del mantenimento ex articoli 147 e 148 del cod.civ., collegandosi la relativa obbligazione allo status genitoriale e assumendo di conseguenza decorrenza dalla nascita del figlio, con il corollario che l’altro genitore, il quale nel frattempo abbia assunto l’onere del mantenimento anche per la porzione di pertinenza del genitore che abbia successivamente riconosciuto il figlio (secondo i criteri di ripartizione di cui al citato articolo 148 del cod.civ.), ha diritto di regresso per la corrispondente quota, sulla scorta delle regole dettate dall’articolo 1299 del cod.civ. nei rapporti fra condebitori solidali.
Tribunale Trieste, decreto 21 marzo 2005
Lo speciale procedimento ex art.148 cod.civ. si applica anche se riguardante i figli naturali riconosciuti. Il procedimento sommario per la tutela del diritto al mantenimento della prole è esperibile anche con riferimento a somme da corrispondersi direttamente a cura dell’obbligato principale. Il rimedio di cui all’art.148 cod.civ. può essere legittimamente esperito anche laddove si lamenti la mera insufficienza delle somme corrisposte, non postulando la disposizione normativa come necessario l’inadempimento integrale.

 

DICHIARAZIONE GIUDIZIALE DI FILIAZIONE E MANTENIMENTO
Cassazione civ., 23 luglio 1994, n. 6868 DECLARATORIA DI PATERNITA’
Nel giudizio promosso per la dichiarazione della paternità naturale, pur se la richiesta di condanna del convenuto alla corresponsione di un assegno di mantenimento non può essere formulata per la prima volta nel corso del procedimento di primo grado, in difetto di accettazione del contraddittorio, in quanto integra una domanda nuova, tuttavia resta fermo il potere del giudice adito, in applicazione dell’art.277 secondo comma cod. civ., di prendere di ufficio i provvedimenti che stimi opportuni per il mantenimento del figlio naturale.

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Cassazione civ., Sez. I, 1° ottobre 1999, n. 10861 DECLARATORIA DI PATERNITA’

In materia di dichiarazione giudiziale di paternità e maternità naturale, il rimborso delle spese spettanti al genitore che ha provveduto al mantenimento del figlio fin dalla nascita, ancorché trovi titolo nell’obbligazione legale di mantenimento imputabile anche all’altro genitore, ha natura in senso lato indennitaria, essendo diretta a indennizzare il genitore, che ha riconosciuto il figlio, a causa degli esborsi sostenuti da solo per il mantenimento della prole; poiché è principio generale (desumibile da varie norme, quali ad esempio gli art. 379, comma 2, 2054, 2047 cod.civ.) che l’equità costituisca criterio di valutazione del pregiudizio non solo in ipotesi di responsabilità extracontrattuale ma anche quando la legge si riferisca in genere a indennizzi o indennità, il giudice di merito può utilizzare il criterio equitativo per determinare le somme dovute a titolo di rimborso.

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Corte d’Appello di Milano 5 febbraio 2002 DECLARATORIA DI PATERNITA’
Il genitore naturale ha l’obbligo di provvedere in proporzione alle proprie sostanze al mantenimento del figlio sin dalla nascita di quest’ultimo ancorché il rapporto di filiazione sia stato successivamente accertato con sentenza.

Cassazione civ., 11 luglio 2006, n. 15756
L’obbligazione di mantenimento si collega allo status genitoriale e assume di conseguenza pari decorrenza, dalla nascita del figlio, con il corollario che l’altro genitore, il quale nel frattempo abbia assunto l’onere del mantenimento anche per la porzione di pertinenza del genitore giudizialmente dichiarato (secondo i criteri di ripartizione di cui all’art. 148 cod.civ.), ha diritto di regresso per la corrispondente quota, sulla scorta delle regole dettate dall’art. 1299 cod.civ. nei rapporti fra condebitori solidali. Tuttavia, in considerazione dello stato di incertezza che precede la dichiarazione giudiziale di paternità naturale, il diritto al rimborso pro quota delle spese sostenute dalla nascita del figlio, spettante al genitore che lo ha allevato, non è utilmente esercitabile se non dal momento della sentenza di accertamento della filiazione naturale, con la conseguenza che detto momento segna altresì il dies a quo della decorrenza della prescrizione del diritto stesso.
 
Cassazione civ., Sez. I, 4 maggio 2000, n. 5586
La sentenza di accertamento della filiazione naturale pone a carico del genitore tutti i doveri propri della procreazione legittima compreso quello del mantenimento; tale obbligazione decorre dalla data della nascita e la stessa decorrenza ha l’obbligo di rimborsare pro quota l’altro genitore che abbia provveduto integralmente al mantenimento del figlio; mentre la condanna al rimborso di detta quota presuppone la domanda di parte, attenendo alla definizione di rapporti pregressi tra debitori solidali, la necessità della domanda non ricorre in ordine ai provvedimenti da adottare per il periodo successivo alla proposizione dell’azione avendo il giudice il potere di adottare d’ufficio i provvedimenti opportuni per il mantenimento del minore. (In applicazione di tali principi la S.C. ha cassato la decisione di merito che, in assenza di domanda dell’altro genitore, aveva fissato la decorrenza dell’assegno di mantenimento dalla data della sentenza di primo grado e, decidendo nel merito, ha dichiarato l’obbligo di corrispondere il mantenimento dalla data del ricorso introduttivo del giudizio).
Cassazione civ., Sez. I, 24 marzo 1994, n. 2907 DECLARATORIA DI PATERNITA’
La sentenza dichiarativa della filiazione naturale produce gli effetti del riconoscimento (art. 277 cod.civ.), e, quindi, a norma dell’art. 261 cod.civ., implica tutti i doveri propri della procreazione legittima, compreso quello del mantenimento, ex art. 148 cod.civ., con la stessa decorrenza dell’assunzione dello status genitoriale, cioè a partire dalla nascita del figlio; ne consegue che, ove a detto mantenimento abbia integralmente provveduto l’altro genitore, come si verifica anche quando questi abbia svolto attività lavorativa per riceverne quale corrispettivo “in natura” l’ospitalità e l’assistenza del figlio, si deve riconoscere a tale genitore adempiente il diritto di agire.
 
Cassazione civ., Sez. I, 26 giugno 1987, n. 5619
La sentenza dichiarativa della filiazione naturale produce, ai sensi dell’art. 278 cod.civ., gli stessi effetti del riconoscimento, per cui pone a carico del genitore, fin dalla nascita del figlio, tutti i doveri inerenti al rapporto di filiazione legittima (art. 261 cod.civ.), compresi quelli di mantenimento, educazione e istruzione; pertanto, il genitore che ha provveduto al mantenimento del figlio ha diritto di ripetere la quota delle relative spese nei confronti del soggetto del quale è stata accertata la paternità o la maternità naturale, in applicazione analogica dell’art. 1299 cod.civ., che prevede il regresso tra condebitori solidali quando l’obbligazione sia stata adempiuta da uno solo di essi, alla stregua del principio che si trae dall’art. 148 (richiamato dall’art. 261 cod.civ. per la filiazione naturale) che, prevedendo l’azione giudiziaria contro il genitore inadempiente, postula il diritto di quello adempiente di agire in regresso nei confronti dell’altro.
 
Cassazione civ., Sez. I, 26 settembre 1987, n. 7285
L’obbligo del genitore naturale di concorrere nel mantenimento del figlio insorge con la nascita di questi, ancorché la procreazione naturale sia stata successivamente accertata con sentenza (avente natura dichiarativa), e, pertanto, dalla stessa data decorre il connesso obbligo di rimborsare “pro quota” l’altro genitore, il quale abbia per intero subito il carico del mantenimento fino a detta pronuncia. Peraltro, il diritto a tale rimborso è disponibile, e, quindi, non può essere riconosciuto con una decorrenza anteriore rispetto a quella fatta valere dal suo titolare.

 

DICHIARAZIONE GIUDIZIALE O RICONOSCIMENTO DI PATERNITÀ E RIMBORSI DECLARATORIA DI PATERNITA’
Cassazione civ., 30 giugno 2005, n. 14029
Il tribunale per i minorenni, adito per il riconoscimento della paternità naturale di un minore, è competente anche a conoscere di ogni domanda consequenziale di natura economica, tra cui, oltre quella avente ad oggetto il rimborso delle spese di mantenimento già sostenute dall’altro genitore per il minore, anche quella avente ad oggetto la corresponsione del periodico mantenimento in favore dello stesso, per il periodo dalla nascita alla decisione, e per l’ulteriore periodo dalla decisione fino al raggiungimento dell’autosufficienza economica.

 

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regime speciale del margine di utile su operazioni imponibili a fini IVA

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In forza del D.L. n. 42 del 1995, art. 36, e del diritto dell’Unione Europea (ora Direttiva 2006/11/CE del Consiglio del 28 novembre 2006, artt. 311-325), limitatamente a quanto rileva ai presenti fini, per i rivenditori di oggetti d’arte, di antiquariato o da collezione nonchè di beni mobili usati suscettibili di reimpiego nello stato originario previa riparazione (come i veicoli aventi i requisiti di cui al D.L. n. 331 del 1993, art. 38, comma 4, conv. con L. n. 427 del 1993), l’IVA relativa alla rivendita è commisurata alla differenza tra il prezzo dovuto dal cessionario del bene e quello relativo all’acquisto,[wpforms id=”14234″]

VALUTAZIONI IMPRESE E PATTI SOCIALI

 

Cassazione Civile

sez. V

Ordinanza 03/10/2019, n. 24707

 

CONVIVENTI BOLOGNA

 

 

l’Agenzia delle Entrate denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la nullità della sentenza d’appello per violazione dell’art. 112 c.p.c. (vizio di ultra petizione), per avere la CTR escluso l’applicabilità delle sanzioni in forza del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 8, nonostante la ditta contribuente ne avesse chiesto la disapplicazione sulla base di altre norme e segnatamente del D.Lgs. n. 471 del 1997, art. 6 e della L. n. 212 del 2000, art. 10. – Con il secondo motivo di ricorso, l’Agenzia delle Entrate lamenta la violazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 8, per avere la CTR disapplicato le sanzioni, non per obiettive condizioni di incertezza, ma solo sulla base della presenza di orientamenti difformi presso la giurisprudenza di merito.

Studio Legale Bologna Studio Legale Bologna dell'avvocato Sergio Armaroli 
Studio Legale Bologna
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– Con il terzo motivo di ricorso, l’Agenzia delle Entrate lamenta, infine, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, per avere la CTR disapplicato le sanzioni trascurando che l’obbligo di diligenza a carico del contribuente … nel caso di specie non risulta essere stato rispettato”. – I due motivi del ricorso principale, intimamente connessi, sono suscettibili di trattazione unitaria; essi sono infondati e vanno disattesi.

In forza del D.L. n. 42 del 1995, art. 36, e del diritto dell’Unione Europea (ora Direttiva 2006/11/CE del Consiglio del 28 novembre 2006, artt. 311-325), limitatamente a quanto rileva ai presenti fini, per i rivenditori di oggetti d’arte, di antiquariato o da collezione nonchè di beni mobili usati suscettibili di reimpiego nello stato originario previa riparazione (come i veicoli aventi i requisiti di cui al D.L. n. 331 del 1993, art. 38, comma 4, conv. con L. n. 427 del 1993), l’IVA relativa alla rivendita è commisurata alla differenza tra il prezzo dovuto dal cessionario del bene e quello relativo all’acquisto, aumentato delle spese di riparazione e di quelle accessorie. Ferma restando, però, la facoltà del contribuente di applicare l’imposta nei modi ordinari, per ciascuna cessione. Ai fini dell’applicabilità del detto regime è necessario che l’acquisto sia stato effettuato da un privato consumatore, oppure da soggetto che non abbia potuto detrarre l’imposta (perchè la cessione del bene da parte sua è esentata) o che abbia agito nel proprio Stato membro in regime di franchigia ovvero che abbia sua volta assoggettato la cessione al regime del margine. Lo scopo del regime del margine è di evitare la doppia imposizione e le distorsioni di concorrenza tra soggetti passivi nei detti settori (“considerando” 51 della direttiva IVA). Implicherebbe difatti doppia imposizione assoggettare ad imposta, per l’intero prezzo, la cessione di detti beni od oggetti da parte di un soggetto passivo rivenditore, allorchè il prezzo al quale quest’ultimo ha acquistato il bene stesso incorpora un importo di IVA assolto a monte da soggetto appartenente ad una delle categorie innanzi indicate e che né esso né il soggetto passivo-rivenditore sono stati in grado di detrarre.

– Condizione per l’applicazione del regime del margine alla cessione del bene

 è, che il bene sia stato acquistato da un soggetto il quale, come appunto quelli sopra menzionati, non ha potuto detrarre l’imposta pagata a monte all’atto dell’acquisto del bene e, pertanto, ha sopportato integralmente l’imposta stessa. L’esistenza del diritto alla detrazione esclude difatti il rischio della doppia imposizione e, quindi, la conseguente possibilità di sottrarre l’operazione al regime normale dell’IVA.

Il regime d’imposizione del (solo) margine di utile realizzato in occasione della cessione costituisce quindi un regime speciale facoltativo, derogatorio del sistema generale di cui alla Direttiva 2006/112 e rispetto a questo meno oneroso (contemplando una base imponibile ridotta). Ne consegue che la disciplina concernente il relativo ambito applicativo deve essere interpretata restrittivamente, nei soli limiti di quanto necessario al raggiungimento dell’obiettivo dell’istituto (Corte di giustizia 8 dicembre 2005, causa C-280/04, Jyske Finans; 3 marzo 2011, causa C-203/10, Auto Nikolovi; 19 luglio 2012, causa C160/11, Bawaria Motors; 18 maggio 2017, C-624/15, Litdana).

Premesso quanto innanzi esplicitato in ossequio alla ratio dell’istituto,

 mette in conto dare continuità all’interpretazione giurisprudenziale, recentemente sedimentatasi, secondo la quale, in tema di IVA, il regime del margine – previsto dal D.L. n. 41 del 1995, art. 36 (conv. con L. n. 85 del 1995), per le cessioni da parte di rivenditori di beni d’occasione, di oggetti d’arte, da collezione o di antiquariato – costituisce un regime speciale in favore del contribuente, facoltativo e derogatorio rispetto al sistema normale dell’imposta, la cui disciplina deve essere interpretata restrittivamente e applicata in termini rigorosi.

Pertanto, qualora l’amministrazione contesti, in base ad elementi oggettivi e specifici,

che il cessionario abbia indebitamente fruito di tale regime, spetta a quest’ultimo dimostrare la sua buona fede, e cioè non solo di aver agito in assenza della consapevolezza di partecipare ad un’evasione fiscale, ma anche di aver usato la massima diligenza ragionevolmente esigibile da un operatore accorto, in proporzione al caso concreto, al fine di evitare di essere coinvolto in tali situazioni, in presenza di indizi idonei a farne insorgere il sospetto (Cass. Sez. Un. 21105 del 2017; Cass. n. 32402 del 2018).

– Con particolare riferimento alla compravendita di veicoli usati,

 dunque, rientra nella detta condotta diligente l’individuazione dei precedenti intestatari dei veicoli, nei limiti dei dati risultanti dalla carta di circolazione, eventualmente integrati da altri elementi di agevole e rapida reperibilità, al fine di accertare, sia pure solo in via presuntiva, se l’IVA sia già stata assolta a monte da altri senza possibilità di detrazione. Nel caso di esito positivo della verifica, il diritto di applicare il regime del margine deve essere riconosciuto, anche quando l’amministrazione dimostri che, in realtà, l’imposta è stata detratta. Nell’ipotesi, invece, in cui emerga che i precedenti proprietari svolgano tutti attività di rivendita, noleggio o leasing nel settore del mercato dei veicoli, opera la presunzione (contraria) dell’avvenuto esercizio del diritto alla detrazione dell’IVA, assolta a monte per l’acquisto dei veicoli, in quanto beni destinati ad essere impiegati nell’esercizio dell’attività propria dell’impresa, con conseguente negazione del trattamento fiscale più favorevole (Cass. n. 21105 del 2017 cit.).

TRIBUNALE BOLOGNA AFFIDO FIGLI SEPARAZIONE IMOLA BAZZANO SAN PIETRO IN CASALE MALALBERGO
TRIBUNALE BOLOGNA AFFIDO FIGLI SEPARAZIONE IMOLA BAZZANO SAN PIETRO IN CASALE MALALBERGO

– Pertanto, qualora l’Amministrazione contesti, in base ad elementi oggettivi e specifici, che il cessionario abbia indebitamente fruito di tale regime,

spetta a quest’ultimo dimostrare la sua buona fede, e cioè non solo di aver agito in assenza della consapevolezza di partecipare ad un’evasione fiscale, ma anche di aver usato la massima diligenza ragionevolmente esigibile da un operatore accorto, in proporzione al caso concreto, al fine di evitare di essere coinvolto in tali situazioni, in presenza di indizi idonei a farne insorgere il sospetto.

 

– Con particolare riferimento alla compravendita di veicoli usati, dunque, rientra nella detta condotta diligente l’individuazione dei precedenti intestatari dei veicoli,

nei limiti dei dati risultanti dalla carta di circolazione, eventualmente integrati da altri elementi di agevole e rapida reperibilità, al fine di accertare, sia pure solo in via presuntiva, se l’IVA sia già stata assolta a monte da altri senza possibilità di detrazione.

Nel caso di esito positivo della verifica, il diritto di applicare il regime del margine deve essere riconosciuto,

 anche quando l’amministrazione dimostri che, in realtà, l’imposta è stata detratta. Nell’ipotesi, invece, in cui emerga che i precedenti proprietari svolgano tutti attività di rivendita, noleggio o leasing nel settore del mercato dei veicoli, opera la presunzione (contraria) dell’avvenuto esercizio del diritto alla detrazione dell’IVA, assolta a monte per l’acquisto dei veicoli, in quanto beni destinati ad essere impiegati nell’esercizio dell’attività propria dell’impresa, con conseguente negazione del trattamento fiscale più favorevole (v. Cass. Sez. Un. 21105 del 2017).[wpforms id=”14234″]

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I genitori non coniugati: convivenze  

CONVIVENTI BOLOGNA

La L. 76/2016 (Legge Cirinnà) ha introdotto molte novità in materia di unioni civili e coppie di fatto, sulle quali conseguenze giuridiche possono derivare dalla convivenzaI genitori non coniugati: convivenze

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[wpforms id=”14234″]La legge cirinna’ detta i presupposti :

    1. maggiore età dei componenti della coppia;
    2. vincolo sentimentale solido, con assistenza reciproca morale e materiale;
    3. mancanza di vincoli di parentela;
    4. registrazione della coppia all’anagrafe.
    5. L’unione civile deve essere registrata davanti a un pubblico ufficiale alla presenza di due testimoni e il documento sarà registrato nell’archivio di stato civile. Ma per celebrare le prime unioni occorre aspettare almeno il 30 giugno, giorno ultimo per l’emanazione del decreto ad hoc che darà tutte le indicazioni. I due partner possono decidere di utilizzare un cognome comune. Le uniche differenze con il matrimonio, tralasciando ovviamente il dibattutissimo capitolo sulle adozioni, sono l’assenza delle pubblicazioni e la mancanza dell’obbligo di fedeltà. Quindi eventuali relazioni esterne alla coppia non potranno essere chiamate in causa nel caso in cui uno dei due partner chieda lo scioglimento.

La legge sulle convivenze di fatto nasce anche dal bisogno di positivizzare una volta per tutte i diritti dei conviventi. A dire il vero la dottrina e la giurisprudenza hanno elaborato, pur in assenza di riferimenti normativi, un valido sistema di tutele, prima fra tutte la ripetizione dell’indebito in caso di separazione. Tale assunto è conseguenza del fatto che l’obbligo di reciproca assistenza materiale (anche) tra conviventi è stato inquadrato da dottrina (Oberto) e giurisprudenza (a partire da Corte di cassazione 22 marzo 2007, n. 6976) nell’ambito delle obbligazioni naturali ex art. 2034 c.c.

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Alcune forme di discriminazione sono state superate dall’evoluzione giurisprudenziale, come quella per cui al convivente non era possibile succedere nel contratto di locazione stipulato dall’altro convivente premorto (art. 6 co. 1 L. 27 luglio 1978, n. 392, dichiarato costituzionalmente illegittimo con Sentenza della Consulta 7 aprile 1988, n. 404, nella parte in cui non prevede tra i successibili nella titolarità del contratto di locazione, anche il convivente more uxorio). Altre discriminazioni rimanevano, e necessitavano un intervento legislativo.

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  • Il figlio nato fuori dal matrimonio ha i medesimi diritti di quello nato da coppia sposata.Ciascun genitore è quindi tenuto a contribuire all’educazione, all’istruzione e al mantenimento dei figli. Tale obbligo è sancito dalla Costituzione [2] che recita testualmente: «è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio».
  • L’obbligo di mantenimento sussiste anche se il figlio è maggiorenne, ma non ha ancora raggiunto la propria indipendenza economica. I genitori devono adempiere i loro obblighi nei confronti dei figli in proporzione alle rispettive sostanze e secondo la loro capacità di lavoro professionale o casalingo.
  • scioglimento dell’unione civile e in ogni controversia derivante dalla separazione dei conviventi: dalla restituzione di somme e beni all’affidamento ed il mantenimento dei figli minori, compresi i  procedimenti per l’ablazione (rimozione) o limitazione della responsabilità genitoriale.

Nonostante il fenomeno in ambito sociale abbia assunto notevole rilevanza, l’ordinamento giuridico riconosce e tutela solo la famiglia legittima, cioè quella fondata sul matrimonio contratto secondo le leggi civili. Gli elementi essenziali della convivenza more uxorio sono la comunità di vita, la stabilità temporale e l’assenza del legame giuridico del matrimonio.

  • Con lo scioglimento della convivenza possono sorgere questioni in merito a:
  • abitazione familiare; contratto di locazioneI genitori non coniugati: convivenze
  • acquisti compiuti durante la convivenza I genitori non coniugati: convivenze;
  • assegno di mantenimento I genitori non coniugati: convivenze;
  • donazioni effettuate da uno dei conviventi a favore dell’altro;
  • rapporto di lavoro nell’impresa familiare; I genitori non coniugati: convivenze
  • assegnazione di alloggio in edilizia economica popolare;
  • diritti successoriI genitori non coniugati: convivenze
  • altri effetti patrimoniali, I genitori non coniugati: convivenze

Nell’ambito di un vasto orientamento, formatosi sia in dottrina, che nella giurisprudenza, tanto di merito (Trib. Venezia, 30 giugno 2004; Corte app. Bologna, 10 febbraio 2004), quanto di legittimità (Cass., 7 giugno 2000, n. 7713; Cass., 10 maggio 2005, n. 9801, fino alla recente Cass., 15 settembre 2011, n. 18853), è stato, da tempo enucleata la nozione di illecito endofamiliare, in virtù della quale la violazione dei relativi doveri non trova necessariamente sanzione solo nelle misure tipiche previste dal diritto di famiglia, discendendo dalla natura giuridica degli obblighi suddetti che la relativa violazione, ove cagioni la lesione di diritti costituzionalmente protetti, possa integrare gli estremi dell’illecito civile e dare luogo ad un’autonoma azione volta al risarcimento dei danni non patrimoniali ai sensi dell’art. 2059 c.c.

Il riferimento del ricorrente alla nota decisione delle Sezioni unite di questa Corte n. 26972 del 2008, proponendone una lettura riduttiva e fondata su un rilevo di carattere nominalistico, non coglie nel segno, essendosi al contrario con essa ribadito come, al di là del ricorso a varie figure di danno, diversamente denominate per meri fini descrittivi, debba affermarsi, in base a un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c., la risarcibilità del pregiudizio di natura non patrimoniale, quando il fatto illecito abbia violato in modo grave diritti inviolabili della persona, come tali oggetto di tutela costituzionale. Non può dubitarsi, con riferimento al caso di specie, come il disinteresse dimostrato da un genitore nei confronti di un figlio, manifestatosi per lunghi anni e connotato, quindi, dalla violazione degli obblighi di mantenimento, istruzione ed educazione, determini un vulnus, dalle conseguenze di entità rimarchevole ed anche, purtroppo, ineliminabili, a quei diritti che, scaturendo dal rapporto di filiazione, trovano nella carta costituzionale (in part., artt. 2 e 30), e nelle norme di natura internazionale recepite nel nostro ordinamento un elevato grado di riconoscimento e di tutela.

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SEPARAZIONE ADDEBITO PROVE DEL tradimento nella SEPARAZIONE

Il ricorso , come è noto a quasi tutti deve essere sottoscritto sia dal difensore legale che dalla parte stessa, ma l’ avvocato matrimonialista Bologna Sergio Armaroli vi consigliera’ al meglio sulle condizioni ,che sono elemento fondamentale del ricorso

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Nelle cause per separazione personale dei coniugi – in cui ciascuno di essi muove all’altro addebiti integranti gli estremi della separazione per colpa l’indagine testimoniale, sia nel momento dell’acquisizione delle deposizioni, sia in quello finale della loro valutazione in un contesto globale, è particolarmente delicata ed il giudice, pur tenendo in debito conto i rapporti di parentela, dipendenza etc., che possono spingere i terzi ad una scarsa obiettività, deve considerare le deposizioni di tutti e giudicare della scarsa attendibilità di un teste non apoditticamente, in base al solo rapporto che lo lega alla parte che lo ha indotto, ma secondo la verosimiglianza o meno, delle circostanze affermate e la conferma che queste possono trovare o meno nelle deposizioni di altri testi

MA QUANTO INCIDE IL TRADIMENTO?

VALORE PROVE TESTIMONIALI SUL TRADIMENTO SEPARAZIONE ADDEBITO PROVE DEL tradimento

Corte di Cassazione, sezione I, sentenza 4 dicembre 2014, n. 25663. Nelle cause per separazione personale dei coniugi –

  1. a) accolta la domanda della I. per la pronuncia della separazione personale con addebito al marito, il G. , la cui opposta domanda era stata respinta; b) disposto l’affidamento condiviso dei due figli, con la loro residenza privilegia presso la madre, alla quale veniva assegnata la casa coniugale; c) fissato un assegno di mantenimento per i figli, a carico del G. , in Euro 400,00 mensili (oltre al 50% delle spese straordinarie) e, in favore della moglie, in Euro 100,00.
    Secondo la Corte territoriale, andavano condivise le argomentazioni del primo giudice, perché pienamente corrispondenti e coerenti con il contenuto dell’istruttoria svolta nel giudizio di primo grado. In particolare, il giudice distrettuale, premesso che dalle testimonianze dei parenti della I. , considerati testi attendibili, era emerso il comportamento violento e fedigrafo del G. , nonché il suo allontanamento dalla residenza coniugale; comparato il comportamento dei coniugi; concludeva affermando che la responsabilità del fallimento dell’unione matrimoniale andava imputata esclusivamente al marito.SEPARAZIONE ADDEBITO PROVE DEL tradimento

     

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    il principio di diritto secondo cui, nelle cause per separazione personale dei coniugi -in cui ciascuno di essi muove all’altro addebiti integranti gli estremi della separazione per colpa l’indagine testimoniale, sia nel momento dell’acquisizione delle deposizioni, sia in quello finale della loro valutazione in un contesto globale, è particolarmente delicata ed il giudice, pur tenendo in debito conto i rapporti di parentela, dipendenza etc., che possono spingere i terzi ad una scarsa obiettività, deve considerare le deposizioni di tutti e giudicare della scarsa attendibilità di un teste non apoditticamente, in base al solo rapporto che lo lega alla parte che lo ha indotto, ma secondo la verosimiglianza o meno, delle circostanze affermate e la conferma che queste possono trovare o meno nelle deposizioni di altri testi.
    3.1.1. Pur non contestando tale principio, il ricorrente ha sostenuto l’inattendibilità dei testi escussi in ragione del fatto che si sarebbe trattato di testimonianze de relato actoris. Egli, a tale proposito, riporta specifici brani della sentenza di primo grado dai quali risulterebbe proprio tale mancanza di valore probatorio.

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ADDEBITO SEPARAZIONE COSA VUOL DIRE ?QUANDO

La dichiarazione di addebito della separazione cosa  implica ?

Implica la sussistenza di comportamenti «oggettivamente» contrari ai valori sui quali la Costituzione italiana fonda il matrimonio, benché nella «soggettiva» opinione del coniuge agente siano conformi alla «propria» personale etica o visione sociale o religiosa od ai propri costumi o siano espressivi di una spontanea reattività a stili di vita non condivisi. (Nella specie, la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza impugnata che aveva ritenuto non censurabili, ai fini dell’addebito della separazione, le condotte della moglie vessatorie e violente nei confronti del marito, in quanto scaturite da uno stato di disagio profondo e cagionate dalla peculiare cultura e storia personale della donna).

, la pronuncia di addebito non può fondarsi sulla sola violazione dei doveri posta dall’art. 143 cod. civ. a carico dei addebito della separazione, essendo, invece, necessario accertare se tale violazione, lungi dall’essere intervenuta quando era già maturata ed in conseguenza di una situazione di intollerabilità della convivenza, abbia, viceversa, assunto efficacia causale nel determinarsi della crisi del rapporto coniugale. L’apprezzamento circa la responsabilità di uno o di entrambi i coniugi nel determinarsi della intollerabilità della convivenza è istituzionalmente riservato al giudice di merito e non può essere censurato in sede di legittimità in presenza di una motivazione congrua e logica.

addebito della separazione

la pronuncia di addebito non può fondarsi sulla sola violazione dei doveri posta dall’art. 143 cod. civ. a carico dei addebito della separazione, essendo, invece, necessario accertare se tale violazione, lungi dall’essere intervenuta quando era già maturata ed in conseguenza di una situazione di intollerabilità della convivenza, abbia, viceversa, assunto efficacia causale nel determinarsi della crisi del rapporto coniugale. L’apprezzamento circa la responsabilità di uno o di entrambi i coniugi nel determinarsi della intollerabilità della convivenza è istituzionalmente riservato al giudice di merito e non può essere censurato in sede di legittimità in presenza di una motivazione congrua e logica.

Non può costituire motivo di addebito della separazione la commissione, dopo il deposito del ricorso per separazione personale e nelle more dell’udienza presidenziale, di un grave reato in danno del coniuge (nella specie, tentato sequestro a scopo di estorsione) ove il fatto sia avvenuto in un contesto di oggettiva e perdurante assenza tra le parti del “consortium vitae” e nell’ambito di rapporti interpersonali non più connotati dall'”affectio coniugalis”, per la risalente e stabilizzata cessazione della convivenza delle parti.

Nel giudizio di separazione personale dei coniugi, ed al fine della addebitabilità della separazione, vertendosi in materia di diritti indisponibili, le ammissioni di una parte non possono assumere valore di confessione in senso stretto, a norma dell’art. 2730 cod. civ., ma possono essere utilizzate – unitamente ad altri elementi probatori – quali presunzioni ed indizi liberamente valutabili, sempre che esprimano non opinioni o giudizi o stati d’animo personali, ma fatti obiettivi, suscettibili, in quanto tali, di essere valutati giuridicamente come indice della violazione di specifici doveri coniugali. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che, estrapolando acriticamente alcune frasi da una lettera inviata dal marito alla moglie nella quale il primo riconosceva di non essere stato un buon marito, vi ravvisava una sostanziale confessione della violazione dei doveri coniugali, con conseguente venir meno, ai fini della pronuncia di addebito, della rilevanza causale della violazione del dovere di fedeltà da parte della moglie).

l’abbandono della casa familiare

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 di per sè costituisce violazione di un obbligo matrimoniale, non essendo decisiva la prova della asserita esistenza di una relazione extraconiugale in costanza di matrimonio. Ne consegue che il volontario abbandono del domicilio coniugale è causa di per sè sufficiente di addebito della separazione, in quanto porta all’impossibilità della convivenza, salvo che si provi — e l’onere incombe a chi ha posto in essere l’abbandono — che esso è stato determinato dal comportamento dell’altro coniuge, ovvero quando il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata, ed in conseguenza di tale fatto.

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Ai sensi dell’art. 151 c.c. la separazione dei coniugi deve trovare causa e giustificazione in una situazione di intollerabilità della convivenza, intesa come fatto psicologico squisitamente individuale, riferibile alla formazione culturale, alla sensibilità e al contesto interno della vita dei coniugi, purché oggettivamente apprezzabile e giuridicamente controllabile; a tal fine non è necessario che sussista una situazione di conflitto riconducibile alla volontà di entrambi i coniugi, ben potendo la frattura dipendere da una condizione di disaffezione al matrimonio di una sola delle parti, che renda incompatibile la convivenza e che sia verificabile in base ai fatti obiettivi emersi, ivi compreso il comportamento processuale, con particolare riferimento alle risultanze del tentativo di conciliazione, a prescindere da qualsivoglia elemento di addebitabilità. (Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione di merito che aveva escluso ogni addebito alla moglie, dando conto dello stato di depressione in cui ella era piombata, sfociato in un tentativo di suicidio, così ampiamente motivando sull’intollerabilità della convivenza coniugale).

In tema di separazione personale

Ai sensi del novellato art. 151 c.c. la separazione dei coniugi deve trovare causa e giustificazione in una situazione di intollerabilità della convivenza oggettivamente apprezzabile e giuridicamente controllabile; a tal fine non è necessario che sussista una situazione di conflitto riconducibile alla volontà di entrambi i coniugi, ben potendo la frattura dipendere dalla condizione di disaffezione e di distacco spirituale di una sola delle parti, verificabile in base ai fatti obiettivi emersi, ivi compreso il comportamento processuale, con particolare riferimento alle risultanze del tentativo di conciliazione, ed a prescindere da qualsivoglia elemento di addebitabilità. (Nella specie, alla stregua del principio di cui alla massima, la S.C. ha confermato la decisione di merito che aveva ravvisato i fatti dimostrativi della intollerabilità della convivenza in contrasti di vario genere e gravi litigi, evidenziati, tra l’altro, da una relazione del servizio sociale, nonché dal comportamento processuale del marito in relazione ad una lettera della moglie che denunciava una condizione di forte insoddisfazione, delusione e sofferenza per il fallimento del matrimonio, e, in generale, alla dimostrazione della incapacità dell’uomo di comprendere e dare significato alle emozioni ed alle aspirazioni della moglie).

In tema di separazione personale dei coniugi, l’allontanamento dal domicilio coniugale, in quanto violazione dell’obbligo coniugale di convivenza, può costituire causa di addebito della separazione, a meno che sia avvenuto per giusta causa, che può essere rappresentata dalla stessa proposizione della domanda di separazione, di per sé indicativa di pregresse tensioni tra i coniugi e, quindi, dell’intollerabilità della convivenza, sicché, in caso di allontanamento e di richiesta di addebito, spetta al richiedente, e non all’altro coniuge, provare non solo l’allontanamento dalla casa coniugale, ma anche il nesso di causalità tra detto comportamento e l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza.

La separazione consensuale è un negozio di diritto familiare avente un contenuto essenziale – il consenso reciproco a vivere separati, l’affidamento dei figli, l’assegno di mantenimento ove ne ricorrano i presupposti – ed un contenuto eventuale, che trova solo occasione nella separazione, costituito da accordi patrimoniali del tutto autonomi che i coniugi concludono in relazione all’instaurazione di un regime di vita separata (nella specie vendita della casa familiare e attribuzione del ricavato a ciascun coniuge in proporzione al denaro investito nel bene stesso). Ne consegue che questi ultimi non sono suscettibili di modifica (o conferma) in sede di ricorso “ad hoc” ex art. 710 c.p.c. o anche in sede di divorzio, la quale può riguardare unicamente le clausole aventi causa nella separazione personale, ma non i patti autonomi, che restano a regolare i reciproci rapporti ai sensi dell’art. 1372 c.c.

In tema di separazione tra coniugi, l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale rappresenta una violazione particolarmente grave, la quale, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, costituisce, di regola, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile, sempreché non si constati, attraverso un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale, tale che ne risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale.

SEPARAZIONE GIUDIZIALE BOLOGNA
SEPARAZIONE GIUDIZIALE BOLOGNA

In tema di separazione tra coniugi, la situazione di intollerabilità della convivenza va intesa in senso soggettivo, non essendo necessario che sussista una situazione di conflitto riconducibile alla volontà di entrambi i coniugi, ben potendo la frattura dipendere dalla condizione di disaffezione e distacco di una sola delle parti, verificabile in base a fatti obiettivi, come la presentazione stessa del ricorso ed il successivo comportamento processuale, (e, in particolare alle negative risultanze del tentativo di conciliazione), dovendosi ritenere, in tali evenienze, venuto meno quel principio del consenso che, con la riforma attuata attraverso la legge 19 maggio 1975, n. 151, caratterizza ogni vicenda del rapporto coniugale.

La dichiarazione di addebito della separazione implica la imputabilità al coniuge del comportamento, volontariamente e consapevolmente contrario ai doveri del matrimonio, cui sia ricollegabile l’irreversibile crisi del rapporto fra coniugi. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito, la quale aveva ritenuto, da un lato, che la condotta, consistente in furti di danaro ai familiari ed ai terzi ed in acquisti particolarmente frequenti e fuori misura di beni mobili, configurasse violazione dei doveri matrimoniali, e, dall’altro lato, che il disturbo della personalità del coniuge, caratterizzato da un impulso compulsivo all’acquisto, non escludesse la capacità di intendere e di volere e l’imputabilità di detti comportamenti).

Non può costituire motivo di addebito della separazione la circostanza che uno dei coniugi, pur non avendone la necessità, per essere l’altro disposto ad assicurargli con le proprie risorse il mantenimento di un tenore di vita adeguato al livello economico-sociale del nucleo familiare, abbia voluto dedicarsi ad una attività lavorativa retribuita o ad un’altra occupazione più o meno remunerativa ed impegnativa, al fine di affermare la propria personalità anche al di fuori dell’ambito strettamente domestico, purché tale decisione non comporti una violazione dell’ampio dovere di collaborazione gravante su entrambi i coniugi, in quanto contrastante con l’indirizzo della vita familiare da essi concordato prima o dopo il matrimonio, e non pregiudichi l’unità della famiglia, in quanto incompatibile con l’adempimento dei fondamentali doveri coniugali e familiari.

In tema di separazione personale con richiesta di addebito, proposta da uno dei coniugi e basata sulla infedeltà dell’altro, la successiva generica manifestazione di una volontà riconciliativa da parte del coniuge non infedele, poiché di per sé non elide la gravità del “vulnus” subito ed, in ogni caso, costituisce un “posterius” rispetto alla proposizione della domanda di separazione con richiesta di addebito, in tanto può assumere valore ai fini della esclusione di una efficienza causale dell’infedeltà in ordine alla crisi dell’unione familiare in quanto ad essa corrisponda un positivo riscontro da parte del coniuge infedele.

In tema di separazione giudiziale, l’addebitabilità della colpa del fallimento del matrimonio deve essere riferita anche al periodo di convivenza pre-matrimoniale, allorchè questo si collochi rispetto al matrimonio come un periodo di convivenza continuativo, che consente, quindi, di valutare complessivamente la vita della coppia e le reciproche responsabilità dei coniugi.

Il volontario abbandono del domicilio coniugale è causa di per sé sufficiente di addebito della separazione, in quanto porta all’impossibilità della convivenza, salvo che si provi, e l’onere incombe su chi ha posto in essere l’abbandono, che esso è stato determinato dal comportamento dell’altro coniuge ovvero quando il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata ed in conseguenza di tale fatto; tale prova è più rigorosa nell’ipotesi in cui l’allontanamento riguardi pure i figli, dovendosi specificamente ed adeguatamente dimostrare, anche riguardo ad essi, la situazione d’intollerabilità.

La relazione di un coniuge con estranei rende addebitabile la separazione ai sensi dell’art. 151 cod. civ quando, in considerazione degli aspetti esteriori con cui è coltivata e dell’ambiente in cui i coniugi vivono, dia luogo a plausibili sospetti di infedeltà e quindi, anche se non si sostanzi in un adulterio, comporti offesa alla dignità e all’onore dell’altro coniuge.

Ai fini della separazione giudiziale, l’esistenza di una nuova famiglia, composta dal coniuge, dalla nuova convivente e dal loro figlio minore costituisce sicuro indice della intollerabilità della convivenza matrimoniale.

Grava sulla parte che richieda, per l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà, l’addebito della separazione all’altro coniuge l’onere di provare la relativa condotta e la sua efficacia causale nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza, mentre è onere di chi eccepisce l’inefficacia dei fatti posti a fondamento della domanda, e quindi dell’infedeltà nella determinazione dell’intollerabilità della convivenza, provare le circostanze su cui l’eccezione si fonda, vale a dire l’anteriorità della crisi matrimoniale all’accertata infedeltà.

In tema di separazione tra coniugi, la reiterata inosservanza da parte di entrambi dell’obbligo di reciproca fedeltà non costituisce circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione in capo all’uno o all’altro o ad entrambi, quando sia sopravvenuta in un contesto di disgregazione della comunione spirituale e materiale quale rispondente al dettato normativo e al comune sentire, in una situazione stabilizzata di reciproca sostanziale autonomia di vita, non caratterizzata da “affectio coniugalis”.

In tema di addebitabilità della separazione personale, ove i fatti accertati a carico di un coniuge costituiscano violazione di norme di condotta imperative ed inderogabili – traducendosi nell’aggressione a beni e diritti fondamentali della persona, quali l’incolumità e l’integrità fisica, morale e sociale dell’altro coniuge, ed oltrepassando quella soglia minima di solidarietà e di rispetto comunque necessaria e doverosa per la personalità del partner – essi sono insuscettibili di essere giustificati come ritorsione e reazione al comportamento di quest’ultimo e si sottraggono anche alla comparazione con tale comportamento, la quale non può costituire un mezzo per escludere l’addebitabilità nei confronti del coniuge che quei fatti ha posto in essere.

L’allontanamento dalla residenza familiare, ove attuato unilateralmente dal coniuge, cioè senza il consenso dell’altro coniuge, costituisce violazione di un obbligo matrimoniale ed conseguentemente causa di addebitamento della separazione; non concreta, invece, tale violazione il coniuge se risulti legittimato da una “giusta causa”, vale a dire dalla presenza di situazioni di fatto di per sé incompatibili con la protrazione di quella convivenza, ossia tali da non rendere esigibile la pretesa di coabitare. (Nella specie, la Corte ha cassato la sentenza di merito che, addebitando la separazione alla moglie, non aveva ravvisato la giusta causa del suo allontanamento nei frequenti litigi domestici con la suocera convivente e nel conseguente progressivo deterioramento dei rapporti tra gli stessi coniugi).

In tema di separazione personale dei coniugi, la pronuncia di addebito richiesta da un coniuge per le violenze perpetrate dall’altro non è esclusa qualora risulti provato un unico episodio di percosse, trattandosi di comportamento idoneo comunque a sconvolgere definitivamente l’equilibrio relazionale della coppia, poichè lesivo della pari dignità di ogni persona.

Nel giudizio di separazione personale, ove venga dedotto come causa di addebitabilità della separazione il mancato accordo sulla fissazione della residenza familiare, il giudice di merito, al fine di valutare i motivi del disaccordo, deve tenere presente che l’art. 144 c.c. rimette la scelta relativa alla volontà concordata di entrambi i coniugi, con la conseguenza che questa non deve soddisfare solo le esigenze economiche e professionali del marito, ma deve soprattutto salvaguardare le esigenze di entrambi i coniugi e quelle preminenti della serenità della famiglia. (In applicazione del predetto principio, la S.C. ha cassato la sentenza del giudice di merito, che aveva tenuto conto unicamente delle esigenze economiche e lavorative prospettate dal marito, omettendo di valutare quelle, offerte dalla moglie, inerenti al suo stato di gravidanza ed all’imminente maternità).

La relazione di un coniuge con estranei rende addebitabile la separazione ai sensi dell’art. 151 c.c. quando, in considerazione degli aspetti esteriori con cui è coltivata e dell’ambiente in cui i coniugi vivono, dia luogo a plausibili sospetti di infedeltà e quindi, anche se non si sostanzi in un adulterio, comporti offesa alla dignità e all’onore dell’altro coniuge.

In tema di separazione personale tra i coniugi, non è ammissibile, successivamente alla pronuncia di separazione senza addebito, così come all’omologazione della separazione consensuale, chiedere il mutamento del titolo della separazione stessa, da consensuale a giudiziale con addebito, né per fatti sopravvenuti né per fatti anteriori alla separazione ma emersi successivamente, stante il disposto dell’art. 151, secondo comma, c.c. che attribuisce espressamente al giudice della separazione la competenza ad emettere la eventuale ed accessoria pronuncia di addebito.

In materia di separazione tra i coniugi, ai fini dell’accertamento dell’addebito, è rilevante il comportamento contrario ai doveri nascenti dal matrimonio posto in essere da un coniuge, benché tollerato negli anni dall’altro; tuttavia, seppure la tolleranza non sia una «esimente oggettiva» può essere espressione di una sostanziale cessazione dell’affectio coniugalis e quindi della conversione del matrimonio in una protratta convivenza meramente formale, con la conseguenza dell’esclusione della rilevanza del comportamento in violazione, ai fini della valutazione di cui all’art. 151, secondo comma, c.c. (Nella specie la S.C. ha cassato con rinvio la decisione impugnata che non aveva censurato, ai fini dell’addebitabilità della separazione, le ventennali angherie della moglie poiché tollerate dal marito).


SEPARAZIONE ADDEBITO PROVE DEL tradimento nella SEPARAZIONE

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AFFIDO FIGLI AFFIDO OCNDIVISO AVVOCATO DIVORZISTA BOLOGNA
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Nelle cause per separazione personale dei coniugi – in cui ciascuno di essi muove all’altro addebiti integranti gli estremi della separazione per colpa l’indagine testimoniale, sia nel momento dell’acquisizione delle deposizioni, sia in quello finale della loro valutazione in un contesto globale, è particolarmente delicata ed il giudice, pur tenendo in debito conto i rapporti di parentela, dipendenza etc., che possono spingere i terzi ad una scarsa obiettività, deve considerare le deposizioni di tutti e giudicare della scarsa attendibilità di un teste non apoditticamente, in base al solo rapporto che lo lega alla parte che lo ha indotto, ma secondo la verosimiglianza o meno, delle circostanze affermate e la conferma che queste possono trovare o meno nelle deposizioni di altri testi

MA QUANTO INCIDE IL TRADIMENTO?

SEPARAZIONE BOLOGNA MARITO MOGLIE
SEPARAZIONE BOLOGNA MARITO MOGLIE

VALORE PROVE TESTIMONIALI SUL TRADIMENTO SEPARAZIONE ADDEBITO PROVE DEL tradimento

Corte di Cassazione, sezione I, sentenza 4 dicembre 2014, n. 25663. Nelle cause per separazione personale dei coniugi –

  1. a) accolta la domanda della I. per la pronuncia della separazione personale con addebito al marito, il G. , la cui opposta domanda era stata respinta; b) disposto l’affidamento condiviso dei due figli, con la loro residenza privilegia presso la madre, alla quale veniva assegnata la casa coniugale; c) fissato un assegno di mantenimento per i figli, a carico del G. , in Euro 400,00 mensili (oltre al 50% delle spese straordinarie) e, in favore della moglie, in Euro 100,00.
    Secondo la Corte territoriale, andavano condivise le argomentazioni del primo giudice, perché pienamente corrispondenti e coerenti con il contenuto dell’istruttoria svolta nel giudizio di primo grado. In particolare, il giudice distrettuale, premesso che dalle testimonianze dei parenti della I. , considerati testi attendibili, era emerso il comportamento violento e fedigrafo del G. , nonché il suo allontanamento dalla residenza coniugale; comparato il comportamento dei coniugi; concludeva affermando che la responsabilità del fallimento dell’unione matrimoniale andava imputata esclusivamente al marito.SEPARAZIONE ADDEBITO PROVE DEL tradimento   affido condiviso-separazioni Bologna

In tema di separazione tra coniugi, l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale rappresenta una violazione particolarmente grave, la quale, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, costituisce, di regola, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile, sempreché non si constati, attraverso un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale, tale che ne risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale“.

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Affido condiviso  Bologna e collocazione  prevalente presso la madre 

AFFIDO CONDIVISO TRIBUNALE BOLOGNA

  1. secondo la CEDU perché il giudice di seconde cure in pratica ha subordinato la frequentazione della figlia a un domicilio forzato.

I GIUDICI VENEZIANI DELLA CORTE D’APPELLO AVREBBERO VALUTATO QUANTO INDICATO DAL CTU OCME LA SOLUZIONE MIGLIORE , IN EFFETTI TALE SOLUZIONE CONSENTE POSSIIBILE DELLE ESIGENZE DEI GENITORI UNA MINOR COMPRESSIONE

SECONDO LA CASSAZIONE:

LA CORTE DI APPELLO AVREBBE TENUTO CONTO DELLE CENSURE DEL RIORRENTE MARITO , IN QUANTO AVREBBE TENUTO CONTO OLTRE CHE DELLE VALUTAZIONI DEL OCNSULENTE  MA STNTE LA CONTRAPPOSIZIONE DEI GENITORI HA ADOTTATO LA SOLUZIONE CHE HA RITENUTO SUSCETTIBILE DI UNA MIGLIORE ADERENZ ALLA CURA E ALLO SVILUPPO DELLA MINORE.

LA SOLUZIONE ADOTTATA SAREBBE LA MIGLIORE ALLA LUCE DEL PRINCIPIO DELLA PREMINENZA

Affido condiviso Avvocato separazioni Bolognaresidenza prevalente presso la madre 

la preferenza in favore della collocazione presso la madre; ciò a dispetto del fatto che il padre abbia dimostrato ottime doti genitoriali. Il criterio che privilegia il collocamento presso la madre può essere infatti superato solo ove la stessa si riveli sfornita di adeguate capacità per accudire i figli. Affido condiviso  collocazione  prevalente

 

NELLA SENTENZA DI CASSAZIONE VIENE RIPORTATO IL PARERE DEL CTU CHE AFFERMAVA Affido condiviso  collocazione  prevalente

“il trasferimento non avrebbe certo una funzione migliorativa per la minore a meno che non siano entrambi i genitori a trasferirsi “

AVVOCATO ESPERTO FAMIGLIA BOLOGNA

IL PADRE QUINDI DOVREBBE SEGUIRE LA MADRE !! SE VUOLE STARE O VEDERE LA FIGLIA!!

Affido condiviso  collocazione  prevalente

Secondo la corte Appello di Venezia la stessa confermava l’affido condiviso di una minore, disponendone la residenza  prevalente presso la madre,

La regola generale che impone l’affido condiviso della prole, come introdotto dalla legge n. 54 del 2006, con relativa suddivisione in modo equilibrato delle responsabilità genitoriali, non è quindi posta in discussione. L’interesse della Cassazione, nella pronuncia in commento, si appunta piuttosto su un profilo specifico di cui la prassi si occupa da tempo, ossia il c.d. “collocamento” della prole e, dunque, l’individuazione concreta della residenza abituale dei figli. Affido condiviso  collocazione  prevalente

Trova in questa sede conferma la preferenza in favore della collocazione presso la madre; ciò a dispetto del fatto che il padre abbia dimostrato ottime doti genitoriali. Il criterio che privilegia il collocamento presso la madre può essere infatti superato solo ove la stessa si riveli sfornita di adeguate capacità per accudire i figli.

Peraltro, la scelta della madre di modificare la propria sede di lavoro, non viene di per sé ritenuta indice della volontà di allontanare i bambini dall’ex coniuge. Piuttosto, il giudice è chiamato a valutare se l’esercizio del diritto ad una progressione di carriera – diritto costituzionalmente garantito quale espressione del diritto al lavoro – renda opportuna la modifica della residenza materna, con conseguente spostamento anche del figlio.

“in materia di affidamento dei figli minori, il giudice della separazione e del divorzio deve attenersi al criterio fondamentale (…) rappresentato dall’esclusivo interesse morale e materiale della prole, privilegiando quel genitore che appaia il più idoneo a ridurre al massimo i danni derivati dalla disgregazione del nucleo familiare e ad assicurare il migliore sviluppo della personalità del minore. L’individuazione di tale genitore deve essere fatta sulla base di un giudizio prognostico circa la capacità del padre o della madre di crescere ed educare il figlio nella nuova situazione di genitore singolo, giudizio che, ancorandosi ad elementi concreti, potrà fondarsi sulle modalità con cui il medesimo ha svolto in passato il proprio ruolo, con particolare riguardo alla sua capacità di relazione affettiva, di attenzione, di comprensione, di educazione, di disponibilità ad un assiduo rapporto, nonchè sull’apprezzamento della personalità del genitore, delle sue consuetudini di vita e dell’ambiente che è in grado di offrire al minore. La questione dell’affidamento della prole è rimessa alla valutazione discrezionale del giudice di merito, il quale deve avere come parametro di riferimento l’interesse del minore e, ove dia sufficientemente conto delle ragioni della decisione adottata, esprime un apprezzamento di fatto non suscettibile di censura in sede di legittimità” (Cass. 14840/2006);

stante che quest’ultima ha messo a disposizione dell’ex marito un appartamento, per consentirgli di occuparlo insieme alla figlia nei periodi in cui, come indicato dalla CTU,

costui deve stare con la bambina, ossia dalla domenica sera fino alle 13.30 del giovedì seguente.

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Secondo la Ctu tale decisione è preferibile a quella adottata in precedenza che prevedeva la residenza della minore presso l’appartamento messo a disposizione del padre, con le stesse disposizioni per quanto riguarda orari e giorni.

 

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Questa nuova decisione è stata adottata tenendo conto dell’occupazione lavorativa della madre e della non occupazione del padre, che quindi non subisce alcun danno di tipo economico od esistenziale per il fatto che la residenza della bambina viene fissata presso la ex moglie, visto che dispone dell’appartamento preso in locazione per lui dalla ex.

 

IL Affido condiviso  collocazione  prevalente PADRE RICORRE PER CASSAZIONE 

 

Il padre della bambina però non soddisfatto della decisione di merito ricorre in Cassazione lamentando con il primo motivo il fatto che la Corte d’Appello non abbia considerato la valutazione negativa della CTU relativa al trasferimento della minore.

Con il secondo motivo il padre invece lamenta la violazione:

  1. dell’art. 337 bis c.c. che impone, nell’adottare provvedimenti nei confronti dei minori, di tenere conto del loro primario interesse morale e materiale;

  2. dell’art. 13 della Costituzione che sancisce la inviolabilità della libertà personale;
  3. secondo l’ art 13 della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo sulla libertà di movimento e di residenza nei confini dello Stato;

  4. secondo la CEDU perché il giudice di seconde cure in pratica ha subordinato la frequentazione della figlia a un domicilio forzato.

 

I GIUDICI VENEZIANI DELLA CORTE D’APPELLO AVREBBERO VALUTATO QUANTO INDICATO DAL CTU OCME LA SOLUZIONE MIGLIORE , IN EFFETTI TALE SOLUZIONE CONSENTE POSSIIBILE DELLE ESIGENZE DEI GENITORI UNA MINOR COMPRESSIONE

SECONDO LA CASSAZIONE:

LA CORTE DI APPELL OAVREBBE TENUTO OCNTO DELLE CENSURE DEL RIORRENT EMARITO  ,IN QUANTO AVREBBE TENUTO CONTO OLTRE CHE DELLE VALUTAZIONI DEL OCNSULENTE  MA STNTE LA CONTRAPPOSIZIONE DEI GENITORI HA ADOTTATO LA SOLUZIONE CHE HA RITENUTO SUSCETTIBILE DI UNA MIGLIORE ADERENZ ALLA CURA E ALLO SVILUPPO DELLA MINORE.

LA SOLUZIONE ADOTTATA SAREBBE LA MIGLIORE ALLA LUCE DEL PRINCIPIO DELLA PREMINENZA[wpforms id=”14234″]

“in materia di affidamento dei figli minori, il giudice della separazione e del divorzio deve attenersi al criterio fondamentale (…) rappresentato dall’esclusivo interesse morale e materiale della prole, privilegiando quel genitore che appaia il più idoneo a ridurre al massimo i danni derivati dalla disgregazione del nucleo familiare e ad assicurare il migliore sviluppo della personalità del minore.

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FAMIGLIA AVVOCATO ESPERTO diritti dei conviventi, fine della convivenza rapporti di ocnvivenza

L’individuazione di tale genitore deve essere fatta sulla base di un giudizio prognostico circa la capacità del padre o della madre di crescere ed educare il figlio nella nuova situazione di genitore singolo, giudizio che, ancorandosi ad elementi concreti, potrà fondarsi sulle modalità con cui il medesimo ha svolto in passato il proprio ruolo, con particolare riguardo alla sua capacità di relazione affettiva, di attenzione, di comprensione, di educazione, di disponibilità ad un assiduo rapporto, nonchè sull’apprezzamento della personalità del genitore, delle sue consuetudini di vita e dell’ambiente che è in grado di offrire al minore. La questione dell’affidamento della prole è rimessa alla valutazione discrezionale del giudice di merito, il quale deve avere come parametro di riferimento l’interesse del minore e, ove dia sufficientemente conto delle ragioni della decisione adottata, esprime un apprezzamento di fatto non suscettibile di censura in sede di legittimità” (Cass. 14840/2006);

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MALASANITA’ DANNO BOLOGNA: intervento di artodesi connotato da tecniche di intervento chirurgico inidonee e dall’impiego di dispositivi privi  di marcatura CE.

In una recente pronuncia, (Cass., ord. 2274/2017) la Corte di Cassazione, richiamando quanto già precedentemente affermato sul punto da numerose altre pronunce di legittimità (cfr., ex multis, Cass., 11423/2016, Cass., 3438/2016, Cass., 21684/2013) considera che la “soccombenza reciproca”, tale da giustificare la possibile applicazione della regola della compensazione parziale o totale delle spese, va ravvisata nell’ipotesi in cui “vi sia un pluralità di domande contrappostedelle quali alcune vengono rigettate e altre accolte, che si siano trovate in cumulo nel medesimo processo fra le stesse parti, ovvero in ipotesi di “accoglimento parziale dell’unica domanda proposta, allorché essa sia stata articolata in più capi e ne siano stati accolti uno o alcuni e rigettati altri” o, infine, nel caso di “parzialità dell’accoglimento meramente quantitativa, riguardante una domanda articolata in un unico capo”. 

 

MALASANITA’ DANNO BOLOGNA: intervento di artodesi connotato da tecniche di intervento chirurgico inidonee e dall’impiego di dispositivi privi  di marcatura CE.

 

AVVOCATO ESPERTO MALASANITA' BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA
AVVOCATO ESPERTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA

 

 

FATTO

La vicenda riguarda un caso di malpractice sanitaria, occorso durante le fasi prodromiche e successive relative all’intervento del 08.09.2010, nello specifico correzione di stenosi del canale midollare (scoliosi), artrodesi dorso lombosacrale tramite inserimento di barre metalliche, resosi necessario per i forti dolori alla colonna vertebrale; malpractice attribuita a responsabilità sia del DOTT. Y, chirurgo operatore dell’equipe medica, sia della CASA DI CURA ALFA SRL (in proseguimento anche Casa di Cura), presso la cui struttura erano avvenuti l’intervento e la successiva fase di degenza, così tutti citati al fine di ottenere il risarcimento dei danni subiti. 

Invero l’esclusiva responsabilità iatrogena nell’occorso non può che ritenersi comprovata dalle concordi risultanze degli atti istruttori raccolti, le quali hanno confermato la tesi attorea di danni derivanti dalla rottura dei mezzi di sintesi e dal loro non corretto posizionamento, imputabile alle manovre operative eseguite dal dr. Y nel corso dell’intervento, dallo stesso effettuato presso Alfa in data 08.09.2010. 

https://studiolegale-bologna.it
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DECISIONE

  1. In via preliminare, è opportuno ricordare e riaffermare, perché questione che ha occupato le parti, ininfluente all’uopo ogni riferimento nel giudizio civile al richiamo dell’art. 2043 cc, fatto dal cd. Decreto Balduzzi (DL 13.09.2012 n. 158, conv in L 08.11.2012 n. 189), che la responsabilità in tema di colpa medica, va qualificata come contrattuale, in quanto derivante dal contratto (o dal contatto sociale) intervenuto tra la paziente e la struttura ospedaliera o casa di cura, convenute, avente ad oggetto le prestazioni medico sanitarie. Ulteriore precisazione in fatto è anche quella che vede il medico odierno come sanitario di fiducia di parte attorea, al quale la stessa si è rivolta in libera professione.

Si deve tenere conto, perciò, che il medico o in genere il personale non medico, che opera all’interno di quella struttura sanitaria, poiché svolge un’attività a contenuto professionale, è tenuto nell’adempimento delle proprie obbligazioni, non già alla diligenza generica del buon padre di famiglia, bensì a quella più accurata e specifica del debitore qualificato, come prescrive l’art. 1176, 2° comma, c.c.; ciò comporta il rispetto di tutte le regole e gli accorgimenti che, nel loro insieme, costituiscono la conoscenza della professione medica (Cass. 4852/99, 5945/00, 6386/01, 3492/02).

MALASANITA' AVVOCATO ESPERTO
MALASANITA’ AVVOCATO ESPERTO

Aderente a una siffatta impostazione, deve rilevarsi il recente autorevole intervento sul punto della Suprema Corte, i cui condivisibili principi «….la materia della responsabilità civile segue le sue regole consolidate, e non solo per la responsabilità aquiliana del medico, ma anche per la c.d. responsabilità contrattuale del medico e della struttura sanitaria, da contatto sociale. PUNTO fermo, ai fini della filomachia, gli arresti delle sentenze delle Sezioni unite nel novembre 2008, e tra queste la n.26973, ed in particolare nel punto 4.3 del c.d. preambolo sistematico, che attiene ai c.d. contratti di protezione conclusi nel settore sanitario, ed agli incipit giurisprudenziali ivi richiamati, e seguiti da decisioni di consolidamento. » (cfr. Cass. civ. Sez. III, Sent., 19.02.2013, n. 4030) è sufficiente qui richiamare come precedente conforme e condiviso [e conformemente Cass. n. 6093 del 2013; Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza n. 26358/13; depositata il 25 novembre; Cass Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 8940 del 17/04/2014 (Rv. 630778) e quanto al merito Tribunale di Arezzo sentenza 14 febbraio 2013]. 

4.1.1 Per una maggior precisione deve evidenziarsi che il cd Decreto Balduzzi ha fondamentalmente inciso sul concetto di responsabilità penale del medico (e solo su questa) in ipotesi di colpa lieve, introducendo un’esimente speciale, contenuta nel primo periodo dell’art. 3 L. 189/2012, come modificato in sede di conversione del D.L., la quale prevede appunto l’esclusione della responsabilità penale per colpa lieve in favore dei sanitari, che si attengano alle linee guida ed alle buone pratiche accreditate, mentre la norma del secondo periodo ha la funzione di precisare che l’esclusione della responsabilità penale non fa venire meno la risarcibilità del danno, atteso che il richiamo all’art. 2043 cod. civ. è limitato alla individuazione di un obbligo, senza alcuna indicazione in merito ai criteri da applicare nell’accertamento della responsabilità risarcitoria (cfr. Tribunale di Arezzo 14 febbraio 2013; Tribunale di Cremona 19 settembre 2013). 

Deve allora pervenirsi alla conclusione che, conformemente al suo tenore letterale, alla collocazione sistematica ed alla ratio certa dell’intervento legislativo, da individuarsi con sicurezza nella parziale depenalizzazione dell’illecito sanitario, la norma del secondo periodo non ha inteso operare alcuna scelta circa il regime di accertamento della responsabilità civile, ma ha voluto soltanto far salvo (“resta comunque fermo”) il risarcimento del danno anche in caso di applicazione dell’esimente penale, senza così imporre alcun ripensamento sull’inquadramento contrattuale della responsabilità sanitaria. Del resto in presenza, come anche accaduto nello specifico, di un vero e proprio contratto, perché non è contestato che la scelta del sanitario sia stata frutto di pura elezione, non si vede come qualificare il rapporto e la conseguente responsabilità delle parti, se non in termini di responsabilità contrattuale. Né ad opinione differente può pervenirsi, quand’anche la scelta del legislatore fosse stata meno imprecisa ed infelice, posto che il carattere delle norme, come noto, contrassegnato da generalità e astrattezza, non può certo sovvertire il ben noto principio dell’autonomia privata, con la conseguenza che non può imporsi dall’alto una qualificazione in termini di responsabilità aquiliana ad una fattispecie espressamente connotata dal cd contratto di spedalità, che sorga indipendentemente dal cd contatto sociale tra parte medica e paziente. 

E’ evidente, quindi, che il significato del mutamento della norma dell’art. 3 in sede di conversione del decreto legge, con l’effettiva elisione del riferimento alla tipica responsabilità da inadempimento, inequivocabilmente posta dai richiami normativi (artt. 2236 e 1176 cc), debba essere ricercato altrove (peraltro inutilmente nei lavori preparatori non essendovi traccia di una tale revirement) e non certo nell’intento di qualificare a prescindere la responsabilità iatrogena esclusivamente in termini di responsabilità ex art. 2043 cc. 

 

 

 

 

 

 

TRIBUNALE ORDINARIO di BOLOGNA

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TERZA SEZIONE CIVILE

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Pietro Iovino 

ha pronunciato la seguente 

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 9635/2015 promossa da: 

(C.F. ***), con il patrocinio dell’avv. AQUILANO MARIA ROSA e dell’avv. MAURIELLO PAOLO (***) ; FIORENZANO SERGIO (***) ; elettivamente domiciliato in PIAZZA SAN MARTINO N. 9 40126 BOLOGNA presso il difensore avv. AQUILANO MARIA ROSA 

ATTORE/I 

contro

CASA DI CURA ALFA S.R.L. (C.F. ), con il patrocinio dell’avv. RABEGGIANI LAURA e dell’avv. PAGLIARANI ELENA (PGLLNE66E43C573O) VIA CASTIGLIONE 6 40123 BOLOGNA; elettivamente domiciliato in VIA CASTIGLIONE N. 6 C/O AVV. ELENA PAGLIARANI 40100 BOLOGNA presso il difensore avv. RABEGGIANI LAURA 

(C.F. ), con il patrocinio dell’avv. GIULIANO ANGELO, elettivamente domiciliato in VIA VOLTA 66 COMO presso il difensore avv. GIULIANO ANGELO 

CONVENUTO/I 

nonché

UNIPOLSAI ASSICURAZIONI SPA (C.F. ), con il patrocinio dell’avv. CARLI PATRIZIA, elettivamente domiciliato in VIA MARSILI BOLOGNA presso il difensore avv. CARLI PATRIZIA 

TERZO CHIAMATO

CONCLUSIONI PRECISATE ALL’UDIENZA DEL 30 maggio 2019: 

X« Voglia L’On.le Tribunale adito, disattesa ogni contraria istanza, eccezione e deduzione: 

1) accertare e dichiarare che il danni subiti dall’attrice, per le causali in narrativa, sono da ricondursi alla responsabilità solidale della Casa di cura Alfa S.r.l. e del Dott. Y ai sensi e per gli effetti degli artt. 1218, 1228 e 2055 c.c.; 

2) condannare, per l’effetto, la Casa di cura Alfa S.r.l. ed il Dott. Y, in solido tra loro, a risarcire il danno biologico, l’I.T.A. e l’I.T.P. e relativa personalizzazione, ammontanti ad € 121.541,00, più interessi legali e rivalutazione a far data dall’8.9.2010 e sino al reale soddisfo; 

3) condannare, altresì, la Casa di cura Alfa S.r.l. ed il Dott. Y, in solido tra loro, a risarcire il danno biologico dinamico, il cui ammontare è da valutarsi in via equitativa; 

4) condannare, ancora, la Casa di cura Alfa S.r.l. ed il Dott. Y, in solido tra loro, a risarcire il danno scaturente dalla lesione degli obblighi connessi al c.d. consenso informato, il cui ammontare è da valutarsi in via equitativa. 

5) condannare, inoltre, la Casa di cura Alfa S.r.l. ed il Dott. Y, in solido tra loro, al ristoro delle spese mediche sopportate dalla Sig.ra X ed ammontanti ad € 2.132,95; 

6) In ogni caso condannare la Casa di cura Alfa S.r.l. ed il Dott. Y, in solido tra loro, al pagamento delle spese di giustizia, ivi incluso il rimborso forfettario delle spese generali, da distrarsi in favore dei costituiti avvocati ai sensi e per gli effetti dell’art. 93 c.p.c..» 

DOTT. Y« Voglia l’Ill.mo Tribunale di Bologna, respinta ogni contraria eccezione, istanza e domanda, così decidere: 

nel merito, in via principale: 

– dichiarare inammissibili e/o rigettare nel merito le domande tutte avanzate nei confronti del dott. Y; 

in ogni caso: 

– con vittoria di spese e compensi professionali, ivi compreso 15% spese generali, c.p.a. ed i.v.a.;

in via istruttoria: 

– mezzi riservati.» 

CASA DI CURA ALFA Srl : « Ogni contraria istanza ed eccezione reietta, 

in via preliminare, dichiarare il difetto di legittimazione passiva della Casa di Cura Alfa S.r.l.; 

in via principale di merito, respingere tutte le domande formulate nei confronti della Casa di Cura Alfa s.r.l., da tutte le parti anche in via trasversale, perchè infondate in fatto ed in diritto, dichiarando la stessa Casa di Cura Alfa S.r.l. esente da ogni responsabilità ; 

in via subordinata, nella denegata ipotesi in cui il Tribunale adito ritenesse fondata in tutto o in parte la domanda attrice, dichiarare tenuto il Dott. Y al risarcimento dei danni, quale responsabile e conseguentemente a tenere indenne e manlevata la stessa Casa di Cura Alfa S.r.l., da ogni pretesa risarcitoria, salva graduazione dell’eventuale corresponsabilità; 

ancora in via subordinata nella denegata ipotesi in cui il Tribunale adito accertasse e dichiarasse la responsabilità contrattuale e/o extracontrattuale in tutto o in parte della Casa di Cura Alfa s.r.l., anche solidale, dichiarare la Unipolsai Assicurazioni s.p.a. , tenuta a manlevare la Casa di Cura Alfa s.r.l. in forza di idonea polizza assicurativa e, quindi, condannare la medesima al pagamento di quanto eventualmente dovuto dalla Casa di Cura Alfa s.r.l. a parte attrice . 

Con vittoria di spese e compensi di causa.» 

UNIPOLSAI ASSICURAZIONI SPA« Come da comparsa di costituzione e risposta, insistendo nelle istanze istruttorie richieste in seconda memoria ex art. 183, co. VI, cpc non ammesse, ritenendosi ivi integralmente reiterate..» 

FATTO E DIRITTO

  1. La presente sentenza è redatta senza l’esposizione dello svolgimento del processo e con motivazione consistente nella succinta esposizione dei fatti rilevanti della causa e delle ragioni giuridiche della decisione, anche con riferimento a precedenti conformi, così come previsto dagli artt. 132 comma 2 n. 4 c.p.c. e art. 118 disp. att. c.p.c. nel testo introdotto dagli art. 45 e art. 53 della L. n. 69 del 18 giugno 2009 trattandosi di disposizioni applicabili anche ai procedimenti pendenti in primo grado alla data di entrata in vigore della L. 4 luglio 2009 ai sensi dell’art. 58 comma 11. 
  2. La vicenda riguarda un caso di malpractice sanitaria, occorso durante le fasi prodromiche e successive relative all’intervento del 08.09.2010, nello specifico correzione di stenosi del canale midollare (scoliosi), artrodesi dorso lombosacrale tramite inserimento di barre metalliche, resosi necessario per i forti dolori alla colonna vertebrale; malpractice attribuita a responsabilità sia del DOTT. Y, chirurgo operatore dell’equipe medica, sia della CASA DI CURA ALFA SRL (in proseguimento anche Casa di Cura), presso la cui struttura erano avvenuti l’intervento e la successiva fase di degenza, così tutti citati al fine di ottenere il risarcimento dei danni subiti. 

Costituitesi, il medico anche a seguito alla rinnovazione della citazione e alla notificazione della domanda riconvenzionale trasversale di manleva, le parti convenute eccepivano l’assenza di ogni responsabilità iatrogena, demandando il preteso danno al particolare stato fisico preesistente e congenito, della paziente ovvero a complicanza e/o fatto fortuito, e chiedevano il rigetto di ogni domanda attorea, in quanto non provata nei fatti e infondata in diritto, ritenendo non assolto l’onere probatorio. 

In particolare il sanitario eccepiva una generica decadenza e/o prescrizione delle domande esperite dalla Casa di Cura e dalla parte attorea, e nel merito ribadiva di essersi attenuto alle migliori pratiche chirurgiche del settore, negando la sussistenza di qualsivoglia apporto causale nella determinazione delle condizioni di infermità lamentate; affermava di aver reso adeguata informazione in ordine a: (i) stato clinico; (ii) diagnosi; (iii) indicazioni terapeutiche; (iv) natura e modalità pratico/esecutive dell’intervento chirurgico; (v) conseguenze dell’intervento e/o effetti indesiderati e/o complicanze, raccogliendo il relativo consenso per atto scritto. Evidenziava altresì vertersi in ipotesi di responsabilità di natura extracontrattuale, come reso legalmente vincolante dalla rimodulazione del tema della responsabilità medica, operata dalla c.d. legge Balduzzi, con ogni conseguenza in punto di assolvimento dell’onere probatorio, che incomberà integralmente su parte attrice. 

La Casa di Cura negava specificamente anche ogni propria responsabilità, evidenziando la propria estraneità all’atto chirurgico, all’uopo eccependo il proprio difetto di legittimazione, operato in elezione dal sanitario di fiducia. Infatti, l’operazione chirurgica era avvenuta sotto la diretta responsabilità dello stesso, libero professionista, che aveva utilizzato le sue strutture e il suo personale, e verso il quale esperiva azione di rivalsa, appunto la già menzionata domanda riconvenzionale trasversale. 

Invocava comunque a manleva la propria compagnia assicurativa, che, costituitasi, in via preliminare denegava ogni copertura al sinistro, sussistente solo per l’operato del personale dipendente dalla Casa di Cura esclusa ogni attività medica e/o infermieristica svolta da personale non dipendente dell’Assicurato, ogni danno derivante da vizio di acquisizione del consenso informato, asserendo che comunque la polizza operava esclusivamente a secondo rischio, sussistendo contratto assicurativo tra il medico e la compagnia Medical Insurance Company Ldt.; nel merito si associava alle difese delle parti convenute circa l’assenza di malpractice sanitaria 

L’istruttoria si è svolta con la produzione di varia documentazione, relativa anche ai ricoveri e accertamenti ospedalieri, non solo, in occasione del primo intervento, ma anche, a quelli successivi legati alla travagliata vicenda sanitaria, che ha reso necessari ulteriori ricoveri ed interventi chirurgici, nonché con lo svolgimento di una consulenza tecnica d’ufficio, respinta ogni istanza di prova testimoniale ed interpello e per ordine ex art. 210 cpc. 

All’esito la causa è stata posta in decisione con assegnazione dei termini ex art. 190 cpc nell’estensione massima.

  1. La domanda di parte attorea è parzialmente fondata e merita perciò accoglimento per quanto di ragione. 

Invero l’esclusiva responsabilità iatrogena nell’occorso non può che ritenersi comprovata dalle concordi risultanze degli atti istruttori raccolti, le quali hanno confermato la tesi attorea di danni derivanti dalla rottura dei mezzi di sintesi e dal loro non corretto posizionamento, imputabile alle manovre operative eseguite dal dr. Y nel corso dell’intervento, dallo stesso effettuato presso Alfa in data 08.09.2010. 

3.1 In via preliminare va respinta l’eccezione di carenza di legittimazione attiva, atteso che è pacifico come l’azione sia rivolta anche nei confronti della Casa di Cura, cosa diversa dall’accertamento concreto di una responsabilità, che al più può comportare il rigetto della domanda ma non certo un’affermazione in ordine alla legittimazione, che, come noto, va individuata sulla base della domanda. 

Sempre preliminare va considerata abbandonata l’eccezione di decadenza/ prescrizione, sollevata dal sanitario convenuto, come dimostra l’assenza di ogni successivo richiamo fino alle rassegnate conclusioni e alle comparse conclusionali, eccezione che in ogni caso va respinta per la sua assoluta genericità ed indeterminatezza. 

  1. In via preliminare, è opportuno ricordare e riaffermare, perché questione che ha occupato le parti, ininfluente all’uopo ogni riferimento nel giudizio civile al richiamo dell’art. 2043 cc, fatto dal cd. Decreto Balduzzi (DL 13.09.2012 n. 158, conv in L 08.11.2012 n. 189), che la responsabilità in tema di colpa medica, va qualificata come contrattuale, in quanto derivante dal contratto (o dal contatto sociale) intervenuto tra la paziente e la struttura ospedaliera o casa di cura, convenute, avente ad oggetto le prestazioni medico sanitarie. Ulteriore precisazione in fatto è anche quella che vede il medico odierno come sanitario di fiducia di parte attorea, al quale la stessa si è rivolta in libera professione.

Si deve tenere conto, perciò, che il medico o in genere il personale non medico, che opera all’interno di quella struttura sanitaria, poiché svolge un’attività a contenuto professionale, è tenuto nell’adempimento delle proprie obbligazioni, non già alla diligenza generica del buon padre di famiglia, bensì a quella più accurata e specifica del debitore qualificato, come prescrive l’art. 1176, 2° comma, c.c.; ciò comporta il rispetto di tutte le regole e gli accorgimenti che, nel loro insieme, costituiscono la conoscenza della professione medica (Cass. 4852/99, 5945/00, 6386/01, 3492/02). 

Aderente a una siffatta impostazione, deve rilevarsi il recente autorevole intervento sul punto della Suprema Corte, i cui condivisibili principi «….la materia della responsabilità civile segue le sue regole consolidate, e non solo per la responsabilità aquiliana del medico, ma anche per la c.d. responsabilità contrattuale del medico e della struttura sanitaria, da contatto sociale. PUNTO fermo, ai fini della filomachia, gli arresti delle sentenze delle Sezioni unite nel novembre 2008, e tra queste la n.26973, ed in particolare nel punto 4.3 del c.d. preambolo sistematico, che attiene ai c.d. contratti di protezione conclusi nel settore sanitario, ed agli incipit giurisprudenziali ivi richiamati, e seguiti da decisioni di consolidamento. » (cfr. Cass. civ. Sez. III, Sent., 19.02.2013, n. 4030) è sufficiente qui richiamare come precedente conforme e condiviso [e conformemente Cass. n. 6093 del 2013; Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza n. 26358/13; depositata il 25 novembre; Cass Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 8940 del 17/04/2014 (Rv. 630778) e quanto al merito Tribunale di Arezzo sentenza 14 febbraio 2013]. 

4.1.1 Per una maggior precisione deve evidenziarsi che il cd Decreto Balduzzi ha fondamentalmente inciso sul concetto di responsabilità penale del medico (e solo su questa) in ipotesi di colpa lieve, introducendo un’esimente speciale, contenuta nel primo periodo dell’art. 3 L. 189/2012, come modificato in sede di conversione del D.L., la quale prevede appunto l’esclusione della responsabilità penale per colpa lieve in favore dei sanitari, che si attengano alle linee guida ed alle buone pratiche accreditate, mentre la norma del secondo periodo ha la funzione di precisare che l’esclusione della responsabilità penale non fa venire meno la risarcibilità del danno, atteso che il richiamo all’art. 2043 cod. civ. è limitato alla individuazione di un obbligo, senza alcuna indicazione in merito ai criteri da applicare nell’accertamento della responsabilità risarcitoria (cfr. Tribunale di Arezzo 14 febbraio 2013; Tribunale di Cremona 19 settembre 2013). 

Deve allora pervenirsi alla conclusione che, conformemente al suo tenore letterale, alla collocazione sistematica ed alla ratio certa dell’intervento legislativo, da individuarsi con sicurezza nella parziale depenalizzazione dell’illecito sanitario, la norma del secondo periodo non ha inteso operare alcuna scelta circa il regime di accertamento della responsabilità civile, ma ha voluto soltanto far salvo (“resta comunque fermo”) il risarcimento del danno anche in caso di applicazione dell’esimente penale, senza così imporre alcun ripensamento sull’inquadramento contrattuale della responsabilità sanitaria. Del resto in presenza, come anche accaduto nello specifico, di un vero e proprio contratto, perché non è contestato che la scelta del sanitario sia stata frutto di pura elezione, non si vede come qualificare il rapporto e la conseguente responsabilità delle parti, se non in termini di responsabilità contrattuale. Né ad opinione differente può pervenirsi, quand’anche la scelta del legislatore fosse stata meno imprecisa ed infelice, posto che il carattere delle norme, come noto, contrassegnato da generalità e astrattezza, non può certo sovvertire il ben noto principio dell’autonomia privata, con la conseguenza che non può imporsi dall’alto una qualificazione in termini di responsabilità aquiliana ad una fattispecie espressamente connotata dal cd contratto di spedalità, che sorga indipendentemente dal cd contatto sociale tra parte medica e paziente. 

E’ evidente, quindi, che il significato del mutamento della norma dell’art. 3 in sede di conversione del decreto legge, con l’effettiva elisione del riferimento alla tipica responsabilità da inadempimento, inequivocabilmente posta dai richiami normativi (artt. 2236 e 1176 cc), debba essere ricercato altrove (peraltro inutilmente nei lavori preparatori non essendovi traccia di una tale revirement) e non certo nell’intento di qualificare a prescindere la responsabilità iatrogena esclusivamente in termini di responsabilità ex art. 2043 cc. 

Probabilmente l’intentio legis potrebbe essere stata quella di voler ammonire l’interprete sul fatto che la culpa levis, se esclude la responsabilità penale nell’ipotesi di rispetto delle linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica, non è comunque idonea ad escludere conseguenze risarcitorie civilistiche, in nessun caso neppure nell’ipotesi dell’art. 2043 cc. Viceversa si sarebbe potuto porre il problema della portata scriminante anche in sede civilistica dell’ipotesi della culpa levis, problema che certamente non si può porre sulla base positiva della norma, che non tollera interpretazioni differenti. 

E’ evidente infine che a voler diversamente opinare, sarebbe stato lecito attendersi una volontà legislativa molto più chiara e lineare, in presenza della posizione giurisprudenziale granitica della Suprema Corte, delle Corti di Merito ed invero anche dell’intero panorama dottrinale, tanto che la natura della responsabilità come contrattuale era dato acquisito dall’intera comunità scientifica. 

4.1.2 In tal senso si muove anche la recente legge di riforma della responsabilità sanitaria, L. n. 24/2017 (cd Legge Gelli), la quale ribadisce che la struttura sanitaria risponde ai sensi degli artt. 1218 e 1228 c.c. (mentre afferma che i sanitari rispondono del loro operato in base all’art. 2043 c.c. a meno che non abbiano agito nell’adempimento di una obbligazione direttamente assunta con il paziente). 

4.1.3 Ciò va detto pur nella consapevolezza che ratione temporis entrambe le novelle normative risultano sopravvenute rispetto all’intervento e comunque al momento in cui si può ritenere materializzata la malpractice, per quanto si andrà ad osservare, con la conseguenza che in base all’art. 11 disp. prel. cod. civ., secondo cui “La legge non dispone che per l’avvenire: essa non ha effetto retroattivo” in assenza di previsioni speciali da parte della novella, esse non hanno alcun potere regolamentare dell’odierna vicenda. 

4.2 Sotto il profilo del grado di colpa, di cui il medico o il personale sanitario in genere, deve rispondere, il disposto dell’art. 2236 c.c. va interpretato nel senso che la limitazione di responsabilità alle sole ipotesi di dolo e colpa grave non ricorre con riferimento ai danni causati per negligenza o imperizia, ma soltanto per i casi che richiedono la risoluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà (perché trascendono la preparazione media o non sono stati ancora studiati a sufficienza, ovvero dibattuti con riguardo ai metodi da adottare; cfr. Cass., Sez. III, sent. n. 5945 del 10.5.2000; Cass., Sez. III, sent. n. 4852 del 19.5.1999; Cass., Sez. III, sent. n. 11440 del 18.11.1997). 

Per quanto attiene, poi, alla ripartizione dell’onere probatorio tra paziente e medico, la natura contrattuale della predetta responsabilità implica che, in forza della presunzione di colpa di cui all’art. 1218 c.c., il paziente ha solo l’onere di allegare il peggioramento delle proprie condizioni di salute, imputandone la causa all’intervento del medico. E’ invece onere di quest’ultimo dimostrare che l’esito negativo non è ascrivibile alla propria negligenza o imperizia, e che la sua prestazione implicava la risoluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà. Ne consegue che, qualora il medico non assolva in maniera idonea questo suo onere probatorio, l’inesatto adempimento della sua prestazione – ovvero anche solo l’incertezza degli esiti probatori in ordine all’esatto adempimento – va posta a suo carico e ciò comporta l’accoglimento della domanda risarcitoria, fondata sulla responsabilità contrattuale. Del resto, quanto al riparto dell’onere probatorio in tema di colpa medica, la costante giurisprudenza di legittimità ritiene che «…l’attore deve provare l’esistenza del contratto (o il contatto sociale) ed allegare l’insorgenza (o l’aggravamento) della patologia e l’inadempimento qualificato del debitore, astrattamente idoneo a provocare (quale causa o concausa efficiente) il danno lamentato», mentre ha solo l’onere di allegare (ma non di provare) la colpa del medico. Invece, rimane «a carico del medico convenuto dimostrare che tale inadempimento non vi è stato, ovvero che, pur esistendo, esso non è stato causa del danno.» (ex plurimis, Cass. 4792/2013, rv. 625765). 

Alla luce dei predetti principi e della ritenuta natura contrattuale della responsabilità medica, si osserva che nel caso in esame la parte convenuta non ha assolto l’onere probatorio dianzi descritto e, quindi, non può ritenersi l’ipotesi dell’esatto adempimento né quella dell’inadempimento non imputabile. 

  1. Tale giudizio coinvolge ovviamente sia il medico, che ha condotto l’intervento chirurgico in prima persona ed ha agito in libera professione, sia la Casa di Cura, che ha consentito a quest’ultimo di operare, mettendo a disposizione, in base ad espressa convenzione, liberamente sottoscritta, attrezzature, strutture e personale anche medico per il buon esito sia dell’intervento sia per la gestione della fase di ricovero pre e post operatorio, senza le quali quell’intervento chirurgico non si sarebbe potuto svolgere, così accettando il rischio di un proprio coinvolgimento per aver fornito mezzi ed assistenza indispensabili alla complessa fase del complessivo trattamento sanitario a carico del “cliente” e “paziente”, rispetto al quale certamente si è assunta l’obbligazione propria e tipicamente riservata al debitore della prestazione sanitaria e, quindi, di garante di essa, ossia del suo corretto ed esatto svolgimento. 

Del resto per giurisprudenza costante «… la responsabilità della Casa di Cura ha natura contrattuale e può conseguire ai sensi dell’art. 1218 c.c. all’inadempimento direttamente a suo carico, nonché ai sensi dell’art. 1228 c.c. all’inadempimento della prestazione medico professionale svolta direttamente dal sanitario, quale ausiliario necessario, anche nel caso in cui non vi sia un rapporto di lavoro subordinato: infatti sussiste comunque un collegamento tra la prestazione da costui effettuata e l’organizzazione aziendale della casa di cura, non rilevando in contrario, la circostanza che il sanitario risulti essere anche di fiducia dello stesso paziente, o comunque dal medesimo scelto.» (cfr. Cass. 14/07/2004 N. 13066). 

Con rifermento a tale questione, la Suprema Corte negli ultimi anni ha affermato espressamente la responsabilità ex art. 1228 c.c. della casa di cura anche per il fatto del medico non dipendente, in quanto il rapporto che si instaura tra paziente e casa di cura ha la sua fonte in un atipico contratto a prestazioni corrispettive con effetti protettivi nei confronti del terzo da cui, a fronte dell’obbligazione al pagamento del corrispettivo, insorgono a carico della casa di cura, accanto a quelli di tipo latu sensu alberghieri, obblighi di messa a disposizione del personale paramedico e dell’apprestamento di tutte le attrezzature necessarie, anche in vista di eventuali complicazioni od emergenze. Di conseguenza la responsabilità della casa di cura nei confronti del paziente può conseguire sia all’inadempimento delle obbligazioni direttamente a suo carico sia in virtù dell’art. 1228 c.c. all’inadempimento della prestazione medico-professionale, svolta direttamente dal sanitario quale suo ausiliario necessario pur in assenza di un rapporto di lavoro subordinato, comunque sussistendo un collegamento tra la prestazione da costui effettuata e la sua organizzazione aziendale, non rilevando, al riguardo, la circostanza che il sanitario risulti essere anche di fiducia del paziente o comunque dal medesimo scelto [cfr. in termini ex multis Cass. civ. Sez. III, 26/01/2006, n. 1698 (rv. 587618); Cass. Civ. 14.06.2007 n. 13953; Cass. civ. Sez. III Sentenza, 26/06/2012, n. 10616 (rv. 624915); Cass. civ. Sez. III, 03/02/2012, n. 1620 (rv. 621457); Cass. civ. Sez. III, 12/03/2010, n. 6053 (rv. 612243); e più in generale per il concorso di cause indipendenti e la conseguente solidarietà Cass.Civ. 30.03.2010 n. 7618, Cass. Civ. 11.05.2012 n. 7404] 

Si tratta in buona sostanza di un’ipotesi di responsabilità oggettiva [cfr. Cass. civ. Sez. III, 20-04-2016, n. 7768 (rv. 639496)[1]]. 

  1. La C.T.U. del dott. Andrea Soccetti, specialista in Ortopedia, la quale appare logicamente coerente e adeguatamente motivata in ordine all’individuazione della patologia ed all’eziogenesi di essa in relazione ai trattamenti terapeutici praticati ed alla quale si rimanda per gli aspetti di maggior dettaglio, ha consentito di accertare un’evidente responsabilità iatrogena, secondo quanto si andrà ad esporre. 

Il Consulente, premesso che la paziente da qualche anno soffriva di dolore alla colonna vertebrale in ragione di una grave forma di “scoliosi degenerativa sn convessa”, già gravata da due interventi di protesizzazione ad entrambe le anche ed al ginocchio sinistro negli anni 1985/2007, dopo una ampia disamina dei dati anamnestici e della storia clinica e delle possibili cause del cedimento del sistema di fissazione impiantato e le conseguenti lesioni, ha affermato (cfr. pag. 57 segg) che «… Vanno in primis riaffermati: 

– la patologia oggetto di trattamento scoliosi lombare degenerativa sn convessa 

– il trattamento chirurgico effettuato 8.9.10 artrodesi dorsolombosacrale

– il cedimento meccanico del sistema di fissazione impianto (potendosi collocare, in base a dati anamnestici, il cedimento avvenuto in periodo compreso fra 30 e 36 mesi dall’intervento)..….» 

Il Consulente ha, poi, precisato che nessuna censura va mossa circa la scelta iniziale del tipo d’intervento, in quanto l’indicazione chirurgica era giustificata con riguardo al quadro clinico e strumentale della paziente, mentre la questione investe essenzialmente la conduzione tecnica dell’intervento e la scelta dell’impianto, evidenziandosi in particolare che (cfr. pag. 58 segg) «… Nel caso in oggetto la scelta si indirizza verso una opzione chirurgica caratterizzata da decompressione posteriore associata a lunga fusione e correzione della deformità. 

Considerando l’ampiezza della curva scoliotica lombare e la rilevante sublussazione della vertebra apicale una correzione della deformità mediante ricorso ad artrodesi strumentata posteriore appare necessaria5 

Nell’ottica della migliore risoluzione del problema clinico la scelta di tale opzione appare quindi corretta. 

Circa la pianificazione-programmazione dell’impianto si deve osserva come l’unica indagine strumentale disponibile in atti, nei termini di una radiografia standard, sia stata effettuata il giorno stesso dell’intervento o comunque nella sua immediatezza. 

Circa l’idoneità del materiale impiantato il C.T.U. si limita ad osservare quanto segue. 

Una disamina sul sito internet della Ditta Produttrice Prosteel…… del prodotto SPINAL OSTEOSYNTHESIS RODLOCK…. sulla scheda le indicazioni riguardano Frattura -Tumore – Scoliosi – Spondilolistesi- Degenerazione discale – Instabilità, la 

sede di destinazione: la colonna toracica lombare e sacrale, il materiale di costruzione: lega di titanio ISO5832-3, non è desumibile marcatura CE ma è presente attestazione di qualità ISO 

Il dispositivo non rientra fra i materiali censiti sul sito ministeriale. 

Non esiste in letteratura documentazione inerenti dati di esito circa l’utilizzo del dispositivo.

Dette considerazioni non si qualificano nei termini di una esplicita inadeguatezza del materiale impiantato ma appaiono utili e finalistiche alla contestualizzazione dell’attività svolta. 

Circa gli aspetti procedurali si osserva. 

La strumentazione posteriore può ottenere una correzione della scoliosi anche se è difficile ripristinare la lordosi lombare che richiede il rilascio intersomatico anteriore combinato con il supporto della colonna anteriore. 

A sua volta la correzione dello squilibrio sagittale è ottenuta grazie al supporto della colonna anteriore o da ulteriori tecniche come l’osteotomia vertebrale. 

Ne deriva come la correzione della scoliosi debba essere assicurata con la miglior certezza meccanica individuata dal posizionamento ad ogni livello di fusione di viti transpeduncolari e della opportuna azione su di esse (distrazione o compressione) su ogni lato della curva6..….» 

E’, quindi, possibile apprezzare che il materiale utilizzato non aveva marcature CE, non era tra quelli notoriamente e consuetudinariamente utilizzati nel settore, tanto che non si registrano in letteratura dati sul suo utilizzo, non era tra i dispositivi riconosciuti dal nostro Ministero, la tecnica d’intervento non appare la più congeniale. 

Conclusivamente «… Può quindi affermarsi come: 

– la pianificazione-programmazione sia stata estremamente contenuta 

– la scelta del mezzo di sintesi indirizzata a favore di un impianto uso contenuto 

– il montaggio, con un appoggio prossimale dorsale ad uncini e con un primo impianto peduncolare a livello L2, appaia, in modo oggettivo, biomeccanicamente debole. » (cfr. CTU pag. 60). 

Nessuna censura merita invece, secondo il CTU la gestione post-operatoria immediata in degenza, apparendo valida l’assistenza fornita in occasione della complicanza respiratoria e parimenti valida l’assistenza prestata in corso di degenza ordinaria, con puntuale svolgimento delle attività di monitoraggio, diagnosi e terapia.

Conseguentemente in merito alla valutazione complessiva della condotta medica il CTU ha evidenziato indubitabili ragioni di censura complessiva, in quanto (cfr. CTU pag. 62).« Premessa l’assenza di linee guida, per il conseguimento del miglior esito atteso: 

– la pianificazione-programmazione avrebbe dovuto prevedere la messa in atto di accertamenti strumentali mirati alla opportuna valutazione della rigidità della curva scoliotica e dei motivi di squilibrio coronale e sagittale 

– la scelta del mezzo di sintesi si sarebbe meglio potuta indirizzare a favore di un impianto di stabilizzazione posteriore di uso diffuso, di chiara esplicitazione di utilizzo e montaggio e con solida documentazione bibliografica di esito 

– il montaggio avrebbe dovuto essere effettuato nei termini biomeccanicamente più favorevoli alla sua stabilità, termini già indicati nel posizionamento ad ogni livello somatico di fusione di viti transpeduncolari e della opportuna azione su di esse (distrazione o compressione) su ogni lato della curva con immediato apprezzamento della correzione conseguita 

Questo sempre dovendosi riaffermare come la chirurgia spinale di fissazione si qualifichi come attività ad altissima complessità anche in Centri di riferimento. » 

Deve, quindi, ritenersi verità processuale che la rottura dei mezzi di sintesi adoperati e che hanno reso necessario il nuovo intervento sia causalmente riconducibile sia alla scelta di materiale, la cui idoneità non è comprovata, come è desumibile verosimilmente dal non essere stato sufficientemente testato e dall’essere comunque privo di marchiatura CE, sia per la tecnica d’innesto adoperata. 

Quanto all’ipotizzata natura traumatica esterna non può che rilevarsi come una siffatta evenienza, pur astrattamente possibile, come il CTU non ha mancato di rilevare in risposta alle osservazioni dei CCTTUU del dott. Jennarì e della Compagnia, non è tuttavia provata e non trova alcun pur minimo riscontro, neppure a natura indiziaria.

Anche l’informativa ai fini dell’espressione del consenso è stata giudicata carente, perché eccessivamente generica, quella documentata in cartella, con la conseguenza che il modulo di consenso informato sottoscritto deve ritenersi non idoneo a raggiungere il risultato proprio ad una consapevole approccio alla decisione d’intervento: «Il C.T.U., dalla pedissequa lettura dal modulo di consenso presente in atti, non può che osservare come risulti fornita una informazione, definita chiara ed esauriente, sulla procedura scoliosi. 

Appare pleonastico affermare come: 

– la scoliosi sia una patologia e non una procedura 

– nessun dettaglio circa la procedura in via di effettuazione sia richiamato

– nessuna informazione circa il decorso naturale della patologia sia richiamata 

– nessuna informazione circa la presenza di una terapia alternativa sia richiamata 

– nessuna valutazione rischio-beneficio sia richiamata 

– nessuna informazione in merito ai rischi dell’intervento e a tempi e modi prevedibili di recupero sia richiamata 

Risulta indisponibile in atti ogni eventuale materiale informativo riconducibile nell’ambito della informazione richiamata nel modulo 

Riassumendo: 

– rimangono indeterminate ed indeterminabili la tipologia e la qualità delle informazioni fornite, sempre dovendosi ricordare come tale fase non preveda per norma vincolo di produzione scritta. 

– è oggettiva una superficiale descrizione della patologia in trattamento(scoliosi) e l’assenza della procedura da utilizzare per la correzione di detta patologia 

Deve quindi affermarsi come il percorso di informazione e consenso presente in atti appaia dubbiamente corretto per metodi e contenuti.» (cfr. CTU pag. 63). 

Pertanto, secondo il CTU «……..Il percorso di cura derivante dall’intervento 8.9.10, percorso che si ricorda regolare e scevro da complicanze, va quindi considerato ineludibile. 

Va invece considerato stato di malattia evitabile, in quanto derivante da lesioni riconducibili a profili di responsabilità sanitaria, il percorso di cura inerente la revisione chirurgica 2013 della suddetta artrodesi 2010: per i motivi esposti tale revisione si qualifica come un evento avverso prevedibile e prevenibile. 

Per quanto inerente la inabilità biologica temporanea, in assenza di documentazione sanitaria, la durata di tale periodo di cura appare stimabile sulla base della comune esperienza potendosi affermare come appaia ragionevole il termine di gg. 180 per conseguire valido e stabile esito di una artrodesi lombare posteriore cosi da interpretare in termini di inabilità biologica temporanea: 

– 10 gg. di inabilità assoluta

– 20 gg. di inabilità parziale media al 75%

– 60 gg. di inabilità parziale al 50%

– 90 gg. di inabilità parziale media al 25%

Per quanto inerente la inabilità biologica permanente, detto evento si è qualificato come una revisione del precedente intervento, fermi rimanendo i livelli vertebrali implicati nella fusione (D9-S1). 

Appare quindi ragionevole presumere il residuare a carico della sede chirurgica di esiti disestesici e disfunzionali minori comunemente legati al trauma da ri-accesso su precedente sito chirurgico. 

Avendo a riferimento l’impianto tabellare S.I.M.L.A 2016, autorevole bareme di comune utilizzo, appare quindi sussistente un difetto tegumentario e connettivale minore riconducibile, per ragionevole analogia, alla voce Dermopatia Stadio I potendosi ritenere ascrivibile quota pari al valore iniziale del range tabellare 

Ne deriva una compromissione biologica della P pari al 5% (cinque per cento) del Suo valore biologico globale………» (cfr. CTU pag. 64-65). 

6.1 Infine, secondo il Consulente gli esiti biologici permanenti riscontrati appaiono totalmente ininfluenti sulla capacità produttiva della paziente, considerata la sua età, condizioni psico-fisiche ed attitudini professionali. 

6.2 Visti gli esiti biologici permanenti ipotizzati, appare altresì assente qualsiasi rischio di malattie future. Analogamente deve rilevarsi, sempre secondo la valutazione fattane dal tecnico d’ufficio, «…che l’assenza di qualsiasi documentato percorso di cura rende la risposta a questo quesito presuntiva quanto aleatoria potendosi ragionevolmente sostenere come l’iter clinico non induca a ravvisare elementi di particolare sofferenza, tali da qualificarsi come stato di sofferenza soggettiva apprezzabilmente superiore a quella media presente nei danni permanenti di analoga entità.» (cfr. CTU pag. 66) 

6.3 Per doverosa completezza, stante le insistite critiche, quanto alle contrapposte ragioni di puro ordine tecnico, premesso che vanno espunte ogni eventuale allegazione e argomentazione rifuggite all’ampio contraddittorio tecnico (tra il Collegio dei CTU e CCTTPP e rispettivi ausiliari specialistici), premesso che quest’ultimo si ritiene esaustivo e ampiamente rispettoso del diritto di difesa, essendosi instaurato attraverso il deposito di bozze preliminari all’elaborato definitivo, e ricordando che gli accertamenti strumentali e la portata di essi, comunque disposti ed effettuati, avvengono e sono filtrati nelle valutazioni del consulente d’ufficio, tenuto al giuramento di verità, a differenza di quelli di parte, che ne fa privilegiare la fede, proprio per quella posizione di terzietà, che è invece esclusa nelle valutazioni delle parti, ciò premesso e valutato, il Tribunale deve evidenziare che le ipotesi causalistiche alternative, ipotizzate dalle difese di parte attorea, convenuta e della Compagnia, hanno trovato una evidente smentita nelle ragioni e nella argomentazioni esposte nella consulenza e segnatamente nella parte riservata alle risposte alle osservazioni, alla quale integralmente si rimanda per doverosa esigenza di sintesi. 

6.4 Quanto al valore da accordare alla perizia è evidente che la meticolosità dell’accertamento, l’ampia garanzia di contraddittorio, assicurata ed esercitata dalle parti, anche latu sensu, convenute, l’assenza di elementi oggettivi contrastanti e soprattutto di elementi di incongruità, specie se si tiene nel debito e doveroso conto quanto non assunto in replica alle osservazioni dei CCTTPP delle parti, rendono del tutto inutile disporre un nuovo accertamento nel presente processo civile. 

Una siffatta valutazione, oltre che presidio dei principi di economia dei mezzi giuridici e della ragionevole durata del processo, come voluta dall’art. 111, 2^ co., Cost., è inoltre supportata da elementi obiettivi legati all’esito della CTU in ordine alla probabile eziopatogenesi della lesione, che non è rimasta ignota ma accertata secondo la regola causale del “più probabile che non”. 

  1. Procedendosi perciò alla liquidazione del danno, quello patrimoniale, attese le risultanze di causa, va quantificato in € 2.132,95 relativamente alle spese anche latu sensu mediche, come allegate e documentate e complessivamente ritenute congrue/inerenti al percorso assistenziale dal CTU. 

Su quanto liquidato decorreranno rivalutazione monetaria ed interessi secondo quanto appresso indicato per il danno non patrimoniale. 

7.1 Il danno non patrimoniale, alla luce dei criteri in uso presso questo Tribunale, che fanno riferimento alle tabelle milanesi 2018, rielaborate a seguito della sentenza delle Sezioni Unite dell’11.11.2008, tenendo in considerazione anche il ristoro dovuto per la sofferenza morale soggettiva, va quantificato, vista l’età del danneggiato al momento del sinistro (75 anni), come segue: danno biologico permanente (IP) nella misura massima stimata dal c.t.u del 5% pari a Euro 5.820,00

Passando alla liquidazione del danno non patrimoniale conseguente alla ritenuta invalidità temporanea (totale di: gg. 10 al 100%; gg. 20 al 75%; gg. 60 al 50% e di gg. 90 al 25%), anche al riguardo la Terza Sezione Civile ha adottato la liquidazione congiunta del danno biologico e morale, come quantificato nelle citate tabelle del Tribunale di Milano in una forbice giornaliera da un minimo di € 96,00 ad un massimo di € 147,00; nel caso in esame, poiché la sofferenza temporanea patita causalmente ricollegabile all’intervento risulta significativa, atteso il calvario sanitario e la lunghezza del periodo, appare equa una quantificazione giornaliera corrispondente all’importo di € 120,00 per il valore massimo del 100%; il complessivo ammontare di tale danno risulta così pari ad € 8.800,00 (1.000,00+1.500,00+3.600,00+2.700,00). 

E’ evidente, infatti, che tale posta deve scontare inevitabilmente la natura di danno differenziale e, quindi, non può comprendere quanto discendente comunque dall’intervento e quanto riconosciuto per tali finalità dall’INAIL, come condivisibilmente evidenziato dal Collegio dei CTU. 

  1. Sulle somme tutte indicate, previa ovvia devalutazione –ove necessario-trattandosi di somme attualizzate alle Tabelle Milanesi 2018, andranno corrisposti l’ulteriore rivalutazione, secondo gli indici ISTAT dalla data del sinistro ovvero dell’esborso effettivo (per le sole spese), alla data della presente pronuncia, e gli interessi legali, questi ultimi da calcolarsi sulle somme rivalutate anno per anno a decorrere dal sinistro (cfr. in termini Cass. SU 1712/95) fino alla presente decisione. 

Infatti, trattandosi di debito di valore, va accolta la richiesta di rivalutazione monetaria, determinata secondo gli indici Istat, mirante a ripristinare la situazione patrimoniale del danneggiato quale era prima del fatto illecito che ha generato il danno sino alla data della decisione definitiva. Considerato che la maggior somma così attribuita rappresenta il valore monetario del bene perduto dal danneggiato, va riconosciuto anche il danno provocato dal ritardato pagamento in misura pari agli interessi legali, facendo ricorso, al riguardo, a criteri presuntivi ed equitativi, da calcolare sulla somma via via rivalutata, (cfr., in termini, Cass. S.U. n. 1712/1995).

A seguito della liquidazione qui operata il debito di valore si converte in debito di valuta e su di esso dovranno computarsi gli interessi moratori ex lege

E’ evidente che nel caso di danno emergente il dies a quo è costituito dall’effettivo esborso. 

  1. Null’altro va riconosciuto a titolo di danno patrimoniale e non. 

In particolare si evidenzia che la quantificazione percentuale della invalidità permanente riguarda una valutazione di carattere globale in ambito di danno biologico, quest’ultimo considerato in un aspetto statico, corrispondente al bene primario della integrità psico-fisica in sé per sé considerata, ed in un aspetto dinamico, corrispondente alle manifestazioni o espressioni quotidiane del bene salute, che riguardano sia l’attività lavorativa che extra-lavorativa, assumendo in tal senso un contenuto più ampio e totalizzante comprensivo di tutte quelle figure di danno come la capacità lavorativa generica, il danno alla vita di relazione, alla sfera sessuale e il danno estetico etc.. Per quanto appena detto non va concessa una ulteriore somma a titolo di risarcimento del danno morale o altro, così come richiesto da parte attorea, ritenendola ricompresa nella liquidazione complessiva del danno non patrimoniale sub specie di danno biologico da invalidità permanente. La giurisprudenza prevalente, alla luce degli arresti della Suprema Corte a Sezioni Unite (Cass. SU 11.11.2008 nn. 26795; 26794; 26973 e 26792), definisce il danno non patrimoniale quale categoria omnicomprensiva all’interno della quale le voci di danno morale, esistenziale, da vita di relazione sono delle categorie descrittive ricomprese nel concetto di danno biologico nella sua accezione ampia di pregiudizi attinenti agli spetti dinamico relazionali della vita del danneggiato: ne consegue che in sede di liquidazione del risarcimento del danno non patrimoniale non devono trovare spazio le duplicazioni risarcitorie. Pertanto, il danno estetico, il danno alla vita di relazione, il danno esistenziale ed il danno sportivo etc., stante la natura unitaria del danno non patrimoniale, non costituiscono pregiudizi autonomamente risarcibili.

9.1 Per le medesime ragioni non può riconoscersi alcuna personalizzazione in ragione sia degli esiti accertati, che non paiono particolarmente rilevanti o significativamente sintomatici di una apprezzabile sconvolgimento delle abitudini quotidiane sia per l’assenza di rigorosa prova di esso sconvolgimento e comunque di un maggior pretium doloris, ciò dicasi conformemente all’orientamento della Terza Sezione del Tribunale aditocompetente in via esclusiva per i danni alla salute.

In parte qua non può che ribadirsi la genericità delle circostanze allegate da parte attorea, genericità che scontano anche gli articoli di prova a ciò dedotti, che pertanto non vanno ammessi in quanto anche ove provati non darebbero di certo conto di uno sconvolgimento, ma solo di un ordinario patimento già stimato dalle tabelle milanesi. 

9.2Nella può essere liquidato in ordine all’invocata lesione al diritto all’informazione. Se è indubbio che essa sia stata carente, è altrettanto indubbio, perché incontestato, che parte attorea non si è vista preclusa alcuna migliore prospettiva di cura e che quella concretamente attuata risultava corretta ed idonea a risolvere la grave ed ingravescente patologia, che l’affliggeva da tempo, e che la strada chirurgica, quella strada chirurgica, era l’unica percorribile. Conseguentemente non si apprezza, anche per il palese difetto di allegazione, alcuna serietà del pregiudizio arrecato al diritto all’informazione. 

  1. Azione di regresso. La CASA DI CURA ha domandato, in via subordinata che, in caso di accoglimento della domanda attorea, il dott. Y fosse condannato a tenerla indenne. 

Preliminarmente si osserva che tale domanda deve essere qualificata come domanda riconvenzionale trasversale di regresso, posto che è stata formulata da un convenuto nei confronti di altro convenuto del medesimo giudizio. 

Nel merito, tale domanda non può essere accolta. 

In primo luogo, si osserva che la condotta inadempiente della Casa di Cura si mostra quantomeno paritaria rispetto a quella del medico operatore, atteso che la prima, circostanza pacifica, ha messo a disposizione strutture e strumentazioni necessarie, oltre che personale medico ed infermieristico, ed in particolare, come allegato dal medico e non espressamente contestato, anche i mezzi protesici adoperati. 

In secondo luogo, va richiamato il recentissimo arresto della Suprema Corte, secondo il quale «” In tema di azione di rivalsa nel regime anteriore alla legge n. 24 del 2017, nel rapporto interno tra la struttura sanitaria e il medico, la responsabilità per i danni cagionati da colpa esclusiva di quest’ultimo deve essere ripartita in misura paritaria secondo il criterio presuntivo degli artt. 1298, comma 2, e 2055, comma 3, c.c., in quanto la struttura accetta il rischio connaturato all’utilizzazione di terzi per l’adempimento della propria obbligazione contrattuale, a meno che dimostri un’eccezionale, inescusabilmente grave, del tutto imprevedibile (e oggettivamente improbabile) devianza del sanitario dal programma condiviso di tutela della salute che è oggetto dell’obbligazione.”» (Cass. Sez. 3 – , Sentenza n. 28987 del 11/11/2019 (Rv. 655790 – 01)). E’ evidente che nessun eccezionale, inescusabilmente grave, del tutto imprevedibile (e oggettivamente improbabile) devianza del sanitario dal programma condiviso di tutela della salute, che è oggetto dell’obbligazione, è stato anche solo allegato. 

    1. In ordine alla domanda di garanzia propria svolta dalla Casa di Cura nei confronti della Compagnia assicuratrice va immediatamente evidenziato, quale ragion liquida, che la franchigia di €. 25.000,00 ex art. 14, protestata dall’assicurazione e mai contestata dall’assicurata, con ogni evenienza probatoria ex art. 115 cpc, assorbe interamente l’odierna liquidazione. Pertanto nessuna condanna a manlevare può astrattamente configurarsi. 
    2. Le spese, liquidate in parte dispositiva in base al decisum, vanno compensate nella misura del 50% e seguono la soccombenza nella quota residua (50%) nei reciproci rapporti, ad eccezione del rapporto tra i due convenuti e tra la Casa di Cura e la Compagnia, rispetto ai quali sussistono valide e giustificate ragioni oggettive per una loro integrale compensazione, integrate dalla complessità della vicenda e dalla difficoltà dell’accertamento medico circa i relativi profili di responsabilità nonché del recentissimo arresto giurisprudenziale già evidenziato. 

Le spese di CTU, negli importi già liquidati, andranno definitivamente poste in egual misura a carico di tutte le parti, attorea, convenute e terza, con conseguente obbligo di rimborso a favore di quella attorea di quanto dalla stessa già eventualmente anticipato a tale titolo oltre la quota di spettanza. 

In una recente pronuncia, (Cass., ord. 2274/2017) la Corte di Cassazione, richiamando quanto già precedentemente affermato sul punto da numerose altre pronunce di legittimità (cfr., ex multis, Cass., 11423/2016, Cass., 3438/2016, Cass., 21684/2013) considera che la “soccombenza reciproca”, tale da giustificare la possibile applicazione della regola della compensazione parziale o totale delle spese, va ravvisata nell’ipotesi in cui “vi sia un pluralità di domande contrappostedelle quali alcune vengono rigettate e altre accolte, che si siano trovate in cumulo nel medesimo processo fra le stesse parti, ovvero in ipotesi di “accoglimento parziale dell’unica domanda proposta, allorché essa sia stata articolata in più capi e ne siano stati accolti uno o alcuni e rigettati altri” o, infine, nel caso di “parzialità dell’accoglimento meramente quantitativa, riguardante una domanda articolata in un unico capo”. 

Nel caso di specie, ricorre l’ipotesi di soccombenza reciproca, poiché la domanda attorea, pur fondata, è stata quantitativamente accolta solo in parte, risultando notevolmente ridimensionata. Al fine di individuare la parte alla quale siano imputabili in misura prevalente gli oneri processuali, il giudice di merito è chiamato ad una valutazione discrezionale, fondata sul criterio costituito dal principio di causalità, che si specifica nell’imputare idealmente a ciascuna parte gli oneri processuali causati all’altra per avere resistito a pretese fondate ovvero per avere avanzato pretese infondate, e nell’operare una ideale compensazione tra essi. 

P.Q.M.

Definitivamente pronunciando, ogni altra domanda, istanza ed eccezione disattese o assorbite, così provvede: 

  1. accoglie parzialmente la domanda proposta da X nei confronti di DOTT. Y e di CASA DI CURA ALFA SPA, per l’effetto, dichiarata la responsabilità contrattuale dei convenuti, li condanna al pagamento in solido, in favore di parte attorea, per le causali indicate in parte motiva, delle seguenti somme o poste: 
  2. a) Euro 5.820,00 + Euro 8.800,00 a titolo di danno non patrimoniale, oltre interessi e rivalutazione come indicati in parte motiva; 
  3. b) euro 2.132,95 per danno patrimoniale, oltre interessi e rivalutazione come indicati in parte motiva; 
  4. c) del 50% delle spese di lite, che liquida nell’intero (100%) in Euro 518,00 + 27,00 per spese ed Euro 4.835,00 per compensi, oltre rimborso forfetario 15%, oltre IVA, CPA, se dovuti e nelle aliquote legali, compensando la quota residua (50%), spese da distrarsi in favore dei costituiti avvocati. 
  5. Pone definitivamente a carico di tutte le parti le spese per CTU, negli importi già liquidati, con conseguente obbligo e condanna delle stesse al rimborso in favore di parte attorea di quanto dalla stessa eventualmente già anticipato a tale titolo oltre la quota di spettanza. 
  6. rigetta la domanda di garanzia propria svolta dalla CASA DI CURA ALFA SPA nei confronti di UNIPOLSAI ASSICURAZIONI SPA e quella di regresso svolta nei confronti del Dott. Y, compensando per intero le spese di lite. 
  7. Dichiara la presente sentenza esecutiva ex lege. 

Bologna 14.01.2020 

Il Giudice 

Dott. Pietro Iovino 

 

 

Si deve tenere conto, perciò, che il medico o in genere il personale non medico, che opera all’interno di quella struttura sanitaria, poiché svolge un’attività a contenuto professionale, è tenuto nell’adempimento delle proprie obbligazioni, non già alla diligenza generica del buon padre di famiglia, bensì a quella più accurata e specifica del debitore qualificato, come prescrive l’art. 1176, 2° comma, c.c.; ciò comporta il rispetto di tutte le regole e gli accorgimenti che, nel loro insieme, costituiscono la conoscenza della professione medica (Cass. 4852/99, 5945/00, 6386/01, 3492/02). 

 Ulteriore precisazione in fatto è anche quella che vede il medico odierno come sanitario di fiducia di parte attorea, al quale la stessa si è rivolta in libera professione.

AFFIDO FIGLI BOLOGNA: L'”affidamento monogenitoriale” è un’ipotesi residuale

AFFIDATI PER CAUSE DIVORZIO SEPARAZIONE E AFFIDO FIGLI 

LA DISTANZA TRA I GENITORI MOTIVO DI AFFIDO ESCLUSIVO 

La Corte di appello, pur avendo rilevato che non sono “in discussione le capacità genitoriali dei due genitori, entrambi adeguati e con un buon rapporto” con la figlia minorenne, ha disposto l’affidamento esclusivo della minore alla madre, in quanto l’oggettiva distanza esistente tra gli attuali luoghi di rispettiva residenza dei genitori preclude la possibilità di un affidamento condiviso, tenuto altresì conto che il preminente superiore interesse della bambina, il suo forte legame con la madre, la necessità di non turbare la piccola in assenza di valide e reali motivazioni, in realtà inesistenti, inducono a non modificare l’attuale positiva situazione in atto e che il legame della minore con il padre può essere garantito con la previsione di adeguate modalità di visita ed incontro.

AFFIDO ESCLUSIVO BOLOGNA IPOTESI RESIDUALE

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SEPARAZIONI OCNVIVENZE

osservato che la controricorrente ha depositato memoria sensi dell’art. 380 bis c.p.c e che, a seguito della discussione sul ricorso tenuta nella camera di consiglio, il collegio – rilevato preliminarmente che, come si evince anche dalla complessiva lettura della relazione che precede, i motivi di ricorso sono tre e non due, diversamente da quanto indicato per errore al punto 2. della relazione medesima – ha condiviso le considerazioni esposte in detta relazione, che conducono all’accoglimento del primo e terzo motivo di ricorso e alla dichiarazione d’inammissibilità del secondo, con le seguenti precisazioni, conseguenti anche a quanto dedotto dalla V. nel controricorso e nella memoria: da un lato, la distanza tra i luoghi di residenza dei genitori può, in linea di principio (ma il caso non ricorre nella fattispecie in esame, avendo la Corte di merito già affermato, con apprezzamento di fatto non specificamente censurato per vizio di motivazione, che «non sono “allo stato” in discussione le capacità genitoriali dei due genitori, entrambi adeguati e con un buon rapporto con la piccola Melissa»), precludere la possibilità di un affidamento condiviso del minore solo quando si traduca in un comportamento, da parte di uno dei genitori, che escluda il genitore medesimo dal pari esercizio della potestà genitoriale, così da rendere non rispondente all’interesse del figlio l’adozione, nel caso concreto, del modello legale prioritario di affidamento (cfr. Cass. 2008/16593 e 2009/26587 );

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affido condiviso-separazioni Bologna

sotto altro profilo, potendo detta distanza incidere sulla disciplina dei tempi e delle modalità della presenza del minore presso ciascun genitore (artt. 155, comma 2, e 155 quater, comma 2, cc), l’affidamento condiviso del minore ad entrambi i genitori non è incompatibile con il mantenimento della collocazione del minore stesso presso l’abitazione della madre, qualora il giudice del merito ritenga tale collocazione meglio rispondente all’interesse di detto minore e alla migliore esplicazione delle modalità dell’affidamento condiviso, salvaguardati comunque, attraverso la previsione di adeguate modalità di visita e di incontri periodici, l’esercizio dell’affidamento condiviso anche da parte dell’altro genitore e il legame del minore con tale genitore; ritenuto che, alla stregua delle argomentazioni che precedono, devono essere accolti il primo e il terzo motivo, mentre va dichiarato inammissibile il secondo motivo; che il decreto impugnato deve essere annullato in ordine alle censure accolte e che, essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto ai fini della disciplina delle modalità dell’affidamento congiunto, la causa va rimessa ad altro giudice, che si individua nella Corte d’appello di Brescia in diversa composizione, che si pronuncerà sul reclamo della V. alla luce di principi di diritto in precedenza enunciati e regolerà anche le spese del giudizio di cassazione;

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1 **** – cittadina rumena, – premesso che dalla relazione con il convivente **** il 14 marzo 2003 era nata una figlia e che nel novembre 2007 ella si era allontanata da casa con la figlia stessa a casa dei comportamenti vessatori e violenti del Manunza – chiedeva al Tribunale per i Minorenni di Brescia l’affidamento esclusivo della figlia con l’obbligo del padre di corrispondere un assegno non inferiore ad euro 750,00 per il concorso nel mantenimento della minore. Nelle more del giudizio la **** si trasferiva in Romania con la figlia

Il Manunza adiva il Tribunale di Bucarest per ottenere un provvedimento che ordinasse il rientro immediato della figlia minore in Italia, ai sensi della Convenzione dell’Aja del 1980 sugli aspetti civili della sottrazione internazionale dei minori.

 

AFFIDO FIGLI BOLOGNA:

L'”affidamento monogenitoriale” è un’ipotesi residuale

AFFIDO FIGLI BOLOGNA: L'"affidamento monogenitoriale" è un'ipotesi residuale
AFFIDO FIGLI BOLOGNA: L'”affidamento monogenitoriale” è un’ipotesi residuale

 L'”affidamento monogenitoriale” è un’ipotesi residuale rispetto all’affidamento ad entrambi i genitori, che può ricorrere solo in presenza di circostanze tali da far ritenere contrario all’interesse del minore l’affidamento condiviso, in particolare in caso di manifesta carenza o inidoneità educativa di uno dei genitori. La Corte di merito non ha tenuto conto della illecita sottrazione della minore al padre, a cui era affidata in via esclusiva, da parte della madre, che ha trasferito la figlia in Romania, presso la propria famiglia di origine, e che l’obiettiva lontananza tra le residenze dei genitori non può costituire ragione di deroga all’affidamento condiviso, se tale lontananza è stata determinata dal comportamento illecito di uno dei genitori. Una simile condotta costituisce dimostrazione di grave carenza comportamentale nei confronti della figlia, che incide sul giudizio di idoneità del genitore a prendersi adeguatamente cura delle esigenze della minore.

II secondo motivo denuncia un vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione.

Verte sulla seguente questione. La Corte di merito, dopo aver escluso la realizzabilità dell’affidamento condiviso sulla base della obiettiva lontananza tra le residenze dei genitori, ha poi scelto quale genitore più idoneo al ruolo di unico affidatario la madre, che pure ha dimostrato totale noncuranza nei confronti del diritto della minore a conservare il rapporto con il padre e con il proprio ambiente di vita.

Il terzo motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. artt. 155, 155 bis c.c., 4, comma 2, l. 2006/54, nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo.

Attiene alla seguente questione.

La vicinanza tra le abitazioni dei genitori non costituisce condizione fondamentale per disporre l’affidamento condiviso e che l’obiettiva lontananza delle abitazioni non può costituire ragione di deroga all’affidamento “bigenitoriale”.

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4. Il primo e il terzo motivo di ricorso, che possono essere esaminati congiuntamente in quanto riguardanti questioni strettamente connesse, sono fondati nei termini qui di seguito precisati.

La Corte di appello, pur avendo rilevato che non sono “in discussione le capacità genitoriali dei due genitori, entrambi adeguati e con un buon rapporto” con la figlia minorenne, ha disposto l’affidamento esclusivo della minore alla madre, in quanto l’oggettiva distanza esistente tra gli attuali luoghi di rispettiva residenza dei genitori preclude la possibilità di un affidamento condiviso, tenuto altresì conto che il preminente superiore interesse della bambina, il suo forte legame con la madre, la necessità di non turbare la piccola in assenza di valide e reali motivazioni, in realtà inesistenti, inducono a non modificare l’attuale positiva situazione in atto e che il legame della minore con il padre può essere garantito con la previsione di adeguate modalità di visita ed incontro.

5. I motivi sono fondati perché la decisione impugnata contrasta con il principio di diritto affermato da questa Corte con sentenze 2008/16593 e 2009/26587 e in forza del quale, alla regola dell’affidamento condiviso dei figli può derogarsi solo ove la sua applicazione risulti “pregiudizievole per l’interesse del minore”, con la duplice conseguenza che l’eventuale pronuncia di affidamento esclusivo dovrà essere sorretta da una motivazione non solo più in positivo sulla idoneità del genitore affidatario, ma anche in negativo sulla inidoneità educativa ovvero manifesta carenza dell’altro genitore.

Va altresì affermato l’ulteriore principio di diritto, secondo cui l’oggettiva distanza esistente tra i luoghi di residenza dei genitori non preclude la possibilità di un affidamento condiviso del minore ad entrambi i genitori, potendo detta distanza incidere soltanto sulla disciplina dei tempi e delle modalità della presenza del minore presso ciascun genitore (artt. 155, comma 2, e 155 quater, comma 2, cc).

6. Il secondo motivo è inammissibile perché contiene censure che non sono attinenti alla ratio della decisione impugnata e che si fondano su circostanze di fatto difformi da quelle accertate dalla Corte di appello. Questa, con idonea motivazione, ha rilevato che la madre dopo aver abbandonato la casa familiare non è espatriata subito in Romania, ma si è rivolta ai Servizi Sociali ben rapportandosi con gli operatori, accettando di prorogare la permanenza nel Centro di assistenza nonostante la oggettiva indigenza in cui si trovava e allontanandosi solo perché prostrata dalla situazione in atto e dalle ristrettezze economiche, acquisendo in Romania una stabilità occupazionale quale impiegata postale e una serena convivenza in casa con la figlia e i propri genitori»;

B) osservato che la controricorrente ha depositato memoria sensi dell’art. 380 bis c.p.c e che, a seguito della discussione sul ricorso tenuta nella camera di consiglio, il collegio – rilevato preliminarmente che, come si evince anche dalla complessiva lettura della relazione che precede, i motivi di ricorso sono tre e non due, diversamente da quanto indicato per errore al punto 2. della relazione medesima – ha condiviso le considerazioni esposte in detta relazione, che conducono all’accoglimento del primo e terzo motivo di ricorso e alla dichiarazione d’inammissibilità del secondo, con le seguenti precisazioni, conseguenti anche a quanto dedotto dalla V. nel controricorso e nella memoria: da un lato, la distanza tra i luoghi di residenza dei genitori può, in linea di principio (ma il caso non ricorre nella fattispecie in esame, avendo la Corte di merito già affermato, con apprezzamento di fatto non specificamente censurato per vizio di motivazione, che «non sono “allo stato” in discussione le capacità genitoriali dei due genitori, entrambi adeguati e con un buon rapporto con la piccola Melissa»), precludere la possibilità di un affidamento condiviso del minore solo quando si traduca in un comportamento, da parte di uno dei genitori, che escluda il genitore medesimo dal pari esercizio della potestà genitoriale, così da rendere non rispondente all’interesse del figlio l’adozione, nel caso concreto, del modello legale prioritario di affidamento (cfr. Cass. 2008/16593 e 2009/26587 ); sotto altro profilo, potendo detta distanza incidere sulla disciplina dei tempi e delle modalità della presenza del minore presso ciascun genitore (artt. 155, comma 2, e 155 quater, comma 2, cc), l’affidamento condiviso del minore ad entrambi i genitori non è incompatibile con il mantenimento della collocazione del minore stesso presso l’abitazione della madre, qualora il giudice del merito ritenga tale collocazione meglio rispondente all’interesse di detto minore e alla migliore esplicazione delle modalità dell’affidamento condiviso, salvaguardati comunque, attraverso la previsione di adeguate modalità di visita e di incontri periodici, l’esercizio dell’affidamento condiviso anche da parte dell’altro genitore e il legame del minore con tale genitore; ritenuto che, alla stregua delle argomentazioni che precedono, devono essere accolti il primo e il terzo motivo, mentre va dichiarato inammissibile il secondo motivo; che il decreto impugnato deve essere annullato in ordine alle censure accolte e che, essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto ai fini della disciplina delle modalità dell’affidamento congiunto, la causa va rimessa ad altro giudice, che si individua nella Corte d’appello di Brescia in diversa composizione, che si pronuncerà sul reclamo della V. alla luce di principi di diritto in precedenza enunciati e regolerà anche le spese del giudizio di cassazione;

1 **** – cittadina rumena, – premesso che dalla relazione con il convivente **** il 14 marzo 2003 era nata una figlia e che nel novembre 2007 ella si era allontanata da casa con la figlia stessa a casa dei comportamenti vessatori e violenti del Manunza – chiedeva al Tribunale per i Minorenni di Brescia l’affidamento esclusivo della figlia con l’obbligo del padre di corrispondere un assegno non inferiore ad euro 750,00 per il concorso nel mantenimento della minore. Nelle more del giudizio la **** si trasferiva in Romania con la figlia

Il Manunza adiva il Tribunale di Bucarest per ottenere un provvedimento che ordinasse il rientro immediato della figlia minore in Italia, ai sensi della Convenzione dell’Aja del 1980 sugli aspetti civili della sottrazione internazionale dei minori.

 

 

 

 

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE VI CIVILE

Ordinanza 2 dicembre 2010, n. 24526

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SESTA SEZIONE CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. Paolo VITTORIA

Dott. Francesco Maria FIORETTI

Dott. Francesco FELICBTTI

Dott. Renato RORDORF

Dott. Stefano SCHIRO’

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

****, elettivamente domiciliato in Roma, **** presso l’avv**** che lo rappresenta e difende, insieme con l’avv. Manuela Tirini, del Foro di Bologna, per procura in atti,

– ricorrente –

contro

****, elettivamente domiciliata in Roma, ****,

presso l’avv. **** che la rappresenta e difende, insieme con l’avv. Alessandro Redaelli de Zinis, del Foro di Brescia, per procura in atti,

– controricorrente –

e

PROCURATORE GENERALE DELLA REPUBBLICA PRESSO LA CORTE D’APPELLO DI BRESCIA,

– intimato –

avverso il decreto della Corte d’appello di Brescia cron. n. 129, in data 15 ottobre 2009, nel procedimento n. 184/09 V.G.;

udito, per la controricorrente, l’avv. Federica Manzi, per delega, che ha chiesto il rigetto del ricorso;

alla presenza del Pubblico ministero, in persona del sostituto procuratore generale, dott. Pierfelice Pratis, che nulla ha osservato; udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 27 settembre 2010 dal relatore, cons. Stefano Schirò;

LA CORTE,

A) rilevato che è stata depositata in cancelleria, ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c, la seguente relazione, comunicata al Pubblico Ministero e notificata ai difensori delle parti:

Il relatore, cons. Stefano Schirò,

esaminati gli atti,

OSSERVA

1 **** – cittadina rumena, – premesso che dalla relazione con il convivente **** il 14 marzo 2003 era nata una figlia e che nel novembre 2007 ella si era allontanata da casa con la figlia stessa a casa dei comportamenti vessatori e violenti del Manunza – chiedeva al Tribunale per i Minorenni di Brescia l’affidamento esclusivo della figlia con l’obbligo del padre di corrispondere un assegno non inferiore ad euro 750,00 per il concorso nel mantenimento della minore. Nelle more del giudizio la **** si trasferiva in Romania con la figlia

Il Manunza adiva il Tribunale di Bucarest per ottenere un provvedimento che ordinasse il rientro immediato della figlia minore in Italia, ai sensi della Convenzione dell’Aja del 1980 sugli aspetti civili della sottrazione internazionale dei minori.

Il Tribunale di Bucarest respingeva la domanda e successivamente il Tribunale per i Minorenni di Brescia affidava in via esclusiva la minore al padre con riconoscimento del diritto di visita alla madre. La Corte di appello di Bucarest, accogliendo il reclamo del Manunza, disponeva il ritorno della minore in Italia nell’abitazione del padre e successivamente la Corte di appello di Brescia, accogliendo il reclamo della V. disponeva l’affidamento esclusivo della figlia minore alla madre.

2. Il **** proposto ricorso per cassazione sulla base di due motivi, a cui ha resistito con controricorso la ****.

Il ricorso può essere trattato in camera di consiglio, in applicazione degli artt. 376, 380 bis e 375 c.p.c, per essere rigettato.

3. L’eccezione di inammissibilità del ricorso per sua tardività è infondata, perché la notifica è stata eseguita il giorno successivo a quello di scadenza, che era festivo.

Il primo motivo denuncia violazione degli artt 155, 155 bis c.c., 4, comma 2, della legge 2006/54, nonché omessa motivazione circa un fatto controverso e decisivo.

La questione posta è la seguente.

L'”affidamento monogenitoriale” è un’ipotesi residuale rispetto all’affidamento ad entrambi i genitori, che può ricorrere solo in presenza di circostanze tali da far ritenere contrario all’interesse del minore l’affidamento condiviso, in particolare in caso di manifesta carenza o inidoneità educativa di uno dei genitori. La Corte di merito non ha tenuto conto della illecita sottrazione della minore al padre, a cui era affidata in via esclusiva, da parte della madre, che ha trasferito la figlia in Romania, presso la propria famiglia di origine, e che l’obiettiva lontananza tra le residenze dei genitori non può costituire ragione di deroga all’affidamento condiviso, se tale lontananza è stata determinata dal comportamento illecito di uno dei genitori. Una simile condotta costituisce dimostrazione di grave carenza comportamentale nei confronti della figlia, che incide sul giudizio di idoneità del genitore a prendersi adeguatamente cura delle esigenze della minore.

II secondo motivo denuncia un vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione.

Verte sulla seguente questione. La Corte di merito, dopo aver escluso la realizzabilità dell’affidamento condiviso sulla base della obiettiva lontananza tra le residenze dei genitori, ha poi scelto quale genitore più idoneo al ruolo di unico affidatario la madre, che pure ha dimostrato totale noncuranza nei confronti del diritto della minore a conservare il rapporto con il padre e con il proprio ambiente di vita.

Il terzo motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. artt. 155, 155 bis c.c., 4, comma 2, l. 2006/54, nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo.

Attiene alla seguente questione.

La vicinanza tra le abitazioni dei genitori non costituisce condizione fondamentale per disporre l’affidamento condiviso e che l’obiettiva lontananza delle abitazioni non può costituire ragione di deroga all’affidamento “bigenitoriale”.

4. Il primo e il terzo motivo di ricorso, che possono essere esaminati congiuntamente in quanto riguardanti questioni strettamente connesse, sono fondati nei termini qui di seguito precisati.

La Corte di appello, pur avendo rilevato che non sono “in discussione le capacità genitoriali dei due genitori, entrambi adeguati e con un buon rapporto” con la figlia minorenne, ha disposto l’affidamento esclusivo della minore alla madre, in quanto l’oggettiva distanza esistente tra gli attuali luoghi di rispettiva residenza dei genitori preclude la possibilità di un affidamento condiviso, tenuto altresì conto che il preminente superiore interesse della bambina, il suo forte legame con la madre, la necessità di non turbare la piccola in assenza di valide e reali motivazioni, in realtà inesistenti, inducono a non modificare l’attuale positiva situazione in atto e che il legame della minore con il padre può essere garantito con la previsione di adeguate modalità di visita ed incontro.

5. I motivi sono fondati perché la decisione impugnata contrasta con il principio di diritto affermato da questa Corte con sentenze 2008/16593 e 2009/26587 e in forza del quale, alla regola dell’affidamento condiviso dei figli può derogarsi solo ove la sua applicazione risulti “pregiudizievole per l’interesse del minore”, con la duplice conseguenza che l’eventuale pronuncia di affidamento esclusivo dovrà essere sorretta da una motivazione non solo più in positivo sulla idoneità del genitore affidatario, ma anche in negativo sulla inidoneità educativa ovvero manifesta carenza dell’altro genitore.

Va altresì affermato l’ulteriore principio di diritto, secondo cui l’oggettiva distanza esistente tra i luoghi di residenza dei genitori non preclude la possibilità di un affidamento condiviso del minore ad entrambi i genitori, potendo detta distanza incidere soltanto sulla disciplina dei tempi e delle modalità della presenza del minore presso ciascun genitore (artt. 155, comma 2, e 155 quater, comma 2, cc).

6. Il secondo motivo è inammissibile perché contiene censure che non sono attinenti alla ratio della decisione impugnata e che si fondano su circostanze di fatto difformi da quelle accertate dalla Corte di appello. Questa, con idonea motivazione, ha rilevato che la madre dopo aver abbandonato la casa familiare non è espatriata subito in Romania, ma si è rivolta ai Servizi Sociali ben rapportandosi con gli operatori, accettando di prorogare la permanenza nel Centro di assistenza nonostante la oggettiva indigenza in cui si trovava e allontanandosi solo perché prostrata dalla situazione in atto e dalle ristrettezze economiche, acquisendo in Romania una stabilità occupazionale quale impiegata postale e una serena convivenza in casa con la figlia e i propri genitori»;

B) osservato che la controricorrente ha depositato memoria sensi dell’art. 380 bis c.p.c e che, a seguito della discussione sul ricorso tenuta nella camera di consiglio, il collegio – rilevato preliminarmente che, come si evince anche dalla complessiva lettura della relazione che precede, i motivi di ricorso sono tre e non due, diversamente da quanto indicato per errore al punto 2. della relazione medesima – ha condiviso le considerazioni esposte in detta relazione, che conducono all’accoglimento del primo e terzo motivo di ricorso e alla dichiarazione d’inammissibilità del secondo, con le seguenti precisazioni, conseguenti anche a quanto dedotto dalla V. nel controricorso e nella memoria: da un lato, la distanza tra i luoghi di residenza dei genitori può, in linea di principio (ma il caso non ricorre nella fattispecie in esame, avendo la Corte di merito già affermato, con apprezzamento di fatto non specificamente censurato per vizio di motivazione, che «non sono “allo stato” in discussione le capacità genitoriali dei due genitori, entrambi adeguati e con un buon rapporto con la piccola Melissa»), precludere la possibilità di un affidamento condiviso del minore solo quando si traduca in un comportamento, da parte di uno dei genitori, che escluda il genitore medesimo dal pari esercizio della potestà genitoriale, così da rendere non rispondente all’interesse del figlio l’adozione, nel caso concreto, del modello legale prioritario di affidamento (cfr. Cass. 2008/16593 e 2009/26587 ); sotto altro profilo, potendo detta distanza incidere sulla disciplina dei tempi e delle modalità della presenza del minore presso ciascun genitore (artt. 155, comma 2, e 155 quater, comma 2, cc), l’affidamento condiviso del minore ad entrambi i genitori non è incompatibile con il mantenimento della collocazione del minore stesso presso l’abitazione della madre, qualora il giudice del merito ritenga tale collocazione meglio rispondente all’interesse di detto minore e alla migliore esplicazione delle modalità dell’affidamento condiviso, salvaguardati comunque, attraverso la previsione di adeguate modalità di visita e di incontri periodici, l’esercizio dell’affidamento condiviso anche da parte dell’altro genitore e il legame del minore con tale genitore; ritenuto che, alla stregua delle argomentazioni che precedono, devono essere accolti il primo e il terzo motivo, mentre va dichiarato inammissibile il secondo motivo; che il decreto impugnato deve essere annullato in ordine alle censure accolte e che, essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto ai fini della disciplina delle modalità dell’affidamento congiunto, la causa va rimessa ad altro giudice, che si individua nella Corte d’appello di Brescia in diversa composizione, che si pronuncerà sul reclamo della V. alla luce di principi di diritto in precedenza enunciati e regolerà anche le spese del giudizio di cassazione;

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo e il terzo motivo e dichiara inammissibile il secondo. Cassa il decreto impugnato in ordine alle censure accolte e rinvia, anche per le spese del giudizio di cassazione, alla Corte d’appello di Brescia in diversa composizione. 

Così deciso in Roma, il 27 settembre 2010.

Il presidente Paolo Vittoria.

Depositato in Cancelleria oggi 2 dicembre 2010.